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1 Domenica La DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 di Repubblica l attualità La tentazione della settimana cortissima LUCIANO GALLINO e ROBERTO MANIA cultura Gli eroi di Simenon tra noia e tragedia GIANNI MURA e GABRIELE ROMAGNOLI Nuove Tribù Arriva in Italia Exactitudes, una sorprendente mostra fotografica che esplora l antropologia delle metropoli contemporanee e racconta la difficile Europa del meticciato MICHELE SMARGIASSI Le maglietterosa della bambole da shopping center, tirate allo spasimo e corte da lasciar scoperto l ombelico ciccioso, dicono: sì, mi piacciono i dolci, hai qualcosa da obiettare? Le camicie scozzesi fresche di stiratura dei casual-gay dicono: non mi etichettare come omosessuale, potrei essere il tuo genero ideale. I gilet di lana su pantaloni larghi delle nonne indaffarate dicono: scusa non ho tempo, sto organizzando la prossima pesca parrocchiale. Sfogliare le pagine quasi senza parole di Exactitudes, il libro che accompagna l omonima mostra (più che altro un progetto internazionale in progress) che approda a Roma, finalmente visibile in Italia per la prima volta dopo quindici anni di lavoro, è come consultare un enciclopedia di divise militari. Le uniformi, da sempre, parlano: non svelano solo grado, arma, corpo di appartenenza di chi le indossa, ma anche il carattere, l ideologia, l aggressività dell esercito di cui sono l insegna. Ma esistono anche uniformi civili e disarmate. (segue nelle pagine successive) RICCARDO STAGLIANÒ Iclandestini non esistono in natura. Sebbene il nome li connoti già in maniera negativa, alludendo a una loro vocazione quasi criminale, sono il frutto acerbo di legislazioni spesso inadeguate. La verità, spiega Ulrich Beck, il padre della società del rischio a Genova per ritirare proprio il premio Mondi Migranti-Carige, è che abbiamo un assoluto bisogno di loro. Senza, le nostre economie collasserebbero. Conviene migliorare le leggi che ne decretano lo status, quindi, perché render loro la vita difficile finirebbe per peggiorare drammaticamente anche la nostra. Da Istanbul a Londra siamo esteriormente più simili lo certificano le foto di Exactitudes ma interiormente ancora assai diversi. Che manca al traguardo di un Europa culturalmente unita? «Parecchie cose devono cambiare. La maggior parte della gente ne ha ancora una definizione tutta in negativo: non è una nazione, non è un super-stato, non è una piccola Nazioni Unite». (segue nelle pagine successive) spettacoli Gli archeo-spot nei cinema del boom EDMONDO BERSELLI l immagine All asta la casa-museo di Saint Laurent NATALIA ASPESI l incontro Tony Curtis, le donne della mia vita MARIO SERENELLINI FOTO STUDIO EXACTITUDES / ARI VERSLUIS & ELLIE

2 28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 HIPSTERS Rotterdam 2008 MUSELMAN Casablanca 2000 la copertina Nuove tribù Era cominciato quindici anni fa come un normale servizio giornalistico, è diventato un work in progress senza fine Ora arriva anche in Italia Exactitudes, gigantesco esercizio di catalogazione dei differenti stili metropolitani, enciclopedia delle mille uniformi dentro cui ogni giorno combattiamo l implacabile battaglia della vita cittadina Fammi vedere come ti vesti... MICHELE SMARGIASSI (segue dalla copertina) Eccole, sono le uniformi della gigantesca incruenta implacabile battaglia della vita metropolitana. Chiudi il libro con un certo disagio, come se qualcuno ti avesse ordinato: cerca anche tu il tuo plotone, lo troverai. Ma nessuno mi ha arruolato, insorgi. Io mi vesto come mi pare, protesti. Poi però colto dal dubbio ti alzi, vai allo specchio, ti osservi. Giacca tweed, camicia di flanella, pantaloni di velluto, cravatta di lana, timberland. Sei un giornalista di opinioni liberal. Se incontri per strada un giovanotto biondo allampanato di nome Ari Versluis e una sorridente signora dai capelli corti rossi di nome Ellie Uyttenbroeck, forse ti convinceranno a posare per un ritratto: allora ti troverai anche tu su una di queste pagine, assieme alle tue exactitudes: altri undici individui a te sconosciuti che però indossano la tua stessa identica divisa di giornalista liberal. I due autori, Ari il fotografo e Ellie la stilista, dicono che è solo un esperimento sullo stile, invece è molto, molto di più. Anche se tutto è iniziato, nell ottobre del 1994, con ambizioni minime: un inchiesta televisiva sui codici d abbigliamento di alcune bande giovanili di Rotterdam, la loro città. Dovendo esercitare lo sguardo analitico del cacciatore di farfalle, s accorsero che sul palcoscenico della strada non s aggirano solo attori che la divisa significante se la scelgono con cura, per riconoscersi tra loro, per fare gruppo. Dopo qualche settimana di appostamenti alla fermata del bus, davanti alla scuola, all uscita del centro commerciale, Ari e Ellie hanno cominciato a vederle, le exactitudes (le esatte-attitudini, gli atteggiamenti ricorrenti), anche addosso a quelli che vivono sulla faccia buia del pianeta trendy: anziani, casalinghe, proletari. E hanno deciso di reclutarli tutti. «Scusi, stiamo facendo un inchiesta sullo stile, accetta di posare per un ritratto fotografico?», da quindici anni la loro frase d aggancio è sempre questa. Sorpresa del fermato, risatina imbarazzata, la diffidenza infranta dall orgoglio lusingato: «Be, ho fatto colpo, mi hanno notato». Si combina l appuntamento in studio: fondale bianco, macchina professionale; pochi minuti sul set, qualche piccola astuzia (imporre a tutti i simili una posa simile) e la farfalla è imbalsamata. Non resta che sistemarla nella cassetta dell entomologo, di fianco alle altre della stessa specie. Dodici per pagina, schema fisso, tre caselle per quattro. Impatto garantito. Ora, Ari e Ellie non sono ingenui. Qualcuno ha già fatto una cosa del genere. Due grandi fotografi tedeschi, Bernd e Hilla Becher, hanno passato la L EVENTO Si intitola Exactitudes, è un progetto costituito da una serie di ritratti fotografici multipli realizzati dagli artisti Ari Versluis e Ellie Uyttenbroek (nella foto sopra). La Provincia di Roma porta la loro mostra in Italia per la prima volta Incomincerà a Palazzo Incontro il 14 febbraio e durerà fino al 26 aprile 2009 Uguali e differenti - ha detto il presidente della Provincia Nicola Zingaretti spiegando lo spirito dell evento - come sintetizza il sottotitolo della mostra: è questo il binomio che ci deve guidare per sconfiggere l intolleranza e la paura Le immagini di queste pagine e della copertina sono tratte da Exactitudes di Ari Versluis e Ellie Uyttenbroek vita a fotografare impianti industriali (cementifici, centrali elettriche) inquadrati sempre allo stesso modo, per comporre grandi pannelli dove l infinita variazione dell identico produce un effetto quasi ipnotico. E l idea di un catalogo dei tipi sociali, neppure questa è nuova: ci provò negli anni Venti un altro tedesco, August Sander, ma i suoi Volti del tempo, uno per professione classe e ceto, restavano indistruttibilmente individuali: fenotipi umani più che stereotipi. Allo stesso modo un promettente allievo dei Becher, Thomas Ruff (ma solo i tedeschi hanno la mania della classificazione?) radunò un impressionante serie di ritratti di contemporanei, riuscendo solo a dimostrare l assoluta intercambiabilità. C è poi stato quel matto inglese, l eugenista Francis Galton, che produceva ritratti medi di un gruppo professionale o di un ceto sociale sovrapponendo una dozzina di volti, ma otteneva solo delle nuvolette grigiastre dall aria piuttosto tonta. Nessuno però aveva finora osato applicare il rigido schema dei Becher agli esseri umani. Bastava provarci per scoprire che individualità e omologazione non sono opposti inconciliabili. Che non siamo tutti uguali, ma neppure tutti irriducibilmente singolari. Che tutti, lo vogliamo o no, lo sappiamo o no, apparteniamo a una tribù e ne portiamo i segni distintivi anche se anzi, proprio perché non ci piace essere uguali agli altri. Bisogna resistere a un moto di sconcerto e andare più a fondo: Exactitudes, geniale esperimento di antropologia visuale, non è una tesi sull omologazione, ma sulla distinzione. Non dice neppure che siamo tutti manichini dell industria della moda; e in effetti tra le centoventi tribù finora identificate e schedate dalla coppia di Rotterdam nel corso di faticose perlustrazioni metropolitane soprattutto in Europa, ma anche in Usa e Asia, ben poche si possono catalogare fra le fashion victim. Anzi: ormai si sa che il mondo della moda, come hanno fatto Ari e Ellie, spedisce in strada i suoi trend scout proprio per spiare cosa la gente normale fa degli stracci normali che compra in negozi normali, come li accosta e li compone in modo originale; e poi li copia. No, rinfranchiamoci: i nostri vestiti ce li scegliamo ancora noi. È forse un problema statistico. Siamo sei miliardi, figlioli miei. Il numero di possibili varianti combinatorie degli oggetti d abbigliamento acquistabili nei negozi non è infinito, non ce n è a sufficienza per fare sei miliardi di individualità stilistiche. Le ricorrenze sono inevitabili. Anche la fantasia non è infinita. Ci guardiamo attorno, cogliamo suggerimenti. Da chi? Dagli altri membri della nostra tribù. Non è necessario che li conosciamo tutti, né che li frequentiamo: il marciapiede è la passerella di una sfilata che non chiude mai. MOSLIMAS Rotterdam 2008

3 DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29 SAPEURS Parigi 2008 BU YING! Londra 2008 ULRICH BECK No all Europa supermarket capitalista RICCARDO STAGLIANÒ (segue dalla copertina) «N on sapendola definire non capisce neppure cosa ci guadagna da questa cosa vaga. Quindi, per cominciare, partirei dalla definizione: un sistema di nazioni che cooperano per aumentare la sovranità comune e per risolvere così i problemi nazionali. Poi bisogna accrescere la pluralità al suo interno. Non è più possibile escludere l altro. L Europa sta invecchiando e la sua popolazione rimpicciolendo: l unico modo per contrastare questa tendenza è attraverso i migranti. Ne abbiamo bisogno. Infine c è urgentemente bisogno di una visione sociale dell Europa. Pensarla come un supermarket capitalistico non è abbastanza». Ma fino a che punto è desiderabile perdere le nostre diversità? Molti scettici usano questo argomento in chiave anti-europea... «Ad esempio l Europa deve superare la sua moltitudine incoerente di leggi sull immigrazione. Abbiamo bisogno di una risposta integrata nei suoi confronti. Su questo terreno di certo faremmo bene a perdere le nostre diversità. Lo stesso vale, ovviamente, per le risposte alla crisi finanziaria. Nessuna risposta nazionale sarà mai capace di contrastare questo come altri rischi globali». Dalla cronaca recente non arrivano buoni segnali. In Italia uno stupro commesso da alcuni romeni ha provocato reazioni feroci e indiscriminate. Ed episodi di intolleranza violenta si moltiplicano. Cosa si dovrebbe fare per disinnescare la bomba a orologeria del risentimento? «La risposta a queste spinte xenofobe dev essere urgentissima. La lingua ufficiale, delle istituzioni, dev essere molto chiara e ferma. I governi e tutti i loro ministri devono parlare in modo non ambiguo e far sì che i colpevoli vengano puniti. Altrimenti le cose possono mettersi davvero male. Anche in Germania, dopo la riunificazione, ci sono stati vari episodi di violenza. Ma la risposte istituzionali sono state inequivoche e il rischio di un patriottismo nazionalista è stato scongiurato». Da noi il parlamento ha rigettato un decreto che avrebbe consentito un fermo sino a diciotto mesi, dai due attuali, dei clandestini in centri di detenzione temporanea. Però è passato l onere per i medici di denunciarli se vengono a curarsi da loro. E molti hanno già dichiarato che faranno obiezione di coscienza. «I cittadini sono spesso più saggi dei politici. Quello dei clandestini resta un problema molto delicato. Se non ci fossero tutte quelle persone irregolari le nostre economie collasserebbero. Di nuovo: il nostro stile di vita dipende da loro. E la loro condizione di illegalità è prodotta dalla nostre leggi nazionali. Non sono illegali perché lo vogliono ma perché le nostre leggi li definiscono tali. Voglio dire che per la stragrande maggioranza sono persone per bene che vogliono farsi una vita migliore, lavorando da noi. Dico di più: molti di loro sono più europei di noi, nell accezione cosmopolita verso la quale dovremmo tendere. Si spostano all interno degli stati membri come se niente fosse, sanno come interagire con le loro diverse culture. Sono già come noi dovremmo diventare». La malsopportazione dello straniero, tuttavia, cresce in tempi di crisi. Lavoratori britannici hanno dimostrato contro operai italiani, reclamando quei posti per i locali. Cosa succederebbe se venisse messa in discussione la libertà di lavoro all interno della Ue? «Il protezionismo interno ucciderebbe l Europa. È sempre stato più facile restare uniti quando le cose andavano bene. In tempi di crisi, economiche e sociali, le spinte xenofobe si presentano puntuali. Il fatto è che dobbiamo abituarci a una nuova contrapposizione, sia all interno del medesimo stato che tra stati diversi. Non più tra classi ma tra vincitori e vinti della globalizzazione. Questi ultimi sono quelli la cui posizione esistenziale dipende dai confini nazionali. Coloro che tendono a percepire la concorrenza, in questo caso di lavoratori più a buon mercato o motivati, in termini etnici. I vincitori invece sono coloro che hanno la capacità di interagire oltre i confini. Ciò dipende ovviamente dall istruzione. I primi vedono minacce dove i secondi vedono opportunità». Dipende forse anche dai diversi tipi di immigrazione che noi abbiamo, ad esempio, rispetto agli Stati Uniti? «Certo. L 85 per cento della manodopera straniera non qualificata viene in Europa, contro il 5 per cento che va in Usa. Viceversa da noi arriva solo il 5 per cento dei qualificati, contro il 55 per cento nordamericano. Dobbiamo invertire questa proporzione con politiche migratorie che favoriscano i flussi di lavoratori qualificati. Lo fanno già i paesi scandinavi e in un qualche modo anche la Gran Bretagna. Sarebbe l approccio più realistico e adottarlo avrebbe un enorme effetto anche nella riduzione dell allarme sociale, giusto o sbagliato, che oggi i migranti producono». In America però il figlio di un kenyano può diventare presidente. Cosa ci manca perché possa accadere anche da noi? «La visione Obama è molto importante e attraente, una visione cosmopolita, non solo per la biografia dell uomo ma perché tende a includere invece che escludere. Gli Usa però sono, dall origine, un paese di immigrati. L Europa no. Puntare a una specie di Stati Uniti d Europa sarebbe controproducente. Piuttosto a una visione cosmopolita che tenga insieme le diverse identità territoriali, riconosca che siamo diversi e simili allo stesso tempo. È più complesso ma anche più entusiasmante». (L ultimo libro di Ulrich Beck è Conditio humana. Il rischio nell età globale edito da Laterza) Non è neppure necessario che siamo coscienti di appartenere a una tribù. L istinto mimetico dev essere stato inserito in qualche cromosoma per funzionare in modo subliminale. Come certi insetti modificano la propria livrea, adeguiamo la nostra al posto che riteniamo di dover occupare nell ambiente vitale, alla nicchia ecologica che ci spetta o che abbiamo scelto. È proprio per distinguerci dall umanità indistinta, presa tutta insieme, è per definire una nostra più circoscritta identità che diventiamo così simili ai nostri simili. Bel paradosso, vi pare? Ma non è mica una sciagura. Non stiamo a scomodare Pasolini, l omologazione culturale eccetera. Una ricerca di exactitudes condotta nell Italia dell Ottocento, o nella Francia del Settecento, avrebbe prodotto un catalogo ben più povero. Nobili, mercanti, contadini, guerrieri, chierici: poco altro. È il nostro, vivaddio, il secolo delle mille tribù minime, del mosaico di appartenenze. E sono talmente tante che si fa fatica a definirle gabbie. Al contrario, scardinano i compartimenti stagni di sesso, genere, razza. Guardate lì: i maniaci delle treccine rastasono maschi e femmine; i bundaboys tipida-spiaggia sono un intero catalogo etnico. Le appartenenze, poi, sono mutevoli ed effimere: le emos di Rotterdam con le loro felpe a zip potrebbero essere domani le yupstergirls di New York col loro spolverino aggressivo; i giovani marocchini con giacca di pelle sopra camicia a righe fantasia finto-capucci da grandi passeranno magari nella categoria executives con completo man-in-black; gli sfrontati teddy boys di Bordeaux con chiodo e mano sulla patta dei jeans fra quarant anni potrebbero indossare il perenne maglione girocollo degli early birds, i giovani pensionati attivissimi fin dall alba uguali in tutto il mondo. Persino gli appartenenti alle subculture che sembrano più compatte, che so, la comunità dei gay-con-tuta-dicuoio o le dark girls sosia di Morticia Addams, probabilmente cambiano look nel corso della giornata, o della settimana, secondo le occasioni: l ecopunk crestato della notte può essere un candido incamiciato macellaio di giorno. In una delle tappe del suo tour mondiale, Exactitudes si presentò come gigantesca decalcomania sulla fiancata di un treno: ogni ritratto, ridotto a dimensioni minuscole, da lontano si riduceva a pixel di un colorato mosaico indistinto. Quella trama è la società, e finché è così, c è speranza. Se proprio v inquieta la collezione di farfalle che è questo libro, prendete le forbici, ritagliate uno per uno i ritratti, mescolateli e distribuiteli a caso come carte da gioco su un grande tavolo: avrete ricomposto il vero volto delle nostre città. Perché aveva ragione Matisse: l esattezza non è mai la verità. FOTO STUDIO EXACTITUDES / ARI VERSLUIS & ELLIE GRANNIES Rotterdam 1998

4 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 l attualità Crisi globale Nel pieno della Nuova Depressione torna con Keynes e Marx - anche lo slogan lanciato da Pierre Carniti negli anni Settanta: Lavorare meno, lavorare tutti. La Germania incentiva le riduzioni d orario, la Gran Bretagna ragiona sulla settimana di tre giorni, da noi molte aziende tessili tagliano tempi e salari in cambio del mantenimento del posto. Ma gli economisti sono perplessi La settimana cortissima antidoto ai licenziamenti ROBERTO MANIA Lord John Maynard Keynes, con le sue ricette dal sapore socialdemocratico, è diventato l unico ispiratore dei governi che, a corto di idee, cercano una via d uscita dalla Nuova Depressione. Karl Marx, con la sua apocalittica visione del capitalismo, si è conquistato, all alba del 2009, la copertina di Time, come fosse Barack Obama. E allora è tempo di revival anche per un vecchio slogan di successo, seducente quanto poco praticato: Lavorare meno, lavorare tutti. Che questa volta, però, potrebbe anche andare a segno. Cambiando il nostro modo di lavorare, riequilibrando i tempi delle nostre giornate, rimescolando i ruoli familiari. In un corpo a corpo soft con la recessione. Quasi una rivincita dei paradigmi mancati dal Novecento. La Germania di Angela Merkel ha scelto la strada della settimana corta, incentivando con aiuti statali le riduzioni d orario. La Bmw e la Daimler le hanno già applicate. Presto seguirà l Opel. Anche a Londra si ragiona sulla settimana cortissima: solo tre giorni di lavoro. E il precedente, nella Gran Bretagna oggi praticamente deindustrializzata, non è dei più felici: a imporre il taglio dell orario nelle fabbriche a corto di rifornimenti energetici fu all inizio del 1973 il primo ministro Edward Health in una situazione di emergenza per lo sciopero e i picchetti dei minatori. La Francia fa discorso a sé. La stagione delle trentacinque ore è tramontata con i governi socialisti. Nicolas Sarkozy è stato sprezzante durante l ultima campagna elettorale: «Quella delle trentacinque ore è stata l unica invenzione francese per la quale non serve il brevetto perché finora nessuno l ha imitata». Però doveva ancora arrivare il grande crollo di Wall Street e di quel che fu il turbocapitalismo finanziario. In Italia l orario si riduce, ma non si dice. Lo fanno decine di aziende tessili del Nord, nelle quali la presenza massiccia delle donne favorisce gli accordi per i contratti di solidarietà, con il taglio degli orari e dei salari in cambio del mantenimento del posto. «Perché le donne spiega Aris Accornero, professore emerito di sociologia industriale alla Sapienza sono più sensibili a questo scambio». Una questione di genere che vedremo ritornerà. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha parlato di «lavorare meno perlavorare tutti», aggiungendo una preposizione che, però, non ha modificato nella sostanza la proposta. Quella che sul finire degli anni Settanta lanciò il leader cislino Pierre Carniti. Fu infatti lui a inventarsi lo slogan lavorare meno, lavorare tutti. Era anche quella epoca di austerità. Dice Carniti: «Già allora l Italia aveva un tasso di attività scandalosamente più basso degli altri paesi. In particolare tra le donne. Quello slogan nacque proprio con l obiettivo di allargare il numero degli occupati e per combattere la disoccupazione». Nella logica di ripartire il lavoro disponibile. Ma quella di Carniti non si trasformò nella strategia del sindacato allora unitario, per quanto non venne contrastata. Piuttosto fu risucchiata dal tran tran contrattuale e poi travolta dalla grande depressione sindacale successiva alla sconfitta subita nell 80 ad opera della Fiat di Cesare Romiti. L occasione, dunque, all epoca fu persa. «Eppure ora potrebbe riproporsi», sostiene Chiara Saraceno, sociologa della famiglia. La chance della crisi, allora. «Per cambiare il nostro modello». Per distribuire diversamente il tempo quotidiano, senza essere più stretti tra il lavoro e il consumo, o il consumismo. «Facendo dice ancora Saraceno quel che si fa in tutte le famiglie in tempo di crisi: si va meno in tintoria e si lava più in casa, si ricorre meno alla baby sitter, si fa, insomma, economia di manutenzione». Vero. Però l esperienza empirica francese non va proprio, o esclusivamente, in quella direzione. Non solo perché come dimostra Francis Kramaz nel libro Working hours and job sharing in the Eu e Usa, scritto insieme a Tito Boeri e Michael Burda con la riduzione dell orario di lavoro in Francia si sono persi posti di lavoro anziché aumentarli, ma anche perché ha accentuato le differenze di ruolo tra uomini e donne. Queste ultime si raccontavano «stressate e affaticate» in un inchiesta del sindacato pubblicata da Le Parisien. In sostanza, nonostante il meno tempo perso sul traffico e un inferiore permanenza al lavoro, sulle donne ricadeva ancora di più il peso delle faccende domestiche. Lavorare meno significherebbe banalmente andare meno volte al lavoro. «E la questione trasporti è notevolissima», osserva Accornero. «È la prima ragione per cui i lavoratori accettano una concentrazione del lavoro in alcuni giorni soltanto anziché ridurre le ore giornaliere. È evidente come sia poco pratico andare al lavoro tutti i giorni rimanendoci sempre meno». Poi cresce il tempo libero. «Perché, nel caso di una settimana lavorativa di quattro giorni, nei restanti tre si possono fare ben più cose che in un weekend». Scriveva, e non senza qualche azzardo, più di dieci anni fa, il sociologo Domenico De Masi: «La società post-industriale concede una nuova libertà: dopo il corpo, libera l anima». Il tempo libero, quindi, o quello se si vuole liberato dal lavoro, da un overtime in ufficio non sempre produttivo. Per ritrovare secondo Saraceno anche un rinnovato senso della comunità impegnandosi nel volontariato scolastico, nella tutela dell ambiente urbano, nella manutenzione di base delle strade cittadine. Lontani forse da quell idea di ozio creativo teorizzato qualche tempo fa, e più orientati verso una forma inedita di sussidiarietà su vasta scala. L idea di ridurre l orario per aumentare il numero degli occupati ha sempre fatto storcere il naso agli economisti. L errore, per i cultori della scienza triste, sta nell assunto che il lavoro sia quantitativamente dato una volta per tutte e quindi possa poi essere distribuito. E invece nella dinamica dei mercati giocano anche altri fattori, tra tutti quello dell innovazione tecnologica che restringe gli spazi per la manodopera ma finisce anche per creare nuove opportunità di im-

5 DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 PIERRE CARNITI In periodo di austerità sul finire degli anni Settanta, il leader della Cisl Pierre Carniti inventò lo slogan lavorare meno, lavorare tutti per combattere la disoccupazione piego. «È ampiamente dimostrato nella letteratura sostiene Tito Boeri, professore alla Bocconi che lavorare meno non vuole dire lavorare tutti. Ogni volta che si è stabilito per legge una riduzione obbligatoria dell orario di lavoro, non solo si sono distrutte le ore, ma anche i posti di lavoro. L unica strada che si può percorrere è quella della contrattazione aziendale, caso per caso, in base alle esigenze specifiche di datori di lavoro e lavoratori». ANGELA MERKEL Il governo tedesco per frenare l ondata di licenziamenti ha scelto di incentivare con aiuti statali le riduzioni d orario Aziende come la Bmw e la Daimler le hanno già applicate In un fitto carteggio del gennaio 1933 ne parlano ampiamente Giovanni Agnelli e Luigi Einaudi, allora entrambi senatori. Il primo sorprendentemente per un industriale si domanda se per affrontare la disoccupazione di massa di quegli anni arrivata al picco di 25 milioni di senza lavoro, anche per la progressiva meccanizzazione dei processi produttivi, non possa essere efficace una «riduzione generale uniforme delle ore di lavoro». Einaudi, futuro Governatore LE IMMAGINI Le immagini che illustrano queste pagine sono tratte dal libro Otto Neurath- The Language of the Global Polis di Nader Vossoughian, edito da NAi Publishers, Rotterdam NICOLAS SARKOZY Sul taglio d orario Sarkozy ha una visione opposta: Le trentacinque ore sono l unica invenzione francese per cui non serve il brevetto: finora nessuno l ha copiata della Banca d Italia e poi Capo dello Stato, replica che no, quel dubbio non ha fondamento. E spiega: «La disoccupazione tecnica non è una malattia; è una febbre di crescenza, un frutto di vigoria e di sanità. È una malattia, della quale non occorre che i medici si preoccupino gran fatto, ché essa si cura da sé». Perché, appunto, nella concezione liberale è il mercato che ha in sé la terapia per riequilibrare il lavoro. Eppure dagli anni Trenta a oggi la questione, anche in Italia, è rimasta sostanzialmente la stessa. Certo nel nuovo Millennio appare difficile trovare un imprenditore che possa ragionare nei termini del senatore Agnelli, ma è invece interessante notare che il tabù dell orario sia stato timidamente rotto nella comunità degli economisti. Fiorella Kostoris è la studiosa che involontariamente suggerì nel 2004 all allora premier Silvio Berlusconi di abolire un po di ferie per far lavorare di più gli italiani e accrescere la produttività. Ma ora il protagonista è le tempesta perfetta della crisi finanziaria. Così in un articolo sul Sole 24 Oreha scritto a fine gennaio che sì, l orario di lavoro è una delle leve su cui agire per difendere il lavoro. Ragiona sul caso tedesco ma per analogia la sua analisi sembra estensibile all Italia. «Si è di fronte sostiene Kostoris ad uno shock negativo reale, sistemico, da domanda, che fa emergere un eccesso di offerta nelle aziende, non compensabile con vendite all estero a causa della generalità della crisi; in passato invece la domanda interna e internazionale tiravano e la minaccia per l occupazione tedesca veniva dalla eventuale sua sostituzione con lavoratori meno pagati. Di fronte all eccesso attuale di offerta, la soluzione migliore sarebbe espandere con larghe detassazioni e con spese sociali i redditi dei lavoratori, dei consumatori e dei risparmiatori, nonché procedere a maggiori acquisti pubblici di prodotti privati. Poiché i limiti e i vincoli di finanza pubblica non lo consentono conclude Kostoris, al fine di colmare il divario fra offerta e domanda, si permette alle imprese di contrarre la produzione, diminuendo l impiego di personale e contemporaneamente si riduce il consumo meno che proporzionalmente, in quanto il reddito dei parzialmente occupati è sostenuto dai sussidi pubblici». Insomma si riduca l orario per garantire ai lavoratori il lavoro e un reddito che possa sostenere un po la domanda. In attesa di tempi migliori, però. Sia chiaro. Se una conquista diventa un ripiego LUCIANO GALLINO D a oltre un secolo l idea di lavorare meno ore al giorno e alla settimana è stata avanzata più volte per scopi pressoché opposti. Il primo, storicamente, fu quello di migliorare la qualità della vita di operai e operaie. Ridurre la fatica della giornata lavorativa, avere più tempo per la cura dei bambini, godere di uno o due giorni pieni in cui poter fare altro, estendere a un maggior numero di compagni i vantaggi di un occupazione corredata di diritti e salari decenti. A questo miravano i grandi scioperi per rivendicare la giornata di otto ore a parità di salario che il movimento operaio effettuò nell Ottocento. Tra i quali si festeggia ancora ai giorni nostri quello nazionale svoltosi negli Stati Uniti il primo maggio 1886, con il suo tragico seguito di manifestanti giustiziati l anno dopo in forza di un processo infame. Tuttavia non fu soltanto il movimento operaio a prefiggersi lo scopo di lavorare meno per stare meglio. Nel 1914 Henry Ford ridusse la giornata lavorativa nei propri stabilimenti da dieci ore a otto e raddoppiò il salario degli operai rispetto alla media dell industria: 5 dollari al giorno in luogo di 2,50. Nel 1926 ridusse la settimana lavorativa da sei a cinque giorni, mantenendo ferma la paga precedente. Non era solo un esercizio di quella che oggi si chiamerebbe la responsabilità sociale di impresa. Mediante le riduzioni d orario unite all aumento dei salari, Ford intendeva certo contrastare l influenza dei sindacati; ma lo faceva anche perché sapeva che operai più riposati e meglio pagati avrebbero fatto un lavoro migliore, e soprattutto avrebbero potuto comprare le automobili che essi stessi producevano. Nei decenni successivi la tendenza verso orari più corti a fronte di salari crescenti parve destinata a rafforzarsi in tutti i paesi industriali. Gli anni Trenta videro gli operai lottare là dove una dittatura non lo impediva per la settimana di trentacinque ore. In Usa il partito repubblicano promise agli operai per bocca di Nixon, nel 1956, che avrebbe ridotto a trentadue ore l orario settimanale. In Italia come in Germania le quarantotto ore del 1950 erano scese a meno di trentanove alla metà degli anni Novanta, mentre il salario reale era cresciuto. In Francia uno studio del 1965 prevedeva che entro vent anni la settimana lavorativa sarebbe scesa a ventidue ore, e a quattordici nei primi anni del Duemila, sempre a parità di salario. Di fatto l orario legale non toccò tali limiti, però scese quanto meno a trentacinque ore nel 1998 con il governo Jospin; creando, pur tra molti problemi, almeno 350mila posti di lavoro. Poi le imprese cominciarono a parlare di crisi, e lo scopo di lavorare meno cambiò faccia: in luogo d una miglior qualità della vita per la massa dei lavoratori, si mise in primo piano la necessità di contenerne il peggioramento dinanzi alle pressioni dell economia globalizzata. Erano ormai disponibili nel mondo centinaia di milioni di individui per i quali la settimana di quarantotto ore e i salari di sussistenza contro i quali si erano battuti gli operai europei del 1950 rappresentavano un progresso straordinario. Le nostre imprese si affrettarono a offrirglielo aprendo nei loro paesi migliaia di società sussidiarie. Ai dipendenti si cominciò quindi a proporre di lavorare meno, non più a parità di salario bensì a salario ridotto. Ciò avrebbe evitato dolorose misure di licenziamento. Il primo grande contratto che prevedeva di ridurre a trenta ore l orario settimanale, con annessa una decurtazione del salario un po meno che proporzionale, fu firmato dal sindacato tedesco dei metalmeccanici nel 1994: furono così risparmiati, si disse, 50mila licenziamenti. Seguirono vari altri contratti del genere. Oggi di crisi si parla come non mai, ma la posta in gioco rimane la stessa. È scontato che, dinanzi all alternativa tra lavorare e guadagnare di meno per evitare il licenziamento di migliaia di loro simili ed il continuare con l orario e il salario di sempre sperando di non essere toccati a propria volta dal licenziamento, la gran maggioranza dei lavoratori dipendenti sia orientata a scegliere la prima soluzione. Lo confermano recenti sondaggi. Tutto sta a vedere se la soluzione prospettata guadagnare meno per continuare a lavorare tutti si rivelerà effettivamente temporanea, oppure se non sarà l inizio di un piano inclinato in fondo al quale la riduzione dei salari reali sarà definitiva. La globalizzazione è stata ed è essenzialmente un complesso di politiche del lavoro rivolte al medesimo tempo a spostare il lavoro nei paesi dove gli orari e i salari non sono in realtà tutelati da nessuno, e a ridurre le tutele là dove esse avevano raggiunto negli anni Settanta-Ottanta il massimo livello. Nello sfondo di ogni discorso sulla crisi dell economia reale, sono queste le politiche che continuano ad operare, per quanto siano ornate da dotte analisi sulla necessità di modernizzare il sindacato, i contratti, il mercato del lavoro.

6 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 CULTURA* Un convegno e una mostra di memorabilia del più grande collezionista sul tema. Così in Liguria ci si prepara a festeggiare il centenario della morte del grande scrittore belga. Tra cinema, incontri e una figura che non si può ridurre al padre del suo commissario più famoso Viaggio intorno a Simenon I suoi eroi, al bivio tra noia e tragedia GABRIELE ROMAGNOLI Atutti quelli che hanno letto sempre e soltanto i romanzi di Simenon con il commissario Maigret perché amano la serialità: non sapete che cosa vi siete persi. E, soprattutto, non avete capito: anche l altro Simenon è seriale, ha lo stesso protagonista, lo stesso ambiente, la stessa dinamica. Romanzo dopo romanzo Simenon ci racconta storie di «uomini che guardavano passare i treni». È tale il più esemplare di loro, Kees Popinga da Groningen, un uomo di quarant anni con casa, moglie, figlia, «una stufa del modello più perfezionato, una scatola di sigari sul caminetto e un eccellente apparecchio radio da quasi quattromila franchi». È un uomo dalla vita inscritta in un cerchio dove le passioni sono state barattate con le certezze, i rischi con le abitudini e l unico atto fuori dall ordinario è osservare la rotaia che tutto contiene e i treni che vi passano sopra per andare lontano. In un altra vita, in un altra storia, fa «l orologiaio di Everton» (Saint-Paul nella versione cinematografica), che «si limitava a vivere senza fretta, senza problemi, senza esserne neppure appieno cosciente, ore così uguali l una all altra da indurlo quasi a credere di averle già vissute». O «il libraio di Archangelsk» e per anni mangia al ristorante italiano di Pepito, dove nulla mai cambia, facendolo diventare una seconda casa. In questa routine si muovono tutti i piccoli uomini di Simenon. Piccoli perfino quando sono (stati) grandi, come «il presidente», l ex primo ministro a riposo, che non a caso esordisce «appoggiato allo schienale pressoché dritto della vecchia poltrona Luigi Filippo, di pelle nera ormai logora che per quarant anni lo aveva seguito da un ministero all altro». Sono prigionieri, sconfitti o arresi senza aver mai combattuto, non stanno aspettando niente. Intorno a loro c è uno scenario fatto di poche costanti claustrofobiche. Il più delle volte piove, in un modo che non sembra poter avere fine. Pagine intrise. «Pioggia nera» è perfino il titolo di una storia, tra le più cupe. Ma I fantasmi del cappellaio si apre così: «Era il 3 dicembre, e continuava a piovere». Poi continua: «E dal 13 novembre pioveva». Quanto a La casa sul canale è un vero ricettacolo di umidità: «L oscurità era impregnata di pioggia gelida, anche lo scompartimento di terza classe era bagnato, bagnato il pavimento sotto le scarpe infangate, bagnate le pareti coperte di un vapore vischioso, e bagnati i finestrini, dentro e fuori». Il personaggio, meglio sarebbe dire l ostaggio, nelle sue molteplici incarnazioni è segregato dalla meteorologia e da un altra forma di oppressione: quella del clan. Il clan lo attornia, lo opprime, lo annulla. È un cerchio che si stringe. Molto spesso a rappresentarlo è la famiglia: originaria, come quella dei Mahé («A casa aveva ritrovato i pesanti pantaloni di velluto a coste e anche il suo cognome, Mahé, scritto sulla porta di quindici o venti case del paese»), oppure acquisita, entrandoci attraverso la portatrappola del matrimonio, come accade con i Pitard («Che cosa aveva in comune lui con quella famiglia? Aveva sorriso a una ragazza che mangiava pasticcini ascoltando la musica e si era ritrovato con una suocera, un cognato, una cognata e un nipote malaticcio»). Altrove è invece un ordine costituito, come il Sindacato dei notabili che governa La Rochelle fino all arrivo del Viaggiatore del giorno dei mortio, a tutt altra latitudine, la cricca degli espatriati europei, bianchi, mediocri e cinici che spadroneggia a Libreville, in Gabon, prima del Colpo di luna e di testa dell ultimo arrivato. Questo ordine delle cose sembra immutabile, la routine infrangibile, la pioggia incessante, il clan invincibile, finché succede qualcosa. Un piccolo grande evento per un piccolo grande uomo. Lo dichiara lo stesso Simenon nelle prime righe di La verità su Bebé Donge: «Accade, talvolta, che un microscopico moscerino increspi la superficie di una pozzanghera più della caduta di un enorme sasso». Basta davvero poco: al dottor Mahé la vista di una ragazzina vestita di rosso (che «non era una donna, e neppure un corpo», ma «la negazione di tutto quello che era stata la sua vita»); al piccolo libraio di Archangelsk la scia dell odore delle ascelle di Gina Palestri un giorno d estate in cui entra nel suo negozio; al viaggiatore del giorno dei morti «un impalpabile pulviscolo dorato» che danza in un raggio di sole mentre la zia Colette sta finendo di vestirsi. E la svolta si compie, nulla è più come prima, perché nulla era mai stato così come lo si credeva. Nessuno era quel che era, conteneva in sé il germe della rivolta, la miccia dell esplosione, la via di fuga. Talvolta un olezzo o una visione non bastano, occorrono il crimine di un figlio (come all orologiaio) o la bancarotta del padrone (come a Popinga) perché la catena si spezzi e l ostaggio delle convenzioni, della pioggia e dei clan si liberi e ammetta: «Per quarant anni ho guardato la vita come quel poverello che, col naso appiccicato alla vetrina del pasticciere, guarda gli altri mangiare dolci». Dopodiché, entra nel negozio e si ingozza fino a morire. Questo è il bivio senza uscite a cui Simenon conduce il suo personaggio seriale, il piccolo grande uomo che non era Maigret: avvizzire nella vita segnata, o scartare di lato e abbracciare la rovina, spesso la morte. Con iniziale entusiasmo e terminale consapevolezza i più scelgono la seconda strada e svelano a se stessi «il segreto degli uomini» come lo definisce l orologiaio. È un segreto mal custodito da generazioni, che Simenon espone e nobilita: è la vocazione gloriosa all autodistruzione, la realizzazione di sé attraverso un male così purificato da trasformarsi in bene rovesciando ogni morale, l accettazione del nulla come legge e del tutto come conseguenza. Giacché, per dirla con l immortale Popinga: «Non c è una verità, ne conviene?».

7 DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 Maigret, profeta slow food GIANNI MURA LA RASSEGNA A vent anni dalla scomparsa di Georges Simenon, Fantastiche Terre di Portofino gli dedica una serie di eventi tra febbraio e aprile Il cuore della rassegna, promossa dal sistema turistico locale Terre di Portofino, saranno le mostre allestite attingendo in gran parte alla collezione di Romolo Ansaldi. L esposizione dei materiali (volumi in prima edizione, fotografie d epoca, locandine) sarà a Villa San Giacomo e a Villa Nido nel Parco di Villa Durazzo a Santa Margherita Ligure. Altre manifestazioni a Rapallo L evento sarà inaugurato da un convegno internazionale di studi simenoniani il 14 febbraio di cui qui anticipiamo due relazioni Info: PIPA E CAPPELLO Nell altra pagina, Georges Simenon in un immagine classica: cappotto, cappello e pipa; sotto due lettere inedite: consigli sulla letteratura e questioni sui diritti d autore Il materiale di queste pagine è tratto dalla collezione privata di Romolo Ansaldi L a fortunadi Maigret è che Simenon lo fa nascere quando a Parigi non c è ancora la Tour Eiffel e lo manda in pensione (a Meung-sur-Loire) nel Di lui sappiamo che è nato e cresciuto in campagna, nell Allier (oggi famoso per le barriques, di cui non si trova traccia nelle storie di Maigret). È un auvergnat sentimentalmente e gastricamente legato a piatti di terra, pur non disdegnando il pesce d acqua dolce (la frittura di ghiozzi) né il mare (sogliola à la dieppoise, cappesante e, quando se la può permettere, aragosta). Nel 78, cioè sei anni dopo l ultima avventura (Maigret et monsieur Charles), Simenon scrive del suo commissario, in verità suo alter ego: «Maigret è un piccolo borghese molto onesto. Ama mangiare ed è forse l unico piacere che si concede, come i poveri. Non va quasi mai al cinema, non vede la tv, non ha l automobile, non sa guidare». È vero che Maigret ama mangiare e non si preoccupa della linea. Se sta interrogando un sospetto con la prospettiva di farlo confessare, fa arrivare panini e birre dalla Brasserie Dauphine, altrimenti prende quello che la cosmopolita Parigi gli offre, ma raramente cede a cucine straniere (giusto una paella, una pizza, una scaloppina alla fiorentina). Parigi non è la città di Maigret, che ci arriva da orfano, a vent anni, e nemmeno con la prospettiva di entrare in polizia. Fa il commesso in un negozio di passamanerie di rue des Victoires quando un vicino di pianerottolo, l agente Jacquemain, lo convince a scegliere la divisa, e Maigret partirà dal gradino più basso per un flic: da un commissariato periferico, in bici, portando messaggi. Parigi, coi suoi riti, miserie e grandezze, diventa la sua città, è obbligato a conoscerla, dai ministeri (che non ama) alle topaie (che cerca di capire, ma senza fare sconti). Nemmeno madame Maigret, Louise, è parigina. È alsaziana di Colmar, una sorella le manda il liquore di prugne (qualche goccia nel coq au vin è il suo tocco segreto). Vivono protetti, se non proprio in difesa, al 132 di boulevard Richard-Lenoir. Lei quasi sempre in casa, salvo uscire a fare la spesa per lui. E quando a pranzo c è un piatto di quelli prediletti da Maigret, garantito che non può goderselo. Motivi di lavoro. Spesso lui torna che lei è già a letto. Salendo al terzo piano si slaccia la cravatta e infilando la chiave nella toppa ripete la brevissima, rassicurante formula: «C est moi». Le uscite mondane si riducono a un quindicinale scambio d inviti con la famiglia del dottor Pardon (che è anche il medico curante di Maigret). Abita nello stesso boulevard, ha gli stessi gusti di Maigret. Dopo cena gli uomini si ritirano in un salottino a fumare e a sorseggiare un liquore o un distillato mentre le mogli restano a parlare fra loro e a scambiarsi ricette. Dal dottor Pardon Maigret va volentieri, mentre si sente intimorito, vagamente a disagio, quando lo invita il dottor Paul. Uno famoso, ha fatto l autopsia a Jules Bonnot, l anarchico che fece da autista a Conan Doyle e fu ucciso dalla polizia nel PRIME EDIZIONI A sinistra, copertine di prime edizioni dei romanzi di Georges Simenon: M. Gallet décédé del 1931; Pietr le Letton del 1931 e Mon Ami del 1949 IN FAMIGLIA La foto grande è un immagine inedita di Simenon con la seconda moglie Denyse Oiumet e i figli nel 1955; sopra, Simenon nella sua villa di Epalinges nel 1964 (foto Panicucci) Uno famoso va nei posti famosi, come Lapérouse (quai des Grands Augustins), ma quel lusso ovattato non piace al campagnolo Maigret. A Maigret piacciono posti più popolari, i bistrots che noi chiameremmo trattorie, oppure osterie con cucina. Quelle di una volta (appunto), con una donna ai fornelli (moglie, amante, figlia, sorella, cognata, zia) e un uomo in sala, ad illustrare a voce i piatti del giorno, se già non erano stati scritti su una lavagnetta. Anche il vino sfuso era fornito da qualche parente. In quei posti, con calma, il commissario si consegnava al piacere del cibo. Con calma, lentamente: è facile immaginare Maigret «slow food», non solo perché il fast food doveva ancora essere codificato ma soprattutto per una questione di pelle, di sensibilità. Oltre al fumo e al sudore, in quelle stanze affollate di varia umanità, il suo naso percepiva gli odori dominanti (burro uguale nord, aglio uguale sud) ma anche quelli che venivano da un localuccio pomposamente chiamato cucina. Le andouillettes alla griglia, il fricandeau all acetosella, il coniglio in umido, le trippe à la mode de Caen. Nei suoi esordi parigini, Simenon se ne serviva da Pharamond, alle Halles, e trovava il gusto «eccessivo». I gusti di Maigret sono evidentemente modellati sui gusti di Simenon, cresciuto in Belgio con un padre vallone che mangiava principalmente bistecche stracotte e patate fritte e una madre fiamminga che amava le cotture lunghe e i dolci. «Maigret stava per mangiare il dessert quando si accorse del modo in cui sua moglie lo osservava, con un sorriso un po canzonatorio e materno sulle labbra. Fece finta di non notarlo, tuffò il naso nel piatto, trangugiando qualche cucchiaiata di uova al latte prima di alzare gli occhi». Il brano, tratto da Maigret e il corpo senza testa, rappresenta un Maigret in cui sono stati riversati i ricordi di Simenon. La fortuna di Maigret sta nel non aver conosciuto splendori e limiti della nouvelle cuisine. Quasi impossibile pensarlo alla prese con uno dei mille ikebana della Nc (uno col suo appetito, tra l altro, e il suo fisico) oppure, ai tempi attuali, con un salmone marinato all aneto, creato dai Troigros ma presente ovunque, dalla Lorena al Roussillon, o con i méli-mélo, i duo, i voyages autour de. Simenon aveva viaggiato tantissimo e, per esempio, mangiato aringhe crude (maatjes) in Olanda e pesce marinato nel latte di cocco a Tahiti. Ma nelle migliaia e migliaia di pagine sulle sue inchieste, Maigret non mangia mai nulla che non sia cotto a puntino, con l eccezione delle bistecche alte due dita (con le solite patatine fritte). Maigret è onnivoro perché mangia la choucroute dell est come l aioli e la bouillabaisse del sud, il cassoulet del sudovest, con preferenze per quello di Tolosa. Bere, uguale, a seconda di come gli gira e di quello che mangia: Muscadet di Sèvre et Maine o rosso forte di Cahors, Borgogna come Médoc, ma anche birra, anche sidro. Maigret mangia quello che vuole, non quello che capita. Si adatta. Se ha in mente uno spezzatino coi piselli e gli propongono gigot d agneau, va bene lo stesso. Quello che conta è che siano piatti semplici e serviti con semplicità. Tra le pagine si scopre una passione che privilegia le frattaglie: animelle, trippe, fegato e in particolare le andouillettes. Si tratta di salsicce composte da tratti d intestino e stomaco del maiale, in genere servite con una salsa alla senape o grigliate. Due località si disputano l appellativo di patria dell andouillette: Troyes, nell Aube, dove si fa risalire l invenzione all anno 878, per l incoronazione a re di Francia di Luigi II detto il Balbuziente, e Vire, in Normandia, dove il disciplinare prevede l affumicatura delle trippe con legno di faggio. Capisco che una salsiccia di trippe di maiale possa non rappresentare il massimo, ma si tratta di uno dei piatti che si servono non solo nei bistrots ma in tutti gli autogrill di Francia. Lo dico per il morale della trippa e perché Maigret nasce da un contrasto. Il cognome è quasi identico a una specialità (magret de canard) e Maigret significa magrolino. Invece il commissario è massiccio, anche se non grasso, facciamo 110 chili per 1.80 di statura. In tempi di sushi e sashimi non si sa perché imperanti e per conto degli amanti del quinto quarto, lasciatemi chiudere dicendo che a tavola Maigret è vivo e lotta insieme a noi.

8 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 SPETTACOLI Nei primi anni del nostro dopoguerra, la gente scopriva tra un film e l altro la magia della réclame. Le diapositive che anticipano Carosello raccontano una fase della modernizzazione del Paese in cui il tempo scorreva lento. Quando si beveva vermouth e le lotterie regalavano Fiat 600. Ora un libro raccoglie la storia e le immagini di quel mondo ingenuo EDMONDO BERSELLI Nell epoca delle multisale e del Blu-Ray non è facile immaginare le due ore che si passavano al cinema mezzo secolo fa. Le poltrone parcamente coperte di velluto rosso, l architettura subito riconoscibile delle grandi sale, le linee geometriche del soffitto spezzate per evitare gli echi, il fumo che si illuminava nel cono del proiettore. E naturalmente gli intervalli fra il primo e il secondo tempo (e qualche volta, in certi drammoni o in certi interminabili peplum, anche fra il secondo il terzo). Per i ragazzi di allora, l intervallo era una durata carica di tensione e di impazienza, forse ancor più che l attesa dell orario d inizio del film, preceduto dal canonico spegnersi delle luci. Erano atmosfere da Nuovo cinema Paradiso, uguali nelle città e in provincia. Al massimo mutavano le sale, il prestigio degli arredi, i film in prima o in seconda visione, la qualità della proiezione e della pellicola. A moderare l impazienza, nei due o tre minuti di interruzione, o nello spazio fra uno spettacolo e l altro, c era solo la pubblicità. Immagini che generalmente scivolavano via nell indifferenza, ma che si ripresentavano ogni volta nella stessa successione, fino a divenire un accompagnamento prevedibile dell attesa. A guardarle oggi, nel bel libro La pubblicità al cinema negli anni Cinquanta pubblicato da Sellerio, si ha la sensazione di un archeologia della promozione pubbli- ci- taria. Erano diapositive di vetro che raccontavano il mondo che precede l industria. Nel guardarle oggi sembra di rivedere una fase della modernizzazione italiana in cui il tempo scorre ancora lento, e il passato convive senza troppi conflitti con il presente. Oltretutto, con queste immagini siamo in Sicilia, e nel suo saggio introduttivo (I sogni figurati) l antropologo Antonino Buttitta coglie con nitidezza il passaggio che l isola vive in quel decennio: dopo la nascita della Regione a statuto speciale, nel 1947, la Sicilia e in particolare il capoluogo sperimentano vistosi cambiamenti demografici: «La permanenza a Paler- L archeo-spot dell Italia del boom PuBB ic i T mo degli appartenenti al ceto politico proveniente dalle province dell Isola divenne di fatto una necessità», con quel che segue, famiglie che si spostano, parenti, galoppini, clienti che si inurbano. Tutto questo mentre il boom dell istruzione obbligatoria porta nelle città gli insegnanti elementari provenienti dal retroterra. Insomma, fra politica, scuola, burocrazia, un pubblico diverso. Così, la pubblicità al cinema inaugura una multimedialità certo ancora molto «rozza», come annota in prefazione Alberto Abruzzese, ma che ha individuato con precisione il suo target. Ovvero un pubblico legato alla tradizione, eppure già disposto a correre qualche avventura. A cui si rivolgono i produttori e gli esercizi del luogo, ma anche quelle imprese nazionali che hanno inventato un format in grado di unire il nazionale e il locale, realizzando campagne di portata italiana e però personalizzabili dagli esercenti e Maurice Wegnez L al à Clonazioni L individuo, le cellule e i geni Le bistecche sulle nostre tavole potrebbero presto provenire da cloni di mucca? Le mele transgeniche sono rischiose per la nostra salute? Ma soprattutto, che cos è un clone? Un li bro per far chiarezza su un tema dibattuto e complesso. dai concessionari di ogni regione. Così può indurre a qualche domanda sull efficacia delle campagne pubblicitarie, e magari sulle loro implicazioni subliminali, l immagine proposta dalla Gilera, in cui una ragazza bendata, con un accenno malandrino di coscia in bella vista, gli abiti coloratissimi e i tacchi come si deve, si accinge a provare il modello 125, mentre il partner le sta dietro, stringendole i fianchi. Il messaggio è quello di una disponibilità comportamentale da accettare «ad occhi chiusi», come recita un embrione di slogan, senza nascondere un contenuto potenzialmente erotico, e quindi emancipato, moderno : chissà quali vantaggi ne avrà tratto la concessionaria Tartamella di Trapani, in quegli anni che si immaginano chiusi, neri, ostili a ogni idea di liberazione femminile. Eppure, basta gettare l occhio sul manifesto della sedicesima edizione della Fiera «campionaria internazionale» di Messina, tenutasi nell agosto del 1955, per registrare proprio l irruzione della modernità, dato che il «Gran Premio Affluenza» mette in palio «8 Fiat 600» e «7 motoscooters». Quindi non può stupire che la réclame del L Ora di Palermo, «da oltre mezzo secolo al servizio dei siciliani», renda esplicita proprio questa caratteristica: «Leggete il giornale più moderno dell Isola». Ed è particolarmente suggestiva, nella sua semplicità, la diapositiva in cui l azienda «Torino Televisione, sede di Palermo» invita i costruttori a dotare gli appartamenti dell antenna e dei cavi della tv. Mancava poco e la Rai avrebbe mandato in onda il teatrino di Carosello, che avrebbe insegnato all Italia del boom a consumare, e alle aziende a comunicare i nuovi prodotti. Ma evidentemente il nuovo poteva ancora affiancare l antico, l acquisto dei libri a rate (ma anche dei vestiti) accanto alle moderne bombole di Pibigas; il successo degli scooter Vespa e Lam- cinema Cameron M. Smith - Charles Sullivan I falsi miti dell evoluzione Top ten degli errori più comuni In occasione del bicentenario della nascita di Darwin, un volume chiaro e documentato che ci aiuta a comprendere gli errori che si nascondono dietro le più diffuse credenze sull evoluzione.

9 DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA ENZO SELLERIO EDITORE IL LIBRO Si intitola La pubblicità al cinema negli anni 50 (Sellerio, 128 pagine, 35 euro) È una raccolta delle cosiddette réclame, le diapositive pubblicitarie che venivano trasmesse al cinema prima e dopo il film negli anni che precedono il boom economico, quando le tecniche di marketing erano agli albori Il volume, che sarà in libreria il 12 febbraio, è realizzato in collaborazione con lo Iulm e comprende due testi di Antonino Buttitta e del sociologo Alberto Abruzzese bretta, presentati anche come possibili «risciò» insieme agli slogan che riproducevano il parlato di allora: «una cannonata!», esclama il meccanico che consiglia la F. B Mondial. Quanto ai consumi e ai servizi, siamo alla preistoria. Si beve anice, «dissetante digestivo» e marsala, vermouth, moscato nonché marsala all uovo. Nonostante l impegno dei vini da pasto Selinunte, con le ormai dimenticate bottiglie a fiasco, e di Duchessa, «il vino che piace», e che non dovrebbe mancare mai «nella vostra mensa», non sembra esserci sintomo della brillante evoluzione vinicola isolana. A sua volta, con una combinazione che oggi fa sorridere, la pasticceria è «svizzera e siciliana». Ciò nonostante, da qualche varco si profila l arrivo dalla Germania della «nobile birra» Pils, «la più rara», «imbottigliata all origine» e presentata da una sommaria ragazzotta dalle guance molto rosse con un vistoso costume di ascendenza tedesca (ma in un accesso di internazionalità si potrà trovare anche la pregiata Falcon, birra di Amsterdam). Gli slogan, come si è accennato, sono sommari. «Su ogni tavola», intimano gli spaghetti del Molino e Pastificio Tomasello e Figli. «Esigetelo!!» è l imperativo del burro Zancle, «freschissimo di pura panna» e «vitaminizzato». «Fa la barba da sé» promette la lametta Monopol («Esclusivamente presso le rivendite di generi di monopolio»). Si ha quasi la sensazione che intorno alla provincia stia cominciando a premere un mondo altro, che più tardi diventerà l estero, il Mercato comune, e infine l economia globale, preannunciata dal Bucato al Perborato che «è un prodotto Spic» e da Milo, alimento energetico-fortificante-vitaminico, «una tazza di salute» della Nestlé. Le prime fessure nel protezionismo forse si aprono allora, tra una folla di lavasecco, di tintorie, maglierie, modisterie, drapperie, «settimane del ribasso al mercato centra- le», lucidi da scarpe, Sapone Supersgrassato per Toeletta Pinolivo, apparecchi radiofonici molto vintage delle ditte Kosmoradio e Rao, offerte ferroviarie («Preferite i negozi che donano Buoni Km. Ferroviari Orbis, viaggerete gratis»). In ogni caso, se si guarda con più attenzione agli stili di vita suggeriti dalla pubblicità locale, ci si accorge facilmente di abitudini forse meno provinciali del previsto. C è qualche locale notturno dove si balla fra orchestre e smoking, qualche parrucchiere che nella giungla di permanenti e tinture e «acconciature artistiche» non dissimula un tratto di ricercatezza promettendo «haute coiffure» e perfino «ondulazione ad aria» oltre a qualche bella pettinatura a banana, mentre non manca la pubblicità di «una buona macchina fotografica ed un buon libro» della Fotolibreria Villarosa, che presenta una scena da vacanza borghese al mare, con lui dietro l obiettivo e lei in costume intero e grande cappello. E anche la pubblicità seduttiva rivolta a «aspiranti attori-attrici del Cinema», che invita a inviare «il vostro indirizzo» al Centro Internazionale Cinematografico di Messina. Esisteva già la Maico, con i suoi apparecchi contro la sordità, che appaiono enormi rispetto a quelli miniaturizzati di oggi; c era la Necchi con le sue macchine da cucire testimonializzate da un estatica Lea Padovani, attrice famosa, che le contempla a mani giunte. Tuttavia, per un ultimo tocco di nostalgia, bisognerebbe ricordare che spesso, durante l intervallo, la proiezione delle diapositive pubblicitarie veniva accompagnata da una canzone di successo. E quindi non poteva mancare l immagine che annuncia «Avete ascoltato un disco Cetra», con la figura stilizzata di una tamburina: dopo avere visto le immagini sembra quasi di risentire il suono di quell epoca, quando l Italia era ancora consumisticamente così ingenua. INTERVALLO Le immagini di queste pagine, tratte dal libro La pubblicità al cinema negli anni 50, sono alcuni esempi di diapositive che venivano proiettate in sala Tra le altre, la pubblicità della Gilera e delle lavanderie espresso, primi segnali di un Italia avviata verso il boom

10 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 l immagine Tesori Vanno all asta a Parigi i capolavori accumulati da Saint Laurent in una vita di spese inimmaginabili. Picasso, Degas, Brancusi, Géricault. Ricordi di anni in cui lo stilista era il più grande, il più imitato, il più ricco di tutti Prima della depressione e dell esilio nel suo regno dorato Si può vivere serenamente, piacevolmente, in una dimora che è più solenne di un museo, più preziosa della grotta di Ali Baba, più straripante del magazzino di un antiquario sfrenatamente ingordo di tutto, più eccentrica di uno dei castelli di Ludwig di Baviera, più opulenta dei palazzi dei grandi nobili di Francia? Si può ricevere con garbato e mondano entusiasmo gli amici e le persone da stupire con la propria raffinatezza e ricchezza, in un fastoso hotel particulier abitato, se non infestato, più che da preziose invidiabili collezioni, da un accumulo eterogeneo di rari capolavori scelti per disordinato innamoramento e illimitata disponibilità finanziaria? Quando una residenza diventa fastosa al limite di una ingordigia sinistra, finisce col perdere il senso domestico della casa, diventa, in un certo senso, inabitabile per mancanza di errori, di disordine, di dimenticanze, di distrazioni, di odori, persino di polvere. Se poi ognuno dei mille capolavori che la popolano come intrusi ingombranti, è un pezzo eccezionale, che appartiene al momento alto di una carriera d autore, senza un graffio o una incrinatura, sicuramente proveniente da vedove e eredi dell artista, da residenze imperiali, da celebri collezionisti capricciosi (come il sarto belle-épo- rie teste settecentesche in bronzo di un topo e una lepre che ornavano la fontana zodiacale del palazzo d estate dell imperatore Quianlong e che, essendo state rubate dall esercito francese durante la seconda guerra dell oppio nel 1860, il governo della Cina oggi pretende, invano, in restituzione. Se parteciperà all asta, dovrà prepararsi a sborsare almeno sessanta milioni di euro per riaverle. Nel momento in cui il battitore col suo martello riuscirà a trovare un acquirente vuoi per Instruments de musique sur un guéridon di Picasso, valutato da venticinque a trenta milioni di euro, che per un Important boite a portrait de Louis XIV valutato da 200 a 300mila euro, ognuno di questi oggetti prigionieri per anni su tavolini troppo affollati, su pareti troppo zeppe, al punto che un collage di carta colorata di Matisse non aveva trovato posto se non sulla porta di una cameretta, e un pastello di Degas in un bagno tra il gabinetto e il bidet riprenderà il suo cammino, si riapproprierà della propria storia, riacquisterà la sua libertà, la sua esclusività, un rispettoso vuoto attorno a sé che gli restituisca il suo valore di opera d eccezione, in altre case, palazzi, dimore, musei, in Giappone come in Italia, in Russia come in Cina, a Dubai (da dove era arrivata la richiesta anonima di acquistare in blocco tutti i lotti) come negli Stati Uniti. L ultima collezione di re Yves NATALIA ASPESI que Jacques Doucet che buttò via il Settecento per riempirsi di Decò di cui si liberò mettendo tutto all asta nel 1977), chi mai si muoverebbe con disinvoltura tra tanta fragilità rara e insostituibile? Ma non era agli altri che pensavano Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, coppia nel lavoro e nella vita, quando finalmente nel 1972, già famosi e già al culmine del monde più aristocratico come del mondo dell alta moda e del mercato d arte, con il successo planetario di un profumo, Opium, si ritrovarono all improvviso immensamente ricchi, in grado di esaudire ogni capriccio, di fare finalmente della loro abitazione di rappresentanza il ritratto debordante delle loro passioni, l espressione al limite del morboso delle loro sensibilità e dei loro eccessi. È per questo che non si riesce a immaginare nessun temerario sbattersi con noncuranza su una delle due panchette leopardate anni Venti, firmate Gustave Miklos, valutate tra i due e i tre milioni di euro, né urtare, anche per sbaglio, una specie di grande incastro di legno dall aspetto primitivo africano, che rispondendo al titolo di Portrait de Madame L.R., risulta essere una preziosissima opera di Constantin Brancusi, valutata tra i quindici e i venti milioni di euro. Soprattutto è impensabile che tra quei tavolini zeppi di tesori di stordente eclettismo, e le antiche statue romane, e i cavalletti col nudo maschile dipinto da Géricault, e le colonne per sostenere la testa di Giano in bronzo attribuita alla scuola del Primaticcio, e tutti quegli ibridi anni Trenta adorati soprattutto dai raffinati arredatori homo, come le poltrone pazze di Eilen DÉCO E ANTICHITÀ In alto, da sinistra, un vaso déco di Jean Dunand realizzato per l Esposizione Universale del 1925; un torso di atleta romano (I-II secolo) nell appartamento parigino di rue de Babylone IL RATTO DELLE SABINE E BRANCUSI Il Ratto di una Sabina in bronzo realizzato da Fernandino Tacca nel XVII secolo; sotto, il Ritratto di Madame L.R. scolpito da Costantin Brancusi tra il 1914 e il 1917 Gray datate 1917, e le lampade a stelo firmate da Eckart Muthesius, in quel fragile labirinto trasudante gusto, denaro e malinconia un bambino potesse correre allegramente senza fare danni irreparabili. Accatastata con sapiente e implacabile grazia, di anno in anno, fino a quando la possibilità di scialare sfrenatamente si ridimensionò, una tale valanga di opere d arte subì il destino dell eccesso: che è quello di elidere la meraviglia di ciascuna meraviglia, confondendo i sempre più rari invitati di massimo rango, soprattutto mondano, e quindi adusi al Rothschild style diffuso nelle case del monde parigino, creando stanchezza, assuefazione, forse anche sgomento. Perché nell inimitabile, straordinaria palazzina del 55, Rue de Babylone, nel VII arrondissement, affacciata su un magnifico giardino agitato dalle frenetiche percussioni di Mick Jagger alloggiato di fronte, abitava la bellezza più stordente, rara e raffinata, venata da un insopprimibile languore gay: la bellezza ma non la vita, neppure quella dei suoi proprietari, Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, che uniti e poi separati ma sempre complici e vicini soprattutto nell amore per i loro capolavori, finirono con legarsi indissolubilmente con i pacs, le unioni civili consentite in Francia. Al Grand Palais di Parigi, dal 23 al 25 febbraio, i tesori della coppia saranno messi all asta da Christie s e dalla casa d aste di Bergé: dal lotto numero 1, Paysage d Italie vu par une lucarnedi Edgar Degas, valutato mila euro, all ultimo lotto, numero 733, Dejeuner chinois en porcelaine de Sèvres, 1839/1842, valutato 40-60mila euro. Ci saranno oltre alle preziosità, secondo i gusti anche bruttissime, di Rue Babylone, anche quelle di Rue Bonaparte, dove Pierre Bergé abita dal 1992 (nell appartamento dove era nato Monet) e del Chateau Gabriel in Normandia, follia onirica proustiana arredato dall amico, un tempo bello come un cherubino, Jacques Grange. Tutto verrà disperso, un pezzo alla volta, i Géricault e i Derain, i Leger e i De Chirico, i Matisse e gli Ingres, la serie di grandi specchiere dei Lalanne e le due straordina- IL BUE E IL SARCOFAGO Un vaso a forma di bue d argento e oro con il marchio della fabbrica tedesca di Hans Valentin Laminit ( ); sotto, una copertura di sarcofago antropomorfo egizio (I secolo dopo Cristo) Nei tre giorni di esposizione precedenti all asta, che sarà l evento mondano massimo in questi tempi di crisi, verranno minuziosamente ricostruiti al Grand Palais l immenso salone, la sala di musica, la biblioteca, gli ambienti in cui Saint Laurent si aggirava sempre più stordito dai farmaci e dall alcol, sempre più ansioso di solitudine, ferito dalla depressione, dopo anni di celebrità, creatività, venerazione, piacere, ma anche di vita spericolata, dissipata, in un continuo viaggio agli inferi più torbidi e oscuri. Regnava tra quelle meraviglie scintillanti un silenzio funebre, da cui a poco a poco, soprattutto dopo la vendita della Maison alla finanziaria Senofi nel 1993, con successive umiliazioni cocenti, Yves Saint Laurent si era ritirato. Prima dal lussureggiante giardino, poi dai saloni del pianterreno, rifugiandosi senza più uscirne, come il suo amatissimo Proust, in camera da letto: a destra un disegno di Picasso, a sinistra uno schizzo di Matisse, sopra la testata due crocefissi, vicino un tavolino esattamente copiato, con gli stessi oggetti, da uno visto e amato nel palazzo di una delle sue tante eccentriche muse, Marie-Laure de Noailles, signora di un mondo ormai finito, fatto di raffinatezza, nostalgie da ancient regime, distacco dalla realtà, frequentato da aristocratici, artisti, couturier, dame anziane, colte, ricchissime, e giovani omosessuali belli e creativi. Il letto a due piazze disegnato da Jean-Michel Frank, dove il grande couturier, ancora oggi il più copiato al mondo, si è spento a settantuno anni, il primo giugno 2008, sarà battuto all asta il 24 febbraio alle sei di sera, valutazione 30-50mila euro. IN POSA CON IL SUO MATISSE In alto, al centro, Yves Saint Laurent fotografato sotto Les coucous, tapis bleu et rose di Henri Matisse; a destra, il salotto con una poltrona Eileen Gray e un altro vaso Dunand

11 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 i sapori Bocconi dolci Difficile trovare un cibo più platealmente sexy, difficile tenerle fuori dalle tavole afrodisiache che la vicinissima ricorrenza di San Valentino torna a proporre LICIA GRANELLO Slurp. La goccia che scende malandrina lungo la tazza, un tondino rimasto sul fondo del polsonetto, il grumo rappreso intorno al cucchiaio di legno. Impossibile resistere: il dito scova, raccoglie, porta alla bocca, per la più infantile delle trasgressioni. Quel poco di crema sottratto al destino di avanzo da gettar via riempie di allegria, apertura di credito goloso per il dessert in arrivo. Le creme sono così: si lasciano amare da grandi e piccini, abbondanti nelle morbidissime forme che assumono all interno di tazze e tazzine, eppure mai in quantità adeguata. Impossibile lasciarla a metà, finirla controvoglia. Per quanta ne servono, l ultimo boccone si accompagna sempre a un piccolo dolore, come un senso di perdita: lo stesso che induce appunto a passare il dito là dove cucchiai e cucchiaini non possono più nulla... Certo, la parola, in sé, definisce poco. Il greco antico la associa a krinein, separare (dal latte), o alla radice kar, kra, ovvero scaldare, ardere (da cui il verbo cremare). Termini aridi, incapaci di restituire anche solo una goccia della magia di quel provvidenziale bendidio, che mangiato a cucchiaiate o delicatamente sorbito, spalmato o usato per farcire, scaldato o raffreddato, fa salire l indice glicemico in misura almeno pari a quanto migliora l umore. Le creme sono dolci, se non per definizione, sicuramente per comune sentire. Certo, la nuova cucina ha esteso il concetto a patate e carote, zucche e zucchine, facendole correre sul crinale del dolce-salato. Ma pasticciera e chantilly, zabaione e ganache sono regine senza rivali. Più che dolce o salato, a dividere è lo status termico: cotte o crude, questo è il di- L appuntamento Dal 6 al 9 marzo al Centro per l Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato Dolcemente Prato, mostra-mercato dedicata all alta pasticceria (www.dolcementeprato.it) Tema della seconda edizione, la colazione, con degustazioni guidate, itinerari dolci, laboratori dove i migliori pasticceri italiani realizzeranno torte, biscotti, creme, dessert al cucchiaio lemma. Generazioni di bambini più o meno pallidi, inappetenti, convalescenti, o semplicemente golosi, hanno goduto di colazioni e merende a base di tuorli e bianchi d uovo sbattuti con lo zucchero. Per i più grandi, la resumada (nome dialettale lombardo) prevede in aggiunta un sorso generoso di vino o caffè: unico addensante, il vigore con cui viene mossa la frusta. Anche la sua evoluzione alcolica, lo zabaione, prescinde dai farinacei. In questo caso, la maggior cremosità deriva dal calore, dosato con attenzione per evitare che l uovo si stracci. La creazione di creme dalla giusta densità riesce decisamente più facile, quando la ricetta prevede l uso di amidi farina di grano tenero, fecola, tapioca, maizena... come nel caso della pasticciera. I puristi storcono il naso perché a volte nella crema resiste un retrogusto farinoso, i protagonisti della nuova cucina contemporanea variano le ricette sostituendo le farine con gli addensanti rubati all industria alimentare, come agar agar e xantana. Ma ciò che conta davvero è la seduzione della crema. Difficile trovare un cibo più scopertamente sexy con cui inventare amorosi giochi da tavola, come testimoniano alcune sceneculto, da Sweet movie al nostrano Volere volare, dove la crema al cioccolato è il vestito che riveste la nudità delle protagoniste. Ipermoderna, invece, la crema che una breve immersione nell azoto liquido trasforma in pralina dalla sottile superficie croccante, a racchiudere un cuore scandalosamente tenero. Se le vostre arti culinarie vi fan temere di non essere all altezza di una cena ad alto tasso erotico, studiate le pagine della nuovissima guida Romantik Hotels & Restaurants. Troverete un elenco dettagliato di indirizzi e menù da una parte all altra d Europa, perfetti per trascorrere un San Valentino squisito, seducente e molto, molto cremoso. Metti l eros nel piatto Creme

12 DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 itinerari Federico Molinari gestisce con la sorella Cristina il Laboratorio di resistenza dolciaria, nel cuore di Alba, dove ricette squisite e impegno sociale vanno a braccetto Tra le creazioni più sfiziose, la meravigliosa crema al barolo chinato Bra (Cn) Nella città-madre di Slow Food, la tradizione pasticciera ruota intorno a un gruppo di artigiani, che hanno saputo rivisitare le ricette d antàn. Su tutti, spiccano le famiglie Alciati e Boglione, alla guida di due locali-culto della gastronomia langarola DOVE DORMIRE ALISEA ECO GUEST HOUSE Frazione Pocapaglia Tel Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DA GUIDO (con camere) Via Fossano 19 Tel Chiuso domenica e lunedì, menù da 65 euro DOVE COMPRARE BAR PASTICCERIA CONVERSO Via Vittorio Emanuele II 199 Tel Lamporecchio (Pt) Nella cittadina della provincia pistoiese resa celebre dalla produzione degli irresistibili brigidini, la vicinanza con la Chocolate Valley ha indotto i pasticcieri a creare deliziose variazioni, con la ganache di cioccolato colata su torte e biscottini DOVE DORMIRE ANTICO MASETTO Piazza Francesco Berni 11 Tel Camera doppia da 105 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DELFINA Via della Chiesa 1, Carmignano Tel Chiuso domenica sera e lunedì, menù da 40 euro DOVE COMPRARE ANTICA CAFFETTERIA SANDRO VERO Via Antonio Gramsci Tel Noto (Sr) La cittadina barocca oggi brilla anche per il genio dei fratelli Assenza. Nella loro pasticceria, cura maniacale delle materie prime e ricette lievi danno nuova vita a dolci ipertradizionali come cannoli e cassate, dove trionfa una leggiadra crema di ricotta DOVE DORMIRE AL CASALE DEI MORI Frazione Marina Tel Camera doppia da 70 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE BAGLIERI DEL CROCIFISSO Via Principe Umberto 48 Tel Chiuso mercoledì DOVE COMPRARE PASTICCERIA CAFFÈ SICILIA Corso Vittorio Emanuele 125 Tel Pasticciera La crema delle creme è base di infinite ricette. Per farla, tuorli e zucchero montati a neve, poca farina o amido di mais, latte bollente profumato con bacche di vaniglia o scorza di limone, e dieci minuti di uso vigoroso della frusta perché non si formino grumi Chantilly Creata a fine Seicento da François Vatel per servire le fragoline a un banchetto al castello di Chantilly, è freschissima panna montata con zucchero a velo vanigliato In Italia, la Chantilly coincide con la diplomatica, fatta miscelandola con pari dose di pasticciera LUCIANA LITTIZZETTO Speedy pizza e ghiacciolo la mia cena romantica «T utta questa mistica delle cenette romantiche non ce l ho, devo avere problemi di digestione, il post prandiale mi crea sonnolenza; dopo aver mangiato, tutto farei tranne che dei chupa dance, andrei a dormire». Luciana Littizzetto neanche per San Valentino diventa buona? «Per carità, a me quelle cenette cosiddette afrodisiache non m ispirano niente di sensuale, ma poi sta cosa dei cibi afrodisiaci mi sembra discutibile, e un po comica: prima erano afrodisiache le ostriche, vabbè, poi il cioccolato. Ora è tutto afrodisiaco, anche l osso del prosciutto e il grasso della bistecca». Avrà un ricordo romantico. «Ricordo una serata interessante del mio passato da single, speedy pizza e ghiacciolo, poca roba. Secondo me per finire in bellezza bisogna stare leggeri». Quindi non ha mai festeggiato il 14 febbraio con un menù speciale, magari dolce. «Faccio i muffin, le creme non tanto, qualche torta. Mi piace cucinare e sono anche abbastanza brava ma a me piace il salato, datemi pepe, spezie, cardamomo, e vedrete che combino. Non sono una patita dei dolci. Ricordo quando uscivo con mia madre, che è golosissima: Luciana, che dici ci compriamo un gelato?. No, io non lo voglio. Passeggiavamo un po e ci riprovava, io niente. Però mi chiedeva dei festeggiamenti di San Valentino... Ecco, quando ci sono questi festeggiamenti, vorrei essere festeggiata per sottrazione». Come per sottrazione? «Non voglio fiori, ma opere di bene. Non mi aggiungere pensieri ma toglimene qualcuno, alleggeriscimi la vita. Toglimi una delle mille cose che faccio per te. Un regalo che mi piacerebbe tantissimo che mi facesse il mio compagno è portare l acqua a casa ma tutte e sei le bottiglie che c è quella SILVIA FUMAROLA specie di maniglino colloso che in genere si stacca e ti stacca le falangi. E tu devi portare su la confezione coi denti... Poi sono per l abolizione delle domande casalinghe». Quali? «Per San Valentino festeggiamo abolendo qualcuna delle mille domande su dove stanno le cose in casa: schiaccianoci, aspirina, martello, un uomo non si ricorda neanche dove tiene lo zucchero. Possibile? Io mi sento chiedere: Luciana, dov è il prosciutto?. E dove vuoi che sia? Nella scarpiera». Non dica così. Forse, quella del 14 febbraio, è semplicemente una festa che andrebbe abolita. «Non so chi lo diceva, forse Pippi Calzelunghe, che la cosa più bella è festeggiare i non compleanni e quindi i non san valentini. Però, no, non lo vorrei abolire». Vede che ha una vena romantica anche lei. «Quand ero single mi davo più da fare, apparecchiavo, decoravo, qualcosa organizzavo. Adesso, dopo tanti anni di frequentazione ti viene meno bene, ci sentiamo più ridicoli. E devo confessare che io non ho quelle doti lì della poesia e del romanticismo. Rovino un po tutto». Esempi recenti? «Qualche giorno fa sono arrivata da Roma tardi, Davide e il bambino per festeggiarmi un po avevano preparato la tavola, e avevano messo su anche le candele, ma brutte, di un brutto... Mi sono seduta e ho detto: Ragazzi, non sono mica morta». Ma è una vera belva. «Mi sembrava una roba funebre. Però è vero, con l aria che tira un po di dolcezza ci vuole. Alla fine non sono così negativa su San Valentino, neanche su Halloween e sull Otto marzo. Di questi tempi col dolore che c è in circolazione, le notizie che arrivano, la gravità della crisi che ti viene l ansia, i balsami di questi piccoli festeggiamenti sono squarci che fanno venir fuori la luce dal nero». Zabaione Montati i tuorli con lo zucchero, si diluiscono con poco alcol dal leggerissimo moscato d Asti al tosto marsala per poi scaldarli a bagnomaria fino a raggiungere la giusta cremosità. Coi bianchi si preparano le lingue di gatto, complemento perfetto Brulée I rossi montati con lo zucchero vengono stemperati con la panna bollente, profumata con i semi della bacca di vaniglia e la scorza di limone. Cottura a bagnomaria, riposo in frigo e rapido passaggio sotto il grill dopo aver cosparso la superficie di zucchero Inglese Nella versione elegante della pasticciera, solo uova, zucchero e latte, con la lecitina dei tuorli ad addensare il composto, a patto di tenere la temperatura sotto gli ottanta gradi. Una noce di burro finale lucida la superficie e impedisce che si formino veli Ganache La crema idiota (francese antico) è un mix setoso di crema di latte bollente e cioccolato in scaglie La proporzione varia a seconda della densità richiesta Si può renderla spumosa montandola con la frusta e aromatizzarla con liquore o caffè Mascarpone Seducente e peccaminosa, la crema che assomma due memorie golose d infanzia: l uovo sbattuto e un formaggio in tutto simile alla panna. Per renderla più soffice, albumi a neve da unire alla fine Accompagna frutta, panettone, biscottini e tiramisù Caffè Zucchero e rossi sbattuti fino a diventare quasi bianchi, poi a filo una tazza di caffè ristretto e caldo, addensando a bagnomaria. Una volta raffreddata, panna montata non dolce aggiunta lentamente (bianchi montati a neve nella versione light)

13 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 FEBBRAIO 2009 l incontro Walk of Fame Centinaia di film, molti da dimenticare, dice. Centinaia di donne, nessuna da dimenticare Perché l attore che ha avuto tutto e ha lavorato con Kubrick e Wilder ha da sempre bisogno di loro: Sono state i miei antidepressivi più efficaci. Colpa di un infanzia terribile, un orfanotrofio, un fratellino morto e una madre che non mi ha mai amato.per questo, solo ora, con la nuova compagna, ha trovato il modo di non riprecipitare in basso Tony Curtis MARIO SERENELLINI MONTREAL Aottantatré anni, appena trenta di meno della storia del cinema, è una matassa di flashback, soprattutto d area proibita, dietro le quinte. I primi che sbroglia sono due aneddoti da leggenda, entrambi su Marilyn Monroe, di cui non è stato solo l invidiato partner in A qualcuno piace caldonel 59, ma, dieci anni prima, l ancor più invidiato compagno, lui ventiquattro anni, lei ventuno, lui agli inizi di carriera, lei ancora sconosciuta, ma già unica, generosa Marilyn. «Siamo stati insieme sei-sette mesi, poi ciascuno è andato per la sua strada», ricorda Tony Curtis: «Era una ragazza stupenda, ne ero innamorato. Un momento magico della mia vita. È stato bellissimo anche rivederci, dieci anni dopo, e recitare insieme. Ma Marilyn era già diventata un altra, piena di difficoltà nel suo lavoro, priva di autocontrollo. Anche in A qualcuno piace caldo, tendeva ormai a portare sé stessa nei suoi personaggi. E nella vita privata aveva la rara capacità di circondarsi di persone sbagliate, dall influenza nefasta. Ero lontano da lei quando è morta. Sono sicuro che è stato un suicidio, non un omicidio: l ultimo gesto del suo malessere, del suo mal di vivere. Nessuno ha ucciso Marilyn, è stata lei a farla finita». Con la malinconia e la pena per un periodo in cui la Monroe era quotidianamente a rischio licenziamento per le costanti amnesie e i cosmici ritardi, riemergono gli aneddoti, entrambi gioiosi, legati al set del film di Billy Wilder. Il primo riguarda la celebre sequenza del divano, in cui Curtis, in abiti femminili nel ruolo di Josephine, deve abbracciare con innocenza la prorompente Zucchero Kandiski. È vero che Marilyn ricorse a ogni malizia per eccitarla e far così spuntare sotto la gonna un erezione? «Verissimo! Era il suo modo di riaversi dalle frustrazioni. E, forse, di mettere alla prova quelle degli altri». L altra voce che reclama conferma è la sfida del centimetro tra Curtis e Marilyn, al momento della confezione degli abiti: «Tutto vero. Dopo aver inutilmente tentato di adattarmi abiti d archivio, di Debbie Reynolds o Loretta Young, il sarto della Monroe si rassegnò al vestito su misura, prendendomi ascelle, fianchi, gambe. Passando subito dopo nel camerino di Marilyn, alla verifica del lato B sbottò: Ehi, ma qui Tony ti batte!. E lei, aprendosi di colpo la camicetta: Vediamo se mi batte anche qui!». L attore ride di gusto, mimando la scena: ritrova di colpo il volto birbone dei film della giovinezza, ora schiacciato sotto un cappellone texano che cela la calvizie, spesso immusonito, quasi sprezzante dei clic a mitraglia, che spiano l icona invecchiata. Anche le differenze tra i suoi più illustri colleghi d epoca si riducono, nei ricordi dell attore, a una questione di centimetri. Nel documentario Jill & Tony Curtis Story sull ospizio equino da lui creato e gestito con la moglie a Las Vegas, presentato a Montreal al Festival des Films du Monde dove ha ricevuto il Grand Prix des Amériques alla carriera, Curtis si fa riprendere mentre striglia un cavallo. Non proprio in modo ineccepibile (viene in mente l improbabile pizza manipolata da Sophia Loren in L oro di Napoli), tanto che lui stesso ammette: «La mia spazzola funzionerebbe meglio nel lavaggio automatico delle automobili». Ma una volta finito il lavoro («ognuno ha bisogno d un cavallo», sentenzia con ammicco shakespeariano), si fa inquadrare accanto al muso del quadrupede e comincia a elencare: «John Wayne gli arrivava qui, Errol Flynn fin qui, come me, Jack Lemmon più sotto», abbassando di colpo la mano con malcelata soddisfazione. Il pragmatismo della misura gerarchia del centimetro o record di durata è il suo criterio di valutazione anche nell altra principale occupazione della sua vita, insieme al cinema: le donne. «Dopo quattro giorni passati con una nuova compagna, mi sento ingabbiato in anni di matrimonio. Se si arriva a una settimana, mi vien da correre da un avvocato a chiedere il divorzio». Tanti film, altrettante donne. Centoduecento, i film, in oltre mezzo secolo, non ricorda nemmeno lui (ma «almeno cinquanta son da dimenticare»). Le donne? Molte di più. Nessuna dimenticata. Di cui cinque divenute sue mogli e a lunga tenuta, dati i presupposti. L ultima è Jill Vandenberg, trentasette anni, virago extra-blonde che l accompagna, un po crocerossina, un po deammirata, oggi, è la figlia Jamie Lee, cinquant anni il 22 novembre scorso, suo clone al femminile nella bellezza (The Body era il suo nomignolo vent anni fa, ai tempi di Un pesce di nome Wanda) e nella predisposizione comica: «È nata da me e Janet Leigh. Oggi vive a Santa Monica col marito, l attore-regista Christopher Guest, e i due figli. Quando ho divorziato, Jamie era molto giovane. Fin da piccola, ne avevo avvertito le capacità: era attentissima a tutto, anche se aveva un espressione assente. Già da bambina le piaceva scherzare, raccontare barzellette. Ma non ho mai pensato, e non ne sarei stato contento, che prima o poi diventasse attrice. È successo quando aveva sedici anni. Era una ragazza bellissima. Mi sono affrettato a metterla in guardia dalle trappole, non volevo che passasse attraverso gli innumerevoli rischi del mestiere. Parlo per esperienza...». Ma non tutti gli attori sono pericolosi come lei. «Io non sono mai stato un pericolo per le donne. Diciamo che siamo sempre stati di reciproca utilità. Tutte le volte in cui ero disilluso, frustrato, amareggiato, le donne mi tenevano lontano dallo sconforto, mi aiutavano a non cadere nella disperazione. Le donne son sempre state i miei più efficaci antidepressivi». Nella sua vita declinata al femminile, non c è mai stata una complicità maschile? «Forse Stanley Kubrick, di cui son diventato grande amico sul set di Spartacus. Ero stato chiamato per un paio di pose, vi sono rimasto nove mesi, divertendomi come un matto con Laurence Olivier: bagni in vasche regali, insaponandoci a vicenda la schiena». E Kubrick? «Siamo tutti e due cresciuti a New York. Una volta che sei vissuto a New York, puoi affrontare il mondo come vuoi tu. È il caso di Kubrick. Aveva uno sguardo determinato, volitivo. Se la realtà non era come lui se l aspettava, la cambiava per renderla come l aveva pensata. L ho conosciuto giovane, quand era fotoreporter e se ne andava in giro con una piccola macchina fotografica: in ciascuno dei suoi scatti c era già il suo cinema», s entusiasma Curtis evocando il pungente reportage d esordio sullo zoo, dove sono gli animali a guardare noi, esposto per la prima volta in Italia una quindicina d anni fa al Festival di Taormina. Anche la New York di Curtis è stata, quand era bambino, la gabbia d uno zoo, dov era lui a guardare noi, dal ghetto del Bronx, alle soglie della Grande Depressione: prima, la miseria in una famiglia d immigrati ungheresi, poi l orfanotrofio, infine la fuga, nella marina e poi in teatro, il ciuffo spavaldo e conquistatore alla Elvis Presley. Dopo, siamo stati noi a guardare lui. In un saliscendi di film, alcuni da cancellare subito, altri indimenticabili, come A qualcuno piace caldo, La parete di fango, 1958, di Stanley Kramer, sua unica nomination all Oscar, o Lo strangovota, ovunque. Si son conosciuti sedici anni fa, lei aveva ventuno anni e lui sessantasette: lei l ha convinto a mettere in piedi in Nevada un pensionato per cavalli, strappati al mattatoio (cui son destinati negli Usa, ogni anno, centomila esemplari). Insieme, oggi, sono una coppia di passerottini, tutta bacetti e complimenti a specchio, con quarantasei anni di nuovo il centimetro di differenza. «Jill mi ha tratto in salvo dal vortice delle droghe e dell alcol, cui mi ero da tempo abbandonato. L ho incontrata quando ne stavo uscendo, nel momento più difficile, in cui dovevo ritrovare l equilibrio. Jill mi ha salvato la vita, più di una volta. E continua a prendersi cura di me sottolinea l attore con sorriso malandrino come lo fa con i suoi cavalli... Con tutto il rispetto per le altre che mi sono state accanto, devo dire che con Jill tutto mi appare differente e divertente. È bella, perspicace: Marilyn era così. Poi, purtroppo, è cambiata». Di donne firmate Tony Curtis, la più Marilyn era stupenda, un momento magico della mia vita È stato bellissimo rivederci, dieci anni dopo, e recitare insieme. Ma era già diventata un altra FOTO DAVE HOGAN/GETTY IMAGES latore di Boston, 1968, di Richard Fleischer: «Qui mi aspettavo la statuetta. E invece, niente. È l unica ombra della mia vita», confessa con smorfia amara. Gli alti e bassi della sua carriera saranno presto in vetrina, nell autobiografia American Prince, in uscita negli Usa: «C è dentro tutto, anche quel che non si sapeva. La mia infanzia, quando a otto anni i genitori mi hanno messo in orfanotrofio col mio fratellino Julius, finito sotto un camion quattro anni dopo. Fin da piccolo mi son preparato al peggio. Non sono mai stato capace di affrontare il meglio, i successi, la fortuna. Ogni volta che sono arrivato al top, invariabilmente ho trovato il modo di riprecipitare in basso: anche con l alcol e la droga. Mi sono sottoposto a una dolorosa terapia per rivivere le ore terribili dell infanzia, scoprendo quanto detestassi mia madre, perché mi picchiava, perché non mi amava, perché ci aveva buttati in orfanotrofio. Lo psicoanalista mi ha strizzato ben bene, mettendo in relazione carenze affettive e inguaribile dipendenza dall universo femminile». L uomo che amava le donne, come Truffaut (uscito lui pure da un infanzia senza madre). Oggi assicura di aver trovato l equilibrio: oltre al rapporto stabile con Jill, la pratica costante di un hobby, la pittura. Nel suo atelier, la mano sicura, dipinge ogni giorno elementari teste di cavallo e volti d attori (tante Marilyn, riprese, alla Andy Warhol, da fotografie: «Lei sì, era un opera d arte»). Quadri sempliciotti, in mostra a dieci-ventimila dollari alla Galérie MX di Montréal. La pittura è il surrogato d un cinema che non la chiama più? «Mi chiamano, ma per parti di vecchietto. E io non mi sento vecchio. 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