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1 mezzocielo anno XX - n. 3 - luglio ,00 sped. in a.p. art. 2 comma 20/c legge 662/96 - Filiale di Palermo Fotografia di Shobha, Karnataka, 2012 VIOLENZA È SINTOMO DI UNA MALATTIA: UNA DELLE DUE PARTI È IN UNA SITUAZIONE DI MAGGIOR POTERE RISPETTO ALL ALTRA, ED ESERCITA VIOLENZA PER MANTENERLA COSÌ COM È; CHI HA MINORE POTERE ESERCITA VIOLENZA PER ROVESCIARLA. LA NONVIOLENZA VORREBBE TENDERE A PARIFICARE QUESTE DUE SITUAZIONI. DA SATAYAGRAHA bimestrale di politica cultura e ambiente pensato e realizzato da donne

2 pag. 1 POLITICA pag. 2 pag. 4 pag. 6 pag. 6 SOCIETÀ pag. 8 pag. 10 La città Costantino Kavafis Sommario Ritrovare l unità delle donne e della sinistra per amore di Palermo Daniela Dioguardi Una sindaca per fare di Barcellona un città normale (intervista di Nadia Furnari a Maria Teresa Collica) La sapienza femminile per superare l emergenza Stefania Savoia Flessibilità ed ironia in un mondo precario Gisella Modica La Tensione nelle carceri per l applicazione del 41 bis Rita Barbera Per la nostra contemporaneità: estetica ed etica insieme Jolanda Lima pag. 11 Vita da strada Bruna Masi MONDO MIO pag. 12 Io parlo in nome dell Islam: vivere l emancipazione femminile senza rinunciare alla dimensione religiosa Leila El Houssi DOSSIER Violenza (a cura di Monica Lanfranco) pag. 15 pag. 17 Non c è mai una violenza giusta Monica Lanfranco Quel che manca alla predicazione antiviolenza Luisa Muraro Pensierino per l estate Non ci aspetta un estate tranquilla; i prossimi mesi vedranno eventi che esigono la nostra attenzione ed anche qualche nostra risposta. Ciò vale per tutta l Italia, dove si gioca una partita drammatica per superare il debito pubblico, ed insieme salvaguardare il welfare e possibilmente ridurre lo spread (in questo caso la parola è esatta) tra redditi da lavoro e rendite finanziarie e parassitarie. Ma è complessa anche la sfida per la Sicilia, dove con l auspicato (ma non ancora certo) rinnovo dell Assemblea e del (o della) Presidente della Regione, si dovrebbe avviare in ottobre, dopo più di mezzo secolo, un percorso nuovo per la nostra terra, fuori dal clientelismo, dall assistenzialismo, dai condizionamenti mafiosi. Non sappiamo come tutto ciò andrà a finire. Ma sui prossimi eventi non potranno non influire i pensieri, le decisioni, e le conseguenti iniziative e azioni, di tutte/i noi. Quindi sarà bene leggere, incontrarsi, discutere, demistificare proposte demagogiche e inviti alla astensione. Tra i tanti motivi di preoccupazione, mi spaventa il neo-nazionalismo strisciante, che sta conquistando parte dell opinione pubblica italiana: colpevole della crisi (e delle difficoltà ad uscirne) sarebbe in ultima analisi la Germania, il cui cancelliere tra l altro è una donna, con tutte le ironie e le offese del caso. Colpe e responsabilità ne ha certamente Angela Merkel. Ma gli altri paesi? Non voglio parlare (sarebbe troppo facile) di un ex-capo di Governo italiano, che mentre il debito pubblico cresceva, si dilettava nei burlesque ed affermava non esserci crisi dato che i ristoranti (evidentemente quelli che era solito frequentare) erano sempre pieni. Mi piacerebbe condividere con voi (come spunto di riflessioni per l estate) la seguente affermazione di un filosofo contemporaneo: La tentazione dell innocenza è molto peggio di una tendenza generale (del resto inesistente) ad auto colpevolizzarsi. È peggio perché pone coloro che incorrono in essa nella condizione di perenni minorenni, in una specie di stato verginale originario... Tali individui si trovano sempre dalla parte di coloro che reclamano. Nonostante tutto si direbbe che l essere al riparo di ogni rimprovero sia diventata una delle fantasie dominanti della nostra società. (Slavoj Zizek. Vivere alla fine dei tempi, Ponte alle Grazie ed. p. 71). Simona Mafai mezzocielo luglio 2012 CULTURA pag. 19 Maxxiartiste Letizia Battaglia pag. 2 0 Quante mani sopra di me Paola Nepi pag. 21 La vita è come un fiume Sabina pag. 22 Ok la carriera ma non rinunciare a se stesse Angela Distefano pag. 23 La svendita del sapere studiare solo per trovare lavoro? Francesca Sajeva pag. 2 4 Quel misogino di Euripide Egle Palazzolo pag. 2 5 Marilyn Monroe mai veramente amata Giusi Catalfamo pag La fotografa Shobha LIBRI pag. 28 Due focus sul bel libro di Evelina Santangelo Rosanna Pirajno pag. 2 8 Collegamenti forse impropri Simona Mafai pag. 29 La Sicilia oggi, ieri e l altro ieri pag. 30 Ho fame di giustizia Emi Monteneri pag. 31 Su e giù per gli scaffali Loredana Mancino POCHERIGHE pag Cettina Musca, Dora Bottaro, Adriana Palmeri, Silvana Fernandez INTEMPERANZE pag. 33 Fatima era una di noi Cettina Musca La città Costantino Kavafis Hai detto: Per altre terre andrò per altro mare. Altra città più amabile di questa, dove ogni mio sforzo è votato al fallimento dove il mio cuore come un morto sta sepolto ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia? Dei lunghi anni, se mi guardo intorno, della mia vita consumata qui, non vedo che nere macerie solitudine e rovina Non troverai altro luogo non troverai altro mare. La città ti verrà dietro. Andrai vagando per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere. Imbiancherai in queste stesse case. Sempre farai capo a questa città. Altrove, non sperare, non c è nave non c è strada per te. Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto Tu l hai sciupata su tutta la terra. Un poeta greco perché la grecità ci appartiene. Perché Grecia e Italia hanno radici di comune civiltà. Perché la Grecia patisce una sofferenza che come la nostra chiede conto e ragioni che non trova. Perché Kavafis canta la città, la polis, che è il centro dell intero mondo. E perché non dobbiamo mai sentirci vinti/e anche quando sembra che lo siamo e tutto intorno lo conferma. Il verso non c è nave non c è strada per te entrato nel parlare comune del popolo greco e oggi ripetuto per le strade come motto di incoraggiamento, incoraggi anche noi a non sciupare la nostra vita in questo angolo di mondo. Francesca Traina 1 mezzocielo luglio 2012

3 Ritrovare Titolo l unità tiolo delle titolo donne titolo e della sinistra per amore di Palermo politica Daniela Dioguardi Alla Dopo fine anni del di 91 torpore la e prima inerzia, guerra la vittoria in Iraq di sullo Orlando scenario e la nomina internazionale; di assessori/e in Italia competenti hanno dei riacceso partiti, e speranze il PCI che e messo cambia in lo squasso volto, moto energie e nome; e aspettative. al comune Palermo di Palermo può una tornare ad democristsullo essere una città stile vivibile altalenante e vivace, giunta ricca d iniziative e di progetti, una città che non vive nostalgicamente del suo passato ma si proietta nel futuro. Questo comporta una grande responsabilità di cui il sindaco e la giunta devono essere consapevoli. Troppe volte è stata tradita la fiducia dei/lle cittadini/e. In un momento così difficile della vita del paese, in cui è grande il malcontento nei confronti dei partiti e della politica istituzionale, un ulteriore delusione comporterebbe conseguenze negative per la tenuta della democrazia. Anche in Sicilia, non dimentichiamolo, si è registrato un preoccupante aumento dell astensione. Dopo anni di cattiva amministrazione la nuova giunta trova una situazione disastrata, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario, con problemi gravi e urgenti. Non pretendiamo quindi miracoli ma buone pratiche di governo che testimonino, al di là delle affermazioni di principio, l amore disinteressato per il bene pubblico e diano il segnale di un profondo rinnovamento, di una svolta moralizzatrice. Questo è possibile anche in mancanza di risorse finanziarie. Le prime scelte compiute, pulire, sistemare Palazzo delle Aquile, dopo anni di abbandono, mostrano amore e attenzione per il luogo simbolo della comunità cittadina. Prendersi cura di ciò che ci circonda, come sanno bene le donne, sono qualità necessarie per preservare la vita e la bellezza, oggi messe seriamente in pericolo da logiche speculative e di mercato. Spalancare il portone di Palazzo delle Aquile ci dice che si vuol favorire la partecipazione e affermare una continuità tra la sede del governo e la città, fatta di comunicazione, anche conflittuale, senza che tuttavia venga mai meno la volontà e la capacità di ascolto e di mediazione. Abbiamo letto sui giornali di riunioni consiliari convocate in modo da fare raddoppiare l indennità, di commissioni dispendiose ma assolutamente improduttive, di consigliere/i che non si mettono in aspettativa, pur non andando quasi mai al lavoro, per continuare a percepire lo stipendio, oltre la lauta indennità, di consulenti pagati più o meno profumatamente per non fare nulla Sono solo alcuni esempi di malcostume e di sprechi scandalosi non più sopportabili che il sindaco e la nuova giunta devono eliminare. Ne acquisteranno in credibilità e autorevolezza. È così che si sconfigge l antipolitica, non con inutili, anzi dannosi anatemi e controproducenti sottovalutazioni. Avremmo preferito, com era stato promesso da Orlando, una giunta con il 50% di donne, e sicuramente a Palermo ci sono donne competenti, non omologate ai modelli maschili, capaci di dire no quando è necessario e di contribuire all amministrazione della città con sguardo divergente e propositivo. Adesso ci aspettiamo che alle più alte cariche del consiglio siano nominate le consigliere elette nelle liste che hanno appoggiato il sindaco. Sarebbe una scelta coerente in direzione del rinnovamento della politica. Alle consigliere e alle assessore facciamo innanzitutto una richiesta semplice che non richiede alcuno sforzo: farsi nominare al femminile. È, infatti, motivo di tristezza che donne, arrivate nelle istituzioni, grazie anche alle battaglie del femminismo, si affrettino a correggere se qualcuno/a le chiama al femminile, quasi fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il nostro desiderio è che si possa costruire con loro un utile relazione e che Palermo diventi una città accogliente e armoniosa in cui anche il rapporto tra i sessi sia improntato a rispetto e civile convivenza. A loro, che conoscono la grandezza dell opera di civiltà compiuta dalle donne, quello straordinario lavoro di cura, non riconosciuto e gratuito, con cui si supplisce alle mancanze dello Stato e delle Istituzioni locali, spetta il compito di fare capire che le politiche sociali sono un indice di civiltà e un volano di sviluppo e non il di più da cui la politica maschile inizia a tagliare. Tutte insieme si adoperino perché la società registri nella sua organizzazione i cambiamenti prodotti dalle donne e queste possano agire la libertà a partire dalla scelta fondamentale di essere o non essere madre. Dovrebbe essere scontato, ma purtroppo non è così. È evidente che portare Palermo fuori dal degrado in cui è stata ridotta, esige una responsabilità collettiva, non foss altro che per la necessaria attività di Fotografia di Martina Viganò, Dimmi, dov è la luna? stimolo e di controllo sull operato dell amministrazione. Dobbiamo quindi sentirci tutti/e impegnati/e, superando le profonde divisioni che hanno lacerato la sinistra e purtroppo anche il mondo delle donne durante la campagna elettorale. 2 mezzocielovent anni luglio 2012 politica 3 mezzocielovent anni luglio 2012 politica

4 Una sindaca Titolo tiolo per fare titolo di titolo Barcellona una città normale politica Alla fine del 91 la prima guerra in Iraq sullo scenario internazionale; in Italia lo squasso dei partiti, e il PCI che cambia volto, e nome; al comune di Palermo una giunta democristsullo stile altalenante intervista di Nadia Furnari a Maria Teresa Collica Sembra un giorno d inizio estate al comune di Barcellona, gli impiegati sono andati via da qualche ora e le uniche presenze al pian terreno sono un vigile urbano e alcune signore delle pulizie. Al primo piano sembra ripetersi lo scenario. Individuo la stanza del sindaco. Una targa blu con scritto Sindaco Maria Teresa Collica, è bello vedere un nome di donna su quella targa che per sessanta anni ha portato il nome di uomo rappresentando il potere. Incontriamo l assessore alla cultura Raffaella Campo anche lei espressione della società civile. Anche lei entusiasta. Una giovane donna positiva. Il sindaco ci riceve dopo qualche minuto, il suo viso non è quello radioso delle foto ma è segnato dalla stanchezza, troppe urgenze da gestire, tanta voglia di trasformare Barcellona Pozzo di Gotto in una città normale. Un sindaco che lavora per la propria città non è un fatto straordinario ed è questo che Maria Teresa vuole sottolineare più di tutto, ma in quella cittadina un susseguirsi di vicende aveva convinto la maggior parte della cittadinanza del contrario. La stanza del Sindaco è ancora impersonale e austera, Maria Teresa non ha ancora avuto il tempo di personalizzarla. Maria Teresa come mai sei stata appoggiata da due liste civiche e non dai partiti? In realtà la lista civica Voltiamo Pagina era parte di un progetto più ampio che assorbiva i partiti; nel simbolo della lista non c erano i simboli dei partiti della coalizione perché graficamente non ci entravano. Anzi, durante la campagna elettorale io passavo proprio come la candidata di SEL, IDV, Rifondazione e Partito Socialista (al primo turno PD correva da solo, ha appoggiato la Collica al ballottaggio). Barcellona da parecchi anni è stata vista come un feudo, prima di Santalco (DC) e poi come il feudo del Senatore Nania. Cosa è successo? Intanto Barcellona vive un periodo di crisi totale sotto il punto di vista economico, poi c è stata l alluvione che ha messo in ginocchio ulteriormente la città e penso che dopo anni e anni di promesse i barcellonesi si siano resi conto che le ulteriori promesse fatte all ultimo momento lasciavano un po il tempo che trovavano. Hanno creduto in chi diceva espressamente che non avrebbe fatto facili promesse. Non hanno creduto nella gestione clientelare della politica che ancora una volta prometteva posti di lavoro, favori vari all ultimo momento. Gli amministratori precedenti e il loro candidato hanno pagato il fatto di non essere stati presenti fisicamente. Secondo me erano convinti di poter gestire la vita politica come hanno sempre fatto, chiunque fosse stato il candidato loro avrebbero dovuto godere automaticamente del consenso. Tu sei impegnata nel sociale ma non eri famosissima in città. Come mai hanno votato una quasi sconosciuta e per giunta donna? Nei primi incontri dicevo proprio che c erano tutti i pregiudizi possibili per appoggiare una candidatura come la mia perché donna, perché etichettata di sinistra nonostante non abbia una tessera di partito; poi ero etichettata come donna di estrema sinistra perché non ci appoggiava il PD. Moltissimi incominciano a conoscermi nei passaggi televisivi nelle TV locali. Il fatto di essere donna forse li ha rassicurati perché noi donne per emergere dobbiamo essere almeno dieci volte più brave degli uomini. Quanto c è del tuo essere donna nelle tue scelte politiche? Le idee per me sono asessuate e preferisco essere valutata per le mie capacità. Certamente c è la mia sensibilità di donna e di madre. Quanti assessori donne ci sono nella tua giunta? Nella giunta ci sono due donne. Sono quelle espresse dalla componente civica delle liste che mi hanno appoggiato. I Partiti hanno indicato solo assessori uomini. Quindi le uni- Fotografia di Shobha, India, 2012 che donne sono volute espressamente da me. Quante donne in consiglio comunale? Solo una del PDL. Anche qui erano candidate ma non sono state votate. Per il consiglio vale ancora il vecchio criterio del voto all amico. Credi che le donne possano dare un contributo specifico al cambiamento del nostro paese? Credo che le donne possano dare un contributo importante perché per occupare posti di rilievo, devono esprimere capacità maggiori, cioè devono, essere molto più brave rispetto agli uomini E tuo marito cosa ne pensa? Mio marito nonostante lavori a Roma ha deciso di rispettare le mie scelte. Io non mi sono trasferita a Roma perché ho preferito rimanere a Barcellona per dare un contributo di crescita alla mia città. Lui fa il pendolare ed è la persona che mi consiglia e mi appoggia. Tuo figlio? Mio figlio ha cinque anni e suggeriva di votare per l altro candidato perché temeva la mia assenza. In famiglia. 4 mezzocielovent anni luglio 2012 politica 5 mezzocielovent anni luglio 2012 politica

5 politica La sapienza Titolo tiolo femminile titolo titolo per superare l emergenza Alla È una fine lampadina, del 91 è la un prima suono guerra che fa in impazzire. È scenario il pericolo internazionale; che tutto finisca, Italia è la leva lo Iraq sullo squasso sulla quale dei si partiti, innesta il e caos il PCI e la che muta cambia obbedienza. e nome; al comune di Palermo una volto, giunta Emergenza: democristsullo ed è subito stile paura altalenante e riconoscenza per chi il problema lo risolve per noi, per chi come un padre compassionevole, ci spiega cosa fare e per rimettere tutto al suo posto. Un padre duro ma compassionevole, sí, è questo che spesso si cerca. Il deus exmachina che ci proponga un baratto tra la vita e la morte ma che, alla fine, ricomponga la trama e ci illuda di poter giungere a un bel finale, della serie tutti vissero felici e contenti. E se non fosse un padre quello di cui abbiamo bisogno? se fosse una madre, se fosse la via femminile quella giusta per riuscire a superare le innumerevoli crisi che ci vedono coinvolti? Me lo domando in questi tempi di profonda crisi mondiale, in cui le uniche esperienze che sembrano sopravvivere, o meglio vivere, sono quelle nate a partire dall idea della condivisione dell esperienza, della concretezza Stefania Savoia e dell ascolto. Me lo domando guardando alle donne che conosco, in primis, osservando la loro capacità di coniugare difficoltà lavorative e famiglia, profondo sconforto e voglia di vivere, in tempi duri come questi. Se non abbiamo un posto di lavoro, siamo madri, nonne, sorelle e amiche. Non ci riesce poi male reinventarci e rimetterci in gioco, senza dover dichiarare al mondo intero quale sia il nostro titolo ufficiale. Difficilmente nei nostri citofoni ci sono etichette che dicano quale sia la nostra professione mentre quella del pater familias brilla poderosa accanto. Siamo essenzialmente da sempre esercitate a vivere e con la vita abbiamo imparato l urgenza e la risposta concreta che ne dovrebbe scaturire. Non che l uomo non sia attivo in questo processo, ma è meno drastica e violenta la nostra risposta perchè capace di analisi più complesse ma non per questo meno immediate. Le Mujeres de Plaza de Mayo ad esempio, per contrastare un dolore assoluto come quello della perdita violenta dei propri figli, trovarono il modo di lottare senza avvilirsi in pianto e costruire tutti i giovedì una comunità che sconfiggesse l indifferenza e che desse risposte politiche concrete. Penso anche ai progetti di microcredito in molte zone del mondo che vedono spesso donne giovani e poverissime rimettere in sesto economie intere con grande umiltà ma con una prospettiva enorme. Una prospettiva femminile è anche quella delle donne che sostengono, più banalmente le proprie famiglie confezionando braccialetti o cucinando su ordinazione guardando, in tempi così funesti, la propria laurea incorniciata nella sala da pranzo. Penso, anche, alle mie emergenze quotidiane nel mio lavoro di docente, qundo vedo quanto mi è utile collaborare, chiedere e ascoltare chi conosce di più di me, praticare un lavoro cooperativo in classe e con i compagni di lavoro. Il risultato a partire da queste pratiche è migliore, sempre, e i risultati sono sempre figli di un percorso condiviso e quindi gratificante per tutti. Basterebbe, forse, in questi tempi di crisi economica e morale, aprirsi ad un nuovo pensiero più complesso e antico, quello delle donne che nelle comunità antiche raccoglievano e conservavano il cibo perchè non ne mancasse e che accudivano, per migliorare anche il benessere di tutti, perchè ci fosse accoglienza e non esclusione, creando regole di convivenza a cui potremmo tornare a guardare. Cura, accoglienza, ascolto: parole che troviamo anche senza cercare perchè parte del percorso delle donne. Cambiare punto di vista quindi, avere uno sguardo globale e includente, in un momento di crisi, risulta fondamentale perchè quando una casa va a fuoco bisogna capire che bisogna ricostruirla diversamente. Per questo risulta necessaria una pratica politica che non permetta all emergenza di osare, di varcare i limiti dell umana sopportazione per rispondere al pericolo ma di offrire soluzioni alternative. Potremmo ora, forse, mostrare la grande diversità di un percorso al femminile vincente a discapito di quello corrente. Una pratica diversa fatta di parole e azioni che potrebbero rispondere agli interrogativi e alle urgenze della politica e della finanza senza (false) lacrime perchè quelle, solo quelle, da noi ci si aspetta e mostrare, infine, se siamo capaci come lo sono state le donne prima di noi, di scrivere la trama vera e profonda della storia del mondo. Gisella Modica E se non fosse un padre quello di cui abbiamo bisogno? Se fosse una madre la via femminile giusta per riuscire a superare le innumerevoli crisi che ci vedono coinvolti? La domanda di Stefania Savoia lascia intendere che la via giusta, sì, è femminile. Soprattutto quella intrapresa dalle giovani donne, sue coetanee. Una conferma la troviamo nel racconto a più voci, coordinato da Federica Giardini per Iacobelli, dal titolo Sensibili Guerriere, nel quale donne tra i 25 e i 35 anni parlano di sé e del come vivono il loro mondo precario e quali le armi usate per affrontarlo. Fanno loro eco, in un moltiplicare Flessibilità ed ironia in un mondo precario di voci, altre coetanee, nel numero 91 di Leggendaria, diretto da Annamaria Crispino, dall omonimo titolo. Anche qui a parlare sono altre giovani: una fotoreporter, una ex regista passata a fare l apprendista chef, una webmistress, una direttrice di agenzia pubblicitaria, tutte plurispecializzate, né precarie, né disoccupate ma diversamente occupate. Le stesse da qualche politico adulto definite generazione dei bamboccioni prive di responsabilità. Si autodefiniscono definitivamente provvisorie, risorsa usa e getta senza desideri ma solo bisogni, protagoniste di esistenze nomadiche fatte di solitudini e precarietà, in lotta quotidiana tra la mente che cerca di adattarsi al modello imposto di eterna ragazza dall età indefinita, con infinite flessibilità lavorative, senza progetti per il futuro, e la voce del corpo che grida il suo dissenso. Dissenso che alcune, meno dotate delle armi per difendersi o attaccare, risolvono col ri- fiuto del corpo attraverso l anoressia, altre mettendolo in vendita. Raccontano del proprio vissuto, delle scelte, dei metodi ma soprattutto delle strategie operate per sopravvivere cercando di coniugare difficoltà lavorative e famiglia, profondo sconforto e voglia di vivere, in tempi duri come questi (Savoia). Molte di loro si raccontano nei blog. Di vittimismo o irresponsabilità nessuna traccia; nemmeno di attesa. Invece molta concretezza e ascolto, e sopratutto determinazione, grinta. Al limite cattiveria. Perché forse non immaginate quanta cattiveria, intesa come testardaggine, ci voglia per muoversi come giovani donne in un mondo maschilista come quello dell imprenditoria dice Elisa Coco che gestisce un agenzia di pubblicità. Ne è dimostrazione come titolano i loro blog (nella rivista se ne contano cento e non sono tutti). Ne cito alcuni: Le malefiche, Le comunicattive, Degeneri intriganti, Furiose, Malefimminie, Mala Pecora, Vitadastreghe, Sconfinate, La femme cannibale. Quali le strategie messe in atto per sopravvivere? Magari tenendo sul comodino un flacone di psicofarmaci a mò di amuleto scaccia ansia. Queste alcune risposte che danno conto del tipo di strategia: Dire e agire dando ascolto al corpo. Stare in equilibrio cercando di tenere insieme tutti i gli elementi della propria esistenza. Scovare nel proprio svantaggio il germe della propria forza. Imparare ad abitare lo spaesamento, a convivere con l assenza di certezze. Accettare il fallimento e far memoria della sconfitta. Farsi carico delle circostanze consapevoli che accettarle è il primo passo per trasformarle. Stare dentro le circostanze, sì, ma custodendo un sogno. Dove trovano la forza, si chiede Federica Giardini. Se la precarietà è una realtà e l instabilità una condizione, il rispetto di me stessa è la prima risposta, risponde Barbara Giuliani. L affidamento alle relazioni mi ha permesso di accedere ad una riserva di forza che da sola non potevo permettermi, replica Valeria Mercandino parlando degli scontri di piazza. Una forza simile a quella del bamboo, commenta Chiricosta, esperta di arti marziali, sottile e flessuoso, capace di fronteggiare gli eventi senza venirne travolti, ma sopravvive alla tempesta. 6 mezzocielovent anni luglio 2012 politica 7 mezzocielovent anni luglio 2012 politica

6 società La tensione Titolo nelle tiolo titolo carceri titolo per l applicazione del 41bis Alla fine del 91 la prima guerra in Iraq sullo scenario internazionale; in Italia lo squasso dei partiti, e il PCI che cambia volto, Ero Direttore e nome; del al comune carcere di Termini Palermo Imerese: un democristsullo carcere che era stile stato altalenante adeguato nella una giunta struttura, diventando di massima sicurezza, dal Generale Dalla Chiesa, per ospitare durante l emergenza degli anni 70, i terroristi. Per volere dell allora Ministro della Giustizia Martelli, fu individuato, all indomani delle stragi, per ricevere i detenuti mafiosi trasferiti nottetempo, dall Ucciardone, a carceri di massima sicurezza, situate nelle isole o al Nord, tornati per presenziare alle udienze nelle quali erano imputati. Il loro diritto alla difesa dovette cedere il passo alla reazione di dolore e di rabbia del Paese e quindi, cercando di mantenere ferma la promessa del Ministro che i mafiosi non sarebbero più tornati all Ucciardone, arrivarono al carcere di Termini Imerese con l applicazione del regime del 41 bis: un articolo dell Ordinamento penitenziario che applicava un regime di rigore, reazione immediata all orrore delle stragi e che ne voleva essere risposta adeguata. Ricevetti in una qualunque giornata del 1992 una telefonata di uno dei capi del Dipartimento dell Amministrazione penitenziaria che mi annunciò, chiedendomi se pensavo di avere i mezzi necessari e se pensavo di poterlo fare, l arrivo di una sessantina di detenuti mafiosi con il regime del 41 bis. Non ebbi molte incertezze, forse anche un po da incosciente, non venendomi neanche in mente di quanti no avrei dovuto dire e 8 mezzocielovent anni luglio 2012 società Rita Barbera che rischi avrei potuto correre. Ritenevo e ritengo che l applicazione del 41 bis sia stata necessaria per segnare il cambiamento: oltre che servire a spezzare i contatti tra i mafiosi e l esterno serviva a cambiare la rappresentazione, nel contesto carcerario, della mafia. Il carcere per i detenuti di mafia, a maggior ragione per i capi, è sempre stato un luogo in cui la sofferenza della perdita della libertà era compensata da una qualità della detenzione di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri detenuti. Tutti abbiamo in mente un Padrino in vestaglia di seta ossequiato nel cortile del carcere. La leaderschip, la disponibilità economica di cui i detenuti mafiosi dispongono nonché il rispetto di cui godono anche tra gli operatori influenzati da una sorta di sicilianità deviata, avevano fatto sì che anche nel contesto carcerario i detenuti per mafia fossero vissuti come imbattibili, come criminali indistruttibili davanti ad uno Stato debole ed inadeguato, impotente di fronte ad un fenomeno criminale ormai secolare. Un cancro incurabile e dall esito ineluttabile. Il regime del 41 bis, mise in discussione tutto questo: i contatti dei detenuti con l esterno, anche con la famiglia, limitati ad un solo colloquio con un vetro divisorio a tetto che impediva il contatto fisico; il divieto agli acquisti; il divieto di partecipare alla vita comune con altri detenuti... tutto ciò diede l impressione di un declino e fu un duro colpo inferto agli uomini di mafia: finalmente lo Stato con un colpo di schiena si era raddrizzato ed opposto ad un potere criminale che era arrivato, con le morti di due suoi uomini, al limite della sopportazione civile e sociale. Io c ero quando successe tutto questo: vissi momenti di grande tensione. L esercito presidiava il carcere di Termini Imerese, ogni giorno i vari Madonia, Inzerillo, Greco, Calò e tanti altri salivano sui cellulari che li avrebbe portati in Tribunale per poi tornare a pomeriggio inoltrato. Nessuno parlava o si lamentava in maniera scomposta Calati iunco che passa la china. forse questo pensavano quei detenuti ai quali sicuramente non mancava l esperienza, ma non fecero i conti con la forza persuasiva che il 41 bis ebbe su alcuni che non lo sopportarono. Il regime del 41 bis convinse molti a collaborare con la giustizia e comunque ebbe il merito anche di risvegliare la speranza in quanti, come me, pensavano che forse era giunto il momento della liberazione, del cambiamento non sarebbero dovute arrivare la morte del giudice Livatino, la strage di via dei Georgofili e tanti altri lutti di questa povera e martoriata nostra Sicilia ma continuo ancora a sperare e faccio tesoro dei tanti piccoli segnali di cambiamento che secondo me ci sono 9 mezzocielovent anni luglio 2012 società Fotografia di Letizia Battaglia, Rielaborazione, 2011

7 società Per la Titolo nostra tiolo contemporaneità: titolo titolo Estetica ed etica insieme 10 mezzocielovent anni luglio 2012 società Jolanda Lima Alla In Tempo fine del di 91 mutamenti la prima (2002) guerra Rita in Levi Iraq sullo Montalcini scenario (Nobel internazionale; per la medicina in nel Italia 1986) lo squasso si interroga dei sui partiti, poteri di e annientamento il PCI che cambia messi volto, in atto in e nome; un continuo al comune crescendo di Palermo dagli uomini, una giunta sulla drammatica democristsullo condizione stile altalenante del pianeta, e sulle strategie da adottare per arrestare questo percorso votato all estinzione. Facendo leva sul prodigio della mente umana La galassia mente la chiama titolando in tal modo un altro suo splendido libro edito nel 99 avverte sulla improrogabile necessità di un radicale cambiamento. All interno di una narrazione rigorosa, significante e al pari leggera, seleziono alcune righe: «[...] le crisi che travagliano la società moderna e il modo di vivere e di pensare, il nostro modo di produrre, di sprecare e di consumare non sono più compatibili con i diritti dei popoli e della natura». Ancor più oggi, a distanza di circa un decennio da queste sferzanti riflessioni, la città contemporanea dovunque in Occidente e anche in gran parte dell Oriente è in profonda crisi e una soluzione della stessa non ammette più approcci parziali. Crescita smisurata e incontrollata di periferie e sobborghi che divora spazio e risorse con lo stesso ritmo con cui si espandono globalmente l economia capitalistica ed i mercati ad essa correlati; inurbazione di masse di diseredati costretti a vivere ai margini della società, come fonte di mano d opera a basso costo da sfruttare all occorrenza, disastri ambientali, impoverimento di interi territori, difficoltà a smaltire i rifiuti, desertificazione, mutazioni climatiche, emergenze sanitarie, ma anche burocratizzazione, irrazionalità tecnologica, escalation della violenza, proliferazione dei conflitti armati, terrorismo e, non ultimi, solitudine, segregazione, disagio sociale e psichico, fanatismi ideologico e religioso. Mali di un mondo governato da un consumismo esasperato e cinico. Per un umanità che appare quindi spinta verso una folle corsa al contempo produttrice e distruttrice, occorre ri-celebrare il prodigio della vita e quello della mente, come unica possibilità di riscatto, il che significa riacquisire la consapevolezza della sacralità della vita di cui è pregna anche la sua più infinitesima particella in ogni angolo della terra. Coltivare gli spazi dell anima è certamente un primo passo verso questo obiettivo, ponendo l energia creativa a servizio della costruzione di una nuova città che sia essa stessa principio di una nuova civiltà. Ne vertebra lo sviluppo la coscienza ecologica che presuppone la coscienza della dinamica evolutiva del mondo. Perchè ciò avvenga l uomo deve ri-diventare consapevole, nuovamente padrone di sè. Solo così può generare progettualità e dare avvio ad un futuro diverso proponendo radicali proposte di cambiamento contro la pazzia autolesionista che sembra essere la sola ispiratrice delle sue azioni. E ciò va necessariamente fatto in una dimensione tale da aprirsi al cosmo richiedendo la messa a nudo di qualsiasi concetto consolidato; la messa in discussione di qualsiasi parola, con la consapevolezza di come la sua intima essenza sia stata via via svilita nell uso corrente, sino a richiedere una risemantizzazione di esse stesse le parole ed ancor più di quelle da cui dipende la fioritura della vita, la salute della città, quelle di cui solitamente abbiamo bisogno per parlare degli spazi dell anima: parole che abbiamo espulso dal nostro vocabolario e dal nostro mestiere quotidiano ritenendo che di volta in volta appartengano solo al dire dei filosofi, dei poeti, degli scienziati, i grandi scienziati. Ne metto giù alcune: amore, compassione, solidarietà, tenerezza, spiritualità, gioia, grazia, giustizia, partecipazione, libertà, creazione, ma anche essere, divenire, mistero dell essere, realtà, angoscia, equità, estetica, coerenza, etica, desiderabile, complessità, cosmo, rilevanza cosmica,... Occorre inventare nuove strutture economiche e politiche che pongano i valori dello spirito e la dignità dell uomo e la sana interdipendenza di organismo e ambiente al centro delle azioni singole e delle relazioni reciproche sì da promuovere lo sviluppo dell infinita complessità dell universo uomo la cui vera essenza è l atto creativo. Ponte, quest ultimo, tra realtà contingente e spiritualità che trasmuta il sensibile, passo in avanti verso l intangibile nel processo di autorivelazione della realtà stessa, esso è quindi atto etico proprio del fare. Estetica ed etica insieme dunque, non binomio di concetti tra loro separati. Estetica come contenitore di etica, capacità di creare la realtà dello spirito. Vita da strada Suor Valeria, della Caritas Diocesana di Palermo ci racconta che alcune ragazze riescono ad affrontare la strada soltanto dopo essersi ubriacate. A Palermo, ogni ragazza per lavorare in strada deve pagare un pizzo di circa 200 euro solo per il proprio posto sul marciapiede, oltre al conto fisso che va dai sessantacinque agli ottanta mila euro da versare puntualmente alla mafia e agli sfruttatori per tornare a essere libera. Andare con una prostituta, ha aggiunto suor Valeria, significa finanziare anche la mafia e gli sfruttatori. Barbara, trans, mi dice Ho lasciato a quindici anni la mia famiglia, una famiglia umile che non accettava la mia condizione. Io, invece, volevo essere me stessa, identificarmi agli occhi di tutti per quella che ero. Mi sono dovuta trasferire al nord dove ho cominciato a battere perché non volevo ritornare a casa e nessuno mi dava un lavoro. Qui, In Italia la vita della trans prostituta è più difficile al nord che a sud. Esistono, infatti, vere bande antitrans. Appena ti trovi sola sbucano dal nulla per massacrarti di botte. Ci sono perfino bande, armate di acido muriatico, pronte a sfregiarci. La polizia interveniva sempre in ritardo quando i persecutori erano già spariti e addirittura non credeva ai nostri racconti. Tornata al sud il clima era leggermente diverso, ma 11 mezzocielovent anni luglio 2012 società Bruna Masi camminavamo sempre in gruppo. Un giorno che eravamo state disturbate, per l ennesima volta, da un manipolo di teppisti, una collega e amica ci condusse all arcigai. Siamo state ascoltate e protette, ci hanno accompagnate alla polizia, dove abbiamo trovato una certa comprensione così che, quando telefonavamo, arrivavano subito. Per il diverso nel meridione retrogrado la vita è migliore perché basata più sul rapporto personale che sul fatto se sei o no normale. Io, per esempio, abito, in uno dei più noti mercati di Palermo, tutti mi vogliono bene, sento persino rispetto attorno a me. Vivo da 15 anni col mio compagno che mi da affetto e comprensione. Tante volte abbiamo deciso di cambiar vita, ma in qualunque posto non ho mai trovato un lavoro. Il mio passato di prostituta non mi consente altro che di continuare a battere. Se tornassi indietro farei un percorso diverso utilizzerei la mia famiglia per l aiuto agli studi ed una volta diplomata o, perché no, laureata dichiarerei chi sono. Fotografia di Ornella Mazzola, Autoritratto ironico di una giovane disoccupata, 2012

8 mondo mio Alla fine del 91 la prima guerra in Iraq sullo scenario internazionale; in Italia lo squasso dei partiti, e il PCI che cambia volto, e nome; al comune di Palermo una giunta democristsullo stile altalenante Quando si parla di donne che vivono nei paesi che si affacciano nella riva sud del mediterraneo tendiamo a confinarle in uno spazio prettamente religioso. Ne scaturisce l idea che per le donne di fede musulmana l appartenenza religiosa sia la discriminante essenziale. Si tratta di un osservazione che rimanda all idea generale dell Islam inteso come unico Fotografia di Shobha, Aeroporto di Dubai, Toilettes donne, 2012 Io parlo in nome dell Islam Vivere l emancipazione femminile senza rinunciare alla dimensione religiosa Leila El Houssi patrimonio di valori, chiave d identità, modello di vita. E tuttavia se consideriamo ad esempio l area maghrebina, osserviamo che la prescrizione religiosa coincide perfettamente con la dimensione antropologica e culturale riconducibile alla connotazione patriarcale di molte società del Mediterraneo rivelando quanto la realtà sia più complessa di quello che appare. Al centro dunque di un ambiente ricco di sovrapposizioni e di contraddizioni socio-culturali, le donne costituiscono un elemento cruciale all interno di queste società, dove svolgono un ruolo di primo piano anche nello spazio pubblico, sia politico sia religioso. Analizzando le società dell area mediterranea secondo una prospettiva storica, esse appaiono contraddistinte da una transculturalità che ha origini lontane. Territori abitati nel corso dei secoli da genti mediterranee fenici, berberi, arabi, italiani, maltesi, francesi che hanno lasciato un eredità importante, costituita da vivacità culturale, convivenza religiosa e abitudine al confronto. Si deve ricondurre a questo retroterra di secolari tradizioni e prassi segnate dalla transculturalità il fatto che all interno dell universo femminile si siano sviluppate elaborazioni differenziate non solo nel vissuto sociale ma anche in quello religioso. Dall Islam popolare femminile nell area del Maghreb con manifestazioni religiose di carattere estatico legate al culto dei santi e delle sante all emergere di un esigenza di rileggere il Corano da una prospettiva femminile attraverso il femminismo islamico. Tutto ciò mette in evidenza come le donne di queste società abbiano sviluppato un loro modo di vivere la dimensione religiosa. Considerato il processo di rafforzamento della presenza dell Islam ufficiale all interno delle società, appare sempre più centrale la battaglia portata avanti dalle donne per l affermazione di un uguaglianza di genere in nome dell Islam. Una reinterpretazione della religione attraverso uno sguardo femminista viene considerata dalle donne nel mondo musulmano l arma più efficace per affermare l uguaglianza di genere. È da oltre un secolo che il femminismo è apparso nel mondo islamico vivendo diverse trasformazioni a seconda del contesto nazionale. Il cosiddetto femminismo islamico è emerso tra gli anni ottanta e novanta del XX secolo, impegnandosi per i diritti delle donne nel mondo musulmano. Fortemente variegato al proprio interno, presenta un comune denominatore: l obiettivo di sovvertire la tradizione patriarcale che ha strumentalizzato l Islam. Da parte delle donne, infatti, c è la volontà di vivere l emancipazione femminile, ma non per questo rinunciare alla dimensione religiosa. Per le femministe islamiche, come la marocchina Asma Lamrabet e la malesiana Zainah Anwar, è la logica patriarcale che condiziona la società musulmana. Per risolvere i problemi delle donne diviene dunque necessario risvegliare la coscienza femminile che può operare un rinnovamento dell Islam rileggendo il Corano a partire da una prospettiva di genere. Come nota la storica Renata Pepicelli nel suo libro Femminismo Islamico, per reinterpretare i testi sacri della tradizione musulmana le femministe islamiche si servono dell Ijtihad, la ricerca indipendente sulle fonti religiose [...], si basano sul tafsir, l esegesi del Corano. Questa rilettura è in pieno svolgimento e ciò sembra dimostrare quanto il pensiero comune in Occidente che l Islam sia una religione oppressiva nei confronti delle donne si riveli un pregiudizio da respingere, tanto più se si osservano le società musulmane post-rivolta, protagoniste di una trasformazione politica importante. 12 mezzocielovent anni luglio 2012 mondo mio 13 mezzocielovent anni luglio 2012 mondo mio

9 Non c è mai una violenza giusta (a proposito del saggio di Luisa Muraro) pocherighe P O C H E R I G H E Accade nella terra dell Adda. Un uomo si arrampica sull albero del proprio giardino. Non per aspettare l alba ma per spegnere tutte quelle a venire. A quella scena assiste Francesca, quindici anni appena. Solo quindici anni e nelle gambe la forza pronta di muoversi. Di correre per sostenere il peso che il padre non vuole più sopportare. Sessanta secondi in attesa che altre braccia, più forti, le tolgano la responsabilità di quel carico. Enorme. Un minuto che vale a salvare una vita, una sola e non la sua. Quella di Francesca è rimasta sospesa a quel ramo. Prima o poi dovrà andare a riprendersela. Chissà quando e come. Cettina Musca Fotografia di Gregory Crewdson di Monica Lanfranco Nel numero di marzo 2012 di Via Dogana titolato Con tutta la forza necessaria, Luisa Muraro dà una anticipazione di un suo saggio breve Dio è violent! Uscito a giugno nelle edizioni Nottetempo (qui parzialmente riportato), ha suscitato diverse risposte ma soprattutto critiche non sempre positive. Nel numero successivo di VD, Politica mon amour, luisa si scusa per l incauta anticipazione che considero uno sbaglio poco o niente scusabile. A partire da questo numero Mezzocielo pubblica la reazione critica di Monica Lanfranco, invitando le lettrici ad un dibattito sul tema della forza, al limite la violenza, sollevata da Luisa Muraro. dossier Leggo di un padre che uccide a pugni un amico che sta abusando della propria bambina, di una squillo che chiede a Monti la legalizzazione della sua professione per aumentare le entrate dello Stato, di una donna scomparsa da mesi, forse sepolta nel cimitero vicino casa. Sono tutte storie di donne diverse, accomunate da una sconfitta: una bambina costretta a vivere una duplice violenza; una ragazza indotta a prostituirsi per mantenersi agli studi; una madre privata della propria libertà e forse della stessa vita. Al centro di queste storie c è sempre una donna, una merce di scambio sempre più redditizia ma facilmente degradabile. Dall altra parte un uomo senza scrupoli con i suoi istinti bestiali. Intorno ci siamo tutti noi, la società sconfitta, complici silenziosi di violenze terribili, sempre più spesso nascoste tra le mura domestiche. E poca importanza hanno le statistiche che già da sole mettono i brividi, quando ci informano che ogni tre minuti viene sfigurata, stuprata o uccisa una donna. L orrore non sta nei numeri ma nella violenza in sè, perpetrata quasi sempre da un uomo che, in preda a un delirio di onnipotenza, decide di togliere la vita altrui, smette i panni del compagno affettuoso e si trasforma, imprevedibilmente, in belva feroce, padre padrone, nemico crudele. L orrore sta anche nell impotenza che sento salirmi dentro come un conato di vomito e che mi spinge a credere con orgoglio che nessuna donna, madre e origine della vita, riuscirebbe mai a fare altrettanto. Dora Bottaro Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone è una frase della femminista e poeta afroamericana Audre Lorde. Indica una strada, offre una suggestione che è anche traccia precisa per costruire una visione: non si dismette un sistema se lo si imita, adoperando i suoi strumenti, seppur sostenendo che è a fin di bene e che i nostri fini sono nobili e alternativi. Chiaramente lo dice, conoscendo da vicino la fascinazione erotica simbolica e concreta della violenza anche Robin Morgan, altra grande pensatrice nordamericana vivente, nel suo Il demone amante, che nella prima traduzione italiana aveva per sottotitolo sessualità del terrorismo. Morgan chiede alle donne, specie a quelle di sinistra, di interrogarsi sul fascino che esercita sul genere femminile la violenza rivoluzionaria incarnata dal condottiero che parla del futuro regno di miele imbracciando un fucile dal quale non spuntano fiori, e per il quale la (sua) violenza è giusta perché il sistema oppressivo è da abbattere. In questa logica il fine giustifica i mezzi, pur se identici a quelli del potere dominante. Morgan invita anche a riflettere sul fatto che una democrazia, se nasce da un gesto di violenza (fosse anche quello di uccidere il dittatore più odioso), porterà comunque i segni di quel sangue versato. Dal letame nascono i fiori, non dal sangue. Nel 2003 Maria Di Rienzo ed io (che ero reduce dal drammatico G8 in qualità di portavoce del Genova Social Forum per la rete delle donne), scrivemmo il primo libro italiano che intrecciava pratica e pensiero femminista e nonviolenza: Donne disarmanti - storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi. Con chiarezza sostenemmo che non era vero che le donne in quanto tali erano meno violente degli uomini: dire che per natura non siamo portate alla violenza era, ed è, uno stereotipo e una trappola patriarcale. Portammo esempi di storia antica e recente in cui le donne avevano scelto la nonviolenza come strumento politico perché nella relazione conflittuale (ma non nella violenza che vede dall altra parte un/una nemica) c è l unica strada per uscire dalla logica del mors tua - vita mea. Raccontammo le strade di dialogo e di conflitto praticate dalle Donne in nero (dal cui lavoro tra l altro originò il bel testo Vita tuavita mea), da quelle di Not in my name, dalle attiviste indiane seguaci di Vandana Shiva, dalle suore incarcerate e poi assolte in Inghilterra contro la costruzione dei caccia Hawk 955, della voce non incarnata di Lisistrata che fonda la diplomazia contro la guerra maschile e patriarcale. Nel frattempo giravo l Italia ospite di piccoli e grandi gruppi di donne, ma anche misti, che in tutto il paese creavano spazi di elabo- 14 mezzocielo giugno-luglio mezzocielo luglio 2012 pocherighe violenza

10 violenza razione del lutto per le violenze del G8, che ancora oggi resta una ferita aperta non solo nella democrazia, ma anche dentro ai movimenti per alcune derive militariste interne. Da allora ho cercato sempre di ricordare che prima del luglio 2001 c è stato un mese prima PuntoG- Genova, genere, globalizzazione, uno straordinario evento di due giorni e mezzo nel quale (attraverso in particolare le parole di Lidia Campagnano), si era anticipato con lucidità profetica non solo l arrivo della crisi, ma il realizzarsi di una mutazione antropologica e politica nella quale stiamo ora intrappolate: l avvento del mercato come potenza pressochè assoluta regolatrice delle nostre vite. Quell appuntamento costituì anche però un momento di forte conflitto con il resto dei movimenti misti, perché in più occasioni noi femministe stigmatizzammo l uso di linguaggio, pratiche e simbolico bellico nel seno stesso di parti di movimento altermondialista, nei confronti dei quali ci dichiarammo totalmente e definitivamente in disaccordo e dopo il G8 Maschile Plurale e Uomini in cammino scrissero un documento di forte disagio circa le pratiche di piazza muscolari. Un pezzo di femminismo italiano sottovalutò questa nostra analisi e profezia: nel maggio 2001 un gruppo di allora giovani della Libreria delle donne di Milano ci invitò a spiegare cosa ci muovesse a organizzare un momento precedente e separato (non separatista) sulla globalizzazione: le maggiori ci dissero che questioni come la globalizzazione erano fuori dall orizzonte del vero femminismo decidendo la cancellazione di quel pezzo di storia e di pratiche, che invece purtroppo si rivelarono corrette e anticipatrici. Oggi apprendo che Luisa Muraro su Via Dogana ragiona di violenza e uso della forza sostenendo che esistono occasioni in cui la violenza può essere giusta. Si tratta di una affermazione che reputo grave, da parte di una femminista e di una filosofa. Scrive Muraro: La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l arroganza dei potenti. Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri. La constatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all ideale dell uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull uso della forza. C è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci. Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che, in certi contesti, a certe condizioni, è opportuno non usare tutta la forza di cui si dispone. Bisogna però tenerla a disposizione, se non si vuole che altri se la prendano: alla propria forza non si rinuncia senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla. Penso che aperture, più o meno ambigue o possibiliste, verso l uso della forza o della violenza, giustificata in certi ambiti, sia pericoloso perché genera derive incontrollabili. È un luogo comune purtroppo diffuso quello secondo il quale la violenza che fai tu è giusta: cito esempi lontani tra loro ma unanimi su questo aspetto come gli ultras, i brigatisti neri e rossi, i fondamentalisti di tutte le religioni che ritengono che una certa dose di violenza serva a tenere in riga le donne, i casseur, i black block, una certa giurisprudenza, che ammette la legittimità di una certa forzatura sulla donna nel rapporto sessuale, considerando ambiguo il desiderio femminile. Mai l umanità è stata animata all unisono dallo stesso sogno di pace, giustizia ed equità, ma non per questo dobbiamo derogare sulla legittimità della violenza solo perché oggi le ingiustizie sono, o ci sembrano, più grandi. La violenza è violenza: sempre stupida, sempre distruttiva. La violenza intelligente è un ossimoro. Se si comincia a derogare sull uso della violenza, magari invocando la rabbia o la disperazione come legittimo motivo per abbandonarvisi o servirsene, pensando che esista una modica quantità tollerabile (se si sta dalla parte giusta), abbiamo perso già in partenza la scommessa del cambiamento, che ha tra i suoi fondamenti il senso del limite, la responsabilità, e l esclusione della violenza dall orizzonte della vita e della felicità. Abbiamo perso perché rinunciamo alla condivisione, dal momento che la violenza è pratica che salda individualità blindate e deprivate sensorialmente che non dialogano ma si uniformano, militarizzando e gerarchizzando corpi e menti. La paziente (di certo faticosa), ma anche divertente e creativa pratica nonviolenta costruisce invece sguardi, visioni, realtà, politiche divergenti, inclusive, felicemente conflittuali. Scrive Vandana Shiva, che di certo non accademicamente disserta sulle violenze del mondo: La pace non si creerà dalle armi e dalla guerra, dalle bombe e dalla barbarie. La violenza è diventata un lusso che la specie umana non può più permettersi, se vuole sopravvivere. La nonviolenza è diventata un imperativo per la sopravvivenza. Quel che manca alla predicazione antiviolenza La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l arroganza dei potenti. Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri. La costatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all ideale dell uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull uso della forza. C è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci. Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che, in certi contesti, a certe condizioni, è opportuno non usare tutta la forza di cui si dispone. Bisogna però tenerla a disposizione, se non si vuole che altri se la prendano: alla propria forza non si rinuncia Luisa Muraro senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla. La predicazione antiviolenza vorrebbe farci credere che la misura giusta la fisserebbe il confine tra forza e violenza: no, lo sconfinamento tra l una e l altra spesso è inevitabile. La misura da cercare è nella coincidenza fra Fotografia di Shobha, Prima della vampa di San Giuseppe, Acqua dei Corsari, 2009 la giustezza e la giustizia dell agire, coincidenza che va cercata non dico a tentoni, ma quasi. La giustezza (che è parente dell efficacia) è soprattutto dei mezzi, la giustizia è soprattutto dei fini. La loro rispondenza, sempre da ri-cercare, si oppone al cinismo del fine che giustificherebbe i mezzi, ma anche alla paralisi di un agire tutto conforme alle regole stabilite. Ed è un nome della politica. Dosare l uso della forza di cui si dispone fa parte della strategia dell agire politico non come un opzione qualsiasi ma come un sapere necessario; lo insegna molto bene l an- 16 mezzocielo luglio 2012 violenza 17 mezzocielo luglio 2012 violenza

11 violenza tico filosofo taoista Sun-Tzu nell Arte della guerra. La giustizia, per il generale che comanda l esercito, consiste nell obbedire agli ordini dell Imperatore, ma il generale sa che ci sono ordini dell Imperatore ai quali non si deve obbedire : bisogna saperlo se vogliamo accorciare le distanze fra la cosa giusta da fare qui e ora, e la giustizia del nostro fare, riconoscibile anche domani e dopodomani. In seconda battuta deve venire, logicamente, un aperta discussione sull idea di violenza giusta. Il nostro sistematico non chiamare in causa Dio (che ha le sue buone ragioni), ce la rende forse una questione improponibile, perché la violenza giusta è per definizione violenza divina, ossia manifestazione di un essere per essenza giusto. Che non è certo l essere umano. Tra i nomi divini c è anche Sole di giustizia. Non esiste? Pazienza, ci faremo luce con le candele, ma le verità teoriche restano tali anche in assenza di fatti, e teniamole presenti. Altrimenti, in base a quello che capita di fatto tra gli umani, si crede che la violenza sia in sé cattiva. E si prepara il terreno per sostenere che essa si giustifica unicamente se il suo uso viene regolato per legge. Si sorvola così sul fatto che il diritto usa la violenza come uno strumento per scopi che il diritto stesso dichiara tali, giusti: un circolo vizioso dal quale non si esce senza spezzarlo, dato che il diritto vigente rispecchia lo stato dei rapporti di forza e la violenza non gli è certo estranea. Cose già dette e risapute. Possiamo far finta d ignorarle? Si tratta di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e nessuno può farla sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi. Dunque, violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze. La forza, date certe circostanze, può giustamente ed efficacemente esercitarsi arrivando ai limiti della violenza e perfino oltrepassarli. Ma perché abbia senso discutere su questa tesi, giusta o sbagliata che sia, devo chiedermi se ho veramente la capacità di agire con tutta la forza potenzialmente mia, se ne dispongo effettivamente. Se non fosse così e se questo difetto di energia fosse diffuso, come temo, sarebbe ridicolo cercare un nuovo punto di leva, come voler saltare su un letto con le molle rotte. La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l idea di una violenza giusta, favorisce l abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria. E ciò si ripercuote sull intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente. Nessuno lo dice ma, secondo me, nell appannarsi dell intelligenza collettiva in questo nostro paese, non c entra solo il consumismo e cose simili, ma anche la fine della sfida comunista che veicolava un idea di violenza giusta, quella rivoluzionaria; poco importa qui il giudizio politico, sto parlando di dosaggi interiori. Dicendo tutta la forza necessaria, intendo la duplice forza della consapevolezza (non il recriminare e lamentarsi ma vedere e rendersi conto fino in fondo) e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nelle possibilità della persona che vede e si rende conto. Era nelle possibilità delle forze di pace presenti nella ex Iugoslavia difendere i civili inermi che furono assassinati in massa a Srebrenica nel E invece che cosa hanno fatto i militari dell Onu? Hanno aiutato a selezionare le vittime destinate al massacro: l hanno fatto non per paura né per complicità ma per semplice stupidità, incapaci di percepire il mostro dell odio che era davanti ai loro occhi. Era nelle possibilità degli abitanti dell Aquila impedire al capo del governo di fare della loro sventurata città la cornice massmediatica per la sua autopromozione. Sette volte il capo del governo è andato impunemente a fare passerella nella città distrutta dal terremoto. Se lo avessero mandato indietro a fischi e sassate, come si meritava, come si usava una volta, come chiedevano i loro morti, quelli uccisi dal crollo di edifici pubblici taroccati, nessuna polizia avrebbe osato picchiarli e arrestarli. E il loro centro storico, chissà, non sarebbe più il mucchio di macerie transennate che continua a essere. I filosofi lamentano che confondiamo tra loro concetti diversi come potere, dominio, forza, violenza. D accordo. Ma quando, per tutta risposta, si mettono a darci le loro accurate definizioni, vorrei dirgli: prima di ciò, dovreste indagare dove e come nasca la confusione. E chiedervi se per caso quella che appare una confusione non sia la manifestazione di qualcosa che fareste bene a guardare più da vicino. Rileggete quel capolavoro racchiuso in poche pagine che è L Iliade poema della forza di Simone Weil. Sebbene forza e violenza siano fra loro ben diverse, separarle per definizione non fa che occultare un aspetto ineliminabile della realtà umana. Ci sono distanze e prossimità che non si stabiliscono verbalmente ma attivamente: la definizione giusta la troveremo alla luce di questo agire. Insomma, meno filosofia e più pratica. dal saggio Dio è volent...!, Nottetempo Ed., 6 Maxxiartiste Ferrara 2012, Naiza Khan, artista pakistana Roma. Sventolano come bandierine al sole davanti ai severi profili dell architettura del Maxxi di Zaha Hadid, le centinaia di magliette gonnelline e pantaloncini colorati di Kaarina Kaikkonen, stesi sui fili, come si fa nei vicoli delle nostre città meridionali. Un bell ingresso, molto femminile che dà allegria e poi, dentro, di artiste ne trovi altre tre. Mostre corpose, importanti, Paola De Pietri che fotografa paesaggi silenziosi laddove cento anni fa ci furono guerre e urla di dolore e poi un focus molto articolato su Marisa Merz, e alla fine il colpo al cuore e al cervello lo dà la colombiana Doris Sulcedo. Una sala lunga, molto lunga, riempita da cento tavoli di legno grezzo scurito sui quali sono posati a gambe all aria altrettanti tavoli scuri. E già sarebbe un drammatico vedere e sentire se da ogni tavolo capovolto, probabile bara di esseri umani indifesi, non venissero fuori, dal legno vivo, come per miracolo, migliaia di fili d erba. Veri fili d erba, morbidi e teneri da accarezzare di nascosto. L.B. Quando l acido brucia anche l anima È il titolo di un esposizione di Shobha al nuovo Festival della Fotografia a Ragusa. Dedico questo progetto a Fakhra Younas, una bellissima danzatrice di Karachi fuggita dal suo paese dopo che il marito nel sonno l aveva bruciata con l acido. Arrivata in Italia nel 2001 si era sottoposta a 39 operazioni, diventando un simbolo per molte donne islamiche. Fakhra si è suicidata nel La mostra è affiancata da un video di 27 minuti Stop Acid Violence Against Humanity realizzato da Shobha in Bangladesh nel mezzocielo luglio 2012 violenza 19 mezzocielo luglio 2012 arte

12 teatro Quante mani sopra di me Paola Nepi Fotografia di Massimo Carroccia, La scenografia dello spettacolo, Sono sola? Che dico! Non posso stare sola, il mio è un deserto affollato... Mani esperte, devote, mani disposte ma straniere. Cuori stranieri con in bocca la loro musica straniera. Tra poco, lo so, comincerà la giostra ma, vi prego, tacete un attimo! Lasciatemi ascoltare, fuori c è il silenzio del mattino Il rito non si ferma. La mia carne nelle loro mani, il cuore altrove.... Aspettate! Non tiratemi ancora fuori dal guscio. Ancora i miei sguardi non hanno suono al loro sentire, le mani mi sono addosso, disfanno l illusorio calore della notte. Ma io chi sono? Dove sono? Chi sembro? Che posso fare? La vita è come un fiume Come fare a descrivere chi e com è Paola Nepi, e quanto io la ami e le sono vicina anche se sono lontana? Una volta l andai a trovare. Paola era nel suo letto, senza potersi muovere e mi chiedeva di me, cosa facevo, eccetera ed io cominciai a raccontare cercando di analizzare la mia vita. Paola mi fece parlare, e poi mi disse Perché tutti questi discorsi e ragionamenti...? Sabi, la vita è come un fiume. Non stavo parlando con un saggio Zen, e tanto meno con Eraclito. Era Paola, la mia amica affetta da distrofia muscolare che si aggrava progressivamente. Lei era sul suo letto, non poteva muoversi, mentre io andavo e venivo, potevo correre, nuotare e ballare. Un altra volta mi disse: Io mi sento come un uccellino; se arriva un raggio di sole dalla finestra, sono felice. Paola ha già scritto un libro di poesie, poi la sua autobiografia (Storie di via Cennino) e quest inverno il testo per uno spettacolo multimediale, Le mani addosso, da cui sono stati tratti gli stralci qui pubblicati. Anch io sono andata a vedere lo spettacolo, assieme a numerosi amici venuti da tante parti d Italia ed anche dall estero. La scenografia riusciva a dare il senso dello spazio interiore di Paola e dei suoi sogni, attraverso un cielo immenso dove apparivano frammenti scomposti delle parole scritte quando ancora usava la penna. L opera è stata messa in scena grazie al lavoro di numerosi artisti e persone amiche, tra cui il suo compagno Richard Ingersoll, il regista Tiziano Trevisiol, e l attrice Lorella Serni che ha interpretato con grande intensità la sofferenza e la forza dell autrice. È stata rappresentata a Cavriglia (Arezzo) l 8 marzo scorso, con il sostegno degli enti locali e della regione. Sabina Mani materne, mani matrigne, mani benedette, mani maledette, mani necessarie, mani indispensabili! Mani! Mani! Inconsapevoli mani da cui spesso mi sento come scancellata, che del mio corpo leggono i bisogni, mai i desideri Chiudo gli occhi, mi arrendo. Non ho scampo, incessante l opera prosegue... Chi, per prima mi mise le mani addosso? Mi tastò con mani sconosciute fino allora ansiosa di scoprire cosa accadesse, e mi lasciò sperduta?... Sì, fu proprio lei che, in un giorno d estate, d improvviso caduta nell abisso della paura, mi mise le mani addosso e mi marchiò con la sua ansia. Proprio quella madre dal sorriso ameno e lo sguardo severo. Lei che vedeva smpre tutto, che si accorse che crescevo sbilenca, che subito pensò che il destino della sua infanzia negata continuasse in me. Sì, lei che mi guadava come se si guardasse in uno specchio. E fu ancora lei che, per il mio bene, mentre io, in uno strano mattino in cui, distratta, mi ero persa dietro la musica del mio primo treno, a mettermi ignuda sotto gli occhi di un uomo di scienza che prima mi mise le mani addosso e poi mi chiuse in gabbia. Io ch ero farfalla! dal volume Le mani addosso, di Paola Nepi, ediz. della Meridiana, Firenze mezzocielo luglio mezzocielo luglio 2012 teatro teatro

13 Ok la carriera ma non rinunciare a se stesse La svendita del sapere studiare solo per trovare lavoro? cultura Dall inizio di quest anno l APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea) ha organizzato incontri in diverse città italiane dal titolo Valorizzare la presenza femminile nella Ricerca e nell Innovazione. Quando l invito per questa giornata formativa a Catania è arrivato sul tavolo del mio ufficio, la prima reazione è stata di irritazione: dopo più di 40 anni di femminismo (ero un adolescente nel 1968) era ancora necessario ricordare al mondo maschile che la presenza femminile andava valorizzata? Dopo questa emotiva reazione ho riflettuto sui numeri che conosco come medico e ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e che da soli illuminano su questa realtà. Al CNR ci sono 11 Dipartimenti di cui solo uno è diretto da una donna e 107 Istituti con 18 Direttori di sesso femminile. Ci consoliamo con un vice Presidente donna. Un rapporto del 2009 della Commissione europea sulla parità di genere nella scienza ci informava che le donne pur rappresentando il 33 per cento dei ricercatori italiani, solo in una percentuale del 20% raggiunge posizioni di leadership. Nel 2011 a Firenze è stato organizzato un Convegno dalla Federazione Nazionale dei Medici e degli Odontoiatri (Fnomceo) in cui sono stati presentati gli ultimi dati, certamente non incoraggianti: solo una donna su 10 diventa primario e su 106 Ordini dei Medici in Italia appena due (Gorizia e Fermo) hanno una presidenza al femminile. Eppure oggi, dicono i dati Fnomceo, nella fascia di età tra i 24 e i 29 anni i «camici rosa» sono (circa il 64 per cento), mentre gli uomini sono Se poi si sale di qualche anno, tra i 29 e i 34 anni, le donne medico iscritte all Albo sono (64,25%) contro maschi. Nonostante la forte e significativa presenza di donne nel mondo della medicina e della ricerca i posti occupati ai vertici non riflettono le stesse percentuali. Negli anni ottanta, appena laureata dicevo con veemenza che ero una donna ma volevo lavorare come un uomo; adesso, con maggiore consapevolezza e maturità affermo con la stessa veemenza che sono una donna e voglio lavorare come una donna! Cosa significa? che ho imparato che il mio Angela Distefano* modo di lavorare da donna è più produttivo, empatico, aggregante e innovativo ma coniugare famiglia e carriera è ancora una sfida e una grande fatica. Forse per questo, alla fine, rinunciamo a raggiungere posizioni apicali. Infatti, ben il 30% delle donne primario è single, il 30% è senza figli ed il 20% con un solo figlio. Le stesse percentuali, naturalmente, non riguardano il mondo maschile. Noi donne sappiamo lavorare in gruppo per raggiungere obiettivi e non potere; sappiamo confrontarci con competitività ma senza aggressività e la nostra presenza nei gruppi di lavoro e di ricerca è un valore aggiunto perché sappiamo mettere impegno, sacrificio e determinazione. Nei miei 30 anni di esperienza professionale ho anche imparato che noi donne possiamo trasferire nel nostro lavoro ciò che ci insegna l esperienza familiare: il sapere ascoltare, capire i bisogni delle altre donne e provare sempre (o quasi) ad allentare tensioni e conciliare esigenze diverse. Mi piace aggiungere, inoltre, che la maternità potrebbe essere un valore aggiunto per le donne capo, perche con i figli s imparano la tolleranza e la pazienza e l importanza di essere un modello da imitare piuttosto che un capo da temere. Alle giovani donne dico sempre di non vergognarsi mai delle loro incombenze familiari. Non si può essere un ottima ricercatrice o in generale un ottima professionista se non si riesce a essere anche una buona madre perché sono i nostri figli la società di domani. Per tutto questo dobbiamo lottare e non solo per avere veramente pari opportunità nella carriera ma soprattutto per avere un mondo del lavoro coniugato al femminile che ci permetta di fare carriera senza rinunciare ad una vita familiare altrettanto gratificante e socialmente utile. * Ricercatore Istituto di Scienze Neurologiche - Consiglio Nazionale delle Ricerche 22 mezzocielo luglio mezzocielo luglio 2012 cultura cultura Francesca Saieva Auspicare a un incontro tra teoria e pratica non è uno slogan dei nostri giorni, piuttosto una richiesta (storicamente testata) per ridefinire l identità di ogni realtà e sapere. Richiesta legittima, di certo, ma soggetta a innumerevoli contraddizioni. E l impressione che ne viene fuori è quella di una cultura svilita a suon di monetine da un sistema-istruzione allo sbando, alla ricerca di provvigioni da investire su un capitale umano che rischia paradossalmente di non diventare nemmeno forza-lavoro. La questione dei saperi vive infatti strani giorni, a causa delle dinamiche di mercato di chi da un lato sostiene di volere investire sul capitale umano, dall altro non ne limita la fuga. In piena crisi economica l Italia di oggi, da nazione giovane (almeno così ci avevano abituato a definirla vecchi manuali di storia, in relazione alla sua tardiva unificazione) è diventata un paese anziano, dove circa due milioni di giovani non lavorano e non studiano. Così, tra presunta mobilità e precarifantasmi, l Italia da decenni sul discensore fa della disoccupazione il suo emblema. Dati recenti registrano il calo delle iscrizioni nei licei (sotto del 50% rispetto agli altri indirizzi scolastici) e nelle università (queste sembrano infatti non rappresentare più i vecchi e rassicuranti parcheggi di una volta). Fra le scelte degli studenti sono privilegiati gli istituti tecnici e i professionali (rispettivamente con il 31.50% e con il 20.60% degli iscritti, stando ai dati rilasciati dal ministero per le iscrizioni , mentre i licei scendono del 47.90%). Emerge inoltre che tra i licei la scelta interessa perlopiù l indirizzo scientifico e linguistico a scapito di saperi umanistici, relegati nei superati licei classici, ormai non più in grado di competere con meccanica, chimica, informatica e settore alberghiero. Come porsi, dunque, nei confronti della questione? Sarebbe troppo facile sostenere la tesi che la cultura vada al passo coi tempi e che le suddette iscrizioni a indirizzo siano frutto di libere scelte. E se tutto fosse invece una conseguenza di un contingente socio-economico che crea ancora una volta aspettative sulla base di stimoli imprenditoriali, di liberalizzazioni (vedi imprese under 35) e apprendistati professionalizzanti? Se la questione è controversa (in relazione a interessi privati e pubblici), sulla base di rapporti di causa-effetto, dove in questo caso l effetto-lavoro non sembra essere più garantito dalla causa-formazione, è certo però che, oggi più che mai, si sceglie la via più breve. Per esempio, per quanto riguarda le iscrizioni alle scuole di II grado, l afflusso ai corsi triennali che rilasciano qualifiche specializzate (per inserimento presumibilmente in tempi reali nel mondo del lavoro) rispecchia anche le esigenze della famiglia media italiana, sempre più a corto di risorse economiche, che stenta ad arrivare a fine mese e che non è in grado di sobbarcarsi nella avventura istruzione dei figli, tra costi di libri di testo e tasse universitarie in aumento. Che dire poi delle raccolte punti dei corsi di formazione per docenti precari, o degli stage e master per nuove caste del sapere? Insomma non si finisce mai di pagare! e così pure di stupirsi di fronte a iniziative redditizie (non di certo per i docenti), quali i tirocini formativi (TFA) a pagamento per gli insegnanti, che aggiungeranno alla lista dei precari storici neo-precari, e a recenti notizie di un possibile imminente bando di concorso per i docenti che elude le vere problematiche scolastiche. E l immagine che ne viene fuori della scuola italiana è ancora una volta quello di un sistema nel baratro, devastato e distratto alla domanda e alla offerta formativa stessa. Nel Belpaese la fuga dei cervelli diviene quasi privilegio se paragonata all impossibilità di molti giovani e meno giovani di assecondare le proprie attitudini e inclinazioni, non portando a compimento il proprio ciclo di studi. Così che lo scarto culturale delimita la soglia tra pubblico e privato. Una vera e propria controtendenza sulla base delle esigenze-richieste dell Ue d incrementare la percentuale di popolazione con una laurea dei paesi Ue nella fascia d età anni. Nel declino di una società allo sbaraglio, tra paradossi e controtendenze, guardiamo l assenza di una prassi attenta a interessi ideologico-culturali ed economici collettivi. Sì, dalle arti del trivio e del quadrivio alle aule pollaio il passo è stato breve, forse più di quanto possa sembrare.

14 cultura Quel misogino di Euripide Egle Palazzolo Si diceva fosse misogino Euripide. E senza volerci girare troppo intorno, dato che appare ben possibile, l ultimo, il più giovane della triade feconda dei drammaturghi greci, qualche novità, nel panorama uomo-donna-divinità-fato riuscì davvero a collocarla. E riguardo alla donna in particolare. Se da lui viene infatti la pura e sofferente Ifigenia, la donna di Euripide, è piuttosto quella disegnata nella tragica passione di Fedra o nella vendetta dolente e forsennata di Medea. Donne che sprigionano una sessualità forte e manifesta, una passione spinta agli estremi, pronte a interfacciarsi con gli dei, pronte a pagare, con determinazione e coraggio. Anche il misfatto, anche la follia, di cui. sono autrici e vittime al tempo stesso. A tutt oggi sono le creature euripidee che maggiormente gravitano, fuori dal mito a millenni di distanza in odierne realtà, come la nostra. Proprio per essere donne ed anche di più e diversamente da quanto non avvenga per il personaggio maschile, per l eroe, più idonee a contenere le complessità e le sfumature dell animo. Perché, nella donna, rimangono integri, come fuori dal tempo,il percorso difficile e tortuoso dell affermazione del suo ruolo, della sua vita stessa e lo strascico greve dei suoi diritti negati. La donna protagonista in Euripide, merita, in qualsiasi momento lo si voglia fare, un discorso ricco e stimolante. Il suo modello, e siamo alla fine della potenza politica di Atene rompe lo schema consueto e l autore si fa talora imprudente, persino ambiguo: rende ossequio alla divinità ma non evita di spiazzarla,dissimula i suoi dubbi ma non la sua stessa sofferenza di autore. E tutt oggi, ma va detto, come accade per Eschilo o per Sofocle, irrompe su un magnifico palcoscenico di pietra antica più volte genialmente attualizzato e inchioda lo spettatore. Quello che oggi,se ha in mano il suo ipad, si adopera a fermarne le immagini. Una solida verifica si è avuta quest anno con l edizione de Le baccanti, spettacolo di grande raffinatezza scenografica per l eccezionale apporto delle danzatrici dell International Ballett di Marta Graham che ha impresso al testo un paio di tasselli in più in uno con la limpida e schietta regia di Antonio Calenda. Regista che non ha strizzato troppo l occhio a Dioniso ma ha condotto con azzeccate intuizioni il suo gioco sarcastico e crudele, la sua superbia inalterata, forse alla fine oscurandone la vittoria. L opera, l ultima come è noto di Euripide, rappresentata per la prima volta dopo la sua morte, è teatralmente tra le più incisive e articolate. Ma pur sapendo dei riti greci, delle feste di Dionisio, di quanto in quelle occasioni avveniva, ci si chiede in particolare se è solo a questo che Euripide fa riferimento o quanto e se volentieri faccia delle donne baccanti ibrido strumento di una sua tesi più spinta, più audace ma a tratti ambigua. Rese folli da Dioniso che vuole vendicarsi di chi non lo riconosce figlio di Zeus, le donne che si muovono in onore di Bacco fanno tremare Tebe e si impongono vaganti e imprendibili per la loro forza, e la loro estrema crudeltà. Vale ripetere questo dato, del resto il più saliente della tragedia, per tornare alle iniziali riflessioni: In quest opera Euripide fa delle donne le vere protagoniste della sua tragedia, mentre vagano ebbre e dissolute, ignare di ciò che erano e della loro maternità di cui faranno scempio. Come Agave del proprio figlio Panteo che ha osato imprigionare Dioniso e disconoscerne la natura divina. E dopo averlo dilaniato insieme alle compagne questa madre infelice, non appena rinsavita ne porterà tra le mani, la testa ritenendola quella di un leone Dionisio infine è pago e non manifesta dubbi o rimpianti, le baccanti rientrano comprendendo senza scampo a quale trama, a quale iniquo fato il dio li aveva destinate. Ma Euripide si pone oggi di fronte ad un pubblico che non può ignorare se stesso e le sue diverse emozioni. A cui va perdonato se non si ferma troppo a decodificare. Inevitabilmente tra l altro per quel che attiene al rapporto tra il dio e l uomo così onnipresente nel mondo dei greci, nel Mito dominante. E, vien la tentazione di fare un leggero sgambetto ad Euripide. Era misogino? Si è impadronito delle baccanti e le ha fatto muovere nella follia, nel lutto, nel sangue? Eppure esse riescono a rimandarci una essenza persino gioiosa, che la trama e il suo sanguinario e infecondo sviluppo, non alterano ai nostri occhi: Per un momento sono donne in ogni caso liberate, che lasciano le loro dimore, i loro compiti abituali,le loro quotidiane sottomissioni. Vagano tra la bellezza della natura, la suggestione dei tramonti e del canto degli uccelli, libano a Bacco e accolgono il piacere, del proprio corpo e delle proprie passioni. Avvertono il senso del gruppo dello stare insieme, della sintonia che tra loro si crea, della forza che sanno di poter sprigionare e della paura che ad altri ne deriva. Noi questo prodromo di donne insieme, capaci di dominare Tebe, ce lo teniamo. Dietro la follia riusciamo a distinguere una natura imprigionata, una verità che la ragione comune disattiva. Euripide è un grande drammaturgo della classicità, Noi, oggi in quella cavea, siamo, donne di una contemporaneità che, senza mescolare o imbastardire il grande archetipo della Tragedia, si prende qualche sua libertà d intendere. In tutto rispetto. Marilyn Monroe mai veramente amata Quando era ancora trentenne, e già ossessionata da un possibile viale del tramonto e dalla concorrenza di nuove temibili rivali, Marilyn Monroe, si reca a Londra perché chiamata nientemeno che da Sir Lawrence Olivier che la vuole come partner per il film Il Principe e la Ballerina da lui diretto. In effetti il grande attore aveva solo bisogno di un oca bionda, dal fisico dirompente che non insidiasse troppo la sua bravura, mentre Marilyn pensava che finalmente sarebbe stata apprezzata come attrice. E in effetti regge il confronto, superando la prova brillantemente, anche se il prezzo di questa sua rivalsa diventa per lei sempre più alto. Il film My week with Marilyn, in Italia semplicemente Marilyn, del regista inglese Simone Curtis, non racconta la vita della grande diva ormai cristallizzata nel tempo, ma il ricordo del giovane Colin, allora terzo aiuto regista del film, che accoglie con grande amore e dedizione il disperato bisogno di ammirazione e perché no, di amore di cui la star aveva necessità per la sua stessa sopravvivenza, avida com era di conferme e gratificazioni e non solo per il suo, sia pure apprezzabile fondo schiena, o il suo sguardo da camera da letto. Insicura, nevrotica, divorata dalla paura di non essere all altezza nel suo sangue ribolliva una lista di medicinali da facoltà di farmacologia tutti accompagnati a liquori forti. Un mix micidiale fatto di farmaci, lavoro, mariti, amanti, amori più o meno impossibili per protagonisti fuori dalla sua portata, come i fratelli Kennedy, hanno segnato ogni giorno di più la sua corsa verso un crollo irreversibile. E viene da chiedersi come mai non si sia spezzata prima. La protagonista del film Michelle Williams, lontana anni luce dal voler somigliare a una icona difficile da imitare, con grande umiltà ha introiettato il personaggio Marilyn, evocandone fragilità e complessità, ma anche quel mix di sensualità e spontaneità irripetibili. Perfetto, come sempre, Kenneth Branagh-Lawrence Olivier, nel ruolo del grande attore, alquanto trombone, bisogna dirlo, sempre più insofferente ai ritardi interminabili e alle sparizioni della sua partner che, poco elegantemente, definiva la più stupida sciacquetta che abbia mai incontrato. (La stessa insofferenza denunceranno Jack Lemmon e Tony Curtis per le riprese di A qualcuno piace caldo). Tutto questo non era Giusi Catalfamo imputabile al suo voler essere diva, ma a notti insonni e angosciose, risolte con quantità industriali di barbiturici e alcool. E il film stigmatizza proprio lo scontro tra chi grande attore, vuole essere divo, e chi, diva suo malgrado, vuole invece essere una vera attrice. Il merito del film, secondo me, è quello di non avere frugato tra i tanti misteri e le trame oscure della vita di una donna diventata leggenda e su cui l avidità di biografi più o meno attendibili ha voluto speculare e, da parte della protagonista, il non voler somigliare a un mito, perché ogni tentativo di imitazione sarebbe risultato caricaturale. Chi l ha conosciuta, chi l ha frequentata, chi l ha curata, o chi forse involontariamente si è reso complice della sua tragica fine. Si sono incrementati sospetti e improbabili ipotesi della sua vita e della sua tragica morte, quando la verità, forse, è stata semplicemente quella di una donna fragile, incapace di reggere un gioco troppo grande per chiunque, e ancora di più per lei, già così incrinata. In questo senso il film non è un biopic, non vuole raccontare la sua biografia, ed è per questo che l abbiamo apprezzato, per questo mi ha commosso. Non so se a questo punto posso dire che Marilyn sia un film da non perdere. Forse il ritmo non è proprio ottimale, forse la trama non è coinvolgente, forse è troppo sobrio, mai sbracato, ma forse, proprio per questo, ti lascia qualcosa dentro e anche tu, da spettatrice, credi di rivivere il dramma di chi forse non è mai stata veramente amata, la solitudine di chi si sente perennemente fuori posto. Un altro suo merito sono gli attori, tutti perfetti da Kenneth Branagh-Lawrence Olivier, a Judi Dench, al giovane e sognante Eddie Redmayne, ma il suo merito più grande è lei, la dolce, convincente intensa Michelle Williams, che per la sua interpretazione ha fatto incetta di meritati premi, insidiando persino l Oscar a una grande come Meryl Streep. cinema 24 mezzocielo Luglio mezzocielo Luglio 2012 cultura cinema

15 Bangladesh, 2011 Fotografie di Shobha Karnataka, 2012 Kerala, 2012

16 cultura Con questo romanzo, Cose da pazzi fedelmente illustrate dalla pazzariella foto di copertina di Shobha, per la prima volta nella sua carriera di scrittrice affermata e apprezzata da larghe fette di critica e pubblico, Evelina Santangelo parla della sua città, Palermo. Ma lo fa in un modo latente, dissimulato nei lampi descrittivi in cui ciascun palermitano colloca la propria cognizione di luoghi vissuti, che diventano perciò summa di una città mai citata né nominata nei suoi topoi identificativi, eppure raccontata con allusioni sociologiche e riferimenti spazio-temporali che disegnano la sua geografia urbana senza esitazioni. La storia si svolge dunque in una Palermo non detta ma evocata da certi fenomeni ricorrenti, lo scirocco, l afa, la luce accecante di un sole implacabile, le lunghe ombre meridiane, le piogge scroscianti che impattano con la debolezza del sistema fognario, mentre il resto del lavoro di ricognizione è svolto dagli scarni scenari urbani che avviluppano il microcosmo antropologico che ne è protagonista. È la storia di una famiglia, padre operaio che pur perdendo il lavoro non scende a compromessi, madre colombiana perfettamente integrata a simboleggiare un potenzialmente avvenuto melting pot, figlio ragazzino sveglio e perspicace che segue lo svolgersi della vita del quartiere, amatissimo, attraverso i propri e gli occhi del suo compagno e amico di avventure condivise, il Richi che non proseguirà con lui ma che non svanirà dal suo orizzonte. Il ragazzino Rafael osserva e deduce, senza giudicare, i movimenti dell umanità che popola quel microcosmo e da cui si scoprirà segnato (o meglio, lo scopriranno i lettori) quando, da adolescente costretto ad emigrare con la famiglia in una grande città del nord, le memorie di luoghi e persone della sua infanzia incarneranno l àncora di salvezza a cui appigliarsi per non deviare. Ed è qui che emerge con grande forza espressiva la figura della giovane professoressa, ovviamente precaria, che si è spesa con generosità proprio contro i libri Due focus sul bel libro di Evelina Santangelo Evelina Santangelo, Cose da pazzi, Einaudi Ed. 2012, 21,00 rischi di una, altrimenti inevitabile, devianza di pensieri e comportamenti dei suoi alunni a rischio. Ho trovato, nel raccontare di Evelina Santangelo, l evolversi di uno sguardo che, da indulgente e protettivo nei confronti del piccolo campione umano che situa nel quartiere Spina, diventa, lungo lo svolgersi del romanzo, desolato e perfino sconfortato nell epilogo che racchiude, anche qui, la summa dei mali del nostro tempo e delle vittime lasciate sul terreno. I prodromi di quel che avverrà si annidano però nel crescendo delle trasformazioni subite dal quartiere: la nascita come funghi di pub, boutique, ristoranti alla moda, abiti firmati e parole nuove sfoggiati come status di una modernità solo epidermica, segnali di cambiamenti che si accompagnano inevitabilmente al controllo mafioso del territorio, alla perdita del lavoro e alla offerta di scorciatoie da parte di piccoli aspiranti boss, fino alla emigrazione e alla perdita delle radici che porta, non solo Rafael, a contatto con la terribile realtà dello straniamento, urbano e sociale. Ma il modo di sfuggire a tutto questo, Evelina lo cela nella sua non descrizione della città che le simboleggia tutte. Rosanna Pirajno Collegamenti forse impropri Rafael, il protagonista del libro di Evelina, lascia Palermo per il Nord, dove è tentato di farsi giustizia con la violenza. È fermato dalla polizia, caricato su una camionetta, e comincia a riflettere Qui il libro finisce. Nella storia e nella letteratura di Sicilia: quanti giovani hanno cercato la salvezza nella violenza o fuori dell isola Un giovane siciliano, Giuseppe Di Maria, tenta a Torino una rapina a mano armata, ed è quasi linciato dalla folla. Ne parla, in uno splendido libro del 1977, Giuliana Saladino. Il libro è Terra di rapina. Ecco alcune righe: Per me è finita ha detto nel pomeriggio dopo ore di mutismo. È finita, ma dove, quando, come è cominciata per lui? Dove: nel più desolato interno dell isola... Quando: nel giorno in cui una somma di frazioni di pensieri prese corpo e diventò prima una certezza se non mi dò aiuto non ho speranza e poi una decisione, quella di rischiare Come: sostituendo alla zappa un revolver. Ma possiamo tornare molto più indietro Una famiglia di pescatori è distrutta da una serie di disgrazie, economiche e personali. Ntoni, il figlio più bello, perduto dietro il vino e coinvolto in un piccolo contrabbando, accoltella una guardia giurata, ed è condannato ad otto anni di carcere. Tornando di notte, per rivedere quello che resta della sua antica famiglia, dice: Andrò lontano, dove troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono... Sono le ultime pagine dei I Malavoglia, un capolavoro della letteratura italiana, di Giovanni Verga, opera che apre il ciclo letterario (rimasto incompiuto) de I vinti. Ci sarà un domani, stiamo costruendo un domani, in cui non sarà più questo il destino dei più emarginati giovani siciliani? S. M. 28 mezzocielo luglio 2012 Correndo il rischio di essere considerata esagerata, dico che questo libro è un piccolo miracolo. Raccontare, in meno di 300 pagine, la storia tutta della Sicilia dalle civiltà dimenticate dell ultima età del bronzo fino a Salvatore Cuffaro che entra a Rebibbia, è un impresa che si può considerare impossibile, ma che Amelia Crisantino ha condotto felicemente in porto. Il filo contorto e affascinante della vita economica, sociale e politica di questa splendida e insopportabile isola, si dipana con precisione e agilità attraverso sei essenziali capitoli, ciascuno suddiviso a propria volta in sette paragrafi. Un audace cronologia a fine libro elenca in sei paginette gli eventi principali dal 735 avanti Cristo al 2011 (dopo Cristo!). Piccolo libro, ma grandi ambizioni come suggerisce il sottotitolo Le radici antiche dei problemi di oggi. Perché la nostra dipendenza economica? Perché la miseria morale della classe dirigente siciliana? Perché la costante presenza di gruppi violenti (che oggi chiamiamo mafia, ma che in forme diverse hanno sempre imperversato in Sicilia) condiziona la nostra vita comune? Chi leggerà il libro (che caldamente raccomando) andrà via via individuando acute e pungenti risposte (o ipotesi di risposte) a queste ed altre dolenti domande. Le origini poco nobili dei nobili siciliani, la loro resistenza ad ogni innovazione portata libri Fotografia di Margò Ovcharenko, Hermitage La Sicilia oggi, ieri e l altro ieri dall esterno, la poca o nulla capacità imprenditoriale dei nativi, che hanno quasi sempre lasciato ad altri (fossero genovesi od inglesi) lo sfruttamento e la commercializzazione delle risorse locali, la compresenza di ribellismo e servilismo, le rare ma splendide rivolte che hanno puntellato la nostra storia, ma che sono state sempre riassorbite dai potenti, per la difficoltà di darsi una direzione coerente (e per la bieca reazione dei ceti dirigenti locali e nazionali); il mix (che si riproduce costantemente nei secoli pur tanto diversi) tra rivendicazioni autonomiste, opposizione allo stato centrale, e richieste di privilegi ed assistenza. Tra le pagine alcuni medaglioni (graficamente distinti dal testo) illustrano singoli argomenti ed illuminano, partendo da una particolare messa a fuoco, il contesto della narrazione complessiva. Ed ecco Le strade, Ruggero II, Idrisi e la nascita della geografia, Il terremoto, Zucchero di Sicilia, Napoleone e lo sbarco in Sicilia, Il canonico illuminista, ecc. ecc. L ultimo capitolo si sofferma con ampiezza sui nostri giorni, con analisi estese e polemiche che in gran parte condividiamo. Si rivela così la passione politica dell autrice, che fronteggia la sapiente (e a volte anche ironica!) serenità della storica. Simona Mafai Amelia Crisantino, Breve storia della Sicilia, Di Girolamo Ed., 12,90 29 mezzocielo luglio 2012

17 libri libri P O C H E R I G H E In Italia come sappiamo per divorziare occorre affrontare due distinti processi: quello della separazione e poi quello del divorzio, con due distinti mandati e due distinte parcelle. Tempi biblici quando esso non è consensuale, da sei a otto anni circa. All estero, invece, è possibile divorziare subito senza passare per la fase della separazione (due anni in presenza di figli minori un anno senza). Dall Unione Europea arriva una scorciatoia a decorrere dal 21 giugno un nuovo strumento giuridico: l entrata in vigore del regolamento europeo che disciplina le separazione e il divorzio che abbiano aspetti transnazionali cioè soggetti appartenenti a diversi stati membri, i quali potranno scegliere di divorziare, purchè dimostrino la residenza nel paese da loro stessi ritenuto più conveniente in cui vige tale regolamento cosiddetto divorzio breve basterà pertanto, per esempio, che la coppia si presenti al giudice italiano e uno dei due sia di altra nazionalità o residente in altro paese e chieda l applicazione dell ordinamento straniero. In attesa che il Parlamento Italiano provveda alla riforma del diritto di famiglia, tanto agognato, accontentiamoci di un aiuto dall Europa. Adriana Palmeri L ultima decade di Maggio è stata funestata da un altro terremoto che non sconvolge nessuno ma penso indigni tutti: il terremoto nel mondo del calcio. Si scoprono altre partite truccate per seguire l iter delle scommesse. La procura indaga: alcuni patteggiano, altri confessano, insomma l inchiesta si dimostra opportuna. Eppure il 30 maggio il portiere della nazionale Buffon convoca giornalisti e televisioni. Afferma di essere fuori da qualunque giro di scommesse e di aver fatto una carriera integerrima e virtuosamente ammonisce i giudici «Non si può giocare con la vita delle persone». Il popolo del calcio lo osanna! I non tifosi, tenendo conto che nessuno l aveva interrogato, restano perplessi. Qualche giorno dopo gli inquirenti, indagando su un tizio che ha una ricevitoria di scommesse, scoprono un flusso di assegni, tutti di notevole entità, che arrivano a lui direttamente proprio da Buffon. Gli avvocati difendono il calciatore chiedendo a noi tutti Perché un onesto giocatore non può mandare dei soldi ad un suo amico anche se ha una ricevitoria? Noi pensiamo al proverbio Excusatio non petita accusatio manifesta. La procura non si ferma. Silvana Fernandez cultura Ho fame di giustizia È stato ripubblicato il libro Ho fame di giustizia. La rivolta delle donne a Palermo contro la mafia, a cura di Angela Lanza (Navarra Ed.). Il libro, uscito la prima volta nel 94, racconta l esperienza delle donne del digiuno a Palermo durante l estate del 1992: risposta immediata alle stragi mafiose, sotto l impulso di una forte emozione, ma politicamente meditata, testimonianza significativa e diretta di un esperienza condivisa. Il digiuno, iniziato da un gruppo di undici donne riunitesi nella sede dell UDI di Palermo subito dopo i funerali di Paolo Borsellino, è durato un mese. Un mese di esposizione totale in piazza che significava non mostrare paura, non sentirsi sopraffatte dall impotenza e dall insignificanza di fronte a un potere oscuro e violento, cercare e costruire relazioni con altre donne, e uomini. Fin da subito le adesioni al digiuno sono state moltissime; nella calura di luglio piazza Castelnuovo era brulicante di donne e uomini, di idee e parole forti e significative. Si digiunava a gruppi, alternandosi a staffetta, e poi si continuava a partecipare alla vita politica cittadina e nazionale. Le testimonianze di cittadine e cittadini, mai anonime, erano numerosissime, come le manifestazioni di solidarietà da varie parti d Italia e d Europa. Tutto questo e molto altro è stata l esperienza delle donne del digiuno e ad Angela Lanza, che ne ha condiviso il vissuto, va il merito di averne tramandato la memoria par chi non c era (soprattutto le giovani generazioni) ma anche per quelle e quelli che c erano e possono rivivere l atmosfera di quei giorni, confrontare la narrazione, l intreccio di voci femminili, con la propria pratica. Anche chi scrive era una donna del digiuno. Per me digiunare ha significato esprimere disprezzo e distanza nei confronti di un nutrimento velenoso e mortifero come le logiche e le collusioni col malcostume mafioso. Ha significato avere voce e mostrare, insieme alle altre, una pratica differente e condivisa che, abolendo le appartenenze di ognuna, ha privilegiato lo scambio, la relazione, l attenzione reciproca. Non è stata impresa semplice, ma il risultato è stato l affermazione di autorità femminile che ci ha dato parola ascoltata e autorevole. Dopo vent anni alcune delle parole forti di allora sono di assoluta attualità: l assunzione di responsabilità, la coerenza rispetto alle idee professate, la trasparenza unita alla discrezione e alla correttezza di comportamento in pubblico e in privato, la solidarietà nei confronti di chi continua a seguire la strada segnata da Falcone e Borsellino, irta di difficoltà e zone buie. Mai avremmo pensato che nei giorni dell omaggio alle vittime delle stragi, della partecipazione convinta di tutta una popolazione, nei giorni del digiuno in piazza, la trattativa Stato-mafia continuava il suo percorso segreto e oscuro! La nuova edizione del libro è arricchita da scritti di Daniela Dioguardi, Rita Borsellino, Franca Imbergamo, Piera Aiello; donne autorevoli che riflettono su come sono cambiate le loro vite, sulle tortuosità della politica in questi vent anni, sulle ambiguità di certa antimafia, sul significato dell impegno incondizionato delle donne del digiuno, ancora attuale e propositivo. Emi Monteneri Su e giù per gli scaffali Agata Tuszynska, Wiera Gran. L accusata, Einaudi, 20,00 Varsavia, Wiera Gran, la cantante più bella e famosa del ghetto, sopravvissuta all Olocausto, cerca di guardare avanti. Ma l accusa di collaborazionismo e il silenzio del suo pianista, Szpilman, pesano su di lei come una condanna. Della stella di Varsavia non resterà che un capro espiatorio, una ebrea errante destinata alla follia. Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Mondadori, 18,00 La Winterson ha sedici anni quando la madre adottiva le rivolge la domanda che è il titolo di questo libro intimo e drammatico. Il racconto di una vita dedicata ad affermare se stessa, la propria omosessualità e l amore per i libri. Una prova di generosità e di onestà intellettuale, una storia tragica, ma anche allegra, proprio come la scrittura della Winterson. Siri Hustvedt, L estate senza uomini, Einaudi, 17,00 La prevedibilità di un uomo contro l imprevedibilità di una donna. Boris lascia Mia per un amante più giovane. Mia lascia il tetto coniugale per il paese natìo, in Minnesota. Trascorre la sua convalescenza in un estate senza uomini, circondata da donne di ogni età, molto intellettuali e conflittuali (altro che piccola provincia idillica!). Ma proprio questa problematicità aiuterà Mia a ritrovare la sua indipendenza e il desiderio di amare ed essere amata. Stefania Scateni, Dove sono, Nottetempo, 14,00 Ottimo esempio di autofiction (modo di narrare che utilizza l autobiografia senza l obbligo di attenersi strettamente alla verità dei fatti), il romanzo racconta di Chiara e del suo amore travagliato per Paolo. Chiara scrive lettere che non imbuca per conoscersi e per dipanare un passato di violenza sulle donne e di dolore familiare al quale lei vuole sottrarsi. Forte, problematico e dolce. Stefania Scateni dirige le pagine culturali dell Unità. Dove sono è il suo primo romanzo. Annalena McAfee, L esclusiva, Einaudi, 21,00 Quando Honor Tait, decana del giornalismo britannico, incontra Tamara Sim, giovane autrice di pezzi traboccanti di gossip, in realtà sono due mondi che si scontrano: l informazione onesta del passato contro i pettegolezzi usa e getta del presente. Ma, oggi come ieri, la penna si rivela un arma potente, capace di avvicinare anche persone diversissime e di sgretolare facciate impeccabili. Loredana Mancino - Modus Vivendi 30 mezzocielo luglio mezzocielo luglio 2012

18 mezzocielo intemperanze Fatima era una di noi Direzione Rosanna Pirajno (direttrice responsabile) Letizia Battaglia (art director) Simona Mafai (coordinamento) Redazione Beatrice Agnello, Carla Aleo Nero, Rita Calabrese, Giusi Catalfamo, Daniela Dioguardi, Maria Chiara Di Trapani, Silvana Fernandez, Gisella Modica, Leontine Regine, Francesca Saieva, Maria Concetta Sala, Stefania Savoia, Shobha, Francesca Traína Impaginazione e grafica Letizia Battaglia Massimiliano Martorana Editore Associazione Mezzocielo Responsabile Editoriale Adriana Palmeri Il lavoro redazionale e le collaborazioni sono forniti gratuitamente Stampa Istituto Poligrafico Europeo srl Contrada Zaccanelli Roccapalumba (Palermo) Finito di stampare nel mese di luglio 2012 Reg. al Trib. di Palermo il Quota associativa annua: ordinaria: 30,00 sostenitrice: 60,00 c/cp Rosanna Pirajno, V.le F. Scaduto, Palermo Rinnovate o regalate un abbonamento a mezzocielo per il 2012 c/c postale n intestato a Rosanna Pirajno Guardate ogni giorno sul web Hanno sottoscritto e rinnovato l abbonamento: Letizia Battaglia, Silvana Fernandez, Adriana Palmeri, Simona Mafai, Francesca Traina ( 100); Chiara Notararigo ( 60); Angela Di Stefano ( 50); Rosario Cubello, Mariolina Sardo ( 40). Qualche giorno prima, pur sapendo di dover morire, ha scritto: Era il Ero giovane e piena di sogni. Oggi svegliarmi con il sottofondo di un altra poesia, in un luogo dove tendono a spegnere i sogni di tutti, mi dà la percezione di un passato molto importante che rende il mio presente inespugnabile. E lo era davvero inespugnabile. Io la ricordo nel Poco più che bambina, sotto casa, interrompevo i giochi in cui ero intenta per guardarla passare. E non solo per la bellezza o il sorriso lucente. Allora non capivo cosa potesse renderla così speciale, adesso so che quello che seduceva, più di ogni altra cosa, era la forza gentile con cui convertiva in sostanza i propri sogni. Ecco perché, a ogni passo, la sua energia sembrava muovere l aria immobile della città di provincia dove, entrambe, siamo cresciute. In molti ricorderanno che la sua passione più grande sono stati, da sempre, i bambini. In particolare i piccoli rom di Palermo dei quali abbracciava la diversità emarginata con una solidarietà senza perimetro. Li preparava alla vita che li attendeva. Li istruiva, li fortificava o forse li amava soltanto. Fatima in arabo significa colei che svezza i bambini. Nomen omen, nel nome un presagio. Da sempre impegnata nel sociale e nella politica, nonostante l appuntamento, inderogabile, che l attendeva, aveva deciso di candidarsi alle elezioni amministrative di Palermo. Senza pensare, nemmeno per un attimo, di cedere il passo alla malattia. Con un unico disegno, preciso: sfruttare ogni battito del suo tempo, partecipare, fino alla fine, al cambiamento in cui credeva. Prima di andare, ha anche preparato il suo saluto. Nessun fazzoletto listato a lutto, fuori dalla chiesa, a salutare la bara. Ha voluto che sventolassero bandiere rosse, il sottofondo di Bella ciao ad accompagnarla. Fatima ha assistito, viva, alla sua morte come ad un cambio di stagione, un passaggio necessario. È sopravvissuta indenne al rigore dell inverno. E non poteva essere altrimenti. Era nata il 21 marzo. Il primo giorno di primavera. Cettina Musca Un caro amico Mimmo Carnevale, il nostro amato tipografo fondatore dell Istituto Poligrafico Europeo, dove si stampa Mezzocielo, è scomparso il maggio scorso. Mimmo ha sempre appoggiato, sostenuto ed incoraggiato il nostro giornale venendo incontro alle nostre esigenze. Per questo la nostra redazione lo ringrazia sentitamente e, con cordoglio, è vicina alla famiglia. 32 mezzocielo luglio 2012

19 Antonia Azzolini, Fabiola Speranza, Stefania Mighali, Daniela Fiorentino, Nunzia Rintinella, Rosetta Trovato, Grazia Tarkowska, Enzina Cappuccio, Christina Marin, Domenica Menna, Leda Corbelli, Ave Ferraguti, Antonella Riotino, Rosanna Siciliano, Antonia Bianco, Edyta Kozakiewcz, Elisabeth Sacchiano, Gabriella Lanza, Francesca Alleruzzo, Chiara Matalone, Gabriella Falzoni, Esmeralda Enclada, Rita Pullara, Vanessa Scialfa, Concetta Milone, Annamaria Pinto, Hane Gjelaj, Carmela Imundi, Alfina Grande, Camilla Auciello, Gianna Toni, Giacomina Zanchetta, Pierina Baudino, Matilde Passa, Julissa Reyes, Giovanna Sfoglietta, Tiziana Olivieri, Alessandra Cubeddo, Maria Diviccaro, Maria Strafile, Anna Cappilli, Patrizia Klear, Brunella Clock, Fernanda Frati, Loweth Eward, Elda Tiberio, Maura Carta, V. P., Lenuta Lazar, Tommasina Ugolotti, Rosa Genovese, Wlally Urbini, Qaioli Hu, Carmela Russi, Rosa Amoroso, Mariana Marku, Stefania Cancelliere. Il futuro è delle donne? Ma non per queste. Nei primi mesi del 2012 in Italia sono già state uccise più di 58 donne.

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