«Non venite a messa?» Connor e Marthe si guardarono. «Non siamo cattolici», spiegò lui. «Ah, sì? Cosa siete?» Connor ebbe un attimo di esitazione.

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3 Prologo TUTTI si voltarono a guardare la famiglia Westwick. Connor sorrideva nel modo pacato che gli era abituale. Marthe, accanto a lui, spingeva la carrozzina. La chiesa di Twindale incombeva alle loro spalle, il piazzale affollato di gente. Una vecchietta si sporse sulla carrozzina. «Come si chiama?» «Jude», rispose Marthe. Altri volti si affacciarono. Il bambino era paffuto. Connor gli fece il solletico. «Che bello!» commentò la vecchietta. «Grazie.» «La messa sta per cominciare», disse qualcuno. «Noi andiamo.» Connor fece per spingere in avanti la carrozzina.

4 «Non venite a messa?» Connor e Marthe si guardarono. «Non siamo cattolici», spiegò lui. «Ah, sì? Cosa siete?» Connor ebbe un attimo di esitazione. «Si sta facendo tardi. Le conviene sbrigarsi.» Si allontanarono di una decina di metri. «Provinciali incivili!» esclamò Connor. «Non possiamo mischiarci più di tanto a questa gente.» «Stare troppo isolati potrebbe essere rischioso. Potrebbero sospettare qualcosa» «Tipo?» «Ti ricordi la settimana scorsa, la signora Wilson?» «Chi?» «La nostra vicina!» «Ah, sì.» «So che ti riesce difficile prenderli in considerazione!» «Cosa ha fatto?»

5 «Ha osservato Jude con attenzione, poi ha guardato me e mi ha detto: Non vi somigliate per niente.» «Pettegola impicciona! Se avesse saputo chi è Jude» «Se avesse saputo si sarebbe inginocchiata.» Connor lasciò cadere un bacio sulla fronte del bambino. «Jude, sei tu la nostra religione.»

6 1 «OGGI niente scuola. Sei contento? Così possiamo fare un giro in città prima di andare all aeroporto», disse Connor. «A che ora parte il volo?» chiese Jude. «Nel pomeriggio, alle cinque e mezzo.» «Quanto ti fermerai in Europa?» «Un paio di settimane.» Camminavano nei giardini pubblici del Boston Common. Incrociarono una giovane mamma che spingeva un passeggino, alcuni runner impegnati nel rito del jogging e, com è tipico a Boston, parecchi musicisti. Un chitarrista stava massacrando Blowin in the wind di Bob Dylan. Già era uno strazio la versione originale,

7 pensò Jude. Sullo sfondo i palazzi del centro: steli high-techconficcati nella terra. «Dove vai di preciso?» «Prima a Londra. Mi devo sciroppare alcune aste di Sotheby s. Poi Parigi, Barcellona e Milano.» «Che bastardo: vai in Inghilterra, patria dei Radiohead e dei Coldplay, e non mi porti con te.» «E i Depeche Mode? Tu sei troppo piccolo per conoscerli.» «Li conosco, li conosco!» «La prossima volta ti porto con me. Promesso.» Connor aprì il portafoglio come fanno gli sbirri quando devono mostrare il distintivo. C era una foto sotto la plastica trasparente: lui e Jude su una spiaggia di Martha s Vineyard. «Già mi mancano le nostre passeggiate estive.» Jude sbuffò. «Stai diventando mieloso!» «Sono tuo padre.» «Piuttosto, visto che vai in Inghilterra, non hai paura che Daniel First ti faccia saltare in aria?» Connor collaborava come critico d arte con il Ti me. Alcuni mesi prima aveva polemizzato pubblicamente con il celebre artista inglese Daniel First:

8 «Funziona come un marchio commerciale», in riferimento allo straordinario successo delle sue opere. First aveva risposto con grande modestia: «Credo che anche Rembrandt, Goya e Velázquez pensassero agli aspetti commerciali dell arte. Sto solo facendo quello che farebbe ognuno di loro se fosse ancora vivo». Di recente un opera di First, un teschio umano tempestato di diamanti, definito da Connor «a dir poco di cattivo gusto», era stato venduto per cinquanta milioni di dollari. «First è un bambino viziato. Uno dei tanti nipotini di Andy Warhol. Per loro il cattivo gusto è il gusto.» «A me piace la pop art. Tu sei rimasto al Rinascimento italiano!» «Non vorrai mica paragonare Daniel First a Leonardo Da Vinci?» «Critichi First o David LaChapelle o come diavolo si chiama, ma anche tu hai sfruttato gli aspetti economici dell arte, o sbaglio?» Connor si strinse nelle spalle. Non poteva negare. Grazie alla sua abilità nella compravendita di quadri aveva accumulato un discreto patrimonio che gli aveva permesso di trasferirsi nella piccola Twindale e dedicarsi completamente ai suoi studi. «Ho fame. Pranziamo al Quincy Market?» propose Jude. «Sei tu il capo.» Connor si mise a fissare la cupola d oro della State House, la sede del governo.

9 «Che c è, papà?» Connor scosse la testa. «Niente. Mi ricordava qualcosa. Andiamo a mangiare.» Al centro di Quincy Market c era un ampio edificio in stile neoclassico, simile a un tempio greco, che ospitava coffee shop e bancarelle gastronomiche. Vi si trovavano cibi di ogni tipo: gelati all italiana, panini imbottiti, insalate, macedonie, piatti asiatici. Entrarono. Jude si mise in fila da Boston & Maine Fish Company. «Vado a cercare qualcosa di italiano», gli disse Connor. «Gelato o pizza?» «Non ho ancora deciso.» C era un sacco di gente. Quando arrivò il suo turno, Jude ordinò un lobster roll, un panino con aragosta. «Eccomi.» Connor gli strinse una spalla. Stava addentando una fetta di pizza. «Sembri uno di North End», disse Jude. North End era il quartiere degli italoamericani. Uscirono all aperto. Si sedettero su una panchina, la strada era affollata. Un baracchino vendeva magliette di Harvard. «Che ne pensi di Harvard?» chiese Connor. «Un postaccio. Preferisco il Berklee, lo sai.» «Ah, il Berklee College of Music! È l influenza di Marthe, ha sempre sognato un nuovo

10 Mozart!» «Al Berklee hanno studiato Quincy Jones, Keith Jarrett, Pat Metheny» «Capito, capito. Però ricordo che da bambino detestavi le lezioni di piano.» «Col tempo si comincia a rivalutare quei due vecchietti con cui dividi la casa.» Connor gli diede una gomitata. C era una ragazza che suonava una tastiera e cantava. Era bella. Aveva un piercing sul naso. I passanti sembravano gradirla molto, a giudicare dai dollari che spuntavano dal cappello a cilindro poggiato sul marciapiede. «Una futura compagna di studi al Berklee?» lo pizzicò Connor. «Assomiglia a una di Twindale. Amber Quinn. Per un istante ho pensato fosse lei.» «A Boston ci sono un sacco di belle ragazze.» «Vero. A Twindale poche. Perché viviamo ancora in quel paesino invece di trasferirci? Non sarebbe più comodo anche per il tuo lavoro?» Connor sembrò contrariato. Gli succedeva ogni volta che Jude accennava all ipotesi di andarsene da Twindale. «Lo sai. Ne abbiamo già discusso. Io e tua madre pensiamo che sia meglio per te crescere lì. Non ti rendi conto della fortuna che hai. Twindale è un piccolo paradiso.» «D estate è passabile», ammise Jude, «ma nel resto dell anno»

11 Connor gli mise una mano sul ginocchio. «Su, su, sii paziente. Tra nove mesi compirai diciotto anni. Presto comincerai a pensare a quale college frequentare e tutto il resto. Te ne andrai da Twindale e scoprirai il resto del mondo.» «Non vedo l ora.» Fecero una passeggiata fino al porto, vicino all acquario. Il cielo era nuvoloso, il mare increspato. Le navi in partenza portarono Jude a ripensare al futuro prossimo, a mettersi in viaggio. Connor guardò l ora sul display dell iphone. «Si è fatto tardi. Recuperiamo la Mustang e mi dai uno strappo al Logan.» C era traffico. Jude non staccava il piede dall acceleratore e guidava a testa bassa. Quando qualcuno non gli concedeva strada, gli si incollava dietro e cominciava a fare gli abbaglianti, fino alla capitolazione. «Dove ti devo portare?» «Terminal E, voli internazionali.» La Mustang imboccò l uscita del Boston Logan. «Vai piano al ritorno.» «Come no, papà», Jude pigiò sul pedale dell acceleratore. «Ehi, buono! Sai com è tua madre: se dipendesse da lei, andresti ancora in giro in

12 bicicletta.» «Col triciclo! Ricordo ancora il giorno del mio sedicesimo compleanno. Apro la porta del garage, ed eccola lì: una Mustang del 64. Non ci potevo credere! Ricordo la faccia della mamma! Di automobili te ne intendi.» «Solo di automobili?» «Be, vediamo sai un sacco di cose sui Boston Celtics e sui film di David Lynch.» «Così va meglio.» Jude parcheggiò accanto al marciapiede in un posto riservato ai taxi. Scesero. Jude aprì il cofano e recuperò la valigia di suo padre. «La porti tu?» «Certo. Alla tua età un simile sforzo potrebbe essere fatale!» «Ti ricordo l esito finale del match di ieri sera.» «Ti ho lasciato vincere, come sempre.» «Certo, certo! Piuttosto, se ti impegnassi di più, con il tuo rovescio» «A tennis noi mancini siamo avvantaggiati. Tutto qui.» «Le solite scuse. Possibile che ti manchi l ambizione, nonostante tutti i libri che ti faccio leggere?»

13 «Già. Le letture di Connor Westwick», Jude sghignazzò. «Il principe di Machiavelli, L arte della guerra di Sun Tzu lo sai che preferisco i fumetti. Ho diciassette anni, cavolo! Potresti regalarmi dei libri meno pesanti.» «Un giorno capirai.» «Cosa?» «Quei libri ti servono. Io sono per te ciò che Aristotele fu per Alessandro Magno.» «Eh?» Davanti alla coda del check in si abbracciarono. «Buon viaggio, papà!»

14 2 IL giorno dopo era venerdì, e il sole riscaldava il solito viavai. Gli autobus gialli passavano in continuazione davanti alla Twindale High. Alcuni studenti erano seduti sul prato sotto le ombre lunghe degli alberi, ad aspettare il suono della campanella. Il cielo era cosparso di nuvole, veleggianti come palloncini sfuggiti di mano. Jude stava aspettando che Big Head chiudesse il lucchetto intorno alla rastrelliera delle biciclette. Big Head era piccolo e gracile. Lo chiamavano così perché era un genio dell informatica, della matematica, della fisica, della chimica eccetera. Insomma, il miglior amico nerd che potesse desiderare. «Ma quanto ci metti, Biggy?» «Un momento!» «Muovi il culo!»

15 Una monovolume Ford S-Max accostò al marciapiede. La portiera dal lato passeggero si aprì, e ne scese una bionda alla Scarlett Johansson. La stoffa dei jeans e la t-shirt di cotone si tendevano alla perfezione, il viso struccato, fresco e carnoso, faceva pensare alla nettezza di un frutto. «C è una nuova», disse Jude. «L ho vista.» La bionda salì la breve scalinata. Sulla soglia d ingresso un gruppo di ragazzi la squadrò. Compiaciuti, si diedero di gomito e scambiarono commenti. «Dài, Biggy, sbrigati. L abbiamo persa.» Jude si muoveva come un felino mentre Big Head gli arrancava dietro, aggrappandosi alla sua scia. Nell atrio, si unirono al flusso caotico e vociante, simile a tanti ruscelli che diventano un unico fiume. In fondo all atrio s intravedevano due scalinate. Jude e Big Head girarono a sinistra nel corridoio. Camminavano vicino agli armadietti di metallo, guardandosi intorno, finché Jude rivide il volto della sconosciuta tra la folla. Poi la bionda svanì di nuovo, all interno della segreteria. Jude rammentò i passi burocratici del primo giorno di scuola. Ai nuovi arrivati veniva consegnato l orario delle lezioni, insieme a una pianta dell edificio da vero turista giapponese. Improvvisamente, desiderò fare da guida alla ragazza.

16 «Speriamo di beccarla a lezione», pensò ad alta voce. «Già. Dobbiamo rinnovare la tradizionale ospitalità di Twindale.» «Ma smettila. Dài, andiamo in classe.» Nell aula di inglese un poster di Adam Levine dei Maroon 5 appeso alla parete era la risposta degli studenti alle cartine geografiche attaccate un po dappertutto. Il perpetuo ronzio delle luci al neon produceva un rumore da alveare. Jude e Big Head si sedettero in fondo, nei banchi della fila centrale, i più impenetrabili alle occhiate dei professori. Jude, i capelli strategicamente arruffati, tentò subito una postura da bello e dannato, frutto di anni di esercizio. Fu in quel momento che notò Amber seduta sul davanzale della finestra, gli inconfondibili capelli rossi, l espressione perennemente annoiata. «Ehi», la salutò laconico. «Non hai risposto al mio commento su Facebook», attaccò lei, senza troppi convenevoli. Piegò una gamba e poggiò la suola di un anfibio contro il termosifone scrostato. «Quale commento?» «Un ribelle senza causa.» Jude controllò Facebook sull iphone.

17 Amber aveva postato il commento sotto una sua foto in stile James Dean. «Prima o poi, la troverò.» «Cosa?» «Una causa», rispose lui e, dopo un momento di silenzio, aggiunse: «Ti hanno mai detto che sei identica alla cantante dei Garbage?» «Shirley Manson? Decine di volte!» «C è un altra tua sosia in giro.» «Chi?» Jude glielo raccontò: la pianista/cantante di strada davanti al Quincy Market. «Strano che tu abbia pensato a me.» «Perché?» «Perché non siamo amici. Siamo solo compagni di classe» Jude la fissò. Era come se la vedesse per la prima volta. «Per ora» rispose pensieroso. «Per ora», commento leì, scivolando giù dal davanzale mentre il professor Jennings faceva il suo solito ingresso poco trionfale in classe. «Ehm», tossicchiò il professore.

18 Sembrava dovesse cadere a terra da un momento all altro, ma resistette, ciondolante, e si trascinò dietro la cattedra. Tirò fuori un kleenex e tossì rumorosamente, generando sorrisini di scherno in prima fila. Soffriva di una quantità industriale di malanni e allergie. La testa sproporzionata e l aspetto bonario lo facevano sembrare uno hobbit. Un simpatico pacioso Bilbo Baggins della porta accanto. Insegnava letteratura, e quando attaccava a spiegare si esaltava in un crescendo di estenuanti monologhi. Per fortuna quella mattina non inforcò gli occhiali. Gli studenti tirarono un sospiro di sollievo perché, senza lenti, il raggio d azione del suo sguardo raggiungeva al massimo la seconda fila di banchi. Oltre questo confine regnava l anarchia. Jude infilò le cuffie dell ipod, nascosto nel taschino della felpa con cappuccio, e si sistemò sulle ginocchia una graphic novel di Frank Miller, mentre Big Head armeggiava con il palmare: il suo passatempo preferito era ideare modelli di astronavi, nei minimi dettagli. Non disegni abbozzati, ma veri e propri progetti di ingegneria spaziale. Robe da Big Head, insomma. «Ne hai combinata una delle tue per festeggiare il nuovo anno scolastico?» attaccò Jude, incurante della lezione. «Ovvio. Uno scherzetto ai terminali della scuola.» «Racconta.» Big Head si chiuse un immaginaria cerniera sulla bocca. «Vedrai!» Qualcuno bussò alla porta e, senza attendere risposta, la spalancò. Jude fece appena in

19 tempo a sfilarsi le cuffie. Il preside Wells spinse avanti la nuova arrivata appoggiandole una mano, viscida e pelosa, sulla spalla. Un dettaglio fuori posto, come uno sfregio su una statua di Michelangelo. Jude represse una smorfia di disgusto. «Scusate l interruzione.» Tutti si svegliarono dal letargo. Jude la guardò: la ragazza teneva gli occhi fissi sul pavimento. «Professor Jennings, ecco una nuova allieva», e rivolto a lei: «Coraggio, presentati». «Mi chiamo Emily Tyler. Ci siamo appena trasferiti qui. E sono sicura che mi troverò bene con voi.» «Cercati un posto libero.» Lo trovò nella seconda fila di destra. Incassò le occhiate di curiosità dei compagni, si sedette e si passò una mano nei capelli che risplendevano come nello spot di uno shampoo. Lasciò cadere lo zainetto a terra. Ora Jude poteva osservarla da vicino. Gli occhi verdi e luminosi, una spolverata di lentiggini sul naso. La sua aria dolce e serena gli faceva sentire il bisogno di dispensarla dalle brutture del mondo. Di proteggerla, come si protegge l ultima superstite di una razza estinta. Big Head gli passò il palmo della mano davanti agli occhi. «Sveglia, fratello.» Ma Jude non distolse lo sguardo. «Vi lascio alla vostra lezione», il preside Wells si chiuse la porta alle spalle.

20 «Sembra che tu non abbia mai visto una ragazza in vita tua», commentò Amber, con una punta di fastidio. «Non è nemmeno così carina.» «Tu credi?» rispose Jude. Aveva recuperato il sangue freddo. Amber si strinse nelle spalle e schioccò le labbra, come a dire: contento te. «È cotta di te», bisbigliò Big Head, per non farsi sentire. «Ma dài!» «Lo sanno tutti!» «Non me n ero accorto.» «Cosa doveva fare, appendersi un cartello al collo?» Jude seguiva, affascinato, ogni gesto di Emily. Come piegava il capo da un lato. Come portava la mano alla nuca. Una mano piccola piccola, che lo inteneriva. Memorizzò la sua immagine, gli occhi lunghi, le efelidi appena accennate, e la impostò come screensaver fino al termine della lezione.

21 3 TRE buoni a nulla capaci di tutto. Durante l intervallo, dragavano i pavimenti di linoleum verde dei corridoi, tumultuosi di voci, come una falange arcigna e compatta. Il capo si chiamava Eric Stradlater, il proprietario dell unica Porsche presente nel parcheggio della scuola. Un naso da boxeur gli separava due occhi vetrigni e taglienti. Non v era sport in cui non brillasse, carogne ria compresa. Gli altri due erano i gemelli Miller: stavano uno alla sua destra e l altro alla sua sinistra, in atteggiamento da guardie del corpo. Tarchiati e muscolosi, l espressione bovina di chi combatte con una laboriosa digestione. Avanzarono paralleli in formazione da battaglia. Jude, fermo davanti a un distributore automatico in attesa del resto, li guardò sfilare, disgustato. Nello stesso momento il gruppo delle Glam circondò Emily. Erano quattro fanatiche di moda che si credevano il meglio della scuola, così calate nella

22 parte da aver convinto tutti. Jude, a pochi passi, tentò di origliare. Sapeva che le Glam testavano le nuove arrivate con domande ossessive, alla ricerca di adepte. E sapeva anche, per quanto fosse sconfortante, che molte studentesse avrebbero voluto essere proprio come loro, per entrare nella casta. Colse un paio di nomi familiari di stilisti italiani, e qualcosa a proposito di una pochette di Louis Vuitton. Emily sembrò molto interessata ai vestiti, poco alle quattro arpie, infilò in tasca un invito, senza particolare entusiasmo, e voltò loro le spalle. S incamminò verso di lui. Di colpo Jude raddrizzò la schiena, e si rassettò. Emily gli passò accanto sorridendo, poi si fermò e si girò, come ruotando su un perno. «Scusa» «Sì?» Aveva segnato sulla famigerata piantina da turisti le aule da raggiungere. Ne indicò una. «Sapresti dirmi dove si trova il laboratorio di chimica?» «Anch io sto andando lì. Ti accompagno.» In un lampo le scivolò accanto e si mossero. Sentiva addosso, come staffilate, gli sguardi d invidia degli altri ragazzi. Il cuore gli martellava nel petto: una vertigine, a metà strada tra la brama di fare colpo e la paura di fallire. Il silenzio era imbarazzante. Cercò qualcosa da dire nella banca dati del suo cervello.

23 «Da quanto vi siete trasferiti qui?» Che banalità, pensò dicendola. «Una settimana.» «Prima dove abitavi?» «New York.» «Ho visto che hai già fatto amicizia» «Chi, quelle quattro? Certo che ispirano proprio simpatia» Scoppiarono a ridere. Il ghiaccio era rotto. «Mi hanno invitata a una cosa chiamata Glam Night», riprese Emily. «Deve essere la loro versione di un semplice pigiama party.» «Sì. Qualcosa del genere.» «Eccoci.» Il laboratorio di chimica. Lunghi banconi metallici, divisi in postazioni da esperimenti attrezzate con gas, acqua e corrente elettrica. Una fila di beute, becher, bacchette di vetro, provette graduate, soluzioni etichettate e bottigliette di acqua distillata. Negli armadi a muro con le ante di vetro, altri

24 alambicchi. «Io odio la chimica», commentò Jude. «Allora abbiamo una cosa in comune.» «Però conosco un trucco per prendere ottimi voti senza studiare.» Emily gli fece un cenno con il mento. «Il professor Leighton ci divide sempre in gruppi di tre o quattro persone, per gli esperimenti. Perciò basta che uno ci capisca qualcosa e gli altri vivono di rendita.» «Conosci la persona adatta?» «Il migliore.» Amber e Big Head li avevano raggiunti. Ci furono strette di mano. «Stavate facendo conoscenza?» chiese Amber. Jude annuì. Lei gli passò un braccio intorno alle spalle e si rivolse a Emily: «Cosa te ne sembra del nostro Jude?» «Simpatico.» «Solo simpatico?» Jude sentiva crescere l imbarazzo. «Ci siamo appena conosciuti», cercò di giustificarsi Emily.

25 «Lui è l uomo del mistero. Sta sempre da solo, non si mischia con gli altri. Come se avesse paura di contaminarsi» Jude le diede un pizzicotto. «Piantala!» Il resto della classe si riempì alla svelta. Si sedettero allo stesso bancone. Jude, circondato dalle due antagoniste, aveva nelle narici il profumo dolce di Emily e quello speziato di Amber. Non potevano chiacchierare, a parte fugaci scambi, perché Leighton, prima di passare all esperimento, stava facendo un introduzione. Emily aveva aperto un quaderno e stava prendendo appunti. A Jude sembrava di perdere tempo e un occasione ghiotta. Così vicina, così lontana. Aveva paura di quanto sarebbe potuto accadere dopo che si fossero conosciuti davvero. Ora la desiderava ma si chiedeva: e se fosse diversa da come la immagino? E se fosse noiosa e stupida? Aveva schernito le Glam, un buon segno. Il pensiero del ballo in maschera di Halloween gli suggerì un obiettivo imminente: gli inviti spettavano alle ragazze. Il problema era come attirarla a sé. Perché sarebbe dovuta andare con uno come lui e non con Eric Stradlater? Sembrava una ragazza popolare che gira al largo dai tipi strani. Doveva attirare la sua attenzione, spiccare tra la folla. «Passiamo all esperimento.»

26 Il professor Leighton aveva alzato la voce per risvegliare la classe. «Molto semplice. Proveremo a formare un sale binario.» Jude e Big Head si scambiarono un cenno d intesa. Gli esperimenti erano la parte divertente delle lezioni di chimica: saggi alla fiamma, cromatografie, distillazioni, costruzione di pile Daniell. Radunarono il materiale necessario sul piano metallico: un becher, una provetta, zinco granulare, acqua distillata, una spatola d acciaio, acido diluito. «Prendete una provetta e versate l acido diluito.» Big Head eseguiva. Gli altri tre puntavano i gomiti sul bancone e osservavano. «Con la spatola prendete lo zinco granulare e immergetelo nell acido.» L idrogeno si liberò sotto forma di bollicine, poi si formò il sale. «Lo zinco si è trasformato in cloruro di zinco», concluse il professor Leighton. Più tardi, mentre sciamavano nella corrente di zainetti, Emily gli disse: «Oggi vado a casa prima. Ci arrivano gli ultimi mobili da New York e devo aiutare i miei a mettere a posto». «Certo.» «Ci vediamo lunedì», e fece per andarsene. Jude ebbe un idea. «Ehi, ci sei su Facebook?» «Ci saranno un sacco di Emily Tyler. Ce la farai a trovare quella giusta?»

27 Jude annuì. La marea era defluita, e nell atrio giacevano i resti dell invasione barbarica. Jude raggiunse il parcheggio riservato ai professori. Si guardò intorno con circospezione. Poi tirò fuori una bomboletta spray dallo zainetto. La scosse e si mise all opera. WELLS SEI UN NAZISTA. Stava completando l ultima lettera quando un colpo di tosse lo riportò alla realtà. Jude si voltò lentamente. «Ops» «Buongiorno, Mr. Westwick.» Il preside Wells aveva le spalle ricoperte di forfora e un sorriso viscido, da represso, stampato in faccia. Guardava il mondo con gli occhi di un mendicante che sbircia una vetrina di lusso. «Bene bene bene! Jude Westwick: il nostro miglior elemento! Non perde occasione per smentirsi. Così sarei un nazista? Bene bene bene! Oggi pomeriggio, terminate le lezioni, ha qualcosa da fare?» «In realtà, sì.» «Dovrà cambiare i suoi programmi, Mr. Westwick. La aspetto alle quattro in punto in biblioteca. Ho una sorpresa per lei.»

28 4 JUDE emerse all improvviso da un angolo buio, e sorrise nel riconoscere l altro condannato: «Big Head! Ci sei anche tu, cos hai fatto?» «Ti ricordi lo scherzetto ai terminali della scuola di cui ti avevo parlato? Tre giorni fa io e i miei discepoli abbiamo invertito i voti dei primi della classe con quelli degli ultimi. Un esproprio proletario!» Jude aveva inforcato un paio di Ray-Ban che celavano i suoi occhi scuri e profondi. Le cuffie dell ipod gli ciondolavano sulle spalle. «Come hanno fatto a beccarti?» «Sono andati per esclusione.» «Potevi negare.»

29 «Mi ha fregato il narcisismo. Vedere la mia geniale incursione attribuita a un altro? Mai! E tu?» «Una scritta con lo spray sul muro del parcheggio dei professori.» «Cosa diceva?» «Wells sei un nazista.» Si diedero di gomito, ma di colpo ammutolirono, quando il solito colpo di tosse li fece voltare. «Eccoli qui. I due inseparabili lavativi. Seguitemi che vi spiego cosa dovete fare.» Il preside Wells spinse la porta della biblioteca. Passarono accanto al bancone prestiti, dove sonnecchiava Miss Henriette, l inamovibile bibliotecaria. Lampade verdi pieghevoli ritagliavano intimi cerchi di luce sui tavoli di lettura. Il ballatoio era deserto. Un silenzio assoluto regnava nel resto della sala che i finestroni, schermati dalla condensa, mantenevano in penombra. Fuori il cielo era cupo, gravido di pioggia imminente. Una mano quadrata, impiegatizia, spuntò dalla manica della giacca del preside Wells, e batté sul bancone. Miss Henriette rovesciò il collo all indietro. Il movimento le schiuse gli occhi, come a una bambola di porcellana. «Dormito bene? Le faccio portare un caffè?»

30 Miss Henriette si tirò su scrollandosi il sonno di dosso. «Cosa posso fare per voi?» «Il materiale dove si trova?» Miss Henriette indicò degli scatoloni di cartone in un angolo. A giudicare dalle dimensioni, non promettevano niente di buono ai due condannati. «Avvicinatevi. Dovrete scannerizzare e catalogare i vecchi giornali dell archivio.» Il preside Wells si chinò, aprì uno scatolone su cui campeggiava la scritta a pennarello rosso «55/65», afferrò il primo giornale della pila e lo squadernò accanto al computer Acer. Jude e Big Head, fanatici MacUser, detestavano utilizzare un pc, ma non c era altra scelta. «Prima di inserirlo nello scanner mettete sul retro questo cartoncino nero, dato che le pagine sono molto sottili, altrimenti si vedrebbe cosa c è dietro.» Posizionò il cartoncino e lo infornò in uno dei due scanner. Cliccò su SCANSIONE, una rapida lama di luce, e sullo schermo comparve l anteprima in formato digitale. «A questo punto inserite il nome della testata, la data e lo salvate nel nostro database. Tutto chiaro?» I due amici annuirono. Il preside Wells adocchiò l orologio al polso. «Sono le quattro. Non mi aspetto che riusciate a finire oggi. Continuerete domani pomeriggio. Intanto cominciate dai giornali più vecchi, annata 55. L anno in cui sono nato io.» Jude e Big Head si guardarono: una pessima annata.

31 «Ripasso più tardi.» Il software della Epson era semplice da usare. Il passato di Twindale scorreva, noioso, sotto i loro occhi. I giornali sembravano consunte pergamene, di quelle che danno l impressione di sbriciolarsi al tatto. Ecco gli anni Cinquanta. Prima del Vietnam. Quando ascoltavano Elvis e guardavano film sdolcinati. Notizie senza importanza, per lo più. Vicende sorpassate. Nausea imperante. Jude tratteneva a stento gli sbadigli. «Come va, Biggy?» Big Head si puntò un immaginaria pistola alla tempia e premette il grilletto. Jude raccolse l ennesimo giornale. Stava per infornarlo, quando vide un immagine familiare sulla prima pagina. La facciata di una villa simile a casa sua. Guardò meglio e riconobbe la strada: in mezzo secolo era cambiata, si capisce, ma l indirizzo corrispondeva. Gli occhi, sgranati, s incollarono ai binari della didascalia: Scovato il sotterraneo dove Sebastian Kinski teneva imprigionate le bambine rapite. Chi è Sebastian Kinski? si chiese. Cercò negli altri numeri dello stesso periodo per ricostruirne la storia, che si amalgamò finché Jude non riuscì a dipanarla, disponendo gli articoli sul tavolo, come pezzi di un puzzle.

32 Cinquantasette anni prima un tedesco, che durante la Seconda guerra mondiale aveva lavorato come spia per gli americani, era stato riconosciuto colpevole dell uccisione di tre bambine. Jude guardò di nuovo la foto: il mobilio era del tutto diverso, ma riconobbe la stanza. Lo studio di suo padre. Ebbe la percezione di una mancanza: laddove un tempo c era stata la porta d ingresso alla cantina, oggi si trovava un muro. Eh sì, ci rifletté sopra: una parete. L avevano murata. Suo padre non gliene aveva mai parlato. Nessuno gliene aveva mai parlato, come se Twindale avesse voluto seppellire i fatti di sangue del lontano 55. I suoi genitori si erano limitati a un accenno ai «lavori di ristrutturazione» e a brandelli di racconto, «quando la acquistammo, era disabitata da tre decenni, in rovina». Fu tentato, per un istante, di parlarne con Big Head, ma preferì tenere la cosa per sé. Piegò e infilò nello zainetto il giornale incartapecorito. Alle sei, prima di congedarli, il preside Wells controllò il lavoro svolto con una smorfia di disappunto stampata sul faccione. «Mmh» mosse la testa su e giù, facendo cadere una tempesta di forfora. «Ho l impressione che vi vedrò da queste parti anche domani.» Nel corridoio, Jude si fermò davanti alle teche con i trofei le coppe, gli scudi e i piatti vinti dalla Twindale High: quei traguardi che entusiasmavano tanto gli altri, e lasciavano lui indifferente. Si chiese quale posto avrebbe occupato tra quelle mura. «Sì. Sto uscendo adesso. Avverti Trinity: bisogna organizzare il prossimo mail bombing»,

33 stava dicendo il suo migliore amico, in quel momento, a uno dei suoi discepoli. Teneva l iphone schiacciato tra spalla e orecchio. «Quante volte avete visto Matrix?» «Decine», ammise Big Head. «Tu saresti Morpheus?» «Non sono abbastanza figo per fare Neo!» «E il preside Wells è l agente Smith.» «Esatto! Vediamo se ti ricordi anche la colonna sonora» «Rock is dead di Marilyn Manson, Clubbed to death di Rob D., Wake up dei Rage Against the Machine» «Basta, basta! In campo musicale sei onnisciente!» «Sono il Big Head della discografia.» «La discografia è morta.» «Anche grazie a voi smanettoni» «Ah-ah!» Il gruppo degli hacker, pensò Jude. Tutti facevano parte di un gruppo: i rapper, gli emo tranne lui. Il ribelle, pensò con un

34 sorriso. Gli era tornato in mente il commento che Amber aveva postato su Facebook: «Un ribelle senza causa». Ecco il bandolo della matassa: trovare una causa. Uno scopo più alto. A volte, nei lunghi pomeriggi di apatia, consumati sdraiato sul letto guardando Mtv con la musica a volume massimo o perso nella folla dei coetanei, sentiva crescere dentro di sé la voglia di fare qualcosa di grande, il richiamo delle sirene, come se il suo destino fosse in agguato. «Stasera vieni al Fritz Lang?» Big Head lo distolse dai suoi pensieri. «Okay», gli rispose, poi ebbe un ripensamento. Voleva approfittare della momentanea assenza di suo padre per fare delle ricerche sul passato maledetto di Villa Rechenbach. «Anzi mi è venuta in mente una cosa. Ho già un impegno.» «Tipo?» «Studiare.» «Eh?» Jude che passa il venerdì sera studiando: una scusa poco credibile. «Devo fare delle ricerche.» Una mezza verità. «Ho capito, non vuoi dirmelo. Fa niente.»

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