LE INFILTRAZIONI MAFIOSE NELLE AMMINISTRAZIONI COMUNALI. I CASI DI MILANO E DI MONZA E BRIANZA. UN MODELLO DI ANALISI.

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1 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE, ECONOMICHE E SOCIALI CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN SCIENZE SOCIALI PER LA RICERCA E LE ISTITUZIONI LE INFILTRAZIONI MAFIOSE NELLE AMMINISTRAZIONI COMUNALI. I CASI DI MILANO E DI MONZA E BRIANZA. UN MODELLO DI ANALISI. Tesi di Laurea di: Patrizia Parma Relatore: Prof. Fernando Dalla Chiesa Correlatore: Dott.ssa Martina Panzarasa Anno Accademico 2012/2013

2 INDICE INTRODUZIONE pag. 3 CAPITOLO 1 Evoluzione del rapporto delle organizzazioni mafiose con la politica Mafia, ndrangheta e camorra: specificità e caratteri comuni pag. 9 All origine delle infiltrazioni mafiose nei Comuni: la funzione ancillare pag. 13 La trasformazione del rapporto tra mafia e politica: dalla funzione ancillare al rapporto paritario pag. 22 L arrivo dei mafiosi a Milano pag. 31 CAPITOLO 2 Lo scioglimento dei Consigli Comunali per infiltrazioni mafiose La nascita della normativa sugli scioglimenti: teorie sociologiche di riferimento pag. 39 Analisi degli scioglimenti: andamento temporale, distribuzione geografica e colore politico pag. 46 Le cause di scioglimento e il modello dei motivi di scioglimento pag. 55 CAPITOLO 3 L infiltrazione mafiosa sommersa a Milano e nei Comuni della provincia di Monza e della Brianza: i fatti di cronaca Il caso del Comune di Milano pag. 64 Gli eventi nei Comuni della provincia di Monza e della Brianza pag. 83 Il caso del Comune di Monza pag. 145 CAPITOLO 4 Dai fatti di cronaca al modello di infiltrazione nelle Amministrazioni Comunali di Milano e di Monza e Brianza La colonizzazione della Lombardia: analisi dell affermazione della ndrangheta al Nord pag. 159 Il ruolo delle Amministrazioni Comunali nel processo di colonizzazione del Nord: la convergenza pag. 171 Analisi della convergenza come sintomo di devianza e politiche di contrasto pag. 181 CONCLUSIONE pag

3 INTRODUZIONE Esistono almeno quattro elementi che toccano, a vario titolo, il rapporto tra mafia e governo locale e che vengono proposti dal sociologo Vittorio Mete. In primo luogo, il tema della sicurezza dei cittadini: malgrado i morti ammazzati di matrice mafiosa siano all ordine del giorno, spesso con vittime del tutto innocenti, la minaccia alla tranquillità e alla sicurezza nelle nostre città è proiettata verso l esterno, verso i diversi, e in particolare gli immigrati. Il secondo elemento riguarda il peso crescente che il settore privato assume nel campo dei servizi pubblici locali. In particolare il prolificare di società a prevalente o a totale partecipazione pubblica, pone nuove questioni alla governance delle nostre città: la gestione nell erogazione di servizi fondamentali per i cittadini secondo logiche insieme pubbliche e private, rendendo il governo locale un centro di potere che fa gola a coloro che hanno parecchio denaro da investire. Un terzo aspetto riguarda la dilagante disaffezione politica, che tuttavia non riguarda i sindaci e gli amministratori locali: contrariamente agli altri uomini politici ed ai partiti, gli amministratori locali sono infatti percepiti come soggetti non troppo distanti dalla nostra realtà. Pertanto allontanare l attenzione dal governo locale, significa disinteressarsi in generale del rapporto tra cittadini e politica, già particolarmente compromesso. Infine, in tempi in cui tutte le forze politiche si proclamano federaliste, stupisce il fatto che vi sia una scarsissima attenzione alla concreta minaccia mafiosa verso l autonomia degli enti locali. 1 La recente esplosione dell epidemia del fenomeno di infiltrazione mafiosa nei Comuni, nel senso di una sua espansione territoriale, ci spinge ad interrogarci sull esistenza di schemi mafiosi di attacco alle fortezze dei Comuni, reiterati nel tempo e nello spazio. I Comuni d altra parte sono l istituzione più radicata nella storia del nostro paese: l Italia è difatti uno Stato fortemente caratterizzato dalla preminenza storica dell istituzione Comuni, che in molti casi non solo preesiste, ma è molto più 1 V. METE, Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose, Bonanno, Catania 2009, pp

4 antica dello Stato attuale e delle istituzioni statuali che l hanno preceduta. In un certo senso, anzi, lo Stato si è affermato contro le autonomie locali, feudali e sociali. 2 Tale preminenza è riconosciuta anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana, quando all articolo 5 recita che La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento. In realtà, con l unificazione, il nuovo Stato italiano estende agli enti locali di tutta la penisola la legge già vigente nel Regno di Sardegna (la legge 23 ottobre 1859, n. 3702, c.d legge Rattazzi ): lo Stato italiano ha così, all origine, carattere decisamente accentrato. I comuni, pur essendo istituzioni di gran lunga più antiche non solo del neonato Regno ma anche degli Stati preunitari, vengono posti sotto stretta tutela statale, sia attraverso il controllo prefettizio sugli atti e sugli organi, sia mediante la nomina governativa dei sindaci. Soltanto i consiglieri venivano eletti dai cittadini maggiorenni in possesso dei diritti civili e di alcuni requisiti di censo, mentre gli assessori che formavano la giunta erano nominati dal consiglio comunale. La prima breccia nel rigido centralismo è stata aperta dalle riforme crispine del , le quali intervenivano sul tema del rapporto centro-periferia con una nuova legge di ordinamento degli enti locali. Presidenti delle province e sindaci delle città maggiori (con popolazione superiore ai abitanti) diventavano cariche elettive; nel 1896, la legge Di Rudinì avrebbe poi esteso a tutti i comuni l elettività degli organi esecutivi. L avvento del fascismo segnava invece un deciso passo indietro nel lungo cammino per l emancipazione delle autonomie in molti enti locali: la legge 4 febbraio 1926, n. 237, infatti rendeva nuovamente di nomina governativa le cariche di vertice degli enti locali: il Sindaco democraticamente eletto veniva così sostituito dal podestà. I consigli comunali venivano trasformati in consulte con funzioni, appunto, consultive, perdendo la loro qualità di organi elettivi; la scelta dei lori membri veniva attribuita in parte al Prefetto e in parte ai sindacati e alle associazioni locali (poi alle corporazioni). Il testo unico del 1934 (R.D. 3 marzo 1934, n. 383) sanciva 2 SCHILARDI C., Governo degli enti locali e gestioni commissariali, in Quaderni SSAI, 2011, pp

5 e contemplava il quadro così tracciato. Gli enti stessi, non più realmente autarchici, venivano definiti come ausiliari dello Stato. Al crollo del fascismo, nel 1943, una serie di decreti luogotenenziali cancella rapidamente dall ordinamento le disposizioni più lesive delle autonomie contenute nel T.U. del 1934, con particolare riferimento all elettività degli organi politici, che riprendono le vecchie denominazioni (Sindaco, presidente, giunta e consiglio). La Costituzione inoltre, con uno storico cambiamento di rotta rispetto alla tradizione accentratrice, sancisce tra i suoi principi fondamentali il riconoscimento delle autonomie locali. Si afferma così in Italia, un peculiare modello di Stato, che non è federale, poiché la Repubblica resta una e indivisibile (art. 5, comma 1), ma è comunque improntato al massimo rispetto per le autonomie locali. I principi costituzionali hanno trovato non poche resistenze nella loro pratica attuazione. Soltanto nel 1990, a quattro decenni di distanza dall emanazione della Costituzione, viene approvata una legge organica di riforma degli enti locali, che attua i principi costituzionali in materia. Fino a quel momento l ordinamento locale era incongruamente ancora disciplinato dal T.U. del La Legge 8 giugno 1990, n. 142, quando finalmente vede la luce, si presenta particolarmente innovativa, introducendo, tra l altro, il riconoscimento dell autonomia statutaria dei Comuni, sia pure con uno spazio di autodeterminazione non particolarmente ampio. L autonomia democratica locale è stata poi rafforzata dalla legge 25 marzo 1993, n. 81 che ha introdotto l elezione diretta dei sindaci. Recentemente, con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 di riforma del titolo V della Costituzione, le norme in materia di autonomie locali sono state quasi integralmente riscritte. L articolo 114, che apre il titolo V, oggi chiaramente afferma che la Repubblica non si riparte ma è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato, elencati così, in ordine inverso rispetto al testo previgente della stessa norma. Questo ordine di elencazione non è casuale, ma si collega al principio di sussidiarietà, che viene ora costituzionalizzato dall articolo 118, integralmente riscritto: Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. 5

6 Con la riforma del titolo V della Costituzione dunque, i Comuni sono posti in una posizione di assoluta preminenza rispetto alla struttura centrale dello Stato, la quale viene concepita esclusivamente in una posizione ausiliaria rispetto agli enti locali. In questo contesto di supremazia attribuita agli enti locali, l influenza della criminalità organizzata di tipo mafioso sulle amministrazioni locali, diventa un fenomeno preoccupante e di rilevanza assoluta. In particolare, la mafia cerca di incidere sull organo politico delle amministrazioni locali poiché questo detiene il monopolio degli obiettivi dell ente locale. Ma esiste anche un ulteriore modifica dell ordinamento degli enti locali che ha portato come corollario diretto la possibilità di infiltrazioni e condizionamenti, non solo nei confronti degli attori politici, ma anche a carico dell apparato amministrativo dei Comuni: la riforma che ha portato alla separazione di funzioni tra politici e dipendenti amministrativi. Un primo passo in questo senso era già stato fatto con l approvazione degli artt. 51 e 53 della Legge 8 giugno 1990, n. 142, che avevano difatti introdotto le prime riserve di competenze a favore dei c.d. responsabili dei servizi, cioè i funzionari o impiegati (nei piccoli enti) cui fanno capo i servizi di maggior rilievo (tecnico e contabile), attribuendo loro, fra l altro, il compito di esprimere pareri tecnici sulle deliberazioni giuntali e consiliari. La completa separazione di funzioni fra politici e amministrativi, con attribuzione a questi ultimi di poteri autonomi, sarebbe intervenuta, con il D.Lgs. 25 febbraio 1995, n. 77, anticipatore della Legge 127/97 (c.d. legge Bassanini bis ), che ha riformato la finanza locale secondo criteri moderni improntati all efficienza, all economicità e all efficacia dell azione amministrativa, con la previsione di un piano esecutivo di gestione, di competenza della giunta comunale, che dispone annualmente l attribuzione delle risorse, non soltanto finanziarie ma anche strumentali e umane, ai responsabili di servizio. Si realizza così pienamente il modello di distinzione dei compiti fra politica e amministrazione: l organo di indirizzo politico esecutivo specifica gli obiettivi dell azione amministrativa e ne assegna le risorse ai funzionari i quali, poi, perseguono i risultati attesi in piena autonomia. La trattazione che segue vuole cogliere il rischio di infiltrazione mafiosa a cui sono soggetti i Comuni di Milano e della provincia di Monza e della Brianza, partendo 6

7 dall elaborazione di un modello sociologico delle cause di scioglimento, predisposto sulla base dell esperienza dei Comuni che hanno già subito il provvedimento di scioglimento forzoso del consiglio comunale da parte del governo per intervenute infiltrazioni di stampo mafioso. Anzitutto, dopo aver proposto un inquadramento generale delle caratteristiche condivise e delle rispettive specificità delle singole organizzazioni mafiose, verrà affrontato il tema dell evoluzione delle relazioni tra mafia e politica (capitolo 1). Lo sviluppo di questo rapporto sarà tale da rendere necessaria la nascita di una normativa che preveda lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali per causa di mafia, unica al mondo (capitolo 2). Nel capitolo 2 verranno analizzati l andamento temporale, la distribuzione geografica e il colore politico degli scioglimenti per infiltrazione mafiosa e si individuerà un modello dei motivi di scioglimento, che verrà impiegato ai singoli Comuni come strategia d azione ai fini dell individuazione di aree di vulnerabilità al loro interno. In particolare nel capitolo 3 si prenderanno in considerazione i fatti di cronaca che hanno riguardato i Comuni di Milano e della provincia di Monza e della Brianza e si scoprirà l esistenza del pericolo di condizionamenti mafiosi. Infine nel capitolo 4 si offrirà una possibile spiegazione della conquista da parte delle organizzazioni mafiose, in particolare della ndrangheta, di pezzi della società settentrionale (secondo il modello vincere in trasferta elaborato dal professor Dalla Chiesa ), individuando nella corruzione dei politici e dei pubblici funzionari la linfa da cui la pianta mafiosa trae la sua forza vitale e riconducendo la convergenza che unisce i politici e i funzionari pubblici ai mafiosi alle teorie di studio sulla devianza. A questo punto verranno indicate possibili politiche di contrasto. 7

8 Alcune vicende riportate in questa analisi riguardano procedimenti giudiziari che, in alcune occasioni, sono ancora in attesa di giudizio definitivo. In tal caso i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare innocenti fino a giudizio definitivo. In altri casi verranno riportate frequentazioni da parte di politici, seppur non rilevanti penalmente, quantomeno inopportune e da cui le organizzazioni mafiose traggono la loro forza. Al di fuori della rilevanza penale dei comportamenti, i fatti accertati senza dubbio (quali intercettazioni ambientali, testimonianze di alta attendibilità, etc.) costituiscono riferimento empirico per la descrizione e la comprensione della realtà sociale studiata nella presente tesi. 8

9 CAPITOLO 1 Evoluzione del rapporto delle organizzazioni mafiose con la politica 1 Mafia, ndrangheta e camorra: specificità e caratteri comuni Storicamente, le principali organizzazioni criminali italiane, mafia, ndrangheta e camorra, nascono in contesti molto diversi, soprattutto per via del differente contesto sociale ed economico in cui vengono alla mondo, diretta conseguenza delle diverse caratteristiche orografiche dei territori di origine. La mafia nasce negli ampi spazi della Sicilia Occidentale (in particolare nelle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta e Enna), dove il sistema del latifondo si presenta più forte. A seguito delle riforme promosse durante il periodo di dominazione borbonica, tra il XVIII e il XIX secolo, al latifondo di stampo feudale succede il vasto latifondo, condotto su basi famigliari o capitalistiche: le terre ex - feudali sono messe in vendita e vengono ricomprate solo da chi ha i mezzi necessari per coltivarle. Il crollo del sistema feudale, che da impulso al processo di privatizzazione delle terre, favorisce così lo sviluppo della proprietà borghese. Il fondo, quasi mai è abitato dal ricco proprietario, in genere aristocratico, che preferisce la vita di città lasciandone la cura al gabellotto, il quale pertanto fa le veci del proprietario. Il gabellotto locale, che rappresenta una prima versione del mafioso, gestisce quindi il latifondo per conto del proprietario e gli assicura che venga garantito l ordine, anche usando violenza, nella delicata fase di transizione dal feudalesimo al capitalismo. La camorra si afferma invece nei quartieri degradati della città di Napoli, dove i camorristi sono dei mercenari i cui servigi vengono utilizzati anche per garantire l ordine pubblico. La nascita della camorra viene comunemente collocata a inizio Ottocento, ma è indubbio che già nei secoli precedenti a Napoli si sviluppa e prospera una malavita organizzata: i soldati del vicerè spagnolo che occupano Napoli dal XVI secolo importano in città i metodi di violenza e di sopraffazione della Guardugna, una sorta di confraternita cavalleresca nata e diffusa in Spagna e capace di influenzare gruppi di potere legale nella vita politica spagnola. 9

10 Ma la camorra nasce ufficialmente nel 1820 come associazione segreta, con il nome di Bella Società Riformata : storicamente pertanto è la prima organizzazione mafiosa a fare il proprio ingresso sul palcoscenico criminale. E sin dalle sue origini la politica si è servita della camorra: dapprima i camorristi, costretti nelle carceri in rapporti di contiguità con i detenuti politici, vengono usati dai Borbone come spie per combattere i movimenti rivoluzionari liberali. Poi sono i liberali, consapevoli della necessità di costruire un sistema di alleanze più largo per poter sconfiggere i Borbone che pensano di rivolgersi alla camorra. E ancora è Salvatore Maniscalco, nominato Ministro della Polizia borbonica che volle servirsi dei malandrini per combattere il malandrinaggio 3 per ricostruire l ordinamento gravemente compromesso dalla rivoluzione liberale del E poi, durante il passaggio dal regno dei Borbone all arrivo di Garibaldi, Liborio Romano, ministro di polizia del regno di Napoli e nominato Prefetto da Cavour per il traghettamento dai Borbone ai Savoia, affida alla camorra il compito di mantenere l ordine pubblico nella fase di transazione all unità d Italia. La camorra, che a differenza della mafia si afferma dunque dentro al degrado urbano, non rappresenta dunque un fenomeno di potere, ma un fenomeno popolare, che vive e si struttura dentro la vita delle zone più degradate della città, garantendo l ordine nel disordine sociale, con una funzione di mediazione tra società e politica. La mafia invece non era formata da bande di straccioni o di diseredati, di disperati o di nullafacenti, ma era qualcosa di molto più complesso e variegato in grado di tessere relazioni politiche fino al punto di diventare uno strumento di governo locale. 4 E infine la ndrangheta: essa nasce nell estremo lembo della penisola italiana, in una regione povera attraversata da splendide catene montuose, ma poco ospitali, che sono state da sempre un formidabile ostacolo alla viabilità, agli scambi commerciali tra una località e l altra della stessa regione ed allo sviluppo economico. Il territorio della Calabria è stato abitato da una serie vastissima di popoli antichi, tra i quali i Bruzi erano riconosciuti come una piccola potenza in rapida ascesa: la loro prerogativa era quella di continuare a svilupparsi come civiltà autonoma e 3 G. FALZONE, Storia della mafia, Flaccovio, Palermo 1984, p E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p

11 conquistatrice e ciò li spinse all ostilità verso Roma, dato che non si sottomisero mai del tutto. Proprio per il loro comportamento gli antichi abitanti della Calabria furono accompagnati da giudizi sprezzanti e poco lusinghieri: i romani erano soliti chiamarli furfanti, predoni, uomini malvagi. 5 Da questi fatti così lontani si è affermata, lungo i secoli, una memoria storica che ha rappresentato la Calabria e i suoi abitanti con tratti pesantemente negativi. Durante il periodo di dominazione borbonica, dal periodo che va dal sovvertimento della feudalità all unità d Italia, in Calabria gli spanzati 6 aumentano sempre di più: gli spanzati sono i bravacci, coloro che commettono ogni sorta di bricconeria rimanendo impuniti. A quel tempo questi ndranghetisti erano presenti in piccoli luoghi, villaggi e frazioni che superavano di poco i mille abitanti: in quei posti c era fame, miseria e abbandono. Le popolazioni vivevano isolate: i paesi erano vicini, ma separati da fiumare, colline, valloni, gole e dirupi che inesorabilmente li dividevano. 7 E in questi luoghi, dove lo Stato è lontano, che a livello familiare nasce la ndrangheta. E ancora oggi la cellula base di questa organizzazione criminale è la ndrina, la famiglia criminale di appartenenza. Anche se le sue origini sono così tanto radicate nel corso della storia, il termine ndrangheta e soprattutto la sua percezione a livello politico, culturale e sociale sono alquanto recenti: nel 1982, quando viene introdotto l articolo 416 bis del codice penale che ha previsto il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, la ndrangheta è rubricata tra le altre associazioni comunque localmente denominate. La versione originaria dell articolo infatti recitava: Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso. Allora ancora nel 1982 la ndrangheta era ritenuta un appendice, un residuo. 8 5 E. CICONTE, Ndrangheta, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p. 6 6 E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p E. CICONTE, Ndrangheta, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p N. DALLA CHIESA, M. PANZARASA, Buccinasco, la ndrangheta al Nord, Einaudi, Torino 2012, p. 5 11

12 Bisognerà aspettare sino al 2010, per l aggiunta delle parole alla ndrangheta al testo dell art. 416 bis. In generale, quella descritta è la situazione che si presenta in Sicilia, Campania e Calabria al momento dell unità d Italia. Ma già prima dell unità si deve registrare un mutamento generalizzato dei caratteri della criminalità qui presente: da criminalità episodica, di piccoli gruppi, sembra essere maturata una criminalità a tempo indeterminato, dotata di proprie regole e in grado di diventare criminalità organizzata. La struttura organizzativa di questa criminalità organizzata ha però delle sue specificità per ognuna delle singole consorterie criminali. Grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscata a Giovanni Falcone, si scopre che al vertice della mafia c è la Cupola: gli esponenti della Cupola sono nominati dai mandamenti suddivisi per provincia. La Cupola ha una funzione di governo effettivo dell organizzazione. L organizzazione della ndrangheta ci viene invece svelata dall operazione Crimine del 2010: nella ndrangheta assistiamo ad uno sdoppiamento delle funzioni di autorità. C è infatti un autorità centrale di tipo morale, che ha la funzione di custode dell ortodossia dell organizzazione e che sta a San Luca (piccolo comune di circa abitanti in provincia di Reggio Calabria), poi ci sono le ndrine, cioè famiglie che possano contare almeno su una decina di affiliati, che godono di una loro autonomia, ma che comunque devono rispettare la madrepatria. L unione di più ndrine su un determinato territorio origina un Locale, che deve avere a sua volta almeno una cinquantina di affiliati. Un insieme di Locali origina poi un mandamento. In particolare al vertice dell organizzazione, detto Crimine o Provincia, rispondono tre mandamenti: Centro (il più importante, con Reggio Calabria), Ionica e Tirrenica. Quindi la ndrangheta non è più un insieme di cosche largamente autonome tra loro: come un tempo Cosa nostra, la criminalità calabrese si è data una cupola, retta da un capo supremo. La camorra, che nel contesto urbano si è affermata come delinquenza di quartiere strutturata, ancora oggi continua a rimanere un pulviscolo di clan di varia 12

13 grandezza, ma senza una struttura di coordinamento centrale, anche se il clan dei Casalesi rappresenta oggi una vera e propria organizzazione criminale paragonabile a ndrangheta e Cosa nostra, seppur rimanga profondamente radicata nella storia del suo territorio in provincia di Caserta. Diverse sono quindi le origini territoriali, economiche e sociali delle principali organizzazioni criminali italiane, che si riflettono in differenti strutture organizzative. Pur tuttavia esiste un modello mafioso condiviso, che si esprime attraverso alcuni elementi comuni, che convivono insieme in quanto componenti indispensabili per la vita delle organizzazioni. Un primo elemento è anzitutto il controllo del territorio, esercitato attraverso il radicamento e la conoscenza, i rapporti di parentela e amicali e una fitta rete di relazioni che vengono coltivate anche attraverso l investimento in pubblici esercizi come bar, ristoranti, discoteche. Funzionale al controllo del territorio è la costruzione di un complesso di rapporto di dipendenza personale, che permette di esercitare un forte condizionamento ambientale, anche grazie un sistema di raccomandazioni usate in tutti i campi. E ancora diventa elemento vitale per l organizzazione di stampo mafioso la violenza come suprema regolatrice dei conflitti. Ma indispensabile al modello mafioso è altresì l esistenza di rapporti organici con la politica, necessari per mantenere l anomalia di due Stati nello stesso territorio, coltivare relazioni e ottenere risorse pubbliche, giudiziarie e informative. Così, già tra la fine dell 800 e l inizio del 900, con lo sviluppo del processo di democratizzazione, in Meridione le organizzazioni criminali coltivano rapporti con uomini politici ai quali sono in grado di assicurare un certo numero di voti. 2 All origine delle infiltrazioni mafiose nei Comuni: la funzione ancillare Siamo allora al momento dell unità d Italia in Sicilia, Campania e Calabria. Con l affermazione dello Stato unitario, ma soprattutto in conseguenza del processo di democratizzazione del diritto di voto, diventa di primaria importanza per i partiti 13

14 di notabili conquistare le masse: e in Italia lo si fa anche attraverso i mafiosi, i quali riescono così a infiltrarsi nelle istituzioni. A quei tempi, la base dell elettorato amministrativo era il censo, cioè il pagamento di una imposta attinente ai servizi locali. Ma dopo il 1865 il suffragio si andava sempre più allargando, anche se il diritto al voto era ancora riservato ai soli maschi: il corpo elettorale che nel 1880 era di , nel 1882 raggiungeva la ragguardevole cifra, per l epoca, di Con il nuovo secolo alle porte, s infittiva la lotta di nuovi ceti emergenti nel mondo delle professioni e del commercio con l obiettivo di scalzare le classi dirigenti che avevano fatto l unità e avevano governato nei decenni successivi. In quel periodo il candidato non aveva dietro di sé il sostegno di un partito politico strutturato e organizzato: 10 siamo ancora ai partiti di notabili. Il politico quindi poteva contare solo sulla sua rete di relazioni familiari e personali, sulle reti di clientele. Il potere amministrativo era il terreno di scontro che vedeva protagoniste le famiglie e i personaggi di spicco di quella realtà. Tanto più forte era la competizione e lo scontro personale e familiare, tanto più grande era la necessità di procurarsi voti con qualunque mezzo, anche con il prezioso aiuto del mafioso. La mafia in particolare ha avuto da sempre uno stretto rapporto con il potere politico, dimostrando anche di sapere influire sugli equilibri di governo, decisiva come è stata nel passaggio dalla Destra alla Sinistra storica nel Essa aveva anche contato sulla aperta simpatia di ben due capi del governo di origine siciliana: Francesco Crispi (simbolo della Sinistra storica, anche se garante degli interessi agrari con la tariffa protezionistica del 1887, feroce repressore dei Fasci siciliani negli anni novanta) e Vittorio Emanuele Orlando (già presidente del Consiglio della vittoria della prima guerra mondiale, che nel 1925 durante un comizio elettorale argomentava: Or vi dico, signori, che se per mafia si intende il senso dell onore portato fino all'esagerazione, l insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro 9 E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p

15 eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo!). 11 Dallo studio di Antonino Cutrera sulla mafia e i mafiosi in Sicilia apprendiamo che É spesso nelle loro mani [dei mafiosi] l esito di una elezione, e perciò è a loro che si raccomandano i candidati, di qualunque colore politico, mettendo a loro disposizione la borsa. Qualche volta il candidato può anche essere un antico e devoto amico della mafia. In questo caso gli amici si offrono di appoggiare la candidatura con entusiasmo e disinteresse. 12 Nessuno è libero di votare nella contrada, invece tutti debbono votare per il candidato o per i candidati che sono portati dal capo, il quale appoggia quelli che più promettono, tranne il caso che il candidato stesso non sia uno dei protettori, allora tutti votano per lui con entusiasmo, perché oltre ad essere un onore per i picciotti avere a proprio rappresentante una persona a cui sono devoti, è pure conveniente, nei loro interessi, di avere un amico al consiglio comunale, al consiglio provinciale ed anche al Parlamento nazionale e ancora Infatti nelle borgate vicino Palermo, o nei sobborghi, ove la mafia è più forte e meglio organizzata, che in tutti gli altri comuni della Sicilia, nelle elezioni si hanno proclamazioni all unanimità o quasi. É precisamente per questo motivo che il potere governativo si è servito, sino a pochi anni addietro, della mafia nelle elezioni, quando si è interessato del risultato delle elezioni, perché era certo di avere una forza elettorale compatta, sulla quale poteva contare con sicurezza, perché quando la mafia promette, adempie e dal tempo in cui le borgate furono autorizzate ad eleggere i propri rappresentanti al consiglio comunale, i mafiosi di alcune di esse hanno mandato per loro rappresentanti i capi della mafia. E qui, per mostrare l attaccamento e la devozione dei picciotti verso i loro rappresentanti, cade opportuno riportare il seguente episodio elettorale: in una delle tante borgate che fan corona alla città di Palermo, fu eletto, nelle ultime elezioni amministrative a consigliere comunale il capo mafia della contrada. Allora 11 N. DALLA CHIESA, La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo, Milano 2010, pp A. CUTRERA, La mafia e i mafiosi. Origini e manifestazioni. Studio di sociologia criminale, A. Reber, Palermo (1900) p. 53 in 12.html 15

16 i suoi elettori in segno di devozione ed ammirazione, gli offersero un orologio d oro con relativa catena, comprato a spese dei picciotti. 13 Ma la storia è ricca di altri episodi che testimoniano la storica infiltrazione dei mafiosi nelle amministrazioni locali: nel luglio del 1872 si dovette fare il rinnovamento del quinto dei consiglieri dell amministrazione comunale di Bagheria, e la nuova associazione di mafiosi, ch era sorta in Bagheria, per la prima volta s impegnò nella lotta elettorale, e riuscì a far risultare come sindaco il notaio Castronovo, persona di carattere accensibile, cedevole alle pressioni, e capace di dare appoggio ai tristi elementi. Per gli stessi maneggi furono pure eletti consiglieri, e nominati poscia assessori Scaduto Gioacchino e Speciale Francesco, aderenti alla nuova associazione della quale pure faceva parte il consigliere Scaduto Onofrio. 14 Anche se nei comuni di altre province siciliane la situazione non era compromessa così tanto, qua e là c erano segni preoccupanti come segnalavano le relazioni inviate tra il 1884 e il 1888 dal Prefetto di Trapani e di Caltanissetta. Ma pure a Napoli emergevano nei comuni episodi simili. In un passaggio dell articolo Memorie di Camorra pubblicato dal quotidiano Il Mattino dell 11 settembre 1998 con firma dell allora presidente della Camera Luciano Violante si legge: Basterebbe ricordare quanto evidenziato nel secondo volume dell edizione del 1901 (p.570/commissione Saredo), ove si denuncia che, dal 1895 al 1900, la gestione del pubblico denaro speso dal Comune di Napoli non è stata mai deliberata dal Consiglio Comunale. Al di la delle distrazioni di fondi in favore di precise clientele politico-affaristiche che tali bilanci rivelano, va colta in questo fatto l esistenza di governo assolutamente estranea al principio di legalità nell amministrazione che si configura con l autentico terreno di coltura per ogni possibile convivenza e connivenza con le pratiche criminali camorristiche. L inchiesta Saredo ricordata da Violante aveva avuto origine da un vero e proprio scandalo che era scoppiato a Napoli alla fine del XIX secolo e che aveva avuto ampie ripercussioni sul piano nazionale, ovvero la polemica nata tra il periodico socialista La Propaganda e l on. Casale, deputato crispino, accusato di pratiche clientelari e camorristiche. 13 Ibid., pp Ibid., pp

17 Bersagli principali delle accuse de La Propaganda erano stati il sindaco Celestino Summonte e appunto l on. Casale, entrambi, secondo il giornale, sostenuti dalla camorra. Anche il direttore de Il Mattino, Edoardo Scarfoglio era finito nel mirino del quotidiano socialista, che aveva parlato della triade Casale-Summonte- Scarfoglio come punta di un iceberg corrotto di funzionari, politici e amministratori. La polemica era sfociata in un clamoroso processo per diffamazione intentato dal deputato nei confronti del giornale, conclusosi con l assoluzione del giornale. L inaspettata sentenza aveva determinato lo scioglimento del consiglio comunale e la nomina di una commissione d inchiesta da parte del governo centrale, presieduta appunto dall on. Saredo. L inchiesta Saredo aveva portato alla luce la grave situazione di corruzione, di clientelismo e di generale inefficienza del Comune napoletano. Da un brano dell inchiesta si legge: Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la Camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali. In corrispondenza quindi alla bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di servaggio, con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un alta camorra, costituita dai più scaltri e audaci borghesi. Costoro, profittando della ignavia della loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione, in gran parte derivante dal disagio economico, ed imponendole la moltitudine prepotente ed ignorante, riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli, nella stampa. È quest alta camorra, che patteggia e mercanteggia colla bassa, e promette per ottenere, e ottiene promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza la piazza, ben a ragione è da considerare come fenomeno più pericoloso, perché ha ristabilito il peggiore dei nepotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo l imposizione alla volontà, annullando l individualità e la libertà e frodando le leggi e la pubblica fede. 17

18 L inchiesta Saredo aveva inoltre indagato profondamente sui meccanismi di formazione del personale burocratico e sul funzionamento della macchina amministrativa, e aveva messo in luce una struttura da sempre affollata ma aumentata negli ultimi anni. Saredo aveva dimostrato come i meccanismi d assunzione per meriti, previsti dai regolamenti, erano regolarmente disattesi in favore del principio della clientela. Età avanzata degli impiegati, basso grado d istruzione, esubero del numero degli assunti ma, soprattutto, il cumulo di doppi e a volte triplici incarichi di lavoro in diversi uffici. Significativo il dato finanziario di questa politica di impiego: le retribuzioni erano tra le più basse d Italia, a fronte di una spesa comunale dedicata agli stipendi, invece, tra le più alte. 15 Le risultanze della commissione Saredo avevano avuto degli effetti non previsti perché nel corso delle successive elezioni comunali i socialisti che avevano fatto scoppiare lo scandalo vennero sconfitti, anche a causa dell intervento di Enrico Alfano, detto Erricone. Enrico Alfano all epoca era il camorrista più potente della città: grazie alle sue conoscenze, a tanti camorristi che erano al domicilio coatto furono concesse licenze premio. La camorra in quegli anni era diventata infatti uno strumento di battaglia politica per sbarrare la strada all avanzata dei socialisti. 16 Ma ciò accadeva anche in Sicilia: Napoleone Colajanni sosteneva che in Sicilia la mafia era una potente forza elettorale, perché autorità e politici si servono dei mezzi mafiosi più disonesti e delle persone notoriamente appartenenti alla mafia per far prevalere i canditati governativi. 17 La mafia, come la camorra, usata come strumento di lotta politica. Mafia e camorra venivano ormai immortalate e descritte in guanti gialli, a significare colui che ruba elegantemente, senza destare il minimo sospetto, a testimonianza dell alto livello raggiunto. Ma anche in Calabria il rapporto tra ndrangheta e politica era sbocciato molto presto, subito dopo l unità. Nel 1869 gli elettori della città di Reggio Calabria vennero chiamati a votare per due volte. Le elezioni amministrative erano state annullate e si dovettero rifare. L attiva presenza in campagna elettorale e durante le votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il risultato della competizione. In 15 R. BRUN, La propaganda 1899, 1900: i due anni in cui rivoltammo Napoli, Caracò, E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p E. CICONTE, Storia criminale, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p

19 quelle giornate si erano registrati anche fatti di sangue. Tra le altre persone colpite, anche un medico, sfregiato al volto in pieno giorno. Il fatto, per quei tempi era enorme e aveva suscitato scalpore e scandalo nell opinione pubblica. Il Prefetto di Reggio Calabria, che si era recato personalmente dalla vittima per verificare le circostanze dell accaduto, era convinto, come scrisse in una relazione, che lo sfregio fosse stato fatto per grane elettorali. I giornali locali avevano scritto apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie della città e denunciarono il fatto che i partiti fossero obbligati a far transazioni con gente di equivoca rispettabilità. Eravamo nel lontanissimo 1869, ma potremmo essere ai nostri giorni. Uno dei lati meno conosciuti della ndrangheta è proprio il suo rapporto con la politica che, com è accaduto per Cosa nostra e la camorra, è molto antico anche se è stato meno visibile e a lungo ritenuto inesistente o sottovalutato nella sua dimensione ed importanza. La ndrangheta si è difatti inserita nelle litigiosissime lotte per il potere che in Calabria per un lunghissimo periodo storico si sono caratterizzate come uno scontro furibondo tra famiglie contrapposte che si contendevano i voti usando tutti i mezzi, non esclusi i metodi violenti e mafiosi. 18 La relazione della ndrangheta con la politica, per non organica che sia, è documentata, oltre che per la città di Reggio, anche per la sua provincia dove la lotta per la conquista dei municipi era senza esclusione di colpi. In un partito e nell altro, scriveva in data 23 luglio 1895 il Sindaco di Gerace al Prefetto di Reggio non fanno difetto persone facinorose e delinquenti, e nelle loro riunioni si mostrano orgogliosi. 19 Era frequente che le elezioni fossero influenzate dal clientelismo locale e dall uso talora spregiudicato degli uffici pubblici. 20 Le violenze erano all ordine del giorno e la presenza della ndrangheta nel gioco politico cominciava a condizionare le elezioni. I prefetti di Reggio Calabria e Catanzaro nelle loro relazioni di metà degli anni Ottanta rilevavano la pesante situazione politica caratterizzata, a volte, da reati di sangue. Negli anni 20 del Novecento, i giudici del Tribunale di Palmi mettevano in luce che la ndrangheta, nata in seno alle classi meno abbienti, vegeta con 18 si veda pagg XV Legislatura Camera dei Deputati in 19 P. CRUPI, L anomalia selvaggia, Sellerio, Palermo 1992, pp che cita come fonte: Archivio di Stato di RC, Gabinetto, Elezioni, inv. 34 B 72 fasc G. CINGARI, Storia della Calabria dall Unità ad oggi, Latenza, Roma-Bari 1982, p

20 l acquiescenza delle classi più facoltose che spesso se ne servono per i loro fini di predominio personale e di custodia dei latifondi e conta sullo amor del quieto vivere della maggior parte. 21 Si metteva così in moto una svolta nelle attività delle ndrine: esse non si limitavano più a commettere reati, ma iniziavano ad allargare i loro interessi agli affari che, con la politica, si potevano combinare. Dunque, tra la fine dell Ottocento e l inizio del Novecento in tutte e tre le regioni le organizzazioni mafiose erano in rapporti con uomini politici, ai quali erano in grado di assicurare la raccolta di voti che a volte erano determinanti per la loro elezione. Che i mafiosi in Sicilia, i camorristi in Campania, gli ndranghetisti in Calabria si siano mobilitati in campagna elettorale e si siano impegnati, a modo loro e con i loro metodi, a dare una mano ai candidati e a portare voti, non deve destare meraviglia. In quegli anni, caratterizzati dal lento tramonto dei ceti espressione della grande proprietà e nobiltà terriera, si incontravano due spinte. La prima proveniente dai nuovi ceti borghesi che vedevano nella conquista delle amministrazioni comunali un opportunità e una possibilità di rapida affermazione e ascesa sociale oltre che di superamento dei gruppi dirigenti risorgimentali. L altra spinta proveniente invece da altri settori della società, dai ceti popolari a quelli intermedi fino a spezzoni e a segmenti significativi e numericamente rilevanti della stessa borghesia, che intendevano riprogrammarsi e assicurarsi la propria ascesa sociale utilizzando una nuova risorsa, quella della violenza, che era sempre stata presente nella vita di relazione tra le persone, ma ormai poteva essere impiegata in modo organizzato, messa al servizio di un disegno organico di governo locale. Mafia, ndrangheta e camorra, con tutte le loro differenze e le diverse capacità di condizionamento sui rispettivi territori, si sono mosse quindi nella stessa direzione; il che vuol dire che questo modo di agire, e cioè il rapporto con settori del mondo politico e istituzionale, fa parte del loro modo d essere, appartenente al bagaglio costitutivo del codice genetico mafioso. Ma sin dai primi anni della loro effettiva espansione mafia, ndrangheta e camorra si incontravano con i politici in un rapporto che non era paritario: i mafiosi, tranne 21 E. CICONTE, Ndrangheta, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, p

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