I GRANDI SONO PROPRIO STRANI

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1 FLAVIA MASTRELLA ANTONIO REZZA PARKOUR LIBRI IN JAZZ GAETANO LIGUORI «CILE LIBERO» MANUEL LLANES BATTLEFIELD 4 DOOM SABATO ANNO 16 N.49 LA BIOGRAFIA SPERICOLATA DELL AVIATORE POETA SAINT-EXUPÉRY. CAPACE DI VOLARE DALL ASTEROIDE B612 AL SAHARA, FINO A CASABLANCA, PRIMA DI INABISSARSI E SCOMPARIRE PER SEMPRE NEL MARE I GRANDI SONO PROPRIO STRANI IL PRINCIPE AEREO Quel bambino esile e biondo nato su un tovagliolo di carta bianca di ARIANNA DI GENOVA I viaggi avventurosi di Jules Verne e la Sirenetta malinconica di Andersen, il teatrino improvvisato con i fratelli e il calore della voce di Marie, sua madre, ad accompagnarlo nel sonno. Su tutto, la stessa riluttanza di Peter Pan, quello scalcitrare furioso di fronte al mondo adulto. «Non sono sicuro di essere mai uscito dall infanzia» si sorprenderà a confessare lo scrittore francese. Il Piccolo Principe di Antoine Saint-Exupéry nacque molti anni dopo, in esilio, quando lo scrittore-aviatore era in America e stava per terminare la sua vita sulla terra, perdendosi misteriosamente nei cieli estivi, a bordo del suo aereo. Si inabissò a largo di Marsiglia il 31 luglio del 1944, forse abbattuto dai tedeschi (i rottami del suo aereo sono stati ritrovati dopo decenni di ricerche, ma sul velivolo non c era neanche un buco a testimoniare la battaglia), lasciando dietro di sé la pubblicazione, presso l editore Reynal & Hitchcock di New York, di quel capolavoro della letteratura di tutti i tempi. Il Piccolo Principe uscì il 6 aprile del 1943 in inglese e poco dopo in francese, ma Gallimard lo riportò in patria solo nel 1946, postumo e a guerra finita. Saint-Exupéry lo aveva già abbandonato e non seguì i suoi successi: il 13 aprile aveva salutato l America per raggiungere le forze francesi in Algeria. Un viaggio da cui non fece mai ritorno. Si può dire che il suo romanzo filosofico, che traccia le linee eterne dell esistenza umana, fosse nato molto prima, in quel «secondo letto» della camera della madre cui aveva libero accesso ogni figlio nel momento della malattia e febbre. Carattere esuberante, accentratore e votato a spettacolarizzare il quotidiano, Antoine adulto cominciò a convivere con un mini saltimbanco, un ragazzino nomade, avvolto in una sciarpa sempre al vento che poggiava in piedi direttamente nell aria: lo disegnava spesso sui tovaglioli dei ristoranti. Fu così che l editore Reynal, anzi sua moglie Elisabeth, lo incoraggiarono: «Scrivi un racconto per bambini con il tuo petit bonhomme, lo pubblichiamo per Natale». A quel progetto, Saint-Exupéry lavorò nell estate e autunno del 1942 con una dedizione quasi pazza, stando sveglio intere notti, ingurgitando caffè nero e fumando un numero smodato di sigarette condite dal gin. Ogni tanto crollava sulla scrivania, ma poi si risvegliava per chiamare a ore impossibili qualche amico, che usava come cavia, sottoponendogli brani del manoscritto. Era assetato di pareri, posseduto dalla favola.

2 (2) ALIAS IL REPORTAGE SOLO TRA GLI ASTEROIDI DI GENOVA DALLA PRIMA Disegnava incessantemente il bambino biondino ed esile abitante di altri mondi, forse ricordando suo fratello François, scomparso prematuramente e, nella realtà, prendendo spunto - per le pose e i comportamenti - dal figlio del filosofo Konnick. Pativa moltissimo la difficoltà di rappresentarlo come desiderava: i suoi acquerelli furono la causa del ritardo per l uscita del libro, che non vide la luce per le feste natalizie. Anche la famosa pecora che il petit prince fissa sui fogli ha un antenato in carne ed ossa sulla terra: è il barboncino di Silvia Hamilton, la giovane giornalista newyorkese che fu l ultima amante dell autore, la stessa a cui regalò il manoscritto (oggi conservato alla Pierpont Morgan Library di New York, 132 pagine scritte fittissime, con molte cancellature, 35 solo illustrate). Da allora, Il Piccolo Principe - in Italia «importato» fin dal 1949 da Bompiani - ha avuto una vita autonoma dal suo autore e ha conosciuto infinite ristampe e traduzioni (in almeno 257 lingue, è il libro più tradotto e letto dopo la Bibbia e il Corano): adottato come testo nelle scuole giapponesi per l insegnamento del francese (qui, nel sol Levante, è stato realizzato anche un museo dedicato al personaggio), «parla» anche lappone, tuareg, khmer e toba, la lingua amerindiana del nord dell Argentina. La sua traduzione sul grande schermo, invece, nacque sotto non buoni auspici. Fu Orson Welles fra i primi ad interessarsi alla storia del principino solo tra gli asteroidi: ne preparò un adattamento che propose a Walt Disney per un film che mescolasse animazione e personaggi dal vivo, ma la collaborazione non andò in porto. Un colloquio di mezz ora fra i due mise fine al sogno: i geni evidentemente lavorano in solitudine, difficile farli intendere. Andrà meglio forse al regista di Kung Fu Panda, Mark Osborne, che proporrà per il 2014 un film animato in 3D, targato Universal e con un cast vocale di tutto rispetto (Jeff Bridges, James Franco, Marion Cotillard, Benico Del Toro, Paul Giamatti). Nel 2011, intanto, in vista della celebrazione dei settant anni del Piccolo Principe, è stata tratta dal romanzo una serie televisiva in animazione e in 3D, 52 episodi con una potente coproduzione internazionale (Rai fiction, le emittenti pubbliche francese, svizzera, tedesca, il gruppo indiano Dq) e la distribuzione Sony Pictures. Realizzata dallo studio francese Method Animation insieme alla succession Saint Exupéry d Agay, garante del rispetto dell opera e della memoria dell autore - la serie ha potuto contare su una regia costata 18 milioni di euro, affidata a Pierre Alain Chartier, un team al lavoro di quattrocento persone, il coinvolgimento di scrittori come Daniel Pennac e disegnatori come Moebius. Nella la più recente biografia dell autore de «Il piccolo principe» Marck passa in rassegna le vicende personali di Antoine Cieli di Casablanca per Saint-Exupéry di LUCIANO DEL SETTE Forse, in qualche piazza o in qualche via del centro di Lione, un monumento dedicato al cittadino Antoine de Saint Exupéry esiste. Ma avrebbe, o comunque ha, poca importanza se paragonato al «vero» monumento. Non un busto, non una statua, ma l aeroporto che porta il cognome di Antoine, a cui l architetto Santiago Calatrava ha unito la stazione dei treni tgv. Inequivocabilmente ispirata alle forme della macchina con le ali. Il lungo tapis roulant che dall atrio della stazione conduce agli spazi dell aeroporto, scorre accanto a una galleria di immagini sospese nell aria grazie a fili quasi invisibili: foto in bianco e nero dell aviatore - scrittore, citazioni dai suoi libri e dai suoi appunti, riproduzioni di copertine in tante lingue della sua opera più famosa. Se nel 2013 Il Piccolo Principe ha compiuto settant anni, nel 2014 anno saranno altrettanti gli anni trascorsi dal 31 luglio In quella data, l aereo di Saint-Exupéry, un F-5, si inabissò tra Corsica e Sardegna durante una missione di ricognizione. Perché e come questo sia avvenuto, rimane storia mai chiarita. Scompariva così, nel nulla, dopo aver passato metà della sua breve esistenza tra il blu, il buio e le tempeste dei cieli, un uomo per cui volare aveva rappresentato un sogno bambino e poi ben più di un semplice lavoro. Era ben nato, il 29 giugno del 1900, Antoine, terzo dei cinque rampolli del visconte Jean de Saint-Exupéry e di Marie Boyer de Fonscolombe. Due lutti lo segnano prestissimo, la morte del padre nel 1904 e quella del fratello François nel La grande macelleria della Prima Guerra Mondiale ha chiuso da poco le sue porte, quando il servizio militare apre quelle del cielo aeronautico al giovane con la passione del volo. Il 9 aprile 1921 Antoine entra a far parte del Secondo Reggimento di aviazione da caccia, base il campo di Neuhof, sud di Strasburgo. Ma le nuvole, lui, è costretto a guardarle da terra, semplice rampista e aiuto meccanico. Se vuole decollare, dovrà firmare per un terzo anno dopo i due di leva, che lo avvierà al corso di addestramento. Unica deroga, possedere il brevetto di pilota civile. Con la morte del visconte, la famiglia ha prosciugato via via le sue risorse. Marie, la madre, campa grazie a quel poco che le resta e alla pensione di infermiera. Rimangono intatte le conoscenze dei Saint-Exupéry negli ambienti che contano. Saranno queste a consentire al figlio di scavalcare i regolamenti e frequentare il corso durante il servizio militare: duemila franchi per tre settimane, una cifra immensa, che Maria riuscirà a coprire dissanguandosi economicamente. Al fianco di Antoine, dal 18 giugno, data di inizio del corso, c è l istruttore Robert Aéby. Ancora una volta, il cognome illustre gli è venuto in aiuto. Il giorno prima, infatti, aveva ottenuto risposta positiva alla richiesta fatta qualche tempo prima di andare volontario in Marocco. Tutto può servire pur di divenire pilota militare, si era detto. La domanda è stata accolta, destinazione Casablanca, 37 reggimento di Aviazione. Ma questo significherebbe la fine delle lezioni con Aéby. Un opportuna spintarella SULLE NUVOLE

3 ALIAS (3) blocca la chiamata. Tutto rimandato al 18 agosto, quando, brevetto in tasca, Antoine atterra nella città da lui immaginata esotica e avvolta nel mistero. Bernard Marck, giornalista, ex caporedattore della rivista Aéreoports Magazine, ha dedicato a Saint-Exupéry una biografia appena pubblicata in Italia dalla casa editrice Odoya (*). Marck scrive del primo impatto di Antoine con Casablanca «Si aspettava uno scenario da Mille e una notte, scene ammalianti e deliranti. Voleva rimanere turbato. E scopre cani magri e un paesaggio arido. È l epoca in cui a Casablanca, città... incastrata tra il Medioevo e il progresso, un assassino viene ancora trascinato per le strade con il cranio sfondato, le spalle slogate, bastonato dagli aguzzini affinché urli il suo crimine alla brava gente, col volto rigato di sangue. È molto edificante e molto morale, annota Saint-Exupéry, non senza dare prova di una certa leggerezza, esattamente come i coloniali». Nel gennaio del 1922, un piroscafo riporta Antoine a Marsiglia. Fine provvisoria dell esperienza poiché il 23 dicembre 1921 ha ottenuto il brevetto di pilota militare, e nostalgia che già affiora nelle righe di un appunto redatto durante il viaggio: «Addio Marocco. Seguiamo le coste della Spagna. Ho passato giorni di cupa tristezza in una capanna schifosa, ma ora me ne rammento come di una vita piena di poesia». Quattro anni separano, adesso, il futuro padre letterario del bambino con la sciarpa intorno al collo dal suo ingresso nella Compagnia Generale di Imprese Aeronautiche Latécoère, la futura Aéreopostale, che fa la spola tra Tolosa e Dakar. Quattro anni durante i quali Saint-Exupéry si innamorerà senza riserve e con naufragio finale dell incantevole ma complicata Louise Lévèque de Vilmorin, e mostrerà in divisa il suo spirito refrattario ad ogni imposizione. Da Le Bourget, sede del reggimento cui è stato assegnato dopo il ritorno dal Marocco, decolla per due volte senza autorizzazione. La prima, nell inverno 1923, vede il suo HD 14 spegnersi in volo e precipitare. Antoine riporta varie fratture e una serie di ferite da schegge metalliche. La seconda, pochi mesi dopo, gli costa due settimane di arresto. Il 5 giugno, esauriti i doveri militari, torna borghese, e alterna brevi periodi come riservista al grigio ruolo di controllore di produzione in una fabbrica di tegole nel Faubourg Saint Honoré. Ci resterà un anno, imprigionato dentro la malinconia per Casablanca. L affetto e l aiuto degli amici, gli incontri con altre donne, non riusciranno mai a offuscarla completamente. Vola, ogni tanto, grazie al fatto di essere riservista, e allora rinasce, ritrova vigore. L altra via di fuga è la scrittura, che in seguito sovrapporrà al lavoro di pilota dell Aéreopostale. Ha già provato a riempire le pagine con l inchiostro della fantasia, gli manca, e lo sa, il mestiere. Ma vuole acquisirlo anche accogliendo consigli dentro la cerchia delle sue frequentazioni intellettuali. Sulla scia di periodi scuri e di altri appena rischiarati dalla speranza del futuro cui aspira, la vita di Antoine compie una svolta decisiva nel Ad aprile pubblica il racconto L aviateur, sulla rivista Le navire d argent, ottenendo buoni riscontri dai lettori; il 10 settembre spedisce una domanda di assunzione in qualità di pilota alla Compagnia Generale di Imprese Aeronautiche Latécoère, accreditata da buone raccomandazioni e soprattutto dal brevetto di trasporto pubblico conseguito a luglio; l 11 ottobre arriva la risposta positiva della Compagnia, firmata dal direttore Didier Daurat, che lo attende per il colloquio e le prove necessarie. L ingenuità di quel ragazzo strambo quanto il suo naso e la sua faccia da luna piena, la timidezza, la parola impacciata, fanno breccia nell animo severo di Daurat. Pur se Antoine, contraddicendo la puntualità, prerogativa fondamentale dei piloti di un servizio postale, si è presentato all appuntamento in clamoroso ritardo. Dopo un periodo di tirocinio, Saint-Exupéry inizia i voli lungo i cinquemila chilometri della rotta Tolosa/Dakar, punteggiati da innumerevoli scali che la scarsa autonomia degli aerei rende necessari. Casablanca diverrà tappa amata e abituale. Tarfaya, nel deserto, lo vedrà per due anni caposcalo dell Aéreopostale. Da lì alla sua scomparsa nelle acque del Mar Tirreno, Antoine vestirà i panni di direttore, è il 1930, della Aéreopostale tra la Francia e l Argentina, sede Buenos Aires; a Baires incontrerà l artista salvadoregna Consuelo Suncín Sandoval Zeceña de Gómez, che sposerà un anno dopo, secondo naufragio sentimentale dopo Louise ma assai più drammatico; abbandonerà nel 1933 Aéreopostale, assorbita dalla nascente Air France, per tornare in Francia, tentando il mestiere di giornalista e inventando dispositivi per l aeronautica; sarà protagonista di un disastroso raid aereo Parigi/Saigon nel 1935, e inviato, nel 1936, per il giornale L intransigeant sulla scena della Guerra Civile spagnola; pubblicherà, 1939, Terres des Hommes, grande successo editoriale, cui seguirà, nel 1940, Pilot de Guerre, ispirato al suo rientro nell aviazione come pilota di ricognizione. In pieno secondo conflitto mondiale, saranno gli Stati Uniti a dare alle stampe, è il 1943, la prima edizione de Il piccolo Principe, scritto e illustrato con Dagli albori del 900 fino alla seconda guerra mondiale, la figura e le imprese (riuscite e mancate) dello scrittore aviatore alcuni acquerelli durante la sua permanenza a Long Island. Se mai ci fosse bisogno di rammentarlo, la fiaba, ma suona ingiusto chiamarla tale, comincia da un pilota precipitato nel deserto del Sahara e dal suo incontro con un bambino che gli chiede Mi disegni una pecora? Il Sahara, in Marocco, rappresenta soltanto uno spicchio sottilissimo del Grande Deserto. Casablanca, oggi, è la più occidentale delle città marocchine. È una selva di antenne satellitari sui balconi e in cima ai tetti. È perfetto emblema di quel disordine edilizio creato dal desiderio di modernità. È anomalo luogo di una libertà sessuale che si esprime anche e non poco nella prostituzione. È incarnazione architettonica della fede islamica nel gigantismo della Moschea di Hassan II, in grado di accogliere 25mila fedeli al suo interno e 80mila nella spianata all esterno, dominata da un minareto alto 210 metri, tanto immensa da poter contenere nella sala della preghiera la basilica di san Pietro. I cani vagano ancora nelle strade di Casablanca, magri come le memorie urbane dei tempi di Antoine, e in quella che oggi si chiama genericamente la Città Vecchia: poca cosa, dimensione dove gli edifici d epoca sono abbandonati, abitati dalla povertà, sormontati dall insegna di un bar o Nelle pagine il museo a Casablanca, i ritratti di Saint-Exupéry, il bar di cui parla Bernard Marck nel suo libro, In alto la prima edizione del Piccolo Principe, in basso la copertina del libro di Marck di un ristorante con scarso potere di richiamo per il turista. Proprio lì si torna ad incontrare Saint-Exupéry pilota dell Aéropostale. In boulevard Mohammed V, accanto alla sede del quotidiano Le matin. Il posto si chiama Le petit Poucet, Pollicino, annunciato da una brutta scritta al neon. Non bisogna badarci, ed entrare. L odore del passato non è un fatto di narici, ma di cuore. Gli arredi si ostinano a lottare contro i colpi bassi del tempo, insieme a tappezzerie rosse e decori che mantengono, nonostante le offese, orgoglio e dignità. Il bancone e gli sgabelli della sala bar, relegati nell ombra, non vedono più, da chissà quanto, avventori seduti a centellinare un pernod o un cognac. Il cameriere fa scivolare sul tavolo il menu du jour, e poi, a te che sei straniero, indica l angolo di una parete sussurrando discreto «Forse monsieur non sa che conserviamo una lettera di complimenti al nostro ristorante da parte di Saint-Exupéry». La lettera, chiusa nel rettangolo di una cornice similoro, scritta sulla carta intestata della Taverne Brasserie Petit Poucet, Maison fondée en 1920, è priva di data. Antoine rinnova la sua soddisfazione per l accoglienza. Il testo è inframmezzato da due disegni: un uomo seduto a un tavolo mentre scrive, e un angelo imprigionato da una corda intorno alla vita che gli impedisce di volare. Gli abitanti di Tarfaya sono diecimila, in mezzo alla sabbia delle dune. Tra di loro c erano anche gli uomini che collaborarono con Antoine quand era caposcalo. L ultimo, un meccanico, è morto pochi anni fa. Dal 2004, qui ha aperto un modesto ma commovente museo dedicato alla memoria del pilota dell Aéreopostale. Ricorda il direttore, Sadat Shaibata Mrabihrabou: «Avevo cinque o sei anni, e proprio da quel meccanico udii pronunciare per la prima volta il nome di Saint-Exupéry. In seguito ho letto Il piccolo principe e la storia di chi lo aveva scritto. Ho pensato che dovevamo esserne anche noi custodi». Nello spiazzo davanti al museo, un aereo ancorato a un piedestallo guarda verso il cielo. Non può volare, come l angelo disegnato da Antoine sulla lettera al Petit Poucet. I sogni, invece, volano senza che nulla o nessuno possa impedirglielo. Volano dall asteroide B612 al Sahara, da Lione a Casablanca. E se un giorno svaniscono nel profondo del Mar Tirreno, non per questo smettono di vivere. GERENZA Il manifesto direttore responsabile: Norma Rangeri a cura di Silvana Silvestri (ultravista) Francesco Adinolfi (ultrasuoni) con Roberto Peciola redazione: via A. Bargoni, Roma Info: ULTRAVISTA e ULTRASUONI fax tel e impaginazione: il manifesto ricerca iconografica: il manifesto concessionaria di pubblicitá: Poster Pubblicità s.r.l. sede legale: via A. 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4 (4) ALIAS SPARATUTTO BELLICI BATTLEFIELD 4 Pornografia bellica: il piacere di uccidere anche in gruppo di FEDERICO ERCOLE L arte della guerra virtuale di Battlefield, serie di videogiochi bellici sviluppati dalla svedese Dice, che sta per Digital Illusions Creative Entertainment. Gli sparatutto di guerra sono una versione hi-tech per adulti e adolescenti di attività ludiche per bambini, quando si giocava con le spade o i fucili di plastica. O con i soldatini. Possono non piacere ma è una cosa ipocrita, in un mondo che lucra sulle vere guerre, considerarli antieducativi. Abbiamo intervistato Manuel Llanes a Milano durante la Games Week; è il senior game designer di Battlefield 4, un romano di 35 anni che da nove lavora a Stoccolma per Dice. Ci dici qualcosa sulla modalità single player di Battlefield 4? La modalità per giocatore singolo è ricca di eventi. Può rimandare all Odissea e racconta di una portaerei americana che si trova a dovere intraprendere un lungo viaggio di ritorno verso casa in una situazione di guerra tra Cina, Russia e Stati Uniti. Poi ci sono delle storie nelle storia che raccontano di quei personaggi, donne e uomini, che vivono in maniera soggettiva questa odissea. Si tratta dunque di una storia di rilievo, recitata da attori di talento, che giudico interessante a prescindere dalla modalità multiplayer. Come lavorate per creare un dimensione bellica e militare realistica? C è un lavoro di ricerca e di studio, è raro ma possibile che ci avvaliamo di consulenti esperti. Soprattutto c è molta fantasia, perchè è vero che c è del realismo, ma sempre filtrato dalla lente del divertimento. Se davvero imitassimo l esperienza bellica ci sarebbero cose noiose, o emotivamente troppo potenti, e noi preferiamo concentrarsi sul valore d intrattenimento del Una guerra che fa ridere gioco. Ci sono film di guerra che ti hanno ispirato per Battlefield 4? Per Battlefield 4 non in particolare, perché ho lavorato alle meccaniche ludiche e tecniche del gioco, come il funzionamento delle armi, dei veicoli o il movimento dei personaggi. In passato, per Bad Company, mi sono ispirato a Mash e Three Kings a causa degli elementi satirici che questi due film condividono con l idea che avevamo del videogioco che stavamo sviluppando. Credi che gli sparatutto di guerra siano apologetici della violenza? Rimanendo nell ambito del nostro gioco devo ammettere che soprattutto il multiplayer è estremamente forte, anche se non esageriamo con il sangue. Nello stesso tempo tuttavia è molto clownwesco e cartoonesco da giocare. Per esempio ci si può gettare da un palazzo, aprire il paracadute, entrare al volo in un elicottero, farlo schiantare su un carro armato, saltare fuori... Insomma fa ridere. Si tratta di un esperienza rocambolesca e divertente, per questo è una negazione del realismo. Per quanto riguarda la storia, se negli altri episodi della serie siamo stati più ironici, nel terzo e quarto abbiamo costruito una trama che appartiene al genere del thriller. Non voglio anticipare troppi dettagli su Battlefield 4, ma contiene un messaggio di pace. Qualcuno ci ha contestato il fatto che trattiamo i cinesi come il nemico, ma non è vero perché questi sono sia avversari che amici e alleati. Cosa ne pensa del lavoro di Hideo Kojima con «Metal Gear»? I suoi giochi sono di guerra e pacifisti insieme. Hideo Kojima è venuto in visita numerose volte ai nostri studi. È sempre attento al lavoro degli altri studi di sviluppo. A me piace molto il suo stile narrativo, come infrange il muro tra le arti. Io amo i videogiochi e penso che vi si trovi la dimostrazione di tanto talento, dai videogame indipendenti a quelli sviluppati Intervista a Manuel Llanes, designer di Battlefield 4: «Non voglio anticipare troppi dettagli, ma contiene un messaggio di pace» per gli smartphone, fino alle superproduzioni. I tuoi giochi preferiti? Nell ambito in cui lavoro apprezzo molto The Sims e Fifa. Ma se devo scegliere qual è il mio gioco preferito allora è Dark Souls. Poi ci sono i bellissimi The Walking Dead e The Last of Us. Il rapporto tra i tuoi figli e i videogiochi? Noi abbiamo due gemelli di sei anni, maschi. I videogiochi che li divertono di più sono quelli in cui cooperano, più di quando si affrontano come avversari. Per esempio quando giocano in quattro a Minecraft, insieme con i bambini dei vicini, li vedo esprimere una creatività che considero fantastica. Poi amano giocare anche a qualche videogame in cui si spara, ma sempre quelli più fantasiosi. Io ho fatto vedere loro di tutto, compreso Dark Souls, spiegando il suo ambito narrativo e ludico. I bambini distinguono molto bene la realtà dalla fantasia. Più i giochi sono ricchi di creatività più li appassionano. È giusto che i bambini si divertano con giochi fisici e veri, ma anche con i videogiochi, quando questi sono opere ricche di idee e qualità. di FRANCESCO MAZZETTA Michele Rak, nell'introduzione al volume scritto da Marco Accordi Rickards e Francesca Vannucchi e da lui curato Il videogioco, Mercato, giochi e giocatori (Mondadori Università, 2013), parla di «pornografia bellica» e, riflettendo sul termine, il videogioco che viene in mente per primo è esattamente Battlefield 4. Il più recente episodio del «brand» di sparatutto bellici in prima persona, sviluppato da Dice per Electronic Arts e proposto per tutte le piattaforme possibili, combina le tradizionali modalità single e multiplayer mettendoci di fronte ai nemici (stavolta cinesi) e permettendo un'esperienza bellica estremamente varia e soddisfacente. Proprio per questo è azzeccata la definizione dello studioso del patrimonio culturale Michele Rak. Nell'Enciclopedia Treccani alla voce «pornografia» si legge che è: «Trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, foto, film, spettacoli, video ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore... nella società di massa, il realismo e il simbolismo erotico vengono contaminati dalla trivialità e dall insistenza compiaciuta su perversioni sessuali o su pratiche sado-masochistiche». La morte, di certo un soggetto osceno, viene rappresentata nello sparatutto al fine di stimolare il piacere ludico nell'uccidere altre persone, per quanto virtuali. Battlefield 4 amplifica tale piacere incentrando su questo tutto il proprio gameplay. Ogni uccisione assegna un punteggio (maggiore ad esempio nel caso di colpo in testa) e in modalità multiplayer ci meritiamo un punteggio anche «di squadra» quando favoriamo l'uccisione di un avversario da parte di un compagno di squadra mentre durante la campagna possiamo indicare alla nostra squadra (virtuale) gli obiettivi ordinandone l'eliminazione. Più uccisioni facciamo più saliamo nella gerarchia dei giocatori, sbloccando armi più potenti che consentono

5 In pagina, a sinistra immagini di Battlefield 4, a destra, l ultimo «Call of Duty» e DOOM. La foto di Manuel Llanes è di Federico Pece ALIAS (5) ANNIVERSARI VENT'ANNI DI DOOM performance sempre più efficaci. Nella campagna ci troviamo a combattere contro le truppe cinesi, ma non è mai particolarmente chiaro il motivo. L'importante è avere qualcuno da uccidere, e allora ben presto il passaggio obbligato è alla modalità multiplayer per affrontare non nemici virtuali, ma simulacri di persone reali, studiare i loro comportamenti, attrezzarci per sconfiggerli e... sì, uccidere. Perché di questo si tratta: del piacere di uccidere che si sfoga non in un mero essere spettatori come di solito accade nella pornografia a sfondo sessuale, ma precisamente nel partecipare a pieno titolo all'orgia. Dove però non ci sono corpi reali sfruttati o martoriati ma dove tutti sono partecipi grazie anche a livelli e modalità (13 differenti) che esaltano le doti individuali, sia ha chi abbia l'animo del cecchino, sia a chi propenda per l'assalto più irruento. Se però in giochi come Battlefield 4 la guerra è una pornografia, non siamo di fronte necessariamente a un incitamento alla violenza, all'arruolamento, alla strage. Perché alla fine di uno stage ci si trova tutti - amici e nemici - al breafing riassuntivo e ci si assegna a vicenda virtuali pacche sulle spalle, complimenti e appuntamento al livello successivo. Battlefield 4 può rimandare all Odissea: il ritorno a casa di una portaerei Usa durante una guerra con la Cina e la Russia «GHOSTS» L ULTIMO «CALL OF DUTY» Col nostro pastore tedesco contro la Federazione sudista di F. M. In Ghosts, l'ultimo arrivato nella famiglia Call of Duty, sviluppato da Infinity Ward, Raven Software e Neversoft e pubblicato da Activision sia per la vecchia sia per la nuova generazione hardware, Pc compreso, è arrivato nei negozi e come al solito alimenta le discussioni in rete tra detrattori e appassionati che comunque ne decretano il successo di vendite. In realtà parlare di Ghost è imbarazzante per chi scrive. Perché occorre esaltare il pathos della storia dedicata al single player, ma contemporaneamente esecrarne incongruenze, luoghi comuni e soprattutto assurda brevità. Perché occorre sottolineare la fluidità del multiplayer e la presenza della cooperativa demenziale che in questo caso, a differenza che in Black Ops, ci vede affrontare non gli zombie ma gli alieni, e contemporaneamente notare come sia il level design, sia le possibilità di personalizzazione dei soldati siano poco calibrate. Ma procediamo con ordine. Il single player, da cui il gioco trae il titolo. I "Ghosts" sono una squadra di soldati americani addestratissimi ed in grado di combattere in condizioni avverse. Ce ne racconta - a noi (dopotutto siamo in un gioco in prima persona) e a nostro fratello - nostro padre facendola sembrare una favola della buonanotte un po' hard, come piacerebbe a un veterano di mille battaglie. Della madre non c'è traccia, ma poco male: potremmo essere in una storia di Cormac McCarthy. Improvvisamente la Federazione, il cartello degli stati sudamericani (non si parla di comunisti, ma si sa che gli attuali governi a sud dell'equatore non piacciano granché agli americani), attacca una stazione orbitale americana prendendo possesso di una potentissima arma con cui sferra devastanti attacchi agli Stati Uniti. In seguito scopriremo che nostro padre non era altri che un soldato di quella mitica squadra che ancora guida in missioni impossibili nella terra di nessuno tra le forze degli Stati Uniti e quelle della Federazione assestata tra Los Angeles e San Diego: dove le più celebri spiagge del mondo si trasformano in zona di sbarco per le truppe delle opposte fazioni. Di più: anche il comandante in capo alle forze della Federazione è stato un Ghosts e conosce alla perfezione sia nostro padre, con cui ha un conto in sospeso personale da saldare, sia le tattiche belliche della squadra, così da guerra globale la storia trasforma in conflitto personale. Però la storia si conclude poche ore dopo con il consueto colpo di scena, lasciandoci perplessi - nonostante la varietà di situazioni: dal fondo del mare allo spazio orbitale, passando per mezzi come elicotteri, ecc. - sul fatto d'aver giocato ore intense, ma davvero troppo poche. Per il multiplayer, fatti salvi i furiosi attacchi alieni in Extinction, particolarmente intriganti come del resto le già citate sezioni zombie di Black Ops se giocate assieme ad amici, lasciano un po' perplesse le mappe che fondamentalmente non ispirano particolari personalizzazioni dell'equipaggiamento perché dedicate ad assalti potenti e furiosi. Divertentissimi da subito ma che alla lunga corrono il rischio d'annoiare. «Last but not least»: la presenza del nostro cane, un pastore tedesco di nome Riley, a cui potremo dare dei comandi o addirittura guidare per eliminare in modo stealth nemici che ci sbarrano la strada. E che potremo usare anche come arma aggiuntiva - dopo che l'avremo sbloccato coi punti esperienza - in multiplayer. L antenato degli sparatutto di FRANCESCO MAZZETTA Il 10 dicembre del 1993 sui server della Bbs (acronimo di «bullettin board system», bacheche elettroniche antenate del world wide web) di Software Creations e su quelli Ftp della University of Winsconsin-Madison viene rilasciato gratuitamente il primo episodio, Knee-Deep in the Dead, di un nuovo gioco: Doom. Viene rilasciato shareware, ovvero liberamente redistribuibile. La versione a pagamento è quella completa, comprensiva anche degli ulteriori due episodi: Shores of Hell e Inferno. Alla Id Software, la società sviluppatrice, Doom è costato dissidi interni e contrasti che hanno portato a divisioni, all'abbandono della società da parte di uno dei fondatori e tra i principali game designer, Tom Hall (che in seguito contribuì a notevoli titoli come Rise of the Triad e Duke Nukem' 3D), e all'emergere della leadership sempre più incontrastata del principale programmatore dei motori grafici: John Carmack. Ma d'altra parte, il successo di Doom non si misura solo sui numeri, pure impressionanti: si stima infatti che nel 1995 la versione shareware fosse installata su più di 10 milioni di computer (più di quelli su cui era stato installato Windows 95, nonostante i soldi spesi in promozione da Microsoft). In più la modalità «libera» di diffusione e la possibilità di operare sul codice hanno di fatto creato la comunità «modder» che, tramite editor sviluppati da appassionati permetteva praticamente a tutti la creazione di livelli aggiuntivi da distribuire e da aggiungere sia alla versione shareware sia alla versione completa. In Doom non abbiamo di fronte solo soldati ma anche - inizialmente - Imp, una sorta di diavoli con spine e artigli che da lontano ci scagliano contro palle infuocate e da vicino ci fanno a brandelli coi loro artigli. Progressivamente la caratterizzazione demoniaca aumenta, presentando nemici sempre più fantasiosi e inquietanti: i Baron of Hell, energumeni palestrati e cornuti su enormi zampe caprine, i Cacodemoni enormi e ripugnanti sfere fluttuanti in grado di vomitare tremende sfere d'energia, lo Spiderdemon, un gigantesco cervello montato su meccaniche gambe ragnesche con enorme mitragliatrice incorporata, ecc. E non è solo una questione visiva: il giocatore impara ben presto che altrettanto importanti sono le orecchie che gli permetteranno di riconoscere l'ansimare dei mostri ancor prima di averli di fronte, o il rimbombare dei passi dei demoni maggiori. Ancor oggi, nonostante il genere sia arrivato alle vette iper-raffinate di gameplay e di grafica, ad esempio di un Crysis 3, Doom rigiocato nella «Bfg edition» per le consolle di ultima generazione o sui computer con DOSBox (un emulatore che fa comportare Windows da Xp in poi come se girassero con Dos), dopo i primi istanti di smarrimento per la mancanza dell'asse verticale (possiamo solo spostare la visuale a destra e a sinistra sull'asse orizzontale, non in alto e in basso) e di grafica «pixellosa», rapisce il giocatore nei suoi meandri videoludici. Non è un caso: l'fps è il primo vero genere videoludico originale, che non simula/imita qualche corrispettivo non videoludico. Non è un caso che i tentativi di tradurre (anzi, meglio, di «remediare») questo genere videoludico all'interno di altri media siano falliti clamorosamente: vedi il film di Bartkowiak (2005) o la serie di romanzi di Ad Hugh e Linaweaver (Multiplayer.it 2010/11). L'Fps, da Doom in poi, è il genere videoludico per eccellenza, incurante delle accuse di riproporre sempre se stesso senza originalità, e insofferente a soluzioni che lo snaturino. Cerca invece di esplorare soluzioni ad esso interne, si tratti dello sviluppo narrativo, dei risvolti tattici, del realismo grafico, ecc. E la misura del successo di un titolo rispetto ad un altro è esattamente il riuscire, come e più di Doom,ad inchiodare il giocatore davanti allo schermo fino alla fine e oltre (non dimentichiamo il multiplayer!), incurante delle ripetute morti virtuali che lo affliggeranno per avere ragione dell'ennesimo labirinto zeppo di nemici che vivono la loro vita elettronica con l'unico scopo di fermare la nostra avanzata.

6 (6) ALIAS ASSOCIAZIONE SPORT ASD PARKOUR MILANO di PASQUALE COCCIA Niguarda è un quartiere a nord di Milano, fiancheggiato da un arteria che porta verso la Brianza. Un quartiere operaio caratterizzato dai casermoni che accolsero l immigrazione meridionale degli anni Sessanta del secolo scorso, e lungo quell arteria costituita da viale Zara e viale Fulvio Testi di buon mattino i tram e gli autobus portavano gli operai verso le grandi fabbriche di Sesto San Giovanni. Su viale Fulvio Testi, al termine del loro turno di lavoro, centinaia di operai con il loro impegno volontario costruirono un palazzo di sei piani lungo il quale campeggiava la scritta a caratteri cubitali L Unità, la redazione nazionale del giornale. Oggi, a poche centinaia di metri da quel palazzo, poi venduto ai giapponesi, un gruppo di ragazzi pratica il «parkour». Hanno recuperato uno spazio di proprietà del Comune di Milano lasciato all incuria per dodici anni, inizialmente progettato come spazio per ospitare un impianto di bowling in continuità con la piscina Scarioni, aperta appena tre mesi all anno, nel periodo estivo. Quello spazio di 2 mila metri quadri lo hanno ripulito e reso attivo. Per anni il loro luogo di allenamento è stata la strada, i grandi spiazzi all aperto, gli slarghi davanti alle stazioni periferiche della metropolitana, Bonola, San INCONTRI DAVIDE POLLI, DOMENICO CREA A Niguarda un luogo per allenare i ragazzi dell acrobatico parkour Donato, Famagosta, il loro pubblico le migliaia di persone che al termine della giornata lavorativa uscivano dalle stazioni del metrò. Raccontano con una punta di orgoglio del raduno di parkour del 2011, tenutosi davanti all uscita della metropolitana Romolo, al quale parteciparono circa 350 ragazzi provenienti da ogni parte d Europa, il tutto con il passaparola su internet. «La nostra è un attività destrutturata» afferma Davide Polli 30 anni, un passato lavorativo in una ditta di import alimentare e anima dell associazione Asd Parkour Milano «che nasce nella strada e richiede una preparazione fisica rigorosa, non si può improvvisare. È fastidioso quando parlano di noi come di quelli che saltano da un tetto all altro o ci paragonano a quelli degli sport estremi. Anche le organizzazioni sportive ci catalogano nell anonimo elenco «altri sport» ma la nostra attività si chiama parkour. Vogliamo dimostrare che nulla è impossibile, se mentalmente concentrati e fisicamente preparati, qualsiasi obiettivo può essere raggiunto». Soffrono, e non poco, la discriminazione che pesa sul loro mondo, a tratti ribelle, da parte dello sport ufficiale, secondo cui un ginnasta che fa capovolte e volteggi carpiati a corpo libero è considerato un atleta a tutti gli effetti e con l onore delle cronache e loro no, anche se annoverano performer di fama, chiamati spasso sui set cinematografici per riprese acrobatiche o pubblicitarie, grazie alle abilità motorie, che derivano dalla pratica del parkour o del free -- BYCICLE FILM FESTIVAL E' iniziata a Milano ieri e prosegue fino a domenica 15 Bycicle Film Festival, che si svolge nel quartiere di Lambrate. Un appuntamento che vede la proiezione di oltre 40 film (proiezioni allo Street Studio), tra cui molti cortometraggi tutti dedicati al tema della bicicletta. Contorneranno le proiezioni una serie di manifestazioni dedicate alla bici, dalle gare di bikepolo, il polo giocato sulle due ruote alle esibizioni di bmx a opera degli acrobati della bicicletta. È prevista anche la mostra Cicli Illustri, un'esposizione di opere grafiche, realizzate tra gli altri da Mauro Gatti, Alessandro Giorgini, Gloria Pizzilli, che hanno per tema la mobilità sostenibile. Info: (p.c.) running, quest ultimo più acrobatico e spettacolare. La loro impresa, però, si compie all interno dello spazio dato in concessione da Milanosport, la partecipata del Comune di Milano che si occupa degli impianti sportivi, e alcuni di loro stanno facendo salti mortali, al di là degli allenamenti, da circa un anno a questa parte, impegnando risorse finanziarie non irrilevanti per dei giovani. Lo spazio di 2 mila metri quadri è una delle prime strutture in Italia dotato di impianti polifunzionali specifici. Qui hanno trovato spazio anche altre discipline alternative, come il free running, la preparazione allo snowbord free style, all interno di un vasto movimento che in Italia Pper raggiungere certi risultati occorre l allenamento rigoroso e costante. Una severa preparazione atletica va sotto il nome di Indysciplinati, fino alla più tradizionale boxe con un ring costruito interamente da loro. «Da aprile lavoriamo dodici ore al giorno in sette o otto persone, per completare quest opera» dice Domenico Crea da sette anni con la passione del parkour, medico disoccupato, che si arrangia a lavorare a giornate con pazienti nella camera iperbarica di un centro privato o a racimolare qualche euro rilasciando certificati medici per l attività sportiva «abbiamo fatto tutto da soli dai listelli del parquet tagliati e incollati uno a uno fino al legno comprato e portato dal falegname per costruire gli impianti per il parkour secondo le esigenze di allenamento specifiche da noi ritenute indispensabili in rapporto alle diverse discipline che si praticano» afferma con una punta di orgoglio. Sono del quartiere Niguarda e di altre zone limitrofe che lavorano con ragazzi disagiati, bulletti che potrebbero prendere altre strade, ma quando si trovano di fronte agli esercizi di acrobatica si convincono che per raggiungere certi risultati occorre l allenamento rigoroso e costante. Collaborano con il Comitato paralimpico, sono impegnati con i disabili, l insicurezza che si trasforma in sicurezza. Raccontano con orgoglio che due di loro, l estate scorsa sono stati invitati in Norvegia per tenere uno stage, e le meraviglie di quei posti a cominciare dal fatto che palestre come la loro sono attrezzate di tutto punto a spese dei Comune e godono di finanziamenti statali. Si ritengono fortunati i ragazzi di Niguarda per aver avuto in concessione questo spazio, consapevoli che la Norvegia sia lontana, ma i soldi per ristrutturarlo li hanno messi loro. Certo avrebbero preferito essere seguiti da qualche funzionario del Comune e non lasciati a se stessi nel mare magnum della spinosa burocrazia italiana. Quando salutiamo, anche i ragazzini delle elementari saltano, corrono e si rotolano a terra. Il parkour è questo. moderati arabi < > Il 10 dicembre scorso, durante la Giornata internazionale dei diritti dell uomo, i sahrawi hanno protestato contro gli accordi di pesca tra Marocco ed Europa in tutte le città occupate del Sahara Occidentale. I reparti antisommossa di Rabat, formati da poliziotti in abiti civili e da forze ausiliarie, sono intervenuti ancora una volta brutalmente: oltre cento sono stati i manifestanti feriti, tra questi un gruppo di cittadini pro-sahrawi delle isole Canarie. Le iniziative di protesta si sono estese nei quartieri poveri e nelle strade principali di Al Aayoun e Dakla fino a tarda notte. Tra i feriti vi sono Sidi Mohamed Dadach, Lahbib Salhi, Najem Hamma, Mohamed Taleb, Elismaiki Gajmoula, Esaek Eljaafari, Salma Limam, Halab Elbachir, Bamba Lafghir, Ahmed Lafghir, Aalali Boutengiza, Badr Hababa, Niha Laabaidi, Laila leili, Aicha Zaoui (poemariosaharalibre.blogspot.it). IL FILM ANTI-NATALIZIO Happy Sad Christmas. L (anti)film natalizio quest anno (almeno negli USA) si chiama White Reindeer, è diretto dal trentunenne Zach Clark (alla sua quarta regia) e ha come protagonista una delle attuali muse del cinema indie americano, la bionda-vanilla Anna Margaret Hollyman. Il sogno della giovane Suzanne di raggiungere col marito le Hawaii per le vacanze si infrange in un freddo giorno di dicembre, quando quest ultimo resta vittima di un assalto casalingo. Quanti giorni mancano a Suzanne per il suo primo Natale da vedova? Si apre così da subito una nuova prospettiva di disperazione e di scoperta, ovvero l altra faccia di una sonnolenta città della Virginia dietro cui si celano differenti ragioni di stare al mondo, inconfessabili abitudini sessuali e disordini sociali assortiti che mai e poi mai l aspetto esteriore del matrimonio super-blindato della donna avrebbe potuto far supporre. «Il Natale è qualsiasi cosa tu voglia essere»: in qualche modo non lontano dalle premesse di Paradiso amaro di Payne, White Reindeer mantiene miracolosamente inalterato, pur nel suo disallineamento, il suo carattere di commedia mélo-festiva, disponendo comunque di una robusta dose di spleen: è come se in musica desiderassimo emozionarci con Bacharach, ritrovandoci invece con una canzone di Scott Walker, dunque profondamente intristiti ma forse più intensamente felici. Braund, il mai visto. Disponibile da un mesetto su Amazon The Greatest Movies You ll Never See: Unseen Masterpieces by the World s Greatest Directors di Simon Braund, una Storia alternativa dell arte sovrana del XX secolo, dal punto di vista delle sue opere mai realizzate, incompiute, sognate e mai viste da cineasti e spettatori. Da Return from St. Helena di Chaplin fino all ultimo Tony Scott vittima del suo suicidio (Potsdamer Platz), passando per i classicissimi perché tante volte ricordati L enfer di Clouzot e The Other Side of the Wind di Welles, una bella messe di titoli prende in qualche modo vita grazie ai manifesti già concepiti, agli estratti di sceneggiatura, agli storyboards e alle fotografie, tutto destinato all oblio. Fuori qualcosa? Jésus di Dreyer, Napoléon di Kubrick, Who Killed Bambi? di Russ Meyer e il Ronnie Rocket di David Lynch, ma sono tanti, tantissimi Simon Braund, inglese a Los Angeles, si era già occupato minuziosamente del gigantesco tentativo fallito di «ridurre» Dune in pellicola da parte di Alejandro Jodorowsky. Ecco il booktrailer dell edizione francese: Sussurri, sogni e grida.ea proposito di clips, un paio di segnalazioni provenienti dall orbita Criterion, piacevolmente da ritrovare in rete: Bergman s Dreams (http://youtu.be/jfqtlsvdwxq) e Criterion Screams! (http://youtu.be/vvr2nsxeuw8). Il primo, un video-saggio di Michael Koresky e Casey Moore, nel suo breve montaggio riesce a ripensare all inconscio di Ingmar Bergman secondo nuove traiettorie di relazione tra le immagini, con un esplorazione che fonde coerentemente diversi periodi, ciascuno contrassegnato dalla profondità del sogno, del disturbo, dell incubo, anche per puro accidente. L altro, Criterion Screams!, gioca in un minuto e mezzo con un tòpos cinematografico per eccellenza, l espressione del terrore al massimo grado, introdotto e chiuso dal film che meglio ne ha sviscerato la meta-fenomenologia, Blow Out (Brian De Palma, 1981).

7 ALIAS (7) A CURA DI SILVANA SILVESTRI CON ANTONELLO CATACCHIO, ARIANNA DI GENOVA, GIULIA D AGNOLO VALLAN, MARCO GIUSTI, GIONA A. NAZZARO, CRISTINA PICCINO I FILM SINTONIE LA BELLA ADDORMENTATA BALLETTO DEL BOLSHOI. RUSSIA Il differita da Mosca il 17 dicembre il celebre balletto del Bolshoi. La crudele strega Carabosse, offesa per non essere stata invitata alla festa per la nascita della principessina, lancia sulla piccola Aurora una maledizione. Sarà la Fata dei Lillà a convertire la condanna a morte, sancita dalla puntura di un fuso avvelenato, in un lungo sonno da cui Aurora si sveglierà solo grazie al bacio di un Principe. BERT STERN: L UOMO CHE FOTOGRAFÒ MARILYN DI SHANNAH LAUMEISTER, CON BEN STERN, SHANNAH LAUMEISTER, USA Bert Stern, l'uomo che ha fotografato Marilyn Monroe, il pubblicitario da milioni di dollari, il regista e il fotografo di moda, qui è ritratto come l uomo che con la sua arte, ha saputo in tanti anni re-inventarsi, sfidarsi, vincere e perdere, senza rimanere un'icona patinata. COLPI DI FORTUNA DI NERI PARENTI, CON CHRISTIAN DE SICA, FRANCESCO MANDELLI, ITALIA Lillo un ex ballerino di fila di Raffaella Carrà, ridotto a fare il maestro di danza in una casa di riposo, eredita un fratello segreto, Greg. Nel secondo episodio c'è l'incontro tra l'uomo più fortunato del mondo (Christian De Sica), e un traduttore di mongolo con un'aura decisamente negativa (Francesco Mandelli). Nell episodio di Luca e Paolo uno dei due ha fatto una grossa vincita ma smarrisce il tagliando fortunato durante i festeggiamenti. FROZEN: IL REGNO DI GHIACCIO DI CHRIS BUCK, JENNIFER LEE, ANIMAZIONE. USA Anna, una giovane sognatrice, intraprende un epico viaggio in compagnia del coraggioso Kristoff e della sua fedele renna Sven alla ricerca della sorella Elsa, i cui poteri glaciali hanno intrappolato il regno di Arendelle in un inverno senza fine. INDOVINA CHI VIENE A NATALE DI FAUSTO BRIZZI, CON DIEGO ABATANTUONO, CLAUDIO BISIO, ITALIA Film corale e natalizio dove l oggetto del contendere, dopo i maschi contro femmine e le femmine contro i maschi sono i parenti e i cenoni: nel cast con Abatantuono e Bisio, Raoul Bova, Carlo Buccirosso, Cristiana Capotondi, Angela Finocchiaro, Claudia Gerini, Isa Barzizza, Rosalia Porcaro. IL NATALE DELLA MAMMA PERFETTA DI IVAN COTRONEO, CON LUCIA MASCINO, ALESSIA BARELA, ITALIA Il film racconta i giorni frenetici che precedono il Natale, in cui le quattro mamme imperfette troveranno una via di fuga alla quotidianità trovando delle alternative insperate. PHILOMENA DI STEPHEN FEARS, CON MARE WINNINGHAN, JUDI DENCH, UK Irlanda, Philomena Lee, ancora adolescente, resta incinta. Cacciata dalla famiglia, viene mandata nel convento di Roscrea. A tre anni il piccolo Anthony le viene strappato e viene dato in adozione. Per anni Philomena cercherà di ritrovarlo. Cinquant'anni dopo racconta a Martin Sixmith, un giornalista, la sua storia e lo convince ad accompagnarlo negli Stati Uniti per andare alla ricerca di Anthony. Costruito alla perfezione, grande successo al festival di Venezia. ROYAL OPERA HOUSE: PARSIFAL DI STEPHEN LANGRIDGE, CON SIMON O NEILL, GERALD FINLEY, UK Una nuova produzione del Parsifal, senso di colpa, morte e redenzione. Questa versione è diretta da Stephen Langridge, che ha portato in scena il celebre Minotauro di Harrison Birtwistle. Per realizzarla si è riunito uno straordinario cast di cantanti wagneriani: il tenore Simon O'Neill è Parsifal (il 18 dicembre). I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY DI BEN STILLER, CON BEN STILLER, SEAN PENN, USA Walter Mitty è un moderno sognatore, lavora in una rivista e compie viaggi mentali lontano dalla sua noiosa esistenza, entrando in un mondo di fantasie caratterizzate da grande eroismo, appassionate relazioni amorose e trionfi contro il pericolo.e un giorno sarà veramente costretto a passare all azione. Remake del famos film con Danny Kaye. SPAGHETTI STORY DI CIRO DE CARO, CON VALERIO DI BENEDETTO, CRISTAN DI SANTE, ITALIA Quattro giovani dei nostri giorni che sembrano avere le idee chiare su chi sono e cosa vogliono ma di fatto restano ingabbiati nei propri schemi mentali. Ognuno giudica l altro ed è cieco di fronte alle proprie esigenze e potenzialità. Il cambiamento avviene con l incontro della giovane prostituta cinese Mei Mei. BLUE JASMINE DI WOODY ALLEN, CON CATE BLANCHETT, ALEC BALDWIN, USA Film attualissimo e feroce, è una inaspettata non commedia che nasconde uno dei personaggi più irredimibili che la satira alleniana abbia mai architettato: Jasmine (Cate Blanchet). Quando il ricchissimo marito (Alec Baldwyn) si rivela un truffatore di proporzioni monumentali, lascia l Upper East Side alla volta di San Francisco dove sua sorella Ginger si mantiene lavorando alla cassa di un supermercato. Inorridita dai gusti inferiori della sorella Jasmine la istiga a «mirare più in alto». Dietro al volto aristocratico di Blanchet (stragrande favorita agli Oscar di quest anno) emergono i neri cupissimi di Crimini e misfatti.(g.d.v.) UN FANTASTICO VIA VAI DI E CON LEONARDO PIERACCIONI, CON SERENA AUTIERI, GIORGIO PANARIELLO. ITALIA Per la prima volta in una commedia italiana degli ultimi anni, viene messo in scena un canino, certo Pantocho, odioso quanto il suo padrone, un nuovo ricco razzista (Giorgio Panariello) e l animalino non muore. Poi torna il Ceccherini, barbuto e con ruolo paterno, visto che è il babbo di Chiara Mastalli, e dimostra che può far ridere anche in ruoli più maturi. Terzo elemento, la presenza di una giovane attrice catanese, Marianna Di Martino, bella e brava, e qui come ragazza incinta e confusa ruba la scena a tutti. Quarto e ultimo elemento, la scelta di Pieraccioni, dopo tanti film di successo ma spesso un po tutti uguali, di cambiare un po e diventare adulto in mezzo a un gruppo di giovani, confontandosi con la nuova scena della commedia italiana. Lavorare alla sceneggiatura con Paolo Genovese si è dimostrata positiva e innovativa. Solo l averci riportato intatto in un film di Natale il Cecche con la barba contro il dragone dell Hobbit è una mossa geniale. (m.g.) LO HOBBIT LA DESOLAZIONE DI SMAUG DI PETER JACKSON, CON MARTIN FREEMAN, RICHARD ARMITAGE. USA Più spettacolare, appassionante, movimentato e semplicemente più bello da guardare del primo, questo è il secondo capitolo della trilogia prequel del Signore degli Anelli. Dopo aver vissuto questi anni nell universo di Tolkien, Jackson si sente ormai autorizzato a fare delle variazioni sul tema piuttosto che adattare fedelmente i testi dello scrittore. Come se stesse lavorando su una mitologia che è anche la sua. La sfida, per i puristi tolkeniani è quella di accettare il gioco e di fronte a questo sarebbe un peccato non farlo visto che si contano sulle dita di una mano i registi che fanno fantasy all altezza di Jackson. (g.d.v.) DIETRO I CANDELABRI DI STEVEN SODERBERGH, CON MICHAEL DOUGLAS, MATT DAMON. USA Nessuno studio hollywoodiano ha avuto il coraggio di seguire Soderbergh nel mondo ipersfarzoso di Wladziu Valentino Liberace, nemmeno con Michael Douglas nel ruolo del fiammeggiante virtuosistico pianista. Così si sono rivolti alla rete via cavo Hbo e negli Usa il suo film più lussuoso è stato visto solo in tv. Magnificamente anacronistico nell era della legalizzazione dei matrimoni gay è adattato dall omonimo libro di Thorson che, sedicenne, conobbe Liberace durante un week end a Las Vegas. Nonostante sia in ottima forma a quarantadue anni Matt Damon non è un teen ager, ma l aria di naivité che dà al suo personaggio funziona. In quanto a Douglas il suo Liberace è sopra le righe ma non si comporta come tale. E su questo registro di equilibrio assoluto funziona il genio del film. (g.d.v.) LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE DI PIF, CON PIF, CRISTIANA CAPOTONDI, ITALIA Nome d arte di Pierfrancesco Diliberto è Pif, autore di questa riuscitissima opera prima: affronta il problema di come crescere a Palermo dominata dalla presenza della mafia, nell Italia malata degli anni 90 e lo fa con risultati davvero interessanti. La mafia in un film italiano può fare anche ridere, più difficile con la mafia storicizzata, inquadrata nel suo tempo. Il film trova la sua strada migliore nell unire la scrittura comica del quotidiano dei mafiosi e dei palermitani alla scrittura della storia criminale della città. Interpreta il miracoloso Alex Bisogni. (m.gi.) VENERE IN PELLICCIA DI ROMAN POLANSKI, CON EMANUELLE SEIGNER, MATHEIU AMALRIC, FRANCIA Un magnifico gesto d amore per il cinema vivo e per la sensualità. Il punto di partenza è come già nel precedente Carnage una pièce teatrale di David Ives che si è ispirato al romanzo di von Masoch. E la dimensione «da camera» è affermata dal luogo, un teatro vuoto e il confronto tra un attrice e un regista permette a Polanski di spingere ancora più all estremo il suo cinema di interni come forma di visualità sontuosa che non ha bisogno di esibirsi in inutili virtuosismi ma esprime sensualità e piacere nei suoi movimenti impercettibili e sublimi. Il «vecchio maestro» di sensualità e erotismo conosce i segreti e le profonde intimità, il rischio del godimento e della vita e ha pagato molto per questo. (c.pi.) MINA, CELENTANO E TANTO BLU TKO Usa, 2013, 7 10, musica: Justin Timberlake, regia: Ryan Reichenfeld, fonte: Mtv 7È un incubo, una metafora o è davvero realtà l essere trascinati schiena a terra, nel cuore della notte, per chilometri e chilometri in mezzo al deserto, legati con una corda ad un pick-up guidato dalla propria donna? Scritto dal cantante insieme al regista, il video di Tko è tutto mantenuto su toni freddi, mescolando in montaggio alternato questa singolare sequenza di tortura con le immagini della coppia (composta dallo stesso Timberlake e da Riley Keoug) che si fronteggia senza una parola in un interno dal moderno design. Bella l idea alla base e anche la realizzazione di Reichenfeld che gioca sul doppio registro della rabbia e della sensualità, fino alla sconfinamento nella follia. Ma anche sull ambiguità narrativo-temporale: non riusciamo a capire se ciò che vediamo è il presente o un flashforward presente o se, invece, la fine che molte donne sognano di far fare a parecchi maschi è soltanto una terribile visione. CHE T AGGIA DI Italia, 1998, 5, musica: Adriano Celentano e Mina, regia: ignoto, fonte: Youtube 1A corredo dell album Mina Celentano, c era anche una storia a fumetti disegnata da Gianni Ronco, che vedeva come protagonisti i due grandi cantanti sotto forma di paperi, con i nomi di Molly e Destino Solitario. Da qui lo spunto per questo clip-cartoon pensato per una delle canzoni più narrative e dialogate, Che t aggia dì, dove la coppia duetta con un forte accento pugliese (Celentano, che è anche autore del brano, è di origini foggiane). Il risultato è un pregevole lavoro di animazione con inevitabili citazioni (la scena dello strip-tease è ripresa dall episodio di Ieri, oggi, domani con Sophia Loren e Marcello Mastroianni) e diverse raffinatezze grafiche. SOMEDAY (I M COMING BACK) Uk, 1992, 4 27, musica: Lisa Stansfield, regia: Marcus Nispel, fonte: Youtube 7Un gioco di intarsi e di finestre dove domina il volto della vocalist di Manchester che si sdoppia in una serie di cornici, tendine elettroniche o viene inscatolato in pseduomonitor televisivi. Nispel lavora soprattutto sul blu, molto saturo e molto anni Novanta, cui di tanto in tanto contrappone un rosso altrettanto acceso. Bella la fluidità delle immagini e l impaginazione che riesce a creare. Insomma il risultato è uno stile piuttosto «videoarte». Someday è incluso nella colonna sonora del film La guardia del corpo di Mick Jackson con Kevin Costner e Whitney Houston. MAGICO STILL LIFE DI UBERTO PASOLINI, CON EDDIE MARSAN, JOEANNE FROGGART. UK 2013 Proprio mentre tutto il mondo è intorno alla salma di Mandela, in un funerale che durerà parecchi giorni, esce questo film che racconta dell estrema solitudine di chi vive e muore senza avere nessuno accanto. Ma c è qualcuno che si prende cura come può di questi poveri individui, un impiegato del comune addetto a rintracciare eventuali parenti ed assistere, quando non si presenta nessno, ai funerali. Uomo schivo, maniacale e solitario anche lui, fa molto di più di quello che dovrebbe, sceglie perfino con cura la musica più adatta ai diversi soggetti, secondo la loro personalità e religione. La storia è raccontata con il più grande minimalismo, come una strip tracciata a matita, un film di Tati senza lo sguardo felice (ma con parecchio humour nero). E un po alla volta si ha la percezione di una società spietata che ha perso ogni parvenza di pietas e misura tutto con il denaro. Taglieranno anche il suo lavoro, un incarico che svolge scrupolosamente ma in maniera troppo costosa per il comune (come parte per il tutto, il film suggerisce i tagli che in Inghilterra sono stati operati in grande stile). Però al limite del licenziamento qualcosa comincia a cambiare nella sua vita. Il regista aveva già posato il suo sguardo sulla società come produttore dell epocale Full Monthy. Questo è il suo secondo film dopo Machan, la storia dei singalesi che si fingono una squadra di palla a mano per entrare in Germania senza permesso di soggiorno. (s.s.) IL FESTIVAL SULMONACINEMA CINEMA PACIFICO,18-21 DICEMBRE Il festival dedicato al nuovo cinema italiano diretto da Roberto Silvestri, presenta otto film in concorso, tutte opere prime (solo due seconde): Transeuropae Hotel, Via Castellana Bandiera, Miele, Salvo, La città ideale, Il venditore di medicine, Zoran, La prima neve, tutti film accomunati da una tematica comune: «noi e gli altri. I muri materiali e immateriali che ci dividono. La necessità di romperli». Da quest anno, il riconoscimento del festival alle migliori colonne sonore si chiamerà «Premio Gabrielle Lucantonio», per ricordare affettuosamente una l autorevole collaboratrice del festival scomparsa quest anno, che aveva creato un premio speciale per compositori emergenti, chiamando come giurati a Sulmona i migliori esperti del settore. È questa la trentunesima edizione del festival, ridotta all osso per la crisi ma non per questo meno vitale. Si è dovuta eliminare per motivi di costi la giuria di studenti delle scuole di cinema provenienti da tutta Italia. Il presidente della giuria, l attore, musicista, regista David Riondino, affiancato da una giuria locale competente, presenterà l anteprima cittadina del nuovo film di Serena Nono Venezia salva. IL PREMIO PREMIO LUX 2013 ROMA, CASA DEL CINEMA,13-14 DICEMBRE Evento del Parlamento Europeo realizzato in collaborazione con il MedFilm Festival, i Lux Film Days dedicati dedicati alla promozione e diffusione delle co-produzioni europee all interno dell Unione si sono tenuti con una serie di convegni sull Europa del Cinema e l Europa dei diritti, il ruolo della cultura come elemento di formazione (il 13 dicembre) e la proiezione dei film finalisti alla Casa del cinema (ingresso gratuito ad esaurimento posti). I film finalisti, sottotitolati in 24 lingue e prodotti in formato digitale, saranno proiettati nei cinema dei 28 Stati membri. Oggi alle ore Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismäki in concorso al Premio Lux Seguirà alle 20.30, la proiezione di The Selfish Giant, altro finalista del Premio Lux 2013, esordio della regista inglese Clio Barnard. Il premio Lux 2013 è stato vinto da Broken Circle Breakdown del belga Felix van Groeningen, un film candidato anche all Oscar, dramma in lingua fiamminga sulla leucemia, love story tra una tatuatrice e un musicista bluegrass. Presentato alla Berlinale, non è ancora stato distribuito in Italia. LA MOSTRA PAOLO PICOZZA ROMA, MACRO, TESTACCIO, PADIGLIONE B, PIAZZA GIUSTINIANI 4 18 DICEMBRE - 26 GENNAIO Il Macro, museo d arte contemporanea di roma presenta «In caduta libera con poco cielo davanti» la prima importante mostra in un museo pubblico dedicata a Paolo Picozza, artista romano nato nel 1970 e scomparso prematuramente nel settembre L esposizione a cura di Achille Bonito Oliva raccoglie circa quaranta opere dell artista tra cui alcuni lavori inediti. Nelle grandi tele rappresenta la sua città tra vedute urbane e periferie oltre a paesaggi di campagne arcaiche, un viaggio dentro il paesaggio contemporaneo. La natura viene interpretata dall artista in tutte le sue possibili metamorfosi: vince una immagine quasi «nordica» e espressionista, che evidenzia con gradazioni tonali le atmosfere notturne. È quasi sempre assente la figura umana. Per l occasione sarà pubblicato un catalogo con un testo critico di Bonito Oliva, un contributo di Fabio Sargentini, un ricordo di Francesca Antonini e un intervista all artista Simone Battiato (estratto dal libro «Inchiesta sull arte. Quattro domande a cinque generazioni di artisti italiani» a cura di Enrico Crispolti, Electa, 2008)

8 (8) ALIAS di FLAVIO MASSARUTTO C è stato un lungo periodo durante il quale l editoria italiana si è completamente disinteressata al jazz. Se si esclude la meritoria battaglia solitaria di Stampa Alternativa, con la collana Jazz People diretta da Gianfranco Salvatore, il resto era buio o quasi. Da qualche anno, invece, assistiamo a una produzione editoriale consistente. Valide e aggiornate storie generali del jazz (in poco tempo sono state pubblicate quelle di Alyn Shipton, Stefano Zenni ed in autunno la Storia del Jazz di Ted Gioia per Edt) e monografie di qualità affollano gli scaffali delle librerie. Va detto però che l attenzione si concentra su grandi del passato oppure su autobiografie di contemporanei di successo (Marsalis, Bollani, Rava e Fresu). Manca un punto di vista sulle esperienze collettive, quasi che il jazz debba per forza essere letto solo attraverso le vite, meglio se spericolate, dei suoi singoli eroi. L intreccio tra vicenda individuale e storia collettiva sembra disperdersi così nei racconti personali e nelle celebrazioni dei «maestri», senza che si colga il fatto che sempre il jazz si è nutrito ed è stato influenzato dai cambiamenti e dalle tensioni sociali. L annuncio della prossima traduzione italiana a cura dell editore milanese Auditorium del libro di George Lewis sull Aacm (A Power Stronger Than Itself. The Aacm and American Experimental Music, The University of Chicago Press, 2008) è dunque una bella notizia che va a colmare un vuoto e ci auguriamo inverta la tendenza. Il libro è nella sua edizione originale un poderoso tomo di 680 pagine nel quale viene ripercorsa la storia della mitica associazione, dalla fondazione nel 1965 ai giorni nostri: conoscerla è indispensabile per comprendere gli ultimi quarant anni di sviluppo del linguaggio afroamericano. Ed è indispensabile anche per ricollocare la storia del jazz secondo parametri che ne riconoscano e valorizzino la natura collettiva e comunitaria. Nella disperazione dei ghetti americani degli anni Sessanta, fatta di alienazione ed emarginazione, una nuova generazione di musicisti ha preso coscienza ed ha assunto un ruolo di leadership culturali e si è presa la responsabilità di un azione che unisse la difesa della propria autonomia e integrità artistica con una funzione sociale. La Aacm (Association for the Advancement of Creative Musicians) di Chicago è un organizzazione dove l attività didattica, lo scambio intergenerazionale, lo sviluppo di una musica di ricerca saldamente intrecciata con l orgoglio afrocentrico e la presenza sul territorio hanno dato frutti incredibilmente maturi. Portandola in scuole, chiese, centri sociali e università la Aacm ha creato per il jazz uno spazio che non fosse solo quello dell intrattenimento nei locali notturni. Fondamentali per tutta la musica a venire sono state le acquisizioni che i musicisti Aacm Dopo anni di disinteresse, l editoria italiana è tornata a riscoprire la musica afroamericana con la pubblicazione di una sfilza di libri. Tante le biografie dei grandi interpreti hanno conquistato: dalla ricerca sul suono a nuove forme di improvvisazione collettiva. Dal South Side di Chicago ai teatri di tutto il mondo una nuova musica è risuonata con forza, raccogliendo intorno allo slogan «Great Black Music» una intera tradizione e abbattendo steccati stilistici e pregiudizi. Musicisti come Muhal Richard Abrams, Roscoe Mitchell, Joseph Jarman, Lester Bowie, Anthony Braxton, Henry Threadgill, Wadada Leo Smith, Fred Anderson, Leroy Jenkins e lo stesso George Lewis hanno scritto e continuano a scrivere pagine memorabili, mentre i più giovani Corey Wilkes, Dee Alexander e Nicole Mitchell sono la migliore testimonianza di come quell impulso non si sia affievolito. L esperienza dell Aacm insomma racconta una storia diversa da quella di una sfrenata competitività e di un narcisistico individualismo che informano un certo immaginario cucito addosso al jazz. Coeve e simili, pur nelle necessarie e salutari differenze, sono le esperienze del Bag (Black Artists Group) a St. Louis e della Underground Musician Union, in seguito Union of God s Musician and Artsist Ascension (Ugmma), a Los Angeles guidata dal pianista Horace Tapscott raccontate magistralmente da Benjamin Looker (Point From Which Creation Begins: The Black Artists' Group of St. Louis, Missouri Historical Society Press, 2004) e Steven Isoardi (The Dark Tree-Jazz and the Community Arts in Los Angeles, University of California Press, Berkeley 2006). Insieme formano una trilogia del jazz collettivo e dimostrano l enorme spinta PAGINE UN VOLUME SULLA STORIA DELL ASSOCIAZIONE DI CHICAGO Aacm, il jazz è collettivo culturale e politica che ha agitato e percorso gli anni Sessanta e Settanta rinnovando radicalmente non solo il linguaggio ma anche modi di stare insieme, di produrre e di promuovere la musica. La lettura di queste storie ci aiuta anche a considerare la vicenda del jazz strappandola a una visione tutta incentrata su New York e sul business editoriale e discografico ad esso collegato. Una visione, quest ultima, che non aiuta a capire una storia complessa e articolata fatta di scambi e influenze generatrici di dinamiche sociali e culturali. Accanto a quelle esperienze non farebbe male puntare lo sguardo anche a quello che è successo in Europa, a partire dalla rigogliosa fucina olandese e dalla fertile diaspora sudafricana. Un altro clamoroso ritardo editoriale è quello che riguarda la vita e l opera dei musicisti protagonisti della svolta free. In attesa di poter parlare dell appena pubblicato Space Is the Place. La vita e la musica di Sun Ra di John Szwed (Minimum Fax) - il geniale bandleader ampiamente sottovalutato - consoliamoci con la tardiva traduzione di Quattro vite Jazz di A.B. Spellman (Minimum Fax). Il volume (scritto nel 1966) racconta in presa diretta vittorie e sconfitte nella lotta per l affermazione della propria estetica di Cecil Taylor, Ornette Coleman, Jackie McLean ed Herbie Nichols. Un testo che parla del jazz «dalla parte dell artista», denunciando le responsabilità dell apparato economico e produttivo musicale. Una bella notizia viene dalla nuova collana Sonografie diretta da Francesco Martinelli per Edizioni Ets che annuncia di volersi occupare delle musiche nate dopo il Dopo la riedizione del libro di Derek Bailey sull improvvisazione, il secondo volume è sul sassofonista Albert Ayler (Albert Ayler. Lo spirito e la rivolta). Scritto dal tedesco Peter Niklas Wilson dopo una seria ricerca sulle fonti e un viaggio di sei mesi negli Usa, il libro è uno studio sobrio e accurato sullo sfortunato musicista. Il testo tratta nella prima parte la biografia dell artista per concentrarsi nella seconda sulla sua musica con un scrittura chiara e di facile comprensione anche per i non specialisti. L autore, anch egli musicista, è scomparso nel 2003 ed ha scritto apprezzati studi su Ornette Coleman e Anthony Braxton. Altro capitolo riguarda la documentazione dei pensieri dei musicisti attraverso interviste che

9 ALIAS (9) In queste pagine: in grande a sinistra John Coltrane, qui sotto Cecil Taylor, a destra Thelonious Monk, al centro Lester Bowie, e in basso Ornette Coleman. Nelle altre foto le copertine di alcuni dei libri di cui si parla in questi articoli NELSON MANDELA, GLI OMAGGI DEL ROCK di FRANCESCO ADINOLFI La morte di Nelson Mandela, lo scorso 5 dicembre, ha riattualizzato una sequela di pezzi dedicati al leader sudafricano, tra i pochi, nel corso del Novecento e oltre, ad aver avuto una così grande attenzione pop e rock. Storica la Nelson Mandela (Free Nelson Mandela) (foto) degli Special A.K.A. uscita nell 84. Prima della registrazione la band si era sciolta e tre componenti avevano già dato vita ai Fun Boy Three. Jerry Dammers, il fondatore, degli Specials, riuscì a dar vita a una nuova incarnazione della band giusto in tempo per consegnare il pezzo alla storia. Nel 2008 Amy Winehouse la ricanterà in occasione del concerto per i 90 anni di Mandela con una piccola, enorme variazione nel ritornello: «Free Blakey, my fella». Ossia Blake Fielder-Civil, al tempo suo compagno, in carcere. Fu bacchettata dalla stampa inglese. Gli U2 sono appena tornati con Ordinary Love, pezzo-cardine del film appena uscito: Mandela: Long Walk to Freedom. Nel 2003 in un tributo a Mandela a Cape Town, gli stessi U2 avevano eseguito un pezzo intitolato Long Walk to Freedom (titolo alternativo 46664, dalla matricola di detenzione del leader sudafricano): il brano mai pubblicato ufficialmente ha un storia strana. Nel 2002 fu scritto da Dave Stewart con Joe Strummer. Ancora incompleto alla morte di quest ultimo, verrà ultimato con la collaborazione di Bono. (segue a pagina 14) Tre testi ripercorrono vite e carriere di altrettanti protagonisti della scena Usa. Amiri Baraka racconta i maestri, da Blind Tom a Miles Davis non abbiano l episodicità e la fretta del format del magazine cartaceo o online. Raccogliere dalla viva voce dell artista le sue riflessioni e i suoi ricordi è fondamentale per una seria storiografia. Con questo spirito Marcello Lorrai ha realizzato con il contrabbassista William Parker il denso William Parker. Conversazioni sul jazz (Auditorium, 2010). Musicista centrale nella scena afroamericana di New York, Parker attraversa tutta la storia del free dagli esordi nella «loft scene» con l entusiasmo e le libertà creative degli anni Settanta (da ascoltare il ricco cofanetto Centering, NoBusiness Records) fino all approdo alla corte di Cecil Taylor e alla maturità di leader, non solo musicale, degli anni Novanta e Zero. La forza del volume sta nell averlo realizzato attraverso lunghe e ripetute interviste. Lorrai ha lavorato come un paziente documentarista che entra con rispetto nella vita e nell intimità di chi vuole raccontare, lo mette a proprio agio e ritorna più volte su alcuni concetti per sviscerarli fino ad estrarne il massimo di verità. Tutto il contrario di tante interviste che circolano oggi, realizzate via oppure in fretta in un camerino. Un metodo quello di Marcello Lorrai che è contenuto esso stesso e che il lettore interessato al jazz non può che condividere. PAGINE/2 RANDY WESTON RACCONTA RANDY WESTON Intrecci d autore, da Monk a Coltrane di LUIGI ONORI Ci sono storie individuali che raccontano vicende collettive, oppure che si intrecciano - per durata e importanza - con quelle di un intera e vasta comunità. I due volumi (uno studio e un autobiografia) dedicati ai pianisti Thelonious Monk e Randy Weston e la raccolta integrale delle interviste rilasciate da John Coltrane viaggiano in questa dimensione. In modo analogo la celebrazione dei «maestri» connette fortemente vicenda individuale, storia degli afroamericani e politica in Black Music. I maestri del jazz di Amiri Baraka. Robin D.G. Kelley, cinquantunenne, è docente di storia e studi americani all University of Southern California e all Ucla; figura chiave del «black marxism», si è occupato di classe operaria nera, del Partito comunista americano come di fenomeni socioculturali afroamericani, dal jazz alla street culture. Per pubblicare nel 2009 Thelonious Monk. The Life and Times of an American Original (edito nel 2012 da minimum fax, traduzione di Marco Bertoli, con il titolo T. Monk. Storia di un genio americano, pp. 806, euro 22) ha lavorato e ricercato per quattordici anni. «La sua vita non si può scorrere di fretta, per sommi capi, proprio come la sua musica (...) Nell ascolto di Monk, ogni nota è importante; ogni momento elettrico. La sua musica, la sua vita, non sono passibili di campionamenti» (p. 11). Kelley in 29 capitoli e con una mole impressionante di documenti (160 pagine di riferimenti e note) smonta il cosiddetto «monklore» per «rivelare la verità che si cela dietro la leggenda». Ricostruisce la sua approfondita conoscenza della musica classica, l educazione musicale formidabile, la costruzione dell inconfondibile sonorità quale frutto di un intenso lavoro. «T.S. Monk era un essere umano complicato, intelligente, ora cordiale, ora generoso, ora intrattabile» (p. 10); pur soffrendo di disturbo bipolare fin dai primi anni Quaranta, il pianista visse intensamente insieme alla sua gente («ci volle un villaggio per fare Monk - San Juan Hill a New York dove crebbe, n.d.r. - (...) e una grande famiglia estesa» che lo sostenne sempre) e interagì con il suo ambiente interessandosi di tutto, dall architettura alla politica. Lo storico mette in luce la grandezza non di un eroe solitario ma quella di un ribelle, sostenuto da una comunità, che «infranse le regole e creò un corpus e una sonorità che nessuno è mai stato capace di replicare» (p. 600). Nell avvincente trama dello studio kelleyano si evidenziano la professionalità assoluta di Monk come le malattie aggravate da cure scadenti e «dallo stress quotidiano di chi vive di jazz e dall incessante battaglia finanziaria e creativa con l industria musicale» (p. 17). Tra i più accesi promotori del suo libro, spiega Kelley nella prefazione, c è Randy Weston, pianista e allievo di Monk. Insieme a Willard Jenkins (produttore, educatore e giornalista, collaboratore fra l altro di Jazz Times e Down Beat) ha scritto African Rhythms. The Autobiography of Randy Weston (pp. 319, non tradotto in italiano), pubblicato nel 2010 dalla Duke University Press. Il testo viene definito «composto» da Weston e «arrangiato» da Jenkins: come nel caso del volume di Marcello Lorrai su William Parker, l autobiografia è frutto di una lunga frequentazione e di numerose interviste. Anche in questo caso la marcata e originale personalità dell ottantasettenne pianista - è uno dei giganti viventi del jazz - emerge in un affresco collettivo che tocca Stati Uniti e Africa, New York e Tangeri, Brooklyn e Lagos. Randy Weston è il più africanista dei jazzisti ed ha a lungo vissuto e viaggiato in quella che chiama «motherland», collaborando con musicisti quale gli gnawa marocchini e il nigeriano Bobby Benson, ma lasciamogli la parola. «Attraverso la mia musica sono davvero uno storyteller e ho vissuto alcune straordinarie e uniche esperienze (...) Ma il tema costante della mia vita (...) è stato lottare per la gente nera, per la liberazione delle nostre menti e dei nostri spiriti; noi non abbiamo avuto il giusto rispetto per il nostro enorme contributo (...) Ho sempre lavorato per essere una parte di questa impresa collettiva (...) la musica è il mio modo di continuare la lotta di James Reese Europe, Marcus Garvey, Malcolm X, Dr. Martin Luther King, Cheikh Anta Diop (...) E ciò è quello che sto cercando di fare: scrivere e suonare musica che celebri lo spirito dei nostri antenati, musica sulla storica grandezza del nostro popolo, musica che elevi tutti: neri, marroni, beige, rossi, gialli, bianchi (...)» (pp. 1-3). Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste (a cura di Chris DeVito, Edt/Siena Jazz 2012, traduzione di Francesco Martinelli, pp. 337, 20 euro) non aggiunge molto al profilo del grande sassofonista. Disposti cronologicamente dal 1952 al 67, realizzati in tre continenti, i colloqui tornano su alcuni aspetti: l umiltà e la rettitudine di John Coltrane; il suo instancabile sforzo di ricerca; il rispetto per i jazzisti e gli esseri umani; la pulsione spirituale. Nei ricordi del percussionista nigeriano Babatunde Olatunji il sassofonista appare, però, lucidamente consapevole dei meccanismi di sfruttamento degli artisti neri da parte di case discografiche, agenti e manager. «ll mio scopo è di vivere una vita naturalmente religiosa, ed esprimerla nella mia musica. Se uno vive così, quando suona non ha problemi, perché la musica è solo una parte del tutto» (p. 289). Molto più immanente la lettura delle musica afroamericana presente in Black Music. I maestri del jazz di Amiri Baraka (a cura di Marcello Lorrai, traduzione di Giancarlo Carlotti, ShaKe edizioni underground, 2012, pp. 238, euro 20). La complessità di Baraka (autore, fra l altro, del seminale Il popolo del blues agli inizi degli anni Sessanta) nel suo rapporto con la musica e la militanza politico-culturale, trova nella raccolta antologica Black Music - con scritti posteriori alla sua fase di nazionalismo nero - un vivido compendio che giunge sino al XXI secolo. Se per Baraka «la musica rappresenta una componente essenziale, imprescindibile della sua stessa vita e un elemento costitutivo, basilare, della poesia (...) in questa galleria di protagonisti del jazz e della musica neroamericana, che dall Ottocento del prodigo Blind Tom arriva alla fine del Novecento con l ultimo Miles Davis» si ritrovano lo sguardo sociologico e storico insieme all istinto e alla finezza del critico (pp. 7, 10 dell introduzione di Lorrai). Non solo la prosa di Amiri Baraka è «interna» al linguaggio sonoro del jazz fino a raffigurarlo in parole (si leggano le pagine su Monk, Ellington, Ayler) ma la sua ricchezza di riferimenti ci aiuta a capire che stiamo parlando «di una musica che nei suoi punti più alti è stata nella sua essenza una delle forme d arte che in maniera più prorompente nel Novecento hanno espresso l urgenza della libertà, la critica e l alternativa ideale allo stato di cose presente» (p. 12).

10 (10) ALIAS NELSON MANDELA/2 di F. AD. Tra gli artisti che hanno omaggiato Mandela va menzionato Hugh Masekela con Mandela (Bring Him back Home), pezzo del 1987 che recita: «Vederlo camminare domani lungo le strade del Sudafrica». Il brano scandirà il climax di Sarafina!, musical dell 88 dedicato alle rivolte di Soweto del 76. Il nome del leader darà anche il titolo a un album omonimo di Youssou N Dour. Importante anche Phophets of Rage dei Public Enemy che nel pezzo menzionano Mandela e altri leader anti-segregazionisti. Nella storia dei tributi al presidente sudafricano va menzionato il «Nelson Mandela 70th Birthday Tribute», concerto per i 70 anni del leader tenutosi l 11 giugno In quell occasione i Simple Minds presentarono il pezzo Mandela Day. Tra gli altri nomi presenti al concerto: Peter Gabriel, Sting, Stevie Wonder, Dire Straits ecc. E se nel 1988 Johnny Clegg si interrogava in Asimbonanga su dove fosse Mandela, un anno dopo Tracy Chapman gli facevo eco chiedendone l immediata scarcerazione in Freedom Now. di FRANCO BERGOGLIO Pochi minuti con Gaetano Liguori e si capisce quanto può essere fuorviante, per eccesso di cinismo, la massima di Oscar Wilde: la coerenza è l ultimo rifugio delle persone prive d immaginazione. Liguori è stato (e sarà) un artista con l immaginazione «a sinistra». Una coerenza che non lo confina al mantra del formidabili, quei tempi. Celebre per le esibizioni di fronte alla platea milanese della Statale Occupata dal «suo» movimento studentesco, ha scontato la fama giovanile con una maturazione saggia, all insegna di una musica nobile, suonata dove serve (più che nei club bene): per i ribelli, le vittime, i poveri. Ha condiviso con l Idea Trio migliaia di piazze, festival, fabbriche e centri sociali. Spesso chi si è dedicato all arte politica ha poi danzato tra le ideologie a saltelli da quaglia o si è ritirato nel privato, a suonare e basta. Quando si iniziò a respirare l aria normalizzatrice degli anni Ottanta Liguori divenne un altermondista ante litteram: membro della delegazione italiana per il Festival della Gioventù a Cuba nel 1978, fece viaggi di solidarietà in Eritrea, Amazzonia, Sahara, Senegal, Nicaragua; a Gerusalemme e Sarajevo per Time for Peace, a Beirut nel ventennale di Sabra e Chatila, a Bagdad per l associazione Naga, che offre assistenza sanitaria agli indigenti. Il Comandante (2002), pubblicato dai Dischi del Manifesto, scatta una istantanea in jazz della sinistra italiana: da un cupo risveglio significativamente intitolato Genova G8, attraverso nostalgie dolenti, fino alla volontà di riprendere il cammino. Di questo 2013 l ultima zampata: ristampare su cd Cile libero Cile rosso, il primo ellepì con l Idea Trio, pubblicato all indomani del golpe (11 settembre 1973). Da atto di denuncia in musica, ora, dopo quarant anni, assume il senso di consegnare al futuro il ricordo di una pagina tragica nella storia della sinistra. Per il cd del 2011 «Noi credevamo (e crediamo ancora)», hai recuperato materiali degli anni Settanta, con spezzoni di musica popolare «significante»: «Bella ciao», «El pueblo unido», «Hasta siempre Comandante». Nelle note di copertina, elenchi i personaggi in cui credere, da Marx a Mani Pulite. Vorrei intervistarti a partire dai tanti nomi che citi, per costruire una biografia generazionale. Il secondo della lista è Lenin. Hai ancora il suo busto dietro il pianoforte? Certo che c è l ho! Quando Pat Garrett si vende ai latifondisti e al suo vecchio amico Billy the Kid dice: «Billy il mondo è cambiato». Billy in pieno stile looser risponde: «Il mondo è cambiato, io no!». Ecco io sento di appartenere a una razza in via d estinzione, i coerenti. Non vuol dire che non possa guardare criticamente a un passato quasi remoto, ma non significa neanche che in virtù di una prostrazione di comodo a nuove, - ma non necessariamente giuste - idee, debba fare il salto della quaglia come tanti politici o uomini di cultura. Questo affermo in «Noi credevamo (e crediamo ancora)». Credere ancora in miti della nostra (mica tanto spensierata) giovinezza non è disdicevole, perché nomi di musicisti come Hendrix o Coltrane o parole come Resistenza ora più Due immagini dell Idea Trio di Gaetano Liguori. In alto durante un recente concerto per Radio Popolare (foto di Renzo Chiesa); qui accanto uno scatto del 1973 (foto di Roberto Masotti) RITMI INTERVISTA IL LEADER DELL IDEA TRIO, TERZOMONDISTA ANTE LITTERAM Gaetano Liguori, a sinistra della storia che mai vanno riproposti ai giovani. Nella mia storia generazionale c erano musicisti e personaggi come Malcolm X o Che Guevara, c erano i «Magnifici 7» e il «Mucchio selvaggio»; insomma, non vivo coi fantasmi ma non li butto via per un piatto di lenticchie. Quando ero un giovane musicista e non sapevo come sarebbe andata la mia vita ero intransigente verso l onestà intellettuale e pur avendo bisogno di soldi per vivere non mi sono mai venduto a manager, partiti e alle sirene del successo. Figuriamoci ora, che sono un attempato signore alla soglia della pensione di insegnante del Conservatorio. Attempato non ti si adatta. Dopo Mao Tse-Tung, metti: amicizia, amore, donne, sesso libero. Tre temi universali e uno slogan... C è della sana ironia, in sesso libero. Quando rivedo le immagini di Woodstook con tutte quelle belle ragazze nude penso che per la mia generazione che arrivava dagli anni Cinquanta il sesso fosse ancora un mito-tabù da affrontare. Il movimento hippy ci aiutò, come la liberazione sessuale della donna, il Maggio francese... Andando a vedere i complessi Beat al Piper di Milano, capii subito quanto il suonare uno strumento facilitasse negli incontri con l altro sesso, anche per chi suonava del sano free jazz! Oggi i musicisti sembrano vivere una dimensione esclusivamente musicale. Non ci sono jazzisti che si permettono di citare, come fai tu, elenchi che portano in quest ordine: la Statale Occupata, Albert Ayler, oppure Charles Mingus, Eric Dolphy, i partigiani, la Resistenza. Non voglio fare la morale a nessuno. Certo, le mie scelte erano diverse, non facevo il comico in televisione, suonavo in Aule Magne occupate da ragazzi a cui i celerini avevano rotto la testa per quella scelta di campo e dunque c era poco da ridere. Se poi dedicavo un brano a uno studente ammazzato dalla polizia, allora la sintonia con il pubblico che seguiva i miei concerti era massima. A volte penso a quanto ora siamo più lontani dal Sono passati 40 anni dallapubblicazione del disco del pianista e dal golpe di Pinochet. Ecco la ristampa di «Cile libero, Cile rosso» Sessantotto di quanto noi lo fossimo allora dalla Resistenza antifascista. Eppure titoli e musica del mio primo disco Cile libero, Cile rosso sono ancora validi ideologicamente, ma - lasciamelo dire - anche musicalmente. Suonavamo, Del Piano, Monico ed io, come se fosse l ultimo concerto della nostra vita: impegno, tecnica, suono, ritmo, melodie... tutto concorre a creare quella magica atmosfera che distingue un buon disco da un affare commerciale. Gli eroi come icone assolute, dall adolescenza all eternità. Metti fianco a fianco Frank Zappa e Jimi Hendrix, Tex Willer, Il Grande Blek, Moby Dick, I ragazzi della via Pal, L ultimo dei Mohicani... Certo non ho mai distinto i musicisti rock da quelli jazz, pop, o dai cantastorie. Ho sempre ascoltato la musica per quello che mi comunicava in quel preciso momento. Chiaramente con la maturità posso aver cominciato ad apprezzare anche un opera di Verdi, una sonata di Scarlatti, una polacca di Chopin o una Fuga di Bach. Uguale per la letteratura: leggere Moby Dick o Cuore di tenebra a 15 anni non è lo stesso di farlo a sessanta; ci sono cose, sentimenti, atmosfere, che dopo averle vissute ti fanno cambiare la sensazione del «sentire la parola». Il mio libro preferito a vent anni era Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda. Allora vivevo le sue parole per sentito dire, ora le vivo avendole provate sulla pelle. In questo il viaggiare, l avventura, le guerre, le rivoluzioni, i morti, i vivi, gli amori, le donne, gli incontri, gli amici veri e quelli scomparsi, tutto ha concorso a farmi pensare che la vita va vissuta «day by day» e di questo sono grato al mio pianoforte che ha fatto sì che si avverassero i sogni della mia gioventù, compresi quelli del Grande Blek. Un ultimo slogan, non dall elenco. Il disco in ristampa: «Cile libero, Cile rosso». Devo dire che l operazione di ristampare vecchi dischi non mi piace molto. Primo, perché ho ancora tanto da dire; poi perché ti volti un attimo, e tac! Sono passati quarant anni. Mi sembra ieri: ascoltai gli Inti-Illimani al Festival de l Unità pochi giorni prima dell 11 settembre 1973 e dopo, preso dallo sdegno, composi con Filippo Monico alla batteria e Roberto Del Piano al basso elettrico la suite a cui diedi il titolo Cile libero, Cile rosso, così come si poteva leggere sui muri della città. Aveste visto la faccia del direttore artistico della Pdu, l etichetta di Mina, quando firmai il contratto che mi legava loro e proposi come primo titolo proprio quello. E l andrenalina che ci prese quando annunciai il titolo della suite al palazzetto dello sport di Bergamo dove suonavamo prima di Mingus, accolto da cori del pueblo unido jamas serà vencido.

11 ALIAS (11) Avverrà nel E ancora Little Steven della E Street Band di Springsteen. Attivissimo negli Usa negli anni Ottanta sul fronte anti-apartheid, darà vita al progetto Artists United Against Apartheid che produrrà Sun City, singolo e album. Una teoria di star parteciperà al progetto che chiedeva di non esibirsi a Sun City, il resort sudafricano solo per bianchi. BLACK MUSIC Lezioni afroamericane Due liguri e un toscano, con bell assortimento di ospiti, e una passione comune: le musiche «nere», intendendo col termine spicchi assortiti dalla sparigliata di carte afroamericana. Paolo Bonfanti, ad esempio, cresciuto come gran chitarrista blues, col tempo ha accolto ottime ispirazioni autoriali alla Dylan, sostanziose iniezioni di rock «classico», perfino accenni di rhythm and blues. Abbiamo perso il conto dei dischi incisi, ma quest ultimo Exile on Backstreets (Club De Musique), a parafrasare un celebre titolo dei Rolling Stones è eccellenza pura. Un suono grande così, ottimi brani, una chitarra che ha pochi confronti, oggi, nelle medesime note. L altro ligure, Bobby Soul, è da oltre un ventennio «la» voce del funk della Penisola, funk come laica terapia sonora per tutti, e anche studio. In Live at Mag Mell (Riserva Sonora) avete un ottima vetrina per ascoltarlo dal vivo. Un altra gran voce in Bluesand Moonbeams on the Menu (LonelyVille): quella del toscano Luciano Federighi, studioso della vocalità nera e del blues, ottimo autore, anche, ad ascoltare questo cd. (Guido Festinese) ON THE ROAD The Loud La garage glam rock band britannica in Italia. Catanzaro SABATO 14 DICEMBRE (CUBO ROCK) Osimo (An) DOMENICA 15 DICEMBRE (BAR DELLO SPORT) Brescia MARTEDI' 17 DICEMBRE (LIO BAR) Siena MERCOLEDI' 18 DICEMBRE (CACIO E PEPE) Firenze VENERDI' 20 DICEMBRE (TENDER) Eboli (Sa) SABATO 21 DICEMBRE (ITALIA LOUNGE BAR) Death In June Arriva il rock «alternativo» della storica band inglese. Torino DOMENICA 15 DICEMBRE (UNITED) Alessi's Ark La giovane cantante e autrice londinese Alessi Laurent-Marke in Italia, accompagnata per l occasione da una band nostrana, i Green Like July. Milano SABATO 14 DICEMBRE (OHIBO') Roma DOMENICA 15 DICEMBRE (UNPLUGGED IN MONTI) Milano LUNEDI' 16 DICEMBRE (GATTO') Low Forse la più lenta delle «slowcore» band, con molti riferimenti al dark anni Ottanta. Milano DOMENICA 15 DICEMBRE (FACTORY) ARCADE FIRE REFLEKTOR (Merge/Mercury) Un battage pubblicitario iniziato mesi fa ha fatto di questo disco l'evento musicale più atteso del Questo perché la band canadese aveva sbancato con il precedente The Suburbs, e tutti li aspettavano, chi al varco e chi invece già con le bandierine sventolanti in mano. La curiosità è cresciuta, e non è stato un bene. Speravamo in qualcosa di decisamente superiore, rispetto a quel che si ascolta, ossia un mix, anche ben fatto, ma spesso troppo elaborato, di pop, indie rock, elettronica e dance Eighties. Troppa pressione? (r.pe.) BOSSARENOVA TRIO SAMBA PRELUDIO (Skip Records) Sarà il clima di rilassata, misteriosa eleganza «cool» che aleggia su ogni traccia del cd, sarà l'approccio timbrico particolare, per un trio che affianca alla voce (splendida) di Paula Morelenbaum, tromba, pianoforte, elettronica, beatbox. Sarà per tutto questo, ma Samba Preludio, pur spaziando nei classici dell'immenso canzoniere brasiliano, mostra ancora una volta quanta vita ci sia negli «standard» di un popolo, e quante prospettive nuove si possano assumere, ad aver voglia di rischiare. (g.fe.) CANEBIANCO INTIGNATO (Cpsr Produzioni) I Canebianco raccolgono l'eredità di gruppi storici nel panorama indipendente marchigiano, quali Drunkers e In Cerimonia. L'album si propone di fotografare i mali che attanagliano la società odierna, usando la metafora della Tignola, un parassita del cane (da qui il titolo Intignato). Proprio il cane, nella poetica della band, è l'animale destinato a succedere all'uomo, in quanto testimone dei segreti della sopravvivenza organizzata in branco. Una levata di scudi in chiave post rock, una presa di posizione da parte di chi non vuole rinunciare a una visione umana e solidale della vita. (v.d.s.) PAOLO CATTANEO LA LUCE NELLE NUVOLE (Eclectic Circus) Appartiene a quel genere di cantautorato electro pop, estremamente elegante e raffinato, Paolo Cattaneo, da una ventina di anni sulla scena. Certo che le sue ballate sinuose, orecchiabili - che rimandano magari a Battiato o Chimenti - avrebbero meritato miglior sorte. E anche qui non mancano le potenziali hit, se qualcuno le cogliesse, come la bella Mi aspetto di tutto (con Lele Battista) e L'innocenza. (s.cr.) Albert Hammond Jr. Il chitarrista degli Strokes, nella foto, torna in Itala in versione solista. Bologna SABATO 14 DICEMBRE (COVO) The Chameleons Il ritorno della band mancuniana che fa capo a Mark Burgess. Prato SABATO 14 DICEMBRE (EXENZIA) Death Wolf Metal e horror punk per la band svedese. Brescia SABATO 14 DICEMBRE (COLONY) Bologna DOMENICA 15 DICEMBRE (ZONA ROVERI) Son of Dave L'ex chitarrista dei Crash Test Dummies in veste di one man band a INDIE Best Coast, il piacere del pop Ascoltare un disco dei Best Coast è uno di quei piaceri che a volte è bello concedersi. Il loro pop fresco, con un velo di malinconia, e molto Sixties ci ha catturato già all'esordio, a seguire un secondo lavoro meno ispirato e ora da un ep che anticipa il terzo album. Fade Away (Jewel City) contiene sette brani per circa 25 minuti di musica. Ci piace. Al terzo disco ci arriva un altro duo, gli Sleigh Bells,conBitter Rivals (Lucky Number/Pias-Coop/Self). Anche loro non prendono strade molto diverse rispetto a quanto fatto in precedenza, la differenza sta, oltre che nel sound - qui un pop alquanto mainstream e sempre molto saturo, con chitarre elettriche, batterie e sequenze elettroniche spesso troppo pesanti - nel fatto che le melodie che sa creare Bethany Cosentino sono di ben altro spessore. Alziamo il livello con un altro ep, Peace Sword (Autoprod.) dei Flaming Lips. A poca distanza da The Terror questo mini è stato composto e pensato come soundtrack del film Ender's Game. Meno sperimentazione e più forma canzone, o almeno quello che per i Flaming Lips può considerarsi canzone... (Roberto Peciola) HEITOR PEREIRA THE SMURFS 2 (Varese Sarabande) Ritorna la banda più coinvolgente dei cartoon e dei fumetti: i Puffi! Il secondo capitolo della loro saga è divertente e Heitor Pereira stesso si diverte un mondo a raccontare le vicissitudini parigine dei personaggi. In definitiva è tutto molto azzurro e puffescamente bello. (m.ra.) HELGA PLANKENSTEINER PLANKTON (Jazzwerktatt) Fra i rari jazzmen italiani a ritmo di blues. Napoli SABATO 14 DICEMBRE (MOSES) Frosinone DOMENICA 15 DICEMBRE (SATYRICON) Lecce GIOVEDI 19 DICEMBRE (TEATRO PAISIELLO) Padova VENERDI' 20 DICEMBRE (FISHMARKET) Buddy Whittington Blues e southern rock per il chitarrista texano. Roma SABATO 14 DICEMBRE (CASA DEL JAZZ) Ials Jazz Big Band La formazione, diretta dal sassofonista Gianni Oddi, ha un solista ospite di pregio come il trombettista Fabrizio Bosso. Roma SABATO 14 DICEMBRE (ISTITUZIONE UNIVERSITARIA DEI CONCERTI; ORE 17,30) Alien Transistor Tour Un minitour che vede impegnati tre nomi legati alla label tedesca fondata dei Notwist, la Alien Transistor. Sul palco si alterneranno Saroos, Joasinho e Rayon. Ferrara SABATO 14 DICEMBRE (ZUNI) Madonna dell'albero (Ra) DOMENICA 15 DICEMBRE (BRONSON) Casa del Jazz Temporaneamente chiusa per la caduta di un pino secolare, la Casa del Jazz ha da poco ripreso la sua ULTRASUONATI DA STEFANO CRIPPA VIOLA DE SOTO GUIDO FESTINESE GUIDO MICHELONE LUIGI ONORI ROBERTO PECIOLA MARCO RANALDI CONTEMPORANEA Un pianoforte all avanguardia Lungo il Novecento, da Cage a Boulez, da Feldman al primo Stockhausen, il linguaggio pianistico ha un segno al contempo idiomatico, avanguardista, intriso di conoscenze storiche. In tali direzioni Four Pianos (Stradivarius) di Sylvano Bussotti presenta sette composizioni (dal 1959 al 2001) di cui solo due in piano solo, mentre le altre passano a tre e a quattro, oppure mescolano via via tastiere varie, violino, elettronica. Anche Two Moons (Stradivarius) di Ivan Fedele visita lo strumento tra differenti location, in quattro partiture composte (fra il 1990 e il 2007), con la title track in dialettica fra due pianoforti autentici e due virtuali, a giocare anche con gli spazi del suono. I dispositivi in sala restano fondamentali per Bussotti e Fedele e c'è da chiedersi da dove arrivi tale ricerca metapianistica: basterebbe allora riascoltarsi i Notturni di Fredrick Chopin, ad esempio nella nuova eccellente integrale Nocturnes Sergio Marchegiani Plays Chopin (Amadeus Rainbow) per rendersi conto chi sia metaforicamente il genius loci che precorre l'intero pianismo moderno e contemporaneo. (Guido Michelone) capire l'essenza del sound afroamericano, la baritonista (e vocalist) altoatesina insiste sul pedale di un bel funky citazionista dal profondo respiro artistico, con sette original e due standard. Il sound a tratti profuma di Mingus, Ellington e Jimmy Smith per la presenza dell'hammond (suonato dal marito Michael Loesch), mentre il resto dell'anomalo sestetto (tromba, trombone, chitarra e batteria) conferisce le spinte ritmiche e gli spunti improvvisativi tra identità mitteleuropee e culture black. (g.mic.) A CURA DI ROBERTO PECIOLA CON LUIGI ONORI SEGNALAZIONI: EVENTUALI VARIAZIONI DI DATI E LUOGHI SONO INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTÀ programmazione. La New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini è la protagonista di una guida all ascolto incentrata su Thad Jones e Bob Brookmeyer; nella stessa serata suonano il Luca Chiaraluce Trio e lo Skrijabin Trio, mentre Jazz Standards a cura d Gerlando Gatto, vede la partecipazione del pianista Nico Morelli. Infine il gruppo New Generation Jazz, guidato dal batterista Armando Bertozzi, ospita per l occasione il trombettista Fabio Morgera. Roma DOMENICA 15, LUNEDI' 16, MERCOLEDI' 18 E SABATO 21 DICEMBRE (CASA DEL JAZZ) Aperitivo in Concerto Prima europea per un progetto della flautista e compositrice Nicole Mitchell, When Life s Doors Open. Si tratta di un vero e proprio spettacolo con la Mitchell (flauti, voce, live electronics), tre vocalist (Jamika Ajalon, Fay Victor, Kiran Ahluwalia), Vincent Chancey (corno francese), Val-Inc (live electronics), Martn Sewell (chitarra), Ken Filiano (contrabbasso) e Tomas Fujiwara (batteria). Milano D OMENICA 15 DICEMBRE (TEATRO MANZONI, ORE 11) Parco della Musica Intensa la programmazione presso la REVISITED Django Reinhardt l immortale Non chiamatele cover, perché le scelte dei musicisti che si sono messi in gioco affrontano nomi gloriosi e difficili. Il trio Gregolin/Boggio/Ferraris ricorda i sessant anni dalla scomparsa di Django Reinhard in Django s Roots (Dodici Lune) con 11 pezzi dal repertorio del gitano del jazz. Pur restando, come da titolo, fedele alle radici, il trio cuce addosso ai brani nuovi abiti sonori che calzano a pennello. Ennesima dimostrazione dell immortalità di Django. Percorre le strade dal Portogallo al Brasile, bussando alla porta, tra gli altri, di Chico Buarque, Edu Lobo, Artur Silva, il primo disco del Ciranda Quartet, Errante (Koiné/Ird). Letizia Magnani voce, Michele Francesconi piano, Gabriele Zanchini fisarmonica, Roberto Rossi batteria, avvolgono nel jazz il fado, il choro, la musica popolare, con grandi risultati, vedi Aquerela do Brasil. Surfano sull onda dei Sessanta, e non potrebbe essere altrimenti visto il nome, I Monaci del Surf, album omonimo (Inri). Dalla famosissima Apache a Perhaps,da Down in Mexico a Surf Bossa Nova, citazioni Sixties divertenti e assai ben suonate. (Luciano Del Sette) TINGVALL TRIO IN CONCERT (Skip Records) Martin Tingwall, Omar Rodriguez Calvo e Jürgen Spiegel: è un trio internazionale quello che si ascolta «spopolare» durante il tour europeo del Energia ritmica, solarità melodica e virtuosismo spericolato. In Hjälten c è un efficace summa della loro poetica: tema sognante e suadente tra pop e musica classica; variazioni improvvisate dal respiro jarrettiano con brusche virate verso episodi ritmici, in un crescendo travolgente. (l.o.) struttura capitolina ideata da Renzo Piano che offre le «lezioni di jazz» di Stefano Zenni (Riscoprire Satchmo) e i concerti del Giuliana Soscia/Pino Jodice Duet, di Sergio Caputo, di Franco Micalizzi & The Big Bubbling Band. Il 21 inizia il Roma Gospel Festival con The Pace Sisters, rassegna che durerà sino al 31 dicembre. Roma DOMENICA 15, MERCOLEDI' 18, VENERDI' 20 E SABATO 21 DICEMBRE (AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA) Itinerari jazz È con la vocalist Dianne Reeves il prossimo appuntamento della rassegna che si articola tra Trento e Rovereto. La Reeves è accompagnata da Peter Martin (piano), Romero Lubambo (chitarra), Reginald Veal (contrabbasso) e Terreon Gully (batteria). Trento GIOVEDI' 19 DICEMBRE (TEATRO AUDITORIUM) Jazz Club Milano Il locale meneghino, in via Spoleto, ospita la band del pianista Paolo Jannacci e la Monday Orchestra. Milano GIOVEDI' 19 E VENERDI' 20 DICEMBRE (JAZZ CLUB MILANO) Jazz Club Ferrara Si esibisce nella cavea il quartetto del batterista Ferenc Nemeth. Ferrara SABATO 21 DICEMBRE (JAZZ CLUB FERRARA) ANTONELLO CRESTI ALLA CORTE DEL PROG Proprio in contemporanea con l inaspettato annuncio della ennesima incarnazione del Re Cremisi, l editoria italiana decide, dopo lunghi anni di silenzio sul tema, di manifestare un nuovo interesse verso la leggendaria band progressive britannica. Il frutto di questa rinnovata attenzione è King Crimson-Islands (Arcana Editrice, pp. 377, euro 22,00), un volume di Donato Zoppo che si propone di tradurre e commentare i testi dei brani del gruppo, dalla sua fondazione nel 1969 a oggi. L idea, a pensarci bene, solleva qualche perplessità visto il carattere eminentemente musicale della creatura di Fripp; fortunatamente, però, l autore Donato Zoppo, una delle penne più brillanti tra i critici musicali della nuova generazione, utilizza questo pretesto non tanto per svolgere considerazioni di ordine poetico, quanto piuttosto per far emergere la complessa visione filosofica della band, che nel corso degli anni si è nutrita di suggestioni leggendarie e alchemiche, grazie al lavoro del paroliere Sinfield, per approdare poi, con Belew, a una scrittura più colloquiale, vicina a certi episodi della Beat Generation. Scritto con passione e competenza Islands consente di approcciare una straordinaria avventura della musica britannica da una prospettiva eccentrica, cogliendone nuovi significati. A lungo la musica metal, è stata alternativamente oggetto di astiose critiche nate dal pregiudizio o di agiografie da insider, senza alcun tentativo di riflessione globale su un genere musicale dalla lunga storia e dal seguito ampio e trasversale. Fortunatamente negli ultimi anni numerosi studi, anche di un certo livello, si sono occupati di questo stile musicale, soprattutto nella sua accezione più estrema, facendone emergere legami culturali e ideologici, controversie e, ovviamente, contenuti artistici. È in questo solco che si inserisce il corposo volume di Fabrizio Giosuè Folk Metal (Crac Edizioni, pp 446, euro 24,00) che intende analizzare uno dei più interessanti fenomeni di ibridazione presenti in ambito metal, ossia l unione tra sonorità elettriche e acustiche, nel tentativo di riaggiornare la tradizione musicale folklorica del proprio paese di origine. Talvolta non priva di censurabili intenti nazionalistici, questa sintesi denominata «folk metal» ha permesso a decine di band di immaginare una nuova via sonora tra innovazione e tradizione, talvolta anche con risultati mirabili: il libro di Giosuè è l occasione giusta per scoprire questo mondo nascosto.

12 (12) ALIAS COME IN UNO SPECCHIO TEATRO di SILVANA SILVESTRI ROMA Sono appena tornati da Milano, Flavia Mastrella e Antonio Rezza, dove hanno ricevuto il premio Ubu alla carriera (e mai l evocazione di Alfred Jarry è stata più pertinente) «per il lucido percorso di scavo nella crudeltà ottenuto attraverso il genio sfrenato di un attore e l intuito plastico di un artista visiva originale» e le motivazioni non finiscono qui. L immaginazione che mettono in moto i loro spettacoli danno il via a un altrettanto irrefrenabile flusso di parole da parte di chi cerca di classificarli. Chiedo a un giovane spettatore che ha scoperto su youtube il loro passaggio televisivo da Marcoré e ne è rimasto folgorato di sintetizzare Fotofinish che è andato a vedere a teatro: «è impossibile da descrivere, dice, è magico». Elabora un po meglio, gli chiedo: «è feroce, ti dilania dentro, ti lascia estraniato». Con le stesse premesse il pubblico, spesso composto da interi gruppi di amici, accorre ora al Teatro Vascello di via Carini a Roma a vedere o rivedere Antologia, la serie dei quattro spettacoli Fotofinish (fino al 15 dicembre), Bahamuth (dal 17 al 22), dal 26 al 5 gennaio) Fratto X (dal 7 al 19 gennaio), tradizionale appuntamento di fine anno, si direbbe il regalo di Natale che Rezza e Mastrella offrono al pubblico anche quest anno così cupo. Ma prima di questa tappa sono stati in giro per tournée in varie città italiane (il primo appuntamento dopo Roma sarà a Genova al teatro della Tosse). Quando ci siamo sentiti erano appena tornati da Mosca: «Abbiamo portato in occasione di «Solo», un festival di teatro a cui partecipava anche Bob Wilson, spettacoli con più di 450 persone e la traduzione simultanea, come fanno loro anche con i film. Pensavo che il risultato sarebbe stato uno spettacolo un po asettico per via di quella traduzione, che i tempi non potessero coincidere, invece con quella loro lingua piena di sfumature e la loro intelligenza, il pubblico riusciva a cogliere tutto perfettamente, lo si capiva dalle reazioni, esattamente come in Italia». Leggiamo poi anche la versione del traduttore, assai soddisfatto che aveva trovato varie soluzioni come per «Gigino e Gigetto» che in russo è stato reso come «Cižik e Pyžic» e che il linguaggio blasfemo, essendo ben più viiolento in russo che in italiano, FLAVIA MASTRELLA ANTONIO REZZA ANTOLOGIA La scena mobile dello sberleffo, l urlo, l anarchica poesia Un incontro in occasione del nuovo appuntamento con i quattro spettacoli, incalzare giocoso di un linguaggio feroce In pagina Rezza e Mastrella, in teatro e con la videocamera. Sotto Antonio Rezza in «Fratto X» non ha creato problemi. E perché ora portare ben quattro spettacoli tutti in una volta? sembrerebbe una impresa travolgente: «Perché avevamo messo in scena al Vascello Io e Pitecus, ma gli ultimi quattro non li avevamo fatti. In realtà è solo una questione di resistenza fisica, ma la difficoltà maggiore è per Flavia che deve rifare tutti gli allestimenti». Flavia Mastrella, l artista che prova a inglobare l inarrestabile Rezza nelle sue opere, è uno dei poli mai statici di questa dialettica della creatività. «Abbiamo fatto uno spettacolo anche al Valle. Noi non siamo occupanti e loro sono stati gentilissimi, ci hanno lusingato. Era uno spettacolo sull ansia Abbiamo girato interviste fuori dal Valle, come nella serie dei «Troppolitani», un film che abbiamo proposto senza essere stati accettati anche al festival di Roma, a Venezia dove volevano proiettarlo nel giardino degli Autori che non ci sembrava il posto più adatto». Un altro film è pronto (non fanno tanta differenza tra teatro e cinema, sono una macchina da guerra a intervento costante) «su via Padova, la via di Milano con la più alta concentrazione di immigrati, quelli della prima immigrazione di pugliesi e calabresi, poi cinesi, africani, arabi che convivono insieme. «Abbiamo analizzato il razzismo su quella strada e come non si tollerano gli uni con gli altri, come la vicinanza li rende affini e la lontananza intolleranti. La cosa sorprendente è che parlano tutti con un linguaggio televisivo, a frasi fatte. Sembrano telegiornali, non persone. Allora li abbiamo fatti cantare perché con la musica ci si avvicina di più, infatti si divertivano. Questa era una delle poche cose che avevamo prestabilito, le canzoni e i proverbi, per il resto erano liberi di parlare». La parola questo marchigegno che nelle loro mani diventa una bomba pulsante: «Abbiamo girato anche a Ostia, ai cancelli, ma il film non lo abbiamo ancora montato perché è violenza allo stato puro. Senza la mediazione dei vestiti, la gestualità nuda è sconvolgente. Si sente che la gente è stufa delle interviste e poi non gli devi rovinare il riposo. Insomma il materiale girato è ancora lì». Si può comprendere come da questo impatto diretto con la realtà scorticata a vivo, il distillato degli spettacoli portino alla luce le zone più oscure dell uomo (e da noi, mai così oscure come adesso). In questa interazione tra viaggi, riprese, video e teatro - tratti da materiali grezzi - quale elemento emerge? «Il motivo della violenza è sempre economico, non è possibile che l uomo di rapporti a se stesso solo sulla base dei problemi economici. La gente non parla più di utopia e uguaglianza, le manifestazioni si risolvono sempre con richieste che assomigliano a elemosine. Nei punti elencati da Renzi non c è niente che strappi l uomo dall ignoranza, non si parla mai di arte. Chi ha detto che l arte debba essere meno importante delle infrastrutture, del denaro? Il rapporto economico altera i rapporti tra gli individui». Un altro mistero è il loro modo di lavorare insieme, lui scrittore, attore, lei scultrice, insieme registi: «Facciamo una anarchia relazionale, in modo radicale. Ognuno fa quello che vuole» sottolinea Flavia Mastrella che lavora in maniera separata, indaga le forme, scopre gli oggetti, prepara le sue mostre e sulla base di alcuni spunti inizia l ideazione degli oggetti artistici, come spuntati dall universo sempre vitale del futurismo che poi entreranno sul palcoscenico e nell immaginario dello spettatore, bozzolo, punto interrogativo, croce, morbida macchina di tortura. La sua prossima mostra sarà a MAMbo di Bologna, il museo d arte moderna «Dalle sculture in tasca a Bahamuth, l esaltazione dell insignificante» (24 gennaio - 9 febbraio). Ovvero come procede a creare opere d arte dai giocattoli trovati sulla spiaggia, ai fasci di luce studiati sull autostrada, compreso il mistero dell immediata comprensione del pubblico per quel trasferimento mentale complesso dall oggetto al condizionamento. Da quella ricerca nasce Bahamouth dove Rezza è tutto vestito c oro, giocattolo anche lui in scena. «I momenti quando ancora l opera non c è, dice Rezza, sono i più belli e i più terrorizzanti. Flavia non vede la prima parte delle prove (ci annoiamo a lavorare insieme) e inoltre non tutte le cose che divertono nelle prove prendono la luce». «Ogni tanto vado a vedere come sta l embrione» scherza Flavia. Pochi sono i collaboratori: negli anni passati in scena c era anche Armando Novara che ora fa l ingegnere elettronico, ora Ivan Bellavista studente di lettere, Massimo Camilli, elemento essenziale fuori scena, Mattia Vigo che disegna le luci. Altri fondamentali collaboratori sono stati gli ideatori del loro sito quando ancora non era consuetudine averne uno e che vinse nel 99 il premio come miglior sito («ogni novità tecnologica la facciamo subito nostra»). È stato quello a dare il via al fenomeno dei «trascinatori», i fans degli spettacoli e il resto lo ha compiuto la gigantesca diffusione dei filmati su youtube. E alle prove degli spettacoli arrivano da tutta Italia nel locale messo a disposizione da una chiesa di Nettuno, cento prove per due mesi almeno, dieci persone a sera per un totale di un migliaio di persone che si avvicendano nell assistere alla successiva costruzione dell evento finale. Gente di tutte le età e di ogni ceto sociale. «Certi vedono cose che non andranno mai in scena. In due mesi troviamo un ritmo e sappiamo che il semplice divertimento non fa la bellezza dell opera, è sempre più difficile mantenere salda l opera». Come si potrebbero sintetizzare i quattro spettacoli? Flavia Mastrella svela la sua passione guerriera per le spade: «Fratto X è sulla manipolazione, il condizionamento: ho lavorato tre anni a fare fotografie sull autostrada per studiare i fasci di illuminazione ed è nato così il Guerriero di luce. La sedia e il guerriero sono ispirati a Kurosawa. Fotofinish è tutto bianco, un lavoro sulla disperazione, ma molto gioioso, contiene la gioia del corpo. Nasce con le Torri gemelle, alla fine la gente è trascinata sul palco e muoiono tutti. Bahamuth, accenna alla lotta operaia, è ispirato al Manuale di zoologia fantastica di Borges, in una prospettiva senza pareti, fatta di luce è sul gioco, sull ondeggiare di un altalena, è un ideogramma, come fosse un numero, una civiltà numerica, un significato che diventa numero con strumenti sonori, dove Antonio suona con il corpo». «All inizio di Fratto X, dice Rezza, la scena è vuota, io vado con la sedia nel bagno e strillo per un bel po di tempo e la gente ride dell assenza. Se non ride il pubblico, manca il propellente». È proprio quella risata uno dei misteri del teatro di Rezza e Mastrella, una risata che ti attraversa come una spada, appunto. «Il nostro pubblico è infernale, sono risate scomposte, sono demoni». O, se vogliamo seguire le frasi finali dell autorevole motivazione del premio Ubu: «I due artisti plasmano una materia dagli esiti estremamente comici e spiazzanti creando un linguaggio feroce che nella sua misteriosa iperbole riesce a toccare anche un grado nascosto della grazia».

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