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1 Professor Raffaele Fiengo Ottobre gennaio 2003 Corso di Teorie e tec nic he del linguaggio giornalistico Fac oltà di lettere e filosofia %X]]DWLJLRUQDOLVWDHODFURQDFDQHUD Silvia Romanin Jac ur om 1

2 Prefazione Proprio nei giorni in cui si doveva finalmente decidere l argomento della tesina per il corso di giornalismo, mi capitò di scorgere all interno del supplemento settimanale della Stampa ttl tuttolibritempolibero un articolo su Buzzati. Era una recensione di Bruno Quaranta sulla nuova raccolta di articoli di cronaca nera scritti dall autore per il Corriere della Sera e per il Corriere d informazione. L articolo s intitolava %X]]DWL VWUHJDWR GDO PRQGRDOQHUR!!, e io fui stregata dall articolo. Corsi in libreria a comprare i due grossi volumi e incominciai a leggere. Nonostante le prime notti facessi incubi ispirati chiaramente alle letture serali di stragi e omicidi, non mi feci intimidire e continuai la lettura che divenne sempre più coinvolgente. Cominciai allora a documentarmi un sulla vita e sulle opere dell autore (che in parte già conoscevo) e a poco a poco prese corpo questo mio scritto, che spero possa apportare un utile contributo al corso, arricchendone l archivio dei materiali. Buzzati al Corriere : una collaborazione, un mestiere, una vita. L infanzia a S.Pellegrino. Dino Buzzati (anagraficamente Buzzati-Traverso) nasce il 16 Ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, da una famiglia dell agiata borghesia: il padre, professor Giulio Cesare, insegna Diritto Internazionale all'università di Pavia e alla Bocconi di Milano; la madre, Alba, veneziana come il marito, è sorella dello scrittore Dino Mantovani, assai noto nell'ultimo Ottocento, ed è l ultima discendente della famiglia dogale Badoer Partecipazio. La villa bellunese, con la sua suggestiva biblioteca e il granaio misteriosamente abitato dallo spirito di un antico fattore, è il fulcro della sua infanzia e la prima fonte di ispirazione di quell universo poetico dello scrittore sempre sospeso tra il fantastico e il reale. Lo stesso autore sottolineerà poi da adulto, come per uno scrittore costituiscano una fase fondamentale i primi ricordi di infanzia, che per lui sono stati appunto quelli legati alla terra dove è nato, alle montagne che circondano la Valle di Belluno e alle vicine Dolomiti. E queste prime impressioni si ritrovano chiaramente non solo nei racconti e nei romanzi, come %juqder GHOOH PRQWDJQH, o,o VHJUHWR GHO %RVFR 9HFFKLR, ma anche nei suoi articoli scritti per il Corriere della sera, o per il Corriere d informazione, come quello mirabile e ormai diventato famoso sul disastro del Vajont. Milano e l ingresso al Corriere. Frequenta il Liceo classico Parini di Milano, dove incontra le prime due persone importanti della sua vita: il professore di Latino e Greco Luigi Castiglioni e il compagno Arturo Brambilla, con il quale avrà in comune interessi e passioni (quali il ciclismo, l egittologia, i grandi illustratori e la poesia) che si riveleranno fondamentali per la vita futura. Successivamente si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, laureandosi il 30 ottobre 1928 con una tesi su /DQDWXUDJLXULGLFDGHO&RQFRUGDWR Ancor prima di laurearsi, spedisce al Corriere della Sera il proprio FXUULFXOXP allegandovi una lettera con domanda di assunzione. Fra tante altre la sua viene notata per l appropriata formulazione e la calligrafia chiara e ordinata, perciò il 10 luglio 1928 viene assunto come praticante cronista al giornale che non abbandonerà fino alla fine dei suoi giorni; in realtà comincia a lavorare in archivio e come correttore di bozze, oltre a raccogliere le notizie dalle agenzie di stampa. Lasciato l archivio passa davvero alla cronaca, dove lavora inizialmente come UHSRUWHU, mansione che egli assolve con scrupolo e precisione: si intrufola tra la folla di curiosi, cronisti e forze dell ordine con il suo 2

3 quadernetto di appunti e ricava dalle voci e dai racconti spesso sconclusionati e prolissi della gente quel che realmente interessa e fa notizia ; si reca nei commissariati e negli ospedali a caccia di fatti e notizie, nelle retrovie della malavita cittadina in cerca di nutrimento per le colonne di nera ; tuttavia, per il momento, è il collega più anziano Gibellini che riordina i suoi appunti e dopo averli rielaborati ne cura la pubblicazione. Poi il capocronista si accorge del suo talento e lo passa di livello affidandogli il compito di estensore, che deve trascrivere e sistemare i pezzi che i UHSRUWHUV portano in redazione. Nel 1929 ottiene anche l incarico di vice-critico musicale a fianco di Gaetano Cesari, con il compito di recarsi agli spettacoli e concentrarsi su alcune note di dettaglio. Oltre a ciò si occupa anche di tenere aggiornati grossi mastri in cui registra via via le notizie di bianca e di nera che vengono pubblicate, corredandole di minuziosi dettagli e di curiose illustrazioni di sua mano. Questo è un lavoro umile e di precisione, tutt altro che prestigioso, ma Buzzati, che davvero amava il proprio mestiere, lo esegue come al solito con diligenza, dedizione ed entusiasmo. L amore per la disciplina, che lo caratterizza quando si dedica alle sue mansioni, si era già manifestato durante il servizio di leva prestato come ufficiale di complemento presso la Scuola allievi ufficiali di Milano: a quell epoca dimostra infatti una particolare quanto insolita predisposizione alla rigorosità della vita militare, che riguarda gli orari, l uniforme, l obbedienza e in generale il senso del dovere, che invece gli altri commilitoni detestano. Le prime opere letterarie, i nuovi inc aric hi e il passaggio in Redazione. Come spesso succede ai principianti, gli tocca l orario più pesante, detto la guardia, che lo costringe a rimanere a disposizione fino alle quattro di mattina, perciò tra la chiusura della prima edizione del giornale e la fine del turno si dedica alla stesura del suo primo romanzo %juqderghooh PRQWDJQH, che pubblicherà nel 1933, in cui già emergono quelli che saranno i temi cari alla sua poetica. Intanto, nel 1931, aveva iniziato la collaborazione al settimanale Il popolo di Lombardia con disegni e illustrazioni, racconti e note teatrali. Un nuovo incarico gli viene nel frattempo affidato al Corriere della Sera, per il quale deve seguire gli spettacoli della Scala, descrivendo la sala e la messinscena, aggiungendo qualche nota di cronaca, ma astenendosi assolutamente dalla critica. Come racconta divertito Gaetano Afeltra al Convegno Internazionale Buzzati Giornalista tenutosi a Feltre e Belluno nel 1995, a causa di una JDIIH gli viene tolto quest ultimo incarico. Il Direttore Aldo Borelli, però, venuto a conoscenza del suo romanzo appena pubblicato, ne rimane piacevolmente sorpreso e passa Buzzati in Redazione, dove con Emilio Radius si occupa delle corrispondenze dalle Province, che non solo corregge e aggiusta, ma talvolta addirittura riscrive trasformandole in racconti e favole. Intanto ottiene finalmente il permesso di firmare i propri pezzi. Gaetano Afeltra ricorda ancora che Borelli non si limitò a questo e si fece leggere da Buzzati stesso alcuni dei suoi racconti: pochi giorni dopo, il 27 marzo 1933, uscì sul Corriere il primo elzeviro di Buzzati dal titolo,o)dovwdiighoodidxqd9lwdh DPRULGHOFDYDOLHU5RVSR Due anni dopo viene dato alla stampa,ovhjuhwrgho%rvfr9hffklr. Nel gennaio 1939 consegna il manoscritto de,o 'HVHUWR GHL 7DUWDUL all amico Arturo Brambilla perché lo inoltri all editore Leo Longanesi, che sta preparando una nuova collezione per Rizzoli denominata il Sofà delle Muse. Grazie alla segnalazione di Indro Montanelli egli acconsente alla pubblicazione del romanzo a patto che però l autore cambi l originario titolo /D )RUWH]]D che potrebbe costituire una troppo palese allusione alla guerra ormai vicina. Per la genesi del romanzo, la cui Fortezza Bastiani sarebbe un allegoria della redazione di un giornale, o più precisamente della severa e imponente cattedrale di Via Solferino, ci affidiamo alle parole dell autore: 3

4 <<L idea mi è venuta quando ero in redazione, al Corriere della Sera. Per un certo periodo, tra il 1933 e il 1938, ci ho lavorato di notte, a un lavoro di URXWLQH. Accanto a me c erano dei colleghi della mia stessa età, ma la maggior parte erano più vecchi di me. Alcuni anche erano già molto anziani. Tutti evidentemente, da giovani, avevano sperato di poter fare qualcosa di più brillante, di fare gli inviati speciali, per esempio, cioè di fare grandi UHSRUWDJHV, di viaggiare per il mondo, eccetera E poi a poco a poco si erano fossilizzati lì, nella redazione, rinunciando progressivamente alle loro speranze. E questa grande occasione che probabilmente ciascuno di loro aveva sperato magari inconsapevolmente, si era fatta sempre più lontana e improbabile e si era perduta del tutto. Questa monotonia del lavoro [ ] mi ha fatto venire in mente di scrivere una storia in cui venisse riassunto il destino dell uomo medio, dell uomo che spera in questa grande occasione, che fa di tutto per farla venire, e questa occasione appare, sembra che stia per realizzarsi e poi scompare e se ne va via. Oppure, quando arriva, è troppo tardi per lui >> 1. Buzzati inviato spec iale e c orrispondente di guerra. Il 12 aprile 1939 si imbarca a Napoli sulla nave Colombo e parte per Addis Abeba come cronista e fotoreporter, inaugurando la sua carriera di inviato speciale in Etiopia, dove metterà a punto un attento ODERU OLPDH sui personaggi e sui paesaggi de,o GHVHUWR GHL 7DUWDUL, suggeritogli dal confronto fra la natura quasi incontaminata del Paese in cui si trova e il morto ambiente metropolitano a cui è abituato. Nell aprile 1940 lascia Addis Abeba per un breve congedo per motivi di salute, dopo il quale dovrebbe reimbarcarsi per l Etiopia, ma vengono interdette le navigazioni verso l Africa. Così, destino vuole che allo scoppio della Seconda guerra mondiale parta come corrispondente di guerra sull incrociatore Fiume, da dove è testimone diretto di battaglie storiche nel Mediterraneo: a Capo Teulada e a Capo Matapan. Poi dall incrociatore Trieste partecipa sempre come osservatore alle battaglie del Golfo della Sirte e all affondamento dell incrociatore Pola, inviando i suoi articoli al giornale. Di sua mano è anche la &URQDFD GL RUH PHPRUDELOL, composta in occasione della Liberazione, che viene pubblicata non firmata in prima pagina il 26 aprile 1945 sul Nuovo Corriere. Finisc e la guerra e inizia una nuova stagione letteraria. Finita la guerra Buzzati interrompe l attività di inviato e torna in redazione, dove dimostra competenza tecnica e intuizione editoriale, dato che si deve proprio a lui se La Domenica del Corriere raggiunge il massimo di un milione e trecentomila copie di tiratura. Inoltre nel dopoguerra la cronaca nera, che durante il Fascismo era stata troppo spesso censurata, viene riscattata e a Buzzati si presenta l occasione per scrivere alcune delle sue pagine migliori, in cui unisce allo stile letterario il rigore investigativo con cui indaga i retroscena dei delitti e le loro ripercussioni sulla società. Nel 1942 pubblica la raccolta di novelle,vhwwhphvvdjjhul, mentre il 1945 è la volta della favola per bambini, /D IDPRVD LQYDVLRQH GHJOL RUVL LQ 6LFLOLD disegnata dall autore, e dell operetta umoristico-didascalica,o OLEUR GHOOH SLSH, redatta ed illustrata in stile ottocentesco e realizzata con l aiuto del cognato Eppe Ramazzotti. Nel 1949 esce il volume di racconti 3DXUDDOOD6FDOD e nel giugno dello stesso anno Buzzati viene inviato dal Corriere al Giro d Italia: da lì nascerà una serie di articoli che poi saranno pubblicati in un volume a cura di Claudio Marabini nel Nel 1950 tocca a,q TXHO SUHFLVR PRPHQWR; di quattro anni dopo è,ofuroorghood%dolyhuqd con cui vincerà il premio Napoli, H[ HTXR con Cardarelli. Nel 1958 escono /H VWRULH GLSLQWH e nello stesso anno vince il Premio Strega con il libro 6HVVDQWD UDFFRQWL Nel 1960 pubblica,o JUDQGH ULWUDWWR 1 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1973 (p. 158). 4

5 esperimento di romanzo fantascientifico, che introduce nella poetica dell autore un nuovo tema fino ad allora non ancora esplorato: quello della femminilità. Sembra il preludio del romanzo che pubblicherà tre anni dopo, nel 1963: 8QDPRUH. Sicuramente almeno in parte autobiografico, quest ultimo fu oggetto di critiche severe da parte dei suoi detrattori e di qualche suo lettore. L 8 giugno del 1961 muore la madre e due anni dopo nell elzeviro,gxhdxwlvwl egli darà voce agl intimi pensieri che in occasione di quel doloroso funerale avevano agitato la sua anima sconvolta. Hanno dunque inizio i viaggi da inviato speciale del Corriere, che lo portano a Tokio, a Gerusalemme, a New York, a Washington e a Praga. Già dal 1950 lavorava per la Domenica del Corriere facendo soprattutto i titoli e le didascalie, ma poco a poco aveva assunto altri incarichi fino quasi a sostituirsi al vero Direttore che allora era Eligio Possenti e a diventarne vicedirettore nel 1965: cura la terza pagina, fa l inviato speciale, legge le critiche teatrali e si occupa persino di musica. Il ritorno alla c ronaca. Nel frattempo Franco Di Bella, che è suo capocronista e redattore capo al Corriere della Sera, aveva già tentato di ricondurlo alla cronaca, e proprio in quell anno gli fa una proposta per lo meno inconsueta: di andare in giro ogni tanto, con le pantere della polizia, a esplorare Milano di notte e fare dei UHSRUWDJHV su ciò che accade sotto i suoi occhi. Egli accetta con entusiasmo ed esce parecchie volte. Da quelle esperienze notturne nascono cinque articoli in cui minuziose descrizioni di ambienti e personaggi ritraggono mirabilmente l atmosfera di quelle ore buie passate in Questura, nei quartieri malfamati della città e nei QLJKWV più squallidi della Milano borghese: lì la città nasconde nelle sue pieghe più profonde sacche di vizio aberrante, dove <<regnano una desolazione e un disfacimento e una miseria più nefasti che nelle immonde forre dei barboni popolate dai topi. Qui la malavita e il cosiddetto vizio (povero vizio senza allegria, né abbandono, né liberazione) si mescolano a vicende senza macchia eppure altrettanto miserande.>> 2. In questi racconti di sconosciute notti milanesi vissute volando di quartiere in quartiere a bordo di un Alfa Romeo 2600, tra le voci distinte del centralino della Volante che dall altoparlante del cruscotto si diffondono nell abitacolo dell auto e la strana sensazione che <<Un nemico invisibile, che non ha nessun nome e ne ha mille,>> stia <<assediando la città>> 3, emerge sempre anche un delicato senso di umanità, che, senza il minimo desiderio di ostentazione, rende inconfondibile il tratto di un autore cui il pubblico volentieri si affeziona. Come sarebbe d altronde possibile rimanere indifferenti di fronte a parole di così sincera e affettuosa partecipazione? <<Bene. Confesso di essere rimasto sorpreso dal modo con cui gli uomini della Squadra Mobile esercitano l ingrato compito notturno. Applicano sì la legge con fermezza ma sono umani. Non parolacce, non volgarità, non cattiverie inutili, non disprezzo. Nessun gusto di dagli all untore, nessuno spirito di accanimento, se non contro i lenoni sfruttatori (e per costoro tutti d accordo, spero, che non ce ne sarà mai abbastanza). Ho notato anzi molta civiltà e comprensione.>> 4. 2,QIRQGRDOO LPEXWRGHOYL]LRF qdqfkhloiru]dwrghowzlvw, in Corriere della Sera, 31 ottobre $OOHIURQWLHUHVHJUHWHGHOODFLWWj, in "Corriere della Sera", 24 ottobre Ibidem. 5 G.Spadolini: $PLFLHFROOHJKL%X]]DWLDO&RUULHUH, in 1XRYD$QWRORJLD 1976, Fascicolo 2106, pp Gaetano Afeltra: 'LQR%X]]DWLDO³&RUULHUHGHOOD6HUD HDO³&RUULHUHG LQIRUPD]LRQH, in %X]]DWL*LRUQDOLVWD$WWL GHO&RQYHJQR,QWHUQD]LRQDOH. A cura di Nella Giannetto. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2000 (p. 16) 7 Alberto Cavallari: 'LQR%X]]DWLJLRUQDOLVWD, in AA. VV., 'LQR%X]]DWL(Atti del Convegno Internazionale di studio promosso dalla Fondazione Cini), a cura di A. Fontanella. Olschki, Firenze

6 Le ultime opere e la c ritic a d arte. Parallelamente continua l attività letteraria che sfocia questa volta in una prima esperienza poetica:,ofdslwdqr3lfhdowuhsrhvlh (1965). Nel 1967 comincia a fare il critico d arte, nuovo lavoro affidatogli sempre dal Corriere, dedicandovisi con zelo e creando una pagina artistica straordinaria in cui non scrive nello stile difficile ed elitario degli specialisti che parlano in gergo solo per gli iniziati, bensì presenta le gallerie in pezzi che conquistano il pubblico e lo convincono ad andare a vedere. Due anni dopo inaugura (e la cura fino agli ultimi mesi di vita) anche la pagina d arte del settimanale del Corriere "Il mondo dell arte". Con 3RHPD D IXPHWWL vincerà il Premio Paese Sera, nel Lo stesso anno gli viene assegnato il premio giornalistico Mario Massai per gli articoli pubblicati sul Corriere nell estate dell anno prima sulla discesa del primo uomo sulla Luna. L anno dopo esce l ultimo volume curato dall autore: la raccolta di racconti ed elzeviri /H QRWWL GLIILFLOL. Un mese e mezzo prima di morire l ultimo elzeviro: $OEHUL. Poi il ricovero alla clinica La Madonnina di Milano e il 28 gennaio 1972 la morte. L attività pittoric a. A fianco dell'attività giornalistica e letteraria del grande scrittore, ebbe un certo rilievo quella pittorica cui egli si dedicò con maggior impegno soprattutto nel dopoguerra: autore di bozzetti e di dipinti, Buzzati partecipa a numerose mostre, dichiarando di considerare la pittura non come un hobby ma come il proprio mestiere, che sarebbe stato giustamente apprezzato solo dopo la sua scomparsa. In un discorso autoironico, pubblicato nel catalogo della Galleria d'arte Cavalletto, nel 1968, afferma: «Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie». I colleghi ric ordano Buzzati. Fra i ricordi dei colleghi è costante l ammirazione per il rispetto e la dedizione che Buzzati nutriva per il suo mestiere al giornale. Tutti ne elogiano l impegno, Giovanni Spadolini afferma di non aver mai conosciuto in tanti anni da Direttore di quotidiani un altra persona che come Buzzati avesse una specie di <<religione del giornale>> 5 ; Gaetano Afeltra ne rammenta la diligenza e la disciplina di stampo militare e ama soffermarsi su <<com era umanamente il Buzzati giornalista>>, che persino quando ormai cavalcava l onda del successo, tanto che si parlava di una sua candidatura al Premio Nobel per la Letteratura, era rimasto l umile e per di più eccezionale collega di prima: <<vero, semplice, modesto, incapace di un invidia o di una meschineria>>. Lo ricorda sempre disposto ad accollarsi incarichi faticosi, che svolgeva sempre con ordine e zelo ammirabili, perché, essenzialmente, egli era <<innamorato del proprio mestiere>>. Accanto a questo suo senso del dovere, non scorda nemmeno un aspetto divertente del suo carattere: la fantasia che allegramente si manifestava anche al lavoro, quando scriveva a rovescio i titoli che gli venivano commissionati per la terza pagina, oppure con pennarelli di colori diversi e con forme strane; ciò faceva scattare poi nei tipografi la corsa al collezionismo del pezzo d arte 6. A proposito di titoli, è Alberto Cavallari che rammenta l abilità del giornalista nel confezionarne di straordinari, sempre in bilico tra il reale e il fantastico. Secondo lui ci fu persino una <<scuola Buzzati>> di cui l autore era il <<direttore occulto>> che seguiva questo indirizzo, sia al Corriere della Sera, sia al Corriere Lombardo 7. 6

7 La cronaca Poiché l idea principe di questo lavoro era stata di riservare un attenzione particolare agli articoli di cronaca nera, pur all interno di una panoramica generale sull opera prevalentemente giornalistica dell autore, mi pare sia doverosa una piccola introduzione sulla definizione del genere in questione e sul significato che esso di volta in volta assume sulle pagine dei quotidiani. Una definizione del genere. Secondo una definizione di Alberto Papuzzi, <<La cronaca, o UHSRUWLQJ, è la forma di esposizione della notizia per eccellenza. È il modo giornalistico di raccontare un avvenimento, concentrandosi sui fatti ed escludendo le opinioni>> 8. Questa esclusiva separazione tra fatti e opinioni, ovvero tra cronaca e commento, è considerata dal giornalismo anglosassone una regola ferrea cui non si deve assolutamente prescindere: QHZV e YLHZV devono essere collocate in spazi separati e lì assolvere alle loro differenti funzioni, occupandosi ciascuna dei propri ambiti. Scopo di tale rigida separazione dovrebbe essere l obiettività della notizia e dell informazione intesa come relazione neutra dei soli fatti; ma come ci insegnano molti studiosi, fra cui lo stesso Alberto Papuzzi, la notizia in sé non può essere obiettiva, perché, già solo nell atto di considerare un evento degno di diventare notizia, entra in gioco la soggettività del giornalista che inevitabilmente interpreta il fatto, valutandolo in base alla propria sensibilità e in funzione delle richieste e delle aspettative del pubblico. È possibile di contro pretendere dal giornalista che tale obiettività sia almeno perseguita nell atto di non travisare le fonti e di essere fedeli, precisi e completi nel riportare i fatti. Resta d altronde, come ammonisce Umberto Eco, la <<fatale prospetticità di ogni notizia>> 9. Come si vedrà più avanti, Buzzati non osserva minimamente tali dettami sulla neutralità della notizia di cronaca che deve essere scevra di commenti, opinioni, considerazioni personali dell autore, eppure riesce sempre a presentare i fatti come sono effettivamente nella realtà, senza trasfigurarli, colorarli di pregiudizi, o inquinarli di faziosità. Per ritornare alle caratteristiche della cronaca, bisogna ricordare che un articolo di cronaca, per essere definito tale, deve necessariamente rispondere alle famose 5 domande con la W: ZKR (chi), ZKDW (che cosa), ZKHQ (quando), ZKHUH (dove), ZK\ (perché), cui talvolta si aggiunge anche KRZ (come). Nel 1930 negli Stati Uniti a fianco del tradizionale VWUDLJKWUHSRUWLQJ, la notizia asettica che riporta unicamente i fatti, nasce un nuovo tipo di cronaca che prende il nome di LQWHUSUHWDWLYH UHSRUWLQJ: essa combina narrazione e commento, pur nell osservanza del criterio di obiettività, evita l emotività e si attiene all utilizzo di uno stile descrittivo senza tralasciare di spiegare il significato dell avvenimento in relazione al contesto sociale, politico, economico e culturale in cui si verifica. D altronde la credibilità di ciò che si legge viene misurata in base ai concetti di DFFXUDF\, cioè la precisione nel riferire i fatti, e di IDLUQHVV, ossia l imparzialità nella presentazione di entrambi i lati di una questione, senza privilegiarne alcuno. Il giornalismo italiano: vivere l evento. Nel giornalismo italiano, invece, i pezzi di cronaca si dividono principalmente in resoconti e UHSRUWDJHV. Il resoconto è, secondo le parole di Alberto Papuzzi, <<il più semplice fra i pezzi di cronaca: il racconto lineare di fatti di cronaca, dibattiti parlamentari, discorsi 8 Alberto Papuzzi: 3URIHVVLRQHJLRUQDOLVWD7HFQLFKHHUHJROHGLXQPHVWLHUH Manuali Donzelli, Roma (p. 55) 9 Umberto Eco: *XLGD DOO LQWHUSUHWD]LRQH GHO OLQJXDJJLR JLRUQDOLVWLFR, appendice in Vittorio Copecchi e Marino Livolsi: /DVWDPSDTXRWLGLDQDLQ,WDOLD. Bompiani (p. 340) 7

8 politici, consigli di amministrazione, convegni e congressi.>> 10, mentre il UHSRUWDJH è il pezzo che normalmente compongono gli inviati speciali a proposito di una notizia già nota al pubblico: essi prendono un particolare di questa notizia, o addirittura l evento stesso, e lo trasformano in una storia, sfruttando le proprie capacità di scrittura, che dovrebbero permettere loro di penetrare in profondità con la parola, rendere atmosfere e sensazioni, comunicare emozioni. Lo scopo che devono raggiungere alla fine è quello di calare il lettore impercettibilmente nel cuore della vicenda. E ciò è molto importante ai fini di un buon articolo, poiché il vero compito del cronista (a dispetto di tutte le regole rigide sull obiettività) è di vivere l evento descritto con partecipazione e di farne partecipare anche il lettore, perché è tragicamente falso l assunto che il cronista debba essere freddo e cinico per poter trattare la propria materia con distacco e senza coinvolgimento emotivo; è al contrario la SuHWDV una caratteristica preziosa che contraddistingue il cronista di valore, quello che sa <<entrare davvero nel fatto, per capirlo in profondità, per raccontarlo al meglio>> 11. Buzzati, con questa sincera e accorata partecipazione, raccontava le tragedie (Albenga, Superga), i delitti (Rina Fort e l eccidio di Via S.Gregorio, il metronotte Giuseppe De Blasi) le stragi (Piazza Fontana) e le catastrofi (il Vajont, l alluvione nel Polesine), di cui, di volta in volta, era testimone, senza però mai abbandonare la chiarezza e la precisione a lui peculiari. È dunque nell articolo di cronaca che si riconosce il giornalista di talento, cosa che non sembrano capire in molti, poiché ormai è assurto a luogo comune credere che fare carriera in redazione significhi arrivare a svolgere la funzione dell editorialista che scrive articoli di fondo, mentre si disprezzano le figure tanto preziose del cronista e dell inviato speciale. Il c olpo d occhio. Un altro segreto dei grandi cronisti è notare e far notare qualcosa che gli altri non hanno visto, trasmettere al lettore le sensazioni che essa ha comunicato alla loro sensibilità e i risultati raggiunti tramite i meccanismi che essa ha attivato nella loro fantasia. Per questo occorre un estrema attenzione a ciò che accade, un occhio sensibile al fenomeno inteso nel suo originario significato di ciò che appare. Buzzati possedeva questa dote, aveva uno straordinario colpo d occhio capace di posarsi su un particolare, per un profano probabilmente insignificante, da cui però poi nasceva la notizia e che serviva da chiave interpretativa del fatto. A volte quell inezia notata D ODWHUH di uno scenario serviva a far scattare l idea per un racconto, a volte, invece, era fondamentale per rendere originale il suo pezzo, per conferire al suo articolo un taglio diverso da quello adottato dai colleghi. Nel caso della tragedia dei bambini morti annegati ad Albenga notò quasi rabbrividendo il contrasto che regnava tra l ambiente esterno, <<l allegra piazza di Albenga con le palme, le panchine, i chioschi, il sole e persino quell aria serena di festa portata qui dall estate balneare>>, e l interno del padiglione della Croce Bianca in cui la morte aveva allestito con <<infernale potenza>> uno spettacolo <<incredibilmente gentile>>; una volta entrato si lascia affascinare dalla vista di quei quarantatré corpi perfetti di bambini allineati su una lunghissima panca: tutti belli, <<si assomigliano in modo stranissimo l uno all altro>> 12 e ciò forse rende ancora più penoso il conto, fino a credere il tutto impossibile. Nell articolo successivo, di estrema tenerezza è di nuovo lo sguardo su quelle 43 creaturine: <<Fra le mani ciascuno teneva con delicatezza un immagine sacra e un fiore, le palpebre erano 10 Alberto Papuzzi: 3URIHVVLRQHJLRUQDOLVWD7HFQLFKHHUHJROHGLXQPHVWLHUH Manuali Donzelli, Roma 1998(p.63) 11 Guido Vergani: %X]]DWL LQYLDWRVSHFLDOH in %X]]DWL*LRUQDOLVWD$WWLGHO&RQYHJQR,QWHUQD]LRQDOH. A cura di Nella Giannetto. Arnoldo Mondadori Editore, Milano (p. 51) 12 6RQRDUULYDWHOHPDPPHGHLIUDWHOOLQLGHOODPRUWH, in Corriere d informazione, 17 luglio

9 attaccate appena appena.>> e per non sciupare quell incantesimo così fragile, solo una voce a commento, quasi musicale <<Tante bambole, sembrano>> 13. D altra parte il colpo d occhio di Buzzati doveva essere proprio un dono di natura, dal momento che non aveva avuto bisogno di un lungo apprendistato: già nelle prime cronache, apparse sul Corriere della Sera nel 1929, si manifesta una spiccata abilità nel cogliere il fatterello, per farne un raccontino, o un piccolo affresco, un ritratto lievemente ironico descritto con dovizia di particolari per delle brevi sui fatti di nera cittadina, che illustrino la Milano un poco trasognata di quel tempo in cui ladri, imbroglioni e truffatori erano di calibro diverso rispetto a quelli di oggi, si facevano acciuffare da un poliziotto che li inseguiva a piedi e una volta presi riconoscevano la loro colpa accettando la punizione senza troppe resistenze; erano protagonisti di una criminalità quasi innocua e, come se fossero stati personaggi di un romanzo, fingevano per sopravvivere sulla scena della quotidianità, sperando giorno per giorno di guadagnarsi un pasto caldo in più, un ombrello, un cappotto. La c ronac a di guerra. Come è già stato ricordato, allo scoppiare della Seconda guerra mondiale Buzzati fu inviato come corrispondente di guerra in Marina, perché spedisse al giornale le proprie testimonianze. Nelle sue corrispondenze di guerra non si trovano i toni enfatici ed eroici tanto cari al regime, mentre affiorano di continuo l atmosfera di attesa, di morte imminente che regnava negli animi dell equipaggio della nave da guerra su cui anche lo scrittore si trovava a rischiare la vita. Il problema è che la censura è severa e molto selettiva, perciò tali descrizioni che potrebbero gettare discredito nei confronti delle forze militari italiane impegnate nella guerra e diffondere un deleterio senso di sconforto e sfiducia rischiano di essere bloccate, ma le cronache di Buzzati riescono a passare, nonostante descrivano le sconfitte italiane, perché nelle sue mani esse diventano delle favole che disorientano il censore, costretto in questo modo suo malgrado a dare il visto per la stampa: il contesto in cui sono inserite le battaglie sa così tanto di magico e irreale, che esse risultano quasi fuori dal tempo e chi controlla rimane inebetito chiedendosi dove e quando (e se!) quella battaglia si sia effettivamente svolta. Come notò Indro Montanelli al Convegno Internazionale Buzzati Giornalista del 1995, <<Buzzati prescindeva sempre dal fatto nella sua centralità. Ma girandogli intorno, raccontandone con aria trasognata alcuni dettagli chiave, l atmosfera, i protagonisti, lo lasciava intuire.>> 14.E i censori forse non capivano il senso di morte di certe frasi, di certe apparenti divagazioni. Una c ronac a umanamente impegnata. Mi sembra doveroso ricordare, dopo aver insistito sulla capacità descrittiva della penna di Buzzati che riportava nei minimi particolari la realtà colta dal suo occhio vigile e attento, nonché dal suo orecchio altrettanto sensibile ed esercitato, che la sua cronaca non aveva soltanto lo scopo precipuo dell evidenza, di registrare e rendere noti al pubblico gli accadimenti; al contrario essa aveva un intento morale e umano che andava al di là dell evento contingente; mirava a proporre valori eterni, a risvegliare l uomo dal torpore indolente cui si abbandona una volta sicuro di essere al riparo delle insidie, grazie a quella corazza d indifferenza che lui stesso con il passare del tempo e con l aiuto degli altri si è costruito. Ecco, Buzzati cerca di rompere quella corazza, o per lo meno di aprirsi un varco per arrivare a toccare le coscienze assopite. Nelle sue cronache, ancor più che nelle opere di narrativa, cerca di spendere qualche parola per ricordare all uomo che egli è un 13 7XWWRLOGRORUHGHOPRQGRLQTXDUDQWDTXDWWURFXRULGLPDPPD, in Il Nuovo Corriere della Sera, 18 luglio %X]]DWL JLRUQDOLVWD $WWL GHO &RQYHJQR,QWHUQD]LRQDOH A cura di Nella Giannetto. Arnoldo Mondadori Editore, Milano (p. 20) 9

10 essere mortale e dunque gli converrebbe guardare oltre la caducità delle cose e scavare sotto le apparenze per scoprire la vera essenza delle cose. Cerca di avvertire l uomo che i <<mostri della normalità>> 15 sono in agguato e sono vicini, sono tra noi, nascono da noi stessi, perché abbiamo perso la nostra purezza originaria. Dalle colonne dei quotidiani egli lancia un ammonimento: non ingannatevi, non affannatevi a difendervi da un nemico che viene da chissà dove, non illudetevi di riconoscerlo, perché tanto -si sa- il mostro è diverso, si distingue; no! <<Il male (q) dentro di noi>> ed illustra la sua terribile (ma quanto vera!) ipotesi tramite la voce di <<un poco pazzo commissario in pensione>> che commenta la strage di piazza Fontana. Egli dice che subito dopo la strage ciascuno si è chiesto, ovviamente, chi potesse esserne stato l autore e ha automaticamente pensato ai propri nemici; ma, come diceva Sciascia, <<XQLFXLTXHVXXP>>, e la polizia brancolava nel buio. Può darsi, però, che ci sia un errore di fondo in questo inutile affannarsi senza meta, perché forse i colpevoli di tutto questo sono semplicemente <<creature del male concepite, generate e gestite proprio da noi>>, che tramite l odio le abbiamo costruite un pezzo per volta; il demonio così messo al mondo si è pasciuto di sangue e ha generato dolore e vergogna, moltiplicando ancora una volta l odio che l aveva creato e gli dà nuova forza. 16 Così Buzzati cronista di nera, inviato nei gorghi delle tenebre per raccontare l assurdità della morte, fa della testimonianza la sua missione: non ha paura di vedere e narra ciò che vede, perché il mondo sappia e non dimentichi, perché sia sempre pronto a veder spuntare quella creatura del buio che invisibile si aggira tra noi, perché abbia il coraggio di affrontarlo esorcizzando la paura. Ma questo ancora non basta: è l umanità che ci salva. E umanità vuol dire rispettare il silenzio, ma contemporaneamente saper raccontare il dolore altrui come se fosse il proprio, vuol dire anche saper descrivere la paura e l orrore evitando parole troppo crude, che facciano impressione, evitando di dipingere un macabro spettacolo, come sarebbe stato troppo facile, ad esempio, alla vista delle quattro vittime della belva di via S.Gregorio. Nelle sue stesse parole questo comandamento: <<Orrore, esecrazione, disgusto, a che servono le solite parole?>>. Molto più efficace ed appropriato il ritratto che egli offre di quella scena terrificante, pronunciato quasi sottovoce per non spezzare l immobile silenzio terribile, eppur sempre sacro, della morte: <<orribilmente fermi come pietre i quattro corpi di cui il più piccolo seduto sul seggiolone con la testa piegata da una parte come per un sonno improvviso, e fermo oramai anche il sangue i cui rigagnoli, simili a polipi immondi, lucevano sempre meno ai riflessi della lampadina di 25 candele, facendosi sempre più neri.>> 17. Personific azioni della morte. Nelle cronache nere di Buzzati spesso s incontra una personificazione del destino degli uomini, nonché della morte stessa, come accade nei pezzi composti per la sciagura di Superga, in cui <<la sventura [ ]sembra avere una perfidia assurda>> 18 e la morte sembra aver avuto un <<infernale fretta>>, perché <<Lavora a precipizio la morte, in questi casi. Esegue balzi così immensi che neppure la nostra immaginazione riesce a starle dietro.>> 19, o come negli articoli scritti sulla tragedia di Albenga, dove la morte diventa proprio un personaggio, che non si riesce a vedere, ma domina incontrastato trionfando inesorabile su tutto e su tutti, su quel terribile inferno che ha allestito: <<ha toccato; e poi, si direbbe, se ne è andata via lasciandoli (i 43 bambini) intatti>> 20, è uno 15 Bruno Quaranta: %X]]DWLVWUHJDWRGDOPRQGRDO³QHUR, in La Stampa ttl, sabato 16 novembre ,OPDOHGHQWURGLQRL, in Corriere della Sera, 16 dicembre Q RPEUDJLUDWUDQRL, in Corriere della Sera, 3 dicembre LVFKLDQWDFRQWURODEDVLOLFDGL6XSHUJDO DHUHRFKHULSRUWDLQ3DWULDLFDPSLRQLG,WDOLD, in Il Nuovo Corriere della Sera, 5 maggio /DFULPHGLGRQQHDIIUDQWHDFFDQWRDOOHVDOPHFRQVXQWH, in Corriere d informazione, 5-6 maggio RQRDUULYDWHOHPDPPHGHLIUDWHOOLQLGHOODPRUWH, in Corriere d informazione, 17 luglio

11 <<scherzo mostruoso>> che in un sol colpo trasforma tutti quei bambini in tanti fratelli, è infine un assurdo, incomprensibile, vasto mistero, che neppure Gesù in croce sembra poter comprendere. Incredulo di fronte al suo inconcepibile orrore la definisce ugualmente <<infame scherzo>>, <<mostruosa mistificazione>> quando la vede nei miseri resti dei calciatori del Torino dopo lo schianto dell aereo che li riportava a casa. Giornalismo e letteratura Che c osa viene prima? Spesso ci si domanda se venga prima Buzzati scrittore, o Buzzati giornalista, ma la risposta può variare a seconda del parametro di riferimento adottato: se esso infatti è di ordine cronologico, viene senz ombra di dubbio prima il giornalista, ma se invece si osserva da un punto di vista ideologico-poetico è possibile considerare che le due facce dell autore nascano contemporaneamente, senza che fra di esse si delinei un netto confine. D altronde è lo stesso Buzzati che afferma nei suoi dialoghi con Yves Panafieu che per lui giornalismo e letteratura narrativa <<sono la stessa identica cosa>> 21 e che effettivamente il giornalismo può essere molto utile come scuola di tecnica di scrittura narrativa, ma anche, e soprattutto, utile per imparare il rispetto per il lettore. Infine fornisce una definizione del <<vero mestiere dello scrivere, il quale coincide proprio col mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più drammatico o addirittura poetico che sia possibile.>> 22. Sul concetto di semplicità si sofferma anche altrove per ribadire che essa debba sempre essere perseguita da chi voglia cimentarsi nella scrittura accanto allo sforzo di non essere né noiosi né prolissi. Anche la sua prosa narrativa, infatti, mantiene in ogni momento un piglio giornalistico che implica una rapida semplicità. Perché se lo scrittore differisce dal giornalista per gli argomenti che tratta, ha gli stessi doveri fra cui quello di intrattenere il suo pubblico e accattivarne l attenzione senza rischiare di annoiarlo, e inoltre di farsi leggere e capire usando chiarezza e brevità anziché aristocratiche ricercatezze: in fondo anche i grandi scrittori, come i grandi giornalisti si riconoscono per come trattano il loro materiale. Tenuto dunque conto dell esistenza di una certa osmosi fra i due campi dell opera narrativa e della produzione giornalistica, bisognerebbe con Guido Vergani riconoscere lo straordinario talento dell autore proprio nell <<intarsio>> 23 che egli ottiene nei prodotti delle sue due attività di narratore e giornalista, mescolando in un equilibrio dinamico elementi realistici e fantastici, eventi e misteri, cose viste e sensazioni provate. E in fondo, ad essere equi, fra i due si dovrebbe ammirare di più Buzzati giornalista che Buzzati scrittore, perché le condizioni in cui si trova a dover scrivere il primo, sotto le bombe, in automobile su un quadernetto di fortuna, o in sale stampa rumorose e affollatissime e come se non bastasse con i minuti contati, sono molto peggiori e comunque assai diverse da quelle del secondo. L elzeviro. Ad ogni modo anche Buzzati fece il suo incontro fortunato in ambito professionale quando si imbatté nell elzeviro, la formula giornalistica più adatta al connubio fra giornalismo e letteratura, poiché, se inizialmente fungeva da contenitore per gli argomenti più vari, era poi venuto identificandosi poco a poco con il racconto, pur risentendo dell attualità che popolava il resto del giornale. Quale spazio più congeniale di questo per 21 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX. Arnoldo Mondadori Editore (p. 164) 22 Ivi (p. 165) 23 Guido Vergani: %X]]DWLLQYLDWRVSHFLDOH, in%x]]dwl*lruqdolvwd$wwlgho&rqyhjqr,qwhuqd]lrqdoh. A cura di Nella Giannetto. Arnoldo Mondadori Editore, Milano (p. 48) 11

12 chi sapeva trarre da un avvenimento di cronaca lo spunto per costruire una vicenda narrativa che si astraesse in qualche modo dalla realtà e venisse proiettata in un mondo fantastico, pur rimanendo ancorata ad alcuni dati realistici inconfutabili che ne assicuravano la verisimiglianza? Non per nulla sono proprio questi dati certi e precisi, appartenenti al mondo della quotidianità, che forniscono il punto di partenza per lo straniamento, la base di lancio verso l illimitato spazio della fantasia. Dalla c ronac a nasc e la favola. Da questa stessa abilità nel creare del giornalismo fantastico, come lo chiama Nella Giannetto nel discorso di presentazione al Convegno Internazionale Buzzati Giornalista, nascono dai fatti e dai protagonisti della cronaca brevi racconti talvolta ironici, talvolta divertiti, come quelli dei primi articoli di nera cittadina, che ritraevano un ladro maldestro alle prese con una motocicletta, o una cameriera che affronta il rapinatore di una villetta, oppure ancora l ingenuo venditore ambulante di acciughe gabbato da tre mascalzoni poi traditi dall eccessiva eleganza; talvolta ne scaturiscono addirittura delle favole trasognate, come quella che vede Marilyn Monroe sull orlo della morte salvata da un genio impietosito e commosso dalla sua bellezza o la )DYROD che racconta la vicenda di Maria Rosa Garioni morta di morbo azzurro, soltanto che queste sono favole dei nostri tempi e non è più come <<Una volta >>. E allora Marilyn alla fine morirà lo stesso, perché anche il genio alla fine capirà la sua infelicità e la lascerà seguire il suo destino avendo una seconda volta pietà di lei; e anche Maria Rosa morirà, e presto tutti si dimenticheranno di lei e del medico che provò a salvarla, perché è successo come quando <<anche negli antichi tempi qualche volta a vincere era il drago, e il principe non ritornava più [ ] ma presto tutti se ne dimenticavano e la favola non nasceva neanche perché le favole devono essere felici,>> 24. Per una poetica del fantastico Quando si parla della poetica di un autore ci si trova inevitabilmente su un terreno accidentato, dove muoversi con circospezione è d obbligo, se si vuole evitare di prendere degli abbagli clamorosi a causa di un interpretazione azzardata, o di un illecita forzatura, per aver voluto a tutti i costi difendere la propria ipotesi con argomentazioni cavillose e per colpa di un riferimento peregrino. Allora non vi è soluzione migliore che ascoltare le parole dell autore stesso, che parla di sé e delle proprie creazioni. Una definizione del fantastic o Richiesto di <<una definizione del fantastico, o più esattamente>> della propria personale <<definizione>>, Buzzati rispose con progressive specificazioni che per lui il <<fantastico è ciò che non esiste>>, ovvero <<le cose che non esistono immaginate dall uomo a scopo poetico.>> 25 D altronde, la definizione che ne dà Antonia Arslan in un suo piccolo saggio dedicato all autore non se ne scosta molto: <<Il fantastico è [ ] ciò che va sopra la nostra percezione realistica del quotidiano, è ciò che sta dietro la soglia del consueto. Ma è qualche cosa di cui tutti noi in qualche modo abbiamo percezione e coscienza.>> Non fa certo riferimento alla fantascienza, bensì ad una nuova dimensione che si aggiunge al 24 )DYROD, in Corriere d informazione, 10 giugno 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX. Arnoldo Mondadori Editore (p. 175) 12

13 reale, quello a noi familiare, dilatandolo e oltrepassandolo, fino a raggiungere quelle che sono le costanti dell immaginario umano. 26 Il passaggio a una nuova dimensione. Ma come passare in questa nuova dimensione? È semplice: basta varcare una soglia, trovare una porta aperta, o anche solamente un arco e farsi risucchiare dall altra parte come è successo ad Eura di 3RHPDDIXPHWWL, sparita dietro una <<porticina>> nel muro di via Saterna. E per poter tornare indietro? Per non morire come Eura? L unica via è credere: per sopravvivere bisogna saper ascoltare e vedere la favola, coglierne la poesia, viverne le emozioni; Eura non è riuscita a credere nel mito: questo l ha condannata. Ma noi, noi lettori, troviamo un aiuto proprio nelle storie di Buzzati, in cui ciò che sarebbe incredibile viene sottratto al mondo dell assurdità e reso più vicino a noi, reso più familiare tramite un adattamento della fantasia alla realtà, che ci induce a credere senza che noi nemmeno ce ne accorgiamo: lo spostamento verso una dimensione sovrumana avviene con una tale naturalezza, da non consentirci nemmeno di meravigliarci, se non troppo tardi, quando ormai abbiamo accettato di esservi stati trasferiti. Il fantastic o deve avere una c onnotazione reale. Se noi ci lasciamo guidare dalla penna di Buzzati, veniamo accompagnati nel regno dell irrazionale senza nemmeno accorgercene, perché, come diceva Carlo Bo, egli <<era un cronista di assoluta fedeltà, ma alla fine andava oltre e scioglieva tutto con il miracolo della poesia.>> 27. Il fine era infatti quello di comunicare con il lettore e se avesse reso oscuro il fantastico per ottenere un effetto di mistero non gli sarebbe giovato affatto, perché in questo modo ne sarebbe risultata una netta separazione fra i due mondi, reale da una parte e immaginario dall altra. Egli invece si sforza di suggerire una compenetrazione calibrata tra le due sfere vestendo il fantastico di reale e circondandolo di un aura di normalità. Più esplicitamente, per far percepire il fantastico come elemento endogeno e non esogeno rispetto alla quotidianità, Buzzati si cimenta in una presentazione del personaggio e dell ambientazione del racconto che deve risultare il più normale possibile. Lo spiega lui stesso a Yves Panafieu quando dice: <<Io, raccontando una cosa di carattere fantastico, devo cercare al massimo di renderla plausibile ed evidente.[ ] la cosa fantastica deve essere resa più vicina che sia possibile [ ] alla cronaca.[ ] affinché una storia fantastica sia efficace, bisogna che sia raccontata nei termini più semplici e pratici. Anzi, quasi burocratici.>> 28. Inoltre specifica più avanti che al medesimo scopo concorrono un linguaggio preciso e un ambientazione dettagliata. Infatti anche sul piano linguistico è riconoscibile lo stesso procedimento adottato sul piano contenutistico, quindi il richiamo dello strano e del fantastico non risultano da un alterazione dei connotati della realtà, né da particolari ricerche linguistiche e stilistiche, bensì emergono da una rappresentazione che non modifica i rapporti consueti tra le cose e non ne tralascia una cronachistica descrizione che si avvale di una lingua media, normalmente comunicativa. Non a caso l osservazione di Franco Di Bella che si stupisce ancora di fronte ad alcuni servizi che lui stesso aveva commissionato a Buzzati, per lo straordinario talento dimostrato dall autore nella creazione di <<una cronaca giornalistica perfetta>>, che sapesse contemporaneamente <<trasportare la vicenda che racconta in un mondo tra la favola e il romanzo>> Antonia Arslan: Dino %X]]DWLWUDIDQWDVWLFRHUHDOLVWLFR. Mucchi, Modena (pp.13-14) 27 Carlo Bo: /DPDJLFDSHQQDGL%X]]DWLWUDVIRUPDYDODFURQDFDLQIDYROD, in Gente, 12 giugno 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX. Arnoldo Mondadori Editore (p. 168) 29 Franco di Bella: %X]]DWL H OD FURQDFD, in %X]]DWL *LRUQDOLVWD $WWL GHO &RQYHJQR,QWHUQD]LRQDOH. A cura di Nella Giannetto. Arnoldo Mondadori Editore, Milano (p. 23) 13

14 I temi In generale si è visto che tutta la produzione sia letteraria, sia giornalistica di Buzzati oscilla tra la realtà cronachistica della vita quotidiana e la dimensione fantastica in cui sconfina ogni mistero, verso cui migra la nostra immaginazione satura di normalità. Ci restano, però, ancora da definire più precisamente quali siano i temi effettivamente affrontati dallo scrittore. Data la vastità della sua opera complessiva, è facilmente comprensibile una consistente varietà di temi, tanto più che come giornalista gli furono affidate molteplici e diversificate mansioni. Sono tuttavia individuabili alcuni temi specifici, sempre presenti in superficie o sul fondo, che l autore non dimentica mai. Essi sono i grandi temi della vita e della morte, su cui tutta l umanità si interroga senza posa dall alba dei tempi, sono i temi tipici dell uomo in quanto tale e che ogni uomo dotato di intelletto sa comprendere: per questo il lettore li sente, li percepisce come a lui familiari. Sono il senso della morte e la precarietà della vita, che assillano incessantemente l animo umano insieme alla percezione della fuga del tempo. Ma sono anche la dignità di fronte all evento per quanto triste e doloroso esso possa essere, la forza d animo per reagire alla sventura, per combattere la morte e risollevarsi dopo una malattia, l energia per resistere al dolore e continuare a vivere nonostante tutto. Non manca nemmeno l umanità, la SuHWDV dell uomo che ha il coraggio di soffrire con gli altri e del dolore degli altri, che sa recare conforto senza strillare la propria solidarietà, ché se no diventa puro spettacolo. Vediamoli ora uno per uno e cerchiamo di capire dove si nasconde la loro forza. La morte. La morte è sempre vista dall autore come un grande mistero di fronte al quale dobbiamo inesorabilmente chinare il capo; è incomprensibile e imprevedibile, agisce in maniera repentina quando meno te l aspetteresti e poi sparisce. Tocca e fugge. Non ha morale né criterio, colpisce le persone famose come gli sconosciuti, gli adulti, i vecchi, i giovani e persino i bambini. Proviene dalle tenebre oscure degli Inferi e lì trascina le proprie vittime, ma talvolta colpisce in pieno giorno, eppure non si riesce mai a prenderla; né la scienza, né la tecnica, per quanto l uomo si ingegni sono mai riuscite a contrastarla. Eppure l uomo continua ad affannarsi, a correrle dietro e a tenderle agguati. E Buzzati continua a scrutarla, a inseguirla e a descriverla per gli altri, cerca di umanizzarla, rendercela più familiare, per aiutarci ad accettarla; così la esorcizza, la trasporta in un altra dimensione per rendercela contemporaneamente anche più lontana, per alleviare il dolore. Ma lui come faceva a resistere? Come faceva a non aver paura? Forse per lui era proprio la scrittura ad avere una funzione catartica, perché la paura della morte angosciava anche lui e soprattutto quella per malattia gli procurava i maggiori affanni, ma probabilmente affidava le proprie preoccupazioni a carta e inchiostro. E poi certo lo salvava quella sua capacità di andare oltre la cronaca, pur rimanendovi ancorato, che gli permetteva sempre, quale che fosse la tragedia che si trovava a testimoniare, di <<astrarre dalla realtà [ ], qualche simbolo significativo, e in ogni caso una poesia che gli altri>> non possedevano. 30 L unico lato positivo della morte era che << almeno quella, restava un fatto personale.>>, ma in seguito a quello esemplare di Marilyn Monroe <<Ora anche il suicidio rischia di standardizzarsi su di un comune FOLFKp. Non è spaventoso?>> Indro Montanelli: %X]]DWLJLRUQDOLVWDHODSROLWLFD, in%x]]dwl*lruqdolvwd$wwlgho&rqyhjqr,qwhuqd]lrqdoh. A cura di Nella Giannetto. Arnoldo Mondadori Editore, Milano (p. 20) 31 %DUELWXULFLHQLQIHWWH, in Corriere d informazione, agosto

15 Il dolore. Il tema più vicino alla morte, perché ad essa strettamente connesso, è senz altro quello del dolore. Il dolore che scaturisce dalle tragedie ed è forse esso stesso la più grande tragedia per l uomo, questa fatale <<malformazione della natura [ ] destinat[a], per definizione, a essere infelice>>. Il dolore che Buzzati, nella persuasione che a tale <<fondamentale infelicità dell uomo>> nessuno possa sfuggire, è indotto a definire <<la vera menzogna del mondo, la vera onta del mondo>> 32. Dunque un dolore cosmico, leopardiano nella sua ineluttabilità e nel suo saper essere fonte di poesia, anche quando si condensa in grumi e si scatena in vortici atroci, come accadde nella sala di Albenga, dove erano stesi in fila i 43 bambini annegati. Non ha importanza se il dolore si manifesta in urli, singhiozzi, o pianto, o se è silenzioso e riservato, se per pudore preferisce sottrarsi alla vista del pubblico, o se esplode senza ritegno: esso va in ogni caso rispettato come unico e personale, per quante volte esso si ripeta. Trovo eccezionale a questo proposito l intuizione del giornalista che, nel tentativo di immedesimarsi al massimo nelle madri sconvolte di dolore alla vista dei figli morti, cerca di comprendere dove si nasconda il principio della loro straziante, disperata pazzia, e lo scopre: <<Una madre nella camera ardente non vedeva il suo figlioletto morto: ma lo vedeva morto quarantatré volte nello stesso istante, quarantatré volte nello stesso istante strappato via dalle sue viscere.>> 33 L umanità e la dignità. Qualità propria anche dei cronisti, che contrariamente a diffusi pregiudizi vengono creduti cinici e spietati per formazione, l umanità non manca mai a Buzzati e lo aiuta a renderlo vicino al pubblico dei lettori, da una parte, e ai protagonisti delle vicende narrate, dall altra, trasportando qualche cellula di questi eventi nella vita di tutti coloro che altrimenti ne rimarrebbero totalmente estranei. Un sentimento di umanità lo induce a non vergognarsi nell ammettere che non aveva <<mai immaginato che il cuore potesse essere così fatalmente sconvolto dalla sofferenza del prossimo>> 34. Ma un umanità più difficile lo spinge ad indagare anche nel cuore degli assassini e cercare di trovare una ragione nel loro agire, cerca di distribuire equamente le colpe e riconoscere anche al colpevole il suo status di vittima. Non assolve con le sue parole il metronotte Giuseppe De Blasi, che rimane comunque autore della strage dalla propria famiglia sé compreso, ma prova a ricercarne la causa remota fuori di lui, nella crudeltà della città che lo ospitava, nello squallore umano e materiale in cui era costretto a vivere, nella solitudine che lo avvolgeva di notte, quando per lavoro percorreva le strade buie e silenziose di una città addormentata, senza pietà e senza sorrisi. E ciò significa lasciare a ciascuno la propria dignità di uomo, pur condannando i mostri, perché <<anche all ultimo reprobo non deve essere negata misericordia.>> 35 La dimentic anza. In un articolo scritto nel gennaio 1952, due mesi dopo la tremenda alluvione del Polesine, si discute proprio di come l uomo per costituzione tenda a dimenticare. Eppure il Polesine continua ad essere allagato, la terra è infetta per le carogne, i senzatetto sono ancora tantissimi e <<la tragedia continua ad essere tragedia. Ma chi ci pensa più?>>. Se al momento in cui si verificò lo straripamento la mobilitazione generale per recare soccorsi fu eccezionale e si ebbero prove di generosità davvero insospettabili nel fornire sussidi di ogni genere, ora si nota invece come sia difficile continuare ad operare sull onda dell entusiasmo, perché proprio l entusiasmo è quello che dura meno e la commozione 32 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX. Arnoldo Mondadori Editore (p. 89) 33 7XWWRLOGRORUHGHOPRQGRLQTXDUDQWDTXDWWURFXRULGLPDPPD, in Il Nuovo Corriere della Sera, 18 luglio Ibidem. 35 $GGLRDQLPHLQQRFHQWL, in Corriere d informazione, dicembre

16 dietro di lui; poi sopraggiunge la stanchezza e tutto concorre a farci dimenticare che la situazione continua ad essere grave. Bisogna ammettere che <<tanta capacità di dimenticare è una salvezza>> per tutti noi, altrimenti non riusciremmo ad andare avanti e a continuare a vivere, dovendo piangere senza fine per tutte le disgrazie del mondo; certo però che fa anche tristezza, perché purtroppo esistono anche le disgrazie lunghe, e se vogliamo citarne una che ha colpito il nostro Paese che non è molto, non facciamo altro che rivolgere lo sguardo ai terremotati del Molise, a quelle persone che non sono potute tornare nelle proprie abitazioni e che hanno perso figli, nipoti, amici e fratelli fra le macerie di una scuola evidentemente insicura. La solitudine. Un altra condanna della vita umana, una tragedia spesso incompresa che colpisce i soggetti più insospettabili; un problema trascurato nella gran parte dei casi, che riesce ad amareggiare fino alla disperazione una vita all apparenza invidiabile. Nei suoi viaggi nel regno del crimine, fra i misteri della notte e l assurdità degl incubi diurni, Buzzati s imbatte spesso in storie di solitudine incompresa, come quella già ricordata del vigile notturno De Blasi, ma anche quella di Marilyn Monroe, creduta invidiabilmente felice, perché bella, famosa e amata da tutti, ma in realtà irrimediabilmente sola, perché incapace di amare. Anche Rina Fort è sola, improvvisamente invecchiata, rinchiusa in una cella buia, privata persino della speranza che per lei come per gli altri arrivi la domenica. E purtroppo gli capitano anche casi di bambini afflitti dalla solitudine: la tragica vicenda povera Viviana Ragno che si suicida buttandosi dalla finestra del collegio in cui i genitori, dopo la separazione, avevano deciso di lasciarla fino ai 18 anni, è di esempio per chi crede che i bambini siano troppo piccoli per capire e quindi non soffrano. Un altro bambino solo, che forse in pochi ricordano, si trova persino tra i morticini di Albenga: nessuno che pianga il suo triste destino nemmeno alla benedizione in chiesa, il posto vuoto dietro alla bara, non un parente che ripeta il suo nome. La paura. La paura emerge dalle tenebre, proviene da qualcosa di oscuro e terribile che l uomo da solo non si sa spiegare, perché va oltre l immaginabile e altera la misura stessa dell uomo. Proviene una sensazione diffusa di insicurezza, dall impressione di avere tra noi, vicino e sempre in agguato, una presenza minacciosa, un individuo diverso che viene da un mondo diverso e che inevitabilmente vuole il nostro male. Il peggio è che si fa ancora più forte quando una persona che sembrava tranquilla e normale come tutte le altre incarna improvvisamente questa creatura del male e colpisce liberamente e allora si ha la sensazione di essere braccati e di non potersi difendere, di essere inermi e impotenti di fronte al pericolo, che pur si intuisce. E in fondo è sempre la stessa storia: se allora facevano paura una Rina Fort e un Giuseppe De Blasi, oggi fanno rabbrividire un Pietro Maso e i terroristi che hanno messo a punto l attentato alle Twin Towers di New York. La notte. Da sempre patria dei mostri e degli incubi, ricettacolo di bassezze e nefandezze, la notte accoglie tutto ciò che si deve nascondere. E per questo il cronista di nera viene spedito a bordo di una volante della polizia a scoprire per i lettori tutti i segreti di una sconosciuta Milano-di-notte, che cela episodi di piccola criminalità, come i grandi delitti. La notte qualche volta sembra calma, ma <<La notte della Buon Costume assomiglia a un imbuto che sprofonda come l inferno di Dante>>: gironi di depravazione sempre più abbietta <<sullo scenario squallido di strade senza sorrisi né fiori >>, ma se alla fine il commissario un sorriso lo fa, è possibile intravvedere anche lì, <<nella notturna via 16

17 Fatebenefratelli, un po di luce.>> 36. La notte buia e silenziosa, che di per sé potrebbe essere anche culla di sogni felici, è quella che fa da sfondo alla frana del Monte Toc nel bacino della diga del Vajont, che ha sorpreso la popolazione nel sonno. Silenzio, voc i e rumori. Buio, luc e e c olori. Le cronache di Buzzati, anche se non salta all occhio a una lettura veloce, sono spesso accompagnate da una sorta di colonna sonora, che contempla il suono di una sirena, o il rombo di un motore, una voce sommessa, o grida forsennate di dolore; lo schianto delle rupi che franano e dei macigni che rotolano sul Vajont, l ultimo segno di vita dall aereo che trasportava i campioni del Torino. Ma è presente anche il silenzio, talvolta greve, talvolta serafico, glaciale in presenza di cadaveri, misterioso e affascinante sul fondo del mare che accoglie le spoglie dell Andrea Doria. A completare la sinestesia, interviene un gioco altamente simbolico di luci e di ombre che preparano o rifiniscono la definizione di uno stato d animo; talvolta costituiscono un elemento di contrasto con la funzione di sottolineare con un chiaro-scuro più forte un emozione estrema: capita così per esempio sulla piazza di Albenga, dove il sole estivo splende allo zenit, mentre sfilano le 44 bare bianche. Ecco, il bianco, colore dell innocenza, ma anche della morte; il nero, invece, insieme al violetto e all azzurro è un colore positivo; maligno, al contrario, è il giallo, foriero sventure, non appena si tinge all orizzonte. La natura. In Buzzati la concezione della natura è a parer mio di difficile definizione, in quanto oscilla leopardianamente tra la figura di madre e quella di matrigna. È un immenso ciclo vitale che però comprende anche la morte, può essere insensibile e crudele, quando sembra non curarsi dalle sventure dell uomo: allora splende il sole sulla piazza di Albenga sboccia la primavera durante la rivolta di S.Vittore. Quando vuole scatena forze irrefrenabili e provoca inondazioni, frane, naufragi e sciagure di ogni tipo, perché, come commenta in una nota acuta a proposito del Vajont, <<la fantasia della natura è [ ] più grande ed astuta che la fantasia della scienza.>> 37. Il tempo. Quarta dimensione dello spazio, non ha un significato proprio se a darglielo non è l uomo; non ha senso in assoluto, ma solo nella certezza della scadenza. È una presenza inquietante per l autore, che percepisce <<il passar del tempo come una distruzione degli esseri>>. Nella vita egli considera l uomo costantemente costretto a una gara impari contro il tempo, perché il tempo <<precipita su di lui con una velocità che l uomo non può ottenere per quanto sia attivo e intraprendente e forte e inesauribile Il tempo sempre lo macina e lo distrugge >> 38. Trascorre sempre più veloce via via che s invecchia e stringe in una morsa sempre più stretta l uomo che non può più sperare nell avvenire. All uomo rimane dunque solo lo spazio della scrittura, entro il quale egli ha finalmente il potere di domare il suo antagonista a piacimento: può rallentarlo, o affrettarne la corsa, può dilatarlo lungo una linea di sviluppo illimitata, o condensarlo in unità narrativa priva di svolgimento. La religione. Nato da una famiglia cattolica, Buzzati si dichiara non credente e altresì rimpiange di non avere una fede; eppure nei suoi scritti, come fa notare Antonia Arslan nel suo saggio, è presente <<una forte componente religiosa,>> che <<qualche volta si esprime secondo le 36,QIRQGRDOO LPEXWRGHOYL]LRF qdqfkhloiru]dwrghowzlvw, in Corriere della Sera, 31 ottobre DWXUDFUXGHOH, in Corriere della Sera, 11 ottobre 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX. Arnoldo Mondadori Editore (p. 87) 17

18 forme della tradizione cattolica, qualche volta secondo forme un po più personali>> 39 : il senso di colpa, del merito e del peccato, come anche l alto concetto della purezza (soprattutto infantile) si inseriscono a pieno titolo in questa dimensione religiosa. Nei suoi articoli troviamo persino invocazioni a D.o, che farebbero supporre di trovarsi di fronte a un credente, ma evidentemente è in questi momenti che lo scrittore esprime la propria nostalgia per una vera fede. Tuttavia certe esclamazioni, come quella di fronte alla rapidità con cui la morte ha trasformato i campioni del Torino, e certe invocazioni di misericordia, o preghiere accorate, sono, per quanto possa suonare assurdo, non solo commoventi, ma anche sinceramente sentite. La donna. Questo è un tema che, come il seguente, richiederebbe una trattazione moto più accurata e approfondita di quella che posso offrire io in questa sede; tuttavia cercherò di definirne i tratti essenziali. Sia nella narrativa, sia nella scrittura giornalistica, la figura femminile è guardata con sospetto: enigmatica e pericolosa, ha un che di demoniaco nel suo fascino che seduce e distrugge l uomo. Un idea della concezione buzzatiana della donna come oggetto di passione che rovina l uomo senza accorgersene, si può avere leggendo il ritratto di una prostituta tratteggiato in un articolo sugli sfruttatori di Milano: lei stessa difende lo sfruttatore, sostiene che la colpa sia tutta di loro donne, che in realtà sono loro a comandare. Sembra che l uomo tema la donna, ma non possa prescinderne per colpa di forze esterne. Nonostante tutto, forse resiste ancora un aspetto positivo della donna: quello che la vede madre amorosa dei propri figli. La c ittà e l Inferno. Nato in una zona di montagne, nonostante si fosse presto trasferito in città, dove poi visse pressoché tutta la vita, e si considerasse effettivamente un cittadino, Buzzati rimase sempre molto affezionato alla Valle di Belluno e alle Dolomiti. La città è simbolo della civiltà moderna con tutti i problemi e gli aspetti negativi che la caratterizzano: è una specie di Inferno dei nostri giorni, o meglio è stata scelta come il posto più adatto per ambientarlo. In città si consumano i delitti, le stragi, le rivolte, in città si scrive, si vende e si legge il giornale; è inevitabile perciò che proprio la città faccia la maggior parte delle volte da sfondo, ma anche un po da protagonista, negli articoli di cronaca. La lingua e lo stile Se fino ad ora si è parlato dei contenuti della scrittura narrativa e giornalistica di Buzzati, mi pare giusto ora dare spazio ad alcune osservazioni sulla forma e sullo stile che la contraddistinguono. Due anime, due stili. Tanto per ricollegarmi al dualismo fra le due attività di giornalista e scrittore narrativo, assumerei come punto di partenza l opinione di Andrea Zanzotto, che rileva nello scrittore un continuo alternarsi e reciproco influenzarsi di due stili fra loro complementari: quello del giornalista, che mira soprattutto a farsi leggere, quindi ad essere limpido e comprensibile, privo di eccessi e ostentazioni, e quello dell autore letterario che ricerca una lingua elaborata, che si collochi pur tuttavia a metà strada tra la chiarezza assunta a precetto morale e l equivocità che scaturisce necessariamente dall impiego della lingua stessa. 39 Antonia Arslan: Dino %X]]DWLWUDIDQWDVWLFRHUHDOLVWLFR. Mucchi, Modena (p. 28) 18

19 Una lingua media? Nonostante ciò, quasi tutti i critici considerano quella di Buzzati una lingua media normalmente comunicativa, aliena da particolari ricerche stilistiche, o sperimentalismi, una lingua appositamente pensata per una NRLQp, ovvero comprensibile all individuo medio, che manifesta un intenso desiderio di comunicare. Bisogna altresì evitare di irrigidirsi in classificazioni troppo schematiche, spesso frutto di giudizi affrettati. La scrittura di Buzzati è sì limpida e chiara, ma ciò non implica automaticamente che sia anche facile, perché essa, al contrario presenta una serie di dimensioni simboliche, che, perfettamente inserite in una <<struttura cristallina>> 40, precisa e realistica, affiorano poi poco a poco solo a una seconda o terza meditata rilettura. Se diamo uno sguardo alla sintassi, anch essa risulta piuttosto semplice, essenziale, soprattutto paratattica, talvolta risolta con lunghe successioni di brevi coordinate per asindeto; ma non sempre: se i periodi sono preferibilmente brevi al fine di conferire alla pagina un ritmo spedito, esistono anche esempi di ipotassi con periodi anche piuttosto lunghi, ma così ben organizzati nel loro succedersi, che la lettura ne risulta ad ogni modo fluida e scorrevole. Un esempio significativo, e a parer mio di sublime valore poetico, è l uqflslw del famoso articolo sul disastro del Vajont: <<Per gli uomini che non sanno, per i paesi antichi e nuovi sulla riva del Piave, là dove il Cadore dopo tante convulsioni di valloni e di picchi apre finalmente la bocca sulla pianura e le montagne per l ultima volta si rinserrano le une sulle altre, è soltanto una bellissima sera d ottobre.>> 41 Come non riconoscere un omaggio al grande Manzoni? Come non rivolgere il pensiero all <<Addio ai monti>> dei 3URPHVVL 6SRVL? Dopodiché avere ancora il coraggio di dire che quella di Buzzati è una lingua <<medio-borghese e medio-popolare;>>, che il suo è un <<lessico [ ] abitudinario>> e che i suoi periodi hanno una <<linearità sintattica da manuale [ ] giornalistico>> 42, come scrisse Claudio Toscani? Bisogna ammettere, è vero, che il critico non disprezza, con questo, il giornalista, perché subito di seguito ne riconosce la nobiltà d animo che ispira un giornalismo di livello. Un po più avanti dà pure voce a un intuizione di una certa rilevanza: egli nota come lo stile personale del giornalistascrittore non si ritrovi tanto nella ricerca linguistica, o in un uso inconsueto della parola, quanto nell organizzazione strutturale del racconto, o dell articolo, nella quale dispone secondo la sua arte personaggi, eventi, situazioni e ambienti, nonché costruisce un equilibrio dinamico fra componenti realistiche ed elementi del fantastico. Non posso esimermi dal fare un altra citazione da un articolo comparso su Il Nuovo Corriere della Sera del 4 luglio 1956, per dimostrare a chi sostiene che il periodo buzzatiano è caratterizzato da brevità e sintassi piana soprattutto in apertura, che vi sono, sebbene non troppo diffusi, esempi che confutano largamente la loro teoria. Proprio dall uqflslw: <<Ieri a Busto Arsizio, uno dei testimoni, mentre il dramma stringeva i tempi e la polizia stava chiudendo d assedio il pazzo sanguinario e nella strada deserta inondata di sole il primo giorno d estate, finalmente! le autoblinde avanzavano con quel loro sinistro rombo di metallo fra le saracinesche chiuse, rauchi richiami rispondendosi con lunghi echi da una casa all altra nel silenzio (di colpo si era riprodotta l atmosfera ansiosa e tesa della guerra con l incubo della morte ad un millimetro, ma adesso non erano pattuglioni di SS o squadroni di Superliberator, un uomo solo era, che girava carico di distruzione e di ferocia), uno dei testimoni, una del coro nella quasi inverosimile tragedia, una donna sbiancata dal terrore ma tenuta lì da una dolorosa smania di vedere, acquattata con altri nell incavo di un portone, e ogni tanto sporgeva la testa appena appena oltre lo spigolo, 40 Antonia Arslan: Dino %X]]DWLWUDIDQWDVWLFRHUHDOLVWLFR. Mucchi, Modena (p. 14) 41 1DWXUDFUXGHOH, in Corriere della Sera, 11 ottobre Claudio Toscani: *XLGDDOODOHWWXUDGL%X]]DWL. Mondadori, Milano (p. 148) 19

20 disse, nervosamente: -Io questa scena l ho già vista, l ho già vista!-. -Dove?- le domandò qualcuno: -Al cinematografo l ho vista, tale e quale->> 43. Chiedo scusa per la lunghissima citazione, ma mi pareva che ne valesse la pena. L uqflslw c ronistic o. Un discorso a parte merita l uqflslw sia dei racconti sia dei pezzi di cronaca, dal momento che in ciascuno dei due casi presenta caratteristiche particolari e riconoscibili in numerosi esempi. Gli attacchi dei testi narrativi di Buzzati, pur essendo stati indicati da lui stesso come i <<momenti fantastici più poetici>> 44 delle sue opere, manifestano nella maggior parte dei casi un carattere cronisitico : vengono infatti soddisfatti nelle prime righe i tipici interrogativi della cronaca (chi?, dove?, quando?, che cosa?, perché?). Il personaggio viene subito designato con nome e cognome, cui spesso viene affiancata l indicazione della professione e talvolta dell età. Seguono le determinazioni di tempo e di luogo di volta in volta espresse tramite formule che variano dalle più esatte alle più generiche. Una prova dell origine di uno stile così essenziale e stringato dall abitudine a scrivere per le colonne di un giornale si può ricavare dal confronto di questi uqflslw narrativi con quelli delle brevi di cronaca nera scritte negli anni di apprendistato al Corriere di cui citerò qui di seguito alcuni esempi: -Inizio con il personaggio: <<Gerente dello spaccio dell Azienda Consorziale dei Consumi, in piazzale Crespi, Luigi Perego fu Mario, ventiduenne, abitante in via Giannone 4, >> 45 -Inizio con la determinazione di luogo: <<Nell abitazione del trentottenne Antoni Scaramaglia, in via Canonica 61, >> 46 -Inizio con la determinazione di tempo: <<Mentre lavorava nel piccolo giardino annesso al teatro Dal Verme, nel lato adiacente alla via Puccini, il giardiniere Francesco Guglielmetti di Pietro, >> 47 -Inizio un po più movimentato: <<Sprofondata in una poltrona al pianterreno della villetta in via Mosé Bianchi 72, di proprietà di G.C. fu Carlo, la cameriera G.T. stava leggendo l altro ieri >> 48 Nei successivi articoli di cronaca bianca risalenti agli anni e oltre si nota lo sforzo di evadere dallo stereotipo, introducendo anche solo un piccolo elemento dotato di una vibrazione diversa, oppure giocando sui tempi dei verbi per far risaltare l azione puntuale che scandisce l irrompere dell eccezionalità nella piatta normalità: <<Era già notte quando l ingegner Raffà partì in automobile da Assab verso l interno.>> 49 da confrontare con un uqflslw dai 6HVVDQWD UDFFRQWL costruito secondo la stessa struttura temporale, che completa l imperfetto della principale con un passato remoto nella subordinata: <<Il maestro Arturo Saracino, di 37 anni, già nel fulgore della fama, stava dirigendo al teatro Argentina la ottava sinfonia di Brahms in la maggiore, op. 137, e aveva appena attaccato l ultimo tempo, [ ]. Quand ecco egli si accorse che il pubblico lo stava abbandonando.>> ROWDQWRSD]]LD", in il Nuovo Corriere della Sera 4 luglio 'LQR%X]]DWLXQDXWRULWUDWWR'LDORJKLFRQ<YHV3DQDILHX. Arnoldo Mondadori Editore (p. 178) 45 7LSLGLODGUL$PRUHHIXUWR in Corriere della Sera, $QQXQFLDXQDPRUWHQRQDYYHQXWDSHUUXEDUHLQXQDFDVD, in Corriere della Sera, QWHVFKLRQHOJLDUGLQRGHO'DO9HUPH, in Corriere della Sera, ,OFRUDJJLRGLXQDFDPHULHUD, in Corriere della Sera, 23 febbraio RWWHGDQFDOHFRQLQJHJQHUHHJDWWRSDUGR, in Corriere della Sera, 14 giugno Dino Buzzati: /DQRWL]LD, in 6HVVDQWDUDFFRQWL. 20

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