Crisi: allerta banche in Belgio Banche/ Ft: Italiane realizzeranno Basilea III tagliando dividendi

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1 Crisi: allerta banche in Belgio In 13 messe sotto controllo, tra cui Bnp Paribas e Dexia 25 ottobre, 11:43 BRUXELLES, 25 OTT - Allerta banche in Belgio, dove 13 istituti finanziari sono stati messi 'sotto controllo prudenziale' dal Comitato sui rischi finanziari sistemici (Crefs). Le loro difficolta' potrebbero rappresentare un pericolo per la stabilita' del sistema finanziario. Sarebbero interessate le 4 principali banche (Bnp Paribas Fortis, Dexia Banque Belgique, Inge Belgique e Kbc Bank), 4 gruppi assicurativi, 2 compagnie finanziarie, 2 istituzioni attive nel settore titoli. Banche/ Ft: Italiane realizzeranno Basilea III tagliando dividendi Possibile questione "politicamente sensibile" con le fondazioni Sarà limitando la distribuzione di dividendi, afferma il Financial Times, che le grandi banche italiane procederanno a reperire i fondi necessari a rafforzare i loro livelli di patrimonializzazione obbligatori. Nei prossimi anni dovranno essere aumentati, a seguito della riforma globale del settore, Basilea III che punta a rendere le stesse banche più resistenti alle crisi. Gli istituti di credito della penisola hanno chiarito che questo obiettivo non verrà conseguito tramite emissioni di nuovi titoli, e secondo un banchiere citato dal quotidiano "il vero snodo di intervento sarà invece la flessibilità sui dividendi". Il quotidiano cita i casi di Unicredit, Intesa SanPaolo e Monte dei Paschi di Siena, e un altro banchiere non indentificato secondo cui sarebbe "perfettamente possibile" dimezzare i dividendi distribuiti rispetto a quelle che sono state le medie storiche: ovvero circa la metà degli utili netti realizzati. Ma l'ft avverte che questo potrebbe rivelarsi un aspetto "politicamente sensibile", con le fondazioni bancarie, controllate dagli enti locali e che da molto tempo contano sui dividendi per finanziare iniziative in campo sociale. Usa, 139 default bancari dall inizio dell anno - 25/10/2010 Ad aver gettato la spugna sono stati stavolta sei istituti di credito... NBH Holdings, una società di private equity con sede a Boston, è stata la protagonista dello scorso weekend. Un fine settimana, come quasi sempre è accaduto negli Stati Uniti negli ultimi due anni, costellato di fallimenti bancari. Ad aver gettato la spugna sono stati stavolta sei istituti di credito, il che porta il totale dei default registrati dall inizio dell anno a 139: solo uno in meno di quelli contati nel La Federal Deposit Insurance Corp. ha aggiunto che i sei istituti valevano in termini di asset 2,4 miliardi di dollari complessivamente, e che il costo delle garanzie sui depositi è costato alle casse dell agenzia 478 milioni. Il più importante dei nuovi falliti è stato rilevato proprio da NBH, per 1,54 miliardi di dollari: si tratta di Hillcrest Bank, secondo quanto confermato dalla Fdic in un comunicato diffuso ieri. «Vogliamo offrire ai clienti una banca sicura, con un alto livello di servizi e qualità dei prodotti», ha dichiarato l amministratore delegato della società di private equity, Tim Laney. Ora NBH possiede una rete di nove filiali e 32 uffici presenti in quattro Stati americani. Gli altri crack hanno riguardato due banche in Florida ed altrettante in Georgia (non a caso tra le aree più colpite dalla crisi finanziaria): la First Narional Bank of Barnesville e la Gordon Bank (rispettivamente la quindicesima e la sedicesima a fallire in Georgia), insieme alla Progress Bank e alla First Bank of Jacksonville in Florida. Il sesto default, infine, ha colpito la First Arizona Savings, in Arizona.

2 La guerra delle valute presenta il conto sul tavolo di Europa ed emergenti 24 ottobre 2010 alle ore 06:36. Gill Marcus, 61 anni appena compiuti, è destinata ad arrivare sempre prima. Nel 2009 è stata la prima donna nominata governatore della Banca centrale del Sud Africa. Nel 2010, una settimana fa, è stata invece la prima al mondo ad alzare la bandiera bianca nella «guerra delle valute»: non ce la possiamo fare ha dichiarato non possiamo contrastare il rialzo del rand. La moneta sudafricana si è apprezzata del 37% da inizio 2009 e del 12,3% negli ultimi otto mesi. E Gill Marcus non sa più come fare per arrestarne il rialzo. Ci ha provato, ma poi ha desistito: il costo è eccessivo, lo sforzo è velleitario.gill Marcus è, dunque, la prima ad essersi arresa. Tutte le altre banche centrali, o governi, stanno infatti ancora combattendo per svalutare le loro valute o per contrastare il collasso del dollaro. Stati Uniti e Gran Bretagna stampano moneta. Altri stati (Brasile o Thailandia) alzano le tasse sui flussi di capitali in entrata. Altri ancora (per esempio il Giappone o la Svizzera) intervengono direttamente sul mercato valutario. Tutti si danno da fare, ma per ora è il dollaro a vincere: cioè a deprezzarsi veramente. Sabato i ministri finanziari del G20 si sono impegnati a bloccare le svalutazioni competitive, ma resta da vedere se alla prova dei fatti l'impegno sarà mantenuto. Gli economisti sono scettici. Tanto che cercano già di individuare i potenziali sconfitti di questa guerra: forse i paesi emergenti, più probabilmente l'europa. Forse i mercati finanziari, sempre più a rischio di bolle. La bomba americana Il via alla guerra l'hanno dato gli Stati Uniti. Annunciando di essere pronta a stampare moneta un'altra volta con il meccanismo del quantitative easing, la Federal Reserve ha causato una sorta di tsunami in tutto il mondo. Ben Bernanke, il capo della Fed, dal suo punto di vista non ha scelta. Gli Stati Uniti, dopo tre anni di crisi e migliaia di miliardi di dollari spesi, hanno infatti ancora un tasso di disoccupazione al 9,60%. E in un paese dove gli ammortizzatori sociali sono minimi, chi perde il lavoro perde tutto. Se l'economia non è più in grado di creare occupazione, la povertà aumenta. Ecco perché, dopo averle provate tutte, la Fed ha deciso di giocare la carta più forte: la bomba del quantitative easing. Per la seconda volta dall'inizio della crisi, la banca centrale comprerà quindi titoli di stato (e non solo), stampando moneta per miliardi e miliardi. L'importo è ancora da definire. Ma l'effetto è già ben visibile: da un lato sono scesi i rendimenti dei titoli di stato Usa (il che aiuta chi ha tanti debiti), dall'altro si è svalutato il dollaro (il che facilita le esportazioni). Ma per una valuta che perde quota, ce ne sono cento che si rafforzano. Lo yen, che in sei mesi si è rivalutato del 14%, è sui massimi degli ultimi 15 anni. L'euro è tornato a 1,40, salendo del 14,4% in soli cinque mesi. L'elenco è lungo. E il fatto inizia ad essere intollerabile per molti governi. Le mille bolle speculative A peggiorare la situazione sono stati poi i capitali privati. Se i titoli di stato Usa rendono una miseria e il dollaro crolla, gli investitori hanno infatti solo una cosa da fare: dirottare i loro denari su investimenti più remunerativi. Per esempio sui paesi emergenti. È così che in Brasile secondo i dati elaborati per Il Sole 24 Ore dall'institute of International Finance nel 2010 sono stimati 123,8 miliardi di capitali privati netti in entrata: questo significa che gli investitori stanno puntando sulle azioni e sui bond del paese sudamericano il 272,9% in più rispetto al 2008 e il 68% in più rispetto al La conseguenza è ovvia: la Borsa brasiliana è salita del 19% dai minimi del 2010, i bond hanno ridotto i rendimenti di 59 punti base e la valuta è volata del 12,3% in pochi mesi. E il caso del Brasile è solo un esempio. L'Iif calcola che i flussi netti di capitali in entrata in tutti i paesi emergenti sono passati da 581 miliardi di dollari del 2009 a 825 miliardi del 2010: un aumento del 42%. E infatti quasi tutte le Borse e le valute di questi paesi sono salite. L'altro grande mercato dove gli investitori stanno spostando i denari è quello delle materie prime: nel solo mese di settembre calcola Barclays hanno attirato 8,5 miliardi di dollari. Ovvia la conseguenza: i prezzi salgono. Oro, stagno, argento, cotone, caffè sono per esempio sui massimi storici o di molti anni.

3 Ma, in realtà, tutto ciò che offre buoni rendimenti attira i capitali: obbligazioni ad alto rischio, azioni. Tutto. Secondo l'indagine mensile di Bank of America, gli investitori hanno portato il loro appetito per il rischio al massimo degli ultimi 18 mesi. Insomma: l'economia peggiora e gli investitori che fanno? Comprano allegramente tutto ciò che abbia sapore di rischio. Paradosso. O bolla? La grande guerra A peggiorare ulteriormente la situazione c'è la risposta alla Fed delle altre banche centrali. Per contrastare il crollo del dollaro qualcuno ha alzato le tasse sui capitali in entrata: è il caso per esempio del Brasile e della Thailandia. Altri sono intervenuti direttamente sul mercato valutario. Come? Acquistando titoli di stato americani. E qui arriviamo al secondo paradosso: la Federal Reserve compra T-Bond per abbassare il dollaro (perché per lei equivale a stampare moneta), mentre le banche centrali estere acquistano gli stessi T-Bond per rivalutare il dollaro (perché per loro equivale a comprare biglietti verdi). Gli obiettivi sono opposti, ma il risultato è lo stesso: tutti si gettano sui T-Bond Usa. Secondo i dati del Tesoro Usa, da inizio anno gli investitori esteri (principalmente banche centrali) hanno comprato in asta 654 miliardi di dollari di titoli di stato a medio-lungo termine e miliardi a breve termine. Non si erano mai viste cifre così. Morale: i rendimenti dei T-Bond sono sui minimi storici, sebbene gli Stati Uniti siano il paese più indebitato al mondo. Paradosso. O, ancora, bolla? I perdenti: Europa in primis In questa grande guerra solo la Banca centrale europea non si fa sentire. Nonostante il grande rialzo dell'euro, che rischia di minare la crescita economica, la Bce non sta facendo nulla. Anzi: a differenza degli altri stati, sta favorendo il drenaggio di liquidità dal sistema bancario. Qualcuno è convinto che il Vecchio continente sia allo stato attuale un «assorbitore di shock»: perché ha una moneta molto liquida (l'euro) che sta diventando la cassa di compensazione della crisi valutaria. Se l'europa avesse le spalle larghe, saremmo tutti felici di assorbire gli shock altrui. Il problema è che non le ha, perché ha molti stati in crisi come la Grecia e l'irlanda. In un mondo normale questi stati svaluterebbero le loro valute e stamperebbero moneta. Ma Grecia e Irlanda non possono, semplicemente perché non hanno né una valuta e né una banca centrale propria. Il rischio è che soccombano senza poter neppure reagire. E la Bce? Resta a guardare. Ci sono poi i paesi emergenti: potrebbero essere loro afferma Gaelle Blanchard, strategist di Societé Générale «a perdere in partenza» la guerra delle valute. Questi paesi vivono ancora una situazione di espansione economica, per cui riescono a resistere al rialzo delle valute. Ma se si tira troppo la corda, il rischio è di spezzarla. I paesi esportatori potrebbero soffrire per primi per il rincaro delle monete. Ma anche gli importatori potrebbero subirne le conseguenze. Prendiamo l'esempio del Brasile, il cui export pesa solo per il 10% del Pil. Poco. Eppure il rialzo del real è un problema, tanto da indurre il governo a tassare i capitali in entrata. Perché? «La preoccupazione riguarda le importazioni spiega Eduardo Loyo, capo economista della banca brasiliana Btg Pactual. Il Brasile ha infatti una forte crescita economica, che nell'ultimo anno è stata trainata dalle importazioni, salite del 30%. Questo significa che i consumi aumentano, ma la produzione industriale interna non si incrementa di pari passo». È molto difficile capire chi rischia di perdere questa guerra. Ogni stato è un mix di importazione ed esportazioni, di aziende cicliche e non cicliche. Il rischio, se la promessa del G20 non fosse mantenuta, è però che inizi un'era dominata dal protezionismo. Dalle svalutazioni competitive. In tal caso a perdere saremmo tutti. Le chance dei derivati «buoni» Se si versa un cucchiaio d'olio in un bicchiere d'acqua si ha una rappresentazione immediata del rapporto tra piccole imprese e finanza evoluta. Almeno di quello del passato, perché ciò che avviene nei mercati valutari spiega più efficacemente di qualunque discorso che il prezzo di questa assenza di osmosi non è più sostenibile.

4 È l'esperienza quotidiana di chi esporta. Gli sforzi per entrare in mercati lontani sempre più concorrenziali rischiano di venire annullati da un'oscillazione della valuta che si ripercuote duramente su fatturato e margini di profitto. Ma sempre l'esperienza insegna purtroppo che il rischio di cambio resta una delle variabili meno presidiate. Per chi opera sullo scenario continentale l'euro naturalmente aiuta. Tuttavia crisi e globalizzazione hanno imposto un secondo cambio di marcia che ha moltiplicato le divise da tenere sotto controllo, dal remimbi al real, passando per dollaro Usa e yen. Così anche tra le microimprese ha cominciato a circolare la parola "hedging", termine che indica le operazioni di copertura. Gli strumenti sono numerosi, quasi sempre di matrice anglosassone e purtroppo non semplici. Le critiche che si attirano riguardano una certa rigidità, una struttura di costi pesante e, talvolta, la scarsa trasparenza. Meglio però non generalizzare e non fermarsi alla prima "barriera culturale d'ingresso", perché le aziende di credito più attive in questo tipo di coperture sono in grado di offrire consulenza e soluzioni tagliate sulla misura delle singole esigenze. Tra gli strumenti tradizionali (si veda la scheda a lato) figurano transazioni forward, swap, opzioni put e call e finanziamenti in valuta. Ci sono poi diverse "variazioni sul tema", nelle quali spesso la fantasia del marketing pesa più dell'effettivo contenuto innovativo. Ma, in pratica, come costruirsi un'efficace copertura dai rischi di cambio? A chi rivolgersi? E quanto costa? L'interlocutore "naturale" è rappresentato dagli istituti bancari. «Il primo consiglio per i piccoli imprenditori spiega Franco Brogi, responsabile del Supporto e sviluppo commerciale estero presso la direzione corporate del gruppo Mps è di seguire la stella polare della semplicità. Tra le soluzioni più agevoli per le Pmi spicca il finanziamento in valuta. Prendiamo il caso di una fattura in valuta a 120 giorni ricevuta a pagamento di un'esportazione. A fronte di questa, la banca eroga il finanziamento, fissa il cambio e smobilizza immediatamente l'importo. Si tratta di un'operazione semplice e con costi chiari, rappresentati dal tasso d'interesse. Invece, nel caso di un'importatore che utilizza i dollari e che, per esempio, deve pagare a tre mesi, la strada migliore è l'acquisto immediato della valuta Usa sul mercato e il deposito dei dollari in un conto in valuta fino al giorno stabilito per il pagamento. In questo caso l'onere si configura come anticipazione delle risorse necessarie per l'acquisto dei dollari». Altra strada battuta dalle Pmi è quella del contratto a termine, o swap. Si tratta di un contratto che fissa oggi il cambio di una valuta estera che l'azienda dovrà pagare o incasserà, per esempio, a tre mesi. La certezza dell'esborso o dell'incasso tutela i margini dell'impresa. «In questo caso riprende Brogi non ci sono costi, ma è richiesta una linea di credito dedicata. Il contratto prevede che l'azienda acquisti o venda valuta alla scadenza prevista e la banca deve tutelarsi dal rischio d'inadempienza. Sempre nel campo delle soluzioni "friendly", c'è una terza possibilità, quella delle opzioni più semplici. Con arguzia, gli operatori le chiamano "plain vanilla". Sono infatti a un "gusto unico", appunto come il gelato di sola vaniglia: chi sottoscrive queste opzioni ottiene il diritto di acquistare o vendere, a una data futura, un certo bene (per esempio una valuta) a un certo prezzo. Il costo varia a seconda dell'andamento del mercato, ma in media oscilla intorno al 2,7% a tre mesi e al 4% a sei mesi. In pratica, si tratta di un'assicurazione e questo onere rappresenta il premio. «In sintesi conclude Brogi nella scelta l'aspetto dirimente è la disponibilità liquida dell'impresa. Se l'azienda ha liquidità può acquistare un'opzione, se invece preferisce monetizzare subito una fattura la soluzione migliore resta il finanziamento in valuta».

5 Premiato chi compra casa, prezzi in discesa e ampia offerta agevolano ancora gli acquirenti Quanto vale davvero la casa che sto per comprare? Quanto posso chiedere se invece voglio vendere? È da domande come queste che dipende la possibilità di fare un buon affare; ed è grazie ai dati dell'omi, l'osservatorio sul mercato immobiliare dell'agenzia del Territorio, che ci si può avvicinare alle risposte giuste.dopo tre anni di contrazione, le compravendite di abitazioni sono tornate ad aumentare: +4,2% su base annua nel primo trimestre del 2010, +4,5% nel secondo. «Quest'anno si potrebbe arrivare a mila rogiti, rispetto ai 609mila del 2009», stima Guido Lodigiani, direttore dell'ufficio studi di Gabetti. L'aumento dei contratti, però, non si è ancora fatto sentire sui valori. Anzi, se tutto va secondo le previsioni, il 2010 si chiuderà con un calo dei prezzi delle case: Gabetti ipotizza una diminuzione media del 2% nelle grandi città, Scenari Immobiliari arriva al 2,5%, mentre Tecnocasa si colloca in un range compreso tra zero e -2 per cento.«è ancora un mercato per chi compra», afferma Lodigiani. «L'offerta di case in vendita è ampia e per i potenziali acquirenti scegliere è più facile concorda Fabiana Megliola di Tecnocasa. Nelle metropoli in media una casa resta sul mercato più di 150 giorni prima di essere acquistata». Anche gli sconti pendono a favore del compratore: secondo le rilevazioni di Nomisma diffuse prima dell'estate, gli acquirenti mediamente riescono a limare del 13% le richieste iniziali dei venditori. Per fare buoni affari, comunque, è indispensabile andare oltre il dato medio. La crisi ha penalizzato gli immobili in periferia, ma ha premiato quelli nelle zone centrali, i cui prezzi non di rado sono persino saliti. Allo stesso modo, ha colpito le abitazioni meno pregiate e le grandi metrature, regalando un vantaggio comparativo alle case ristrutturate di recente, servite dai mezzi pubblici e posizionate in quartieri tranquilli. Nell'infografica è riportata una serie di esempi (riguardanti otto grandi città), tratti dalle quotazioni Omi. Per ogni grande città sono individuate tre zone-campione, con il prezzo minimo e massimo al metro quadrato e la variazione rispetto a un anno fa. Per ogni zona, è considerata la tipologia edilizia prevalente, in stato di conservazione normale. A fianco, è stato calcolato anche l'affitto mensile per un alloggio di 100 metri quadrati. In qualche caso il prezzo è cresciuto, come in corso Venezia a Milano, nella Cerchia dei Mille a Bologna, in via Maqueda a Palermo o a Roma Prati. In molti altri casi, invece, i valori sono rimasti sostanzialmente stabili o sono diminuiti in modo più intenso via via che ci si allontana dal centro. Mentre in altri casi ancora è salito il prezzo massimo ed è diminuito quello minimo: segno, quindi, che il mercato è diventato più severo nel giudicare gli alloggi scadenti. È successo, ad esempio, a Roma (Primavalle) e a Torino (corso Galileo Ferraris e Mirafiori). I dati dell'omi sono riferiti al primo semestre 2010 e sono elaborati partendo dalle somme indicate nei rogiti e dalle rilevazioni degli agenti immobiliari. «Il mercato attraversa una fase di attesa, e dunque anche dati risalenti a qualche mese fa possono essere considerati attuali», spiega Caterina Andreussi, responsabile dell'omi. La vera forza di questi dati, comunque, è la possibilità di fare ricerche praticamente quartiere per quartiere, per poi correggere l'importo al metro quadrato in base alle caratteristiche del proprio alloggio: il riscaldamento autonomo, ad esempio, vale il 10% in più; l'esposizione su un solo lato, il 5% in meno. Anche così, ci si avvicina al prezzo giusto. In una congiuntura difficile banche vicine alle imprese» 25 ottobre 2010 Dal terzo trimestre del 2009 l'export delle imprese della "vecchia" provincia di Ascoli Piceno (comprendendo dunque anche le aziende del Fermano) è in costante diminuzione, il trend delle

6 nuove imprese registrate si mantiene sostanzialmente stabile, mentre il ricorso alle ore di cassa integrazione guadagni, nel periodo da marzo a luglio 2010, è aumentato di quasi il 50%, con un raddoppio delle ore autorizzate tra il mese giugno e quello di luglio. «In un quadro congiunturale difficile, il sistema bancario ha sostenuto l'economia marchigiana, con impieghi a famiglie e imprese in crescita a luglio del 6,6% su base annua e del 4,9% da fine 2009 afferma Antonio Vigni, direttore generale di Banca Monte dei Paschi di Siena -. Significativo il contributo del nostro gruppo: abbiamo raggiunto 2,8 miliardi di impieghi, in aumento di circa 250 milioni da fine 2009, sospendendo oltre 300 mutui a famiglie in difficoltà, quasi 80 milioni di prestiti alle imprese nell'ambito di "Avviso Comune" e con un impegno rinnovato sul fronte delle ristrutturazioni Tonfo del Banco Popolare e di MPS Piazza Affari nervosa in avvio di settimana. Performance positive, invece, per le principali borse europee. Molto bene Pirelli e Bulgari lunedì, 25 ottobre : Bancari sotto i riflettori a Piazza Affari. Il Banco Popolare registra uno scivolone del 4,25% a 4,1125 euro. I vertici dell istituto hanno approvato il lancio di un aumento di capitale per un ammontare massimo di 2 miliardi di euro. La ricapitalizzazione sarà effettuata nell arco di due anni. Intanto, alla luce di questa notizia, gli analisti di Banca Leonardo hanno peggiorato il prezzo obiettivo sul Banco Popolare, portandolo da Buy (acquistare) ad Underweight (sottopesare). Sulla stessa lunghezza d onda Equita sim, che ha sforbiciato a 5 euro il target price sull istituto, peggiorando il giudizio a Hold (mantenere). In forte ribasso anche Monte dei Paschi di Siena (-3,59% a 1,047 euro). Gli addetti ai lavori segnalano voci di un aumento di capitale anche per l istituto toscano. Tuttavia, i vertici della banca senese hanno smentito queste indiscrezioni. In difficoltà anche IntesaSanpaolo (-2,16% a 2,6025 euro). Unicredit perde lo 0,73% a 1,891 euro. Gli analisti di Equita sim hanno ridotto da 2,5 euro a 2,4 euro per azione la valutazione sull istituto, in seguito alle deboli prospettive sui risultati del terzo trimestre. Gli esperti hanno confermato il giudizio Hold (mantenere). Intanto, secondo quanto riportato da alcune agenzie stampa, è in corso il comitato nomine di Unicredit, per valutare la nomina di uno o più direttori generali. Mps smentisce ipotesi aumento capitale lunedì 25 ottobre :44 Il Monte dei Paschi di Siena smentisce rumor su un aumento di capitale da parte dell'istituto. "La banca smentisce nettamente ipotesi di aumento di capitale", ha detto un portavoce. Mps è arrivata a perdere stamani oltre il 4% a Piazza Affari sui timori di un aumento di capitale per rimbosare i Tremonti bond da 1,9 miliardi di euro emessi nel Alle 11,30 il titolo è in calo del 3,59. I nuovi rumor, che la banca ha poi smentito anche in una nota, arrivano in concomitanza con l'annuncio nel fine settimana dell'aumento di capitale del Banco Popolare fino a 2 miliardi per rafforzare il capitale e rimborsare i Tremonti Bond. Nella nota la banca senese smentisce ipotesi di aumento e dice anche che "il gruppo continua la propria politica di rafforzamento patrimoniale interna, confermando le iniziative note al mercato". Mps ha comunicato di aver alzato il Tier 1 al 7,8% nella relazione semestrale e nella stessa occasione ha detto di aver ottenuto l'autorizzazione da Bankitalia a estendere una metodologia contabile a tutto il gruppo con un beneficio conseguente di altri 40 punti base di Tier 1. A oggi quindi il Tier 1 di Mps è attorno all'8,2% con un core Tier 1 di circa mezzo punto inferiore.

7 Tra le altre iniziative in corso, già comunicate, c'è l'operazione di cessione di immobili strumentali da 1,8 miliardi che, quando Bankitalia darà il proprio via libera, permetteranno di alzare di altri 40 punti base il Tier 1. Questa operazione, secondo quanto detto da Mps, dovrebbe essere conclusa entro il Sempre entro l'anno verranno poi quantificati i benefici patrimoniali dell'operazione con le società di gestione di risparmio, integrando Prima e Anima, da cui ci si attende altri circa 10 punti base. Mps poi dovrà rimborsare, a partire dal 2013, 1,9 miliardi di Tremonti bond. Oggi il Financial Times scrive che le banche italiane, in vista dell'adeguamento dei propri requisiti patrimoniali alle nuove regole di Basilea 3 potrebbero dover tagliare il payout per non dover chiedere agli azionisti nuovi capitali. Le nuove regole di Basilea che entreranno in vigore dal 2013 hanno però un periodo di transizione fino al La class action non è più tra le priorità della Ue DIRITTI. La commissaria europea a Giustizia e libertà civile, Viviane Reeding: norma inopportuna con la crisi economica A sconsigliare l'adozione del provvedimento sarebbero state le società Usa, dove è legge dal '65 24/10/2010 La class action comunitaria non è più tra le priorità della Commissione europea. A dirlo è Viviane Reeding in persona, commissaria UE Giustizia e Libertà civile, che ha addotto a motivazione della decisione l'attuale crisi economica. Un annuncio che ha causato un terremoto nel mondo dei consumatori, che aspettano da più di 15 anni una legislazione di risarcimento collettivo a livello comunitario. La class action è considerata lo spauracchio delle grandi aziende perché in grado di metterle sullo stesso piano dei singoli cittadini davanti ad una corte di tribunale. Negli Stati Uniti d'america, dove la class action è in vigore dal 1965, migliaia di cittadini hanno ottenuto risarcimenti milionari da multinazionali come General Motors, Chevrolet Corvait, Ford e Philip Morris. Proprio alcuni rappresentati dell'industria statunitense, secondo quanto riferito dalla Reeding, hanno sconsigliato alla Commissione di introdurre una simile legislazione in Europa in tempo di crisi, pena la contrazione degli investimenti nel vecchio continente. Pessima la reazione dei consumatori che hanno parlato di «illegittima intromissione statunitense». Monique Goyens, direttore generale Beuc (The European Consumers' Organisation), ha mandato una lettera di protesta alla Reding e al presidente della Commissione Barroso, ricordando che «la stessa Commissione ha stimato che in Europa i danni ai consumatori dovuti a pratiche commerciali scorrette vanno dai 25 ai 69 miliardi di euro l'anno». La stessa Commissione aveva redatto negli anni passati un Green Paper che faceva tesoro dell'esperienza positiva di alcuni Stati membri dove una forma di class action è già in vigore, come in Spagna, Portogallo e Svezia. In Italia la class action, introdotta dal Governo Prodi a fine del 2007 e modificata dal Governo Berlusconi, rappresenta, secondo le associazioni dei consumatori, un'arma completamente spuntata. «La mancanza di retroattività, di sanzioni punitive, gli alti costi di attivazione e la mancanza di possibilità per le associazioni di adirne l'inizio, trasformano la class action all'italiana in una minestra riscaldata», afferma Monica Multari, presidente del Movimento Consumatori Verona. Infatti la class action così come introdotta nell'ordinamento italiano non può essere usata per risarcire i risparmiatori vittime dei crack Cirio, Parmalat e Lehman Brothers. Ad ogni modo, la levata di scudi dei consumatori di tutta Europa potrebbe indurre la Commissione a tornare sui propri passi e a rilanciare le consultazioni. Ma anche in questo modo l'introduzione effettiva della class actrion a livello europeo subirebbe un ritardo rilevante.

8 L'importo iscritto deve essere superiore a euro 25 ottobre 2010 alle ore 06:40. In attesa di conoscere gli orientamenti dell'agenzia delle Entrate in merito all'applicazione pratica dell'articolo 31 del Dl n. 78/2010, l'analisi della disposizione permette già di delineare il comportamento dei contribuenti e le maggiori criticità. Citando l'articolo 17 del Dlgs n. 241/97, il legislatore ha limitato la compensazione tra tributi diversi, ossia la cosiddetta compensazione «orizzontale». Non vi dovrebbero essere problemi, quindi, ad operare in senso "verticale", ad esempio compensando crediti Iva con debiti Iva (anche nel modello F24) o saldi Ires a credito con acconti dovuti per lo stesso tributo. Laddove, invece, in presenza di un debito Ires iscritto a ruolo, scaduto e non pagato, si vanti un credito Iva che si intende compensare, l'eventuale compensazione risulterebbe sanzionabile anche se sul credito è stato ottenuto il «visto di conformità», salvo aperture interpretative. L'esclusione La norma fa poi riferimento, sia dal lato dei crediti che da quello dei debiti, a «imposte erariali», per cui, Irap a parte, è chiaro che il blocco non interessa crediti e debiti contributivi. Da ciò consegue anche che se il debito iscritto a ruolo scaduto e non pagato riguarda tributi locali o multe stradali, nessun impedimento sussiste alla compensazione dei crediti. I debiti per imposte erariali vanno però considerati al lordo dei relativi accessori (sanzioni e interessi per ritardata iscrizione a ruolo). Più dubbio è l'inserimento tra gli accessori degli interessi di mora, dato che questi, oltre a non essere originariamente compresi nel ruolo, maturano giornalmente. Il limite Altro elemento essenziale perché scatti l'applicazione della stretta è che l'ammontare delle imposte (e accessori) iscritte a ruolo e non pagate (nonostante l'intervenuta scadenza del termine) deve essere superiore a euro, soglia che si ritiene debba intendersi a livello complessivo. Ad esempio, è superata qualora per motivi diversi si abbiano due pendenze distinte da euro. Un dubbio frequente riguarda l'ottenimento di una rateizzazione da parte di Equitalia, ai sensi dell'articolo 19 Dpr n. 602/73. Questa situazione non dovrebbe creare problemi, dato che il provvedimento che concede la ripartizione temporale del debito «rimette in termini» il contribuente, per cui (rispettando le rate) non si è più nelle condizione di fronteggiare un «debito scaduto e non pagato». Alle stesse conclusioni si dovrebbe giungere nel caso si ottenga (dalle Entrate) una sospensione della riscossione, secondo l'articolo 39 del Dpr n. 602/73, se non quella «eccezionale» disciplinata dall'articolo 19-bis. Le date La decorrenza di questa limitazione alla compensazione, scatta dal 1 gennaio 2011, da intendersi come momento di utilizzo del credito. Pertanto, la prima scadenza «rischiosa» è quella del 17 gennaio 2011 (il 16 è domenica), indipendentemente dal fatto che il credito da compensare o il debito iscritto a ruolo siano anteriori al 1 gennaio. Sembra, peraltro, di poter affermare che sino a quando il debito non è scaduto (ordinariamente dopo sessanta giorni dalla notifica dell'atto) non sussistono limitazioni alla compensazione, anche se, successivamente, il debito resta insoluto. - Mucchetti: il fortino di Piazza Cordusio si scopre scalabile - Oggi Unicredit si interroga sulla fragilità della propria governance. Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera traccia un profilo del dopo Alessandro Profumo nella più importante banca italiana. In attesa di verificare se la nuova gestione di Unicredit sarà migliore o peggiore della precedente, un punto è ormai chiaro - scrive il vicedirettore di via Solferino -: Unicredit è un colosso sì, ma scalabile. (...) In un Paese che ha creduto alle bugie del sulla scalata francese al Leone di Trieste, la scoperta di reali movimenti di capitali attorno a Unicredit chiama il consiglio di amministrazione della banca e lo stesso vertice della Banca d Italia all assunzione di nuove responsabilità. Il fatto che la scalata sia stata scoperta e congelata non risolve il problema della vulnerabilità degli assetti azionari delle grandi banche.

9 Mucchetti cita poi l opinione del bocconiano Andrea Resti secondo cui la clausola che limita al 5 per cento i diritti di voto in Unicredit può essere aggirata lanciando un Opa volontaria condizionata al fatto che l assemblea deliberi poi la rimozione del vincolo statutario. Così, del resto, è accaduto nel caso dell Opa del Monte dei Paschi di Siena sulla Banca Agricola Mantovana ma si potrebbe anche ricordare l Opa di Olivetti su Telecom Italia, che aveva anch essa un tetto del 3 per cento. Mutui/ Codacons: Sentenza pesante, danneggia migliaia cittadini Consiglio di Stato conferma niente multe Antitrust alle banche Roma, 23 ott. (Apcom) - Il Codacons critica duramente la sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato l'annullamento delle multe Antitrust alle banche sulla portabilità dei mutui. È una "decisione pesantissima - afferma il presidente dell'associazione dei consumatori Carlo Rienzi - che danneggia centinaia di migliaia di cittadini italiani". "Le vere vittime della vertenza sono gli utenti - sottolinea Rienzi - ancora una volta sconfitti dalla strapotere delle banche. L'Antitrust deve proseguire la sua battaglia utilizzando però strumenti inoppugnabili e inviando la Guardia di finanza nelle sedi degli istituti di credito per verificare in modo certo le pratiche scorrette delle banche". MUTUI: CATRICALA' DELUSO, ASPETTIAMO MOTIVAZIONE 'Profondamente delusi. Aspettiamo motivazione'. E' questo il commento del presidente dell'antitrust Antonio Catricala' nell'apprendere la notizia della decisione del Consiglio di Stato che ha respinto i ricorsi dell'autorita'. Oggetto delle istanze, le multe comminate ad una ventina di banche che avrebbero ostacolato la portabilita' dei mutui gratuiti non applicando la legge Bersani, che il Tar del Lazio ha annullato nel febbraio dell'anno scorso.. Per gli incassi nessun obbligo di corrispondenza sul conto ottobre 2010 Non è necessaria la corrispondenza dei singoli incassi con i versamenti in conto corrente. In tema di indagini finanziarie, l'onere probatorio in capo al contribuente sui versamenti è assolto mediante la dimostrazione dell'ammontare complessivo dei movimenti risultanti dalle scritture contabili o in dichiarazione. A chiarirlo è la Ctp di Roma con la sentenza n. 455/2/10. Il caso La sentenza trae origine da una verifica fiscale dalla Guardia di finanza svolta nei confronti di una Snc operativa nella ristorazione. Riprendendo il pvc redatto dalle Fiamme gialle, l'ufficio contestava alla società, per l'anno 2004, maggiori ricavi conseguiti, rilevati mediante la somma tra prelevamenti e versamenti su conti correnti bancari intestati alla stessa società, a fronte dei quali non era stata trovata una esatta corrispondenza nelle registrazioni contabili. In concreto la Guardia di finanza riteneva che i versamenti per contanti sui conti, dovessero corrispondere esattamente ai corrispettivi incassati nei giorni precedenti. Senza tale corrispondenza venivano riconosciuti solo gli incassi effettuati tramite carte di credito, pos e assegni aventi corrispondenza con le ricevute fiscali. Costituivano invece ricavi non dichiarati tutti gli altri versamenti. Il ricorso La società opponeva al giudice di merito che così operando in realtà non era stato osservato il disposto dell'articolo 32 del Dpr 600/73 che regola le presunzioni in tema di indagini finanziarie in

10 quanto relativamente ai versamenti la norma (e la stessa circolare 32/E del 2006 dell'agenzia) ritiene l'onere probatorio assolto ove tali versamenti siano considerati nelle scritture contabili o in dichiarazione, ai fini della determinazione del reddito. Per i prelevamenti, sempre secondo la norma e la circolare, la loro contestazione quali maggiori ricavi è subordinata alla mancanza dell'indicazione dei beneficiari dei medesimi prelevamenti. La Ctp ha accolto il ricorso rilevando che non sia possibile, in modo pressoché automatico, considerare maggiori ricavi i versamenti bancari che non trovano esatta corrispondenza con le singole annotazioni contabili. Infatti per i versamenti era stato dimostrato la loro inclusione nei corrispettivi tassati ovvero non tassabili e per la maggiorparte dei prelevamenti era stato compiutamente indicato il beneficiario Oro guadagna 0,8% a 1.339,05 dlr l'oncia Debolezza del dollaro spinge gli investitori sui beni rifugio 25 ottobre, 09:19 ROMA, 25 OTT - L'oro si apprezza sui mercati asiatici dove passa di mano a 1.339,05 dlr l'oncia (+08%), complice la debolezza del dollaro che spinge gli investitori sui beni rifugio. Unione Europea: eolico sui tetti 24/10/2010, 22:18 A CURA DI 0 0 COMMENTI Se l U.E. ha stabilito che entro il 2021 i palazzi dovranno consumare energia in base a quanta ne produrranno perché non pensare anche al vento oltre al fotovoltaico? La rivoluzione delle fonti energetiche rinnovabili in ambito urbano potrebbe partire sin da subito in ogni angolo del globo, almeno a considerare una serie interminabile di articoli, indagini scientifiche ed inserzioni pubblicitarie reperibili su internet. La questione che però Giovanni D Agata, Componente del Dipartimento Tematico Nazionale Tutela del Consumatore di Italia dei Valori e fondatore dello Sportello dei Diritti si pone è che il passaggio tra il dire ed il fare non appare di così immediata realizzazione, se si pensa che nella stragrande maggioranza della cittadinanza quando si parla di fonti d energia pulita in ambito urbano scatta immediatamente il pensiero al fotovoltaico sui tetti, mentre concetti quale eolico o geotermico appaiono relegati nella mente dei cittadini nell ambito ristretto ed allo stesso ingombrante per l ambiente dei grandi impianti. Secondo alcuni studi, però, al calo della potenza media del vento negli ultimi 30 anni stimato nel 5-15% in conseguenza dei mutamenti climatici e all infittirsi di piante ed edifici costruiti dall uomo, nonostante ciò il rapporto sulle energie rinnovabili del GSE segnala l incredibile crescita del settore, quantificata a MW di produzione con un aumento della potenza installata anche nel primo semestre del 2010 ancora del 10% sul territorio nazionale, a comprova che il vento è una preziosissima fonte di approviggionamento energetico costante. E se a ciò si aggiunge che la normativa europea imporrà entro il 2021 l obbligo per ogni edificio di consumare energia solo in base a quanta ne saprà produrre, il passaggio a fonti alternative anche al sole, dovrà essere pressoché conseguente. Nell immediato, quindi, dovrà mutare nell immaginario degli italiani il concetto inculcato che solo il fotovoltaico = energia pulita nel contesto urbano e quindi dovrà essere incentivata anche da parte degli installatori l opportunità dettata dagli impianti eolici da montare direttamente sul tetto del condominio. Non solo pannelli e pannelli ma come dovrebbe essere noto, grazie a una mini turbina eolica si può trasformare l energia cinetica del vento in energia meccanica che, azionando l asse di un alternatore, è in grado di produrre energia elettrica.

11 Chiaramente gli impianti hanno una diversa dimensione in relazione all energia che s intende produrre e si distinguono in: micro eolico (0-qualche centinaio di Watt); mini eolico (1-20 kw); medio eolico ( kw) e grande eolico (>200 kw). Sui palazzi tendenzialmente si posso montare impianti micro o mini eolici di potenza fino a 5 kw di picco. Sino ad oggi, il problema della loro poca diffusione è stata legata principalmente a fattori estetici e di decoro urbano anche perché siamo stati abituati a pensare a mastodontiche pale meccaniche sorrette da enormi pali di sostegno che come giganteschi mulini a vento turbano il paesaggio circostante. La soluzione tecnica pensata per risolvere tale problema che è anche una questione di difesa ambientale si è trovata attraverso la rotazione di 90 della turbina, disponendola orizzontalmente, e installandola sul tetto con le due estremità assicurate alla copertura e con costi di installazione per impianti mini - eolici che sono compresi tra i ai euro per kw. Ma v è di più: una volta connessi alla rete tali impianti possono usufruire degli incentivi statali per le energie rinnovabili con un meccanismo simile al Conto Energia dedicato al fotovoltaico, garantendo una tariffa omnicomprensiva di 0,30 euro per ogni kwh di energia non consumata e immessa in rete per un periodo di 15 anni.

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