Noi. impero. nell. dell. Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere. Anno XXX - n 2 - ottobre 2013

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1 Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere. Anno XXX - n 2 - ottobre 2013 Noi nell impero dell Io Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI

2 UN METODO ESCLUSIVO E ORIGINALE COS È OBIETTIVI COME FUNZIONA RISULTATI VERIFICATI Il metodo di lavoro di Attivecomeprima nasce dall incontro e dall ascolto delle persone ammalate di cancro e consente di intervenire sugli aspetti traumatici di tale esperienza, evitando che gli stessi blocchino le persone nella sofferenza, nella paura e nell esclusione dalla vita. Ridurre l effetto traumatico dell esperienza del cancro, favorire la riattivazione della capacità di dare prospettiva alla vita, anche sostenendo i processi di cambiamento e di evoluzione personale che spesso caratterizzano le reazioni alle situazioni traumatiche. Un équipe multi-professionale e integrata permette di gestire al meglio la gamma dei bisogni che le persone esprimono, attraverso differenti strumenti di intervento in ambito psicologico, medico e psicofisico. Gli aspetti traumatici riguardano da vicino anche la famiglia della persona ammalata ed è per questo che il metodo di Attivecomeprima si rivolge anche ai caregiver e ai figli adolescenti e giovani adulti. Potenziamento delle risorse psicofisiche durante le terapie oncologiche Riduzione della depressione e della fragilità emotiva Rafforzamento dell autostima, dell assertività e dell autonomia Riduzione della dipendenza emotiva, pratica ed economica a livello famigliare e sociale Maggior attivazione delle risorse personali per contribuire al buon esito delle terapie oncologiche Tutte le competenze tecniche e cliniche dei professionisti che conducono le attività dell Associazione sono messe al servizio degli obiettivi del metodo, dando vita a modalità specifiche e originali di lavoro.

3 Dal 1973 a sostegno globale delle persone colpite dal cancro Editoriale ATTIVEcomeprima Onlus Via Livigno 3, Milano Tel Fax Consiglio Direttivo: Ada Burrone, Alberto Ricciuti, Arianna Leccese, Maria Lisa Di Latte, Giovannacarla Rolando. Collegio dei Sindaci: Mauro Bracco, Flavio Brenna, Luciana Dolci, Giusi Lamicela, Carlo Vitali. Comitato Scientifico: Stefano Gastaldi, Paola Bertolotti, Fabio Baticci, Franco Berrino, Nicoletta Buchal, Chiara Caldi, Massimo Callegari, Salvo Catania, Alberto Costa, Francesco Della Beffa, Roberto Labianca, Marina Negri, Willy Pasini, Manuela Provantini, Alberto Ricciuti, Giorgio Secreto, Sandro Spinsanti, Paolo Veronesi, Umberto Veronesi, Claudio Verusio. Trasformare un evento traumatico in un opportunità per non rinunciare a vivere ma per rinnovare il senso della vita non è certo facile, ma è possibile. Un pescatore una volta mi ha raccontato una storia. L aragosta è un animale che ha lo scheletro all esterno del proprio corpo. Man mano che cresce, il carapace diventa sempre più stretto e, ad un certo punto, l animale deve per forza cambiarlo. Non c è altra scelta. Così, il guscio si rompe e l aragosta rimane per settimane senza alcuna protezione, in balia di ogni genere di predatore o pericolo. È logico che in quel periodo lei rischi la vita per la sua fragilità, ma nello stesso momento, sta costruendo una nuova struttura, più robusta di prima. Questo rende l idea di quanto, di fronte a circostanze inevitabili, la nostra capacità di conformarci al cambiamento è ciò che ci consente di stare nella vita. Di questa metamorfosi è testimone una donna famosa e speciale che abbiamo intervistato per voi. A lei va il nostro grazie e la nostra profonda ammirazione. 3 Per tradizione, ATTIVEcomeprima Onlus offre la Presidenza Onoraria al Sindaco di Milano. Ringraziamo i nostri collaboratori e fornitori per il contributo alla realizzazione e alla qualità di questa rivista. Un grazie particolare alla Fotolito ABC per l omaggio degli impianti di stampa e alla Fondazione Johnson & Johnson per il contributo alla stampa. Per ricevere questa rivista basta inviare una libera offerta ad ATTIVEcomeprima Onlus.

4 Anno XXX - n 1 - maggio 2013 Sped. Abb. Post. 70% - Filiale di Milano - TAXE PERCUE (Tassa Riscossa) Uff. CMP Roserio - MI Nel mondo degli affetti. Della creatività. Del benessere. il tempo dell empatia RIVISTA ATTIVE Viene offerta a tutti coloro che sostengono l Associazione scaricabile dal sito RIPROGETTIAMO L ESISTENZA, DECIDO DI VIVERE, LA TERAPIA DEGLI AFFETTI Testi utilizzati per la conduzione dei gruppi di sostegno psicologico* * Riservati agli psicologi e alle fiduciarie che partecipano ai nostri incontri formativi TRE CD-AUDIO PER RITROVARE IL GIUSTO RELAX Silenzio a cura di Marina Negri Relax dei Colori a cura di Maria Grazia Unito Rilassamento a cura di Paola Bertolotti scaricabili dal sito LA FORZA DI VIVERE Cofanetto di 10 opuscoli a cura di ATTIVEcomeprima ALIMENTARE IL BENESSERE Franco Berrino LA FORZA DI CAMBIARE Paola Bertolotti LA TERAPIA DEGLI AFFETTI Stefano Gastaldi Edizione FrancoAngeli Self-help...E POI CAMBIA LA VITA Parlano i medici le donne gli psicologi a cura di ATTIVEcomeprima Edizione FrancoAngeli/Self-help LA TERAPIA DI SUPPORTO DI MEDICINA GENERALE IN CHEMIOTERAPIA ONCOLOGICA di Alberto Ricciuti Edizione FrancoAngeli scaricabile dal sito LO SPAZIO UMANO TRA MALATO E MEDICO Parlano medici, pazienti, psicologi A CURA DI ATTIVECOMEPRIMA Il Pensiero Scientifico Editore LA FORZA DI VIVERE PER AFFRONTARE CON ARMONIA IL CAMBIAMENTO di Ada Burrone (in italiano e in inglese) Edizione ATTIVEcomeprima M amo non m amo Ada Burrone M AMO, NON M AMO di Ada Burrone Edizione ATTIVEcomeprima QUANDO IL MEDICO DIVENTA PAZIENTE La prima indagine in Italia sui medici che vivono o hanno vissuto l esperienza del cancro a cura di ATTIVEcomeprima e Fondazione Aiom Edizione FrancoAngeli LA DANZA DELLA VITA Le esperienze più straordinarie della mia esistenza di Ada Burrone (in italiano e in inglese) Edizione FrancoAngeli scaricabile dal sito LETTERA AI MEDICI DI DOMANI La paura è contagiosa, ma lo è anche la speranza A cura di Ada Burrone (in italiano e in inglese) PAPAVERI E FIORDALISI La scuola della vita di Ada Burrone Edizione FrancoAngeli Getty images Potete richiederli tutti alla nostra Segreteria tel

5 Sommario Periodico trimestrale Anno XXX - N 2 Ottobre 2013 Sped. abb. post. 70% Filiale di Milano La rivista è posta sotto la tutela delle leggi della stampa. Gli articoli pubblicati impegnano esclusivamente la responsabilità degli autori. La riproduzione scritta dei lavori pubblicati è permessa solo dietro autorizzazione scritta della Direzione Direttore responsabile: Ada Burrone Vice Direttore: Paola Bertolotti Redazione: Caterina Ammassari Hanno collaborato: Serena Ali, Caterina Ammassari, Angela Angarano, Franco Berrino, Paola Bertolotti, Ada Burrone, Maurizio Cantore, Daniela Condorelli, Monica Faganello, Stefano Gastaldi, Benedetta Giovannini, Manuela Provantini, Alberto Ricciuti, Sandro Spinsanti. Proprietà della testata: Ass. ATTIVEcomeprima Onlus Direzione, Redazione, Amministrazione: ATTIVEcomeprima ONLUS Milano Via Livigno, 3 Tel Fax Progetto grafico e impaginazione: Alessandro Petrini Tel Fotolito: ABC, Milano Tel Stampa: Tecnografica, Lomazzo (Co) Tel ATTIVEcomeprima ONLUS Autorizzazione del Tribunale di Milano n 39 del 28/1/1984 L Associazione è iscritta: - All Albo delle Associazioni, Movimenti e Organizzazioni delle donne della Regione Lombardia - Al Registro dell Associazionismo della Provincia di Milano - Al Registro Anagrafico delle Associazioni del Comune di Milano - All Albo delle Associazioni della Zona 9 del Comune di Milano - Alla Società Italiana di Psiconcologia (S.I.P.O.) - Alla F.A.V.O. (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) ATTIVEcomeprima aderisce al movimento di opinione Europa Donna Italia Editoriale pag. 03 AVVENTURA La casa di Api / Caterina Ammassari pag. 06 TRA MEDICO E PAZIENTE Donatori di musica / Maurizio Cantore e Alberto Ricciuti pag. 10 VIVERE IL CAMBIAMENTO Un po di coraggio e un po di follia / Paola Bertolotti pag. 12 IL LINGUAGGIO DEGLI AFFETTI Noi, nell impero dell Io / Stefano Gastaldi pag. 16 CAREGIVER Un altra vita inizia / Manuela Provantini pag. 18 LE VOSTRE LETTERE Cara Ada / Ada Burrone pag. 20 LA MEDICINA CHE CI ASPETTIAMO Il tempo come cura / Sandro Spinsanti pag. 22 NUTRIRE IL BENESSERE I 4 pilastri alimentari della prevenzione della recidiva del cancro / Franco Berrino pag. 24 Le ricette di Angela / Angela Angarano pag. 26 Letti e piaciuti / a cura di Serena Ali pag. 27 Sapevate che... / Benedetta Giovannini pag. 27 PROFILI Giusy Versace / Monica Faganello pag. 28 Noi con gli Altri pag. 31

6 Avventura La casa di Api 6 Erano anni che desideravo fare quel viaggio. Quel luogo per me era come un sogno irrealizzabile, una meta quasi inconcepibile da raggiungere. Ne avevo sentito parlare per la prima volta in un libro che raccontava la vita di un monaco indiano e del suo percorso di realizzazione del sé, durato un intera esistenza. Nelle pagine di quel lungo racconto, il monaco parlava di vera ricerca spirituale, di rinuncia, di sprazzi d infinito, di realizzazione divina e, tra le altre meravigliose argomentazioni, di un posto particolare: un luogo fisico e metafisico che aveva conquistato la mia attenzione, la mia mente, la mia immaginazione, ma soprattutto la mia anima. Come un richiamo profondo diretto al cuore, come un faro che con la sua luce guida un viaggiatore confuso, dentro di me si stava formando pian piano un desiderio sempre più consapevole e determinato: un giorno sarei andata alla grotta di Babaji, sull Himalaya. In questa grotta, secondo il racconto, Babaji ha meditato per millenni, superando i limiti dello spazio e del tempo, per portare all umanità il suo messaggio: La mia natura è amore, perché solo l amore può cambiare il mondo. Ma dove iniziava il romanzo? Dove la realtà? Solo io potevo scoprirlo. Ed è così che è iniziato il mio viaggio in India, verso l Himalaya. È davvero strano come a volte, mentre teniamo bene fissa di fronte agli occhi la nostra meta, accadano attorno a noi innumerevoli avvenimenti, capitino sul nostro percorso persone, messaggi, indicazioni, brevi deviazioni. Se però le energie sono canalizzate in modo armonioso, scopriamo poi, guardandoci indietro, che tutto faceva parte non solo del percorso, ma anche della meta stessa. Anzi, forse tutti questi elementi erano la vera meta... Dico questo perché per me riuscire a raggiungere la grotta della quale avevo tanto letto nei libri e che avevo sentito nominare tra i devoti dello stesso Babaji, è stato un vero viaggio fuori e dentro di me. Non si trattava più di prendere un aereo, fare nove ore di volo, viaggiare tutta la notte in treno, affittare un taxi, arrampicarsi per tre ore su un sentiero di montagna - che la storia narra essere infestato da giaguari e serpenti - fino a giungere finalmente sulla soglia di quel luogo che

7 Ma dove iniziava il romanzo? Dove la realtà? Solo io potevo scoprirlo. 7

8 8 sentivo profondamente mio e, allo stesso tempo, dell intera umanità. Questa era solo l apparenza delle cose. Il vero viaggio, ho compreso solo più tardi, era fatto di tanti piccoli tasselli, di gradini messi in fila, di elementi puri come specchi, posti lì davanti a me per farmi comprendere meglio il senso del tutto... La ragazzina indiana che sta stendendo il bucato appena sotto al balcone della guest-house dove alloggio guarda in su, mi vede e mi sorride. Mi fa cenno che il vestito indiano che indosso è proprio bello. In effetti è un vestito un po speciale che ho comprato in un negozio di Bangalore anni prima, è uno dei miei preferiti per i suoi colori e per i ricami. Con una naturalezza da amica di sempre, mi fa cenno di scendere, di seguirla: mi vuole invitare a casa sua. Io tentenno, poi accetto, sono sola in quel momento, gli altri componenti del mio gruppo sono fuori in cerca di una guida per il giorno dopo. Non mi aspettavo di essere invitata, non mi aspettavo che volesse conoscermi. La seguo, scendo le scale, la raggiungo su una terrazza di cemento armato, percorro, in bilico, dopo di lei altri gradini di una scala di alluminio appena appoggiata a un muro, scavalco della spazzatura, evito degli spuntoni di ferro e finalmente sono davanti alla porta della sua casa, una baracca di cemento. Mi dice che si chiama Api ed è veramente bellissima: i capelli lisci e neri, lucidi di olio al gelsomino, un vestitino semplice ma che le dona molto, gli occhi luminosi e gioiosi. Tutto avviene in modo spontaneo, naturale. È da sola con il fratellino, la mamma e il papà sono a lavoro, entro nella loro casa: è un unica stanza, un letto grande, le pareti colorate verde bosco, un divano accostato al muro, Ganesh, il Dio della fortuna, appeso in un immagine scolorita. Non posso dire che la camera sia pulita, le pareti sono annerite di muffa, la coperta sul letto è umida e macchiata ma Api mi apre il cuore, mi fa sentire incredibilmente a casa, normalmente. Mi vuole offrire un chai, il tè nero, speziato e dolce, il benvenuto in India; mi dice con i gesti di aspettare. Rimango lì seduta e mi sembra quasi di essere un ospite che stavano aspettando da tempo e che finalmente è arrivato. Il fratellino si mette seduto sul letto, lui parla un buon inglese, mi dice che va a scuola, che studia. Gli chiedo quale sia la sua materia preferita. Mi risponde che va bene in matematica e subito dopo mi fa vedere che alla televisione stanno trasmettendo i suoi cartoni animati preferiti:

9 Dragon ball, in hindi. I bambini sono proprio tutti uguali... Api rientra con un vassoietto di metallo, sopra ci sono tre piccoli bicchieri di vetro. Mi offre il tè e con il mio poco hindi le dico shukriya, grazie. In quel momento la mia parte razionale, rigorosa e piena di schemi inutili mi dice: Sei allergica al latte. Non puoi berlo. E poi ovviamente: L avranno fatto bollire? Avranno lavato il bicchiere?. Allora mi dico: Chissenefrega. Questo è un momento unico, tutta questa è un esperienza che non dimenticherò. E così assaggio il chai, beviamo insieme, mi rendo conto che sto condividendo qualcosa di più di una tazza di tè, sto condividendo vita. Sono stata invitata a sentirmi parte di quella famiglia, della loro casa o forse, in un istante condensato, dell intera India. Parliamo ancora della scuola, dei cartoni animati, finisco quel tè delizioso e penso che, nonostante la mia intolleranza ai latticini, non mi farà affatto male; anzi: mi sento riscaldata dentro, in quella giornata di pioggia himalayana, dopo la stanchezza di un viaggio in jeep così impegnativo. Il tè è finito, esco da quella casa con il cuore leggero, sono felice e non so perché. Saluto Api e il suo fratellino tornando nella mia stanza. I miei compagni di viaggio sono rientrati e io conservo dentro di me quell esperienza vissuta, senza dire nulla a nessuno. La mattina dopo siamo tutti svegli presto, c è ancora molta strada da fare in macchina, gli zaini sono chiusi, tranne il mio. Sento che qualcosa è rimasto in sospeso, devo chiudere un cerchio. È facile capire cosa devo fare: il vestito indiano. Piego con cura la casacca arancione, i pantaloni ampi e la sciarpa abbinata e con un emozione quasi infantile, una gioia infinita, metto tutto in un sacchetto. E il fratellino di Api? Mi ricordo di avere nella borsa delle matite colorate e un quaderno a righe. Scrivo su un foglio una breve frase e a lettere grandi TO API e lo attacco al sacchetto dove ho messo tutto. Senza dire niente ai miei amici, ripercorro a ritroso la strada del giorno prima, ormai sono una di casa, spero che non ci sia nessuno perché voglio che sia davvero una sorpresa per Api. Per fortuna la porta è chiusa e posso così lasciare il mio piccolo dono proprio vicino all entrata. Come una ladra (ma che non porta via nulla, anzi) ritorno all hotel, chiudo le valigie e, guardandomi indietro in macchina, riparto per la tappa seguente. Così si che sono in pace. Così si che ho chiuso il cerchio. A volte mi piace immaginare l espressione che Api deve aver fatto trovando il sacchetto davanti alla porta di casa. Ora anche lei ha qualcosa di me. Io ho tanto di lei, una grande ricchezza. È proprio vero che se solo ci fermiamo a vedere cosa c è attorno a noi, oltre che a guardare, possiamo scorgere un qualcosa di buono che pervade tutti e tutto. È un qualcosa che ci fa sentire a casa, anche a distanza di migliaia di chilometri dalla nostra famiglia, è un energia che apre il cuore, è una comunicazione non verbale che mette in sintonia un essere umano con un altro. È il bene che c è in ognuno di noi, il bene che immediatamente riconosciamo perché risuona in noi, è parte di noi. E allora mi vengono in mente le parole del Santo Babaji e penso che forse lui abbia davvero ragione: la nostra natura è Amore... 9 Caterina Ammassari. Relazioni esterne Attivecomeprima Onlus.

10 Tra medico e paziente Il 26 giugno scorso, mi trovavo a Firenze al Convegno La guarigione possibile nelle malattie oncologiche, organizzato da Cittadinanzattiva Onlus con l Istituto Toscano Tumori, per partecipare alla tavola rotonda Interazione dei saperi nell umanizzazione delle cure. Tra i relatori Maurizio Cantore, oncologo, direttore del dipartimento di oncologia medica dell ospedale di Carrara e fondatore di Donatori di Musica, una rete come si legge sul sito di musicisti, medici e volontari, nata nel 2009 per realizzare e coordinare stagioni di concerti negli ospedali. Un Associazione alla quale la Fondazione Langer ha conferito, il 5 luglio, il prestigioso Premio Alexander Langer Come Cantore ha raccontato con toni appassionati durante la sua relazione, questa straordinaria idea è maturata improvvisamente un giorno di fronte a un suo nuovo paziente, un musicista malato di cancro, nel quale Cantore riaccese il senso della vita con una semplice domanda: Perché non mi dà una mano a portare un po di musica in ospedale?. E così ha preso corpo e avvio una vera e propria stagione concertistica che ogni anno, nei diversi ospedali italiani che hanno fatto propria questa geniale intuizione, aggiunge vita agli anni non solo delle persone ricoverate, ma di tutto lo staff ospedaliero e degli stessi famigliari che condividono insieme, senza barriere, l esperienza umana, emotiva e risanante che la profondità e l universalità del linguaggio musicale sanno accendere in ognuno di noi quando toccano le corde del cuore. E così accade quando una sala d ospedale si trasforma in sala da concerto, quando le presenze che la riempiono, non più vestite e protette dai loro ruoli, condividono la magia di un evento che arricchisce di vita lo spazio e il tempo della cura. Un evento reso possibile grazie a donatori di musica di grande generosità umana e qualità professionale: da Giovanni Allevi a Renzo Arbore, da Carlotta Nobile a Martin Berkofski, da Enrico Dindo a Stefano Bollani e molti, molti altri. Alla sera sul Frecciarossa, tornando a Milano, guardando la campagna che scorreva veloce sotto i miei occhi, riascoltavo nella mente le parole di Maurizio immaginando le persone, le musiche, il clima del concerto. Il giorno dopo gli ho telefonato e, ben consapevole che un evento musicale va vissuto, gli ho chiesto comunque di raccontarci... di donarci un piccolo frammento di quella magia. E lui, con generoso e sincero entusiasmo, l ha fatto. Alberto Ricciuti. Medico di medicina generale. Responsabile in Associazione del servizio di Supporto di Medicina Generale durante la chemioterapia. Donatori di Musica Chiedo sempre agli studenti delle scuole superiori di fare un sogno e di disegnare il reparto ospedaliero che vorrebbero. Non mi è mai capitato che l immaginazione più audace di qualsiasi studente abbia raggiunto la bellezza del nostro quarto piano. Gli spazi che cambiano e si trasformano per accogliere al meglio le persone, il tempo riempito da momenti di conoscenza, di condivisione, di serenità, le persone che rimangono tali anche se hanno un camice o un pigiama. In questo mondo non favoloso di Amélie, ma reale, concreto, si è sviluppato il progetto Donatori di Musica diventato in sei anni una realtà non solo a Carrara ma anche a Bolzano, Brescia, Sondrio, Saronno, Vicenza, Roma. Modalità poco diverse, espressione del desiderio di aggiungere qualcosa

11 di proprio a una rivoluzione silenziosa alla quale non si riesce a resistere. Perché si vive meglio, si lavora meglio e si diventa persone migliori. In questo mondo in rapida espansione, l ammalato non è al centro di coloro i quali lo debbono aiutare o curare, ma è al loro fianco, con diritti sì, ma anche doveri principalmente verso se stesso, dovere di sapere, dovere di chiedere, dovere di aprirsi: insomma, dovere di non morire dentro perché otto etti di tumore hanno preso residenza nel suo stesso stabile. Il primo risultato che Donatori di Musica produce è lo scoprire la voglia di riattivare quei processi che quasi sempre si spengono: la progettazione e la speranza. È stato così per Gianandrea Lodovici, critico musicale e produttore discografico, che nel giugno del 2007 è entrato nel mio studio di Carrara per fare un piacere alla moglie: dopo un anno di chemioterapie risultate inutili, cercava l ultima spiaggia in nuove terapie. La sua vita era stata per la musica e dentro la musica aveva abitato per i suoi 47 anni, ma era un anno che alla musica si era sostituito il tumore e le sue cure. In quella prima visita non abbiamo parlato di tumore, ma gli ho parlato del bisogno che avevamo noi (i suoi possibili curanti) di lui, per fare entrare la musica nel nostro reparto non come concerto unico ma proprio come stagioni musicali. Ed ecco subito il primo miracolo, i suoi occhi che fino a quel momento guardavano oltre il mio camice, immediatamente si riaccendono e acquistano una luce ormai spenta. E da allora la Musica non è più mancata nel nostro reparto oncologico dove tutti i mercoledì un artista suona. Oltre 150 concerti e oltre pigiami lasciati sul letto - perché al concerto si viene vestiti e truccati, proprio come quando a trovarti in casa viene un amico importante. La musica è un mezzo straordinario per creare una relazione in cui è più facile parlare, spiegare, chiedere. Rappresenta il terreno fertile per la reale condivisione delle scelte, ben più vera e sincera dell attuale consenso informato per legge richiesto. Del concerto tutte le fasi sono importanti: la preparazione che attiva il volontario grafico a fare la locandina, il volontario PR a prenotare alberghi e a tenere i contatti con gli artisti, la fase del concerto dove i volontari fotografi e cameraman si superano per fissare quegli attimi indimenticabili, la fase del buffet dove i volontari si sfidano all ultimo fornello e dove i piatti e le tradizioni dei malati indigeni si fondono con quelle degli extra-muros. È un apparente caos perché non esistono etichette: tu sei malato, tu sei infermiere, tu volontario, tu artista, tu accompagnatore sano. Questo può essere destabilizzante perché l etichetta permette a noi medici di mantenere quel distacco per sopravvivere e serve al malato per mantenere fiducia nella professionalità di un medico serio. Non è così, non è così. Donandosi sempre di più, nuovi canali comunicativi si aprono, veloci autostrade di conoscenza si svelano ed è più facile fare quelle scelte terapeutiche che nascono si dalla evidenza scientifica, ma si arricchiscono dei reali desideri di ogni malato, fino ad allora molto spesso nascosti o cancellati. Ma di tutte le fasi dei concerti di Donatori di Musica quelle più importanti sono tutti i giorni dopo. Non servirebbe a niente avere assistito al più grande ed emozionante concerto del secolo se tutti i giorni successivi non venisse mantenuta quella magica relazione che si è creata DURANTE il concerto. Ecco perché la bellezza e la grandezza della rivoluzione di Donatori di Musica si vede ancora di più in tutti i giorni dopo, proprio nella quotidianità fatta di vittorie e di sconfitte, fatta di lacrime ed abbracci. Fatta di scienza, di carne e di cuore. 11 Maurizio Cantore. Direttore di Oncologia Medica Massa e Carrara Ospedale di Carrara.

12 Vivere il cambiamento Un po coraggio eun po 12 di di follia È passato un anno da quando ti ho conosciuta e ho ancora presente la tua immagine di allora... chiusa, confusa e dolorosamente arrabbiata. Ricordo anch io, ero sconcertata e sopraffatta da qualcosa che mi aveva completamente sconvolto i piani della vita. Quando mi sono ammalata avevo appena compiuto 37 anni e avevo grandi sogni! Sono arrivata qui ad Attive pochissimo tempo dopo l intervento. Il tumore mi è stato diagnosticato nel dicembre 2010, sono stata operata a gennaio e sono arrivata qui a febbraio. Ero completamente sotto shock. Chiesi al mio psicologo, da cui andavo da un po di anni, se conosceva qualche associazione perché sentivo l esigenza di un confronto e di condividere. Avevo bisogno di persone che potessero capirmi di più. Venire qui mi è servito tantissimo, infatti continuo a farlo. Attualmente sto seguendo la Terapia degli Affetti. Come potresti definire il tuo shock? Un dramma, un dramma enorme, che c è ancora, che credo non potrò dimenticare. Il mio era un tumore all utero e anche abbastanza aggressivo. Mi sono sentita strappare qualcosa che per me era davvero importante, perché ho sempre desiderato avere dei figli. Nel giro di quindici giorni mi sono ritrovata operata, senza utero e ovaie, in menopausa forzata. Le prime cose che ti vengono in mente sono: Perché non ho avuto figli prima? Perché è dovuto capitare a me?. Mi sono sentita in colpa, perché il mio era un papilloma virus che è poi diventato tumore. Tantissimi medici e ginecologi mi hanno assicurato che prevenirlo era impossibile, ma il senso di colpa è grande. La rabbia da dove scaturiva in quel momento? Scaturiva dal sentirmi defraudata di un bene prezioso, ma soprattutto dal fatto di non aver avuto scelta né speranza che le cose si potessero aggiustare. Dopo il primo responso all Ospedale Niguarda, sono andata al Centro Tumori perché non volevo neanche pensare di dovermi operare. Però non c era molto tempo, dovevo prendere una decisione in pochi giorni. Sono riuscita ad avere un appuntamento al Centro Tumori con una ginecologa oncologa che purtroppo mi ha confermato la diagnosi. Mi è caduto il mondo addosso. Dal giorno della notizia sono entrata in uno stato che potrei definire vegetativo. Ricordo i dieci giorni di attesa tra il verdetto e l intervento come surreali e terribili, non so come ho fatto a sopravvivere e la tentazione di buttarmi dalla finestra era abbastanza forte. Avevi il progetto di un figlio in quel periodo? No, negli anni avevo vissuto una convivenza ma non avevo voluto figli, perché sentivo che il rapporto con il mio compagno non era abbastanza solido. In quel periodo avevo molte cose da fare ed ero convinta di avere tutta la vita davanti. Quando mi sono ammalata, stavo con una persona da poco tempo, anche se ci conoscevamo da tanto. Amando molto questa persona, l idea di avere un figlio si era ripresentata. Purtroppo questa persona non si è rivelata all altezza della situazione e se n è andata. È stato un doppio trauma. Mi sono sentita strappare violentemente da una mano cattiva, sia dalla persona che amavo, sia dalla possibilità di avere un figlio. Per la prima volta nella mia vita, ho sentito di non poter in nessun modo contrastare questa cosa, di non poter fare nulla per evitarla. Credo che una sensazione così forte di impotenza e di paura non fosse solo legata alla malattia.

13 La malattia l ho vissuta dopo. All inizio non era il mio principale pensiero, non avevo paura di morire. Il trauma è stato il dover togliere l utero. Ora, a fatica, riesco a vedere la questione anche da un altro punto di vista. Quando sei arrivata ad Attive eri concentrata su: Non posso più avere figli. Come ti ha aiutato il percorso fatto qui? Sono uscita dallo shock, da quello stato mentale di vita che non era vita, in balia di una nebbia che non riuscivo a contenere e ad analizzare. Mi è servito per uscire da questa sensazione ed è stato già un grosso cambiamento. Il dolore di non poter avere bambini c è sempre, c è ancora. Ricordo tante cose successe nel gruppo, frasi che hai detto, frasi che ho preso dalle altre donne. Ce ne sono alcune in particolare a cui ancora oggi ripenso di tanto in tanto, che mi ricorderò sempre e che mi sono servite molto. In particolare, mi ricordo un immagine che tu hai dato una volta per descrivere questo dolore che c è e ci sarà... mi hai detto: Questo dolore rimarrà sempre in te, da qualche parte. L importante è che rimanga un pacchettino chiuso in un cassetto, perché non invada tutto il resto della tua vita. Ma lo porterai sempre con te. Ed è così. È così, nel senso che io ho ricominciato a vivere, anche se con grossi problemi detto che è tutto superabile e che devo solo darmi tempo. Ed è vero, però ho provato con una persona che mi vuole molto bene e che mi ha sostenuta e accompagnata in questo mio percorso. Mi sentivo tutelata in quel momento, ma era dichiaratamente un esperimento. È diverso dal conoscere una persona nuova e mettersi in gioco in modo completo. Questo mi spaventa molto. Occorre un po di coraggio, un po di follia a rilanciarsi nella vita dopo un esperienza così carica di dolore. Ed è comprensibile aver paura di entrare in relazione con qualcuno o qualcosa che forse potrebbe deluderci... Chiudersi alle nuove esperienze 13 ancora. A volte mi ritorna la paura, il malessere, il rapporto con la mia femminilità che, a questo punto, appurato che non posso avere figli, è il problema più grosso. L idea di avvicinarmi ad un uomo in questo momento è un grosso scoglio, ho paura di ritrovarmi nel momento in cui dovrò svelare la mia realtà. Ma non per tutti gli uomini è essenziale avere figli... Lo so, però in parte la mia paura è legata al non poter avere figli, ma in parte è legata al fatto di non avere più l utero, le mestruazioni, al fatto che l intervento ha lasciato cicatrici interne, insomma ci sono delle difficoltà nel considerarmi ancora una donna. Il mio ginecologo mi ha senz altro preserva dalle delusioni. Però è come tirar su un ponte levatoio... non entrano i nemici, ma nemmeno gli amici...! Sì, è proprio così, me ne rendo conto. Forse riuscirò a sentirmi nuovamente fiduciosa quando avrò accettato questa mia condizione e mi sarò adattata a quelle difficoltà che non sono solo nella mia testa, ma sono difficoltà reali. Un cambiamento che mai avrei pensato! Gli amici li ho trovati qui. Mi sono sentita accolta, non giudicata, più che da ogni altra parte, perché chi certe cose non le ha vissute ti può aiutare meno, pur provandoci. Ho trovato il modo per affrontare gli altri e me stessa, sapendo di dovermi un po ricostruire da zero. Non è che mi sono persa di vista nella malattia, io ci sono, ma sommersa sotto tutto quello che questa malattia si è portata dietro.

14 Tante cose sembrano impossibili da tollerare e serve aiuto umano, psicologico, anche risposte pratiche; è arrivato tutto. Mi è servito molto capire un po per volta che non ero sola, nonostante mi sentissi terribilmente sola anche qui, soprattutto all inizio. Il primo giorno del gruppo c è stato un giro di presentazioni delle donne partecipanti e ho scoperto che tutte avevano avuto un tumore al seno. Pensavo che nessuno potesse capire quello che provavo io. Così è stato per un po, poi ho capito che anche altre persone si trovavano nella mia stessa situazione, perché, pur avendo l utero, a causa di chemioterapie aggressive non potevano comunque avere figli. 14 Stai scoprendo desideri nuovi dentro di te, al di là dei figli? Sì e so che è su questo che devo continuare a lavorare. Inizialmente tutto mi sembrava non paragonabile all avere figli. Ora non dico di essere riuscita a sostituire appieno questo desiderio con un altro, però il percorso che ho fatto mi sta portando in questa direzione. Già tempo prima della malattia avevo in mente di prendere un cane, ma il lavoro che mi occupava molto e la paura di non riuscire a prendermene cura adeguatamente, mi avevano sempre frenata. Una volta, in un incontro, in un momento in cui mi sentivo disperata e sola, mi hai detto: Perché non prendi un cucciolo?. Ora di cuccioli ne ho due e la cosa mi riempie di gioia. A volte, quando non sono particolarmente in forma o quando mi sento ansiosa, una delle cose che in assoluto mi dà più gioia e serenità e mi fa sentire in pace è stare con loro. Non mi chiedono nulla e mi danno un affetto incondizionato. Si è un po legati all idea che essere una donna completa passi attraverso l avere un figlio, a volte a tutti i costi. Ma ci sono molti modi per soddisfare il proprio istinto materno e per sentirsi ugualmente donne. Si possono aprire strade diverse, alle quali forse non si era mai pensato. Che dici? Ne sono convinta, anche se non è facile sganciarsi da questa idea della maternità negata. Per me è stato un bene, enorme, prendere il mio primo cane, salvandolo anche da una difficile condizione. Adottando il primo cucciolo, a giugno dell anno scorso, ho cominciato a salvare cani. Oggi stiamo addirittura fondando una nuova Associazione, di cui sarò Vice-Presidente, che si occuperà di aiutare cani in situazioni difficili. Sei diventata madre di un Associazione! Una malattia come il cancro, che porta con sé altre drammatiche problematiche, come tu hai raccontato, deve necessariamente portare a qualcosa. Può dare la possibilità di aprirsi a cose nuove,

15 a scoprire parti di sé che mai avremmo immaginato di avere. Questo è il senso della malattia. Tu, anche se dolorosamente perché devi rinunciare ad un sogno, sei su questa strada. Un mio grosso problema, era quello di sentire di non aver più voglia di occuparmi degli altri ma di caricarmi di tutto ugualmente, come ho sempre fatto. Ho posto dei limiti, soprattutto sul lavoro. All inizio è stato difficile farlo capire agli altri, ancora adesso devo spesso ricordare e chiarire delle cose. Si vede comunque che lo spirito materno ce l ho e gli altri lo percepiscono, approfittandosene! Ho ridotto l orario di lavoro, ora faccio cinque ore. Ho meno soldi, ma questo è un problema che affronterò più avanti. Ho più tempo per le cose che mi interessano. È strano perché questo amore per gli animali l ho sempre avuto fortissimo; è come se fosse l espressione delle parti più deboli di me, che ho sempre cercato di tenere in disparte. Con la malattia questa cosa è scoppiata ed è venuta alla luce. Ora vorrei fare un corso per diventare comportamentalista. Mia sorella sta aprendo un negozio per la toelettatura dei cani e andrò ad aiutarla. Sicuramente voglio che il mio futuro prenda questa direzione. Da un dolore grande sta nascendo una donna diversa. Quel pacchettino, che rimarrà sempre lì, ti darà la spinta per cambiare molte altre cose. Mi rendo conto solo ora di quanto ero presa dal lavoro e da mille altre responsabilità. Non me ne importa più nulla, mi importa di fare cose che mi fanno stare bene. Mi fa piacere poter aiutare gli altri, anche se ora sono gli animali... poi chissà. Penso che adesso il problema grosso sia trovare il coraggio per una nuova relazione. Se dovessi riuscire a superare questo ostacolo, non dico che sarebbe risolto tutto, ma potrei vivere in maniera più felice e sentirmi di nuovo completa. 15 Non sempre gli uomini sono insensibili e superficiali. Possono anche riservare delle piacevoli sorprese. Come dice il titolo del libro del Dott. Gastaldi: Se li conosci... puoi amarli! Nel momento del tumore sono stata abbandonata e questa cosa è stata molto dolorosa, mi ha tolto molta fiducia. So di non essere l unica, purtroppo. È una malattia che spaventa molto. Molti temono di non essere in grado di stare a fianco di una persona che sta vivendo un esperienza del genere, si sentono deboli e impotenti. Alcuni riescono a farlo, altri scappano. Il mio è scappato. Non importa, vuol dire che non ho perso nulla di importante. Ce ne sono altri da conoscere e magari anche da amare! Paola Bertolotti. Psicologa e psicoterapeuta. Conduce in Associazione i gruppi di sostegno psicologico Riprogettiamo l Esistenza e Decido di vivere.

16 Il linguaggio degli affetti Noi nell impero dell Io le difficoltà crescenti nelle relazioni di coppia e il comportamento alla guida dell auto. Ci facciamo tutti caso: i tempi sono cambiati. Le prime, le difficoltà di Lo sono in tutto e non perderò tempo nell inutile coppia, sembrano sempre tentativo di fare una rassegna dei cambiamenti. più derivanti dalla difficoltà di Mi concentrerò invece su uno, molto particolare, contemperare le differenze di 16 che fa da sfondo a mille cose: siamo nella società del narcisismo, della spinta fortissima a considerare il valore della propria persona al di sopra di ogni altro valore. Prima del Sessantotto, nella nostra società erano i grandi valori (politici, religiosi, famigliari, sociali) a dettare legge e le propensioni individuali dovevano, in qualche modo, fare i conti con essi. Ora il potere normativo di quei valori è impallidito, per alcuni di essi quasi scomparso. Il nostro mondo è frammentato e le persone trovano in se stesse, nei loro desideri e nelle loro ambizioni, un valore di riferimento. Ciò è un bene per alcuni aspetti, perché la società patriarcale, demolita in parte negli anni Sessanta e Settanta, poteva richiedere troppi sacrifici e rinunce personali in nome di norme rigide e spesso ingiuste, sessiste, oscurantiste. Ma in parte è anche un male, perché l estremo soggettivismo che si sta affermando rende difficile comunicare con gli altri e stabilire relazioni soddisfacenti. Ogni buona relazione comporta infatti una parziale rinuncia a se stessi, una certa dose di sportività, una disponibilità ad accogliere e accettare modi di essere e di fare diversi da quelli che ci appartengono. I riflessi di questi cambiamenti sociali sono enormi. Possiamo vederli nei grandi fenomeni come nei piccoli comportamenti quotidiani. Due esempi: carattere e le diverse reciproche aspettative dei due partner. Nella società narcisistica ciò è un fatto grave, poiché siamo spinti a dare alle nostre aspettative il massimo valore e facciamo fatica ad accettare la loro delusione. Non è facile cavarsela bene nelle paludi della delusione e dell offesa, che spesso viene sentita come il massimo male e rompe il rapporto d amore. Anche il comportamento al volante è un indicatore dell attuale chiusura narcisistica. Quanti guidano pensando agli altri? Quanti si preoccupano di rendere il traffico agevole, di non intralciarlo o rallentarlo, di essere attenti alle possibili mosse di altri automobilisti, mosse prevedibili, se solo ci si pensa un istante? Nell impero dell Io questa posizione personale diviene sempre più rara. Eppure il Noi esiste, è imprescindibile e prezioso.

17 Nella coppia, o alla guida della propria auto, pensare come Noi è molto più conveniente e redditizio che non l ascoltare incessantemente i segnali del nostro Io. Se penso a un Noi mi identifico un po con gli altri, divento più intelligente, posso evitare di creare pasticci, o aumento le mie possibilità di ottenere ciò che mi serve, nel limite del possibile. Il Noi è una prospettiva mentale che non annulla le soggettività, ma le travalica e crea qualcosa di più ampio e potente, all interno del quale l Io non può imperare, ma vive e prospera, cresce e si nutre. Se il Noi del passato, quello della politica, della religione e di altri valori, non è oggi più facilmente utilizzabile come valore aggregante, esistono comunque altre prospettive. Per esempio, possiamo aderire alla necessità di collaborazione, di giustizia, di amore, di rispetto, per creare un mondo più illuminato e scambievole, che non uccida il pianeta, il futuro dei nostri figli e non sfrutti generazioni di esseri umani a vantaggio di altri. 17 Stefano Gastaldi. Psicologo e psicoterapeuta. Conduce in Associazione il gruppo La terapia degli affetti.

18 Caregiver Remo e Lucia sono una coppia straordinaria. Li abbiamo conosciuti attraverso la lettura del libro Un altra vita inizia che hanno scritto insieme, così come insieme stanno condividendo la vita e un percorso di malattia. Sono venuti a trovarci e ci hanno parlato un po di loro e di quanto questo evento ha permesso di dare un senso più profondo al vivere. 18 Sono un geometra in pensione ormai da tre anni e vivo a Rivanazzano Terme, nell Oltrepò Pavese, con mia moglie Lucia. Da undici anni convivo con un carcinoide pancreatico e con i problemi che ne conseguono, dopo due anni di chemio e due interventi piuttosto importanti. Da allora la mia vita è cambiata dentro e fuori e ha subìto uno sconvolgimento che dapprima ha fatto piazza pulita di tante certezze e poi ha costruito un uomo nuovo, meno sicuro, ma più ricco, come ho voluto spiegare in questo mio piccolo libro, che ho desiderato fortemente, perchè mi sembrava buona cosa condividere le mie riflessioni con chi cerca risposte in momenti bui della vita. L esperienza della malattia mi ha fatto scoprire una forza interiore e un energia che hanno fatto nascere in me una persona nuova, un po per la mia formazione religiosa del passato che si è rinnovata, non senza fatica, e un po per la vicinanza di persone che, secondo me, non ho incontrato per caso ma per volontà di chi mi ha voluto bene lassù. Questa forza interiore inaspettata mi ha aiutato nei momenti difficili e ha guidato i miei gesti e i miei pensieri, perché questo era ciò che io chiedevo. Accettando docilmente le cure e abbracciando la paura, ho trovato la forza necessaria per riprendermi dopo ogni batosta. Così è stato giorno dopo giorno, per undici anni. Lucia è sempre stata al mio fianco. Lei parla poco, tiene tutto dentro, al contrario di me che non trattengo nulla. Ha rinunciato a tantissime cose da quando ci siamo conosciuti, ha accettato molto di me ma lei mi ha trasformato molto. Mi ha fatto capire che ciò che conta sono le persone che ti vogliono bene e quello che riesci a dare tu agli altri. In questa esperienza della malattia, lei è riuscita a mandare avanti tutta la baracca mantenendo quel rigore e quell ordine di cui la nostra famiglia aveva bisogno. È stata capace di captare e tradurre tutte le sensazioni che provavo dentro il mio cuore e che non riuscivo ad esprimere. Lei mi ha dato tutto di sé e io forse non ho restituito tutto ciò che mi ha donato. Ancora oggi non restituisco tutto, sono sempre un po avaro. Desidererei darle di più. Se non ci fosse stata lei, io oggi non sarei qua. Non sarei qua a fare progetti per continuare a vivere e per vivere meglio. Tutto ciò è stato per me una fonte di energia positiva che mi ha aiutato sempre in questi anni. Assecondare gli stimoli della vita mi ha procurato e mi procura una gioia interiore che fa star bene me e, spero, anche chi mi sta vicino. Per questo, sto preparando un viaggio in Sicilia, non solo perché lì ci sono posti incantevoli, ma anche perché voglio salutare dei ragazzi di un liceo di Mazara del Vallo che ho conosciuto durante un loro stage a Pavia e che, ascoltando la mia esperienza, hanno voluto parlare della mia storia in un libro scritto come conclusione del loro soggiorno pavese. Incontrerò anche Angelo che da bambino è venuto a trovarci al nord con la sua famiglia e che, come me, è legato ad un tenero ricordo infantile: gli regalai un mio paio di sci, fatti da un falegname. Voglio portargli le foto delle case in cui abbiamo vissuto e sono sicuro che ne sarà felice. Al ritorno farò tappa a Roma per salutare un mio caro amico ingegnere, conosciuto durante i lavori in un cantiere importante della capitale, e altri due nuovi amici, incontrati in una città ligure, ai quali, per tanti motivi, sono molto affezionato. Un tempo la mia sensibilità si scuoteva per un lavoro importante; oggi divento un vulcano di emozioni solo al pensiero di poter vivere queste esperienze con gli altri. Se non è vita questa...

19 Con il passare degli anni, Remo ha retto tante prove difficili e io mi sono dovuta pian piano attrezzare psicologicamente, un po di più rispetto a quanto non lo fossi prima. Ho lavorato su di me per potergli stare a fianco, per stargli vicino nel modo giusto. In realtà, non ho retto così bene come lui, perché sono un emotiva: a volte la mia colite spastica mi tiene in bagno tutta una notte... non sono stata così brava. Lui è sempre partito in quarta, io, al contrario, che sono il grillo parlante, non sono istintiva come Pinocchio e ho avuto bisogno di prendermi del tempo per riflettere. Remo ha scoperto dei tratti della sua personalità che senza questa malattia non avrebbe conosciuto. Anch io ho scoperto qualcosa: pur nel dramma, siamo stati fortunati perché abbiamo avuto il tempo di elaborare il tutto, cercando di imparare ad essere contenti di cose che prima non vedevamo neanche. Ho capito che esiste un altro modo di vivere le emozioni anche quelle più semplici, di comunicarle, di condividerle. Cosa che non facevo prima, nonostante io sia maestra e quindi sia abituata ad ascoltare. Pensavo di dominarle queste cose, invece poi mi sono resa conto che non dominavo un bel niente. Anche lui che non aveva mai tempo, era sempre di corsa perché doveva andare alle riunioni e dai clienti, invece ha imparato a fermarsi un attimo. E abbiamo scoperto che facendo così si crea una catena di solidarietà, di sentimenti che ti arrivano; basta che una cosa la pensi intensamente e ti arriva. Per quanto riguarda me, non lo so, quando parlo della sua malattia uso il plurale, siamo noi ad avere il tumore, siamo sempre noi ad avere le metastasi. Ho sempre creduto di avere fede, ma da questa esperienza ho capito che non era così: da piccola costruivo altarini davanti alla statua della Madonna, credendo che fosse quella l essenza della preghiera, adesso ho una disponibilità d animo che non conoscevo. In realtà, ognuno di noi due ha cercato, a seconda della propria formazione spirituale, la forza interiore. Io, ad esempio, ho scomodato tante anime e penso che credere e avere fede mi abbiano aiutato molto. E la croce si è riempita di significato. Con Remo ho scritto questo libro. La copertina porta solo il suo nome perché è lui il vero interprete e autore, anche se lo abbiamo realizzato a quattro mani. Ho voluto rimanere dietro le quinte ma non per questo mi sento in secondo ordine. Forse un altra coppia sarebbe andata in analisi, noi invece abbiamo scritto un libro. Insieme. 19 Manuela Provantini. Psicologa e psicoterapeuta, assistente alle ricerche e alla progettazione delle attività. Conduce in Associazione il gruppo dedicato ai caregiver.

20 Le vostre lettere a cura di Ada Burrone 20 È aprile e io sono entrata nel Cuore del Tumore a fine settembre Ho appena compiuto 40 anni, ho un figlio di 8, sono separata ma felicemente fidanzata con un Angelo caduto in volo. Sono una donna mastectomizzata. Ma sono una donna nuova. Solo oggi trovo la spinta per mettermi in contatto con una Onlus: all inizio volevo solo la mia Famiglia e quella c era e c è! Sono farmacista, scrivo romanzi e articoli per riviste scientifiche e tengo una rubrica sulla Medicina di Genere. Ho appena scritto un bell articolo sulla Sessualità dopo il tumore al seno : pochi ne parlano, per i medici è argomento tabù, ma per una donna CON CANCRO è tanto importante per sentirsi viva e ancora donna. Oggi scrivo alla vostra Onlus, mando un bonifico per sostenervi ma il mio desiderio è di potervi aiutare con le mie competenze: la scrittura! Io ci sono e desidero esserci. A PRESTO. Monica Milano Abbiamo subito accolto la tua proposta, Monica cara. Ti aspettiamo Al di là del cancro, ho vissuto esperienze fisiche difficili e più volte a rischio di vita, che mi hanno messa a confronto sia con bravi medici, sia con bravi laureati in medicina. Da tutti loro ho ben compreso che il vostro è un compito estremamente delicato. L ho letto negli occhi di quegli specialisti che, non reggendo la realtà altrui, si trinceravano dietro il loro ruolo. E quando il ruolo sovrasta l uomo, l incomunicabilità è inevitabile. Si parla tanto di empatia, di umanizzazione della medicina, del rapporto medico paziente... si parla invece troppo poco di come si vive e della morte: due realtà comuni a tutti. Gentile Presidente, ho voluto riportare il suo stesso dire condividendolo pienamente, in particolare le ultime righe. Credo che i medici e la medicina siano giunti a un punto della loro storia che rende necessario considerare quanto lei ha straordinariamente rappresentato con poche, irriducibili, parole: Si parla invece troppo poco di come si vive e della morte: due realtà comuni a tutti. Vorrei ringraziarla col piccolissimo omaggio che allego: una lettera aperta che per altre vie, cercava di sostenere altrettanto. Si tratta di un ebook sui medici scritto da un medico e rivolto a tutti: Caro Dottor Cronin. 24 lettere dall ufficio sofferenze. Nel ringraziarla ancora le invio il più cordiale saluto. Ubaldo Sagripanti Civitanova Marche Leggerò volentieri il suo libro. Le sono grata per l attenzione che ha riservato alla Lettera ai medici di domani, mi conforta sapere che il messaggio sia arrivato dritto al suo cuore. Cara Ada, mia figlia Erika partecipa alla vostra attività Caro Figlio. La prima volta che è venuta da voi è uscita dicendo: È un genio questa psicologa!. Anche mio figlio ha deciso di venire, dopo molte perplessità, ma poi ogni settimana arrivava di corsa. Dario è stato aiutato da voi fino a una settimana fa. È molto grato per il vostro aiuto che è stato davvero utile durante il periodo degli esami di stato. Mi dice che la psicologa gli ha fatto capire il pensiero degli altri e come reagire in determinate situazioni, ma con uno spiccato senso dell umorismo! Io parlo di voi con tutti. Ad Attive ho incontrato persone squisite che, senza dubbio, mi hanno aiutato a diventare un po più sicura di me stessa. Un grosso bacio a tutti, a voi che mi avete fatto sentire benvenuta in questa oasi di pace. Stefania Bari Cara Stefania, tu hai fatto un ottimo lavoro su te stessa nei gruppi di sostegno psicologico e hai dato alle persone intorno a te la testimonianza del risultato ottenuto. Quest ultimo parla più di tante parole che avresti dovuto utilizzare per convincere i tuoi figli ad aderire al nostro Progetto rivolto agli adolescenti. Mi conforta sapere che tutti voi abbiate trovato risposta ai bisogni più profondi per guardare la vita in modo più sereno. Ti porto nel cuore con gioia. Ada Le scrivo per ringraziarla per l opportunità che Attivecomeprima ha offerto a noi medici di partecipare al Mini-Master in Management e supporto globale del paziente oncologico.

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