VOLVER. scheda tecnica. Pedro Almodovar. Anno: 2006 Durata: 120 minuti Nazionalità: Spagna. Aníbal del Busto El Ranchito Eduardo Diaz

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1 VOLVER Anno: 2006 Durata: 120 minuti Nazionalità: Spagna scheda tecnica Regia: Soggetto: Sceneggiatura: Fotografia: Musiche: Montaggio: Scenografia: Costumi: Effetti: Interpreti: Produzione: Distribuzione: Pedro Almodovar Pedro Almodóvar Pedro Almodóvar José Luis Alcaine Alberto Iglesias José Salcedo Salvador Parra Bina Daileger Thorsten Rienth Aníbal del Busto El Ranchito Eduardo Diaz Penélope Cruz (Raimunda) Lola Dueñas (Soledad) Blanca Portillo (Agustina) Carmen Maura (Nonna Irene) Yohana Cobo (Figlia di Raimunda) Chus Lampreave (Zia Paula) Antonio de la Torre (Marito di Raimunda) El Deseo S.A con la partecipazione di TVE, Canal+ Espana, Regione Castilla-La Mancha, Presidenza della Regione Castiglia- La Mancha Warner Bros Pedro Almodovar Pedro Almodovar Caballero Nasce a Calzada De Calatrava (Toledo) Spagna il 25 settembre Frequenta le scuole elementari e medie a Caceres, nella Mancha, in istituti gestiti dai Salesiani e dai Francescani iniziando, nello stesso periodo, a frequentare freneticamente le sale cinematografiche. All'età di sedici anni, nel 1968, si trasferisce a Madrid con l'obiettivo di studiare cinema e girare film. Assorbita la delusione della chiusura (ad opera del regime franchista nei primi anni Settanta), delle Scuole di Cinematografia si mantiene vendendo oggetti usati al 'Rastro', il famoso mercatino delle pulci di Madrid. Quindi trova un impiego nella compagnia Telefonica spagnola e con i primi stipendi acquista la sua prima Super-8. Nell'azienda telefonica rimane per dodici anni come addetto al front-office: di giorno riceve i clienti, di notte scrive storie e collabora con vari giornali underground. Fra un ritaglio di tempo e l'altro, suona in un gruppo rock alternativo, 'Almodovar & McNamara', recita in gruppi teatrali d'avanguardia e gira cortometraggi con l'aiuto dei suoi amici. In

2 pochi anni diviene una star della 'Movida', il movimento pop-cultural che nasce e si sviluppa nella seconda metà degli anni Settanta della capitale spagnola. Esordisce alla regia di lungometraggi proprio agli albori della democrazia con "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio", girato in 16mm, gonfiato a 35mm ed arrivato nelle sale nel Nel 1986 è la volta di "Matador". L'anno successivo, con il fratello Augustin, fonda la propria casa di produzione, 'El Deseo'. Nel 1988 firma il suo primo vero grande successo di pubblico, "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", cui seguono tra gli altri "Légami" ('90), "Carne tremula" ('97), "Tutto su mia madre" (''99, vincitore dell'oscar, il Golden Globe, il César, e il David di Donatello come miglior film straniero e sette premi Goya) e "Parla con lei" (2002, candidato all'oscar come miglior film straniero e vincitore del César come miglior film dell'unione Europea e del Golden Globe come miglior film straniero) che gli fa guadagnare l'oscar 2002 per la miglior sceneggiatura originale. Filmografia: A letto con Madonna [1990] - attore Carne tremula [1997] - regia, sceneggiatura Che ho fatto io per meritare questo? [1984] - regia, Donne sull'orlo di una crisi di nervi [1988] - regia, Il fiore del mio segreto [1995] - regia, Kika Un corpo in prestito [1993] - regia, L'indiscreto fascino del peccato [1983] - regia, La legge del desiderio [1986] - regia, La mala educación [2004] - regia, Labirinto di passioni [1982] - regia, Legami! [1990] - regia, Matador [1986] - regia, sceneggiatura, soggetto Parla con lei [2002] - regia, Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio [1980] - regia, sceneggiatura, soggetto Tacchi a spillo [1991] - regia, Tutto su mia madre [1999] - regia, Volver - Tornare [2006] - regia, Penélope Cruz Penélope Cruz Sanchez Nasce a Madrid (Spagna) il 28 aprile Figlia di Eduardo (commerciante) e Encarna (parrucchiera), ha un fratello, Eduardo, e una sorella, Monica, affermata ballerina di flamenco. Fin da piccola costringe la famiglia a guardarla mentre balla e canta imitando le pubblicità viste in Tv. Decisa a diventare ballerina, studia danza classica al Conservatorio Nazionale di Spagna e in seguito si specializza frequentando la scuola di ballo di Angela Garrido, il corso di Danza Jazz di Raul Caballero e la scuola di ballo del Teatro di Cristina Rota a New York. A quindici anni, senza terminare gli studi, sceglie di tentare anche la via della recitazione. Lavora come modella, studia arte drammatica a Madrid e contemporaneamente viene scelta per interpretare vari telefilm, video musicali e come presentatrice di programmi per ragazzi sulla rete Tele 5. A sedici anni è già una star della televisione spagnola e nel 1992 debutta al cinema con "Prosciutto, prosciutto" di Bigas Luna e "Belle Epoque" di Fernando Trueba, vincitore di numerosi premi Goya (l'academy Award spagnolo) e dell'oscar per il miglior film straniero. Protagonista di molti film in patria, tra cui "Carne tremula" (1997) di Pedro Almodóvar e "Apri gli occhi" (1997) di Alejandro Amenábar, ha lavorato anche in un paio di produzioni italiane - "La ribelle" di Aurelio Grimaldi e "Per amore solo per amore" di Giovanni Veronesi, entrambi del prima di essere chiamata a Hollywood nel

3 1998 per recitare in "Hi-Lo Country" di Stephen Frears. Il 1999 è per lei l'anno della consacrazione internazionale grazie all'interpretazione di "Tutto su mia madre" di Pedro Almodóvar, vincitore di numerosi premi in tutto il mondo e soprattutto dell'oscar come miglior film straniero. Da allora "la encantadora" (come la chiamano in Spagna) lavora stabilmente oltreoceano e tra il 2000 e il 2001 è stata la protagonista di "Per incanto o per delizia" di Fina Torres, "Passione ribelle" di Billy Bob Thornton, "Blow" di Ted Demme e "Il mandolino del capitano Corelli" di John Madden, accanto ai migliori talenti dell'industria cinematografica statunitense (Matt Damon, Johnny Depp, Nicholas Cage). Del suo successo americano dice: "E' come essere a Disneyland. Passo da un'attrazione all'altra senza neanche far la coda!" La sua vita è oramai divisa tra la natia Spagna e la sua patria d'adozione, tanto che ha acquistato una casa a New York. Lontano dai riflettori è un'attivista delle cause umanitarie. Nel '97 è stata due mesi in Uganda per fare del volontariato, mentre dopo aver girato "Hi-Lo Country" ha donato l'intero ingaggio alla missione di Madre Teresa a Calcutta, dove ha passato anche un po' di tempo nel 1996 per aiutare i lebbrosi. Insieme ad altri personaggi famosi è tra i finanziatori della Fondazione Sabera (nata dalla mente del suo ex fidanzato Nacho Cano, cantante del gruppo spagnolo Mecano) che grazie al loro aiuto ha costruito a Calcutta una casa e una scuola per ragazze e una clinica per gli ammalati di tubercolosi. L' ha inoltre girato due documentari per la fondazione presentati alla Tv spagnola. La carità fatta agli esseri umani si estende anche agli animali, nella sua casa di Madrid hanno trovato asilo una decina di cani e gatti randagi. Nel mondo del gossip ha la fama di 'rovinafamiglie' e molte sono le relazioni con i suoi compagni di set attribuitele dalla stampa rosa. L' ha sempre smentito, ma rimane il fatto che dopo aver lavorato con lei Matt Damon si è separato dalla sua compagna Winona Ryder, Nicolas Cage ha divorziato da Patricia Arquette e Tom Cruise da Nicole Kidman. Tra le sue passioni c'è la fotografia e quando una rivista spagnola le ha dato l'opportunità di andare in Nepal per intervistare il Dalai Lama, con la sua macchina fotografica l' ha immortalato i volti dei bambini tibetani e questi ritratti sono stati esposti in una mostra a Madrid. Filmografia: Allegro ma non troppo [1993] - Amici di letti [2002] - Apri gli occhi [1997] - Bandidas [2005] - Belle epoque [1992] - Blow [2001] - Carne tremula [1997] - Chromophobia [2005] - Fra rosse [1994] - Gioco di donna [2004] - Gothika [2003] - Il mandolino Corelli [2001] - La Nina dei tuoi sogni [1998] - La voce degli angeli [1998] - Masked and anonymous [2003] - Nessuna notizia da Dio [2001] - Non ti muovere [2004] - Passione ribella [2000] - Per amore solo per amore [1993] - Per incanto o per delizia [1999] - Prosciutto prosciutto [1992] - La ribelle [1993] - Sahara [2005] - The Hi-Lo country [1998] - The loop [2006] - Il tulipano d'oro [2003] - Tutto è bugia [1994] - Tutto su mia madre [1999] - Un amore soto l albero [2004] - Vanilla Sky [2001] - Volaverunt [1999] - Volver - Tornare [2006] -

4 Carmen Maura Filmografia: 800 Pallottole [2002] - Alice e Martin [1998] - Assassini dei giorni di festa [2002] - Ay, Carmela! [1989] - Carretera y manta [2000] - Che ho fatto io per meritare questo? [1984] - Clara y Elena [2001] - Come essere donna senza lasciarci la pelle [1991] - Come essere infelici e esserne contenti [1993] - Donne sull'orlo di una crisi di nervi [1988] - El palo [2001] - La felicità è dietro l'angolo [1995] - Free Zone [2005] - Fuori le mura [1985] - Gli occhi bendati [1978] - Il Cid che fa incazzare [1983] - Il re del fiume [1994] - Intrighi e piaceri a Baton Rouge [1988] - L'indiscreto fascino del peccato[1983] - La comunidad intrigo al ultimo piano [2000] - La legge del desiderio [1986] - La regina anonima [1992] - Louis, enfant roi [1993] - Matador [1986] - Ombre in una battaglia [1992] - Parella de tres [1995] - Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del gruppo [1980] - Perversione [1974] - Perversità [1976] - Qué hace una chica como tú en un sitio como éste? [1978] - Reinas - Il matrimonio che mancava [2005] - Rottame [1991] - Sale grosso[1983] - Sii infedele e non guardare con chi[1985] - Sulla terra come in cielo [1992] - Tata mia [1986] - Tra cielo e terra [1991] - Valentin [2002] - Volver - Tornare [2006] - Il film raccontato dai protagonisti La parola a Pedro Almodovar Questo film è il mio ritorno più profondo alle origini, le mie origini. E' il tema che più mi tocca, e mi ha portato a provare qualcosa di molto particolare, una sorta di riconciliazione con le mie radici. Io sono nato nella mancha, ho vissuto a madrid e ho viaggiato molto, e questo film, più di ogni cosa, mi ha riconciliato con la mia stessa gioventù. In Volver parlo delle donne che avevo intorno a me quando ero bambino; furono loro a crescermi, gli uomini erano sempre nei campi e non li vedevo praticamente mai. Volver parla del modo in cui crebbi, ascoltando queste donne. Le sentivo cantare mentre camminavo con mia madre lungo le rive del fiume; la accompagnavo già da piccolissimo, ed è così che ho imparato molto sull'arte drammatica. Ci sono molti tra i ruoli che ho scritto che sono ispirati a mia madre o alle mie sorelle, personaggi saldamente ancorati alla realtà anche se appartenenti al mondo dell'immaginazione. Personaggi che generano storie straordinarie, in un modo che mi ha sempre sorpreso.

5 In questo momento della mia vita penso spesso alla morte che non è un pensiero piacevole. Io sono agnostico, non credo che ci sia nulla dopo anche se la morte è un idea che non capisco e non accetto. Tra la gente della Mancha dove sono nato invece il concetto della morte è un problema superato, il loro è un rapporto naturale senza tragedia. Ho scelto di fare questo film per impregnarmi anch io di questa cultura. La morte è protagonista del film ma lo è soprattutto la donna. Le donne sono la vera parte attiva di questa cultura. La scena che apre il film e riprende molte donne che curano le tombe al cimitero sono le vere donne che abitano quel villaggio. Sono loro che si occupano delle lapidi come fosse la loro casa. Io ho vissuto fino a 10 anni in un luogo così. Cerco di mantenere la stessa forza e la stessa energia degli inizi anche se ho a che fare con elementi diversi. Io venivo da una famiglia con pochi mezzi, quando sono arrivato a Madrid ho capito che dovevo forzare e lottare per fare i miei film anche solo in superotto. Anche se ora non ho più problemi economici cerco di avere la stessa passione per i miei film con cui ho sempre un rapporto fisico. Credo che la vita sia stata più generosa con le donne che con gli uomini perché le donne sono superiori anche fisicamente e lo si vede pure nei reality. Io so anche se è stato sempre negato che quando gli uomini sono andati sulla Luna si erano preparate anche un gruppo di donne, donne astronaute che nei test sono risultate più forti ma poi non sono state fatte partire. Tenere una casa credo sia molto più difficile tra figli, soldi e vicini che governare un paese. Alla prima bozza della sceneggiatura, non avevo in mente queste attrici. Anzi, avevo pensato a Penelope, ma per il ruolo di Paula, la ragazza. Poi il film si è evoluto e ho iniziato a vederla nel ruolo della giovane madre. Poi arrivarono a bordo Carmen e Lola. Ma tutte fecero audizioni che mi servirono ad allontanare i dubbi che avevo, perchè sentivo di non conoscerle veramente come attrici. Furono fantastiche, e capii subito che non avrei potuto fare questo film senza di loro: devo molto a queste interpreti, e le ringrazio ora pubblicamente. Per me ogni film è un'avventura, non so dove porterà, è impossibile sapere come si evolverà prima di iniziare a girare. Quello che posso dirvi è che quando sui lavora ad uno script non si ha un singolo neurone libero per pensare ad altro che a quello, figurarsi pensare a futuri premi o palme d'oro. Quando scrivo, l'importante per me è la passione per la storia che sto raccontando. Finché trovo quella, continuerò a fare film: è questo il mio stimolo, non l'ambizione di vincere premi. Sono graditi, ma non sono ciò che mi motiva. La chiesa sbaglia sempre perché parlare tanto del Codice da Vinci è come fargli una promozione. Noi in Spagna sappiamo bene cos è l Opus Dei, una seta che ha da noi ha streto un aleanza con il Fronte Popular di Franco. La chiesa èuna vera forza politica. Dal pulpito i preti lanciano anatemi contro le leggi che riguardano le unioni tra omosessuali, non riconoscono che la scuola pubblica è multietnica e quindi laica. Mai come oggi la Chiesa è completamente contro e lontana dalla realtà. Con il Codice da Vinci si è comportata nella stesa maniera L Opus Dei. Io steso ho conosciuto padri che facevano parte del Opus Dei e che obbligavano i figli ha portare il cilicio mentre studiavano.

6 La parola a Penelope Cruz Mi piacerebbe incontrare un fantasma, ma purtroppo non mi è mai successo Sono contenta di essere a Cannes anche se qui non è facile rilassarsi. Sono felice di essere qui con Pedro che mi fa tanto ridere. Oggi lo vedo contento. Pedro che è l'unico regista che non mi deve far leggere il copione. E' l'unico al mondo. Ha una testa piena di idee, lui mi dice e io faccio. E fin'ora ha sempre fatto bene. C'è un solo, unico Pedro Almodóvar. Scrive per donne che hanno 14, 35, 50 o 80 anni: questo film è un perfetto esempio di ciò, tanti personaggi femminili di età diverse. Sono certa che la mia carriera non sarebbe stata la stessa senza Pedro, la mia vita non sarebbe stata la stessa. Spero che nel futuro questo rapporto continui. Sono felice e grata delle possibilità che ho avuto altrove; ho lavorato per sette anni negli Stati Uniti, per quindici in Europa, ma Pedro rimane l'unico davvero eccezionale capitolo della mia carriera. Tutti si soprendono di come Pedro sia in grado di capire le donne. Ed è vero, è straordinario come ci osservi, sembra che sappia esattamente cosa proviamo. Ci sono cose che non gli ho detto, segreti che non ho mai rivelato. Eppure, quando mi guarda, so che in realtà sa tutto prima ancora che lo dica. Conosce ogni particolare, ogni aspetto dell'essere donna, e ha il coraggio di mostrare ciò che vede senza mai giudicare. E' incredibile. Pedro ha voluto che rivedessi i film neorealisti italiani e trovassi ispirazioni in quelle immagini di maternità. Di sicuro preferisco questo modello di donna anche perché mi permette di mangiare tanta pasta che adoro come è anche accaduto per il film di Sergio Castellitto dove sono dovuta ingrassare due o tre chili. Per me l'italia è una seconda casa e la famiglia di Sergio Castellino (con cui ha girato Non ti muovere) è una seconda famiglia. Quando arrivo a Roma, non so perché mi sento come se in un'altra vita fossi stata italiana. La mia casa e la mia famiglia a cui sono molto legata, soprattutto a mia madre, a mia sorella, è a Madrid. Ora con il passare del tempo mi sento a casa anche un po' a Los Angeles dove mi sono sistemata la mia casa con un gatto, gli amici. Tornare a casa però è andare a Madrid. La parola a Carmen Maura Ritrovare Pedro dopo diciassette anni è stato facile, lavorare con lui oggi è un miracolo. Allora quando ha iniziato io stavo al Teatro Nazionale e tutti mi sconsigliavano di lavorare con Almodovar. Mi dicevano che era troppo moderno e io mi sarei rovinata la carriera. Ma a me non importava nulla. Ero sicura che sarebbe diventato famoso, ricco no. Su quello non avrei scommesso. Quando ho letto la sceneggiatura di Volver ho capito che mi si stava facendo un bellissimo regalo, seppur nella forma di un ruolo piuttosto difficile. Sapevo di avere corso già dei rischi prima, negli altri film con Pedro, quindi ero tranquilla. Quando ci incontrammo per le prime prove, fu tutto come sempre: lui dice cosa devi fare e tu lo fai. Io comprendo a pieno questa storia, il suo spirito. E capisco lo humour di Pedro, quella commistione di commedia e tragedia.

7 Non è esatto, era uno spettacolo di cabaret in cui interpretavo la Monroe in un piccolo ruolo. Il coreografo del teatro, davvero bravo, mi insegnò tutto su di lei, in particolare la camminata e a muovere il culo come solo lei sapeva fare! Marilyn possedeva una vitalità e una generosità uniche, era dotata di una iper-femminilità debordante, era la donna più femminile del mondo, come un transesuale, che secondo me è più donna di una vera donna. Imparare le movenze di Marilyn mi ha dato un apporto fondamentale per interpretare davanti alla macchina da presa il personaggio di Tina in La legge del desiderio. Nella mia famiglia un mio vecchio antenato da parte di madre era un politico conservatore molto rigido, ma questo non ha influito sulla mia carriera. A 25 anni ero già sposata con un figlio, recitavo in una gruppo teatrale amatoriale a Madrid quando fui presa da Pedro per il ruolo di Pepi. Per me recitare era il futuro, ero osteggiata molto da mio marito al inizio, ma non ero una buona donna di casa nè una brava cuoca. La mia famiglia ha combattuto a lungo la mia scelta di lavorare per un film forte come Pepi, ma si è iniziata a placare quando ha visto che iniziavo a guadagnare e dopo dieci anni di lavoro ho lavorato anche in televisione come presentatrice. Venivo riconosciuta per strada e la gente ha cambiato subito il suo approccio al mio lavoro e con loro anche la mia famiglia. Io sono un atrice che non ama parlare molto con il regista del personaggio da interpretare. Se inizio a scavare troppo con le parole e le spiegazioni da Actor s Studio inizio ad avere paura, mentre la recitazione per me è un gioco. Con Almodovar non parliamo quasi mai prima di girare, basta leggere attentamente lo script, impararlo e immaginarlo e il personaggio ariva, l immedesimazione non è un processo difficile, è un gioco, dove il dramma è decisamente più semplice da interpretare piuttosto che la commedia. Tutto dipende sempre dal rapporto che si instaura con il regista. Io comunque applico poche semplici regole durante il periodo delle riprese: studiare bene il ruolo, dormire abbstanza, arrivare puntuale sul set, imparare bene i segni che lascia il direttore della fotografia per terra e soprattutto obbedire al regista. Mi ritengo molto pratica! Ogni attore o utilizza un procedimento diverso per l immedesimazione. Ho speso parlato del metodo recitativo con Victoria Abril, che ritengo una delle mie attrici preferite, ma abbiamo due procedimenti completamente diversi. Io per esempio per interpretare una pazza, non ho bisogno di vivere un anno in manicomio! Una buona, come dicevo, deve avere una vita sana e non deve avere paura del ridicolo. Il talento è una cosa naturale ed è in asoluto l elemento principale, senza cui non si può intraprendere una cariera nela recitazione. Bisogna vivere le esperienze e assorbire ogni cosa da esse: interpretando una donna della Mancha, ho messo in gioco ciò che avevo in passato vissuto in quella regione e le donne che avevo conosciuto. Il primo personaggio che gira con Pedro fu molto difficile per me, Pepi, nelle scene in cui faccio pipì, ma sopratuto quando alzando la gonna, pronuncio la frase Che te ne pare di questa coniglieta in umido?, una vera oscenità per il tempo, davvero imbarazzante. Una scena che abbiamo dovuto girare quattro volte e per me ogni volta era uno strazio! Un altro momento dificile per me fu al inizio de La legge del desiderio (in cui interpretavo un transessuale) nella scena in cui parlo con mio fratello. Ma tutto filò abbastanza semplicemente, dato che Almodovar aveva subito capito che tipo fossi e senza tante spiegazioni non mi faceva fare molte ripetizioni e soprattutto non facevamo prove. A lui devo tuto, devo l inizio dela mia cariera, è parte integrante dela mia vita. Siamo stati lontani quasivent anni, con lui avevo già lavorato su sete film, in tuto dieci anni di viaggi intorno al mondo per le promozioni. Davvero pesante il periodo della promozione,

8 spesso sei costretta a parlare bene e con entusiasmo di film che non ti sono piaciuti, con registi con cui hai lavorato male e anche con Almodovar dopo tanto tempo vicini qualcosa si è spezzato. Era inevitabile che l amicizia scoppiase, portando ognuno lungo cammini diversi che si sono incontrati di nuovo quando mi ha fatto uno dei più bei regali della mia vita: la sceneggiatura di Volver. Ora abbiamo vite che non si incontrano, l amicizia tra noi non si potrà mai veramente ricostruire, ma lavorando insieme ci divertiamo ancora come una volta. La Spagna è molto cambiata, ma io farei risalire tutto a prima di Zapatero, alla morte del Generalissimo Franco. Da allora la Spagna è entrata in un processo di democraticizzazione di cui fa parte Zapatero, che spero riesca a fermare l Eta per sempre. Penso che, come la legge per i matrimoni tra omosessuali, la legge che permete l adozione anche ai transessuali (approvata in Spagna poco tempo fa) arriva tardi per la dignità delle persone. Se una persona nasce con un corpo che non sente suo, ha il diritto a essere come vuole, come si sente e girare con il passaporto con il nome che si sente addosso. Voi in Italia avete il Papa, difficilmente potrete vedere promulgare leggi del genere, penso proprio che il Papa sia una vera croce! Ay Carmela di Carlos Saura ha rappresentato uno dei momenti più felici della mia vita, uno dei 2-3 film più importanti della mia carriera e della mia vita personale. Sul set si rideva, si scherzava continuamente, pur essendo un film ambientato durante la guerra, dovevo cantare e balare e l atmosfera era sempre felice. Lo steso Saura, che è conosciuto come un regista molto serioso era molto simpatico, aperto. La prima volta che mi vide per il provino mi disse Tu sei perfeta, mentre molti registi dopo i film girati con Almodovar pensavano che non potessi interpretare altri personaggi se non i suoi. I premi li amo enormemente, mi piace sentire intorno persone contente per me, tutti ti vogliono bene, mio figlio, mia figlia, la donna delle pulizie. Il mio premio maggiore è la gente per strada che ti ringrazia per averla fatta ridere, piangere, emozionare, a me i premi piace riceverli, ma piace soprattutto consegnarli, mi dà felicità vedere tutti felici! Sono comunque basati sulla più assoluta casualità, naturalmente non penso di essere la migliore se ricevo un premio, so di essere una buona, ma il nostro è un mestiere che va alla giornata: una volta si può fare un buon lavoro e il giorno dopo incappare in una interpretazione di merda! Come regola mi sono sempre basata sul fatto che non bisogna prendere il lavoro del atore seriamente, si diventa pazzi: la mia cariera è al insegna del relax, dopo i primi tempi pieni di problemi personali. Fra le attrici italiane sicuramente mi hanno ispirato Anna Magnani e Giulietta Masina, due vere donne prima che due attrici. Solo un gradino sotto metterei Sophia Loren, ma ho sempre apprezzato anche le sue interpretazioni. Se devo pensare a dei film che mi sono divertita a fare, penso sempre ai set dove mi sono divertita di più e ai film dove questa atmosfera traspare senza orpelli: La legge del desiderio, Ay! Carmela e La comunidad. Lavorare anche con Alex de la Iglesia è stato davvero fantastico, è come un bambino, gioca con tutti, rende ogni cosa divertente e facile.

9 Le recensioni Stefano Selleri Dopo la Passione narcisistica de La mala educación, la Resurrezione della carne e dell'anima. Volver inizia come un vaudeville (la pulizia delle tombe a suon di zarzuela) e prosegue oscillando con civettuola levità fra i sapori piccanti (e non sempre paradisiaci) della farsa e la composta amarezza della tragedia classica: seguendo, come sempre, le piste occult(at)e che guidano a un dolore rimosso, il regista spagnolo realizza una ghost story sui generis che guarda al passato, da Tacchi a spillo (madri assenti, giovani assassine e scarpe fatali in salsa mélo) a Il fiore del mio segreto (la moltiplicazione fittizia dei piani del reale, il ritorno al paese natale come palingenesi), da Kika (l'attacco frontale alla pornografia dei sentimenti) a Tutto su mia madre (l'affresco integralmente femminile, con gli uomini a far da strumenti del destino o da improbabili alibi sentimentali), associando il sempiterno feticcio Carmen Maura (perfetta, al pari del resto del cast) all'esplicito omaggio ai maestri (dopo il Buñuel di Carne tremula, è la volta di Visconti). A mutare radicalmente è il tono complessivo: il grottesco è confinato ai margini del racconto (il funerale campestre con gli uomini torvi e le prefiche sventaglianti), i personaggi sono descritti con millimetrica esattezza ma anche con totale indulgenza, le frecciate contro preti e proibizionisti sono ridotte ai minimi termini, l'elemento fantastico è affrontato con una "ragionevolezza" di sibillina coerenza (ma una dissolvenza al nero, collocata prima dell'epilogo - inutilmente? - chiarificatore, sembra indicare la riluttanza del regista a cancellare completamente ogni possibile ambiguità). Se un simile approccio può dispiacere ai fan dell'almodóvar più infuocato, la maggiore morbidezza del contenuto non rende meno affascinante la forma, un trionfo di colori accecanti ed eclissi inesorabili (la forza plastica, e per nulla fine a se stessa, della sequenza delle "pulizie domestiche"), un mondo di trovate piacevolmente dissacranti (la tomba di Paco) e ritratti di mirabile sintesi (le solitudini simili e profondamente diverse della zia Paula e di Agustina, le clienti di Sole con il loro chiacchiericcio vacuo e rivelatore), un gioco di smisurato artificio (la canzone di Raimunda, magnifica ripresa delle parentesi musicali di Parla con lei), cornice ideale per il ritorno di un rapporto mancato. La nudità e il silenzio si addicono a questa miniatura pienamente manchega (i mulini a vento...), solo a tratti appesantita da deviazioni non propriamente necessarie (il ristoratore galante, l'orrendo salottino da piccolo schermo) e dall'alterna colonna musicale firmata da Alberto Iglesias. Luca Pacilio A tornare è il sedicente fantasma del primo cinema di Almodovar (che in fondo è un unico feuilleton che propone anno dopo anno nuove puntate), è lo sguardo primario che alcuni pensano morto e che invece continua a colpire, nascosto sotto il letto della citazione, della costruzione inappuntabile, dei rimandi milimetrici. Il pasato torna dunque in questo romanzone che è l opera tutta dello spagnolo e non può che assumere le fatezze del antico feticcio del regista (l icona Carmen Maura resuscita, letteralmente, telenovelisticamente): Irene/Carmen è la madre di Raimonda e di tutti i personaggi di questi ultimi anni, il sangue e il desiderio che furono confluiscono infatti nel desiderio e nel sangue che sono, poiché se è vero che il tempo passa è vero anche che il labirinto delle passioni porta sempre alla stessa destinazione: genitori e figli - con le loro molteplici identità - sono marchiati dallo stesso destino, in questo come in altri film. E nel connubio di vecchio e nuovo (come in La mala educacion il miglior Almodovar dai tempi del capolavoro Il fiore del mio segreto) il cineasta, smarcato completamente l algore teoremico e inaspetatamente routinario del unico mezzo passo falso di una carriera da incorniciare (Parla con lei), si muove da gran signore della scena nella programmatica, finta sgangheratezza di un melodrammone (la compattezza è nello stile!) in cui fa parlare i morti (intendendo anche i tanti cineasti citati), balla sul confine realtà-fiction infischiandosene bellamente di entrambi e omaggia le sacerdotesse del suo Tempio-Film. Pedro dimostra di sapere sempre come far agire queste sue donne, riservando agli uomini al massimo un coltellaccio in corpo o un approccio amoroso che

10 nasce e muore al bancone di un bar (e basterebbe lo schizzetto del giovane che flirta con Raimonda, imprigionato tra le sbarre di un soggetto che non può proprio concedergli di più, a dire della superba implacabilità del autore nel delimitare il campo d azione dele pedine sula sua scacchiera filmica). Continua dunque a impressionare la lucidità di Almodovar nel mettere in gioco il cinema, non soltanto suo, ma anche quello di cui si è sempre nutrito (la Cruz fa la Loren e la Maura la Magnani anche se Bellissima in tv è una sottolineatura fin troppo vezzosa -), la magistrale abilità nel farne apparato vitale nel organismo del suo lavoro, la naturalezza con la quale espone l inelutabile corso di un opera che - oggi che il furoredi vivere del regista pare esaurito, convertito com è in puro furore creativo -, onorando la sincerità, non può che ri-guardarsi, riflettere su se stessa, su colui che l ha concepita mantenendo comunque intato il suo appeal popolare. E un Almodovar sfacciatamente artificioso e autoreferenziale quello che ci propone Volver; un Almodovar che, proprio perché così spudorato si dimostra più autentico, più vivo che mai. Luca Baroncini C'era un tempo in cui Pedro Almodovar rappresentava uno sguardo obliquo sul mondo in grado di intercettare un sentire contemporaneo messo a tacere dalle convenzioni. Ogni suo film, anche i più sgangherati, trasudava vitalità e passione. Può sembrare uno slogan buttato lì superficialmente a posteriori, ma con le sue opere, e insieme ai suoi personaggi, "si piangeva e si rideva" per davvero. Con il passare degli anni il suo sguardo si è affinato, ma la spontaneità e il piglio ruspante hanno ceduto il passo alla cerebralità. Quasi come se il timore di dover soddisfare le aspettative di un pubblico sempre più ampio e di critici sempre più esigenti avesse in qualche modo imbrigliato la sua creatività. Sta di fatto che anche Volver, come le ultime, acclamate, opere (diciamo a partire da Tutto su mia madre) soffre di un manierismo narrativo in cui è il calcolo a dominare la scena e dove il tragico carosello di varia umanità passa senza lasciare particolare traccia. Le solite donne forti e volitive devono vedersela con uomini assenti o spregevoli, meritevoli al massimo di una poco più che comparsata. La famiglia è il luogo da cui tutto parte e a cui tutto ritorna. Non mancano inoltre alcuni topoi del regista spagnolo, come la solidarietà femminile, la prostituta dal cuore d'oro, la marijuana, la critica alla televisione, oltre agli omaggi (Penelope Cruz come Sophia Loren) e alle citazioni (Anna Magnani, icona di tutte le mamme, bravissima ma basta!!!). Il melodramma che ne viene fuori, pur nella consueta cura formale con cui Almodovar cerca il bello in ogni inquadratura, arriva perciò raggelato, incapace di scaldare i cuori nonostante tutto accada. Sembra più di assistere a un teatrino artefatto e ponderato al millesimo che al flusso casuale della vita. La scansione degli eventi si mantiene leggera, ma colpi di scena, omicidi, malattie e confessioni si succedono nell'indifferenza. La mancata (o eccessiva?) misura deriva da una sceneggiatura calibrata ma contratta e da una regia formalmente ineccepibile ma incapace di affrancarsi dalla razionalità. Le interpreti si danno con convinzione ma non sempre paiono adatte al ruolo: la Cruz è troppo sofisticata per il personaggio di Raimunda e Lola Duenas, utilizzata sottotono, spreca il potenziale comico in un'unica espressione di smarrimento. Si finisce così per non ridere e non piangere, ammaliati da un'atmosfera caliente e ineluttabile che promette senza però riuscire a trasformare il grottesco in sferzanti tracce di vita. Emanuele Di Nicola Se Volver ci restituisce un Almodovar di legittima fatuità, in questo film il regista tenta di fregarci: niente di male - anche il bellissimo La mala educacion era un balocco modellato sui frantumi di Vertigo -, cadiamo volentieri nello scherzo se orchestrato a dovere. Non qui. Volver è un riciclo: di fatti, messinscena, personaggi e situazioni almodovariane (il catalogo sulla filmografia del regista, acutamente ripasato da Seleri, è un macigno sul intera pelicola) che può spacciarsi per nuovo solo al occhio guercio più distrato, smascherandosi subito come un quaderno di stereotipi nei caratteri (un marito maniaco e alcolizzato, una prostituta dal cuore d oro), nela leterale meccanica narrativa (Paco tenta di stuprare la figlia, lei lo uccide, Raimunda occulta il cadavere) e addirittura nei nodi - che si vorrebbero - più sottili (incesto e morte violenta del coniuge si ripetono nel ciclo generazionale, a lezione da Drowning by Numbers). Volver non è girato bene: irrimediabilmente

11 inferiore alla media di Pedro - esclusa la folgorante apertura della danza cimiteriale -, tenta di confodere le acque con la consueta orgia di colori ma quando prepara il colpo si limita al innocuo capriccio (mentre lei lava i piati, la camera dal alto si fisa sula generosisima scolatura dela Cruz: siamo a questi liveli). Nel asente storia di presenze, che si fa binocolo sugli affari di famiglia, che si fa ricognizione sul folklore spagnolo, che ci facciamo una grassa risata, il regista gioca in casa - un classico cast femminile che conosce bene la sua fascia di pubblico - e a quello si limita, risultando palesemente fulminato da vuoto d idee che lo conduce ala sfacciata ripetizione, più volte, della stessa sequenza (Raimunda si reca a casa di Sole, che tenta di nascondere la presenza della madre), spremendo tutto lo spremibile per reggere dieci minuti in più in virtù di mezza trovata. Almodovar è un genio (secondo lui) e si sente in dovere di spiegarlo, da qui l invetiva contro la televisione - a livello sia verbale che figurativo - dove le ripetute frecciate sembrano voler dire: Quella è la Tv spazzatura, questo è il MIO film, vi mostro dov è la diferenza. Siamo sicuri? L ovvietà del plot, il pilota automatico degli interpreti (Maura, nele mani di Almodovar, è ormai alla rovina) e soprattutto la colata di miele che chiude bonariamente la vicenda non paiono tanto dissimili dal inquinante pochezza telecomandata. Certo è che, se occore (de)ridere per uno spettro sotto il letto e/o un accento russo contraffatto, si inciampa allora nella stessa, sconfortante trivialità. Penelope Cruz è scatenata nel vuoto. Torna, Pedro. Priscilla Caporro Caciarone quanto basta per asordare lo spetatore, Almodovar buta sulo schermo colori in libertà, macchiando la scena con i toni caldi del rosso, del giallo, alternati al nero e al bianco. Sgargiante e rumoroso come la Spagna dei piccoli paesi, Volver è uno spaccato surreale della vita di una famiglia. I meccanismi però non ingranano, cigolano senza pietà, e il risultato è uno stentato percorso che gioca in bilico fra il sogno e la realtà, tentando frizzanti virate umoristiche che nella maggior parte dei casi falliscono. Nonostante ciò il film non è così disprezzabile: Almodovar tende bene i fili della propria identità, costruisce un film a sua misura e si diverte a rimettere in gioco i temi che lo hanno reso celebre. Dalla marijuana all incesto, dala malatia al rapporto materno, il regista mischia le carte in tavola e tenta il colpaccio, insaporendo le solite scelte stilistiche con il gusto agrodolce di una commedia brillante dai risvolti drammatici. Il problema è che il risultato finale non appare spigliato e solare, ma laccato e costruito, immobilizzato in una quanto mai falsa briosità. I personaggi non sono né stereotipi né eseri reali e si muovono inconsultamente; l atmosfera che si vorebbe calda viene coperta da brina narativa, mentre le immagini si svuotano di ogni fascino. Imposibile capire cosa posa esere andato storto: forse un eccesiva marcatura di certi elementi della pellicola, la rappresentazione di un mondo troppo ridondante, la stanchezza per un film che in fondo non si alontana troppo dal solito Almodovar? Senso atanagliante di delusione. Hans Ranalli Pochi registi come Almodóvar hanno saputo far accettare le proprie ossessioni al gusto di massa garantendosi una statura autoriale immediatamente riconoscibile. Rovescio di questa medaglia è la rocciosa fedeltà del pubblico a una determinata poetica; poco importa se i film della nuova maniera più o meno slegata dal antica, a volte in aperta polemica con quela coprono un arco di tempo equivalente e un numero di film non di molto minore: sempre si odono lamentele sul fatto che il grottesco e il surreale, un tempo felicemente ridondanti, fanno oggi capolino come ingredienti fra molti, in una miscela ove il peso maggiore va ala malinconia, al amarezza, a una concezione non più solare ma oscura della passione. Ombre sempre più fitte si addensano in effetti nel cinema del manchego, ed egli le abbraccia con ammirevole determinazione. Quando si sente libero da soverchianti istanze d inflazione narativa e di turgore drammatico dispiega i toni uniformi, cechoviani della sua commedia umana, altrove offuscati dalle intemperanze diegetiche o dal disegno fosforescente dei personaggi: il coro policentrico; le beghe e gli intrighi frammentari; la ritualità funerali, riunioni di famiglia, feste, scampagnate quale snodo rivelatore di un umanità scontrosa, appassionata, sofferta; la mescolanza dei generi spinta al punto da rinnegarli; il tempo

12 che deteriora ogni cosa e insieme la eterna in memoria inesorabile; il paradosso quale regola del vivere; gli accenti quasi distrati dela satira; il quotidiano e l ironia a neutralizzare il tragico. In un contesto tanto curato ma poco appariscente (nei primi minuti del film, senza dare importanza a nessun elemento in particolare vengono stabiliti in un fluire di luoghi, atmosfere e conversazioni i temi conduttori e i caratteri e le relazioni dei personaggi), il peculiare epos almodovariano scivola sempre più nella poesia del consueto: i fantasmi si nascondono sotto i letti, interrogativi decisivi sono agitati mentre ci si tinge i capelli, la vita e la morte vengono fronteggiate mentre si pulisce la casa, si accudisce una malata, si sbuccia una pera. Coerentemente, al pathos un tempo fiammeggiante della sua poetica Pedro mette oggi la sordina; sono emblematici il tono asciutto con cui viene presentato il tema della malattia anche grazie ala continua antifrasi del aspro rapporto di Agustina con Raimunda e quello dolente della rivelazione finale. Pure il grotesque subisce una sorte simile, ogni suo accenno spento in un duro realismo: si pensi alla scena della trasmissione TV, che ha suscitato al regista accuse di fiacca ripetizione di se stesso. Se non è la prima volta che egli accusa la trash-tv, qui si avverte un decisivo spostamento del atenzione dala volgarità ala disumanità; il concentrarsi sugli sguardi delle protagoniste, che dialogano con quello ferito di Agustina, è il controcanto a quella gogna, e non si può ridere né col suo pubblico né di esso, ma solo accogliere come una liberazione il gesto silenzioso che ne spezza il giogo. Per quanto s è deto, Almodóvar davvero non ci sembra un autore a corto di idee che ricicla stanchi frammenti della sua arte. Piutosto, l ha trasformata lentamente fino a rovesciarla; il vitalismo fatalista e dionisiaco (in nome del quale bisognava accettare, con scandalo dei benpensanti, incesti stupri e omicidi) con cui raccontava la potenza della passione è oggi foriero di sciagura; così, non solo il mélo diventa reticente le scene madre sono annegate in un timbro cinereo o trascurate in favore del trasporto di frigoriferi e cadaveri, dei conti della spesa, della cura meticolosa dei defunti e provvida dei vivi ma la sensualità deve essere ostracizzata perché affetto e solidarietà e allegria e costruttivi rapporti abbiano spazio. Una concezione drastica, senza dubbio. Il desiderio ignora la fedeltà, diserta le promesse, nega la soggetività del altro; il seso è violenza, inganno, meccanica umiliante, penosa routine, ed è quasi sempre associato a una maschilità sopraff od ottusa. Quando i maschi conducono il gioco, si rendono responsabili di ogni nefandezza: qui come in Tutto su mia Madre o in Parla con Lei; ne La Mala Educaciòn, il corto circuito del elemento maschile dovuto al omosessualità conduceva poi al tetro trionfo del sadomasochismo e della morte, inferta interminabilmente fin dopo la morte stesa, e senza che la sublimazione del arte riuscise a spezzare quel vortice infernale. Simmetricamente, progredisce l idealizzazione di un universo femminile che amministra la giustizia (anche irrogando la pena di morte) senza restare schiavo del odio (la tomba lungo il corso del fiume), rispeta la tradizione ma non vi edifica pericolosi sofismi, si adegua al cambiamento e coglie il volo delle occasioni; universo dal quale la sensualità è bandita. L immagine del seno dela Cruz mentre lei lava il coltelo col quale sarà ucciso il marito, dice di una femminilità generosa ma che ha scartato eros e scelto agàpe; è solo il nostro sguardo, come quello del giovane della troupe cinematografica, a proiettarvi il proprio desiderio famelico. La citazione del film Belissima è in questo senso significativa: si è scelta l inquadratura in cui la matura femminilità dela Magnani, resa saggia dal esperienza, trova serenità nel ambiente famigliare purgato dalla vanità e dalla gratificazione erotica, e riconciliato nella cura parentale. La social catena; le radici; il ritorno; la riconciliazione: sono temi decisivi del secondo Almodóvar, qui esposti in una summa che si arricchisce di una nota dominante: il confronto coi morti, con la morte. La tinta funebre già distesa su Parla con Lei, che la trama noir de La Mala Educaciòn accentuava quasi con livore, in Volver è quieta disperazione, lo scioglimento drammatico solo apparentemente recando il solievo che lo spetatore anela. Sono sola, come sempre, Come ho fato a vivere tuti questi anni senza di te? : confessioni di ciascuna figlia ala madre rediviva, materializzazioni di un sogno inappagato. A un primo livello di lettura il fantasma non è un fantasma, ma da tracce visive (la dissolvenza a cui accenna Seleri, la luce di cui è bagnata l ultima apparizione) e verbali (l insistenza sul sogno ; l ultima batuta) il film si rivela una seduta medianica che sfocia nel compianto: Almodóvar conversa coi morti, ma il dialogo e la riconciliazione che essi consentono sono autoinganni consapevoli. Solo un tenue velo, oggi, separa

13 l autore dala vertigine in cui sprofonda il dolore. Marzia Gandolfi Raimunda, una giovane madre de la Mancha, trova rifugio dal suo passato a Madrid, dove vive col suo compagno Paco e la figlia adolescente, Paula. Durante un tentativo di abuso da parte del patrigno, Paula lo pugnala a morte. Scoperta la tragedia, Raimunda 'abbraccia' la figlia e la legittima difesa, coprendo l'omicidio e occultando il cadavere. Questo evento disgraziato rievoca fantasmi dolorosi e mai svaniti. Dall'aldilà torna Irene, sua madre, a chiederle perdono e a riparare la colpa. A tornare in questo film di Almodóvar, come suggerisce il titolo, sono anche le sue attrici: ritorna Carmen Maura, non più donna sull'orlo di una crisi di nervi ma fantasma sull'orlo dell'aldiquà; ritorna Penélope Cruz, figlia e madre dopo Tutto su mia madre. Qualcuno ritorna e a qualcosa si ritorna: al cinema degli esordi, Che ho fatto io per meritare questo?, film di ambientazione popolare così prossimo a Volver, dove Carmen Maura esasperata uccideva il marito fedifrago; alla terra, la Mancha, regione dei mulini a vento e del picaresco su cui soffia incessantemente il solano, il vento dell'ovest che rende pazzi e che incendia boschi e cuori. Terra mancega, che ha generato Almodóvar, per un film mancego, che ha concepito cinque profili femminili rivelatori, in atto o anche solo in potenza, della grazia della maternità. Condizione femminile che comprende simultaneamente il materno e il natio, l'origine, il luogo in cui tutto comincia e a cui tutto ritorna. Madri, figlie e sorelle che bussano alla porta accanto dove trovano vicine generose e singolari come Augustine, che non manca mai di soccorrere, di solidarizzare e di contribuire all'economia anche affettiva della famiglia protagonista. Le donne sembrano bastare e bastarsi in questo film al femminile, dove gli uomini sono portatori di un dolore ancestrale che impongono incuranti a mogli, figlie e nipoti. Almodóvar le riunisce tutte insieme, chiamandole al di qua dall'aldilà, intorno ai tavoli, lungo i fiumi, dal parrucchiere, affinché i morti assistano i vivi, affinché le madri accudiscano le proprie figlie, "bellissime", come quella viscontiana della Magnani che Carmen Maura guarda alla televisione. Una stella per la grazia creativa di Almodóvar, un'altra per la "resurrezione" di Carmen Maura e due per gli occhi neri di Penélope, quando lacrimano e quando si colmano senza versarsi. Alberto Crespi Finiamola qui: diamo la Palma d'oro a Pedro Almodóvar e torniamo tutti a casa. Sarà difficile vedere a questo festival un film più bello di Volver; e poi, Pedro corteggia leoni e palme invano da più di trent'anni. Qui a Cannes. avrebbe meritato di vincere già con Tutto su mia madre, ma il massimo premio sarebbe ancora più giusto per Volver, che chiude un ciclo nella sua carriera, un viaggio verso la semplicità che l'ha portato a girare il suo film più secco e più personale. Almodóvar è stato per un paio di decenni un grande «eccentrico» del cinema. Piaceva perché liberava il cinema spagnolo da mille lacciuoli imposti dal franchismo ed esprimeva in modo sfacciato l'anima della movida. Con lui. irrompevano nel cinema spagnolo i gay, i trans e le donne in crisi di nervi; e pareva, lui stesso, un cineasta-freak uscito dai suoi film, come se non ci fosse il minimo stacco fra l'opera e l'autore. Con Tutto su mia madre, la svolta: il film era insieme divertentissimo e toccante, e calava i personaggi estremi in un vissuto sincero e doloroso. Parla con lei e La mala educacion hanno confermato la tendenza; Volver, la esalta, cancellando ogni stravaganza (qui i personaggi sono quanto di più «normale» e quotidiano si possa immaginare) e raccontandoci la Spagna di oggi con una verità, e un umorismo, degni di un De Sica. Anche se meno «fiammeggiante» dei precedenti, Volver è il film più bello di questa fase, quindi tenetevi, l'affermazione è forte - il suo capolavoro. «Volver» significa «tornare». Per Pedro, è il ritorno alla Mancha. la terra dove è nato, dove il vento fa impazzire la gente (e i mulini, come ben sapeva Don Chisciotte) e dove mediamente le donne vivono 20 anni più degli uomini. È qui che «tornano» Raimunda e Soledad, due sorelle inurbate a Madrid, per rivedere la tomba dei genitori (morti anni prima in un incendio) e far visita a una vecchia zia rimbambita. convinta che la sorella morta viva ancora con lei. In realtà la zia non è l'unica a pensarla così: anche Agustina, una vicina che si fuma la «maria» coltivata in giardino, giura di vedere regolarmente la defunta. Raimunda e Soledad tornano a Madrid convinte

14 che al paesello siano tutti pazzi. Ma la pazzia arriva anche in casa loro. Paula, la figlia 14enne di Raimunda, ammazza quel fannullone del padre, che ha tentato di stuprarla; Soledad, dopo varie vicissitudini, si convince che il fantasma della madre l'ha seguita a Madrid. Pian piano scopriremo che i padri non sono padri e che i fantasmi non sono fantasmi.., ma ci fermiamo qui, per non togliervi la sorpresa di un film scritto magistralmente e recitato da una squadra di donne una più brava dell'altra: Penelope Cruz, Lola Duenas. Bianca Portillo e l'incredibile Carmen Maura, il fantasma più simpatico mai visto sullo schermo. Maurizio Porro Fedele alla sua malinconia e all' educazione di beato tra le donne, il regista della Mancha rimuove il lutto materno con una meravigliosa storia di vivi e morti che convivono nella dimensione della memoria e degli affetti. La morte della madre e il ritorno come fantasma fa scoppiare un confronto fra tre generazioni di donne, sulle cui orme l' autore entra in una sfera affettiva che lo riguarda e che il periodo del kitch-pop-gay-camp aveva travestito. Pedro apre le porte della sua solitudine con una commedia triste e allegra che ruota intorno ai ricordi - magnifico inizio ventoso al cimitero - ma chiacchiera in cucina, fa la permanente, cucina, pulisce il sangue per terra. Certo che c' è ancora il melò hollywoodiano, ma va alle radici della sua terra e l' uso strepitoso delle star complici è la più bella prova per tutte, dalla Maura alla Cruz che si muove bella e felina come una maggiorata ' 50. Tullio Kezich Scrive su Libération Gérard Lefort, nel recensire Volver, che Pedro Almodóvar filmando Penélope Cruz (lo cito in versione originale) «s' est souvent arreté a son cul (qu'elle a magnifique) et s'est longuement attardé, caressant, sur la plus belle paire de seins du monde». Niente da obiettare, tranne che molte attrici altrettanto ben fornite non possono vantare il talento della diva iberica. Ancheggiando nello stile della Sophia d' epoca e ogni tanto ispirandosi alla Magnani (citata in una scena di Bellissima) Penélope ci mette del proprio: pronunciata da lei e rimbalzata da una compagine tutta femminile in un abbracciarsi, sbaciucchiarsi e fraternizzare, la lingua spagnola è una festa. Per non parlare di quando la protagonista, fra i chitarristi, attacca a cantare il tango di Carlos Gardel che dà il titolo al film, strappando l' applauso. Ovviamente il consenso va esteso al grande incantatore che ha organizzato questa tragicommedia in bilico (citiamo Calderón?) fra la vita e il sogno. Nei brulli panorami della Mancha, patria di Almodovar, le turbine eoliche ruotano al soffio del «solano» come la versione moderna dei mulini a vento di don Chisciotte. La tribù muliebre di un borgo sperduto, dove il maschio conta poco, spazza e infiora il cimitero nel gaio ritrovarsi fra vivi, morti e morituri. Vediamo presto due personaggi passare in sincrono a miglior vita, la zia rimasta al paese come custode di un tremendo segreto e il compagno ubriacone di Penelope trafitto dal coltello della figliastra che tentava di violentare (e qui si rievoca alla rovescia il redde rationem di Lana Turner con il gangster Stompanato). In cambio emerge dal bagagliaio di una macchina la defunta madre Carmen Maura (stupenda, assente da anni nel cinema di Almodóvar), ma attenzione: il realismo magico di Pedro più si conferma magico e più risulta realistico. A monte dell' intrigo c' è l' incendio di una casa, con due cadaveri carbonizzati e irriconoscibili, il padre e la madre di Penélope. O no? Sorprese continue attendono lo spettatore sul percorso di un racconto irradiante colore e calore, esuberante nel grottesco, spagnolo e universale. Raccontando se stesso e la sua ascendenza, Almodóvar parla di noi. La forza dell' autore sta nel tradurre la complessità in semplicità; e il suo divertimento nel proporci dei misteri che amabilmente finisce per spiegare. Volver non è solo bello e toccante, ma è uno dei casi in cui non servirebbero le interviste e chiose che formano il contorno dell' apparizione a un festival. Un film così lo capiscono e possono amarlo tutti, provare per credere.

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