1 I CLASSICI Eduardo De Filippo

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1 1 I CLASSICI Eduardo De Filippo 8/9/10 novembre 2013 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone NATALE IN CASA CUPIELLO di Eduardo De Filippo con Fausto Russo Alesi regia e adattamento di Fausto Russo Alesi produzione: Piccolo Teatro di Milano Lʼomaggio al grande Eduardo, prende il via con la folle, interessante, affascinante impresa di Fausto Russo Alesi, attore pluripremiato, più volte protagonista di spettacoli di prestigio, che ha deciso di provare a scalare in solitaria le scoscese vette di un testo complesso come Natale in casa Cupiello. E ci è riuscito benissimo, a giudicare da come la critica ha accolto il suo lavoro. «Una solitudine polifonica scrive su Il Giorno Diego Vincenti - la propria voce a interpretare ogni singolo personaggio. Figure dʼun realismo tangibile, più o meno perse in una finzione dal gusto pirandelliano. Si accentuano gesti e peculiarità. Ne esce una prova dʼattore che incanta per un paio dʼore, mai sopra le righe, a proprio agio nelle caratterizzazioni comiche come in quel terzo atto dalla tristezza sussurrata. Dove si svela il gioco grottesco dʼincomprensioni, corna, pettegolezzi. E un poco ci si commuove. Accolti in una struttura sopraelevata, misera, a lasciar spazio vuoto a un Russo Alesi di rara intensità. Che maneggia la materia con rispetto filiale, uno sguardo a rispecchiarne chiaroscuri, ricchezze semantiche, gusto corale. Omaggio sincero. E fra le cose più belle fin qui viste in stagione». Natale in casa Cupiello è un classico della commedia partenopea ed è una delle opere più note di Eduardo De Filippo. Fu scritta nel 1931 e rappresentata dal medesimo Eduardo con lʼintera sua Compagnia Teatro Umoristico I De Filippo, nel 1932, al Teatro Kursaal di Napoli, dove inizialmente venne inscenato il solo atto unico del dramma. In seguito il drammaturgo decise di lavorare accuratamente a questa commedia sottoponendola a una attenta revisione e così, nel 1934, si ebbe lʼopera completa in tre atti. Natale in casa Cupiello entrerà a far parte del ciclo della famosa Cantata dei giorni pari; tale ciclo comprenderà le opere comiche di stampo petitianoscarpettiano, e i giorni pari simboleggeranno giorni lieti e di grande speranza. Protagonista della vicenda è Luca Cupiello, un uomo colpito dallʼinerzia, che vive al di fuori dei suoi problemi familiari; ciò si evince dalle parole della moglie Concetta: O cielo mʼha voluto castigà cuʼ nu marito ca nun ha saputo e nun ha voluto fa maie niente. [ ] E se non era pè me, chissà quanta vote sta casa sarebbe andata sotto sopra ; o in unʼaltra battuta la donna ribadisce: Maritemo è comme si nun ʻo tenesse [ ] Pecché si tenesse a nʼato ommo vicino, questa storia sarebbe già finita. Luca Cupiello infatti si estrania sempre da tutti i suoi parenti, anzi va detto che nessuno dei suoi cari gli permette di ascoltare i guai che invadono la sua casa, non conosce le ansie e le preoccupazioni del fratello Pasquale che vive in casa con loro, non sa le malefatte del figlio Tommasino (detto Nennillo), ed è addirittura allʼoscuro della relazione extraconiugale che la sua adorata figlia Ninuccia ha con lʼamante. Il protagonista desidera solo costruire il suo presepe, visto che per lui, il presepe è simbolo di uno spazio alternativo alla realtà in cui vive, anzi esso gli consente proprio di distaccarsi dalla realtà e di evadere dai problemi quotidiani che colpiscono i membri della sua famiglia. Ecco che il presepe eduardiano si carica di metafore. Alcuni studiosi ritengono che Eduardo abbia voluto proiettare nellʼimmagine della Sacra Famiglia il suo desiderio di unʼunione familiare, ossia il presepe metaforicamente indica un mondo familiare ricco di sentimenti che purtroppo sembrano non esistere più. Si ha lʼimpressione che la sfera degli affetti si sia del tutto sgretolata nel momento in cui si è scontrata con lʼegoista società novecentesca; una società che ha perso di vista i veri valori e i sani principi morali.

2 18/19 novembre 2013 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone LE VOCI DI DENTRO di Eduardo De Filippo con Toni Servillo, Peppe Servillo, Gigio Morra, Betti Pedrazzi scene di Lino Fiorito regia di Toni Servillo produzione: Teatri Uniti / Piccolo Teatro di Milano - Teatro dʼeuropa / Teatro di Roma anteprima al Théâtre du Gymnase di Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013 Lʼomaggio a Eduardo prosegue con lo spettacolo per eccellenza del 2013 teatrale. Una nuova, geniale rilettura, fra sogno e realtà, de Le voci di dentro firmata da Toni Servillo, «magnifico protagonista scrive Magda Poli sul Corriere della Sera con il bravissimo fratello Peppe (fratelli anche nella finzione scenica e impegnati in duetti mirabili)». Tanto che un altro autorevole quotidiano, La Stampa, ha titolato la recensione di Masolino DʼAmico, I Servillo come i De Filippo. «Eduardo De Filippo spiega Servillo - è il più straordinario e forse lʼultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare, dopo di lui il prevalere dellʼaspetto formale ha allontanato sempre più il teatro da una dimensione autenticamente popolare. È inoltre lʼautore italiano che con maggior efficacia, allʼinterno del suo meccanismo drammaturgico, favorisce lʼincontro e non la separazione tra testo e messa in scena. Affrontare le sue opere significa insinuarsi in quellʼequilibrio instabile tra scrittura e oralità che rende ambiguo e sempre sorprendente il suo teatro. Seguendo il suo insegnamento cerco nel mio lavoro di non far mai prevalere il testo sullʼinterpretazione, lʼinterpretazione sul testo, la regia sul testo e sullʼinterpretazione. Il profondo spazio silenzioso che cʼè fra il testo, gli interpreti ed il pubblico va riempito di senso sera per sera sul palcoscenico, replica dopo replica.««le voci di dentro continua Toni Servillo - è la commedia dove Eduardo, pur mantenendo unʼatmosfera sospesa fra realtà e illusione, rimesta con più decisione e approfondimento nella cattiva coscienza dei suoi personaggi, e quindi dello stesso pubblico. Lʼassassinio di un amico, sognato dal protagonista Alberto Saporito, che poi lo crede realmente commesso dalla famiglia dei suoi vicini di casa, mette in moto oscuri meccanismi di sospetti e delazioni. Si arriva ad una vera e propria atomizzazione della coscienza sporca, di cui Alberto Saporito si sente testimone al tempo stesso tragicamente complice, nellʼimpossibilità di far nulla per redimersi. Eduardo scrive questa commedia sulle macerie della seconda guerra mondiale, ritraendo con acutezza una caduta di valori che avrebbe contraddistinto la società, non solo italiana, per i decenni a venire. E ancora oggi sembra che Alberto Saporito, personaggio-uomo, scenda dal palcoscenico per avvicinarsi allo spettatore dicendogli che la vicenda che si sta narrando lo riguarda, perché siamo tutti vittime, travolte dallʼindifferenza, di un altro dopoguerra morale». 31 gennaio, 1/2 febbraio Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone LA GRANDE MAGIA di Eduardo De Filippo con Luca De Filippo, Massimo De Matteo, Nicola Di Pinto e Carolina Rosi e con (in ordine alfabetico) Giovanni Allocca, Carmen Annibale, Gianni Cannavacciuolo, Alessandra DʼAmbrosio, Antonio DʼAvino, Paola Fulciniti, Lydia Giordano, Daniele Marino, Giulia Pica scene e costumi di Raimonda Gaetani, luci di Stefano Stacchini regia di Luca De Filippo produzione: Teatro Stabile dellʼumbria, Elledieffe, La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo Con La grande magia - un classico oltre che unʼattualissima metafora che conclude il percorso dedicato a Eduardo - Luca De Filippo aggiunge un nuovo tassello allʼitinerario che lo sta portando, nelle ultime stagioni, a incontrare le commedie scritte dal padre nel periodo Tra le meno

3 rappresentate, messa in scena in passato solo in due occasioni, da Eduardo stesso e da Strehler al Piccolo, la Magia, spiega il regista, «ci consegna lʼimmagine di unʼitalia immobile, un Paese che si lascia scivolare in un insensato autoinganno. [ ]. È palesemente dichiarato anche il gioco del metateatro, un espediente drammaturgico che è giusto ricordare al pubblico ma che mai sovrasta la finalità principale della commedia: raccontarci una storia, appassionarci a una vicenda umana, filtrata dalla lente di una straordinaria poesia». **** A chi gli chiedeva cosa avesse voluto dire con La Grande Magia, Eduardo rispondeva che aveva voluto significare che «la vita è un gioco, e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dallʼillusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede. Ogni destino è legato ad altri destini in un gran gioco eterno del quale non ci è dato scorgere se non particolari irrilevanti (Il Dramma, marzo 1950). Il tema sostanziale de La Grande Magia è il rapporto tra realtà, vita e illusione: il Professor Otto Marvuglia fa sparire durante uno spettacolo di magia la moglie di Calogero Di Spelta per consentirle di fuggire con lʼamante, e fa poi credere al marito che potrà ritrovarla solo se aprirà con totale fiducia nella fedeltà di lei la scatola in cui sostiene sia rinchiusa. Alla fine la donna ritorna pentita, ma il marito si rifiuta di riconoscerla, preferendo restare ancorato allʼillusione di una moglie fedele custodita nella inseparabile scatola. La grande magia è, tra le opere del repertorio di Eduardo, quella in cui anche lo sguardo ironico che ha sempre sorretto le sue commedie lascia il posto ad un sottile ma inevitabile pessimismo. Sorprende quanto la figura del mago Otto Marvuglia sia simile a quella degli imbonitori imbroglioni delle nostre televisioni, capaci di convincere i propri interlocutori a seguirli anche nelle iniziative più inverosimili. In questo caso Marvuglia riesce a persuadere Calogero Di Spelta, ossessionato dalla gelosia, che la moglie, scomparsa durante una grande magia e mai più riapparsa, sia racchiusa in una scatola. Marta, in realtà ha approfittato dellʼesperimento per fuggire con lʼamante: tutti lo sanno, tranne il marito che, manipolato da Marvuglia, continua a vivere in una perenne illusione ammantata di follia. Meglio credere che Marta sia rinchiusa in una scatola, piuttosto che accettare la verità. 2 IL TEATRO DELLE EMOZIONI Famiglia Teatro del mondo 29 ottobre 2013 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone ITALY Sacro all'italia raminga di Giovanni Pascoli con Giuseppe Battiston, Gianmaria Testa (voce e chitarre) regia di Giuseppe Battiston assistente alla regia Valentina Fois Nella ricerca del materiale pascoliano mi sono imbattuto in una serie di fotografie e di queste una mi ha colpito in modo particolare: la foto di un barcone carico allʼinverosimile. Di italiani. Lʼanalogia con i tempi che viviamo, con la nostra Storia contemporanea, che sarà futura Storia e Memoria è il motivo per cui ho scelto di proporre questo poema. Vorrei che lʼitalia, gli italiani avessero rispetto per la propria Memoria e ne facessero un patrimonio. Giuseppe Battiston Un attore fra i più premiati del nostro cinema e teatro e uno dei più grandi cantautori italiani, uno

4 dei pochi dei quali si può dire erede dei Conte, De André, insomma della scuola irripetibile degli anni ʼ60 e ʼ70: Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa tornano di nuovo insieme in palcoscenico, dopo i successi di 18 mila giorni Il Pitone, a raccontare di Italia e delle migrazioni nostre del secolo scorso. Lo fanno attraverso la poesia e le parole di Giovanni Pascoli, ma anche attraverso la musica e le canzoni dello stesso Gianmaria Testa che al tema delle migrazioni contemporanee ha dedicato un intero album, Da questa parte del mare. Italy è un poema scritto da Pascoli nel 1904, composto da due canti per un totale di 450 versi. Ispirato ad una vicenda realmente accaduta ad un amico del poeta, ha come sottotitolo Sacro all' Italia raminga e narra le vicende di una famiglia di emigranti. Protagoniste della vicenda sono una bimba nata oltreoceano (in America) portata in Italia, a Caprona, dagli zii per curare la tisi, e sua nonna che la accudisce. Vicenda personale a parte, Pascoli racconta in realtà le condizioni di unʼitalia lontana nella storia e nella memoria; unʼitalia che sotto la morsa della povertà lascia andare i suoi figli per il mondo in cerca di più fortuna; unʼitalia che si lascia abbandonare perché incapace di accudire tutti i suoi figli: li manda lontano a edificare un nuovo mondo a confrontarsi con una società che non li vuole e che li vede stranieri in ogni luogo orfani del mondo. UnʼItalia personificata, che si arrabbia, piange, si dispera e talvolta riesce a provare pena. Pascoli ci parla di un ritorno. Gli emigrati confondono la loro lingua dʼorigine e non sanno più esprimersi, se non in dialetto, ma americanizzato, che rende difficile la comunicazione, che pone distanze e che acuisce questo senso di emarginazione; i ricordi del loro piccolo paese vengono sostituiti da nuovi ricordi, più grandi!: lʼamerica, una enorme macchina che li accoglie nel suo ingranaggio, dove ognuno ha una possibilità. Di un arrivo. La piccola Molly, a tutti gli effetti americana, appena sbarca diventa Maria, non conosce la lingua, non conosce i luoghi, e a differenza degli altri, per cui il tornare ha il sapore della malinconia, per Molly questo arrivo è fatto di cose tristi, nere, che fanno paura. Dellʼattesa di chi è rimasto. Di questʼattesa ferma nel tempo e nel ricordo; immersa in una vita fatta di fatiche, di dolore, una vita passata a strappare alla propria terra un poʼ di vita; che è testimone consapevole e rassegnata, che ha tanto pianto pianto poi di nascosto, per non far più mesti/i figli che diceano addio, col canto. Di un conflitto, seppure inconsapevole, che emerge dallʼincontro di due generazioni, nazionalità, lingue che genera sempre il malinteso. Molly e la nonna allʼinizio non riescono a comunicare, Molly parla solo con la sua bambola, non capisce gli usi, le abitudini di questo mondo sconosciuto. Per la nonna il suo parlare è simile al cinguettio degli uccelli piano piano attraverso i gesti, gli sguardi e le poche parole condivise, riescono a costruire un loro linguaggio, un rapporto affettivo e un piccolo bagaglio di ricordi comuni. E infine di una nuova partenza, ricca di promesse. Molly finalmente guarita dalla malattia deve tornare in America. Sente il peso di questo imperativo perché questʼitalia dapprima così bad, così inospitale diviene il luogo di nuovi ricordi, di nuovi affetti, il nonno e i visi cortesi incontrati per le strade di Caprona, e affetti perduti, poiché la nonna ammalatasi muore, diviene sweet, e tutti i ricordi e gli affetti divengono radici, radici di una terra sì amara e crudele, che però come una madre è capace di riaccogliere e abbracciare i suoi figli. Molly partirà, tornerà nel suo paese la Merica, ma con la promessa, la speranza, di poter tornare ancora in questo suo nuovo paese tanto lontano: [ Tornerai Molly? Rispondeva: Sì! ] 15 dicembre 2013 Teatro Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia LʼINVENZIONE DELLA SOLITUDINE di Paul Auster con Giuseppe Battiston drammaturgia e regia di Giorgio Gallione produzione: Teatro dellʼarchivol un giorno cʼè la vita poi, dʼimprovviso, capita la morte. Qualche settimana dopo lʼinattesa morte del padre, Auster si ritrova nella grande casa di un

5 genitore quasi estraneo, che ha abbandonato da anni la per ritirarsi in una solitudine caparbiamente distaccata dal mondo e dagli affetti. Così, riscoprendo un padre semisconosciuto e assente attraverso tracce labili, oggetti e carte, il protagonista riscopre i frammenti di una esistenza estranea, che è in parte anche la propria, ripercorrendo la vita di un uomo che si è nascosto dal mondo. Una ricerca del padre scomparso che lo costringe a fare i conti con una perdita, una mancanza che lo strazia come persona e come figlio. Ma la musica del caso vuole che lo stesso Auster, proprio in quei giorni, stia per abbandonare la moglie e, ineluttabilmente, anche lʼamatissimo figlio. In un mosaico di immagini, riflessioni, coincidenze e associazioni, il destino costringe così Auster a radiografare unʼesistenza e a riflettere sulla difficoltà di essere insieme padre e figlio e su come il caso, impercettibilmente, governi le nostre vite. Un delicato ritratto di famiglia, tutto giocato sul filo della memoria, una commossa riflessione sulla difficoltà di essere figli e padri. «Ricordo che a 5 anni mi ero dato un nuovo nome, John, perché tutti i cowboy si chiamavano John, e ogni volta che mia madre mi chiamava usando il nome vero io rifiutavo di rispondere. Ricordo che mi sarebbe piaciuto essere uno scoiattolo, perché volevo essere leggero e capace di balzare di albero in albero come volando. Ricordo che il mio colore preferito era il verde, e che ero certo che il mio orsetto avesse nelle vene sangue verde. E poi ricordo mio padre, come si protendeva sulla tavola per mangiare, con le spalle rigide, in un atto che gli serviva solo per alimentarsi, senza mai gustare il cibo.» 17/18/19 gennaio 2014 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone IL DON GIOVANNI Vivere è un abuso, mai un diritto di e con Filippo Timi e con Umberto Petranca, Alexandre Styker, Marina Rocco, Elena Lietti, Lucia Mascino, Roberto Laureri, Matteo De Blasio, Fulvio Accogli luci di Gigi Saccomandi produzione: Teatro Franco Parenti - Teatro Stabile dellʼumbria Né secondo Molière, né secondo Mozart, semplicemente secondo Filippo Timi, attore dal talento straripante: il mito di Don Giovanni riscritto dal più irriverente dei giovani artisti italiani, in questo stupefacente e spiazzante spettacolo che scatena ovunque ovazioni, applausi a scena aperta (nulla a che fare con qualsiasi altro Don Giovanni visto finora). Un Timi più che mai «seduttore irrefrenabile che niente può fermare, con la sua orgia di passioni, erotismo, abiti esagerati, giochi di luce e momenti di grande divertimento». Dopo lʼamleto di Il Popolo non ha fame? Diamogli le brioche, già visto sul palcoscenico del Teatro Verdi, col Don Giovanni Filippo Timi continua il suo percorso di riscrittura e di reinterpretazione intervenendo su un testo classico con quella carica di humor nero, che fa presagire la morte, tanto che il suo Don Giovanni sa già di dover morire; conosce la sua fine; deve semplicemente rincorrerla. Egli è il prototipo di una umanità volubile, che ha fame di potere, che ama la mistificazione e lʼautoinganno, proprio perché sa che è condannata ad estinguersi, che non potrà esimersi dal suo appuntamento con la morte. Egli ha capito che la vita è ingiusta, una farsa che si trasforma in tragedia, e che la vita è giustificata solo dalla morte. Questa consapevolezza lo trattiene, non lo fa bruciare, benché desideri di bruciare, essendo convinto che un desiderio morto non è più un desiderio. Il suo rapporto con Donna Anna, Donna Elvira, e Zerlina è molto teatrale, proprio perché la sua arte è tutta teatrale. Donna Elvira è, forse, lʼamore vero, quello che appartiene al passato, Donna Anna è lʼamore ingannatore, e pertanto, violento, Zerlina è lʼamore della seduzione, del desiderio di purezza. Tutte hanno le loro storie, così come Don Giovanni ha la sua, proprio per questo non si sottrae allʼessere se stesso. Cosi Timi spiega il suo personalissimo Don Giovanni: «Don Giovanni è lʼumanità volubile e insaziabile, lʼumanità finalmente priva di quelle morali colpevoli dellʼassurdo destino verso cui stiamo precipitando. E la colpa non è certo della storia, o di tutti quei Cristi che cʼhanno professato amore, ma la nostra: la fame di potere insita nellʼuomo, nessuno escluso, la fame di resistere, di

6 mistificare, di ingannarsi piuttosto che sopravvivere. Meglio morire da idioti ma tutti insieme che svegliarsi e di colpo comprendere lʼerrore? Evidentemente si. Ma stavolta lʼevidenza lascerà una firma sanguinaria, una firma così profonda da spazzare via lʼintera umanità. Don Giovanni è unʼintera Storia dellʼumanità che muore. Finalmente, dopo la sua rincorsa, dopo millenni di fame, eccolo pagare il conto. Non cʼè scampo: se neppure unʼumanità sveglia e godereccia, fuori dalle regole e concentrata sul piacere come Don Giovanni, non può esimersi dal suo più importante appuntamento con la morte, allora, neppure noi possiamo più far finta di nulla. Solo schiavi delle proprie miserie e desideri più neri ci si riappacifica con la propria infanzia, e si è pronti a vivere la morte. La vita è ingiusta, ecco che cosʼè la vita, una farsa che si trasforma in tragedia. Vivo è solo ciò che muore, e solo amando si rischia davvero di toccare le vette gelide dellʼestrema solitudine, e da lì sentire il canto delle sirene. Solo tradendo si raggiunge lʼamore assoluto. Un desiderio morto non è più un desiderio. Don Giovanni non brucia mai veramente, desidera bruciare, promette lʼinferno, la sua arte è teatrale, recita così bene la promessa che è impossibile non credergli o ancora meglio non desiderare credergli. Donna Elvira è il passato, è la conquista difficile, la conquista di un tempo lento, lʼamore vero, la prima donna, lʼamore che ritorna a chiedere il compenso di una promessa già fatta. Donna Anna è lʼamore ingannatore, violento, un errore semi-calcolato, è lʼamore che libera dal vecchio incubo e rende la donna libera di scendere verso un incubo ancora più cosciente, è lʼamore compulsivo, immediato, sbagliato per definizione. Zerlina è lʼimprovvisazione, la dialettica della seduzione, è lʼamore invidioso, la voglia di portare via la donna al marito, il desiderio di ritrovare quella purezza semplice di sposare la figlia del farmacista. Ognuno ha la propria storia, io la mia, tu la tua, voi la vostra e Don Giovanni ha la sua. Non lʼha scelto lui di nascere Mito, gli è capitato, e lui non si sottrae dallʼessere se stesso. Ecco in cosa è grande. Non perché accetta la morte, deve per forza, come tutti. È grande perché accetta a pieno le conseguenze, inevitabili, dellʼessere nientʼaltro che se stesso». Filippo Timi 19 gennaio 2014 Auditorium Centro Civico di San Vito al Tagliamento CASA DOLCE CASA Spettacolo di teatro acrobatico dellʼeuropa dellʼest di Marcello Chiarenza e Alessandro Serena musiche Carlo Cialdo Capelli produzione: KaraKasa Circus Uno spettacolo di teatro acrobatico divertente, poetico e sgangherato ispirato al profumo dei Balcani, con la spettacolare alta scuola di acrobazia tipica dellʼest. Le suggestioni di Kusturica sono lʼambientazione per le storie di un gruppo di equilibristi senza casa, che usano il corpo come linguaggio. DallʼItalia, Romania e Russia e da esperienze teatrali, di arte di strada, di circo sociale e di acrobatica ai massimi livelli, un cast poliedrico e multiforme per uno spettacolo fresco e ricco di significati. Casa dolce casa è ambientato in una discarica, un angolo poco ordinato del mondo per gli scarti della società: uomini e cose. Circondati dai frastuoni della metropoli sopravvivono acrobati e comici che si accontentano di avere come tetto il cielo. Un lampo, un tuono, una pioggia di lacrime. Una folata di vento intona melodie e gli abbandonati del mondo ricostruiscono la dolce casa nel mondo. Gli oggetti dimenticati ritornano a parlare. I corpi stanchi si elevano in salti acrobatici. Scale di corpi sulla musica potente. Nellʼeuforia danzante la gioia di vivere sale. Le discipline dellʼacrobazia si mescolano a quelle del teatro di figura con lʼutilizzo di scenografie che si materializzano per magia davanti agli occhi degli spettatori partendo da sgangherato materiale di recupero e con una buona dose di comicità trasognata. Con allʼattivo oltre 100 repliche in Italia, Spagna, Belgio, Ungheria e Polonia, lo spettacolo ha entusiasmato pubblico e critica: «Uno show tutto da ridere e da seguire con gli occhi spalancati e con il naso spesso allʼinsù...». Corriere della Sera

7 24/25 gennaio 2014 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone NUDA PROPRIETAʼ di Lidia Ravera con Lella Costa, Paolo Calabresi e con Claudia Gusmano, Marco Palvetti scene di Francesco Ghisu musiche di Antonio Di Pofi regia di Emanuela Giordano produzione: La Contemporanea Una nuovissima produzione una commedia a quattro personaggi scritta da Lidia Ravera e diretta da Emanuela Giordano che rappresenta un temporaneo allontanamento di Lella Costa, attrice fra le più amate del nostro teatro, dagli appassionati monologhi che il pubblico ha applaudito nelle scorse stagioni. Un testo agrodolce sullʼamore, che porta sul palco, accanto alla Costa, Paolo Calabresi - attore romano che frequenta i teatri quanto celebri fiction televisive come: Nati Ieri, R.I.S., Distretto di Polizia e La Squadra - una commedia che celebra le fragilità umane ma soprattutto la forza della vita a qualsiasi età, contro gli stereotipi, grazie alle parole di una scrittrice italiana tra le più sensibili, Lidia Ravera: lo spettacolo è tratto dal suo romanzo Piangi pure. L'amore raccontato e vissuto in quella fase della vita che viene considerato generalmente autunno, ma che in realtà ha le sue peculiarità e tutta la dignità di momento da vivere intensamente come qualsiasi fase della vita. Una questione di sicuro appeal nella contemporaneità, ma che non è banalmente da ridurre "all'amore dei vecchi". **** Innamorarsi a 60 anni è una sfida, una forma d'arte, un capolavoro. È la vittoria della libertà contro gli stereotipi. Iris contro ogni logica si innamora di Carlo e Carlo di Iris. Lui dopo un poʼ, ma va bene così. Tutto comincia con una stanza in subaffitto. Iris la offre a Carlo, psicanalista sfrattato del pianoterra. Intanto lei, rimasta senza un soldo, vende in nuda proprietà la casa. Dissipatrice accanita, senza pensione, non ha altra scelta che cedere il suo unico bene al miglior offerente, fingendosi molto più malandata di quello che è. Il miglior offerente è senza scrupoli e una nipotina bella e nullafacente fa irruzione proprio quando Iris e Carlo capiscono che sta succedendo qualcosa di imprevedibile. Mentre Carlo scopre di essere malato Iris si accorge che non può più fare a meno di lui, della sua intelligenza, della sua ironia, della sua capacità di decifrare la vita per quello che è. Carlo è affascinato da questa donna incasinata e vitale, che si espone, si dichiara, senza farsi mortificare dalle convenzioni. Decidono di vivere insieme tutto quello che resta da vivere. In due riescono a guardare in faccia la realtà, a chiamare per nome tutte le loro paure e a riderci sopra. Noi rideremo con loro e piangeremo per loro, a scene alterne e anche nella stessa scena. Usciremo da questa commedia più leggeri e agguerriti, con il sorriso sulle labbra, felici di aver celebrato tutti insieme un rito propiziatorio, una festa alla forza e alla fragilità umana. 28 gennaio 2014 Teatro Verdi di Maniago MANDRAGOLA di Niccolò Machiavelli ideazione dello spazio, adattamento e regia di Ugo Chiti con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Lorenzo Carmagnini, Giulia Rupi, Paolo Ciotti produzione: Arca Azzurra Teatro Ci sono appuntamenti che si possono rimandare a lungo, che si può per anni far finta di non dover onorare ma arriva, prima o poi, il momento in cui quellʼincontro diventa irrinunciabile. Questa è la Mandragola di Niccolò Machiavelli per lʼarca Azzurra, un incontro che si sapeva di non poter

8 eludere quello con la Commedia perfetta, vero e proprio prototipo di tutta la letteratura teatrale italiana cinque e seicentesca. Nellʼaffrontare Mandragola il drammaturgo Ugo Chiti ha scelto un approccio diverso rispetto a tutti i suoi precedenti adattamenti, quasi sempre caratterizzati da una totale riscrittura del lavoro da rappresentare. Questa volta, in presenza della macchina drammaturgicamente perfetta Chiti si muove con lʼocchio sempre puntato sul testo originale operando una precisa distinzione allʼinterno della commedia di Machiavelli tra le scene che descrivono direttamente lʼazione della beffa ai danni dellʼingenuo Nicia, che lʼadattamento lascia praticamente intatte, e quelle nelle quali si gioca la descrizione dei caratteri dei personaggi che sono riscritti con la libertà dei testi precedenti. Mario Brandolin, recensendo un paio di anni fa lo spettacolo, non ha esitato a usare toni entusiasti: «Commedia perfetta per uno spettacolo perfetto: è la Mandragola di Niccolò Machiavelli nella messa in scena semplicemente perfetta di Ugo Chiti per Arca Azzurra Teatro, andata in scena in regione per una sera soltanto, a Codroipo. Raramente capita di assistere a uno spettacolo in cui testo, scene, costumi, musiche e recitazione collimino in modo cosí stretto e indissolubilmente necessario come in questo caso». 29 gennaio 2014 Teatro Zancanaro di Sacile 30 gennaio 2014 Teatro Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia PRIGIONIERO DELLA SECONDA STRADA di Neil Simon traduzione di Maria Teresa Petruzzi con Maurizio Casagrande e Tosca DʼAquino regia di Giovanni Anfuso produzione: La Contrada-Teatro Stabile di Trieste Ritmo vorticoso in un clima surreale. È meglio indagare con allegria e leggerezza nellʼanimo umano, elargendo una miscela irresistibile di verità, risate, stupore e utopia: ingredienti necessari a chi prigioniero non vuol essere mai. Questo testo di sorprendente attualità ha per oggetto una piccola famiglia aggredita dalla crisi economica. Lui, il marito, è un piccolo uomo onesto; lei, la moglie, una donna coraggiosa che sa volare alto, come solo le donne sanno fare. La pièce prende il via in una serata estiva, tremendamente calda, a New York. Sul divano di casa sua, sulla Seconda Strada, Mel non riesce a dormire a causa di una serie di irresistibili ed esilaranti nevrosi scaturite dal troppo caldo fuori e dal troppo freddo dentro, da un condizionatore rotto e perennemente fermo a 4, dallo sciacquone difettoso del gabinetto, da vicine rumorose e decisamente libertine, da cani che abbaiano e da vicini che si lamentano proprio del suo lamentarsi. A fare da contraltare al protagonista, lʼaffettuosa moglie Edna che, cercando di carpire al marito la causa vera di tanta insoddisfazione, tenta di tranquillizzarlo. Mel, da 22 anni dirigente di unʼazienda ora in piena crisi economica, è stato licenziato in tronco; ma per vergogna tiene allʼoscuro la moglie, trincerandosi dietro nevrosi, gastriti e quantʼaltro. Questo almeno, finché i ladri non gli svaligiano la casa e lui si trova costretto a svelare, alla moglie, la verità. Senza soldi, senza vestiti, senza alcolici, senza farmaci, in un crescendo tragicomico gli arriva anche una secchiata dʼacqua da un condomino stanco di sentirlo brontolare. Così al povero Mel non resta che approdare alle cure di un terapista sui generis, a coronamento delle quali incontra i componenti della famiglia, chiamati dalla moglie per aiutarlo ad uscire dal tunnel. Sono il fratello e le tre sorelle: soggetti eccentrici o svampiti, accumunati da una sorta di odio-amore verso Mel, fratello più grande. In realtà nessuno di loro è lì per aiutarlo, così ad Edna non resta altro che riprendere il lavoro di segreteria in una grande azienda. Ma la donna non farà nemmeno in tempo, poiché lʼazienda, in pieno fallimento, la licenzia su due piedi. E tornata in casa scopre che non cʼè neanche un filo dʼacqua per una doccia distensiva. Adesso è lei ad imprecare contro la vicina, responsabile dellʼacqua condominiale. Questa,

9 nonostante lʼintero edificio sia senza acqua, tira giù unʼaltra secchiata che, anche questa volta, finisce sulla testa dellʼincolpevole Mel. Il quale risponde con un sorriso sincero e rassicurante come Edna non lo aveva mai visto: Sono così fiera di te gli dice perché sei migliore Migliore di tutti quanti. Finalmente i due si sono accorti di quanto il loro amore sia più forte della mancanza di soldi, di lavoro e di acqua. Commedia tra le più amare di Neil Simon, la più amata dallʼautore, Prigioniero della Seconda strada ritrae unʼumanità ferita dalla società, ma sempre capace di riscatto, in un ritmo dove il comico è come una luce sulle difficoltà dei rapporti umani e sul sollievo per la rivelazione che alla fine, a contare sono proprio solo quei rapporti di vicinanza difficile che, pur nel conflitto, si dimostrano amorevoli e veritieri e motori di autentico riscatto. 6/7 marzo 2014 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone PINOCCHIO adattamento di Ugo Chiti da "Pinocchio" di Carlo Collodi ideazione spazio, costumi e regia di Ugo Chiti con Paolo Cioni, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Alice Bachi, Paolo Ciotti musiche di Vanni Cassori, Jonathan Chiti ricerca e realizzazione costumi di Giuliana Colzi luci di Marco Messeri assistente alla regia Viviana Ferruzzi produzione: Arca Azzurra Teatro Pinocchio è un mondo, un personaggio multiforme da cui scaturisce una storia insieme lineare e complicatissima, un racconto (straordinario) per bambini e una intricatissima rete di significati simbolici, un susseguirsi di incontri con personaggi fantastici che rimanda continuamente a un percorso di formazione pieno di insidie, di esperienze esemplari e a volte enigmatiche. Per Ugo Chiti e Arca Azzurra lʼappuntamento con Pinocchio era ineludibile e anche se più volte rimandato, ripensato, messo in discussione lʼincontro con il burattino-bambino di Collodi stava lì ad aspettare, neanche tanto paziente, forte della comune radice linguistica, del continuo richiamo a quel mondo fantastico legato alla cultura popolare toscana che attraversa il trentennale lavoro di Chiti con la sua compagnia. Ed eccolo il Pinocchio riletto dal drammaturgo toscano per lʼarca Azzurra: fedelissimo al testo originale, ma insieme legittimato a una reinvenzione della parola attenta a cogliere le suggestioni delle doppiezze del testo collodiano. Uno spettacolo popolare che non rinuncia ad affrontare le trappole simboliche di una delle storie più lette e raccontate di tutta la letteratura mondiale. Una visione adulta che cerca di ritrovare lo sguardo sorpreso e pieno di turbati incanti della lettura infantile. Spiega il regista Ugo Chiti: «Pinocchio, per quanto mi riguarda, è un appuntamento continuamente sollecitato e continuamente rimandato (forse sarebbe più onesto dire pavidamente allontanato). Un appuntamento continuamente ribadito come obbligatorio e quindi sempre più rifiutato adducendo le infinite ragioni di quanto sia conveniente e saggio tenersi a distanza da Pinocchio. Un appuntamento, diversi anni fa, anche sfiorato (e tradito?) in una sceneggiatura per un insolito film di Francesco Nuti (Occhiopinocchio). Insomma Pinocchio è una specie di costante da me sempre aggirata con la convinzione, la balbettante certezza, che sia materia solo per sulfurei dicitori di percorsi paralleli, ricamatori di sillabari che si possono permettere lʼarroganza di un viaggio spericolato attorno allʼenigma Pinocchio. Pinocchio personaggio che si muove sulla più insidiosa linearità; lʼapparenza di un mondo riconoscibile (contadino e paesano) che occulta labirintiche doppiezze, metafisici riflessi e surreali casualità da diventare spesso una trappola letale quando si traduce in termini drammaturgici. La casa di Pinocchio è la lettura. La pagina scritta è lʼideale per restituire appieno le singolari profilature di un fantastico quotidiano come le paurose ombre sospese tra sublime banalità e febbrile viaggio iniziatico.

10 Pinocchio ha conosciuto meravigliose illustrazioni e maldestri scarabocchi (nei vari usi). Molto, tanto, troppo è stato detto su Pinocchio. È sembrato facile parodiarlo in maniera allegramente scatologica. È facile sghignazzare sulla nota, arcinota, storiellina del burattino che si fece uomo voglio dire che Pinocchio non è certo figura sacrale, figurati! Uno con quel naso, quella disobbedienza contraddittoria e spudorata si presta a tutte le mistificazioni. In fondo Pinocchio può risultare così facile da prendere a pretesto che ti può venire anche la voglia di accantonarlo, rimuoverlo definitivamente. Eresia! Sacrilegio che subito ti ustiona, ti spaventa vedi Pinocchio seduto di spalle, immobile, offeso, sicuramente vendicativo come una maligna divinità fatta burattino che racchiude lʼadulto e il bambino, lʼinnocenza e la crudeltà di un perseguitato. Appena lo relativizzi Pinocchio ti appare come vittima sacrificale, legno ritualistico di tutte le nostre ambiguità occulte. Pinocchio genera fantasmi, acidità rabbiose come lʼintemperanza frustrata di uno sguardo ferito. Pinocchio pretende, vuole il nostro rispetto per chiudere la sua avventura terrena. Lui è cristologicamente immolato facendosi carico di tutte le nostre vocazioni compulsive; gli egoismi sordi alle pedanterie, alle logiche del rispetto della riconoscenza imposta. Pinocchio ha dichiarato apertamente lʼassenza di obblighi, il brivido della libertà incoerente, lʼopportunismo sfrenato del prometto-non mantengo-me ne frego. Pinocchio ha dato movimenti folli e divertiti a tutte le nostre contraddizioni e noi lʼabbiamo punito, torturato, con la ferocia insospettabile dei mansueti che pascolano nellʼordine delle cose. Pinocchio, improvvisamente, mi è venuto incontro malmesso e ingrigito, stropicciato e malinconico con lo sguardo già segnato, reduce da chissà quali sevizie dellʼetà eppure sempre pronto allo sgambetto sberleffoso alla risata da zimbello di paese forte del suo legno stagionato ma provato dalle continue trasformazioni. Creatura atrocemente illusa di diventare, un giorno, carne felice, metamorfosi senza storia, cronaca crudele di un risveglio fasullo per ritornare, subito dopo, al primo capitolo di quella novella atroce che rinnega la fiaba per uno sguardo sghembo sul mondo. Dopo queste ultime riflessioni ho trovato, forse, il piacere per accostarmi allʼenigma-pinocchio. Forte della lunga collaborazione con Arca Azzurra Teatro, il progetto su Pinocchio si articolerà su una linea di fedeltà al testo come, ovviamente, ad una lingua comune e quindi legittimata anche ad una reinvenzione della parola. Nello stesso tempo un Pinocchio che offre spazio a tutte le suggestioni di una lettura attenta alle doppiezze già enunciate nelle premesse, quindi uno spettacolo popolare e raffinatamente indagativo. Una visione adulta che cerca di ritrovare lo sguardo sorpreso e turbatamente incantato della lettura infantile. Ugo Chiti 14/15/16 marzo Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone LA COSCIENZA DI ZENO di Tullio Kezich dal romanzo di Italo Svevo con Giuseppe Pambieri, Nino Bignamini, Giancarlo Condé e con Silvia Altrui, Livia Cascarano, Guenda Goria, Marta Ossoli, Antonia Renzella, Raffaele Sincovich, Anna Paola Vellaccio, Francesco Wolf regia di Maurizio Scaparro produzione: Teatro Carcano di Milano Sullo sfondo di una Trieste cosmopolita e mercantile ma anche crogiolo culturale della mitteleuropa tra la fine della Belle Epoque e la Prima guerra mondiale, si svolge la vicenda di Zeno Cosini, che, partendo da una seduta psicanalitica, evoca i momenti salienti della sua vita (la morte del padre, lʼamore non ricambiato per una fanciulla, il matrimonio di ripiego con una sorella di lei, la rivalità con il cognato Guido - che muore suicida - la relazione extraconiugale con Carla). Fragile e inadeguato di fronte ai cambiamenti della società, pieno di tic e di nevrosi, si dichiara malato, ma la sua malattia è tutta di origine psicologica. Di fronte alla vita Zeno riesce però sempre a mantenere un atteggiamento ironico e distaccato ( La vita non è né brutta né bella, ma è originale ) che gli permetterà di capirla meglio e, quindi, di crescere; uomo nuovo in cerca di un modo di essere plausibile in un mondo che sembra sfuggirgli. Sarà lui a dire il bellissimo,

11 inquietante monologo finale sulla ferocia e lʼinutilità di quella guerra che di lì a poco avrebbe rivoluzionato tutto. «( ) Pambieri [lʼammirai] per la sua fedeltà al proprio modo di stare in scena. Tutto nella sua recitazione è in un certo senso convenzionale (penso in specie alla gestualità), ma tutto è calibrato al millimetro, equilibrato, raffinato ( )». Corriere della Sera «( ) Applauditissima Coscienza di Zeno prodotta dal Teatro Carcano di Milano e diretta da Maurizio Scaparro con una profondità mai fine a se stessa, colma di suggestioni, di sottolineature che arricchiscono di una prospettiva nuova il fortunato, ormai storico adattamento che Tullio Kezich fece per Luigi Squarzina e Alberto Lionello. In interni giocati sulla severa monumentalità di certi arredamenti dʼepoca o sullʼariosa apertura verso il mondo di fuori con il mare che è una sottile striscia allʼorizzonte, Scaparro costruisce un ottimo concertato di attori dove spicca lʼinterpretazione di Giuseppe Pambieri ( )». LʼUnità «( ) Ora a cimentarsi con lʼomino di fumo del romanzo sveviano cʼè un Giuseppe Pambieri in forma smagliante, attempato Zeno Cosini del nuovo allestimento che Maurizio Scaparro firma sulla bella riduzione teatrale di Tullio Kezich. ( ) La regia di Scaparro, ben servita dallʼintera compagnia, sottolinea ironia e leggerezza e, con i grandi orologi e i fermo immagine degli attori sulla bella scena liberty di Lorenzo Cutùli, lo scorrere implacabile del tempo, in uno spettacolo di tradizione solido, godibile». la Repubblica 8/9 aprile 2014 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone RADIO ARGO testo di Igor Esposito con Peppino Mazzotta regia di Peppino Mazzotta produzione: Rossosimona Premio Associazione Nazionale Critici Teatrali 2011 Premio Annibale Ruccello 2012 Lo spettacolo è incentrato sulle vicende degli Atridi precedenti e successive alla guerra più conosciuta e celebrata nella storia dellʼumanità: la guerra mossa dagli Achei contro la città di Troia. Il sacrificio di Ifigenia da parte del padre Agamennone per consentire allʼesercito di partire per la guerra. Lʼassassinio di Agamennone e della sua schiava Cassandra da parte della moglie Clitennestra e del suo amante Egisto; la vendetta di Oreste, unico figlio maschio di Agamennone, che si abbatte sulla mamma Clitennestra e su Egisto. Una voce, sola, catturata da un microfono e lanciata nella notte vaga di ripetitore in ripetitore alla ricerca di orecchie che vogliano sentirla; una voce come il fuoco impetuoso e affannato che rimbalzò da Troia fino ad Argo, su valli, colli e montagne, per annunciare, ad occhi che volessero vedere, il ritorno vittorioso della flotta greca. Una voce nel cuore della notte, desolata, impotente, che tiene compagnia a chi non riesce a dormire. Un suono modulato e amplificato che dà corpo a una voce. Una voce che si fa suono e si mescola ad altri suoni, che voce non sono, per evocare altre voci, altri corpi, altri suoni. Una voce che si fa carico della memoria; preoccupata che il ricordo si sbiadisca perché la memoria è una gatta che non si affeziona a nessuno e allʼimprovviso può scomparire e lasciarci orfani. E lʼunico modo per trattenerla è cercare di rendere il ricordo sempre nuovo e autentico. Il progetto Radio Argo, nasce da unʼidea di Peppino Mazzotta (attore e regista teatrale noto anche al pubblico televisivo per il ruolo dellʼispettore Fazio nella celebre serie televisiva Il commissario Montalbano) e ha richiesto lʼattivazione di precise sinergie e mirate collaborazioni con vari artisti. È articolato in tre fasi distinte che convergono lʼuna nellʼaltra in un lavoro di graduale composizione progressiva.

12 La prima fase è stata quella relativa alla drammaturgia che ha coinvolto Igor Esposito, poeta e drammaturgo napoletano. Lʼidea che ha guidato la scrittura originale di Igor Esposito è stata quella di rielaborare i temi dellʼorestea in chiave contemporanea, ma sfuggendo lʼintento dellʼattualizzazione. Si è voluto conservare la struttura della tragedia classica reinventando il linguaggio e le attribuzioni drammatiche. Gli stasimi sono diventati intermezzi musicali nei quali un radiocronista funge da capo coro. Ad Ifigenia è affidato un Prologo, a Egisto, Clitennestra, Cassandra e Agamennone gli Episodi, e ad Oreste lʼesodo. La seconda fase ha riguardato lo studio di un ambiente sonoro nel quale calare le vicende narrate, e si è avvalsa della collaborazione di Massimo Cordovani, compositore, musicista e sound designer. Cordovani ha composto la musica ed elaborato, attraverso un lavoro di missaggio e montaggio audio, una complessa architettura sonora che in parte è stata poi spazializzata. Lʼultima fase ha coinvolto i video artisti Fabio Iaquone e Luca Attilii che elaboreranno una composizione di video-istallazioni organiche al testo, la musica e i suoni. 3 IL TEATRO DELLE IDEE 24 novembre 2013 Auditorium Centro Civico di San Vito al Tagliamento VIVA LʼITALIA - LE MORTI DI FAUSTO E IAIO di Roberto Scarpetti regia di César Brie musiche originali di Pietro Traldi con Massimiliano Donato, Andrea Bettaglio, Alice Redini, Umberto Terruso, Federico Manfredi luci di Nando Frigerio produzione: Teatro dellʼelfo Un testo inedito, un nuovo autore e un teatrante di lungo corso come César Brie (regista e attore argentino di casa a Milano) ci raccontano un fatto di cronaca del passato, uno degli episodi più oscuri ed emblematici della storia del nostro paese. Perché il teatro sia sempre unʼesperienza necessaria e al centro della scena ci sia sempre lʼessere umano. «Rispetto agli spettacoli definiti di teatro civile spiega lʼautore in Viva lʼitalia non cʼè un narratore onnisciente che conduce gli spettatori nei segreti e nei retroscena di un fatto storico: in questo caso la Storia è narrata in prima persona dai personaggi che lʼhanno vissuta. Una drammaturgia storica, pensata in forma di monologo, anzi di cinque monologhi intrecciati tra loro a ricostruire un quadro dʼinsieme. Lʼambizione è quella di far rivivere al pubblico il passato come fosse presente, con tutte le emozioni, i sentimenti, la disperazione di persone reali, persone che sono state coinvolte in qualcosa più grande di loro, mentre la vita di tutti i giorni andava avanti, come se non fosse successo niente. La storia raccontata da Viva lʼitalia è quella delle morti di Fausto e Iaio, due diciottenni milanesi frequentatori del centro sociale Leoncavallo, uccisi a colpi di pistola la sera del 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle BR. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, per tutti Iaio, avevano diciotto anni nel 1978, vivevano nel quartiere di Milano il Casoretto, una periferia con tante realtà diverse, lʼimmigrazione, la malavita, le case occupate, i centri sociali, le radio libere: due ragazzi come tanti, frequentavano il centro sociale Leoncavallo, che si trovava in via Leoncavallo. Quella sera, allʼora di cena, mentre si avviavano verso casa di Fausto, venivano attirati in via Mancinelli, dietro la chiesa di Casoretto. Otto colpi di pistola lasciarono Iaio senza vita sullʼasfalto. Fausto, agonizzante, morì sullʼambulanza. Radio Popolare diede la notizia, migliaia di persone in corteo nella notte. La rabbia e il dolore, si espresse nel sentire comune: hanno ucciso due come noi, le nostre idee non moriranno mai. Il 22 marzo in piazza San Materno ai funerali dei due ragazzi cʼerano 100 mila persone, studenti, lavoratori usciti dalle fabbriche, cittadini di Milano. Ci si rese subito conto che era un omicidio politico, i depistaggi iniziali durarono poco. Lʼomicidio, avvenuto a due giorni dal rapimento di Aldo Moro, venne rivendicato dallʼesercito Nazionale

13 Rivoluzionario - brigata Franco Anselmi. Le indagini affidate a vari giudici proseguirono senza arrivare a un processo. La richiesta di verità e giustizia, lʼimpegno costante dellʼ Associazione delle mamme anti-fasciste, costituitasi subito dopo la morte dei due ragazzi e sempre in prima fila nelle battaglie per la giustizia, ha impedito per 22 anni la chiusura dellʼinchiesta. Nel dicembre del 2000, lʼarchiviazione definitiva: «pur con forti indizi a carico di tre esponenti della destra neofascista legati alla banda della Magliana, Bracci, Carminati e Corsi, non è possibile procedere ad un processo». Si hanno i nomi probabili dei colpevoli, ma non sono state trovate prove che li inchiodino. Nel 2001 Fausto e Iaio sono stati dichiarati vittime del terrorismo. 25/26 novembre 2013 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone BLAM! sceneggiatura di Kristjan Ingimarsson & Jesper Pedersen con Kristjan Ingimarsson, Lars Gregersen, Didier Oberle, Joen HøJerslev scenografia di Kristian Knudsen lighting design di Edward Lloyd Pierce progetto suono di Journeyman E. Kristensen & Peter Kyed regia di Kristjan Ingimarsson - Simon & K. Boberg produzione: Bags entertainment Evento internazionale, della compagnia danese Neander Teater, Blam! è uno spettacolo di teatro fisico dalle caratteristiche del tutto originali e dal ritmo travolgente. Dinamismo, acrobaticità, riferimenti cinematografici, velocità, pantomima in scena ci sono quattro artisti dalla mimica esilarante e dalle capacità tecniche fuori del comune. Nello spettacolo non si pronunciano praticamente parole, ma si viene inevitabilmente travolti dal divertimento, dalla velocità e dalle continue sorprese. Al confine tra teatro fisico, mimo, parodia, danza urbana, teatro non verbale, questo spettacolo totale, autentica rivelazione della scorsa stagione in Danimarca, ha vinto il più prestigioso premio teatrale nazionale, il Premio Reumert. La compagnia è stata subito opzionata dai più importanti festival teatrali europei. Ambientato in un ufficio grigio e noioso, la routine del lavoro viene rimpiazzata da unʼenergia incontrollabile mentre gli impiegati, sottomessi a un capo odioso e invadente e curvi sui loro computer, inaspettatamente re-interpretano clip dei loro film dʼazione preferiti tra tavoli da lavoro, bagni e cestini della carta. In breve lʼufficio diventa un luogo folle ma esilarante dove si conduce una lotta senza esclusione di colpi per affermare la propria identità. Gli alter-ego fantastici prendono il sopravvento popolando lʼufficio di improbabili ma irresistibili super-eroi mentre oggetti comuni come una puntatrice da ufficio diventano armi letali e, finalmente, la penna dimostrerà di essere molto più pericolosa della spada Ascoltando i commenti del pubblico, una delle frasi più ripetute si rivela: «È quello che ho sempre sognato che capitasse in ufficio!». È vero: questo spettacolo è dichiaratamente liberatorio, non solo ci mostra cosa vorremmo fare al capoufficio se solo ci lasciassimo andare un poʼ, ma mette anchein luce lʼimportanza assoluta del nostro mondo interiore rispetto a tutto quel che ci circonda e ci opprime. Forse questo, in tempi di crisi, parzialmente spiega lʼimmediata partecipazione emotiva degli spettatori alle gesta dei tre incredibili impiegati/super-eroi. La riuscitissima scommessa alla base di Blam! è quella di mantenere uno svolgimento narrativo utilizzando una molteplicità di linguaggi teatrali e di riferimenti. Il cinema innanzitutto, i cinefili troveranno decine di riferimenti ai grandi film dʼazione e avventura, ma anche il mimo, la parodia, lʼacrobatica, il teatro fisico, lo slapstick, la danza, il parkour... Blam! parla delle persone che si liberano dai loro vincoli mentali e decidono di comportarsi come in uno di quei film nei quali la legge di gravità naturale non funziona nello stesso modo e le persone comuni sono capaci di fare cose incredibili spiega il creatore dello spettacolo Kristján Ingimarsson! Ed è anche pensare con lo stomaco e sentire con il corpo, teatro fisico al suo meglio che genera unʼimmediata partecipazione del pubblico. Più che uno spettacolo, sembra la nascita di un movimento.

14 29/30 novembre e 1 dicembre 2013 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone QUANDO LA MOGLIE È IN VACANZA di George Axelrod traduzione di Edoardo Erba con Massimo Ghini ed Elena Santarelli musiche di Renato Zero scene di Aldo Buti regia di Alessandro DʼAlatri produzione: Associazione Culturale La Pirandelliana Una coppia di attori affascinanti e brillanti per una commedia musicale che ha tutti i requisiti per divertire: Massimo Ghini ed Elena Santarelli si calano nei panni che già furono, nella celebre versione cinematografica, di Tom Ewell e Marilyn Monroe. ll testo di Gorge Axelrod debuttò a Broadway nel 1952 con un notevole successo di critica e pubblico. Ma la sua vera consacrazione internazionale avvenne nel 1955 attraverso l'adattamento cinematografico di Billy Wilder, protagonista unʼirresistibile Marilyn Monroe. Nel 2000 è stata inserita, dall'american Film Institute, al 51 posto tra le cento migliori commedie americane di tutti i tempi. Praticamente un classico della modernità. Il titolo originale The seven year itch (Il "prurito" del settimo anno) contiene forse più informazioni della seppur felice traduzione italiana Quando la moglie è in vacanza. È una commedia sulle manie erotiche dell'uomo medio e al tempo stesso una feroce satira di costume contro il perbenismo di una certa "middle class" che sembra non avere epoche e che viene messa a confronto con le ambizioni di una ragazza che cerca di ridisegnare una propria personalità attraverso l'impegno nel mondo patinato della pubblicità, della moda o dello spettacolo in generale. Fa da detonatore la prorompente fisicità della ragazza che come un uragano entra nella banale quotidianità di un maschio irrisolto. Un maschile che più che subire l'attrazione femminile sembra essere spaventato da quell'apparentemente irraggiungibile opportunità. Considerando che sono passati più di sessant'anni dal suo debutto, il testo mantiene ancora intatta la freschezza di uno sguardo sui comportamenti e le relazioni tra maschi e femmine. Anche se sorprendente, la drammaturgia, oltre che divertire, inquieta anche un po' Il titolo originale del film, The Seven Year Itch, tradotto in italiano suona come la sindrome che coglie l'americano medio sui quarant'anni, dopo 7 anni di matrimonio, e che esplode "quando la moglie è in vacanza", cioè quando il maschietto è solo, fragile, esposto alla calura della New York estiva e, con la moglie al fresco in qualche località di villeggiatura, può tranquillamente arrancare dietro qualche procace ragazza di passaggio e fare i propri comodi in casa. Tuttavia il protagonista di questa divertente commedia vorrebbe andare controtendenza e rispettare le raccomandazioni della moglie: niente alcool, niente fumo, niente evasioni. Ma come resistere, se alla porta di casa suona la nuova e solitaria inquilina del piano di sopra con le sembianze di Marilyn Monroe? 20 dicembre 2013 Auditorium Centro Civico di San Vito al Tagliamento IL PRINCIPE da Niccolò Machiavelli con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci la voce di Niccolò Machiavelli è di Roberto Herlitzka elaborazione, scene e regia di Stefano Massini costumi di Giuliana Colzi luci di Marco Messeri produzione: Arca Azzurra Teatro Essendo lʼintento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. (capitolo XV, Il Principe)

15 Questa libera versione del Principe non si svolge fra velluti e troni, bensì fra tegami e ramaioli. Machiavelli scrisse il Principe in una lingua «facile» perché voleva essere capito dal maggior numero di persone possibili. Partendo proprio da questa intuizione lʼautore della riscrittura e regista Stefano Massini mette Machiavelli addirittura in scena fin dallʼinizio, con le sue parole dette dalla voce registrata da quel grande attore che è Roberto Herlitzka. Ed ecco subito squadernarsi quel mondo contadino e popolare che probabilmente Machiavelli vedeva di fronte a sé: ebbene sì. Siamo in una cucina, dove un agguerrito drappello di cuochi avrà lʼingrato compito di cucinare un Principe allʼitalia. Dare al disgraziato paese una guida, un governo, un faro, proprio come si augura Machiavelli nellʼultimo capitolo del suo celeberrimo libretto. Ma esiste una ricetta per creare dal nulla un governante modello? Con quali dosi di Virtù e Fortuna dovrà essere assortito? E ancora: il buon Principe è zuccheroso oppure salato? Deve bruciare il palato o scivolare in gola come una minestra? Con la metafora fertilissima dei fornelli, ci addentriamo dentro il nucleo vivo di unʼopera straordinaria, autentico manuale di real-politik, vademecum per i sacerdoti del potere di ogni epoca. Ma della penna di Machiavelli non sopravvivono in scena solo le brillanti ingegnerie politiche: fra pentoloni e grembiuli si diffonde come uno squisito odore di salsa il sapore inconfondibile di quella lingua rinascimentale così diversa dal nostro italiano eppure così profondamente nostra, tutta da gustare mentre tratteggia con nitide pennellate i ritratti di decine di Principi passati, da Ludovico il Moro a papa Borgia, dal Duca Valentino allʼimperatore Settimio Severo senza tralasciare Maometto II di Turchia. E poiché la cucina dei Principi sforna le sue pietanze da secoli, ininterrottamente, può perfino darsi che a un tratto, da quelle pentole inquiete, salti fuori un intingolo imprevisto, sulla cui ricetta pagheremo i diritti a Machiavelli, Indro Montanelli e Pasolini. 11 gennaio 2014 Auditorium Centro Civico di San Vito al Tagliamento IL METODO di Jordi Galceràn traduzione di Pino Tierno regia di Andrea Collavino con Adriano Giraldi, Riccardo Maranzana, Maria Grazia Plos, Maurizio Zacchigna produzione: La Contrada Teatro Stabile di Trieste Quattro manager, tre uomini e una donna, chiusi in una stanza, sono pronti a battersi senza esclusione di colpi per un posto di direttore generale in una multinazionale giapponese. Tutti contro tutti o almeno questo è quello che credono. Ma una volta chiusi i quattro candidati nella stessa stanza, un messaggio recapitato attraverso una feritoia nel muro li informa che tra di loro cʼè un infiltrato, uno psicologo dellʼazienda, e il loro primo compito è quello di scoprire chi è. Ma sarà vero? Seguendo le regole di un gioco crudele, i quattro accettano di affrontare una serie di strane prove attitudinali e di rivelare agli altri i propri segreti più imbarazzanti, pronti anche ad umiliarsi pur di guadagnare lʼambito posto. Ciascuno inganna lʼaltro, subisce lʼinganno e inganna se stesso. Sfruttando la struttura e il ritmo del thriller, si mescolano indizi veri con piste false che alimentano continui colpi di scena, portando lo spettatore ad un sorprendente finale che ribalterà tutte le convinzioni acquisite fino a quel momento. Tutte le prove a cui vengono sottoposti i personaggi de Il Metodo sono ispirate ad autentiche tecniche di selezione del personale, documentate in manuali di specialisti della materia. Quello che accade nella pièce è condurre lʼesperimento alle estreme conseguenze, senza nascondere la comicità derivante dallʼassoluta inclemenza di tali prove.

16 16 gennaio 2014 Teatro Verdi di Maniago Il tormento e lʼestasi di Steve Jobs tratto da The Agony and Ecstasy of Steve Jobs di Mike Daisey traduzione e adattamento di Enrico Luttmann con Fulvio Falzarano regia di Giampiero Solari video di Cristina Redini luci di Paolo Giovanazzi produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Steve Jobs: unʼicona del XXI secolo. Il suo ingegno ha cambiato il mondo, nessuno è rimasto escluso nella nostra civiltà dallʼestetica e dagli agi della sua tecnologia. Di più: la sua utopia è stata determinante nellʼimmaginario collettivo. Basta pensare al suo celebre discorso agli allievi della Stanford University: «Siate affamati. Siate folli» esortazioni a non omologarsi, a osare, che dal 2005 continuano a rimbalzare sul web. Come accade sempre per figure tanto straordinarie, anche quella di Jobs e ancor più della sua Apple presenta però dei lati oscuri e Mike Daisey, coraggioso drammaturgo americano li evidenzia in un testo dinamico e acutamente critico. Un tipo di teatro che si fa strumento di discussione viva e che ha suscitato notevoli reazioni polemiche: la Apple ha dovuto fare delle precisazioni, ma anche Daisey si è visto costretto a dare conto di alcune sue interpretazioni artistiche non proprio rispondenti al vero, tanto che il suo testo continua ad essere aggiornato e dettagliato. Grazie alla traduzione e allʼefficace adattamento del triestino Enrico Luttmann Il tormento e lʼestasi di Steve Jobs esordisce in Italia, prodotto dallo Stabile regionale. Al carisma di Fulvio Falzarano, il compito di farsi tramite delle riflessioni di Daisey, che intreccia la luminosa epopea di Jobs alla rivelazione del profilo inquietante e taciuto del prezzo pagato per quella tecnologia che ha cambiato il mondo. Daisey è un convinto seguace del culto di Mac : ripercorre entusiasta i traguardi di Jobs esternando in un divertente contrappunto le sue (e nostre) smanie per ogni nuova creazione con la mela. «Steve è stato bravissimo scrive ci ha costretto ad aver bisogno di cose che non sospettavamo nemmeno di volere»: e così vai con i coloratissimi ipod, con gli iphone, con la libertà assicurata dallʼipad Libertà e purezza: lʼattenzione al design e la tecnologia alla portata di tutti di Apple ci avevano forse illuso. Dietro il successo però cʼè altro. Lʼassemblaggio dei nostri preziosi computer avviene a Shenzen, in fabbriche dove non esistono tutela né diritti degli operai, dove piccole mani di dodicenni puliscono i vetri degli iphone con una sostanza tossica che li condannerà a un invalidante tremore Fabbriche dove in nome del profitto operai sono trattati da ingranaggio umano e dove il problema dei suicidi dei lavoratori si è affrontato installando reti sotto i capannoni. La Apple può ignorarlo? Daisey denuncia, non condanna: augurandosi forse che la consapevolezza collettiva faccia sì che quella mela che illumina i nostri oggetti più amati, possa un giorno non nascondere alcun marciume. 14 febbraio 2014 Teatro Zancanaro di Sacile VIVIANI VARIETÀ con Massimo Ranieri e con Ernesto Lama, Roberto Bani, Angela De Matteo, Mario Zinno, Ivano Schiavi, Ester Botta, Rhuna Barduagni, Antonio Speranza, Simone Spirito, Martina Giordano regia Maurizio Scaparro Due grandi artisti della scena italiana, il regista Maurizio Scaparro e lʼattore Massimo Ranieri

17 rendono omaggio ad uno straordinario artista e interprete del teatro partenopeo: Raffaele Viviani. Spiega Scaparro: «È passato oltre un secolo dalla nascita del Varietà come genere e, nella più assoluta imprevedibilità, quasi allʼinsaputa sua e nostra, è diventato nel volgere degli anni, passando anche accanto alle grandi Avanguardie del Novecento europeo (Futurismo compreso), un fenomeno culturale autonomo per originalità di idee, stimolanti confronti e provocazioni, commistioni di linguaggi (segnatamente di prosa e musica) che hanno talvolta cambiato la fisionomia del teatro in Europa. Se potessimo accanto a ricordi, nostalgie, rimpianti inevitabili nei confronti del varietà, cogliere anche quei fermenti, quelle sorprese, quelle vitalità di una storia ancora incompiuta, il risultato del nostro lavoro di palcoscenico, delle nostre prove, potrebbe essere certo utile, forse anche felice, perché consentirebbe alcune riflessioni parallele al divertimento. Esiste in alcuni di noi la memoria storica o il lontano ricordo di un mondo frequentato mentre già stava cambiando. Questa preziosa memoria è stata il nostro filtro, ma anche e soprattutto lo stimolo per lavorare con emozione, Massimo Ranieri ed io, a uno spettacolo che potesse avere come grande testimone di questo mondo così ricco Raffaele Viviani e il suo teatro, le sue parole e il suo canto scenico, privilegiando così quella parte che nasceva o si sviluppava in quel vitalissimo giacimento culturale e musicale che, per il Varietà, erano la Napoli dei quartieri e quella parallela, urbana, aperta alla influenza e alle commistioni con il Varietà europeo (e soprattutto con la Francia). Come osservava Vasco Pratolini «Viviani non sta alla finestra, ma sulla strada da dove nasce e il popolo napoletano da pretesto diventa soggetto di poesia e, rappresentandosi, si rivela a se stesso, grida le proprie ragioni, si giudica e si conforta». Cʼera in quegli anni (come cʼè oggi) un forte desiderio di cambiamento, di mettere in discussione con ironia, con lo scherzo, con la sorpresa, con il distacco anche malinconico, talvolta con la satira, lo stesso fare teatro. E del resto, gli studi che si sono fatti e che si vanno facendo in Italia e in Europa sulla musica pop, trovano una felice testimonianza in Viviani e questo spettacolo ne è anche un voluto riconoscimento, che non casualmente parte dalla nostra presenza al Maggio Musicale Fiorentino. In questo Viviani Varietà abbiamo pensato al viaggio che nel 1929 Viviani e la sua compagnia avevano fatto sul piroscafo Duilio da Napoli a Buenos Aires per una lunga tournée nel Sud America e abbiamo voluto immaginare le prove dello spettacolo realmente destinato agli emigranti italiani che con loro attraversavano lʼoceano per un avvenire incerto da costruire, confortati in questo anche da inedite testimonianze scritte, proprio durante quel viaggio, dallo stesso Viviani. Così, durante le prove, ci è parso qualche volta di rivedere la grande forza e il disperato ottimismo di chi come Viviani in quegli anni non si arrendeva alla crisi economica, né allo schermo che calava sulle teste dei comici troncando lo spettacolo dal vivo. Per questo mi auguro che il nostro Viviani Varietà, accanto al divertimento, possa emblematicamente riallacciarsi agli interrogativi che oggi una parte del teatro si va ponendo sul rapporto con le tecnologie più avanzate e con gli altri mezzi di comunicazione artistici e tecnici, ma anche allʼurgente necessità per tutti noi di «non stare alla finestra, ma sulla strada», per il futuro del nostro mestiere». Maurizio Scaparro 14/15/16 febbraio Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone IL DISCORSO DEL RE di David Seidler con Luca Barbareschi, Filippo Dini e con Ruggero Cara, Chiara Claudio, Roberto Mantovani, Astrid Meloni, Giancarlo Previati, Mauro Santopietro regia di Luca Barbareschi produzione: Casanova Multimedia Una vicenda resa celebre, qualche anno fa, dal film premio Oscar Il discorso del re. Ma la pellicola nasceva da un lavoro teatrale, di David Seidler, che Luca Barbareschi porta brillantemente in

18 scena come regista e interprete, offrendo, insieme a Filippo Dini, interpretazioni imperdibili. La commedia è ambientata in una Londra surreale, a cavallo tra gli anni ʻ20 e ʻ30, ed è centrata sulle vicende di Albert, secondogenito balbuziente del Re Giorgio V. Si parte dai fatti storici per addentrarsi in un dramma personale, senza abbandonare mai la Storia, che non è sottofondo ma è presenza imprescindibile di ogni istante della commedia al fianco dei protagonisti. Una commedia umana, sempre in perfetto equilibrio tra toni drammatici e leggerezze, ricca di ironia ma soffusa di malinconia, a tratti molto commovente, ma capace anche di far ridere. Non di risate grasse o prevedibili, ma di risate che nascono dal cervello e si trasmettono al cuore. Così come le lacrime non nascono da un intento ricattatorio ma dallʼempatia, da una condivisione sentimentale di difficoltà umane. È una bellissima storia sul senso di responsabilità e sulla dignità del ruolo, anche quando tale ruolo non è atteso né desiderato, sulla solidarietà familiare e sulla forza di volontà che permette di superare ostacoli apparentemente insormontabili. Albert, è il minore dei figli di Giorgio V e soffre di una pronunciata balbuzie, che è il lascito di unʼinfanzia poco amata, trascorsa nelle mani di una bambinaia che lo detesta, mortificata dallʼimposizione di apparecchi ortopedici e dalla correzione del mancinismo. La balbuzie lo rende poco adatto al suo ruolo istituzionale in unʼepoca in cui la radio comincia a modificare i rapporti fra il potere ed il popolo comune. Forse perché la famiglia reale gli è sempre apparsa piuttosto una ditta, dopo una gioventù dissipata al traino del fratello maggiore brillante e gaudente, si è formato una famiglia basata sullʼamore e la solidarietà con una donna che non aspira alle luci della ribalta, ma che sarà perfettamente in grado di sostenerlo nei momenti difficili e di assumersi lei stessa responsabilità più grandi del previsto. Proprio lei lo spinge, dopo numerosi tentativi falliti, a chiedere lʼaiuto di un logopedista australiano dai modi inconsueti, con cui sviluppa un rapporto conflittuale che fa anche emergere da una parte la grande considerazione che Albert ha di sé e della sua posizione, dallʼaltra la possibilità che egli si trovi prima o poi a dover sostituire sul trono il fratello maggiore, invischiato in un amore sconveniente con una divorziata risposata e dal passato discutibile. La morte di Giorgio V rende più concreta questa possibilità che è però alto tradimento agli occhi di Albert. Il personaggio di Logue diventa il punto focale intorno a cui ruota il conflitto interiore di Albert. La scrittura del testo sottolinea il conflitto mostrandoci il logopedista, attore di scarso successo, ma appassionato scespiriano alle prese, sia come logopedista che come educatore e attore, con brani tratti non a caso dallʼamleto, dal Riccardo III e da La tempesta: tutte opere in cui un fratello minore non si preoccupa di commettere fratricidio per usurpare un trono a cui non aveva diritto. La rinuncia di Edoardo VIII al regno in nome del suo diritto ad amare, porta Albert sul trono e contrasta efficacemente con lʼaccettazione da parte di questi della responsabilità di essere la voce che deve tenere unita la Nazione alla vigilia della seconda guerra mondiale. Per tale responsabilità Albert è costretto a richiedere nuovamente lʼopera del logopedista, ma alla vigilia dellʼincoronazione scoppia una nuova crisi. Lʼarcivescovo di Canterbury, geloso del credito che lʼuomo riscuote presso il re, scopre che Logue, che non si è mai presentato come dottore, non è che un ex attore. Albert si sente tradito ma, in una scena memorabile, Logue, dignitoso e ironicamente irriverente si riguadagna la fiducia e la stima del re e lo accompagnerà fino al temuto discorso con cui Albert, ormai re Giorgio VI (Albert è nome troppo germanico per essere bene accetto nellʼinghilterra di quegli anni) annuncerà al suo popolo lʼentrata in guerra guadagnandosi al tempo stesso il rispetto del governo e della nazione.

19 28 febbraio, 1 marzo 2014 Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone INVIDIATEMI COME IO HO INVIDIATO VOI scritto e diretto da Tindaro Granata con Tindaro Granata (Premio Mariangela Melato 2013, Premio Fersen 2013) e con Mariangela Granelli, Paolo Li Volsi, Bianca Pesce, Francesca Porrini, Giorgia Senesi voce fuori campo di Elena Arcuri scene e costumi di Eliana Borgonovo disegno luci di Matteo Crespi elaborazioni musicali di Marcello Gori assistente alla regia Agostino Riola produzione: BIBOteatro e Proxima Res Lʼabbiamo applaudito e applaudito la scorsa stagione, quando con Antropolaroid ha sfoderato tutto il suo talento. Ora ritorna, il giovane Tindaro Granata e ci dimostra come un crudele fatto di cronaca, nelle sue mani, diventa un dramma didattico, volto a dimostrare come, nei rapporti sociali anche più normali, si possa occultare la devianza. «Una donna diventa amante del datore di lavoro di suo marito. Si frequentano di nascosto. La donna, che ha una figlia di 3 anni, progetta di lasciare il marito per andare a vivere con lʼamante. Per abituare la bimba alla presenza di una figura maschile diversa da quella del padre, la donna affida spesso la bimba allʼamante. Lʼamante è un pedofilo e dopo un abuso la bimba muore. Il pedofilo ha avuto lʼergastolo, la madre viene condannata a 15 anni di reclusione perché viene dichiarata colpevole di connivenza. Sapeva. Tutti i componenti della storia, dichiareranno la loro versione dei fatti, cercando una verità che non tiene conto della bimba che è morta. Se volessi essere banale e superficiale direi che la bambina rappresenta la nostra Italia. La perdita di un innocenza stuprata dalla nostra disonestà. A volte sono banale. Il testo è basato su una storia vera, ma il riferimento che cʼè sotto è puramente metaforico». Tindaro Granata Il titolo, Invidiatemi come io ho invidiato voi, apparentemente fuorviante, è di fatto tutto da interpretare: ponendo l'accento sul sentimento dell'invidia, prendendolo come chiave d'accesso a una vicenda dagli incerti contorni, al centro della quale c'è una madre sospettata di avere tollerato gli abusi del ricco amante sulla propria figlioletta abusi culminati nella morte della piccola Granata ci avverte che il tema di questo inquietante viaggio nelle zone buie della psiche non è la pedofilia in sé, non è l'episodio di cronaca nera da lui più o meno liberamente preso a pretesto, ma sono le relazioni umane, sono i valori o i non-valori che le guidano, è il contesto sociale in cui gli avvenimenti si svolgono. Il lusso stupra lʼinnocenza degli ignoranti, li rende invidiosi, gretti, ciechi e sordidi. Angela Abbandono, colpevole in quanto invidiosa e invidiata, cede la propria figlia allʼamante non per ignoranza, non per cattiveria, ma per smarrimento della propria innocenza, per desiderio di un amore che non è più amore, ma accessorio da sfoggiare, come la giacca di renna. 7 marzo 2014 Auditorium Centro Civico di San Vito al Tagliamento LA SEMPLICITÀ INGANNATA Seconda tappa del progetto teatrale sulle Resistenze femminili in Italia di e con Marta Cuscunà liberamente ispirato a Lo spazio del silenzio di Giovanna Paolin (Ed. Biblioteca dellʼimmagine, 1998) produzione: Il Gaviale Nel ʼ500 avere una figlia femmina era un problema: agli occhi del padre era una parte del patrimonio economico che andava in fumo al momento del matrimonio. Avere una figlia femmina equivaleva ad una perdita economica. Certamente una figlia bella era economicamente vantaggiosa, perché poteva essere accasata con una dote modesta, mentre una figlia con qualche difetto fisico prevedeva necessariamente esborsi più salati. Purtroppo però, in tempi di crisi

20 economica, il mercato matrimoniale subì un crollo e si dovette cercare una soluzione alternativa per sistemare le figlie: la monacazione forzata. Le monache del Santa Chiara di Udine attuarono una forma di Resistenza davvero unica nel suo genere. Queste donne trasformarono il convento udinese in uno spazio di contestazione, di libertà di pensiero, di dissacrazione dei dogmi religiosi e della cultura maschile con un fervore culturale impensabile per l'universo femminile dell'epoca. Ovviamente l'inquisizione cercò con forza di ristabilire un ferreo controllo sul convento e su quella comunità di monache, ma le Clarisse riuscirono a resistere creando, dentro il Santa Chiara, un'alternativa sorprendente per una società in cui le donne erano escluse da ogni aspetto politico, economico e sociale della vita. La semplicità ingannata racconta le rivendicazioni delle donne nel ʼ500, nel tentativo di ridare slancio a una rivoluzione di cui non sentiamo più il bisogno, e forse non per un caso fortuito, ma per una precisa strategia che, con modi diversi, ci schiaccia ancora sotto lo strapotere maschile. Liberamente ispirato alle opere di Arcangela Tarabotti e alle vicende delle Clarisse di Udine. 5 marzo 2014 Teatro Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia LE CATTIVE STRADE di e con Giulio Casale e Andrea Scanzi produzione: PromoMusic Fra gli spettacoli non pochi dedicati a Fabrizio De André, quello scritto e interpretato da Giulio Casale e Andrea Scanzi spicca per lucidità del racconto e sensibilità dellʼinterpretazione. Le cattive strade è una sorta di incontro-spettacolo che in circa unʼora e mezza illustra lʼeccezionale percorso artistico di De André: non unʼagiografia ma un racconto appassionato, in cui risuonano le continue rivoluzioni e le poderose intuizioni (anche musicali) di un intellettuale inquieto, scomodo e irripetibile. Alla narrazione di Andrea Scanzi giornalista, scrittore e autore teatrale che ripercorre la vita e lʼopera del poeta e cantautore ligure, si intersecano le interpretazioni del cantautore e attore Giulio Casale, capace di personalizzare, nel segno del rispetto, il repertorio di Faber. Da Geordie a Brassens, dal Suonatore Jones alla Canzone del maggio, da Se ti tagliassero a pezzetti ad Anime salve. A restituire tutta lʼoriginale umanità di De André, anche di quello meno noto, concorre anche una ricca componente multimediale, che assembla in un suggestivo montaggio filmati originali, estratti audio, foto rare ed alcune esecuzioni dal vivo in acustico e su base. 20 marzo 2014 Teatro Verdi di Maniago LA FABBRICA DEI PRETI di e con Giuliana Musso Entriamo assieme nella grande fabbrica silenziosa. Prima, però togliamo il cappello e fermiamoci un attimo a pregare per tanta manovalanza sacrificata e rovinata in tutti questi anni e secoli. E, facendo uno sforzo, spendiamo un requie anche per le maestranze. Forse anche loro vittime di un sistema che uccideva lʼuomo illudendosi di onorare quel Dio che lʼaveva creato a sua immagine e somiglianza. Da La fabriche dai predis di Don Antonio Bellina «I seminari degli anni ʼ50 e ʼ60 hanno formato una generazione di preti che sono stati ordinati negli anni in cui si chiudeva il Concilio Vaticano II e si apriva lʼera delle speranze post-conciliari. Una generazione che fa il bilancio di una vita. Una vita da preti che ha attraversato la storia contemporanea e sta assistendo al crollo dello stesso mondo che li ha generati. La dimensione umana dei sacerdoti è un piccolo tabù della nostra società sul quale vale la pena di alzare il velo, non per alimentare morbose curiosità ma per rimettere lʼessere umano e i suoi bisogni al centro o, meglio, al di sopra di ogni norma e ogni dottrina. I seminari di qualche

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