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1 Come sarà il futuro? Ce lo domandiamo spesso riguardo al benessere economico, molto più raramente in relazione ai valori in cui credere, ai princìpi da considerare davvero importanti. È innegabile che in questo modello di sviluppo i mass media avranno un ruolo determinante. Sulla base dei risultati forniti dall ampia produzione scientifica internazionale che Elisa Manna ha monitorato nel corso di tre decadi il libro intende far emergere i possibili effetti negativi dei media sulla concezione della vita da parte dei giovani: tendenza al consumismo, banalizzazione dei sentimenti, paura, indifferenza e diffidenza sociale, aggressività, impoverimento linguistico, visione riduttiva del ruolo della donna e così via. Nello sforzo di accrescere la sensibilità specialmente di genitori e insegnanti, perché sviluppino maggiore consapevolezza e capacità di interagire con i messaggi mediatici, il volume offre un contributo, sereno ma rigoroso, all elaborazione di una critica costruttiva al modello culturale veicolato dai media. 4 di copertina

2 Capitolo 4. La violenza nel tempo dei media 4.1. La distrazione di massa Il 2012 verrà ricordato come l'anno in cui abbiamo scoperto che una società fondata sull'egoismo e sull'individualismo è una società senza futuro: perché la rincorsa bruciante del successo personale porta a percorsi di arricchimento sempre più temerari e rischiosi, perché un'economia basata su questi principi produce inevitabilmente bolle speculative che finiscono con l'esplodere, travolgendo tutto, anche l'economia reale. Lo dicono i sociologi più avvertiti, lo echeggiano seminari e convegni di economisti innovativi, lo ripetono perfino quelli che fino a poco tempo fa ostentavano il liberismo più convinto, quelli che ognuno è padrone assoluto della sua vita e vinca il più forte. Oggi no, il crack in agguato ci ha convinto a rimettere in discussione teorie economiche e ideologie, che abbiamo frequentato con più o meno convinta adesione per qualche decennio. E lascia comunque sconfortati il fatto che, se il rischio di default non ci avesse indotti all autocritica, se quei valori avessero comunque prodotto ricchezza, avremmo continuato imperterriti a ignorare ogni dubbio ed incertezza sulla bontà del modello. L egoismo, l indifferenza rispetto ai bisogni dell altro, l aggressività sono tante facce di una stessa medaglia, una società violenta che si è imposta nel giro di pochi decenni, senza quasi che ce ne accorgessimo. E i media non sono proprio estranei a tutto questo. Proprio no

3 A dire la verità molti, quelle ideologie le hanno solo subite: ma questa, davvero, è un'altra storia. Oggi ci troviamo a rimettere insieme i cocci di una convivenza collettiva che ha perso il collante, il motivo per stare insieme, ma che, al tempo stesso, manifesta segnali significativi di voglia di partecipazione: le comunità, dovremmo ricordarcelo sempre, non si reggono sui soldi o sulle ricchezze che girano, ma su un sistema condiviso di valori e di espressioni simboliche. Anche quando sembra che non ci siano. E' così dall'alba dei tempi, sarà così, necessariamente, nei tempi futuri. Il sacco I ragazzi sono euforici, ridono forte, pacche sulle spalle e complicità, allusioni pesanti e timidezze spavalde; non arrivano a 20 anni, ma la natura è stata generosa con loro; sono atletici, slanciati, spalle larghe: il freddo lo vincono con giubbotti striminziti e qualche berretto, i passanti intorno a loro sono blindati in piumoni polari. La serata è gelida, ma la luna piena e qualche stella illuminano la notte e i loro occhi. Il passo dei ragazzi è frettoloso: la paghetta e qualche lavoretto, ce n'è abbastanza per l'agognato iphone. Con quello ci puoi fare tutto, pure il caffé grida uno di loro eccitato. Ormai sono arrivati, il negozietto è in fondo a un vicolo con poca luce, è un po' fuori mano, ma fa prezzi buoni. Nel buio quasi inciampano in una cosa a terra, proprio vicino all'ingresso del negozio. Sembra un sacco, è un uomo. Non si capisce se dorme, sta male, è stato picchiato e lasciato a terra o è ubriaco: semplicemente è immobile. Uno dei ragazzi stringe gli occhi a fessura per guardare meglio, si avvicina cauto alla sagoma a terra,prova a toccarlo con un piede; ma un altro lo riprende: Ma che stai a fa', muoviti che il negozio sta chiudendo!....e scavalca il sacco.

4 I ragazzi che scavalcano il sacco sono la metafora estrema della loro dipendenza dai media: niente può fermare la corsa ad acquistare uno smartphone. Ma l'indifferenza mostruosa che manifestano, questa no, non c'entra niente con i media in sé. O meglio, mi correggo, non con l'hardware. Mi dispiace, il famoso sociologo McLuhan in parte si sbagliava: il mezzo sarà pure il messaggio, sarà pure vero che sono i media in sé a costituire il messaggio, ma bisogna vedere il medium che cosa trasmette. Certo, può cambiare la modalità, la sintassi, la grammatica, i ritmi del modello di civiltà in cui si vive: ma la questione vera sono i contenuti. L'indifferenza, l'egoismo, sono figli anche dei contenuti che sono stati trasmessi attraverso i media per decenni, senza che nessuno a livello istituzionale prendesse la cosa sul serio, senza che nessuna parte politica mettesse seriamente in agenda la questione. In una sorta di incomprensibile, colpevole distrazione di massa. E non c è solo indifferenza, purtroppo. Si registrano anche comportamenti aberranti, crudeli: che cos è il cyber bullismo, che miete vittime innocenti, oppure anche solo che cosa sono i giochi di ruolo su You Tube in cui uno fa la vittima, uno il prevaricatore e gli altri guardano se non l affermazione di un gioco disperato che conosce la violenza come unico linguaggio per divertirsi, una cosa che francamente trent anni fa avrebbe fatto consultare lo psichiatra alle prime avvisaglie? Avevano ragione le grandi antropologhe americane degli inizi del secolo scorso, la Margaret Mead, la Ruth Benedict di Pattern of Culture: esistono culture che sono patogene: un guerriero di una tribù di cacciatori di teste debitamente abbigliato sarebbe una visione terrificante per noi, ma nella sua cultura sarebbe degno di ammirazione!questo non è relativismo, anzi ; vuol dire che se una determinata cultura sostiene una pratica incivile (come l ostentazione di teste tagliate o la violenza o le mutilazioni sessuali femminili) contiene germi strutturali di inciviltà e barbarie, non che quella pratica è giustificabile! Non che in tutti questi anni nessuno si sia accorto che qualcosa stava virando al nero. Ma quasi tutti, stampa, opinionisti, politici hanno fatto orecchie da mercante (sarà spiacevole, ma forse è proprio il caso di dirlo). Anzi, ogni qualvolta associazioni di genitori, di educatori o anche singoli esperti hanno sollevato la questione dei contenuti potenzialmente nocivi per i più giovani trasmessi a tutte le ore del giorno son stati tacciati di moralismo. Oggi Il Comitato Media e Minori, l unica istituzione che negli ultimi 10 anni ha cercato di mettere un argine con le pur spuntate armi che la legge gli dava, è stato ibernato, mandato in sonno, semplicemente non

5 rinnovando le cariche alla scadenza delle stesse. Eppure è una legge dello Stato che lo prevede. Come se avere una morale conducesse inevitabilmente ad un ismo un eccesso, un errore. Erano gli anni (Ottanta) in cui la caduta del Muro sanciva la crisi definitiva e inappellabile di ogni forma di pensiero forte. E, come spesso accade, si fece di tutta l'erba un fascio, si decise che il pensiero debole, dubitativo, relativista, inconsistente era l'unica forma di pensiero veramente moderno. Il bello (anzi il brutto) è che quel modello ha messo radici: che il pensiero debole si è fatto forte: Basti pensare che neanche carismatici esponenti della Chiesa cattolica dal carisma universale, un nome per tutti, il Cardinal Martini, con la sua profetica pastorale Il lembo del mantello sono stati sufficienti a richiamare quanti avevano responsabilità ad un'attenzione serena, ma seria, a quello che si andava trasmettendo, in nome di un relativismo mediatico (e chi dice che questo programma o questo film può nuocere?) che ha finito con il prendere il comando. Verrebbe da chiedersi, ora che la nostra cultura si è fatta segmento, pagliuzza, inconsistenza antropologica con quale bagaglio ci presenteremo al confronto, a livello mondiale, con forme di pensiero compatte e autoreferenti di altre culture? Lasciandoci assorbire?

6 4.2. La questione dei contenuti: le tante facce della violenza Quando si parla di violenza nei media bisogna sforzarsi di non semplificare: la violenza non è solo il film con la scazzottata pesante o il giallo con il sangue: le facce della violenza sono tante e anche i possibili impatti sulle fragile personalità in evoluzione degli adolescenti E neanche si può parlare solo di televisione, di videogiochi o di Internet: se oggi si parla con un produttore di videogiochi o con un rappresentante di un 'emittente televisiva in un tavolo istituzionale contestandogli contenuti troppo volenti, si fa la parte di quello che vive fuori dal mondo. Le televisioni dicono State a cavillare su di noi quando i videogiochi trasbordano di violenza? ; i provider dicono E che, volete mettere la museruola a Internet come in Cina, dove va a finire la libertà, la democrazia, cominciate ad occuparvi di quello che vedono nel salotto di casa davanti alla tv. I produttori di videogiochi non sono da meno Ma lo sapete che siti ci sono su Internet che i ragazzi vanno a visitare per farsi grossi e che contengono cose orribili? Insomma, ognuno scarica le responsabilità sull'altro. Tutte queste persone, sul piano personale certamente ineccepibili, sembrano ignorare quello che la ricerca scientifica internazionale (un patrimonio di conoscenze imponente, migliaia di studi prodotti dai migliori ricercatori a livello internazionale) evidenzia. Risultati da prendere seriamente e da non sottovalutare. Cercherò di fare sintesi (i casi della vita e della professione mi hanno portato a monitorare questa produzione scientifica per oltre trent'anni) e di mettere a patrimonio comune quello che ho capito.

7 4.3. Aggressivi, insensibili, impauriti a causa dei media: cosa dice la ricerca scientifica Una sociologa svedese, Cecilia von Feilitzen ha censito le ricerche sugli effetti della violenza mediatica nei soli Stati Uniti: al 2010 ammontavano a circa (personalmente, penso che siano anche di più). A metà gennaio 2013 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama firma un pacchetto di misure per la limitazione della vendita di armi da fuoco, trantatré giorni dopo la tragica strage nella scuola elementare di Newtown. E tra le misure previste c è anche lo scongelamento dei fondi già stanziati per promuovere la ricerca sulle cause e la prevenzione della violenza. In particolare Obama ritiene importante approfondire l impatto che i film e i videogiochi più violenti possono avere sui giovani e sull aumento della criminalità in generale. Non è la prima volta che si affronta il problema dell impatto della violenza nei media; in passato il Congresso degli Stati Uniti ha commissionato impegnativi e autorevoli Rapporti per fare il punto sulla questione dal punto di vista delle conoscenze scientifiche a disposizione. Del resto,il moltiplicarsi dei nuovi media non ha fatto che acuire la problematica: come afferma il Rapporto ISRA (International society for Reserch on Aggression) del 2012 I territori mediatici stanno cambiando molto rapidamente, con nuove tecnologie che accrescono enormemente l interattività, sono più piccole, vantano una grafica superiore e sono più potenti. Si tratta di tecnologie veramente fantastiche per l apprendimento e la conoscenza. Rispetto ai media tradizionali, grazie alla combinazione con Internet possono offrire stimolanti, nuovi modi di giocare e contenuti audiovisivi interessanti come mai prima d ora. Ma ci sono dei rischi. Oggi i ragazzi possono scaricare, guardare, ascoltare, giocare con materiale violento ad ogni ora del giorno e della notte, nel chiuso della loro stanza, con una capacità di supervisione da parte dei genitori praticamente insignificante. Con le nuove tecnologie,la fruizione di contenuti violenti, che prima avveniva in spazi pubblici (il cinema) o comunque condivisi (il salotto di casa) oggi diventa sempre più privata. Sempre più difficile da contenere. Credo che queste brevi considerazioni siano sufficienti per delineare lo spessore del problema, che davvero non può essere bypassato, sottovalutato con supponenza e colpevole superficialità.

8 Sono circa cinquant'anni che la comunità scientifica (psicologi, psichiatri, sociologi e così via) studia gli effetti della violenza nei media. In particolare negli Stati Uniti, in cui la violenza spadroneggia da sempre in tv e la comunità degli psicologi è molto forte e combattiva. Sulle dimensioni del fenomeno non ci sono dubbi: già a metà degli anni Novanta (per la precisione nel 1996) il National Television Violence Study, uno studio statunitense molto importante, aveva evidenziato che nel 66 % dei programmi dedicati ai minori negli USA erano presenti scene di violenza. In circa il 75 % dei programmi in cui erano registrati atti violenti, questi ultimi restavano impuniti. Il 46 % di tutta la violenza veicolata dai programmi televisivi risultava presente nei cartoni animati per bambini. Più recentemente, una ricerca condotta dal Parents Television Council (2006) ha realizzato una vastissima Analisi del Contenuto (una tecnica rigorosa) che comprendeva i programmi di intrattenimento per bambini dai 5 ai 10 anni dei canali televisivi americani: ABC, Fox, NBC, WB, ABC Family, Cartoon Network, Disney Channel e Nickelodeon. I risultati hanno evidenziato che la violenza è notevolmente cresciuta negli anni: nel 2002, in prima serata, c'erano in media 4, 7 atti violenti per ora, nel 2006 sono diventati 7, 9 %. Quasi il doppio. Secondo il sito dell American Academy of Pediatrics,i ragazzi arrivano a 18 anni avendo visto in tv la simulazione di assassini e atti violenti (2012)! Basteranno queste poche cifre per rappresentare l'entità della cosa, che sfugge naturalmente alla gran parte di noi che abbiamo molte cose da fare e dunque non possiamo davvero dedicare tempo a monitorare la violenza in tv (e non siamo troppo interessati, se non quelli che hanno figli piccoli.) Tutta questa violenza, in Italia lievemente inferiore, ma in sostanza ugualmente presente a tutte le ore del giorno e della notte produce, secondo la gran parte della comunità scientifica internazionale che si è occupata di questo argomento, sostanzialmente 3 effetti: - Primo effetto: la desensibilizzazione; - Secondo effetto: l aggressività; - Terzo effetto: la cosiddetta vittimizzazione, cioè la continua paura di essere aggrediti, anche in casa,. Vediamo di che si tratta. a) La desensibilizzazione, che i ricercatori anglosassoni definiscono

9 Bystander effect, è sostanzialmente una più debole risposta psicologica alla violenza presente nel mondo reale per un avvenuta assuefazione alla violenza stessa, assuefazione maturata però nel mondo virtuale(videogiochi, televisione, internet). A quanto pare, la continua esposizione a contenuti mediatici violenti comporta la diminuzione degli stati empatici verso le vittime di violenza: i ragazzi che scavalcano il sacco a terra della nostra piccola storia rappresentativa sono semplicemente desensibilizzati, non crudeli; sono anestetizzati, non mostri senza cuore nati chissà perché in questo modo. Questo non diminuisce la nostra preoccupazione, ma ci fa vedere le cose da un altro punto di vista: l'assuefazione non è il Male assoluto, ( ricordiamo la banalità del male della Arendt?); con molto sforzo ci si può disintossicare, certo non è facile come girare un interruttore, ma, se si mette un freno alla dieta mediatica nociva, la cultura collettiva potrebbe recuperare l'uso, almeno parziale, della compassione ( come fosse l uso di un arto contratto) E si può impedire che altri perdano questo stato meraviglioso dell anima (o della psiche, fate voi) che è, appunto, il sentire insieme, la com-passione (cum-patior). b) Quanto a quello che i ricercatori definiscono aggressor effect, l altro tipo di effetto, con buona pace di quanti affermano che non ci sono prove empiriche (ma perché le persone, soprattutto se appartengono alla classe dirigente, non si documentano e studiano prima di parlare?), esiste un consenso generalizzato nella comunità scientifica internazionale : sono centinaia le ricerche che pervengono alla stessa conclusione, evidenziando una vera e propria relazione causale tra l'esposizione ripetuta a contenuti mediatici violenti e i comportamenti aggressivi. C'è una cosa che i ricercatori dicono e che mi colpisce molto: il motivo per cui ciò si verificherebbe è che la visione ripetuta di atti violenti rende accessibili pensieri violenti (cfr. volume sulla violenza della statunitense Encyclopedia of Children, Adolescents and Media,del 2007). E questo vale qualunque medium si usi: Internet, tv, videogiochi, smartphone. Che poi oggi sono tutti intrecciati, dal punto di vista tecnologico Indubbiamente, c'è alla base una carica di aggressività personale o sociale che favorisce l accettazione e l interiorizzazione del messaggio aggressivo, ma è anche vero che questa aggressività spontanea, in assenza di illustrazione ripetuta di comportamenti aggressivi e prevaricatori, potrebbe essere incanalata altrimenti. Dal punto di vista di un ricercatore, tutto ciò può anche risultare in un certo senso,

10 affascinante, perché rivela qualcosa dei meccanismi mentali dell'essere umano. Dal punto di vista dei genitori e degli educatori che si trovano a trattare con ragazzi iperaggressivi un po' meno. Dal punto di vista della società è drammatico. Ora, e bisogna dirlo a chiare lettere, è vero che molti di questi studi sono stati contestati perché condotti in condizioni artificiali (cioè in laboratorio); ma il fatto è che molti altri studi condotti con metodologie diverse sono giunti alle stesse conclusioni! Così come è vero che molte altre variabili agiscono: ad esempio se in famiglia c'è un alto livello di aggressività, il messaggio aggressivo proveniente dai media verrà accettato più facilmente; così pure se il gruppo dei pari (gli amici) accetta e condivide modelli di comportamento aggressivi; o se esiste un elevata conflittualità in famiglia; oppure ancora se il ragazzo è sottoposto, per diversi motivi, a una dose massiccia di frustrazioni. Un altro dato da sottolineare, e che le ricerche sottolineano, è che la violenza assorbita attraverso i media da piccoli produce personalità insolitamente aggressive in età adulta, in particolari tra i maschi E sembra che i media contino più dell aggressività dei genitori o delle punizioni ricevute da piccoli nel produrre questo tipo di personalità. Altri importanti studi longitudinali hanno recentemente messo in luce il fatto che una dieta mediatica violenta in età infantile è addirittura un predittore di comportamenti criminali intorno ai 20 anni: attenzione, questo non vale per i contenuti violenti fruiti da adulti: le radici dell aggressività si sviluppano durante l infanzia. Altri importanti studi longitudinali che hanno seguito negli anni gruppi di ragazzi in Paesi completamente diversi dal punto di vista socioculturale (Stati Uniti, Australia, Finlandia, Israele, Polonia) hanno fatto emergere una realtà ancora più sconcertante: i bambini che a 10/11 anni manifestano maggiore aggressività sono gli stessi che a 6/7 anni hanno preferito guardare programmi violenti in tv e che si sono identificati con i personaggi televisivi violenti; e questo accade in tutti i Paesi presi in esame dallo studio. Dunque l ambiente, la società non conta poi così tanto, conta quello che accade nel chiuso delle loro stanzette o nel salotto di casa Risultati simili sono stati ottenuti in Olanda e in Sud Africa (tutti Paesi che hanno modelli culturali molto diversi). Altri studi, sempre longitudinali, hanno evidenziato che uomini che durante l infanzia avevano avuto diete mediatiche violente sono più

11 propensi ad avere comportamenti trasgressivi o di prevaricazione nei confronti della partner. Lo stesso vale all inverso. Questo è un altro aspetto da sottolineare: il fatto che nei media si vadano diffondendo personaggi femminili aggressivi favorisce l identificazione delle ragazze e delle bambine e tende dunque ad estendere l aggressor effect anche tra le donne. Però solo tra i maschi si verifica l impatto congiunto su violenza e comportamento sessuale. Come ho già detto, molte ricerche di questo tipo sono state attaccate per le condizioni di artificiosità che lo studio prevedeva. Ma, è bene ripeterlo, studi condotti in condizioni naturali, che hanno il vantaggio di identificare relazioni causali in ambienti di vita reale, hanno dato gli stessi risultati. Paradigmatico lo studio ormai classico di Joy, Kimball e Zabrack del 1986, su tre cittadine canadesi, in cui sono state monitorate le condotte aggressive nei comportamenti di gioco dei bambini nella pausa dell orario scolastico: gli studiosi hanno registrato chiaramente un aumento delle condotte aggressive in ciascuna delle cittadine dopo un certo periodo dalla diffusione della televisione. Anche se, e questo è altrettante importante sottolinearlo, dove il controllo sociale (la svalutazione o la condanna dei comportamenti aggressivi) è adeguato, gli effetti dei contenuti mediatici vengono praticamente annullati. Un altro importante studio di tipo epidemiologico ha registrato l andamento del tasso di omicidi in tre Paesi molto diversi: Stati Uniti, Canada e Sudafrica. Si è evidenziata una costante: il tasso risulta in crescita dopo un intervallo di circa 10/15 anni dopo l introduzione della televisione in ogni Paese. Forse lo studio arriva a conclusioni troppo perentorie, ma si tratta di un fenomeno che certamente fa riflettere Un altro studio ancora, condotto su tre cittadine americane con un livello di penetrazione della tv alto, medio e basso, ha evidenziato come i bambini che abitavano nella cittadina con una radicata presenza della televisione manifestassero una conoscenza del crimine molto più articolata. E, sebbene una quota molto alta degli studi sia focalizzata sull impatto della televisione, effetti simili sono stati riscontrati dopo l esposizione anche ad altre forme di contenuti mediatici: in particolare musica e videogiochi violenti (dati confermati anche da recentissime ricerche americane e cinesi relativi agli effetti di Internet sullo sviluppo di disturbi mentali, di crisi ansiose, di sindromi aggressive).

12 c) Il terzo tipo di effetto viene definito dai ricercatori Victim Effect: consiste nell intensa paura di cadere vittima di atti violenti a seguito di un elevata fruizione di contenuti mediatici violenti. Una particolare modalità di questa correlazione è rappresentata dalla diffusa paura della criminalità in forti fruitori di notiziari/telegiornali. Questo tipo di atteggiamento si accompagna frequentemente ad ansia, pessimismo, visione irrealistica della violenza. Quest ultimo effetto è particolarmente inquietante: politologi contemporanei vanno sostenendo in maniera sempre più serrata come questa strategia sia intenzionale per indurre la richiesta,da parte della popolazione, di regimi forti, che dichiarino di voler duramente reprimere il crimine. Una politica della paura.(da leggere il bel libro di Frank Furedi, Politics of Fear, Continuum international,2005) Uno studio condotto dall Agenzia di ricerca del Congresso degli Stati Uniti era già a metà degli anni Novanta pervenuta a conclusioni su cui il consenso della comunità scientifica era amplissimo, che sono state ulteriormente confermate dagli studi successivi e si possono riassumere così: - atteggiamenti e profili di professionalità sono negativamente influenzati da una costante visione di contenuti televisivi violenti; vuol dire che non è necessario essere gravi psicopatici per essere influenzati dalla violenza mediatica, basta avere una personalità già lievemente aggressiva; - contenuti televisivi violenti incoraggiano comportamenti violenti e influenzano i valori morali e sociali di una comunità; - coloro che fruiscono grandi quantità di contenuti televisivi violenti sono più propensi a percepire il mondo come pericoloso e sovrastimano la possibilità di cadere vittima di atti violenti. Poco prima del 2010, l American Medical Association Journal ha pubblicato uno studio che evidenzia gli effetti negativi dei videogiochi violenti su diversi aspetti: si va dall aumento delle tendenze all isolamento, alla diffusione di sentimenti aggressivi, dal consumismo all induzione di false credenze e paure, fino al precocismo sessuale. I tentativi di arginare con filtri tecnologici l alto tasso di violenza, che attualmente in Italia vengono fortemente promossi dalle emittenti, così libere di mandare in onda qualunque cosa, si sono già dimostrati fallimentari

13 per una serie di motivi che sarebbe complesso elencare, in paesi più avanzati come gli Usa. Basterà ricordare che i filtri per funzionare hanno bisogno di un sistema di classificazione dei contenuti a monte che non sempre è possibile mettere in azione: si pensi ai programmi sportivi che non possono essere classificati preventivamente e che possono comunque contenere un alto tasso di violenza. Si pensi ai notiziari che è impossibile classificare preventivamente e possono contenere brevi filmati violenti, tanto più impressivi proprio perché percepiti come reali. Si pensi al fatto che quelli che classificano non dovrebbero essere semplici funzionari delle emittenti, ma psicologi, sociologi e soprattutto rappresentanti di associazioni di genitori, insegnanti, telespettatori(i cosiddetti stakeholders)si pensi ancora che il parental control per essere efficace ha bisogno di presupposti tecnici, che in Italia, ad esempio, non è possibile praticare.. L avvento dei nuovi media, che in primo tempo sembravano dover allentare la tensione e le preoccupazioni, in realtà le hanno alla fine accresciute.: infatti video digitali, computer games e cellulari hanno ulteriormente amplificato le occasioni e le modalità d offerta di contenuti a diverso titolo violenti. Del resto,l autoproduzione di video, e la successiva condivisione sui social network, che sembrava l ultima, liberatoria frontiera, di fatto non fa che amplificare le occasioni di insensatezza, narcisimo infantile o violenza che si sono già installati nelle personalità di tanti adolescenti. Ancora una volta, non conta il medium, contano i valori,il modello culturale k che si ha già in testa. Evidentemente, non si può parlare di un effetto meccanico della violenza e anche per quanto riguarda i nuovi media sembrano essere attive altre variabili, tra cui: la stessa personalità del minore, il coefficiente di aggressività/insicurezza e situazioni di oppressione all interno della famiglia, del gruppo degli amici, come pure variabili sociali come disoccupazione giovanile, droga, alcool, accesso alle armi, segregazione razziale, appartenenza a contesti consumistici. Questo, però, non sminuisce minimamente la responsabilità sociale dei media. Un filone di ricerca molto interessante è stato portato avanti in questo senso in Italia da Agata Piromallo Gambardella che ha evidenziato come la subcultura di alcuni contesti deprivati e con forte infiltrazione criminale interagisca in maniera deflagrante con i messaggi di violenza provenienti dai media

14 Un ultima considerazione: le rappresentazioni violente che spaventano di più sono quelle ambientate in un contesto familiare e quelle in cui è più facile identificarsi (ad esempio quando la vittima è un bambino).la violenza percepita come reale (quella dei notiziari) spaventa più di quella percepita come fictional e ancor di più se la violenza realistica avviene in un contesto ambientale simile a quello che vive il bambino (ad esempio, la notizia di un furto cruento in villa, per un bambino che vive in una villetta; saccheggi violenti dopo un disastro naturale, come un terremoto, per i bambini che vivono in una zona terremotata) La fascinazione della violenza Arrivati a questo punto c è da chiedersi: ma perché mai i ragazzi cercano la violenza nei media? Perché seguono film, visitano siti, giocano con videogiochi in cui la violenza è l unico, esasperato linguaggio? Molti ricercatori si sono dedicati a questo aspetto ( l approccio viene definito tecnicamente usi e gratificazioni, cioè per quali usi i ragazzi utilizzano i media e quali gratificazioni ne traggono.).questo tema, la ricerca attiva di violenza nei media da parte dei ragazzi, è particolarmente avvertito in Nord Europa, dove i Consigli governativi sulla Comunicazione (e non solo) hanno attivato linee permanenti di ricerca sull argomento. In realtà molti sono i motivi per cui la violenza nei media attrae i ragazzi: a cominciare da quello più semplice, il gusto di provare la cosiddetta paura allegra, quella che i bambini trovano da sempre nelle favole, uno spingersi sul gelido abisso rassicurati dal fatto di essere in realtà al sicuro e al caldo. Ma, e anche questo va sottolineato, assassini, ferimenti, coltelli, ambientazioni misteriose, mostri, maschere, buio, sangue, rumori orridi possono avere un impatto emotivo superiore a quanto preventivato dagli stessi ragazzi, con forme di turbamento che possono durare anche per molto tempo(con incubi notturni,sindromi ansiose). Cioè i ragazzi(in particolare i maschi) posssono sopravvalutare la propria capacità di elaborare contenuti forti ed esporsi a rappresentazioni che li turbano nel profondo). Ma ci sono altre motivazioni su cui varrebbe la pena di soffermarsi. Ad

15 esempio, la motivazione iniziatica; studi svedesi (Svedin 2006) hanno in particolare evidenziato come i teen agers si sfidino a guardare siti con immagini orribili di morte e deformità come prova iniziatica per posizionarsi all interno di una gang, per disegnare la gerarchia dei ruoli. Il che la dice lunga sull incapacità di vivere in maniera emotivamente coinvolgente riti iniziatici sani (le interrogazioni scolastiche, le prove sportive, la maturità).e anche della frequente incapacità degli adulti di proporre tali prove in maniera stimolante e desiderabile. Le ricerche hanno fatto emergere un altra realtà ancora: alcuni ragazzi, con una personalità marcatamente aggressiva, utilizzano esplicitamente e consapevolmente i contenuti mediatici violenti come un modo per confrontarsi con i propri problemi o per apprendere modalità di risoluzione rispetto a situazioni conflittuali in contesti sub culturali violenti (un arricchire la propria subcultura della violenza per padroneggiare determinate situazioni).il ragazzino che vive, ad esempio in una subcultura contigua alla criminalità organizzata, cercherà di studiare, attraverso film e telefilm violenti, nuove mosse, nuove strategie di alleanza o di ricatto. Oppure, più banalmente, nuovi modi per picchiarsi. Un discorso a parte meriterebbe la violenza trasbordante dei videogames. I ragazzi li usano come marker di appartenenza, ma anche come evasione da situazioni angoscianti, per sfogare aggressività, o ancora come forma di rivalsa sociale compensativa (essere un duro nella realtà virtuale a fronte di una debolezza reale nell interazione sociale).in pratica, chi non riesce ad affermarsi nel gruppo di amici, con le ragazze, a scuola, chi non riesce ad ottenere la stima dei propri genitori o il rispetto dei ragazzi del quartiere, cercherebbe nella progressione virtuale(in certi giochi on line si diventa colonnelli, generali, oppure cintura gialla,nera ecc)una gratificazione di status suppletiva. Vorrei sottolineare che stiamo descrivendo situazioni di relazionalità con il reale di grande tristezza, ma molto più diffuse di quanto si possa immaginare. I rischi della violenza su Internet sono anch essi un discorso molto serio. Cyberbullismo, siti con scene scioccanti, specie per le ragazze (persone o animali sanguinanti, persone morte ecc.):i rischi sono tanti e soprattutto in nord Europa ci si sta impegnando per allertare la popolazione sui pericoli più concreti: dare informazioni personali, guardare pornografia, in particolare violenta, cercare contenuti violenti e carichi di odio (secondo le ultime rilevazioni ufficiali europee lo fa un terzo dei teen europei); essere

16 attori di bullismo o vittime di stalking, ricevere commenti sessuali non voluti, incontrare dal vivo persone conosciute on line. Negli ultimi anni i ricercatori stanno cercando di capire come problemi della vita reale possano interagire con fruizioni problematiche dei nuovi media.(si possono confrontare su questo gli studi di Shannon del 2007 e quello di Svedin e Akerman del 2006). In realtà, l interazione non è poi così diversa da quanto accade con cinema e tv: stress emotivi, problemi scolastici, situazioni conflittuali familiari e nel quartiere, sollecitazioni sessuali vanno a sovrapporsi con messaggi ansiogeni o violenti, pornografia violenta, creando miscele micidiali. ****************************** Ora, la cosa su cui dobbiamo veramente riflettere è questa: i media non creano da soli violenza e paura, è vero, ce n è già molta nella società; ma se questi sentimenti sono già diffusi e accresciuti da altri fattori (ad esempio gli stress connessi alla crisi economica ), i contenuti diffusi dai media andranno a rinforzare questi sentimenti. Saranno confermate le attitudini aggressive di alcuni, indotti stati di paura in altri, desensibilizzazione in altri ancora. Che effetti secondari indesiderati ci possono essere sul sistema sociale? Quale scenario sociopolitico si profila? Masse crescenti di persone impaurite, altre iperaggressive, altre insensibili non evocano forse un clima che invece non vorremmo più neanche sentir nominare?

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