Domenica. Adieci anni dalla morte, Diana ha ancora un seguito di. di Repubblica. Repubblica Nazionale. La sua morte segnò l avvio di un apoteosi

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1 Domenica La DOMENICA 19 AGOSTO 2007 di Repubblica il fatto San Luca, il paese che muore di faida GIOVANNI MARIA BELLU e GIORGIO BOCCA il reportage Dal post-guru, ingegnere dell anima FEDERICO RAMPINI La sua morte segnò l avvio di un apoteosi mediatica. Dieci anni dopo, è tempo di guardare dietro la favola JOHN LLOYD Adieci anni dalla morte, Diana ha ancora un seguito di pubblico analogo a quello, per esempio, di Elvis Presley o John F. Kennedy. Come per questi due personaggi, anche nel suo caso sussiste ancora una sorta di culto che porta alcuni tra i suoi molti devoti a rifiutarsi di accettare la versione ufficiale della morte. Nel caso di Diana, questo culto della morte è alimentato da Mohammed al-fayed, proprietario dei magazzini Harrods e padre di Dodi al-fayed, l uomo accanto al quale Diana perse la vita nello schianto della Mercedes in un tunnel parigino. Al-Fayed si rifiuta di credere che si sia trattato di un incidente e ribadisce a chiunque sia disposto ad ascoltarlo, o a pubblicare le sue parole, la sua versione degli eventi, secondo la quale i due sarebbero stati uccisi dai servizi segreti britannici, perché l establishment britannico, venuto a conoscenza che Diana e al-fayed intendevano sposarsi e metter su famiglia, non poteva accettare che la principessa sposasse un musulmano. (segue nelle pagine successive) NATALIA ASPESI MarilynMonroe è ancora viva, dopo quarantacinque anni dalla sua scomparsa; la sua docile femminilità d epoca, che imprigionava luminosa le sue disperazioni, ha attraversato intatta i decenni, e ancora si scandagliano la sua vita e la sua morte, e si scovano immagini inedite, e si pubblicano libri, e ci si lascia incantare dai suoi film. Nel 2042, a quarantacinque anni dalla morte della incantevole, dolorosa, perduta principessa Diana, il popolo dei rimpianti penserà ancora a lei, o la sua breve storia, reale ma soprattutto mediatica, si sarà dispersa a poco a poco nel tempo, accantonata dal succedersi incessante di nuovi, brevi miti istantanei che l affanno dell informazione sempre più virtuale e precaria, da spiaggia, da reality e da codice penale, crea e cancella? A soli dieci anni dalla tragedia che dilaniò il corpo della giovane donna tra le lamiere di un automobile, nella notte parigina tra il 30 e il 31 agosto, cresce una sensazione. (segue nelle pagine successive) con un articolo di BEPPE SEBASTE la memoria Adolf il falsario nei lager di Hitler MARIA PIA FUSCO cultura L età d oro di Jaffa, capitale levantina SANDRO VIOLA spettacoli La scandalosa autobiografia di Rupert RUPERT EVERETT e SILVANA MAZZOCCHI ILLUSTRAZIONE DA THE ROYAL SCRAPBOOK/NEW CAVENDISH BOOKS FOTO CORBIS

2 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 la copertina C era una volta Per milioni di persone in tutto il mondo fu la Bella delle fiabe e quando il matrimonio andò in frantumi i media - con i quali intratteneva un rapporto di stretta complicità - fecero di lei anche una Santa A dieci anni dalla morte, l ultima notte d agosto 1997, quell enorme emozione collettiva è ormai svanita Diana, principessa delle favole JOHN LLOYD (segue dalla copertina) Altri non credono forse che Diana sia stata uccisa per questo motivo, ma sono convinti, in ogni caso, che la principessa sia stata una vittima: una vittima dello Stato britannico o della stampa scandalistica o della famiglia reale. Diana resta nel cuore di molti cittadini britannici una martire eterna. Che attorno alla sua morte continui ad aleggiare questa favola è, seppure di cattivo gusto, coerente con la sua vita. Questo perché, anche se la frase coniata per lei da Tony Blair fu «la principessa del popolo», ora, con il distacco che il tempo trascorso consente, è più appropriato pensare a lei come alla principessa delle favole. Ciò che ha dato alla Gran Bretagna e al mondo mai eguagliata in questo da nessun altro personaggio dopo la sua morte è una serie di storie, di favole, tra le più persuasive mai create per un audience da un personaggio pubblico d intesa con i media. Perché senza i media Diana sarebbe stata semplicemente una bella ragazza che diventa sposa del principe ereditario e forse un giorno regina di Gran Bretagna. Grazie ai media, Diana diventò una leggenda mondiale. La prima favola è quella della Bella. Diana era già bella quando, da adolescente, fu individuata come futura principessa e fotografata fuori dall asilo d infanzia dove lavorava: controluce, con una gonna leggera, cosicché si vedeva la forma delle sue gambe, in un assaggio dello straordinario potere sessuale che avrebbe esercitato. Sarebbe diventata più bella, sia perché poteva disporre dei migliori parrucchieri, stilisti, truccatori e personal trainer, sia perché, se si tralascia un periodo in cui dimagrì terribilmente a causa della bulimia, il suo aspetto di donna adulta superava quello dell adolescente. Una volta che i media ebbero scoperto che la sua bellezza era reale e duratura, entrambi lei e i media si diedero da fare per renderla trascendente e gloriosa, la più grande bellezza del mondo. Era una bellezza ingigantita dalla sua immagine e dalla sua provenienza: in lei si trovavano combinati l ordinario e il regale. L ordinario, perché Diana aveva lasciato la scuola quasi senza istruzione, comunque con titoli inferiori a quelli della media della popolazione, e il suo evidente disinteresse per le attività intellettuali o le arti, se si esclude la musica pop, la collocavano allo stesso livello della maggioranza della gente. Ma era di sangue eminentemente aristocratico: risalendo l albero genealogico della sua famiglia, gli Spencer, si trovavano dei re e il casato conservava un cospicuo patrimonio e una grande dimora di campagna ad Althorp, nel Northamptonshire. Diana era dunque una persona comune dal punto di vista dell istruzione e un aristocratica per l ambiente in cui era cresciuta. La sua bellezza e le nozze fecero di lei una principessa, sia nella rappresentazione che nella realtà. Diana diventò l immagine più efficace e il miglior incentivo alle vendite di quotidiani, riviste e programmi televisivi del dopoguerra. Quando scomparve, il lutto dei media fu genuino: avevano perso una miniera d oro. Ma c era dell altro. Alla Bella occorre la Bestia. E, in una seconda favola, la Bestia fu incarnata dal principe ereditario. Il principe Carlo era stato educato per diventare re, ma la madre mostrava, e mostra, di voler arrivare a cent anni, come la nonna. Carlo aveva dunque una grande ricchezza e un grande titolo, ma nessun particolare merito nella vita, se non quelli che egli stesso avrebbe saputo darsi. Aveva qualcosa da offrire: era relativamente colto e nutriva un genuino interesse per l architettura, opponendosi cosa interessante al modernismo. Il principe si appassionò di ambiente. La sua personalità celava, tuttavia, una certa insicurezza che diventò più evidente tra i trenta e i quarant anni, quando nessuna delle sue storie sentimentali mise capo a un matrimonio. Il fidanzamento con la principessa Diana cui la stampa dedicò un attenzione superiore a quella riservata al resto della famiglia reale messa insieme fu strano fin dall inizio. I due non apparivano mai a proprio agio in compagnia l uno dell altra. Una volta, durante un intervista, fu chiesto al principe se fosse innamorato della futura moglie. «Sì», rispose Carlo, «qualunque cosa voglia dire amore». Fu una frase rivelatrice; quanto rivelatrice, divenne chiaro solo anni più tardi, quando Diana disse in un intervista televisiva che il marito aveva continuato ad avere una relazione con Camilla Parker Bowles, suo vecchio amore e oggi sua moglie. Quando il matrimonio si guastò anche pubblicamente, Diana e i suoi amici tirarono fuori la storia della crudeltà del principe nei confronti della moglie, storia che almeno in parte era vera. Lui, mobilitando i suoi pierre, contrattaccò con altre storie, che spesso però gli si ritorsero contro. Le notizie trapelate sulle sue conversazioni intime con Camilla, le accuse di freddezza e di arroganza e la netta differenza di bellezza tra Diana e Camilla Diana era di vent anni più giovane portarono la maggioranza del pubblico a schierarsi dalla parte di Diana. E questo accadde FAMIGLIA REALE In copertina, una sommaria carrellata sulla Royal Family attraverso i gadget ad essa dedicati e, al centro, Diana Spencer (segue dalla copertina) L a sensazione che il ricordo, la commozione, i rimpianti, le commemorazioni, ma soprattutto lo sfruttamento mercantile di un evento che sconvolse allora ogni angolo della terra, abbiano raggiunto il loro culmine: con decine di nuovi libri, e memorie, e inchieste, e concerti, e santini, e oggettistica-ricordo, che stanno seppellendo forse definitivamente la fiabesca ragazza nell eccesso di offerta e nell accanimento a volerla reinventare, per pura illazione o fantasia, sottraendola alla sua vera, inconoscibile storia. Nei fatali sei giorni tra la sua morte e le sue solenni, spettacolari esequie quella che era cominciata come una corale commozione stupefatta si era giorno per giorno trasformata in una oceanica disperazione, in una universale allucinazione che aveva riversato a Londra quattro milioni di persone: una moltitudine unita dal grandioso lutto collettivo per una principessa sconosciuta che ognuno, individualmente, sentiva come sorella, come riflesso spezzato dei proprio sogni e delle proprie sconfitte. C è oggi una sensazione di polvere, di stanchezza, di fine, anche di generosa pietà per una persona che avrebbe diritto a quel silenzio e a quell oblio che invece lei, bisognosa di essere al centro del rumore e della luce di una indistinta moltitudine di devoti, tanto avversò e temette in vita. Non le bastava allora, forse non le basterebbe neppure adesso, abitare solo nel cuore di chi lei amò davvero e incondizionatamente, per esempio i figli: i quali, amandola tanto anche loro e certamente non dimenticandone mai il fulgore, la dedizione, la solitudine male affollata, la Senza lieto fine NATALIA ASPESI nera inquietudine, le umiliazioni familiari, la durezza della nonna, la Regina, e il comportamento del padre, l erede al trono, non hanno voluto ricordare la sua morte, ma hanno dedicato in luglio un grandioso concerto pubblico, sul palco tanti suoi amici allora giovani come era lei, a quello che sarebbe stato il suo compleanno. Se fosse vissuta: oggi, a quarantasei anni, sempre bellissima oppure spenta da implacabili lifting? Sempre in fuga con uomini incresciosi oppure felicemente accasata con qualche persona per bene e magari di nuovo madre? Sempre impegnata in opere filantropiche doverose per una principessa, oppure più frivola, e sgargiante, e alla moda, e superstar mondiale tra i personaggi da paparazzi? Sempre complice dei media, in cerca di una visibilità vendicativa contro tutta l odiata famiglia reale o finalmente in fuga da loro, sul serio e non come nella notte dell Alma, quando ingaggiò il suo ultimo sanguinoso gioco con quei fotografi che le erano indispensabili per dare vita alla sua vita? Dove si sarebbe rifugiata il giorno delle nozze del divorziato Carlo con la divorziata Camilla, cosa avrebbe escogitato, ancora una volta, per distogliere l attenzione dalla odiata coppia (e dalla regina consenziente a quelle nozze non protocollari, molto moderne), per metterli nell ombra, per trionfare come sempre ancora una volta, lei, la principessa del popolo? E se negli anni, invece, quel popolo le avesse voltato le spalle, a poco a poco, incuriosito da quest altra signora, una regina di cuori meno mediatica ma più simile a tante donne qualsiasi, non giovane, non bella, però capace con pazienza e amore, di conquistare il suo agognato lieto fine, forse non da favola, ma certamente molto umano?

3 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 LA VITA LA NASCITA Diana venne al mondo il 1 luglio 1961, figlia minore dell ottavo conte Spencer, discendente di un grande casato aristocratico inglese Dopo la separazione dei genitori, i figli furono affidati al padre LE NOZZE Un miliardo di telespettatori in tutto il mondo seguirono in diretta le nozze di Diana e Carlo, erede al trono d Inghilterra, il 29 luglio 1981 La coppia ebbe due figli, William (1982) e Harry (1984) IL DIVORZIO Diana e Carlo, separati nel 1992, divorziarono nel 96, dopo un decennio di tradimenti e rivelazioni oggetto di enorme attenzione mediatica Carlo si è risposato con Camilla Parker Bowles nel 2005 LA MORTE L incidente fatale nel quale perirono la trentaseienne Diana, il boyfriend Dodi al-fayed e l autista accadde nella notte del 31 agosto 1997 nel sottopassaggio del ponte dell Alma a Parigi anche a causa della terza favola, che era la favola della Santa. Fin dai primi tempi del suo matrimonio, Diana si era allontanata dall infinito giro di attività caritatevoli, inaugurazioni e visite alle case di riposo per anziani che costituisce buona parte della vita della famiglia reale. Aveva capito di avere una diversa e più grande fonte di potere: i media. E aveva anche capito che la stampa e la televisione avrebbero prestato poca attenzione alle opere buone della famiglia reale e invece dedicato un grande spazio alle sue, soprattutto se fossero state di alto profilo. Diana si impegnò quindi attivamente a favore di un buon numero di cause, soprattutto nella campagna contro le mine antiuomo e in quella per accrescere la consapevolezza e raccogliere fondi per la cura dell Aids. In entrambi i casi, fu fotografata accanto alle vittime: le vittime, mutilate o emaciate dall Aids, fornirono uno straordinario sfondo alla sua bellezza. Amando lo show business come lei lo amava, fu in grado di abbinare la sua presenza ai concerti e ai galà con la raccolta di fondi per le sue cause. Le star, desiderose a loro volta di apparire mentre fanno del bene, amavano quello che lei faceva e amavano lei: di riflesso, Diana dava loro glamour e moralità. Il suo fascino genuino e il suo senso dell umorismo, laddove Carlo e la Regina apparivano inibiti e rigidi, la facevano apparire calorosa ed estroversa. E questo è stato il terzo, necessario elemento della principessa del popolo: quella di una persona che utilizzava la propria fama e ricchezza per portare sollievo ai sofferenti. Nella sua ultima intervista, a Le Monde, Diana dichiarò che si sarebbe recata da chiunque soffrisse e avesse bisogno di lei, in qualsiasi momento, ovunque. Solo i santi e le dee possono farlo: ai propri occhi, Diana aveva tenuto fede alla promessa della terza favola ed era diventata santa. La sua morte causò una reazione enorme: le strade del centro di Londra attorno a Buckingham Palace furono invase dalla gente; i mazzi di fiori si accumulavano contro le inferriate; la televisione intervistò centinaia di persone, uomini e donne, che piangendo amaramente raccontavano alle telecamere quanto l avessero amata e quanto tremenda sarebbe stata la vita senza di lei. Il suo funerale fu altrettanto di massa. Centinaia di migliaia di persone si raccolsero fuori dall abbazia di Westminster e centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo lo seguirono in televisione. E adesso possiamo vedere quanto tutto questo fosse vuoto. Perché se è vero che Diana aveva catturato lo spirito del tempo, altrettanto vero è che si trattò di un fenomeno evanescente fatto di celebrità, bellezza, di molta pubblicità e di opere caritatevoli scelte accuratamente. Molti hanno sottolineato il fatto che fu in quel momento che i britannici divennero emotivi. Ma in realtà i britannici sono sempre stati emotivi quando si tratta della famiglia reale e fin dagli anni Sessanta hanno preso ad ostentare comportamenti stravaganti in pubblico. Non è stata Diana a far diventare emotivi i britannici: sono stati loro a permetterle di impadronirsi del loro buon senso ed equilibrio emotivo. Aveva toccato una loro vena profonda di sentimentalismo quasi aggressivo e aveva incoraggiato gli uomini e le donne, in particolare i più giovani, a vedere in lei una sorta di vittima sacrificale. Ma una vittima così elevata nella gerarchia sociale, così splendidamente glamour, così straordinariamente ricca, che l unica cosa che si poteva fare era adorarla. Diana è stata la dea di un Paese senza dei, una religione senza la profondità e senza la riflessione che si addicono a ogni credo serio. Un esempio che procurava gratificazione istantanea; un icona per tempi dominati dai media. Poco prima di diventare primo mini- stro, Gordon Brown si è detto convinto in un intervista che i cittadini britannici stiano superando la loro passione per le celebrità e diventando più seri. Io penso che si sbagli: dopotutto, le celebrità occupano sempre più spazio sui giornali, sulle riviste e in televisione. Ma c è di più: Diana ha dimostrato quanto sia radicato il desiderio di una vita cui delegare la propria, di qualcuno che possa dare corpo con il proprio aspetto, il comportamento e le favole che i media gli costruiscono attorno a una fantasia che è in parte divina. Per questo la sua triste morte è stata una tragedia molteplice. Oltre alla perdita di una giovane vita, è andata anche perduta l opportunità di vedere se, con il passar degli anni, Diana avrebbe smarrito il potere che indubbiamente aveva sul pubblico mondiale e in particolare sul popolo britannico. La dea sarebbe diventata umana? E questa persona sarebbe stata in grado di affrontare la vita con il suo nuovo, inferiore status? E tutto questo ci avrebbe insegnato quanto sia futile cercare divinità sui media? Se fosse vissuta, Diana avrebbe difficilmente potuto evitare di impartire ai cittadini britannici una lezione sulle celebrità: sarebbe stata una lezione di maturità, innanzitutto per lei stessa e poi per noi. Per come sono andate le cose, nella morte Diana resta una favola. Traduzione di Guiomar Parada Una donna normale BEPPE SEBASTE H enri Paul, «l autista di Lady Diana», non era un autista, né tanto meno di Lady Diana. Famoso suo malgrado, era un francese normale che faceva un mestiere forse speciale: responsabile della sicurezza dell Hotel Ritz di Parigi, di proprietà della famiglia Al Fayed. Spappolato nell incidente di dieci anni fa nel tunnel dell Alma (cioè dell Anima), il suo corpo la sua intera vita fu fin dall inizio il perno dell inchiesta e di ogni racconto mediatico sulla morte di Lady D. Tutto si basa sull analisi di un campione di sangue con una percentuale di alcool, ma anche con una tale quantità di monossido di carbonio da impedire a chiunque di muovere due passi. Era il suo? Ubriacone, drogato, depresso (perfino l assenza di una riconoscibile felicità mentale fu giocata come indizio di una colpa), spia inglese, spia francese, tutto questo insieme: sono le parole che hanno distrutto l immagine di H.P. all indomani dell incidente, e che perdurano. Immaginatevi la sua famiglia (genitori in pensione, lui da operaio lei da maestra, e un fratello invalido), stretta tra i Windsor e gli Al Fayed: un incubo. H.P. è un morto sul lavoro, anche se avrebbe potuto declinare l invito a guidare la Mercedes dello schianto. Quella sera era ancora in vacanza, appena tornato dalla Spagna. Qualche giorno dopo la tragedia, la cortina di silenzio in cui spiccavano solo le ingiurie triviali dei media fu rotta dalla calda e semplice lettera di un vicino di casa ai giornali parigini. La descrizione di H.P. insisteva sulla sua normalità negata: «C era un Francese nella Mercedes fracassata della Principessa, anzi era lui che ne teneva il volante. Era il mio vicino. Gli si è fatto indossare ogni abito, senza troppo curarsi se gli andava oppure no. [...] Monsieur Paul era un parigino come gli altri. Tranne il vino rosso: preferiva la birra o il pastis. Ma non al punto di farne un ubriacone, questo no. [...] Celibe senza bambini. Lettore di giornali. Proprietario di una Mini Austin nera automatica, facile da parcheggiare in città. Che parlava l inglese. Socievole. Libero [...] Ma le automobili non lo entusiasmavano, e nemmeno la velocità: la sua passione era l aeroplano. Aveva 605 ore di volo all attivo. Sulla strada era perfino più prudente degli altri e non dimenticava mai di allacciare la cintura [..] Monsieur Paul non andava mai al cinema. A fare cosa, poi? Aveva di meglio, aveva a grandezza naturale il Ritz colle sue star e i suoi sultani, le loro turpitudini e i loro piccoli piaceri». Abitavo a Parigi, e provai un insolita empatia per questa persona normale, al punto di indagare su di lui e dedicargli un romanzo. «Le vite ordinarie», mi insegnava il filosofo Emmanuel Lévinas, «richiedono più coraggio di quelle dei samurai». Mi accorsi che anche la grande protagonista della tragedia del tunnel dell Anima era divenuta un icona e un mito popolare grazie alla sua normalità, che il pubblico percepiva identificandosi. Chi era Lady Diana, oltre tutto ciò che sappiamo? Una donna che si faceva pettinare per assomigliare a Linda Evangelista, che si immaginava a volte come Sharon Stone nel presente, e come Jacqueline Onassis nella posterità. Che due mesi prima di morire sfogliava annunci immobiliari e sognava una casa in California per ricominciare daccapo, come tutti noi. Che leggeva i romanzi sentimentali di Danielle Steel e ascoltava i Dire Straits mentre l ex marito ascoltava Berlioz. Interrogai il concetto di vita privata : privata di cosa? Scoprii che tutti i personaggi di questo dramma provavano una strana nostalgia, e trafficavano in illusioni. Io compreso. Una frase di Kierkegaard mi guidò nell indagine: «L arte significa avere nostalgia anche a casa. È per questo che bisogna intendersi di illusioni». L autore ha scritto H.P. L ultimo autista di Lady Diana, Einaudi 2007 GADGET L iconografia pop su lady Diana è sconfinata In queste pagine, copertine di riviste, bottiglie, tazze, piatti, orologi e altri oggetti con l effigie della People s Princess

4 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 il fatto Allarme ndrangheta La pista di sangue sfociata a Ferragosto nella strage di Duisburg è partita da questo villaggio calabrese dell Aspromonte un giorno di Carnevale del Nata da uno scherzo, ha innescato una interminabile reazione di morte a catena. Il vertiginoso fatturato della criminalità nata da questa terra è migrato altrove; rimane solo vuota desolazione Tra i silenzi di San Luca il paese che muore di faida GIOVANNI MARIA BELLU SAN LUCA Ancor prima di vedere le case rustiche arroccate sulla schiena della montagna «come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno ad uno spino indurito», noti lo scheletro in cemento armato di una villa di tre piani sfacciatamente edificata sul dorso d una collina. E credi di capire perché il più illustre cittadino di San Luca, Corrado Alvaro, a un certo punto la smise di frequentare il paese. Fu una premonizione, forse. La vista dello scheletro della villa ti accompagna anche dopo che la comparsa del paese vecchio per un attimo ti ha restituito l immagine poetica dei nidi di calabrone. E quando finalmente se ne va, ecco un altro scheletro, ecco i ferri acuminati del cemento armato, la periferia grigia, le porte chiuse. È così brutta «la Betlemme della ndrangheta», come l ha definita in una requisitoria il sostituto procuratore Francesco Mollace, che suscita il sospetto di un travestimento. Un modo per non dare nell occhio. Pensi alla casupola di Bernardo Provenza, ai poveri vestiti di Totò Riina. Se questa è la sede sociale di una organizzazione criminale che fattura ogni anno trentasei miliardi di euro, deve pur esserci una strategia dietro tanta desolazione. Ma quando scopri la banale verità, il disgusto estetico si muta in compassione. Povera San Luca e povera la sua gente con la bocca cucita che della ndrangheta si prende solo il fango. E che ha paura anche di dire «Noi non c entriamo». Come se temesse che il solo prendere le distanze dalla faida possa suonare come un affronto verso una delle parti. Il sindaco, Giuseppe Mammoliti, un avvocato quarantenne diessino che da ragazzo protestava a Comiso contro i missili, ha evitato persino di proclamare il lutto cittadino. «Perché non è mai stato fatto prima dice nemmeno per i morti delle alluvioni». In effetti esiste una relazione tra quel che accade in questi giorni e il dissesto idrogeologico. All origine di tutto c è il rapporto dell uomo con la terra. La terra come misura certa delle ricchezza, il controllo del territorio come misura del potere. La faida scoppiò quando, improvvisamente, inaspettatamente, due ragazzi decisero di farsene beffa. Se ne è parlato molto in questi giorni. «Tutto cominciò con un lancio di uova». «Con uno scherzo». Ma non si è detto della straziante sorpresa che quelle uova contenevano. L ha rivelata, fin dal 1994, la cosiddetta operazione Olimpia, una delle più grandi inchieste contro la criminalità organizzata seicento arresti in un solo giorno condotta dai sostituti procuratori di Reggio Calabria Salvatore Boemi, Francesco Mollace, Roberto Pennisi e Giuseppe Verzera. Era il 14 febbraio del 1991, uno degli ultimi giorni di Carnevale, quando due ragazzi mascherati entrarono nel bar del circolo Arci di San Luca, gestito da Domenico Pelle, uno dei membri della maggiore, la famiglia più potente della ndrangheta, l aristocrazia mafiosa che aveva in Giuseppe Nirta il capo indiscusso. I due si chiamavano Francesco Passata dalle estorsioni su scala locale ai ben più redditizi sequestri di persona dei Settanta, fino al gran giro della droga, oggi la malavita non abita più qui Non infierite su di noi, siamo a pezzi, dice don Stefano, sacerdote indiano che fa le veci del parroco, don Pino, parente di una delle vittime della vendetta LE IMMAGINI Le fotografie che illustrano queste pagine sono tratte dal libro di Letizia Battaglia e Franco Zecchin Dovere di cronaca, edito da Peliti Associati nel 2006 (con testi di Giuseppe Fava, Diego Mormorio e Michele Perriera, 160 pagine, euro 48) In un reportage ormai storico nel profondo sud quello stesso immutabile male oscuro Destino da gente coi cuori di tenebre S cendendo verso Platì incontro una coppia di contadini anziani, lui fa un timido gesto con la mano e fermo subito. «Dove andate?» «A Platì» dice lui che è piccolo, ingobbito con capelli bianchi e faccia rugosa. Salgono e mi sento più tranquillo come se fossero un mio salvacondotto. Ora lei che è vestita di nero e ancora forte e dura gli sta chiedendo: «Tu lo fermasti chistu cristianu?» «Io lo fermai» dice lui. «È buona la strada?» chiedo. «Buona se non la fai a piedi» dice lei. «E i banditi ci sono?» «Quelli noi non li vediamo, ma chi conosce la sua giornata prima che sia finita? A ognuno la sua ora, ma tu vai tranquillo». Suona nella sua voce una autorità matriarcale: vai tranquillo forestiero che io ti proteggo. [...] Visto dall alto Platì, il villaggio più duro e isolato della Locride, è una macchia grigio-gialla schiacciata sul fondo del vallone. Ci sono solo due uomini seduti sulle spallette dei ponti, sui gradini delle case, su cinquemila abitanti i pregiudicati sono più di mille [...] Che cosa so di questa gente? Buoni o impietosi? Selvatici per natura o piegati dalla miseria e dall isolamento? Forse meglio di quanto si pensi, forse peggio di quanto si immagini. Il padre di Corrado Alvaro, lo scrittore, aveva fatto «un patto con l avvenire. Che quanti figli avrebbe avuti li avrebbe fatti studiare». Faceva il maestro di scuola qui a San Luca e per trenta anni scrisse le lettere agli emigrati, tenne vivo il legame fra mogli e mariti, fra figli e padri. Suo figlio Corrado era molto legato a San Luca e all Aspromonte, mai dimentico degli anni dell adolescenza, «l adolescenza» diceva «è una riserva per gli anni in cui la fantasia avrà cessato di parlare» e quell adolescenza felice, le memorie della solidarietà montanara gli impedivano di vedere il resto, come la volta che tornò a casa da un viaggio, chiese dove fosse il padre e la madre gli diceva «è andato all organizzazione» e lui sapeva quale ma non faceva domande. [...] Che San Luca sia un paese di sequestratori lo si vede dalle sue case, molte rimaste a metà, a un terzo in attesa di nuovi riscatti, pareti di mattoni traforati che attendono gli intonaci, pilastri di cemento per cui si vede la montagna bianca. Anche qui un migliaio di pregiudicati su quattromila abitanti, ma onesti o pregiudicati qui «si resta amici, non si ha il coraggio di rompere». Don Pino Strangio, il parroco di San Luca, cugino dello Strangio ferito dai carabinieri, che deve GIORGIO BOCCA confortare le vedove degli uccisi, le mogli e i figli degli imprigionati, è nato qui, questo è il suo popolo, è uno di quei preti di montagna che ti guardano e sembrano dire: «Non lo vedi che sono un povero come gli altri?». [...] Gente sfortunata o cuori di tenebre? Lupi feroci o flagello di se stessi? Uomini che cercano di comunicare o chiusi in una loro stoica e stolida durezza? Ne ho parlato per una lunga notte con l avvocato Giulio Medici e il procuratore di Reggio Calabria Nino Montera, giù a Scilla, in una di quelle notti stellate, di mare nero, invisibile ma ne senti il respiro, di Sicilia illuminata oltre quel nero, sotto il castello dei Ruffo, vicino al mercato del pesce scavato nella roccia, in uno di questi magici affondi al mare della Calabria aspra e montana, in uno di questi riparati ma cupi borghi marini da cui partono i pescatori di pescispada e di ricciole. All avvocato Giulio Medici hanno sequestrato più di due anni fa un fratello e non è più tornato e lui, l avvocato, è ancora dentro al dolore, ancora ossessionato da quella partita persa, ancora convinto di averla persa per un nulla, lui nato e cresciuto a Bianco nella Locride. [...] «Che gente è? Come spiegarlo. A volte sembrano fermi alla civiltà del maiale, il maiale legato per una zampa. Feroci? Cattivi? Impietosi? A me hanno ucciso un fratello, ma non saprei giudicarli. Forse so una cosa sola, che sono peggio dei loro padri e nonni. Almeno quelli avevano una identità, una storia, appartenevano a una cultura pastorale, dura con gli estranei ma solidale con i paesani. Tutto ciò è finito o non è più la stessa cosa da quando una parte di questa Calabria montanara è scesa alla costa, a Locri, Bova Marina, Bovalino, Bianco e si è formata una miscela esplosiva, la durezza del clan montanaro mescolata all avidità delle clientele politiche e affaristiche della costa. La Calabria dell Aspromonte non è più quella. Chi è rimasto in montagna non perdona a quelli della costa di aver fatto facile fortuna, ma da quelli della costa ha imparato a chiedere molto, a chiedere sempre di più. In questo groviglio è difficile anche per noi capire se dietro il rapimento di un farmacista, di un avvocato, di un medico ci sta soltanto voglia di denaro o anche un rancore sociale, una vendetta». (Tratto da L inferno. Profondo sud, male oscuro, Mondadori, 1992)

5 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 Strangio e Domenico Nirta. Quest ultimo, però, non apparteneva ai Nirta nobili, quelli di Giuseppe, ma a un ramo minore, cadetto, in definitiva a una delle famiglie che, al pari degli Strangio, avevano in passato riconosciuto pacificamente la supremazia e dunque la guida della maggiore. Meno di un ora dopo, i due ragazzi mascherati furono uccisi a colpi di mitra mentre ancora ridevano dello scherzo seduti su un muretto del paese. Quel duplice omicidio, che nelle intenzioni degli autori avrebbe dovuto chiudere definitivamente la partita, innescò la reazione a catena che ha portato alla strage di Duisburg. Le uova erano marce. Avevano cominciato a marcire a metà verso la metà degli anni Sessanta. All epoca la ndrangheta era davvero la sorella minore della camorra e della mafia. Una organizzazione rurale, che governava con mano ferma un popolo di pastori e contadini e che cominciava appena a intravedere le possibilità di guadagno che sarebbero potute derivare dal polo siderurgico, dai lavori nelle autostrade, dagli appalti pubblici. Era guidata da una sorta di triumvirato all interno del quale Giuseppe Nirta, primus inter pares, rappresentava San Luca, riconosciuta sede spirituale dell organizzazione soprattutto per via del Santuario di Polsi, il luogo in cui per anni, verso i primi di settembre, i capi delle famiglie si sono riuniti per consacrare al loro dio le decisioni più importanti. Le uova della futura faida accelerarono il loro processo di putrefazione verso la metà degli anni Settanta quando la ndrangheta di Reggio Calabria, capeggiata dai De Stefano, mise sanguinosamente in discussione l egemonia dei cugini di campagna i quali, in quegli stessi anni, scoprivano un nuovo filone d oro, ben più remunerativo delle estorsioni e degli affari tutti interni alla modesta economia della Locride: i sequestri di persona a scopo di estorsione. Fu allora che il rapporto con la terra cominciò a cambiare, e con esso la misura della ricchezza e del potere. Fu allora, forse, che la premonizione di Corrado Alvaro cominciò a compiersi. La terra, la meravigliosa terra della Valle del Buonamico, smise di valere in quanto tale come bosco, come campo, come pascolo perché il prodotto che era in grado di dare l allevamento di un solo esemplare un uomo, specie se si chiamava Paul Getty Junior era incommensurabilmente superiore a quello di qualunque coltivazione e anche di qualunque estorsione. Ma comunque, anche se come prigione, la terra ancora serviva. Anzi, alcuni interminabili sequestri, come quello di Cesare Casella (743 giorni) o quello di Carlo Celadon (831) forse durarono tanto anche perché i loro autori volevano manifestare la loro potenza e la loro ferocia. Il territorio di San Luca valeva ancora. Ci volle infatti un altro passaggio perché le uova della faida marcissero definitivamente. Un passaggio generazionale come, del resto, era inevitabile in un organizzazione a base familiare quale la ndrangheta. Esattamente come i loro coetanei della generazione del boom economico, i figli dei boss avevano studiato, avevano cominciato a girare il mondo, avevano scoperto che in un giorno di treno si poteva arrivare in Germania e in mezza giornata di aereo si poteva addirittura raggiungere l America. Scoprirono che esisteva una formula magica per moltiplicare all infinito il denaro. Bastava comprare della polvere e farla girare. Una partita di quella roba valeva quanto un latifondo. Questo processo il 14 febbraio del 1991, quando quei due ragazzi entrarono al circolo Arci di San Luca, si era ormai compiuto. C erano stati omicidi che avevano scosso gli antichi equilibri. Caduto il triumvirato, rapidamente abbandonata, perché incompatibile con la natura stessa dell organizzazione, l idea di arrivare alla individuazione di un unico capo supremo, a San Luca ancora reggeva, come fosse un titolo nobiliare, la distinzione tra la maggiore e le altre famiglie. Quel lancio di uova ne segnò la fine. La puzza che invase il circolo Arci salì fino al cervello dei Nirta, dei Vottari e dei Pelle come una filastrocca beffarda che diceva: «Non ci fate più paura. Non comandate più». La terra, esattamente come dopo la disgregazione di un feudo, tornò incolta nelle mani dei contadini. Anche se qua hanno uno stipendio regionale e si chiamano forestali. Sono cinquecento in un paese di quattromilacinquecento abitanti. Hanno ereditato l Aspromonte e le sue macerie, più qualche ospite occasionale. I latitanti di peso hanno per rifugio il mondo. Una terrificante buca nella strada ti dà il benvenuto dopo uno degli ultimi tornanti, quando sei ormai sotto le «case-nido di calabrone». È come se il mare fosse una componente essenziale dell asfalto. Infatti, via via che ti allontani dalla costa, la strada peggiora. Tra Bovalino e Bianco vai sul liscio o quasi e, se non fosse per la ferrovia che segue ostinatamente il litorale e spesso lo nasconde, vedresti l opulenza di certe ville, di certi alberghi e anche di certi palazzi, poliambulatori, garage. Una visione parziale, comunque. Perché per capire dove vanno quei trentasei miliardi dovresti poter spaziare con lo sguardo oltre la curva dell orizzonte. A San Luca è rimasto sono rimasti solo il nome, come un marchio d infamia, le buche delle strade e gli scheletri delle case. Suona beffarda quella scritta Comune d Europa che campeggia sotto il toponimo in un cartello bianco all ingresso del paese, assieme ai nomi dei due paesi gemellati: Vallerano, un ridente centro sul lago di Bolsena, e Cascia, in Umbria. Una fila di vecchi lampioni ti guida verso il centro del paese. I nomi delle strade sono scritti direttamente sul muro: Via U. La Malfa, Via P. Togliatti, Via D. Aligheri. La casa-museo di Corrado Alvaro si affaccia, con le sue finestre chiuse, sulla piazza della chiesa. Una sola messa nei giorni d estate, poco prima delle otto. Il parroco, don Pino Strangio, parente di una delle vittime della faida, non c è. Lo sostituisce don Stefano, un sacerdote indiano, che è qua da due anni e ha già capito tutto. Eppure qualcosa la dice, anche perché in effetti non c è alcun motivo per nasconderla visto che è scritta all ingresso del paese. «Nel maggio scorso siamo andati con dei paesani in uno dei paesi gemellati con San Luca, a Cascia. Il paese di Santa Rita, che perdonò gli assassini del marito». E poi basta. A parte la frase rituale, la stessa che ripete il sindaco: «Non infierite su di noi, siamo a pezzi».

6 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 il reportage Yoga duemila Jaggi Vasudev, detto Sadhguru, è un settantenne che gira il mondo per insegnare Inner Engineering nelle università e nei summit più prestigiosi. Siamo andati nel suo ashram del Tamil Nadu, nel sud dell India, per studiare i metodi e gli insegnamenti di questo singolare yogi laico Il post-guru ingegnere dell anima FEDERICO RAMPINI COIMBATORE ashram l ho creato per chi ha voglia di vivere, non per chi è «Questo interessato al paradiso. Quelli che pretendono di aver trovato le chiavi della vita eterna, quando li guardo in faccia penso che preferirei non finire nel loro paradiso. Ci sono tante forme di follia e di odio ma quelle che usano la religione sono le peggiori. Perciò vi chiedo questo: per sette giorni, oltre a tenere spenti i telefonini, offrite una vacanza al vostro Dio o ai vostri dèi». Non ti aspetti un esordio così da un guru dello spiritualismo indiano. Questo è il primo yogi laico che ho incontrato. Si chiama Jaggi Vasudev, detto Sadhguru. È un bell uomo imponente, alto e magro, con lunga chioma e barba bianca che incorniciano un viso giovanile. La sua pelle scura è liscia come quella di un bambino, ha occhi luminosi, lo sguardo intenso, e uno spiccato gusto per l ironia. Guru in sanscrito è colui che illumina l oscurità, sadh vuole dire dentro. Il Sadhguru l ho conosciuto al World Economic Forum di Davos, il vertice dei vip che si tiene ogni anno sulle montagne svizzere dei Grigioni. Gli organizzatori lo hanno invitato all esclusivo summit dell economia globale perché questo filosofo, poeta e musicista è molto più di uno yogi. Oltre a tenere i suoi corsi di Inner Engineering ( ingegneria interiore ) è un attivista politico e un militante umanitario. E così eccomi al Vanaprastha ashram della fondazione Isha, il centro del Sadghuru nel Tamil Nadu, punta meridionale dell India. Mi sono iscritto con altri duecento partecipanti per una settimana di Wholeness Program, un corso intensivo di yoga e meditazione per aiutarci a raggiungere la nostra completezza. La fondazione sembra un villaggio di contadini. C è una dozzina di semplici casupole per gli ospiti: celle monacali con due brandine militari, una fioca lampadina, niente telefono né radio o tv, un ventilatore per combattere nugoli di zanzare. C è una sorta di tempio per il raccoglimento e la musica, e l anfiteatro aperto su un ampio giardino per le sedute di yoga. Siamo circondati dalla foresta tropicale ai piedi dei monti Velliangiri, dove ci sconsigliano di passeggiare la sera per via degli elefanti selvatici «un po irrequieti». E chi mai ha la forza per una passeggiata serale? Ogni mattina alle cinque un tamburo impone la sveglia. Doccia ghiacciata (l acqua calda non esiste), niente caffè né tè perché bisogna purificarsi dalle tossine eccitanti. Alle sei ha inizio la prima seduta di yoga, un ora e mezza. Poi è breakfast. Accovacciati sulla nuda terra, con una larga foglia di banano come piatto, aspettiamo che i volontari di turno ci rovescino davanti le porzioni del rancio. Una fetta di mango, una manciata di riso bollito, un pu- gno di semolino e cetrioli, una mestolata di minestra di lenticchie che appena rovesciata dilaga dappertutto, una fetta di papadam (sottile pane croccante speziato). Si mangia con le mani, minestra inclusa (i più esperti la mescolano velocemente nel riso), contorcendosi per non sbrodolarsi. La giornata è scandita così: tre sedute di yoga, due sedute di lezioni di vita con il maestro, tre pasti rigorosamente vegetariani. Alle nove di sera crolli a letto. Anche se sei pratico di yoga le rotule sono a pezzi dopo otto ore in ginocchio con le natiche sui talloni. Gli esercizi di yoga sono semplici, aperti anche ai principianti, si comincia dai movimenti elementari: il saluto al sole, le tecniche di respirazione. Che faccia bene alla salute è fuori dubbio. Ne ho la prova definitiva quando il settantenne Sadhguru ci sfida a una partita di frisbee nel prato, lo vedo esibirsi in salti e acrobazie, ha scatti felini con l agilità di un adolescente. A volte lui arriva all ashram percorrendo i sentieri di fango allagati dai monsoni su una moto fuoristrada. Per un mese all anno i più allenati lo seguono per il seminario speciale sull Himalaya che include giornate di trekking a quattromila metri. Malgrado i morsi della fame e le crisi di astinenza da caffè, l atmosfera è allegra. Non è un corso per aspiranti asceti in fuga dal mondo. «La vita spirituale dice il guru non esclude l attività professionale, le responsabilità sociali e familiari, anzi le usa come veicoli per la crescita personale e la realizzazione di sé». Quando arriva nel grande padiglione dove facciamo gli esercizi di yoga lui va a sedersi su una roccia bianca, preceduto dalle melodie di un orchestra di sitar. Sulla parete dietro il Sadhguru un grande affresco murale rievoca lo stile di un arte primitiva. C è dipinto uno yogi che gli assomiglia, raffigurato in una serie di scenette naif: in una medita davanti a un grande sole, in un altra salva una donna dalle fiamme, poi abbraccia una mucca, infine in un allegoria erotica ha un grosso serpente che gli sguscia dalle gambe e viene accarezzato languidamente da una ragazza. «Lo yoga ci ha detto fin dalla prima seduta il Sadhguru non ha implicazioni spirituali né ideologiche, è compatibile con qualsiasi fede religiosa e anche con l ateismo. Vuole solo rendervi più felici, aiutarvi ad avere successo nelle relazioni umane e nel lavoro. Ve lo insegnerò divertendovi». Gli incontri con lui sono delle lezioni di buonsenso, chi cerca di più resta deluso. Il guru somministra semplici regole di vita per essere Quelli che dicono di aver trovato le chiavi della vita eterna, quando li guardo penso che preferirei non finire nel loro paradiso Ci sono tante forme di follia e odio ma quelle che usano la religione sono le peggiori FOTO AFP OROSCOPOsms La Buona Stella Ogni mattina il tuo oroscopo sul tuo cellulare. Iscriviti al servizio inviando un SMS al con scritto STELLA segno zodiacale ON (es. STELLA TORO ON). Servizio in abbonamento: costo IVA incl. per SMS ricevuto TIM 0,3098, Vodafone 0,30 e Wind 0,30. Il costo dell SMS di richiesta è di 0,24 (Iva incl.). Per disattivare il servizio invia un SMS al con scritto STELLA OFF.

7 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 FOTO CORBIS Tantra è un nome che per alcuni evoca fantasiose acrobazie sessuali. Invece è una scienza, frutto di secoli di esperimenti, che aiuta a usare al meglio corpo, mente, energie ASHRAM Sopra, tre immagini del Vanaprastha ashram. A sinistra, il Sadhguru Jaggi Vasudev. Al centro, bronzo del Decimo secolo di Shiva Nataraja, dio della danza meno ossessionati dallo stress quotidiano della rincorsa ai beni materiali, senza per questo condannare il successo economico e i piaceri della vita (lui stesso non li disdegna, compresa una nuovissima Range Rover parcheggiata davanti all ashram). «Voi vivete in questo istante e la realtà di questo preciso istante non è modificabile; se imparate ad accettarla curate la principale causa della sofferenza, che siete voi stessi». Non emana l atmosfera da ipnosi delle sette o l esaltazione dei tele-evangelisti. Semmai i suoi consigli mi ricordano certi psicologi fai-da-te dei talkshow americani. Ma con un impronta indiana inconfondibile. «La tecnologia moderna dice ha fatto meraviglie, pensate ai telefonini e a Internet: ancora quindici anni fa da questa foresta mi era impossibile comunicare col resto del mondo. Ebbene, il tantra è la nostra tecnologia dello spirito. Tantra è un nome che per alcuni di voi evoca fantasiose acrobazie sessuali. Invece è una scienza, frutto di secoli di esperimenti, che vi aiuta a usare il corpo, la mente e le energie nel modo migliore. Molti esseri umani sprecano gran parte della loro creatività, solo perché la mente vaga fra troppe distrazioni, le energie vitali non sono abbastanza organizzate. Quel che fate della vostra vita è una scelta che riguarda solo voi; io posso aiutarvi a non sprecare le vostre possibilità». Con me ci sono altri occidentali. Una scrittrice tedesca cinquantenne che vive a Delhi confessa che da quando è qui non dorme più di quattro ore a notte e con aria masochista si dice contenta perché, secondo lei, «soffrire per mancanza di sonno fa parte della cura yoga». Suzanne Boeters, ventenne olandese che ha preso un master in Business administration a New York, ha conosciuto il Sadhguru in America e ha deciso di venire a lavorare come volontaria nella sua fondazione. Incontro anche un habitué di Davos, il sessantenne magnate inglese Lawrence Bloom. A ventisette anni era uno dei più ricchi intermediari immobiliari di Londra. «Ero ancora un ragazzo e avevo avuto già quasi tutto dalla vita, come soddisfazioni materiali. Un giorno mi sono detto: cosa me ne faccio? Sono partito per l India alla ricerca del mio io più profondo, e non ho più smesso di venirci». La maggioranza dei partecipanti però sono indiani: un universo multicolore di uomini e donne, anziani, intere famiglie coi ragazzi. Appartengono a un ceto medio-alto perché possono permettersi di pagare almeno quattrocento dollari a testa, e il corso si tiene in inglese. È ben rappresentata la nuova India dei manager, imprenditori, professionisti delle tecnologie avanzate, compresi gli esponenti della diaspora. Due giovani sposi, che accovacciati a fianco a me a cena cercano di insegnarmi ad agguantare la minestra di lenticchie nel palmo della mano, sono arrivati all aeroporto di Coimbatore da Helsinki, dove lavorano al quartier generale della Nokia. C è una giovane indiana che vive nel Connecticut, e alla vista del Sadhguru entra in uno stato di commozione tale che piange e si getta a terra per tentare di baciargli i piedi. Il Sadhguru è una celebrità in India: per assistere a una sua recente conferenza centoventimila persone hanno invaso il lungomare di Chennai (Madras). È anche un fenomeno globale. Mi fa vedere la sua agenda di impegni e da qui alla fine del 2007 leggo: una settimana di seminario di ingegneria interiore a Los Angeles, poi a Santa Clara (Silicon Valley, California), Detroit, Londra, infine l Australia e perfino la Cina. L accesso all establishment del capitalismo occidentale ha i suoi vantaggi per il finanziamento delle attività filantropiche. La fondazione Isha assiste i sopravvissuti del cancro in alcuni ospedali di New York e Detroit. Nei penitenziari americani e indiani il Sadhguru anima l iniziativa Inner Freedom for the Imprisoned ( libertà interiore per i prigionieri ) visitando personalmente i carcerati. Finanzia scuole per i bambini dei contadini poveri del Tamil Nadu, che grazie alla multinazionale informatica indiana Wipro hanno un computer ogni cinque scolari. L operazione più impegnativa è la riforestazione del Tamil Nadu: i volontari della fondazione Isha hanno già piantato due milioni e mezzo di alberi; l obiettivo è aumentare del dieci per cento la superficie forestale dell India meridionale entro un decennio. Il compagno di corso con cui coabito nella cella monacale dell ashram è Krishnan Venkatraman, di Bhopal. Per arrivare qui ha viaggiato in treno due giorni e due notti. Ha quarant anni, di mestiere faceva l ispettore per gli esami della patente di guida. Ha mollato tutto. «Adesso dedico la vita alla ricerca della mia strada, e questo significa anzitutto trovare il maestro giusto. Ho un piccolo appartamento, ho messo da parte quel che mi basta per mangiare e vestirmi, non ho altre esigenze». Fa l insegnante volontario, non retribuito, nelle scuole per i figli dei contadini poveri. Parla inglese con un forte accento indiano, che lo rende a tratti incomprensibile, ma usa un linguaggio colto, con vocaboli ricercati. Sa molto dell Italia, perfino i risultati delle ultime elezioni legislative. Mi chiede se la relazione fra il latino e l italiano è esattamente quella che c è fra il sanscrito classico e lo hindi. Quando cita Virgilio, chiedo esterrefatto come un indiano ex ispettore di scuola guida si sia imbattuto nel poeta latino. Mi risponde come se fosse ovvio: «È impossibile capire veramente Shakespeare senza aver studiato Virgilio».

8 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 la memoria Crimini nazisti Un nuovo film narra la storia di Adolf Burger, ebreo, deportato ad Auschwitz e poi addetto alla fabbricazione di sterline contraffatte con cui il Reich voleva far crollare le economie dei suoi nemici. A 90 anni, il protagonista di questa incredibile vicenda è vivo e combattivo Siamo andati a Praga per ascoltare il suo racconto Falsario nei lager di Hitler MARIA PIA FUSCO PRAGA IERI E OGGI Adolf Burger ieri, ritratto da un compagno di prigionia, e oggi nella sua casa di Praga Il numero parla. Si chiamava così il primo libro di Adolf Burger, che mostra il numero, ancora lì sul braccio sinistro, segno indelebile dell orrore dell Olocausto. Nel libro c erano dieci fotografie scattate da lui il 5 maggio del 45, quando uscì dal campo di Ebensee. «Quando gli americani mi liberarono mi diedero una pistola, perché ero un sottufficiale dell esercito cecoslovacco e, con addosso l uniforme del lager, andai a piedi nel villaggio più vicino. Trovai una signora con le figlie che, vedendomi armato, si spaventò. Stia calma, non le faccio niente. Mi dia solo la macchina fotografica e la pellicola, se ce l ha, le dissi. Tornai al campo e feci le foto, perché si può scrivere un volume alto così, ma se non è corredato da documenti nessuno ci crede. Come può una persona normale credere che a Birkenau ogni settimana seicento uomini sostavano sul piazzale, tutti nudi, e passava un medico che puntava il dito su alcuni di loro e quelli erano destinati alla camera a gas?». Adolf Burger ha novant anni, li ha compiuti il 12 agosto, la festa è stata «un pranzo con amici e parenti, le tre figlie, i nipoti. Ho già un pronipote di sei anni», dice con fierezza, consapevole dello stupore che suscita il suo aspetto solido e sano, la capigliatura folta e solo macchiata di bianco, lo sguardo chiaro e acceso, l energia dei gesti, la lucida vivacità con cui racconta la sua storia incredibile. Non c è segno di stanchezza mentre sale e scende con agilità le scale della casa a due piani in cui vive da solo, immersa in un giardino pieno di luce, in un quartiere residenziale a nord di Praga. «Non ho mai fumato, mai bevuto alcol, mai un dito di birra, per questo sto così bene. Anche se la cosa mi ha creato problemi, soprattutto alla scuola sottufficiali, dopo le esercitazioni si andava a bere, gli altri ordinavano birra, io chiedevo latte e cioccolato e tutti ridevano come pazzi». L occasione dell incontro con il signor Burger è il suo terzo libro, La fabbrica deldiavolo, scritto in tedesco, sull operazione segreta con cui il Reich decise di produrre banconote false dei paesi nemici, Gran Bretagna e Usa, con l obiettivo di far crollare la loro economia. Dal libro è tratto il film Il Falsario- Operazione Bernhard, che, presentato al Festival di Berlino, sarà distribuito in Italia dalla LadyFilm ai primi di novembre. Burger era uno dei falsari e l incontro diventa un viaggio emozionante nella memoria di un uomo che ha vissuto eventi drammatici, fuori dal comune. Nato a Velka Lominca, un villaggio slovacco, da ragazzo lavorava come tipografo. «All epoca erano rari i tipografi professionisti e io ero un privilegiato, non dovevo portare la stella, potevo fare documenti falsi per aiutare molti ebrei ad espatriare, militavo in un movimento sionista, avevamo il sogno di andare a edificare la nostra Palestina, ma la strada è stata un altra». Fu arrestato nel 42, a venticinque anni, con sua moglie Gisela. Tre giorni di interrogatorio, poi sul treno per Auschwitz. Dove «sono stato soltanto sei settimane, prima di passare a Birkenau, un inferno. In confronto Auschwitz era una casa di cura, avevo persino un letto. Himmler aveva deciso che a Birkenau era inutile costruire edifici per gente destinata a morire, bastavano le stalle. In una stalla dormivamo in ottocento, cinque per letto, quattro piani di letti». Con toni vivaci, senza tradire emozioni, Burger racconta dell iniezione che gli fecero, parte degli esperimenti sul tifo di Mengele per conto del gruppo chimico IG Farben, delle sei settimane con la febbre a quarantadue, della cioccolata che un amico trovò nei bagagli dei prigionieri e che consegnò a una guardia. «Mi fece spostare in un altro settore, mi salvò la vita. Tutti gli altri sono morti nelle camere». Poi il lavoro nel Comando Canada, come le Ss chiamavano i detenuti addetti a catalogare i bagagli dei nuovi arrivati, fino all appello speciale. «Ogni sera c era l appello e dall altoparlante le richieste: dieci falegnami, cuochi, carpentieri, mestieri vari. Una sera invece dei mestieri, lessero numeri. Anche il Presentarsi dal comandante Hess. Non sono un eroe, ho avuto paura tutta la notte». Cominciò così la sua esperienza di falsario. Si presentò al comandante «dissi il numero, non avevamo diritto al nome» e invece lui disse: «Signor Burger, lei è tipografo? Abbiamo bisogno di lei a Berlino». Gli promise lavoro e una vita normale di uomo libero. «Non riuscivo a crederci, Birkenau era il capolinea, era gestita nel segno di notte e nebbia che significava liquidazione, sapevo che i centomila uomini e le ventimila donne erano destinati alle camere a gas», ma quando, dopo tre settimane di quarantena per paura di infezioni a Berlino, salì su un vero rapido e non sui carri bestiame e arrivato in città vide uomini e donne e bambini vestiti normalmente «una scena che non vedevo da anni» pensò davvero che i miracoli esistessero. La destinazione era Sachsenhausen, un altro lager. C era il filo spinato, una porta alta tre metri «ma in confronto a quello che avevo passato mi sentivo in ferie. Potevo mangiare quello che volevo, avevo un letto con le lenzuola, c era la radio con la musica e le notizie, c era perfino un tavolo di ping pong. Ho giocato una con Ss. Io, ebreo, ho giocato a ping pong con una Ss! Vivevo in una baracca con altri centoquaranta tipografi. Tutti ebrei. Perché era un operazione segreta del Reich e al momento giusto saremmo stati liquidati tutti, non dovevano restare testimoni. Perciò la sera, finito il lavoro, pensavo che, certo, in confronto al passato ero in vacanza. Però morto». A Sachsenhausen furono stampati centotrentadue milioni di lire sterline, alcune finirono nelle banche, altre usate per comprare armi e Burger ricorda divertito che Cicero, nome in codice della più famosa spia tedesca, «ricevette come premio da Himmler trecentomila sterline tutte fatte da noi». Il sabotaggio non era facile «perché le Ss avevano radunato venti esperti bancari che controllavano le banconote una per una e, se si scoprivano errori volontari, c era la morte immediata. Ma noi volevamo lanciare un segnale all esterno e allora agli incaricati di invecchiare le banconote le stampavamo nel ma l anno riportato era il 1937 CODICE PERFORATO Per invecchiare le banconote artefatte i falsari le bucavano dove un inglese non avrebbe mai osato: vicino allo stemma della regina. Speravano così di segnalare all estero la circolazione di moneta falsa boicottando l operazione della Germania LA SQUADRA Foto di gruppo, dopo la liberazione, per i falsari di Sachsenhausen Nel cerchio rosso, Adolf Burger L arresto Adolf Burger fu arrestato con la moglie nel 1942 Tipografo professionista, falsificava documenti per far fuggire gli ebrei Auschwitz Fu condotto con la moglie nel lager. Lui vi rimase sei settimane, lei invece fu deportata subito a Birkenau e morì nelle camere a gas Mengele Trasferito a Birkenau fu sottoposto agli studi sul tifo dell angelo della morte : ebbe febbre a 42 gradi per sei settimane

9 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 FALCE E MARTELLO Stella di David e falce e martello sostituiscono i simboli della Royal Mail PROPAGANDA BOLLATA Per rispondere a un azione di propaganda alleata che nel 43 lanciò in Germania una serie di francobolli contraffatti, il Reich mobilitò la squadra di Sachsenhausen anche su questo fronte Qui sopra un falso copiato del Giubileo d Argento del 1935 Stalin sostituisce Re Giorgio V, la legenda viene modificata This War is a Jewsh War, manca la lettera i di Jewish LA SIGLA Il monogramma "Ger" sotto la corona al centro diventa "Sssr" STELLA ROSSA Una stella con falce e martello invece dei simboli originali FANTAPOLITICA I francobolli contraffatti sono costellati di simboli che alludono alla presunta sottomissione dell'inghilterra all'unione Sovietica Qui sopra, il secondo falso, il mezzo penny bruno dell Incoronazione del 1937 diventa una parodia del matrimonio tra re Giorgio VI e Stalin al posto di Elisabetta stropicciandole e forandole con l ago, chiedemmo di bucare il disegno della regina. Nessun inglese si sarebbe permesso di bucare la regina! Era il modo per riconoscere che erano false, altrimenti erano perfette, neanch io avrei saputo distinguerle. Dopo la guerra, a Praga andai alla banca di stato e mi divertii a sbalordire gli impiegati individuando nelle loro riserve una quantità di sterline false osservandole alla luce della finestra». Il miglior amico di Burger a Sachsenhausen era un ebreo russo, Smolianoff, nel film chiamato Sorowitsch. «Lui era l unico criminale, un vero falsario ricercato già prima della guerra, è lui che fece il mio ritratto a matita. Era straordinario, ma con tutta la sua abilità fu difficile riprodurre i dollari. Inoltre dalla radio sapevamo l andamento della guerra, non volevamo che i nostri dollari aiutassero il Reich a prolungarla. Decidemmo di mischiare la gelatina per la stampa con altre sostanze. L immagine del presidente sul dollaro era perfetta, ma la gelatina non era buona». E gli alleati erano alle porte. Burger fu liberato ad Ebensee dove lo avevano portato le Ss in fuga da Sachsenhausen insieme a casse di banconote false, gettate nel lago di Toplitz. Nel 2000 una troupe americana andò a girare a Toplitz un documentario con attrezzature tecniche d avanguardia e sommozzatori che estrassero le casse dal fondo del lago e chiamarono Burger per intervistarlo. «Ci andai ma li feci incazzare perché pretesi due delle banconote recuperate, non volevano darmele, erano destinate a una mostra a Los Angeles, ma hanno dovuto cedere altrimenti me ne andavo». Burger interrompe a tratti il suo racconto per cercare un immagine, un documento, un ritaglio. «A novant anni», dice, «mi sento una ditta in liquidazione, ma non sono così vecchio da considerarli un regalo della vita. Ho ancora tanto da fare, ho casse di documenti e foto dell epoca ancora tutti da elaborare». Eppure per anni aveva scelto il silenzio. Dopo la guerra si stabilì a Praga «non potevo tornare a Bratislava, non potevo incontrare ogni giorno gli aguzzini colpevoli dello sterminio della mia famiglia» e, dopo il primo libro, per vent anni non parlò più dell Olocausto. «Volevo tagliare con il passato. Fino al 1972, quando alcuni amici falsari mi mandarono dalla Germania un volantino: il neonazista Erwin Schoenberg negava l Olocausto e offriva diecimila marchi a chiunque testimoniasse di aver visto una persona finita nelle camere a gas. Non potevo più tacere. Ero un dirigente della Herz e dell Avis, avevo una buona posizione, ma non potevo più lavorare. Cominciai a raccogliere documenti in Europa, a girare per la Germania, a tenere conferenze nelle università e nei licei, raccontavo e mostravo immagini di Auschwitz e di Birkenau. Voi siete la nuova generazione, non dovete avere il senso ci colpa perché voi siete innocenti. Ma se vi arruolate con i neonazisti diventerete assassini, dicevo. Sul totale di milioni di tedeschi quelli con cui ho parlato sono una sciocchezza, ma sono sicuro che nessuno di loro è diventato neonazista». Da allora non ha mai smesso di cercare documenti, di scrivere, di parlare, una scelta coraggiosa. «Macché coraggio. Quando penso che c ero anch io tra quei seicento uomini nudi in fila davanti al medico che puntava il dito e avrebbe potuto indicare me, cosa può IL LIBRO E IL FILM La storia dell Operazione Bernhard, l azione con cui i tedeschi cercarono di creare il dissesto economico nei paesi nemici producendo moneta falsa, è il soggetto dell ultimo libro di Adolf Burger da cui è stato tratto il film Il falsario Presentata all ultimo Festival di Berlino, la pellicola uscirà ai primi di novembre in Italia per la Ladyfilm SU REPUBBLICA.IT Il racconto di Maria Pia Fusco, arricchito da immagini, filmati inediti, trailer del film è online da oggi. Le audiogallery e il montaggio delle interviste sono state realizzate dalla redazione di Repubblica.it - Repubblica Radio Tv con la collaborazione di Valentina Clemente succedermi?», dice, e non c è risentimento nella sua voce, che si anima leggermente parlando del comandante di Sachsenhausen, Kruger. «Non ho incontrato nessuna delle Ss che conoscevo, non so come avrei reagito. Ma ho seguito sempre la vita di Kruger, che si è nascosto ed è stato individuato solo dieci anni dopo la fine della guerra. È stato processato ma non è stato condannato per il reato di falsario perché era caduto in prescrizione. E neanche per aver fatto uccidere sei detenuti: si è salvato dicendo di aver solo eseguito gli ordini delle Ss. Da uomo libero ha vissuto ad Amburgo, isolato e in disparte, ma con uno stratagemma sono riuscito a farlo fotografare nella sua casa. È morto da poco. Ho anche il suo certificato di morte», dice e il tono è appagato. Solo in anni recenti, secondo lui, i tedeschi hanno cominciato a fare i conti con il passato e il film Il falsarioè un segno positivo. «L unica condizione che ho posto ai produttori è stato il nulla osta sulla sceneggiatura. L ho fatta riscrivere un po di volte per eliminare sciocchezze, come quella che avevamo stampato milioni di dollari e invece ne abbiamo fatti solo duecento o che siamo stati liberati dai russi. So che la verità è impossibile da raggiungere, ma almeno eliminiamo le bugie. Dopo la presentazione del film a Berlino, il regista mi ha ringraziato». Nella semplicità puntuale e quasi didattica del suo racconto, Adolf Burger tradisce l emozione quando, solo verso la fine dell incontro, ricorda Gisela, la moglie arrestata con lui. «Appena scesa dal treno è stata subito selezionata nel gruppo destinato a Birkenau, alle camere a gas. Era una settimana prima di Natale, aveva ventidue anni». Un attimo di silenzio poi: «Nel 47 mi sono risposato e con la seconda moglie ho festeggiato cinquant anni di matrimonio. È morta quattro anni fa». Il falsario è uscito la settimana scorsa nella Repubblica cèca. «Alla conferenza stampa c era tanto stupore, nessuno conosceva questa storia. Sono contento. Il cinema ha raccontato spesso gli orrori dell Olocausto, ma finalmente si saprà che i tedeschi non erano solo nazi assassini, ma anche bravi criminali falsari». Ma non accusa il popolo tedesco. «La Storia non si ripete ma cammina. Io posso solo valutare le parti della storia che conosco e devo dire che non sento odio, non posso odiare sessanta milioni di tedeschi per quello che Hitler e alcuni di loro hanno fatto, così come non posso criticare tutti i cattolici per gli orrori dell Inquisizione o tutti gli italiani per via di Nerone che buttava i cristiani alle bestie. Avrei solo voluto che fossero condannati gruppi industriali come la IG Farben, che ha costruito le grandi fabbriche nelle paludi della Polonia sulla pelle dei detenuti, trentamila lavoratori che dopo sei settimane finivano nelle camere a gas». Determinato a tenere viva la memoria del passato, Adolf Burger riflette con distacco sulla realtà di oggi: «Seguo quello che succede nel mondo, tutto dipende dagli uomini che hanno il potere di fare. Mi rendo conto che nessuno da solo può cambiare la realtà, allora la prendo così com è e penso che tra cinquant anni saremo giudicati, come oggi noi possiamo giudicare quello che accadde cinquant anni fa. Se dovessi mettermi a riflettere su quello che succede ogni giorno, in ogni parte del mondo, sarei morto da tempo». VERI O FALSI? A lato cartamoneta da cinque sterline Burger stesso afferma di aver avuto difficoltà a riconoscere i falsi: Erano perfetti BEFFATI A Praga dopo la guerra sbalordii gli impiegati della banca mostrando che i soldi in loro possesso erano falsi, racconta Burger Tipografo Venne poi deportato a Sachsenhausen dove, con altri tipografi, lavorò alla falsificazione di sterline, dollari e stampe La libertà Il 5 maggio 1945, quando gli americani liberarono il campo, per prima cosa fotografò e documentò ciò che lo circondava Testimone Quando iniziarono a diffondersi le teorie che negavano la Shoah, Burger lasciò il lavoro per testimoniare il passato FOTO GETTY IMAGES

10 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 All inizio del Novecento, tra il disfarsi dell Impero ottomano e l inizio del Mandato britannico, quella che i palestinesi chiamavano la fidanzata del mare era insieme a Beirut la città più cosmopolita, tollerante e dinamica del Medio Oriente. Poi odio, nazionalismi, guerre tra arabi e israeliani ed esodi la spensero. Ora un libro, raccogliendo documenti e testimonianze, ricostruisce quello splendore perduto I giorni d oro di Jaffa la levantina SANDRO VIOLA CAPITALE OTTOMANA Qui sopra, gli Aharoni, una delle famiglie ebree protagoniste del libro di Adam LeBor, in una foto di gruppo scattata attorno al 1930 nella città bulgara di Pazardjik, prima del trasferimento a Jaffa Nella foto grande in alto, un immagine del porto di Jaffa scattata negli ultimi anni dell Ottocento, quando la città faceva ancora parte dell Impero ottomano Tre quotidiani, scuole inglesi, francesi e italiane, i cinema coi film di Hollywood Ancora verso la metà degli Ottanta si mangiava male, in Israele. Anzi, a dire la verità, molto male. Oggi la situazione è parecchio migliorata, con almeno cinque o sei buoni ristoranti a Tel Aviv e qualcuno passabile anche a Gerusalemme e ad Haifa. Ma sino a una ventina d anni fa era diverso, perché con la fondazione d Israele e l arrivo dei nuovi immigrati dall Europa e dal Nord Africa, alla cucina ebraica era successo qualcosa di simile a quel che avvenne con la letteratura. Trapiantate dall Europa centroorientale e dai paesi arabi in Palestina, le cucine ebraiche, che nella diaspora erano state varie e tutte saporite, in certi casi eccellenti, avevano dato luogo ad una cucina nazionale o per meglio dire sionista, dato che l amalgama s era compiuto nelle pentole comunitarie dei kibbutz, d una mediocrità scoraggiante. E così con la letteratura: nel primo paio di decenni seguiti alla nascita d Israele, il talento che aveva prodotto in tedesco, cèco, francese, rumeno i bei libri degli scrittori ebrei della diaspora, era infatti (il caso Agnon a parte) misteriosamente evaporato. I romanzi che uscivano nel nuovo Stato degli ebrei erano anch essi, come la cucina dei kibbutz, del tutto insapori. E si sarebbero dovuti aspettare gli Ottanta prima di veder emergere, con Oz, Yehoshua, Grossman e qualcun altro, la nuova, ammirevole letteratura israeliana. Era per sottrarsi alla cucina dei ristoranti di Tel Aviv, immutabile e sciapita come un rancio di caserma, che la sera, tra la fine dei Sessanta e i primi Ottanta, s andava a cena quasi sempre a Jaffa, già a quel tempo una periferia di Tel Aviv. Andavamo soprattutto da Yunis, nel piccolo cortile-giardino del ristorante, accolti affabilmente dai proprietari e camerieri palestinesi. O meglio arabi israeliani, secondo la dizione ufficiale che indica i palestinesi semintegrati nello Stato ebraico. Erano buone cene: il mezzè, un pesce alla griglia, l arak al posto del vino, caffè squisito. E dopo cena si passeggiava lungo il mare, attorno alla moschea di Jami a al-bahr, sul porto costruito dai Mamelucchi e dagli Ottomani. Lì, sul porto, Jaffa ricordava ancora il suo grande passato. I pellegrini che vi erano sbarcati nel Medioevo diretti in Terra Santa, la città prospera e cosmopolita dell ultimo periodo ottomano, l arrivo delle prime immigrazioni ashkenazi tra Otto e Novecento. Ma se ci s allontanava dal mare e dalla moschea di Jami a al-bahr, Jaffa rivelava crudamente il suo desolante degrado. Fatta saltare con la dinamite dagli inglesi, nei Trenta, per meglio fronteggiare con le autoblinde le rivolte arabe, la città vecchia non era stata ancora ricostruita. Le belle case in pietra arenaria dove avevano abitato sino alla conquista israeliana del 48 le famiglie musulmane o cristiane della borghesia araba case subito espropriate, e nei primi Cinquanta assegnate agli ebrei sefarditi provenienti dal Nord Africa, si presentavano adesso quasi cadenti, le persiane a pezzi, tutt attorno cumuli d immondizie in cui frugavano torme di cani randagi. E alle nove di sera, in quello squallido dormitorio delle frange più povere della popolazione di Tel Aviv (ebrei sefarditi, come ho detto) le strade erano già semideserte. Non era stato così nei primi decenni del Novecento, tra il disfarsi dell Impero ottomano e il periodo iniziale del Mandato britannico. A quel tempo Jaffa, più cosmopolita e vibrante di Gerusalemme, era una tipica città levantina, seconda soltanto a Beirut per i commerci, i traffici navali e l affidabilità del sistema bancario. Tre quotidiani, scuole francesi, inglesi e italiane, i cinema con gli ultimi film di Hollywood, i circoli sportivi dove s incrociavano arabi, ebrei e agenti di commercio d ogni provenienza europea. I palestinesi la chiamavano «fidanzata del mare», mentre per gli altri arabi e gli europei Jaffa era in virtù dei vasti e pingui agrumeti che la

11 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 IL LIBRO City of Oranges-Arabs and Jews in Jaffa (Bloomsbury, 384 pagine, 8,99 sterline) è stato scritto dal giornalista inglese Adam LeBor. Ricostruisce, attraverso un collage di diari, lettere, testimonianze, la vita parallela e intrecciata di alcune famiglie ebree e musulmane nella Jaffa dell età dell oro, tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento MULTIETNICA Dall alto, due fratelli Hammami con amici; il palestinese Amin Andraus (secondo da destra) con un gruppo di amici; Yoram e Rina Aharoni, membri del Gruppo Stern, nel 1947 FOTO MICHAEL MASLAN HISTORIC PHOTOGRAPHS/CORBIS FOTO DI FAMIGLIA Una foto di gruppo datata 1947 degli Hammami, una delle famiglie arabe la cui storia è narrata in City of Oranges Ovunque accadesse di visitare nei decenni successivi un campo profughi, c era sempre una famiglia che teneva appese al muro le chiavi della vecchia casa espropriata circondavano «la città degli aranci». City of orangesè infatti il titolo del libro che un giornalista inglese di lunga esperienza mediorientale, Adam LeBor, ha dedicato a quell età dell oro della città palestinese. E dal libro, il passato di Jaffa riaffiora dall oblio con il fascino che circonda da decenni dai romanzi di Lawrence Durrell in poi le memorie della civiltà levantina. LeBor ha pazientemente ricercato gli ultimi testimoni (palestinesi musulmani, palestinesi cristiani, ebrei ashkenazi e sefarditi) dell epoca trascorsa tra gli anni Venti e i Quaranta. Ha sfogliato i giornali del tempo, i diari e le corrispondenze ancora conservati dalle famiglie. E infine ha ricostruito il tracollo della città attraverso gli anni delle rivolte arabe, del terrorismo ebraico e arabo, delle colpevoli esitazioni politiche degli inglesi (per tutto il periodo del Mandato sempre incerti su chi appoggiare, se gli arabi o i sionisti), sino ai giorni in cui l Irgun di Menahem Begin, la formazione paramilitare della destra sionista, strappò nel 48 Jaffa agli arabi che la difendevano. Com è ovvio, il libro gronda di nostalgie. Chi ha vissuto una tragedia è infatti portato a ripensare le fasi precedenti la catastrofe come un tempo assolutamente felice, appunto un age d or. Così, gli ultimi rappresentanti delle famiglie che avevano abitato nella Jaffa multireligiosa, tollerante, ancora non stravolta dai due nazionalismi quello arabo e quello sionista, tendono a sforbiciare dalla memoria i momenti tristi, gli episodi penosi, accentuando invece le tonalità rosa e oro dei ricordi migliori. Del resto è sempre così, in Medio Oriente. Con gli ebrei ed europei del Cairo, Alessandria, Beirut, Aleppo, e con i palestinesi di Gerusalemme, Haifa, Hebron e Nablus. La nostalgia del passato è continua, struggente. E infatti nei discorsi degli eredi dei Chelouche, Geday, Aharoni, Hammami, le famiglie sefardite, cristiane e musulmane che LeBor è andato a cercare, ogni parola è pervasa dal rimpianto di un epoca irripetibile. E certo, quando si pensa all avversione, agli odii che avrebbero in seguito diviso arabi ed ebrei, quasi non si crede che nelle città levantine regnasse, tra le due comunità, una discreta armonia. Inviti ai rispettivi matrimoni e compleanni, invii di prelibatezze per le feste religiose degli uni e degli altri, lavori in comune, cospicui affari tra la borghesia sefardita e i notabili palestinesi, gli a yan, che vendevano terreni ai nuovi immigrati ebrei in arrivo dall Europa. Se c erano dissapori, leggiamo in City of oranges, questi sorgevano soprattutto tra ebrei. Gli Ashkenazi non nascondevano infatti un vago disprezzo per i Sefarditi, che abitando Jaffa da un paio di secoli almeno parlavano soprattutto in arabo, mangiavano all araba, e come gli arabi confinavano le donne in casa facendo sposare le figlie ancora adolescenti. Mentre i Sefarditi erano esasperati dall atteggiamento di superiorità degli Ashkenazi, e più tardi addirittura offesi dall arroganza degli yekkes, come venivano chiamati gli ebrei tedeschi che stavano confluendo in Palestina dopo l avvento di Hitler al potere. Nei Venti, estendendosi verso Jaffa, Tel Aviv s era già ingrandita e modernizzata. Caffè gremiti, stabilimenti balneari con pomeriggi danzanti, teatri, concerti, oltre a bordelli con ragazze ebree dell Europa orientale (il più famoso dei quali era l Akarakhaneh in Dizengoff street) frequentati da ebrei, inglesi e ricchi palestinesi. Ma fu l arrivo degli yekkes dalla Germania, tra i quali c erano parecchi architetti, che dette a Tel Aviv, con la costruzione di interi quartieri Bauhaus, la sua fisionomia di città europea conficcata sulla costa meridionale, araba da più d un millennio, del Mediterraneo. A quel punto, verso la metà dei Trenta, la situazione stava già precipitando. I due nazionalismi erano ormai allo scontro. Moti arabi e terrorismo ebraico seminavano vittime innocenti su ambedue i versanti. Già nel 29, le battaglie di strada tra palestinesi ed ebrei avevano provocato duecentocinquanta morti. E nel 36 era poi scoppiata la grande rivolta araba capeggiata dal Mufti di Gerusalemme, Hajj Amin el-husseini, che significò un anno intero d attentati e sparatorie. Intanto il porto di Jaffa e le sue attività commerciali decadevano a causa della concorrenza di Tel Aviv, la città s andava impoverendo, e con la guerra mondiale languirono le sue maggiori esportazioni, gli aranci e l olio della Giudea. Quando la guerra finì, il terrorismo ebraico dell Irgun e della banda Stern a quel punto non più contrastato ma sostenuto dalla leadership sionista si diresse soprattutto verso gli inglesi, affrettandone l uscita dalla Palestina. Si giunse così al 48, alla guerra tra gli ebrei e gli eserciti dei paesi arabi che non avevano accettato il piano di spartizione proposto dall Onu. E il resto è noto. Alla caduta di Jaffa migliaia di palestinesi s accalcarono disperati sulle banchine del porto, le donne e i bambini singhiozzanti, cercando d imbarcarsi. Una scena tragica che ricordava l esodo dei greci da Smirne nel 23, mentre i turchi mettevano a fuoco la città. Uno dei tanti capitoli della nakbah, la catastrofe, come i palestinesi chiamano la cacciata dalle loro terre e case nel corso della guerra da cui sarebbe nato Israele. Quelle terre e case erano ormai ebree, destinate ad accogliere i nuovi immigrati. In tre anni, dal 48 al 51, ne giunsero infatti seicentocinquantamila. Il trattamento dei nuovi venuti non era lo stesso. Prima d essere smistati nei kibbutz o nelle città, gli Ashkenazi venivano messi in stanze d albergo o nuovi appartamenti a Tel Aviv, mentre a Jaffa i Sefarditi di provenienza bulgara e marocchina (che sarebbero divenuti i residenti definitivi dell ex città araba) venivano invece sistemati in tende o nelle malandate baracche di legno rimaste nei vecchi accampamenti inglesi. Quanto alle proprietà dei palestinesi fuggiti da Jaffa, esse furono immediatamente espropriate. Ma la memoria, lo si sa, non può essere espropriata. E infatti ovunque accadesse di visitare nei decenni successivi un campo profughi palestinese, a Gaza, in Giordania o in Libano, c era sempre una famiglia che ci mostrava le chiavi della propria casa di Jaffa, e ne decantava ampiezza, decoro e salubrità a paragone del misero ricovero (blocchi di tufo e lamiere) dov era finita ad abitare. Il tempo era trascorso, c erano ormai figli e nipoti nati nel campo, ma appese al muro quelle chiavi restavano a simboleggiare l amaro destino dei profughi. Il fatto è che gli espropri, racconta Le- Bor, non riguardarono soltanto case e terreni di chi era scappato da Jaffa, ma anche quelli di palestinesi che ancora vivevano tra la città e i dintorni. Succedeva così che un palestinese andasse un giorno nel suo piccolo aranceto, e vi trovasse una famiglia ebrea che gli sbarrava il cammino esibendo le carte con cui la proprietà le era stata assegnata. I ricorsi erano inutili. E a insorgere fu soltanto Haaretz, già allora il più coraggioso giornale israeliano, definendo quelle sottrazioni «una colossale rapina in forme legali».

12 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 la lettura John King inedito Annie ogni mattina all alba si alza e va a fare le pulizie. Perché il lavoro è lavoro e tocca tenerselo caro. Una sera sulla metro la stanchezza e la solitudine diventano più pesanti... Così racconta uno scrittore maledetto. Ma niente è come sembra JOHN KING Annie era nervosa: doveva prendere l ultima corsa della metro per tornare ad Acton Town. Era stata ad Archway a trovare sua zia, e aveva perso il filo, smarrito il senso del tempo chiacchierando con lei, in un effusione consolatoria. Avevano trascorso una serata piacevole, lontane da tutto, chiuse nell intimità di quella casa davanti al fuoco della stufa a gas, a parlare di mamma, sorella di sua zia, delle storie di quando lei era bambina e a guardare le foto di famiglia. Avevano mangiato panini e torta, e bevuto ciascuna tre tazze di caffè. E due bicchierini di sherry. L appartamento era piccolo, e il caldo della stufa dava un senso di stanchezza e anche un po di mal di testa, ma col vento che ululava di fuori era tranquillo e confortevole. La serata era passata in un baleno, e adesso Annie camminava controvento davanti a una kebab house affollata, tra uomini che avanzavano oscillando. Londra era piena di ubriachi. La zia aveva insistito perché si fermasse a dormire, ma lei doveva tornare a casa. Lavorava per un impresa di pulizie e aveva paura di far tardi, perché gli uffici si dovevano pulire nelle prime ore del mattino. In quella casa l atmosfera era così calda che era stata sul punto di abbandonarsi in poltrona e prendere sonno. Avrebbe potuto restarsene tranquilla ad Archway, ma il lavoro è lavoro, e in tempi difficili bisogna tenerselo caro. La stazione della metro di Archway era fredda e tetra, e l odore di sporco stratificato si mischiava a quello alcolico di tre uomini seduti su una panchina. Non le avevano fatto caso, e Annie ne era contenta. Del resto, chi l avrebbe voluta? Era vicina alla mezza età e anche brutta. O forse no. Nel suo intimo sapeva di non essere poi da buttar via, e magari anche gradevole, a voler essere onesti. Certo, l età era quella che era, ma dopo qualche bicchiere gli uomini non fanno più caso a questo particolare. Comunque, vecchia o giovane che sia, per un maschio un po bevuto una donna è sempre un pezzo di carne fresca. Quei tre discutevano di politica. Pensò che dovevano essere sindacalisti, e si sentì rassicurata. Al giorno d oggi stare in un sindacato vuol dire avere un po di coraggio, e anche essere una persona per bene, con una mente che va al di là della solita equazione sessopotere. Ma forse quella era un idea romantica. A quel punto non era più sicura di niente. Il vento le faceva mulinare le idee in testa. Il treno arrivò prima che Annie potesse arrivare alla fine del marciapiede, e iniziò subito la sua corsa sferragliante passando per Kentish Town e Camden, mentre le carrozze si riempivano di ragazzini, quasi sicuramente innocui ma chiassosi e sciocchi nel loro modo di fare. Fu solo a Leicester Square che la calca si allargò minacciosamente, tanto da spingerla in un angolo. Tra i turisti e le coppiette che si baciavano Annie riconobbe un tizio che nel suo L ultimo treno verso casa ufficio lasciava sempre mezzo caffè nella tazzina: tanto a mettere a posto ci pensavano quelli come lei. Il liquido freddo le scorreva giù per le braccia, le inzuppava le maniche. Non c è davvero rispetto per chi deve pulire. Quelli erano ubriaconi e stupidi, coi loro completi sgualciti, i colli macchiati, il dopobarba che sapeva di rancido quando si mischiava con l alcol trasudando dai pori. Fissavano gli occhi su Annie mentre passava, e lei sperava solo che non ci fosse tra loro qualche impiegato degli uffici dove andava a fare le pulizie. Se qualcuno l avesse riconosciuta, e avesse magari voluto attaccare discorso con lei, sarebbe morta di imbarazzo. Ma in verità, in mezzo a quella folla era poco probabile che qualcuno l aggredisse. All arrivo del treno per Acton Town tutta la folla in attesa sul marciapiede si buttò all arrembaggio, e Annie si ritrovò schiacciata contro la porta di comunicazione tra due carrozze. Era lucida, aveva bevuto solo quelle tre tazze di caffè per rinfrancarsi, e due bicchierini di sherry per tirarsi su. Chiuse gli occhi e si mise a pensare a sua madre, alle pile di fotografie impresse nella sua mente, ai bei ricordi di una donna morta e sepolta da cinque anni. Si sentiva le palpebre pesanti, era In quel vagone intriso di cattivi odori le toccava lottare contro le sue paure Il terrore di morire lì sotto, senza via d uscita, sigillata in una bara metallica. Sepolta viva stanca. In quel vagone intriso di cattivi odori le toccava lottare contro le sue paure. Il terrore di morire lì sotto, senza via d uscita, sigillata in una bara metallica, bloccata dalle fiamme che lambivano il treno, asfissiata dal fumo, il flusso velenoso che gradualmente le invadeva i polmoni. Soffocata, crollata a terra. Sepolta viva. Sentiva molto la mancanza di sua madre, ma sapeva che la morte è l unica costante. E il tempo passa. Cacciò via la tristezza e incominciò a guardare la gente intorno a sé tutti pigiati uno contro l altro, le mani pronte ad abbrancare, a farsi strada dentro il suo cappotto, sopra e sotto la pelle, a strapparle di dosso la biancheria e a stuprarla contro la porta, lei così indifesa, muta, la gabbia toracica esposta. Tutti quegli estranei che si alitavano in faccia in una nebbia di sudore e di alcol morto, e la mancanza d ossigeno, il peso sui polmoni. Bastava che tra quelli fosse un pazzo, uno solo, ad affondare il coltello e rigirare la lama. In un modo o nell altro, presto qualcuno l avrebbe abbattuta, stesa a terra, messa a riposare vicino a sua madre. Una volta passata Earls Court i turisti erano scesi tutti, e dopo Hammersmith erano rimasti in pochi nella carrozza. Annie si rilassò e si mise a sedere, ricordando che in fondo gli esseri umani sono per lo più premurosi e gentili. I giornali giocano sulle paure istintive e tendono a esagerare i casi più tremendi di violenze, omicidi e torture. Lei non era certo una spostata, e neppure matta o irrazionale. Si era messa a sorridere alla vista delle pubblicità degli aborti e dei prodotti per la pelle che tappezzavano il vagone; si era chiesta quanto pagassero le ditte per quei richiami rivolti alla folla dei passeggeri annoiati e stanchi. Il convoglio stava ormai per arrivare ad Acton Town, e Annie si era alzata aspettando l apertura delle porte. Si incamminò lungo il marciapiede con passo veloce e consegnò il biglietto allo skinhead che sorvegliava l uscita, badando bene a non incontrare il suo sguardo. Non si sa mai: gli uomini hanno in testa una cosa sola. Svoltò a destra e proseguì verso casa. Camminava in fretta, guardando diritto davanti a sé. Non osò girarsi quando intravide un uomo che urinava contro un muro sul viale. Era solo un innocuo ubriaco, e c era da capirlo. Se uno deve andare al bagno ci deve andare e basta. Tutto qui. Se poi non si riesce a trovare un bagno disponibile ci si arrangia, e grazie a Dio lo stava facendo con discrezione. Continuò a camminare stretta nel cappotto, fingendo di ignorare i passi pesanti dietro di lei. Era un uomo. Lo aveva sempre saputo: un giorno o l altro doveva succedere. Ormai non c erano più dubbi. Era l uomo del viale che la seguiva sulla strada di casa. Lei, una donna inerme. Il cacciatore e la preda. Ma no, non la stava seguendo. Andava anche lui a ca-

13 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 L AUTORE John King, classe 1960, vive e lavora a Londra. Il suo nome è legato alla trilogia di romanzi Fedeli alla tribù, Cacciatori di teste e Fuori casa (tutti riediti da Tea), i primi a raccontare il mondo degli hooligan e della violenza del tifo organizzato. Il suo ultimo romanzo, uscito di recente, si intitola La prigione ed è pubblicato in Italia da Guanda (300 pagine, 15,50 euro), una storia senza riscatto nei gironi infernali di un carcere reale e simbolico. Il racconto che pubblichiamo in queste pagine è inedito Per tutta la vita aveva lottato contro le ingiustizie, costretta a combattere nella sua mente, nel più profondo di se stessa, senza mai arrendersi, ma quieta come un topino sa, verso il calore di una stufa a gas, a buttarsi sulla poltrona e veder danzare le fiamme mentre fuori il vento ululava. Al sicuro, tranquillo a casa sua, accanto a una moglie che lo amava e al suo bambino. Un padre di famiglia che aveva lavorato sodo tutta la settimana, e il venerdì sera era andato a scolarsi un bicchiere in santa pace. Non era giusto pensar male di tutti i maschi solo per via di alcuni. Quello magari aveva una figliola bella che adorava. Ora Annie camminava lungo i binari, tra scintille elettriche e il lampeggiare di un treno che filava rombando, non importa per dove, ma quella luce in più ci voleva. La strada era male illuminata, i lampioni fiochi e stanchi creavano più ombre che altro. Fu presa dal panico sentendo sul collo l alito caldo dello stupratore, e un odore acido misto a quello odiato dell alcol. Sotto uno sfavillio di luci due mani viscide agguantavano il suo corpo paralizzato. Si chiedeva se l avesse pugnalata alla spalle, o squarciato la gola come un pollo appeso a testa in giù a dissanguarsi. Due mani strette intorno al collo. L aria cacciata fuori a forza dai suoi polmoni. Gli occhi rovesciati all indietro, vide i mattoni e i vani vuoti delle finestre di case capovolte, con gli abitanti risucchiati dentro, e intanto le luci crepitanti sui binari, le narici piene di carne bruciante, uno scoppiettare di gas corporei a un milione di miglia dall allegro barbecue familiare, i pensieri tutti inceppati e distorti. Annie si sentiva viaggiare in un tunnel, e chissà perché incominciò a pensare alla sua amica Doris. Si immaginava accanto a lei a passare l aspirapolvere sui tappeti. A svuotare posaceneri e tazzine di caffè lasciate a metà, col liquido freddo che le colava lungo il braccio. Ma lei, Annie, non era una sognatrice. Era realista. Vedeva i ricordi balzarle incontro come flash, e sua madre davanti a lei, mentre si teneva in equilibrio sul bordo di un marciapiede. Un treno la stava aspettando, e le facce premute contro il finestrino erano sorridenti e felici. Sentiva allentarsi la pressione. Non c era nessun lieto fine. La vita non era niente di speciale, niente a cui valesse la pena di aggrapparsi. Mamma ormai se n era andata, era morta, e lei odiava suo padre. Un ubriacone buono a nulla. Su, vieni da Papà. Aveva fatto male a prenderlo, quello sherry. Detestava l alcol. I lunghi inverni, i soldi che mancavano, era tutta una lotta. Forse la vita aveva un significato. Forse si poteva godersela, la vita, ma a patto di essere come gli uomini degli uffici dove faceva le pulizie, che avevano le ferie, il giardino, la fiducia nel futuro. Lei no. Quelli erano privilegiati, gente che non si preoccupava di lasciare mezzo caffè nella tazzina. Ora Annie era elettrizzata. La pressione delle mani viscide si era allentata. Le sue sensazioni cambiavano di continuo, stava fluttuando. Anche l immagine di sua madre adesso era più diafana. Percepiva sfumature di colore diverse, e diverso era anche il suo modo di intendere ciò che stava accadendo. Il tunnel era diventato un impressione senza più pareti. Davanti a sé vedeva una luce brillante, e le venne in mente che fosse il segnale per il guidatore. Acton Town piena di santi e fantasmi. Una vecchia stazione della metro gremita di memorie invisibili. Folle di gente che passava. Anno dopo anno. Illuminate a festa per l occasione. Poi ecco chiudersi le porte del treno, e il moto perpetuo, avvitato su se stesso. Annie stava morendo ed era tutto a posto. Avrebbe smesso di lottare e accettato il suo destino. Si sarebbe inginocchiata davanti a quella luce, accettando qualunque immagine creata dal suo condizionamento. Se c era da accettare Gesù per rivedere mamma avrebbe recitato la parte. Sperava anche che ci fosse un inferno. Ma il paradiso c era? Il dubbio la bloccava ancora, e con un atto di volontà decise di farlo scomparire. Il treno si stava fondendo in una massa di colori tenui che si compenetravano tra loro. Per tutta la vita aveva lottato contro le ingiustizie che le era ILLUSTRAZIONE LUCIA MATTIOLI toccato subire, costretta a combattere nella sua mente, nel più profondo di se stessa, senza mai arrendersi, ma quieta come un topino. Sorrideva nervosamente e faceva tutto quello che le chiedevano. Ma ormai non le importava più nulla. Gettata a terra, sbattuta in un canale di scarico da una bestia che voleva solo arraffare sesso e strozzare. Un mostro che aveva banchettato con la sua carne, in una via semibuia di West London. Ma a lei adesso non importava nulla. Che se lo prendessero, il suo corpo. Ormai non le serviva. Era libera, in viaggio. Doveva solo sbarazzarsi degli ultimi dubbi e avrebbe trovato la via d uscita. Provò un dolore lancinante alla gola. Poi un rumore fortissimo, e si sentì risucchiata fuori dal tunnel. Il treno stava partendo senza di lei. Gridò, ma senza emettere alcun suono. Era stata abituata a starsene in un angolo, tranquilla e obbediente, a guardare il muro, come una brava bambina garbata e buona. Ma benché avesse ormai le corde atrofizzate la mente si ribellava ancora. Non ne voleva più sapere. Il treno adesso era solido e stava partendo, le porte erano chiuse ermeticamente, e man mano che accelerava la corsa le facce amichevoli si appannavano. Non riusciva più a vedere mamma. Le toccava tornare a casa. Era trascinata all indietro, passando davanti al padre che se ne stava ubriaco in un vicolo, e poi alla stazione di Acton Town per rifare tutto il suo viaggio a ritroso, ma stavolta di corsa, sempre più in fretta; e si chiedeva se fosse questo il flashback finale e fin dove sarebbe arrivato, se le toccasse assistere un altra volta alla sepoltura di mamma, ma questo no, non lo voleva, e poi di nuovo lei da piccola, ma neanche questo voleva, e di nuovo ad Archway ad ascoltare quelle profonde voci al whisky chiuse nel cemento. Ma l audio veniva fuori alla velocità sbagliata, e lei guardava quei tre che aspettavano il treno, e poi ecco arrivare il freddo della scala mobile, l acciaio ghiacciato e il vento da sopra a colpirle la faccia, come se qualcuno fosse entrato nella stanza spalancando la finestra, facendo entrare l aria gelata della notte, rompendo l incanto, fracassando i vetri. Un altra botta, e Annie si sentì soffocare. Un uomo premeva la bocca sulla sua e lei rabbrividì. Stava male. Pensò alle foto di mamma sul molo di Brighton e a quelle sue di quand era piccola. Pugni che battevano contro il suo corpo, una sorta di perversione che però, come aveva detto un vecchio malato, nasceva dall amore. Annie soffocava e piangeva e tossiva coi polmoni pieni di gas, mentre portavano fuori la zia su una barella. Avevano sfondato la finestra, e un vigile le stava addosso con la bocca incollata alla sua nello sforzo di risuscitarla, di scuotere a forza di pugni il cuore di quella donna in punto di morte. E lei stava a guardare gli uomini che lottavano per salvarla, col desiderio di essere lasciata in pace. Traduzione di Elisabetta Horvat ( John King)

14 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 Alla vigilia del suo insediamento come giurato alla prossima Mostra del Cinema di Venezia, esce in Italia l autobiografia dell attore britannico Cinquecento pagine ironiche e veraci di storie gay e etero, sregolatezze di Hollywood e amicizie vip, da Andy Warhol a Madonna a Versace Hollywood Mantenere un proprio profilo a Hollywood è un lavoro molto più logorante e impegnativo che fare un film, lavoro che viene svolto durante mille cerimonie di premiazione, première e sui magici tappeti rossi che lì conducono. Tutte queste infinite cerimonie di congratulazioni, insieme alla pubblicità e all ossessione degli incassi al botteghino, hanno spogliato il cinema di ciò che rimaneva del suo mistero. A Hollywood bastano un paio di settimane per fare conoscenza con chiunque, mentre per perdersi di vista ci vuole un eternità. GRAFFIANTE Nella foto grande Rupert Everett Tutte le citazioni sui personaggi, luoghi e riflessioni nei testi a forma di cuore sono tratte dall autobiografia dell attore Madonna Tutto era niente davanti all effetto dirompente di Madonna. Era minuta, polposa, con i capelli biondo rame leggermente mossi... quando ti guardava rimanevi paralizzato. Aveva le labbra a cuore di una diva del cinema muto e avevo capito benissimo che per tutta la durata della cena non aveva fatto altro che giocherellare con l uccello di Sean. Trasudava sesso e pretendeva da chiunque una reazione sessuale... Quando si alza per andare alla toilette lei ordina: Sean, accompagnami. Vanno e tornano venti minuti dopo. Alla fine della cena ero innamorato di lei. SILVANA MAZZOCCHI Un capitolo lo dedica a Paula Yates, una delle donne di cui è stato l amante, casuale quanto partecipe. Ma le parole più accese le spende per descrivere il marito di lei, Bob Geldof. E lo fa con il piglio dell omosessuale che ha fatto del coming out la lente orgogliosa per misurare il mondo. «Lui era molto sexy, con un aria da poeta maledetto destinato in un modo o nell altro a diventare una leggenda. Era sporco, magnetico, ti entrava dentro con la forza di un cacciavite elettrico e gli piaceva essere pagato in contanti». Paula avrebbe dovuto intervistarlo per Cosmopolitan; lui la trovò subito attraente. «Aveva uno splendido collo, lungo e sottile, che sorgeva dalle sue adorabili spalle da ragazzo e dal petto piatto da lesbica di Bloomsbury... e ti ispirava un senso di protezione che poteva eccitare un gay». S incontrano e lei inizia a spogliarlo «come una bambola... presto mi ritrovai in mutande con lei sopra di me, e l intervista si trasformò in una singolare storia d amore». È rutilante e scandalosa, ironica e verace l autobiografia di Rupert Everett, attore prolifico e discontinuo, amato e celebrato quanto basta per essere inserito nella giuria del Premio Opera Prima Luigi De Laurentiis alla prossima Mostra del Cinema di Venezia. Insieme con l attrice francese Beatrice Dalle e la star americana Susan Sarandon, Paula è stata una delle rare storie eterosessuali del licenzioso Everett. E lui in Red carpets and other banana skins (in Gran Bretagna il libro è uscito anche in audiobook con la sua voce) racconta questo e altro. E non solo: fra cronache di successi e sregolatezze se la prende anche con Hollywood, crocevia di ogni ambizione. E accusa l industria cinematografica di essere omofobica. Essendo poco macho, assicura, gli sono spesso stati preclusi i ruoli a cui teneva, a cominciare da quello di James Bond, l icona degli 007 di tutti i tempi. Bucce di banana (in uscita il 26 agosto per Sperling & Kupfer) è un libro condito di sesso e droga, seppure in versione patinata. Ma è anche una carrellata di personaggi e di eventi descritti con apprezzabile sincerità. Cinquecento pagine popolate da un affollato vippaio internazionale del genere Andy Warhol (quando lo incontrò gli scrisse in faccia con il rossetto di Bianca Jagger «I love you»), Gianni Versace, Madonna, Franco Zeffirelli (lo incrociò a una festa dove era andato «vestito di pelle nera dalla testa ai piedi» senza riconoscerlo, salvo quasi a svenire quando si accorse dell errore). Ed è ricordo doloroso per la morte del compagno Albert. Padre militare, famiglia cattolica e una casetta di mattoni rossi nello Hampshire, con tanto di tata e buone maniere, il bambino Rupert fatica a Scandaloso Rupert Gli amori di un divo ribelle staccarsi dal conformismo borghese anni Sessanta. E le scuole, compreso un monastero benedettino che non fa che esaltare il suo innato desiderio di fuggire, non l aiutano. Finché, adolescente ribelle e festaiolo, sceglie la recitazione. Ecco l apprendistato teatrale, il college, l omosessualità, la prostituzione occasionale per procurarsi soldi facili, le amicizie scorrette. A Parigi, dove si trasferisce, è la bohème a base di marijuana, eroina e copioni, il disordine come stile di vita. Eclettico, presta il volto a Dylan Dog, l eroe estetizzante del celebre fumetto di Tiziano Sclavi e diventa un icona maschile pubblicizzando un profumo di Yves Saint Laurent. La carriera cinematografica e il successo corrono paralleli agli eccessi, tra case, alberghi, spiagge e panfili. Tra amicizie di una notte o di una vita, avvinghiato agli affetti, all amore per il suo cane Mo. Il suo è un modo di scrivere provoca- torio e brioso e gli viene naturale mischiare episodi da border line di lusso con ricordi tormentosi di eventi tragici e globali. Rapporti occasionali e legami profondi, come quello con Gianni Versace nella cui casa di Miami gli piaceva andare a fare quattro chiacchiere. Come attore è versatile. Il teatro è la sua passione; i film appagano la sua voglia di soldi, di celebrità e di girare il mondo. Gli capita di stare a Berlino quando nel 1989 cade il Muro; a Mosca nel 1991, nei giorni dell avvento di Eltsin e della fine del comunismo; e a Manhattan l 11 settembre Ed è proprio nel giorno della strage delle Torri gemelle che, per malattia, perde l amico Albert. Ma la sua seconda casa resta naturalmente sempre Hollywood, lo scenario più amato e più odiato. «Hollywood era incredibile. Non sapevi mai dove saresti andato a finire. Non era affatto una fortezza inespugnabile, bastavano un paio di settimane per fare conoscenza con chiunque, mentre per perdersi di vista ci voleva un eternità». Madonna è il suo mito. La incontra per la prima volta quando ancora lei «non era una material girl» e si parcheggiava la macchina da sola. E lui, che pure ha conosciuto un sacco di star, che a diciotto anni già cenava alla Coupole di Parigi con Andy Warhol e Bianca Jagger, che aveva sniffato popper con Hardy Amies e si era fatto di coca con Steve Rubell e Halston allo Sudio 54», ne rimane folgorato. «Ero sempre a caccia di emozioni e conoscevo la sensazione di ebbrezza che deriva dalla frequentazione di gente famosa, dal fare parte del gruppo... ma tutto era niente davanti all effetto dirompente di Madonna. Era minuta, polposa, con i capelli biondo rame leggermente mossi... quando ti guardava rimanevi paralizzato». IL LIBRO Si intitola Bucce di banana (Sperling & Kupfer, 400 pagine, 18 euro) l autobiografia ironica, dissacrante e a tratti amara di Rupert Everett Il volume sarà in libreria dal 28 agosto

15 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Sharon Stone Sapevamo entrambi come si fa sesso al cinema. Dopo avere passato il ghiaccio sui capezzoli di Sharon, il parrucchiere glieli asciugò con il fon. Tutti ridevano e la conversazione virò sul sesso. Sapete cosa dico quando scopo con un uomo? fece Sharon quando le risate si placarono. Tesoro, disse guardandomi con espressione adorante, Sono capace di raddrizzare un omosessuale in cinque minuti! Le nostre bocche quasi si toccavano, i lombi erano serrati. Quanto ci metti? bisbigliai. Silenzio sul set! gridò un assistente. In certi casi, una decina di secondi. Azione! disse Marek. E noi facemmo dentro e fuori. Moolto lentamente. L Aids John parlava semplicemente e con grande dignità. Ricordai il suo sorriso la prima volta che l avevo incontrato. Adesso le sue labbra erano contratte in una smorfia d angoscia mentre spiegava pazientemente la sua situazione alla donna che lo intervistava. La giornalista si voltò verso gli spettatori ed elencò tutti i modi in cui si poteva contrarre la malattia. Io e John avevamo fatto proprio quelle cose, e le avevo fatte con molti altri. Spensi la Tv e mi sedetti, bianco in volto. Tutto quello a cui tenevo prima aveva perso ogni importanza, l opulenza di quella suite, la mia carriera. Restava solo la paura. Cenano in un ristorante, al tavolo siedono Madonna e il suo compagno di allora Sean e la loro amica Mel. «Madonna era rumorosa ma composta, elegante ma ordinaria. Aveva le labbra a cuore di una diva del cinema muto e avevo capito benissimo che per tutta la durata della cena non aveva fatto altro che giocherellare con l uccello di Sean. Trasudava sesso e pretendeva da chiunque una reazione sessuale». Quando si alza per andare alla toilette lei ordina: «Sean, accompagnami». I due vanno e tornano venti minuti dopo. «Alla fine della cena ero innamorato di lei». Julia Roberts Al pari di Madonna, Julia emanava un lieve odore di sudore, cosa che trovavo molto sexy. Una grande diva deve avere un che di mascolino. E per sopravvivere deve sviluppare doti particolari nella comprensione del prossimo. Il letto dei produttori non è affatto la soluzione per una giovane di belle speranze; se vuole sopravvivere deve imparare a fotterli prima che siano loro a fottere lei,tanto che alla fine si trasforma in una specie di uomo al femminile, in una bella donna con un paio di invisibili coglioni. Nella vita privata, è molto probabile che dopo avere fatto sesso con un uomo una diva debba combattere contro il desiderio di divorarselo. Madonna, Jennifer Lopez, Gwyneth Paltrow, Sharon Stone dalla «pelle di porcellana», i mille gossip del mondo hollywoodiano, l amicizia con Julia Roberts, sua partner ne Il matrimonio del mio migliore amico di P. J. Hogan che, nel 97, lo consacrò alla popolarità. «Julia odorava sempre vagamente di sudore, cosa che trovavo molto sexy». E Ornella Muti, compagna sul set di Cronaca di una morte annunciata, il film che nel 1987 Francesco Rosi trasse dall omonimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez: «Ornella era incredibilmente bella, non era altezzosa... aveva uno di quei bizzarri mariti sanguisuga senza i quali le dive italiane si sentono male...». Per Rupert Everett l approdo a Venezia è un passaggio naturale. C era già stato nel 1987 con Gli occhiali d oro di Giuliano Montaldo. Vent anni dopo al Lido torna da giurato, con alle spalle decine di film. Da Another Country nell 84a tanti altri: ha girato con Robert Altman (Prêt à Porter), con Nicolas Hytner (La pazzia di re Giorgio), con Oliver Parker (L importanza di chiamarsi Ernesto). Fino ai più recenti: con la sua grande amica Madonna (Sai che c è di nuovo) nel 2000, con Catherine Deneuve nel 2003 (Le relazioni pericolose). E, nel 2007, Stardust con Mattew Vaughn. FOTO ROA RAFAEL/GRAZIA NERI

16 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 i sapori Frutti versatili A lungo prigioniero degli abbinamenti tradizionali con prosciutto e porto, e dunque relegato all inizio o alla fine del pasto, oggi può essere considerato una cucurbitacea in carriera : i più grandi chef hanno scoperto il suo profumo e la sua morbidezza per valorizzare pesce, insalate, affumicati, vino e cocktail LE VARIETÀ Invernale Ha buccia dai colori intensi, giallo sole o verde scuro, polpa bianca o verdina. Finisce di maturare lontano dai campi, appeso, e si conserva a lungo, anche senza ricorrere al freddo Pur senza grandi profumi, può rimanere dolce per tutto l inverno Estivo Il popone figlio del sole ha buccia e polpa profumate in tutte le diverse sottovarietà, a partire dalla precoce, che matura a metà primavera. Un grosso punto nero alla base del gambo identifica i frutti maschi, particolarmente gustosi e consistenti Retato Il Reticulatus ha buccia beige chiaro retata e rugosa Profumatissimo il melone Ananasso, polpa arancio intenso e frutto piccolo, tondeggiante, mentre il Retato degli Ortolani, oblungo e ben striato, ha polpa compatta, che regge brevi cotture Cantalupo Deve il nome al castello pontificio di Cantalupo, sui colli di Roma, dove venne portato nel 1400 dai missionari in arrivo dall Asia Ha buccia liscia, costoluta, robusta, e una polpa consistente e profumata, che ben si adatta ai piatti salati Una fetta tira l altra LICIA GRANELLO Melone buona cura è quella dei fichi col prosciutto. spettosa e ipertradizionale. Anche il melone col prosciutto fa bene. So che il medico me l ha ordinata e ne ho tratto beneficio. Per di E invece, il popone, capace di farsi godere fresco da più è una delle poche cure che faccio senza repugnanza e la preferisco ad altri sistemi terapeutici. Volete paragonare un iniezione a un piatto di melone e «Un altra prosciutto?». Umorista fine e godereccio irrimediabile, Achille Campanile aveva scovato il giusto fine cosa non si fa per la salute! così da godersi il mezzo, ovvero il suo antipasto preferito, in dosi massicce. Non lo amano tutti, il melone. Perché le cucurbitacee sono piante bizzose, benefiche come la brionia, indigeste come il cetriolo. Gli sfortunati intolleranti all anguria (cui provoca lo sgradevole effetto sali-scendi nello stomaco) spesso trovano laboriosa anche la digestione del melone: difetto che gli è valso una pessima reputazione nei secoli passati. Chi non lo patisce, in compenso, difficilmente riesce a limitarsi allo spicchio d ordinanza che accompagna l antipasto di salumi: una fetta tira l altra, soprattutto se la maturazione è al punto giusto (altrimenti sa di zucca, e l unico riciclo possibile è nella macedonia). Dolce, aromatico, fresco, rappresenta una vera benedizione del cielo gourmand, con il suo carico di antiossidanti (carotene), vitamina C (più di mele, pere e albicocche), sali minerali (il famoso potassio anti-crampi), oligo-elementi (ferro, zinco, iodio, manganese). In più, abbonda in acqua e fibre emicellulosa e pectine efficaci acceleratori del transito intestinale. Dobbiamo il suo arrivo alle navi che lo portarono dall Egitto nel primo secolo dopo Cristo, anche se l origine pencola tra il Sudan frutti polposi, dalle dimensioni poco maggiori di una susina e l India. Amato dai Romani e poi ignorato a lungo, è stato riscoperto nel Medioevo. Un percorso in ascesa arrivato fino ai nostri anni, con il melone finalmente liberato dal ghetto dicotomico porto-prosciutto, dov era stato confinato da una gastronomia so- gennaio a dicembre con gusto e consistenza differenti si lascia declinare in mille modalità in tutte le sezioni del menù. Cancellata la divisione manichea tra dolce e salato, gli abbinamenti sono cresciuti in maniera esponenziale: pesce, insalate, affumicati acquistano profumo, morbidezza, e un impagabile freschezza aromatica, anche grazie alle trasformazioni inventate dai cuochi più innovativi. Dalla tradizionale falce appoggiata sulla propria buccia, a mousse, gelatine, schiume, il passo è ormai brevissimo, come nel gioco del geniale chef catalano Ferran Adrià, che fa servire ai commensali del Bulli un cucchiaio con un finto rosso d uovo crudo, in realtà, una sferificación di passata di melone. Che vogliate giocare al piccolo chimico con arginati e calcio in soluzione, o addentare uno spicchio sugoso, il segreto è scegliere il melone giusto. Se è cantalupo, che le costole siano ben marcate. Se retinato, che il frutto sia sodo né rigido, né cedevole e senza ammaccature. L alto peso specifico testimonia di una buona maturazione (merito degli zuccheri), così come il picciolo leggermente staccato e molto odoroso. Quelli coltivati in regime biologico hanno quasi il doppio di vitamine e sali. Quelli che arrivano da Cina e Caraibi via aereo impattano pesantemente sull ambiente e in quanto ad aromi non sono granché. Se ne avete fatto incetta al mercato, scatenate l artista che è in voi. Armati di scavino e pazienza, riducete la polpa in sgargianti sferette, da far riposare (ben staccate tra loro) un ora in freezer. Saranno perfette per dare corpo e profumo a sangria, long drink e all ultimo bicchiere di vino bianco destinato al dessert.

17 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 itinerari Bravo e serio, Filippo Gozzoli guida la brigata di cucina del Park Hyatt Hotel di Milano Nel ristorante gourmand dell albergo, The Park, tra le altre delizie si possono gustare le rondelle di melone con polpa di granchio e asparagi di mare Viadana (Mn) Appoggiata con i suoi tredici borghi sull argine sinistro del Po, di fronte alle province di Parma e Reggio Emilia, vanta un interessante museo archeologico La terra alluvionale della campagna intorno è perfetta per la coltivazione di meloni saporiti DOVE DORMIRE EUROPA (con cucina) Vicolo Ginnasio 9 Tel Camera doppia da 90 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE OSTERIA DA BORTOLINO Via Al Ponte 8 Tel Chiuso giovedì, menù da 30 euro DOVE COMPRARE AZIENDA AGRICOLA CA DE PRETI Via Argine Bagina 2, Squarzanella di Viadana Tel Pachino (Sr) Conosciuta per i suoi celeberrimi pomodorini, associa un eccellente produzione di meloni. Purtroppo, il proliferare delle serre ha ridotto la quantità di coltivazioni in campo libero. Molto vocate anche le zone di Portopalo, Capo Passero e Ispica DOVE DORMIRE CAMPOREALE B&B Contrada Camporeale Tel Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE MAURÌ 1987 Via Tagliamento 22, Portopalo Tel Chiuso martedì, menù da 30 euro DOVE COMPRARE COOPERATIVA AGRICOLA FARO Contrada Pagliarello, Portopalo Tel Cavaillon (Francia) Il melone è arrivato in Francia a fine Quattrocento, al ritorno della spedizione di Carlo VIII in Italia. Nella zona più vocata, tra Aix-en-Provence e Avignone, si coltivano venti varietà di cantaloup, sotto il controllo dei Maîtres Melonniers de Cavaillon DOVE DORMIRE DU PARC Place François Tourel 183 Tel. (0033) Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE PRÉVÔT Avenue de Verdun 353 Tel. (0033) Chiuso domenica e lunedì, menù da 35 euro DOVE COMPRARE EPICERIE FINE F&L Rue de la Brêche 76 Tel. (0033) la 27 milioni percentuale di produzione mondiale coperta dalla Cina Una madre Quando è piccolo e verde, il melone può evocare la giovinezza Ben presto, però, diventa senza età come una madre per il figlio Le imperfezioni sulla scorza non sono segni di invecchiamento Sono la semplice conferma che questo melone è ed è sempre stato lo stesso Da QUI, DOVE CI INCONTRIAMO di John Berger 30 le di tonnellate la produzione mondiale calorie contenute in 100 grammi di melone Cibo ammazza-papi aborrito nel Medioevo MASSIMO MONTANARI P apa Paolo II morì all improvviso la notte del 26 luglio Si trattò di un colpo apoplettico, che i medici del tempo attribuirono a una scorpacciata di meloni fatta la sera stessa: dopo avere passato la giornata in concistorio, il pontefice cenò tardi (verso le ventidue) con «tre poponi non molto grandi» e altre cose «di trista substantia, come si era assuefacto mangiare da alcuni mesi in qua». Il racconto dell evento, fatto in questi termini da Nicodemo di Pontremoli in una lettera al duca di Milano, rivela un atteggiamento di grande sospetto nei confronti di questo frutto, capace non solo di far male, ma addirittura di uccidere. L imprudenza alimentare del pontefice fu richiamata anche nella biografia che gli dedicò l umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Platina: «Si dilettava moltissimo a mangiare meloni», scrive questi, «e da ciò si crede che sia stata provocata l apoplessia da cui fu strappato alla vita. Infatti la sera prima di morire aveva mangiato due meloni, per giunta assai grandi». A parte la discordanza sul numero dei meloni e sulla loro dimensione, il nesso fra i due eventi anche qui è postulato come verosimile e attendibile. Da che cosa nasceva questa diffidenza per il melone? La freschezza e l acquosità del frutto, che ce lo fanno desiderare nelle giornate di calura estiva, accompagnato magari da una fetta di prosciutto, nel Medioevo erano valutate negativamente sul piano dietetico: si pensava che questa «frigidità», comune alla maggior parte dei frutti, minasse il calore naturale dell organismo e sbilanciasse pericolosamente l equilibrio umorale dalla parte del freddo. Tale giudizio, basato sui princìpi della medicina galenica, poteva anche essere legato alla reale qualità dei frutti, che all epoca erano assai meno dolci di oggi, a volte ancora vicinissimi allo stato selvatico. Sta di fatto che i medici consigliavano di mangiarne pochi e possibilmente di evitarli. E questa raccomandazione valeva al massimo grado per il melone, ritenuto il più pericoloso di tutti. Se proprio si desiderava mangiarne, non mancavano strategie per tutelarsi la salute. La frigidità di un frutto si poteva temperare con il calore del fuoco, ossia cuocendolo (pesche e pere si mangiavano quasi solo cotte), oppure con il calore del vino, la cui funzione di rimedio è testimoniata da tanti proverbi antichi: «Dopo la pera», si diceva, «il vino o il prete», a significare che senza quel toccasana non restava che l estrema unzione. Doppio risultato si otteneva con la cottura in vino. In alternativa si consigliava di abbinare il frutto con salumi o con altri prodotti «caldi». Non è difficile scorgere in questa tradizione scientifica il senso, e per così dire l ideologia, di un uso così tipicamente francese come quello di accompagnare il melone con un bicchiere di vino dolce e forte (per esempio un porto). Non è difficile scorgervi il senso di un uso così tipicamente italiano (ma oggi diffuso in tutto il mondo) come quello di servire il melone col prosciutto, vero must della ristorazione estiva. Poco importa che oggi, grazie al lavoro sulle specie botaniche effettuato negli ultimi secoli, i meloni siano diventati dolcissimi e forse (guardando la cosa con gli occhi di un medico medievale) meno pericolosi: l uso ormai si è affermato e, poiché funziona sul piano del gusto, non c è motivo di abbandonarlo. Praticandolo magari con misura: tre interi meloni sono davvero troppi, anche se accompagnati da prosciutto e da vino. La «trista substantia» è anche questione di quantità. GLI ABBINAMENTI Salumi Un tandem che si realizza per affinità con prosciutti di impatto dolce come Parma e San Daniele o per contrasto, se si scelgono quelli più rustici (toscano, Norcia). Squisito anche con altri insaccati di personalità: salame, coppa, lonza, speck Liquori Alexandre Dumas scriveva che il melone diventava più digeribile se accompagnato con mezzo bicchiere di Madera o Marsala. Più divertente versare il vino liquoroso nel mezzo melone senza semi, con polpa a cubetti, chiodi di garofano e cannella Pesce Dopo anni di rapporto esclusivo con la carne di maiale, il melone è approdato ai piatti di mare cotti e (soprattutto) crudi. Accostato per dolcezza ai crostacei e per contrasto a tonno e spigola, trionfa con gli affumicati: salmone, lavarello, spada Macedonia I mezzi meloni scavati accolgono una dadolata di pesche, melone, albicocche, cocomero, noci e mandorle, sciacquata in vino bianco aromatico. Rifinitura con frutti rossi frullati e passati al colino, fruttosio a piacere e foglioline di menta

18 50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 le tendenze Regressioni creative Il design cerca (e trova) ispirazione nella dimensione ludica Ironia, meraviglia, divertimento danno forma a tavolini zoomorfi, specchi che citano i cartoni animati e poltrone dalle curve infinite. È un filone dalla storia nobile, i cui inizi possono essere fatti risalire a cinquant anni fa E infatti anche le riedizioni di oggetti-culto abbondano AURELIO MAGISTÀ Alla ricerca del bambino che c è in ognuno di noi, il designer è un privilegiato che può aiutarsi con il lavoro. Per creare cose più originali, infatti, spende ironia e meraviglia, cerca il divertimento, nel suo significato etimologico di divertere: dirigere altrove, distrarre. Per essere originali, infatti, bisogna evitare quello che fanno tutti e rifuggire dai luoghi comuni. Il designer, quindi, è sempre in forma per il gioco. Lo prova anche il ricco filone ludico che attraversa la storia del design dalle origini a oggi: la celeberrima seduta Mezzadro, che Achille e Pier Giacomo Castiglioni fecero per Zanotta riprendendo il sellino in metallo dei trattori, per esempio, è del Cinquant anni dopo Zanotta ripropone Sedile, creato lo stesso anno dai Castiglioni: meno noto di Mezzadro, il sellino di bicicletta oscillante su una base semisferica in ghisa ha un contenuto ludico ancora più accentuato. La riedizione si inscrive in una ricca varietà di arredi cui il gioco fa da denominatore comune. Parallelamente, i designer hanno saputo trovare e valorizzare il proprio io fanciullo. Infatti diverse creazioni non si limitano a esprimere contenuti ludici, ma si riferiscono evidentemente a un universo infantile, spesso rielaborando forme zoomorfe attraverso l immaginario visivo dei bambini: Puppy di Eero Aarnio per Magis, per esempio, propone un cagnolino di polietilene in cui l elemento formale caratteristico è la linea retta, stilema base del disegno infantile. Ancora Aarnio, questa volta per Adelta, immagina in Tipi quello che si intuisce essere un uccello soprattutto grazie ai piedistalli-zampe. Talvolta si tratta di una citazione, come lo specchio Cartoon di Andrea Rauch per Mirabili, dove tre cerchi richiamano la sagoma del Topolino disneyano. In ogni caso giocare non significa rinunciare a contenuti di alta qualità: Plywood Elephant di Vitra, per esempio, è una riedizione (altra grande tendenza) in serie limitata, mille esemplari, del tavolinosgabello progettato da Charles e Ray Eames nel 1945, contraddistinto dalla raffinata curvatura del legno d acero. E se il tratto ludico, a volte con un ironia tanto forte da rischiare l eccesso, segna da sempre la produzione Alessi, di cui si cita fra le tantissime cose il timer Mr Chin (declinato anche in dosatori per sale e pepe), esso estende il suo campo di influenza a marchi tradizionalmente più compassati come Busnelli, il cui Centro studi & ricerche ha sviluppato le forme sinuose ed eleganti di Fiocco, accolto nella collezione permanente del Musem of Modern Art di New York. Ma perché riproporre il design ludico proprio adesso? Con la stessa chiave interpretativa si possono trovare due spiegazioni, una debole e una forte. Quella debole si richiama all onda lunga di una crisi globale che proprio in questi giorni, a causa dell allarme mutui americano, ha trovato nuovo vigore. Questa ha suscitato un design in cui la casa è rifugio, bozzolo o nido (il cosiddetto cocooning o nesting); tale lettura dello spazio domestico come spazio protetto è perfettamente coerente con un arredamento ludico, perché il gioco è, di nuovo, divertimento, distrazione, allontanamento dalle ansie del quotidiano. La spiegazione forte, invece, usa strumenti della psicanalisi: il design ludico, in particolare quello ispirato all infanzia, sarebbe la declinazione in arredamento del complesso di Peter Pan: adulti che non vogliono crescere, o addirittura che desiderano regredire all età dell innocenza per sottrarsi allo stress che le troppe responsabilità dei tempi difficili concentrano sulle loro spalle. A MISURA DI SOGNO La sua silhouette allungata è un invito al relax e al sogno I m dreaming di Max Design è una monoscocca con 73 tipi di rivestimento ZOOMORFISMI È di Eero Aarnio il cane in polietilene disegnato per la Me too collection di Magis. In quattro dimensioni, anche per esterni Arredare per gioco La casa degli eterni bambini ERGONOMICA E ARRICCIATA Tubolare di metallo curvato con guaina in poliuretano e rivestimento in tessuto elastico. La poltrona Fiocco di Busnelli è nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York È un trend estetico che trae nuovo vigore dal desiderio di trovare un rifugio dalla crisi globale. E da quello, più profondo, di non crescere mai

19 DOMENICA 19 AGOSTO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 51 SERPEGGIANTE Le spire di Snail, portariviste che si arrotola su se stesso come appunto un serpente, sono il posto ideale per riporre giornali di pronta lettura In poliuretano colorato, di Con&Con DONDOLII Oggetto ludico nato dalla sperimentazione di Achille e Pier Giacomo Castiglioni Sedile è il seggiolino sempre in piedi formato da una sella di bicicletta da corsa e da un basamento in fusione di ghisa Lo produce Zanotta dal 1957 ANIMA FRAGILE Leggerissimo l appendiabiti disegnato da Ineke Hans per Cappellini: l anima di polistirolo è rivestita da un bendaggio in gesso e resina sintetica, ultraresistente, che crea un effetto corrugato della superficie Nei colori rosso, rosa, bianco o nero ELEFANTE CENTENARIO Il Plywood Elephant, riedito in mille esemplari, festeggia i cinquant anni della produzione Vitra e i cento della nascita di uno dei fondatori, Charles Eames. Tavolino o seduta, è in acero rosso o naturale PULCINI IN SALOTTO Con l idea che una seduta non necessariamente debba essere una sedia, nel 2002 Eero Aarnio crea Tipi, in polietilene espanso Prodotto da Adelta, è distribuito da Mc Selvini CUCINA CINESE Mr e Mrs Chin, contaminuti in resina colorata, fanno parte della collezione disegnata da Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda per Alessi con il National Palace Museum di Taiwan ISPIRAZIONE CARTOON L inconfondibile sagoma è quella delle orecchie di Topolino, personaggio della Disney che offre ispirazione ad Andrea Rauch per il disegno dello specchio Cartoon, in legno laccato, realizzato per Mirabili Non mescolare le cose il comandamento smarrito UMBERTO GALIMBERTI L a differenza sessuale l abbiamo già abolita con gli abiti unisex, grazie ai quali il giovane può cancellare il sesso a vantaggio dell età, offrendo così alla retorica della moda quelle espressioni ancora giovane, sempre giovane che servono a conferire all età, più che al sesso, i valori di prestigio e seduzione. Oggi, la tendenza dei designer è quella di abolire la differenza tra adulto e bambino, arredando le camere dei bambini con oggetti dal significato adulto quando non velatamente sessuale, e i soggiorni degli adulti con arredi infantili che segnalano la fatica di crescere se non addirittura il rifiuto. Come per i vestiti, così per gli arredi sembra di assistere a un ritorno all indifferenziato da cui l umanità un giorno si è emancipata attraverso regole, divieti, tabù, codici, rigidi comandamenti seguendo i quali era possibile distinguere l alto dal basso, la destra dalla sinistra, collocare in alto le cose celesti, in basso quelle terrene, a destra il bene, a sinistra il male, sotto la terra il regno dei morti, sotto la volta del cielo i presagi per i vivi. Fu così che l uomo fuoriuscì da quello sfondo pre-umano abitato dagli dei, a proposito del quale Eraclito dice: «Il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi odorosi, prendendo di volta in volta il loro aroma». A differenza del dio, prosegue Eraclito: «L uomo ritien giusta una cosa e ingiusta l altra e non mescola tutte le cose». Non voglio elevare troppo il tono del discorso a partire da semplici oggetti di arredo, ma senz altro segnalare che ogni abolizione delle differenze genera una sorta di disorientamento che non aiuta chi sta crescendo a raggiungere quello stadio della ragione che è articolazione delle differenze. Quando un bambino usa un pennarello prima per disegnare, poi per succhiarlo, infine per metterlo nell occhio del fratello, interviene la mamma che, con una serie di no, insegna che il pennarello serve solo per disegnare, perché non è un biberon e tantomeno un arma impropria. Con i suoi divieti la mamma insegna al bambino il principio cardine della ragione che è il principio di non contraddizione, per cui una cosa è se stessa e non altro. Insegna le differenze tra le cose e passo passo porta il bambino fuori dall indifferenziato, dove pericolosamente abita e per cui richiede costante vigilanza. Confondere i codici e far credere che non c è nessuna differenza tra un tappeto e un uovo fritto, tra una poltrona e una bocca spalancata significa non aiutare il bambino a uscire dall indifferenziato in cui abita prima di orientarsi nel mondo, e avviarlo a passi spediti nelle prossimità del delirio dove queste contaminazioni sono frequenti, e se non è il delirio, il mondo del sogno dove tutto si contamina in quel fluire e defluire di immagini, dove l effetto precede la causa, dove il tempo si contrae e lo spazio si altera, dove neppure la mia identità resta stabile, ma prende a oscillare tra l adulto e il bambino, tra il maschio e la femmina, perché quando la coscienza dorme è la follia a inscenare il suo teatro. E i bambini vivono in un mondo folle che non è il caso di alimentare con oggetti che hanno più l apparenza dei fantasmi onirici che la segnaletica di un mondo ordinato o in via di ordinamento. Quando poi sono gli adulti a circondarsi di oggetti infantili come le poltrone che non finiscono con i braccioli ma con due mani prensili, o come gli arredi da bagno che, dal lavandino allo specchio, hanno la forma dei cuoricini che i bambini dell asilo si scambiano quando, incapaci di scrivere, comunicano con disegnini i sentimenti delle loro amicizie e inimicizie allora davvero si contravviene al sesto comandamento che, nella versione originale, non recita: «Non commettere atti impuri», ma: «Non mescolare le cose». La cultura greca che tanto ha insistito sulla paideia, ossia sull educazione dei bambini, a più riprese ha messo in guardia sul rischio di mescolare le cose. Accadde ai troiani che confusero una macchina da guerra come il cavallo di Troia per un dono votivo, accadde ad Edipo che trattò sua madre come sua sposa, accadde ai tebani che quando Dioniso, il dio di tutte le contraddizioni, entrò nella loro città, videro le donne comportarsi come menadi scatenate, i vecchi come bambini, e soprattutto videro infrangersi l ordine culturale che custodiva quei valori mitici e rituali che garantivano la buona convivenza nella città. «Non mescolare le cose» significa che l adulto deve fare l adulto e non il bambino, e deve affidare agli oggetti che dispone nella casa le tracce ben visibili di questa differenza. Perché il bambino che si sta orientando nel mondo e faticosamente sta acquisendo la differenza tra le cose progressivamente liberate dalle contaminazioni fantastiche, oniriche e allucinatorie che prima possedevano, riceve un grande conforto se, in questo processo che lo libera dall incertezza quando non addirittura dall angoscia, è aiutato dall adulto che non fa il bambino e non si confonde con lui mescolando per gioco tutte le cose, perché questo, anche se non sembra o non gli si dà troppa importanza, è un gioco davvero pericoloso, perché disorienta, perché non avvia all età della ragione, che è articolazione delle differenze.

20 52 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 AGOSTO 2007 l incontro Musicisti a tutto campo Armando Trovajoli Arturo Benedetti Michelangeli voleva suonare con lui Mozart Louis Armstrong diceva: Senti questo, sembra nato ad Harlem Ora sta per compiere novant anni e la ricorrenza esige un bilancio. Ma questo talento noncurante, sempre tenuto a freno dall ironia, lo abbozza così: La mia vita, nella sua mediocrità, è stata fortunata. Sono solo un modesto artigiano che ha saputo mescolare sacro e profano: Bach e Totò, Rugantino e Chopin... LAURA LAURENZI ROMA me ha reagito? «Mi ha detto: sei un po un vigliacchetto. Sì, risposi, sono un po un vigliacchetto, però preferisco non fare brutte figure». Sicuramente a casa di Totò era più rilassato, anche se si sono sempre dati del lei: «Io lo chiamavo principe e lui maestro. Organizzava queste piccole cene molto formali a casa sua, ai Parioli. Si mangiava bene, in modo raffinato. Poi veniva sempre proiettato un film (mai suo), che noleggiava per gli ospiti. E quando la serata sembrava essere sulla fine mi faceva mettere al pianoforte e lui, in piedi accanto a me, cominciava a cantare a orecchio, improvvisava, mentre io scrivevo le note, le melodie, a volte anche le parole e armonizzavo il tutto a modo mio. Lui impazziva da quanto gli piaceva, andava in visibilio. Facevamo mattina». Tempo fa ha detto che scrivendo musica non si invecchia: lo pensa ancora? «Sì. È come dare dei colori a un bambino Il jazz è un dono di natura, o ce l hai o non ce l hai, non si può acquisire Il jazz è femmina, è come una bellissima donna Come fai a dirle di no, come fai a tradirla? FOTO FARABOLA Non è per niente contento dei solenni festeggiamenti per i suoi novant anni. Li compie il 2 settembre, e Roma si accinge a celebrarlo con «le stelle più brillarelle che ci ha», ma a lui, schivo com è, la prospettiva non piace affatto. «Non mi piacciono le celebrazioni, le ricorrenze, il coro di happy birthday. Mi dà un po di malinconia. Arrivato a una certa età non sopporti più gli anni che compi. Subentra una specie di amara rassegnazione al tempo che è passato. Vorrei attraversare la giornata del mio compleanno ignorandolo, ma purtroppo gli eventi, e gli affetti, vanno in un altra direzione». Ha la certezza che non ci sia nulla dopo la morte: «Nulla, nulla. Sarebbe davvero troppo comodo pensare che mi ritroverò a esibirmi con il complesso dell Orpheus, oppure che andrò a corte a suonare il clavicembalo con Salieri». Seduto a un tavolino bordo piscina al Circolo Canottieri Roma, Armando Trovajoli consuma il pasto di mezzogiorno non senza un certo appetito. Mozzarella, patate fritte e una bella fetta di anguria, il tutto annaffiato con una lattina di cocacola. «Si dovrebbe arrivare fino a una certa età a ricordare i compleanni, dopo di che si dovrebbe morire. Intendo: si può morire in tanti modi, anche professionalmente. Ti ritrovi a fare paragoni con altri musicisti veramente grandi. Mozart per esempio è morto a trentuno anni». Barba curatissima, sguardo vivace dietro gli occhiali dalle lenti perfettamente sferiche, indossa una giacca Armani destrutturata color grigio ferro, camicia di lino immacolata, piccolo foulard floreale nel taschino. Il traguardo dei novant anni («ma traguardo di che cosa?») è inevitabile occasione di bilanci: «La mia vita nella sua mediocrità è stata fortunata, anche se non sempre felice». Mediocrità? Ma se mezzo secolo di storia italiana la storia del costume e del cinema è volata sulle ali e sul ritmo delle sue colonne sonore... Oltre trecento film, ventiquattro solo con Scola, tanti capolavori e tante emozioni, e poi le commedie musicali, e la tivù, il tenente Sheridan, Maigret, gli sconcerti, le serenate. Lui ribadisce: «Mediocrità, sì, non ho fatto nulla di eclatante». La civetteria dell antiretorica. «Cosa ho fatto in fondo? Ho soltanto mescolato il sacro e il profano». Bach e il Negro Zumbon, Totò e Benedetti Michelangeli, Rugantino e Chopin. A Trovajoli piace minimizzare, definirsi «solo un modesto artigiano». La sua è la semplicità dei grandi. Un gigante della musica jazz e insieme della musica colta. Non disprezza niente e non mitizza niente. Un talento noncurante, sempre tenuto a freno dall ironia. Sperimenta con mano leggera e con approccio elegante. Contamina, ricerca. «Una vita, la mia, che contiene splendori e anche delusioni. Ho conosciuto la guerra, la fame, i night club, gli amori, il successo, ho avuto incontri fondamentali. Con De Sica. Con Mastroianni: più di un amico, un fratello. Con Scola, con Risi. Con Pietro Garinei, che per sfottermi mi chiamava il Cigno di Roma, per distinguermi, diceva, dal Cigno di Busseto». A quattro anni suona il violino, a sei il pianoforte, quando ha quattordici anni suo padre, che lo voleva architetto, si ammala e resta infermo: «Nella disgrazia ci fu un colpo di fortuna: scoprii il jazz e cominciai a esibirmi. Andavo alla Galleria Colonna e mi scritturavano per i tè danzanti alla Sala Pichetti o al Dopolavoro dei ferrovieri, prendevo cinque lire a sera, e così potevo comprare da mangiare per la famiglia e soprattutto le medicine. Quando stavo per spiccare il volo, la stangata della guerra. Mi ritrovai nello squallore dell Albania e della Grecia, io innamorato di Omero, dell Iliade, dell Odissea, fuori di me dalla commozione all idea di andare a toccare le colonne del Partenone». A trent anni, con l aiuto del maestro Libero Barni che lo prepara privatamente all esame di pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia, si diploma «con dieci e menzione onorevole, non davano un voto così alto da quarant anni». Davanti a lui si spalancano tutte le porte: «Ma a quell età non hai più la struttura mentale per affrontare il pubblico e la critica. Uno che fa il concertista deve cominciare a dodici anni». Racconta del suo quasi sodalizio con Arturo Benedetti Michelangeli: «Aveva trovato in me l alter ego, diceva: sei il mio equivalente. Mi faceva suonare fino alle quattro del mattino. Arrivò a propormi di studiare insieme il Concerto per due pianoforti di Mozart. Sarei dovuto andare a Lugano per un mese, esercitarmi con lui notte e giorno. Gli dissi: Arturo non me la sento. In me c era troppo pudore all idea di suonare assieme a quel genio». E lui coe farlo dipingere, allo stesso modo quando mi metto al piano mi sento un bambino di novant anni, torno indietro, divento un ragazzo, perché sto creando qualcosa. Puppets, per Salvatore Accardo, l ho composto a ottantaquattro anni. È pieno di trovate, sembra scritto da un ragazzo, credo, e non da un rincoglionito». Le capita mai di sognare la musica che poi scrive? «Mai, non mi è mai successo. Anche perché io non sogno mai. E se sogno non mi ricordo niente». Nel suo curriculum c è di tutto: La ciociarama anche Ercole al centro della terra, I mostri e Le avventure di Topo Gigio, Riso amaro e I cagasotto, Un giorno in pretura, Profumo di donna, C eravamo tanto amati, La Famiglia ma anche Viuuulentemente mia e A qualcuno piace calvo. Maneggia il trash con lievità: «Ho sempre amato lo sberleffo». Quanto all Oscar che non ha mai vinto, taglia corto: «Non l ho avuto per ovvie ragioni. I film italiani non sono quasi mai approdati a Hollywood. Alla frontiera tornano indietro. Ci sono arrivati La ciociara, e Ieri, oggi, domani, ma per merito di De Sica. Musicalmente forse non erano degni dell Oscar. L Oscar bisogna meritarselo. E bisogna anche avere l occasione giusta». Con il pianoforte ha un rapporto di odio e amore: «Dicono che oramai do del tu alla tastiera, ma delle volte la tastiera mi dà del lei, giustamente. Più passa il tempo e più mi dà del lei. È come una donna, devi amarla continuamente. Io invece sto anche mesi senza mettere le mani sul pianoforte. Come fai? mi chiedeva Benedetti Michelangeli, io se non studio otto ore al giorno ne risento». Ha suonato con Duke Ellington, Miles Davis, Chet Baker, Louis Armstrong. E proprio da Armstrong gli è venuto il complimento più bello: «Senti questo, sembra che sia nato ad Harlem». Capire e suonare il jazz, spiega, è un dono di natura: «Non si può acquisire, o ce l hai o non ce l hai, e ti dà una marcia in più, è come parlare un altra lingua». Dice anche: «Il jazz è femmina, è come una bellissima donna. Come fai a dirle di no, come fai a tradirla?». Quale delle sue canzoni famose ama di meno, quale lo ha stufato? Risponde senza esitare: «Roma nun fa la stupida stasera. La drittata in questa canzone sono le parole, molto astute, non certo merito mio. La musica è un po così. Lo so, è diventata una sorta di inno nazionale sentimentale, ma non ha nulla di romano: potrebbe essere un pezzo brasiliano, oppure americano, o spagnolo. Indifferentemente. Quelle note proprio non mi venivano. Tutto il resto della commedia era pronto. Ma quella canzone l ho scritta quando mancavano soltanto dieci giorni ad andare in scena. Una mattina, di colpo». Ha scritto per tutti i massimi registi italiani ma non per Fellini, perché? «Ero molto amico di Nino Rota. Quando morì, Fellini mi chiamò perché prendessi il suo posto, ma bastarono due o tre incontri per capire che non eravamo fatti uno per l altro. Gli spiegai con chiarezza che non avrei accettato di sottostare al suo gusto circense». È riuscito a far cantare Sophia Loren, in anni ormai lontanissimi; per lei scrisse la canzone Tu che m emparato a ffà: «Aveva una voce gradevole, adolescenziale e carinissima». Era così bella e così sexy, racconta, che metteva paura: «Alta, tanta, imponente. La guardavi e pensavi: oddio che succederebbe se succedesse? Succederebbe che scapperei Era l eccezione che conferma la regola. Le italiane erano tutte piccole e col sedere basso. La Loren invece era una visione». Che peso dà al (molto) danaro guadagnato in una lunga vita lastricata di successi commerciali? «Nessuno. Ho molto sperperato, soprattutto nella mia gioventù, con tante cose fatue. Le Jaguar, le barche. Ho sempre abitato in appartamenti bellissimi ma ero in affitto. Mai saputo gestire i miei soldi, quante volte i vari direttori di banca mi telefonavano per dirmi: guarda Armando che siamo in rosso. Mai pensato di arricchirmi, mai accumulato niente, mai messo da parte. Tanti musicisti fanno la fine delle cicale». Ma lui no. La moglie Maria Paola veglia su di lui con amore attento e grande efficienza organizzativa. Bionda, di classe, dolce fermezza veneta, del tutto estranea al mondo dello spettacolo, gli ha donato una seconda, lunghissima, giovinezza. «Un vero colpo di fulmine. Ci incontrammo per caso a Portofino trentacinque anni fa, e pochi mesi dopo eravamo sposati. Le sono grato per la sua abnegazione, per come mi protegge da ogni avversità piccola e grande, per come mi aiuta ad avere cura del mio aspetto e del mio abbigliamento, per come riesce a farmi vivere sereno. A tratti mal sopporto la sua gradevole dittatura, perché io sono un cavallo bizzarro e irrequieto, scalpito, mordo il freno. Ma lei è un grande equilibratore, e tutto quello che fa lo fa a fin di bene. Le sono infinitamente grato». Repubblica Nazionale

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