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1 SCHEDA III. Problematiche mediche del trasporto A cura di Riccardo Borlenghi con la collaborazione di Francesco Volta - pagina 1 di 11

2 Sezione 3.01 Premessa Il principale obiettivo nel campo del soccorso sanitario extraospedaliero è quello di curare il paziente presto e bene, in quanto è ormai assodato che se una urgenza/emergenza sanitaria non viene trattata in senso completo, si possono avere, come risultati, la morte oppure una lesione con una permanente invalidità. Un intervento adeguato è possibile solo attraverso l organizzazione di un sistema di soccorso sanitario extraospedaliero centralizzato ed integrato: unico sistema in grado, appunto, di garantire risposte tempestive ed adeguate a bisogni sanitari che sono sempre diversi! Inoltre un assioma ormai acquisito a livello Europeo è quello che dichiara: [occorre] superare il concetto di trasporto sempre e comunque, del paziente al pronto soccorso più vicino, con quello di trasporto assistito al pronto soccorso più idoneo per intervenire nel modo più rapido e razionale nell iter diagnostico-curativo. 1 Come si sa, le situazioni di urgenza ed emergenza si caratterizzano per essere varie e di diverso tipo; talune, addirittura, possono presentare disfunzioni dei principali sistemi vitali e/o alterazioni della omeostasi così importanti da provocare un esito fatale anche quando le manovre di soccorso vengono portate tempestivamente. Nelle urgenze/emergenze vere si avrà di fronte quello che si definisce un malato critico : ovvero uno che, per varie ragioni, può modificare il suo margine di compenso fisiologico ovviamente anche senza preavviso (condizione del drammatico peggioramento o dell inaspettato miglioramento). Si comprende allora come l obiettivo iniziale (curare presto e bene) è colto nel momento in cui (e quanto più) gli operatori abilitati operanti nel sistema sono in grado di distinguere in modo rapido una condizione urgente od emergente (che richiedono un rapido trattamento o addirittura manovre salvavita), da tutte quelle altre situazioni che, pur richiedendo anch esse un intervento possibilmente competente ed adeguato, tuttavia hanno tempo di attenderlo. Ma cosa significano i termini curare, presto e bene? CURARE = prendersi cura, ovvero prendere in considerazione la malattia (o l'alterazione dello stato di salute) che il soggetto presenta in quel momento per porvi rimedio (nel migliore dei modi possibili). Ricordiamo che il soggetto di cui si parla è un malato in genere critico, cioè che dimostra una alterazione così importante della sua salute tale da poter provocare, anche senza preavviso: direttamente la morte la perdita della funzione dl uno o piu organi con conseguente morte la perdita dell integrita anatomica dell organismo con conseguenti possibili gravi complicanze alle quali faranno seguito una invalidita permanente o la morte. PRESTO = nel più breve tempo possibile (in quelle precise circostanze di realtà) BENE = vuol dire che la cura offerta deve avvicinarsi il più possibile alla cura definitiva ovvero a quella che, alla luce della attuali conoscenze scientifiche, risulti essere universalmente accettata come la cura capace di portare al migliore risultato possibile; per questo in determinate occasioni la cura definitiva porterà alla completa guarigione, in altri casi a qualcosa in meno. 1 (Presidenza Del Consiglio Dei Ministri: comunicato relativo al DPR 27-marzo-1992 recante Atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza ) - pagina 2 di 11

3 La cura definitiva è il tipo, la quantità e la qualità dell intervento medico che per quel caso (che viene inizialmente collocato in una qualsiasi delle categorie diagnostiche) risulta il migliore disponibile o comunque quanto di piu efficace disponibile in quelle precisa realtà socio culturale. Per ottenerla si può seguire il vecchio detto sulla montagna e Maometto: O la cura viene verso di noi O noi andiamo verso la cura In genere oggi anche in Italia una cura può sempre essere portata verso la vittima. Il problema è che, però, molte volte questa non e o non può essere la cura definitiva (perché per quel caso essa abbisogna di adeguate strutture e di attrezzature specifiche). Così qualcuno insiste che ogni intervento sanitario per urgenze dovrebbe essere ridotto al semplice e veloce trasporto della vittima verso il pronto soccorso più vicino! Ma quando la vittima versa in condizioni critiche, potrebbe drammaticamente peggiorare durante il trasporto verso il più vicino pronto soccorso (anche se il trasporto viene eseguito velocemente) se prima non si è proceduto ad intervenire su di essa con un passaggio intermedio: quello della stabilizzazione delle sue condizioni. Quest ultima, da sola, è in grado di garantire il mantenimento della vita dell organismo il mantenimento della funzione di apparato il mantenimento della vitalità di un organo In altre parole: stabilizzare significa fare in modo che il margine di compenso alla avvenuta lesione venga mantenuto il più a lungo possibile. Tutto quanto appena detto, si trova sintetizzato nelle grandi filosofie che supportano l intervento sanitario per i casi di emergenza/urgenza e che oggi si scontrano (letteralmente) tra loro : scoop & run; load & go (prendi su e porta via) stay & play (rimani lì ed inizia le cure già sul posto) scoop, run & play (carica, vai e comincia le cure durante il trasporto) Sezione 3.02 La variabile tempo Il tempo che si deve impiegare per fare questo, non è mai preso in considerazione in termini assoluti perché esso è una variabile dipendente da innumerevoli condizioni. Analizziamo dunque il problema dal punto di vista della variabile tempo. Il tempo di cui si sta parlando si identifica con il tempo necessario per vedere depositato il malato o infortunato nel luogo della cura definitiva (= tempo totale o globale). Esso è frammentabile in sottoperiodi ognuno dei quali di entità estremamente variabile. Tempo 0 inizio dei sintomi Tempo 1 riconoscimento dei sintomi da parte dello stesso soggetto o degli astanti (parenti, passanti) Tempo 2 attivazione del sistema per le urgenze-emergenze Tempo 3 tempo di risposta del sistema [therapy free interval o free therapy time = 8 minuti per urbano; 20 minuti per extraurbano presidenza del consiglio dei ministri: comunicato relativo al dpr 27-marzo-1992 recante - pagina 3 di 11

4 atto di indirizzo e coordinamento alle regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza (gazz. uff. n.76 del )] Tempo 4 primo contatto con la vittima tempo di triage Tempo 5 esecuzione di eventuali fondamentali manovre (soccorso di base); possibile stabilizzazione sul posto (soccorso avanzato) Tempo 6 caricamento in ambulanza ed avvio verso il (un) centro di cura definitiva (?) Tempo 7 arrivo al centro di cura tempo di triage intraospedaliero/diagnosi Tempo 8 inizio cura nel centro di primo livello ( stop) Se per caso il centro di cura non è quello che possiede gli strumenti per la cura definitiva (come per es. un più vicino PS ) allora la vittima dovrà peregrinare ulteriormente: Tempo 9 raggiungimento del luogo della cura definitiva Tempo 10 CURA DEFINITIVA Penso che non ci voglia molto per accorgersi che, se questo è il nostro riferimento, ogni sottoperiodo temporale potrà modificare (anche di molto!) il valore del tempo globale verso la giusta cura. Dovrebbe allora essere chiaro che, per migliorare quest ultimo, occorrerebbe che tutti i sottoperiodi siano sincronizzati a tal punto da non influenzarsi reciprocamente in senso negativo. Questo è impossibile. Facciamo alcuni esempi. Per volontari soccorritori (un autista di ambulanza ed il suo equipaggio) i tempi di interesse sono i tempi 3,4,5 & 6. E abitudine pensare che, spingendo sull acceleratore, io arrivi più presto sul luogo della chiamata di soccorso [migliore tempo di risposta tempo3]. Ma un banale aumento del traffico mi obbliga a rallentare la corsa e, alla fine, in quel luogo ci arrivo dopo del previsto. Il mio tempo di risposta, diventato più lungo, ha matematicamente allungato il tempo di arrivo alla cura definitiva del povero trasportato! Sempre con l intento di accorciare il tempo totale di arrivo alla cura definitiva diminuendo il tempo di risposta (tempo3), qualcuno ha proposto l alternativa (forse più razionale e più logica almeno dal punto di vista tecnico) di aumentare il numero di ambulanze disponibili sul territorio (cosa peraltro molto costosa). Bene! Ci sono studi che hanno dimostrato che, oltre UN CERTO LIMITE, un ULTERIORE INCREMENTO del numero di ambulanze non è in grado di ridurre il tempo di risposta in modo utile 2. In un modello si è calcolato che un aumento dell 80% del numero di ambulanze attuali, riesce a diminuire solo di un minuto il tempo medio di risposta. 3 2 Graf WS.,Polin SS.,Paegel BL.: A community program for emergency cardiac care: a three-year coronary ambulance paramedic evaluation. JAMA 1973; 226: Schwartz L.: Pre-hospital care : field intervention medicine. In Schwartz, Safar et al.: Principles and practice of Emergency Medicine. Philadelphia, WB Saunders Co, 1986, pp ]. 3 Hallstrom AP.: Improving the E. M.System. Philadelphia,Preager Pubs, 1984, pp pagina 4 di 11

5 In questo caso il tempo di risposta non potendo accorciarsi più di tanto, in una certa percentuale di eventi allungherà matematicamente il tempo di arrivo alla cura definitiva! Ammesso, comunque, di riuscire ad influire positivamente sul tempo di risposta (tempo 3), che cosa succederebbe se gli operatori che arrivano non sono all altezza della situazione oppure non sanno come comportarsi? Supponendo di trovarsi un giorno di fronte ad un caso di arresto di funzioni vitali, l arrivare prima (tempo 3) ma il ritornare indietro verso l ospedale (tempo 6) senza fare nulla, che risultato produce? [in queste drammatiche situazioni la cura dovrebbe essere portata GIA DAI PRIMI SOCCORRITORI GIUNTI SUL POSTO!] Qui, il tempo di risposta potrà anche essere stato da record ma la vittima alla cura definitiva potrebbe non arrivarci mai perché nessuno ha saputo stabilizzare le sue condizioni gravemente compromesse. D altro canto, se uno riponesse estrema importanza nell intervento di stabilizzazione (tempo 5), avremmo che il tempo totale verso la cura definitiva sarebbe matematicamente aumentato: in quanto stabilizzare significa dovere stare lì per fare certe manovre! Non è difficile rendersi conto che ulteriori limiti sorgono nel momento dell arrivo al più vicino PS. Che dire infatti di quando, trasportando un malato del quale non si conosce nulla (perché non lo si è valutato dato che ci si era preoccupati solo di portarlo via), si arriva pur a sirene spiegate (e alla corrispondente velocità, spiegata anch essa!) e si trova la coda e non c è qualcuno che si interessa seriamente del caso (tempi 7 & 8)? Ma questo non va ad annullare il minuto o due guadagnati durante il frettoloso trasporto? E si potrebbe andare avanti così passando in rassegna uno per uno i sottoperiodi visti precedentemente, scovandovi sempre un imbuto che rallenterà la corsa verso la salvezza. In sintesi il tempo, pur avendo la sua importanza, non è il solo fatto importante, o determinante, per salvare una vita! Una qualsiasi grave lesione di base (malattia o trauma) getta scompiglio nella vittima: se la lesione non è immediatamente mortale l organismo tende in qualche modo a reagire, potendo normalmente disporre di un certo margine di compenso che, si ricordi, è fisiologico! Occorre sapere che il compenso fisiologico, pur avendo certamente intensità variabile e durata limitata, tuttavia si manifesta (sempre che la lesione di base non sia mortale) per circa un ora dopo l evento. Questa constatazione sostiene il fatto che il risultato di tutti gli interventi intermedi è generalmente molto più favorevole se la cura definitiva viene portata entro i primi 60 minuti dal momento dell incidente (GOLDEN HOUR). Per evitare di essere troppo rigidi, si potrebbe in definitiva parlare di un GOLDEN TIME entro il quale vi è la massima probabilità di ottenere la guarigione migliore possibile, a patto che vengano garantite tutte le migliori azioni correttive del caso. Con il passare del tempo, ovviamente, le probabilità di guarigione decrescono in modo progressivo. - pagina 5 di 11

6 Sezione 3.03 Perché non correre? In base a queste considerazioni di tipo clinico/prognostico si ha l evidenza che correre con l ambulanza non aiuta molto per i seguenti motivi: Motivi di ordine sanitario Consideriamo che il trasportato ha un problema di salute. Ora, negli ultimi anni si è reso sempre più evidente il fatto che l evoluzione clinica dei malati critici è in buona misura legata alla qualità delle prestazioni di soccorso erogate nelle prime fasi dell assistenza. Migliori sono state le cure iniziali, migliore è stato il risultato. Quello che conta non è se la vittima viene trasportata subito, ma se la vittima viene trasportata bene verso un luogo ove qualcuno gli presti definitiva attenzione e non semplice attenzione. I problemi di salute, peggio ancora se gravi, non si risolvono con l aumento della velocità di trasporto, che non ha nulla da spartire con la qualità delle prestazioni, ma con una cura appropriata o almeno con la stabilizzazione. Una volta erogate queste, si può andare anche più piano perché fondamentalmente le cose non cambiano. Motivi di ordine non sanitario Codice della strada Senza insistere su un argomento trattato più diffusamente in altra parte del manuale, si ricorda che, se nell effettuare un intervento di soccorso è consentito derogare alle regole del codice della strada, comportandosi sempre con prudenza e diligenza, è altrettanto vero che da nessuna parte è scritto che si è obbligati ad aumentare la velocità. La decisione quindi di adottare un andatura veloce deve essere dettata da ragioni oggettive e valide, visto che la deroga alle regole del Codice della Strada, e ancora di più la velocità, aumentano esponenzialmente il rischio d incidente Aumento del rischio di incidente Il danno conseguente ad un ancorché improbabile incidente tra ambulanza ad alta velocità ed altri mezzi o persone, potrebbe essere ingente. Questo è un problema molto sentito negli Stati Uniti ove, nella scuole di guida per i mezzi d emergenza, si dedicano molte ore di discussione su questo aspetto e ove vi sono leggi molto severe emanate come deterrente alla guida impropria di mezzi di soccorso. Occorre tenere in debito conto questa possibilità! In conclusione, nella grande maggioranza dei casi di urgenza/emergenza sanitaria, si prospetta l inutilità della scelta di andare veloci in ragione di: 1. possibilità di un compenso individuale contro l insulto acuto: questo compenso è fisiologico e va rispettato oltre che alimentato; 2. possibilità di maggiore educazione della popolazione alle manovre di primo soccorso (alle quali consegue un certo grado di compenso); 3. possibilità di un elevato livello delle prestazioni d urgenza erogabili dal sistema di emergenza-urgenza (stabilizzazione o vera e propria cura risolutiva sul campo); Nella rimanente percentuale dei casi chi governa le cose è il tipo di lesione (trauma o malattia acuta): se l una o l altra sono classificabili come fatali, non ci sarà comunque nulla da fare e correre non cambia la prognosi. - pagina 6 di 11

7 Sezione 3.04 Le patologie da trasporto Nel corso degli ultimi anni è completamente mutata la filosofia del trasporto sanitario primario che, in precedenza, prevedeva un rapido recupero del traumatizzato o del soggetto in pericolo di vita, seguito da una disperata corsa al più vicino Pronto Soccorso. Ora il trasporto sanitario è da configurarsi come un momento di trattamento protetto e non come una fase isolata o a se stante. Il trasporto del malato anche gravemente compromesso, in forza della concezione innanzi espressa, perde quindi ogni aspetto di atto eroico per divenire sempre di più momento di attività clinica, magari reso difficile dalle limitazioni ambientali e tecniche. La qualità del trasporto, nonostante la crescente disponibilità di attrezzature per il trattamento preospedaliero, risulta essere ancora deficitaria e poca attenzione è tuttora dedicata agli effetti che il trasporto determina sulle condizioni del paziente. Guidare una ambulanza non differisce di molto dal guidare lo stesso mezzo adibito al trasporto di cose: l unica differenza è che non si trasportano cose, ma persone che, oltre a subire passivamente il tipo di guida, sono costrette a subire passivamente anche tutte le sollecitazioni non evitabili provenienti dal fatto di trovarsi su un mezzo in movimento su di una strada. Alcuni autori, osservando un alta incidenza di complicazioni in soggetti critici mossi con mezzi convenzionali all interno dell ospedale, hanno ipotizzato che anche chi viene trasportato dal territorio verso l ospedale possa a maggior ragione subire gli stessi effetti. I motivi che sono alla base di queste complicazioni sono vari e li vedremo più avanti : tutti però sono in qualche modo legati al fatto che l ambulanza [almeno quella che circola in Italia] è forse il peggior mezzo per trasportare un malato critico. Pur essendo la letteratura molto scarsa sull argomento l esperienza ha confermato le seguenti affermazioni: i malati critici che vengono semplicemente trasportati senza essere sottoposti a cure o supervisione (trasporto protetto/assistito) sopportano e soffrono invariabilmente ulteriori non voluti insulti durante il trasporto; i malati critici possono essere traslati senza deterioramenti apparenti (almeno rispetto al nostro grado di conoscenze) se una attenta valutazione (triage) e stabilizzazione vengono intraprese prima del trasporto ed un continuo attento monitoraggio attivato durante il trasferimento. Pertanto è assolutamente necessario che la fisio-patologia del trasporto debba essere conosciuta da un autista soccorritore, visto che un errato trasporto può pregiudicare addirittura irrimediabilmente lo stato di salute di un trasportato già critico. Con il termine patologia da trasporto si definiscono tutte quelle manifestazioni cliniche che compaiono durante, o anche dopo, il trasferimento del paziente e che sono in grado di determinare un aggravamento dello stato clinico non apparentemente correlato ad un insufficiente o non adeguato trattamento terapeutico. Il primo punto da chiarire è se abbia senso parlare di patologia da trasporto oppure di effetti che il trasporto ha su di un uomo criticamente ammalato. La domanda è se ci sia qualcosa in grado di fare peggiorare (fino ad un eventuale punto di non ritorno) le già precarie condizioni di un malato o infortunato quando costui venga traslato su di un mezzo di trasporto sanitario. Tralasciando i punti non ancora chiariti, si può dire che i repentini cambiamenti dell ambiente (vano sanitario dell ambulanza; oppure abitacolo di un elicottero), nel - pagina 7 di 11

8 quale viene a ritrovarsi improvvisamente il paziente, hanno sicuramente un ruolo determinante. I cambiamenti si riferiscono a: variazioni della temperatura; variazioni della pressione; variazioni dell umidità; variazioni della luminosità; variazioni della rumorosità; variazioni della qualità dell atmosfera. A queste però si devono aggiungere delle ulteriori sollecitazioni negative che si identificano con accelerazioni effetti della corrente elettrica ulteriore rumore (soprattutto per gli elicotteri) variazioni di pressione barometrica (per gli elicotteri) Sezione 3.05 I danni da trasporto con ambulanza Le manifestazioni cliniche sul paziente possono essere contemporanee al trasporto (durante il trasporto) successive al trasporto (compaiono dopo qualche tempo) Pur essendo queste alterazioni generalmente reversibili e transitorie (finiscono spontaneamente non appena cessa il motivo cioè il trasporto o, per quelle tardive, in breve tempo), esse possono determinare complicazioni che aggravano le condizioni del malato e che non sono in nessun modo collegate ad uno scarso o insufficiente intervento terapeutico. Tali complicazioni possono persino essere un pericolo per la vita del paziente in funzione della sua criticità: è, in altre parole, evidente che l impatto che si può determinare sul paziente dipende innanzitutto dalle condizioni generali del suo organismo. Le condizioni generali di un paziente, oggetto di trasporto con mezzi terrestri, possono essere aggravate dai seguenti fattori meccanici: le forze di accelerazione; le vibrazioni; il rumore. Le forze di accelerazione Le forze di accelerazione sono determinate dalla variazione della velocità di un corpo in movimento avente una determinata massa. Le forze di accelerazione in un autolettiga in movimento sono provocate in senso longitudinale dalle variazioni di velocità, in senso trasversale dai cambiamenti di direzione ed in senso ortogonale dalle irregolarità della strada o dalla perdita di contatto delle ruote con il terreno (a causa di sobbalzi o di perdita di aderenza). - pagina 8 di 11

9 Generalmente le forze di accelerazione si manifestano come somma di tutte le tre componenti inerziali nello spazio e sono di breve durata ma forte intensità. Considerando che il corpo umano è costituito prevalentemente di massa liquida, le forze di accelerazione determinano lo spostamento di tale massa con evidenti conseguenze fisiologiche: pensiamo al corpo di un paziente sdraiato sulla barella con la testa verso la parte anteriore del veicolo. Quando si ha una partenza da fermo con accelerazione sostenuta la massa liquida si sposta verso gli arti inferiori, con una riduzione dell irrorazione sanguigna del cervello; nel caso di una brusca frenata si ha l effetto opposto. Inoltre le improvvise variazioni di velocità sia nel piano orizzontale (in senso longitudinale e trasversale rispetto alla direzione di marcia) sia nel piano verticale, fanno si che gli organi interni ed i tessuti vengano sospinti gli uni contro gli altri. Bisogna poi tenere conto del fatto che il paziente, sdraiato sulla barella, non ha una percezione visiva del moto bensì una percezione proprio attraverso gli effetti che le forze di accelerazione determinano sul proprio organismo: tali forze saranno quindi vissute come perturbazioni fastidiose e nocive. A seconda dell intensità, della durata e della direzione della forza, possono determinarsi i seguenti effetti clinici sul paziente: turbe del sistema neuro-vegetativo (variazione della pressione intracranica, diminuzione della pressione arteriosa, sudorazione, nausea, cefalea); dolore (specialmente nelle fratture e nelle ferite); effetti sul sistema cardiovascolare (variazioni della pressione arteriosa, variazioni della frequenza cardiaca, aritmie, insorgenza dello stato di shock); effetti sull apparato polmonare (variazioni della frequenza respiratoria e ipossia). Le vibrazioni Le vibrazioni meccaniche sono un elemento caratteristico di qualsiasi automezzo in movimento e vengono prodotte dal motore, dagli ausiliari, dalle sollecitazioni cui il mezzo è sottoposto o dalla rotazione di masse non equilibrate. Anche le vibrazioni meccaniche possono manifestarsi nel piano orizzontale, in senso longitudinale e/o trasversale rispetto al senso di marcia, e nel piano verticale. L effetto più deleterio delle vibrazioni è quello connesso al fenomeno della risonanza. Ogni corpo, e quindi anche il corpo umano ed i suoi organi, ha una frequenza caratteristica, che è la frequenza propria in cui un corpo interessato da una vibrazione, si mette anch esso a vibrare. La possibilità di essere interessato dal fenomeno della risonanza dipende dalla probabilità che gli organi siano interessati da vibrazioni alla frequenza caratteristica dell organo. E quindi evidente che tale probabilità è più elevata nel corso dei transitori, quali le accelerazioni e decelerazioni, quando le vibrazioni cambiano di frequenza. Il paziente coricato durante il trasporto in autolettiga è interessato anche da queste sollecitazioni, che possono essere trasmesse a tutto il corpo, ad alcune sue parti, oppure anche solo alla barella. In tale situazione le parti dell organismo maggiormente sensibili (soprattutto la testa e il torace con i suoi organi interni) entrano in risonanza per vibrazioni orizzontali di frequenza bassa (< 3 Hz) e per vibrazioni verticali comprese tra 1 e 60 Hz. Le vibrazioni possono determinare: - pagina 9 di 11

10 chinetosi (mal d auto) con nausea e vomito; un peggioramento delle condizioni di eventuali organi interni oggetto di lesioni e soggetti a risonanza; un aumento del dolore in particolare quello dovuto a fratture; un aumento della pressione intracranica; il rilascio da parte del sistema endocrino di ormoni con effetti difficilmente prevedibili e misurabili. L effetto delle vibrazioni è particolarmente significativo sui pazienti critici (neonati a rischio, pazienti affetti da patologie cardiovascolari, pazienti politraumatizzati e pazienti con patologie cerebrali). Il rumore Anche il rumore e particolarmente la sua intensità, dovuta alla frequenza delle vibrazioni dell aria, può influire sulle condizioni del paziente. La misurazione del livello fonometrico all interno dell abitacolo di un autolettiga in movimento e con la sirena attiva può facilmente raggiungere valori compresi tra gli 80 e i 100 decibel. Tenendo presente che le sollecitazioni acustiche superiori ai 70 decibel risultano comunque fastidiose per l uomo in buone condizioni generali, è comprensibile che i rumori di forte intensità possano provocare disturbi notevoli nei pazienti coscienti o con la coscienza leggermente obnubilata. Il rumore può innanzitutto determinare: effetti sullo stato emotivo e psicologico del paziente; interferenze con il sistema endocrino; un peggioramento dei pazienti interessati da patologie cardiovascolari e respiratorie. L effetto dell uso dei dispositivi acustici d emergenza sul paziente è comunque legato al fatto di essere in gravi condizioni, fatto che non aiuta certamente a tranquilizzare il paziente ed a metterlo in una condizione in cui si senta accudito e curato con calma e serenità. L uso della sirena deve pertanto essere utilizzato solo nei casi di effettivo bisogno, limitandone in particolare l uso nei pazienti con patologie cardiovascolari e respiratorie, in funzione della gravità del paziente, della lontananza dalla destinazione, dallo stato della viabilità e del traffico e delle altre condizioni oggettive e soggettive dell intervento. Nel caso sia comunque necessario utilizzare il dispositivo acustico è bene preavvisare il paziente, giustificando tale necessità in conseguenza del traffico o della lontananza dall ospedale, al fine di limitare la sua permanenza a bordo dell autolettiga e conseguentemente la sua situazione di disagio o dolore, specificando che si tratta di una comodità e premura nei suoi confronti e non un esigenza dovuta alla sua situazione clinica. Gli effetti dei fattori di disturbo sul corpo umano sono particolarmente significativi nel trasporto aereo, in particolare in elicottero, ma esulano dalla presente trattazione. Certamente uno dei problemi di fondo rimane quello degli automezzi con cui vengono effettuati i trasporti. Infatti, le autolettighe nascono da furgoni e vengono successivamente trasformate, più o meno adeguatamente a seconda del budget disponibile (sempre molto limitato) e della - pagina 10 di 11

11 professionalità del fornitore (spesso un semplice carrozziere senza esperienza specifica). Negli ultimi anni tuttavia esistono anche buoni esempi di progetti innovativi che tengono conto della sicurezza attiva e passiva, dell ergonomia e anche degli effetti meccanici sul paziente. Sono quindi state introdotte modifiche su elementi del mezzo (cellule strutturali di sicurezza, sospensioni speciali) e nuove attrezzature (materassini a depressione, pianali antivibranti, barelle flottanti, ecc.). Rimane però evidente che la parte più importante viene ancora svolta dall uomo. L autista soccorritore in base alla sua capacità e perizia nel condurre l autolettiga può limitare o massimizzare l effetto dei fattori di disturbo sul trasportato. Il suo modello ideale dovrà essere quello di una guida più prossima possibile ad un moto rettilineo uniforme. Tale condotta di guida permette di limitare gli effetti dovuti alle forze di accelerazione: meno accelerazioni/decelerazioni possibili e il più possibile uniformi, graduali e controllate; sterzate e curve dolci e progressive a bassa velocità che limitino l effetto delle accelerazioni radiali nel determinare forze centripete o centrifughe intense; evitare strade dissestate, buche, tombini e irregolarità del fondo stradale o quanto meno affrontarle correttamente e limitare gli effetti dovuti alle vibrazioni: limitare i transitori, e quindi il possibile passaggio dalle condizioni di risonanza, attraverso l uniformità del moto; utilizzare la marcia corretta che consente un idoneo regime di giri del motore; evitare strade con fondo sconnesso e elementi di irregolarità. L autista soccorritore ideale non è colui che sa raggiungere più celermente il luogo d intervento e poi l ospedale, ma colui che ha la personalità, la perizia, la sensibilità e la capacità di guidare un automezzo in sirena, nel traffico cittadino, con un paziente critico a bordo, in modo che i suoi colleghi possano persino viaggiare in piedi o senza rovesciare l acqua contenuta in un recipiente posizionato sulla barella, come qualche anziano istruttore del passato pretendeva. Certamente non è facile riuscirci, perché i fattori esterni che non dipendono dalla nostra volontà sono tanti e imprevedibili, però questo deve essere l obiettivo difficile e proprio per questo affascinante dell autista soccorritore. Si tratta di avere l umiltà di volersi mettere ogni volta alla prova e di avere l impegno e la concentrazione per perseguire questo obiettivo, difficile ma non impossibile, e imparare a migliorarsi intervento dopo intervento con continuità. - pagina 11 di 11

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