Ti precetto il Prof. RISPOSTA A GONNELLA Tortura, sì al reato ma senza tifoserie. Raffaele Cantone. G entile Direttore,

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ALL INTERNO Sbilanciamo l Europa ANNO XLV. N VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 EURO 1,50 Ti precetto il Prof La contestata riforma della scuola è entrata ufficialmente alla camera per la discussione. Il governo vuole approvarla entro mercoledì, ma i sindacati al completo non demordono e lanciano un appello ai parlamentari: «Venite in piazza a sentire le nostre ragioni». L appuntamento è per oggi pomeriggio in piazza del Pantheon. Intanto il Garante per gli scioperi avverte i docenti: «Niente blocco degli scrutini o vi precetto» PAGINE 2,3 PENSIONI La Corte vale per tutti INTERVISTA «Vedo tanto Pd già fuori» Fassina prepara l addio «S e non ci saranno radicali correzioni sulla scuola il mio percorso nel partito si concluderà perché ho già fatto tutte le tappe dell opposizione interna. La mia scelta è seriamente legata a quello che avverrà sul disegno di legge scuola: al senato lo spazio per miglioramenti profondi non è ancora del tutto chiuso. Nel giro di poche settimane vedremo». Stefano Fassina disegna la traiettoria di un addio al Pd: «Per un partito di sinistra il lavoro, la costituzione e la scuola sono i pilastri decisivi». FABOZZI PAGINA 4 LA RISPOSTA DI UN INSEGNANTE A RENZI «Caro premier, la lettera che mi ha recapitato è inaccettabile propaganda Ecco perché la respingo» VALERIO CUCCARONI PAGINA 2 GAZA l KARAMA HUMAN RIGHTS FILM FESTIVAL Il drone e il «red carpet» tra le macerie di Shujayea RISPOSTA A GONNELLA Tortura, sì al reato ma senza tifoserie Raffaele Cantone G entile Direttore, Le chiedo ospitalità per rispondere alla lettera aperta che, dalle pagine del Suo giornale, mi ha indirizzato il Presidente dell Associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che, senza retorica alcuna, ringrazio per l attenzione che ha riservato alle mie parole. Siccome si tratta di frasi estrapolate da un discorso più ampio, esse rischiano di essere equivocate e vorrei, quindi, poterle meglio precisare. CONTINUA PAGINA 8 Si è chiuso ad Amman, e quest anno eccezionalmente anche a Gaza, il Karama Film Festival sui diritti umani. Il video del tappeto rosso srotolato tra le macerie fa il giro del mondo e ricorda le condizioni di vita drammatiche nove mesi dopo «Margine protettivo». Oggi in Palestina anniversario della Nakba PAGINA 7 BIANI CORRUZIONE PAGINA 4 Mattarella: concezione rapinatoria della vita REGIONALI PAGINA 4 Campania, ecco Vozza candidato della sinistra BURUNDI PAGINA 6 Dopo il golpe, scontri armati a Bujumbura AFGHANISTAN PAGINA 6 Silvia Niccolai S econdo alcuni la Corte costituzionale, con la sentenza sulle pensioni, ha interferito nelle valutazioni politico-finanziarie riservate al legislatore e al governo; e, in nome di ormai ingiustificabili privilegi dei pensionati, ha sacrificato i diritti delle generazioni future, che il provvedimento annullato avrebbe inteso garantire. Mi pare invece che la Corte, in questo caso, si sia mantenuta nel suo, adottando l approccio proprio di un giudice. Si è interrogata sul se vi siano stati o meno, da parte del legislatore, una corretta messa a fuoco e quindi un equo contemperamento della pluralità di beni e interessi che sono in gioco. Rilevato che ciò non è stato, ha rimesso agli organi politici il compito di ricomporre la propria valutazione tenendo presente la gamma più ampia di interessi, beni e principi, che essi hanno sottovalutato. Vediamo la questione, per come la Corte la ricostruisce. Il governo nel 2011 adotta un decreto che, appellandosi alla «contingente situazione finanziaria», interviene sulla perequazione delle pensioni di anzianità, discostandosi dai criteri fino ad allora seguiti, e dopo di allora di nuovo adottati, dalla legislazione in materia (anziché operare una rimodulazione della perequazione per fasce di reddito, il decreto sospendeva integralmente, per due anni, la perequazione dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il minimo, colpendoli nel loro complesso). Anche nella vita di tutti i giorni, se qualcuno che ci ha sempre riservato un certo trattamento, improvvisamente cambia atteggiamento e ne adotta uno molto più duro nei nostri confronti, ci aspettiamo che ci offra valide ragioni, altrimenti lo giudichiamo arbitrario o ci chiediamo se davvero sa quello che fa. Ed è proprio dello stile della Corte ragionare similmente. Deviare da una tradizione legislativa già ritenuta costituzionalmente compatibile è sempre possibile, perché è ovvio che la legislazione fronteggi il mutamento, e anzi lo costruisca, ma richiede lo sforzo di salvaguardare la coerenza della nuova scelta con un quadro di principi che altrimenti non potrebbe rimanere valido, e condiviso. CONTINUA PAGINA 8 SALONE DEL LIBRO DI TORINO Tutti i diktat del web secondo Maurizio Ferraris LUCA ILLETTERATI l PAGINA 9 Attentato a Kabul. La Nato: in guerra anche dopo il 2016 Tra le vittime l italiano Sandro Abati e altri stranieri. Il reportage di Giuliano Battiston dalla capitale afghana CANNES 68 La coppia di Garrel tra Storia e sentimento PICCINO, RENZI l PAGINA 10 La competizione sulla banda ultra larga è in pieno svolgimento. I giocatori attendono però di capire come proseguirà la partita per rendere Internet più veloce. Il governo twitta di stare sereni INTERVENTO Federico Guerrini pagina 8

2 pagina 2 il manifesto VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 TI PRECETTO IL PROF Scuola Alle 16,30 al Pantheon a Roma grande assemblea dei sindacati. L appello rivolto ai parlamentari: «Venite in piazza con noi e manifestiamo insieme» Blocco scrutini, docenti avvi il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco DESK Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320e semestrale 180e versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. Bargoni 8, Roma Pre-annuncio di precettazione per i docenti contro il blocco degli scrutini. Bernocchi (Cobas): «Pretestuoso. Si può scioperare» D a un governo confuso, e messo alle corde dallo sciopero generale della scuola del 5 maggio e dal successo della protesta contro l Invalsi indetta dai Cobas e dagli studenti, arrivano reazioni scomposte e minacciose. L avvertimento ai docenti che potrebbero aderire allo sciopero degli scrutini (non ancora dichiarato, ma ipotizzato da Cobas e Snals) è partito ieri dalle colonne de Il Sole 24 ore: il presidente della commissione di garazia sugli scioperi Roberto Alesse ha preannunciato la precettazione dei docenti. Poi, in giornata, ha precisato che, al momento, non c è alcuna comunicazione «ufficiale» e «anzi ci sono segnali incoraggianti dal governo e dai sindacati più responsabili». Una distinzione che non trova corrispondenza nella realtà, visto che la stragrande maggioranza dei sindacati sono uniti contro il Ddl Renzi-Giannini-Pd sulla scuola che ieri ha iniziato l iter finale alla Camera con una prolusione della ministra dell Istruzione Giannini. In una nota Alesse ha invitato a un «punto di convergenza» per evitare «azioni illegittime che danneggerebbero gli studenti e le famiglie». Lo «sciopero degli scrutini è illegittimo e dannoso e la concertazione è la via maestra». Pronta è stata la risposta di Piero Bernocchi dei Cobas che ieri hanno anche diffuso un «vademecum» sul blocco degli scrutini. «Un intervento a sproposito - ha commentato Bernocchi - Il suo ruolo è solo quello di giudicare la congruità degli scioperi convocati con la legge capestro 146/90, a suo tempo definita "anti-cobas" e "anti-sciopero": le precettazioni spettano eventualmente ai prefetti». La legge sostiene che è lecito scioperare per due giorni consecutivi durante gli scrutini, senza coinvolgere le ultime classi dei corsi di studio. Oltre i due giorni sono previste sanzioni pecuniare, ma non le precettazioni. I Cobas hanno rivolto un appello ai sindacati maggiori per convocare due giorni consecutivi di sciopero dopo la fine delle lezioni da articolare su base regionale e poi consultare docenti e personale Ata sulle modalità per proseguire il conflitto con il governo. I Cobas propongono un incontro durante la mobilitazione a Montecitorio tra il lunedì 18 e mercoledì 20, giorno in cui il Ddl scuola dovrebbe essere approvato dalla Camera. C è anche la proposta di convocare una manifestazione nazionale domenica 7 giugno per chiedere il «ritiro del Ddl». Fibrillazioni, nervosismo, ansia. Man mano che si avvicina l ora X alla Camera i toni si fanno più duri. Chissà cosa accadrà al Senato. Oggi dalle 16,30, a piazza del Pantheon a Roma, i sindacati della scuola Flc-Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda di Roma e Lazio - il fronte che ha organizzato lo sciopero generale del 5 maggio - hanno promosso l assemblea pubblica sulla riforma della scuola alla quale sono stati invitati i parlamentari di Camera e Senato. La prima risposta è arrivata da Arturo Scotto di Sel che in queste ore sta affrontando, con Vendola, un duro confronto sulla riforma senza esclusioni di colpi con i custodi del verbo renziano nel Pd: «Da Renzi la scuola subirà un colpo e gli insegnanti verranno relegati ad un ruolo marginale». All assemblea parteciperà l ex viceministro del governo Letta Stefano Fassina che ha annunciato di volere lasciare il Pd «se non ci saranno modifiche radicali». «Il problema è l impianto verticistico della governance della scuola previsto dal Ddl - sostiene Fassina riferendosi al «preside manager» o «sceriffo» - e un piano pluriennale di assunzione per i docenti abilitati precari. Su questo non ci siamo». Toni durissimi dal Movimento 5 Stelle che avverte: «La situazione è grave, fuori e dentro la Camera - sostiene il capogruppo in Commissione Cultura Simona Valente - Anche se il voto non è formalmente una fiducia, questo è un altro atto anti-democratico di un governo che vuole zittire il parlamento e che gioca sulla pelle della scuola». I Cinque Stelle volevano ripresentare 700 emendamenti alla «Buona Scuola». «Segnaleremo i nostri 246, anche in questa occasione ci è stata imposta una tagliola». La «letterina» e il «video» diffusi da Renzi per sensibilizzare sulle ragioni della sua riforma sono stati definiti «ridicoli» da Alessandro Di Battista (M5S). Come la Lega e Sel, i Cinque Stelle presenteranno una mozione di sfiducia contro la ministra Giannini. L intervento di quest ultima ieri alla Camera, come le dichiarazioni al Gr Rai, hanno cercato di sminuire o delegittimare l ampio fronte della protesta: «Il preside-sceriffo? Non ho visto pistole. Restituiamo al dirigente scolastico la responsabilità delle sue decisioni» ha detto Giannini che ha celebrato una «svolta culturale per il paese». Quella del sogno di un autonomia immaginata a misura di uno solo: il dirigente, appunto. E poi: «Non siamo paladini dei precari [della scuola], ma eliminiamo il precariato». Dichiarazioni antipatizzanti che confondono il «precariato» da abolire con i «precari» che ne faranno le spese. Una strategia che fino ad oggi ha rafforzato l opposizione. ro. ci. IBAN: IT 30 P COPIE ARRETRATE 06/ STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. via A. 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RIVENDITE, ABBONAMENTI: reds, rete europea distribuzione e servizi, v.le Bastioni Michelangelo 5/a Roma - tel , fax chiuso in redazione ore certificato n del tiratura prevista RISPOSTA DI UN INSEGNANTE A RENZI Caro presidente, ecco perché respingo la sua lettera G entilissimo Presidente del Consiglio, ritengo la sua lettera, recapitataci mercoledì, una forma di propaganda, che, ammessa e comprensibile per un segretario di partito in calo di consensi, non è ammissibile né comprensibile per un Presidente del Consiglio, che ha tutti i mezzi per esprimersi, senza dover invadere le caselle postali dei cittadini per convincerli a forza della bontà di un provvedimento che mantiene ostinatamente molti lati oscuri. Al punto 1 della sua lettera, in effetti, dimostra di ignorare le richieste dei sindacati, quindi dei rappresentanti di noi lavoratori della scuola, che chiediamo in migliaia di stralciare dal disegno di legge il capitolo assunzioni, per inserirlo in un apposito decreto legge che con il suo carattere d urgenza darebbe la sicurezza delle assunzioni. Perché tenerlo nel ddl, allora? Si tratta di un evidente arma di ricatto, con cui il suo Governo cerca di dividere il fronte della protesta. Al punto 4 dimostra di ignorare ciò che avviene nei Paesi a cui dice di rifarsi. In Francia il merito è premiato con scatti di carriera, ma questi scatti sono determinati da concorsi pubblici, non da chiamate dirette di Valerio Cuccaroni * questo o quel preside. La Ministra Stefania Giannini conosce come funzionano Capes e Agregation in Francia: perché non ha proposto un meccanismo concorsuale simile? Al punto 5 non chiarisce la più contestata delle questioni, quella del preside, ma non riesce a contenersi e alla fine della lettera rivela la verità: Lei non demorde, continua a insistere affinché il preside sia chiamato a scegliere «tra vincitori di concorso, in un ambito territoriale ristretto». Presidente, ma si rende conto? Crede che siamo davvero dei babbei? Chi è il preside per decidere quali sarebbero i migliori insegnanti in tutte le discipline, un tuttologo? E chi garantisce sulla sua capacità di scegliere? Lei ha persino l ardire, Presidente, di umiliarci, mentre invade inopinatamente le nostre caselle di posta, affermando che «la buona scuola c'è già. Siete voi. O meglio: siete molti tra voi, non tutti voi». Ammettiamo pure che sia vero: non tutti gli insegnanti sono bravi. A parte l ovvietà della constatazione - tutti gli uomini sono forse alti, belli e forti? - essa afferma una verità che vale anche per i presidi. Non tutti i presidi sono bravi. Per la legge dei grandi numeri, però, è più facile trovare un insegnante bravo che un preside bravo, gentilissimo Presidente. Rifletta su questo semplice dato. E se a scegliere gli insegnanti fosse un preside incapace? Chi risarcirebbe gli insegnanti esclusi? Lei? Ai punti 6 e 7 parla prima di coinvolgimento dei ragazzi nel- LA PROTESTA IN PIAZZA DELLA SCUOLA FOTO LAPRESSE le aziende, poi di educazione alla cittadinanza, dimostrando come nella sua visione del mondo il compito di formare i cittadini debba essere assunto da una scuola aziendalizzata, con i ragazzi che dovrebbero essere per un certo periodo al servizio delle aziende, piegandosi sin dall età della formazione ai rapporti di potere, mentre un cittadino consapevole potrebbe anche contestare questo ordine delle cose, immaginando un mondo, in cui sono le aziende che vanno a imparare nelle scuole come si governa in maniera collegiale un organizzazione. In ultimo, a «ognuno» di noi chiede di discutere: ora? Mentre state varando la riforma? Ora Lei vorrebbe farci credere che ascolterà «ognuno» di noi? Insomma, questo è troppo. Lei in questa lettera dimostra di aver perso la bussola. È ora che lasci spazio a qualcun altro che sappia rappresentare meglio quella «potenza superculturale» - ma forse voleva scrivere «superpotenza culturale», come ha sostenuto nel video? - che è l Italia. Non le auguro buon lavoro, perché sarei un ipocrita, visto che le ho appena chiesto di dimettersi. Con molta indignazione. * docente di lettere ad Ancona

3 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 3 TI PRECETTO IL PROF Intervista sati Del Rio: «Edilizia scolastica ferma in 3 regioni al sud» In Campania, Sicilia e Calabria, le regioni analizzate da una «task force» del ministero delle Infrastrutture, i progetti di ristruttrurazione degli edifici scolastici procedono a fatica. Nei 397 progetti monitorati, su un totale di 9.936, nel 62,5% dei casi sono state rilevate criticità legate a inadeguatezza tecnica o inerzia. Il 51% dei progetti non è più realizzabile perché superato o non più necessario (la scuola va ricostruita da zero). Il ministro Delrio si è impegnato a «sorvegliare», a revocare i finanziamenti se non si rispettano i tempi e a sviluppare una «maggior disciplina amministrativa per utilizzare al meglio le risorse esistenti». Il governo ha stanziato circa 4 miliardi di euro per l'edilizia scolastica, compresi i Fondi Pon e Por (1025 mln per efficientamento energetico, impianti sportivi, sicurezza), le risorse della «Buona scuola» (590 mln), i mutui agevolati Bei (940 milioni). Ci sono le risorse di «Scuole Belle» (150 mln nel 2014; 130 mln per il primo semestre 2015 e 170 mln per la seconda tranche 2015); «Scuole sicure» (550 mln); «Scuole nuove» (344 mln).«il problema principale non sono le risorse, bensì la capacità di tradurle in opere concrete» ha aggiunto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti. Un «opera concreta» la potrebbe fare il governo varando l anagrafe dell edilizia scolastica, strumento necessario per intervenire sull emergenza edilizia scolastica. «La scuola forma persone libere, non individui confezionati da un ideologia tecnocratica» CADE IL DIVIETO DI DIAGNOSI PREIMPIANTO Si attendeva da un mese ed è arrivata ieri sera, la sentenza della Corte costituzionale che abbatte il penultimo muro eretto dalla legge 40: quello dei divieto di accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita per le coppie fertili ma portatrici di patologie genetiche. A questo punto, per dichiarare completamente asfaltata la pessima legge voluta dai pro-life berlusconiani e abolita a colpi di sentenze di tribunale (quella di ieri è la 36esima, di cui tre ANALISI Giorgio Israel critica lo storytelling del governo sulla riforma della scuola «L errore di Renzi: non ha capito la trasversalità dell opposizione» «Il preside-manager viene istituito per una ragione di controllo politico-ideologico e per creare un ceto di dirigenti che faccia da cinghia di trasmissione con i precetti del Miur» della Corte costituzionale), manca solo il divieto di accesso alla fecondazione artificiale per le coppie omosessuali e i single. Il dispositivo della Consulta e le motivazioni della sentenza sono attese per oggi, ma ieri sono trapelate indiscrezioni di agenzia. «È una vittoria delle coppie che per tanti anni hanno solo desiderato avere un bambino sano ed evitare aborti», ha commentato l avvocata Filomena Gallo che per l Associazione Luca Coscioni ha sollevato il dubbio di costituzionalità sulla legge 40. Roberto Ciccarelli G iorgio Israel, professore di matematica alla Sapienza di Roma, è un fine analista dell ideologia neoliberale della valutazione e della certificazione burocratica che da vent anni governa l istruzione e la ricerca. Il blog, gli articoli e gli scritti di Israel sono strumenti per decostruire il racconto imbastito dal governo sulla «Buona Scuola» e per spiegarne le finalità. Lo storytelling di Renzi sostiene che l'opposizione alla riforma della scuola è ispirata da forze conservatrici. Professore, lei si sente un conservatore? Questo è il punto. Quello che il nostro premier non ha capito è che chi si oppone alla «Buona scuola» lo fa per lo più in nome della difesa di una visione universalistica dell istruzione, che mira non alla fabbricazione di individui confezionati in base a un ideologia tecnocratica bensì alla formazione di persone libere, dotandole degli strumenti conoscitivi adatti a una libera scelta del loro futuro. Una simile visione è presente in chi, a sinistra, è legato a una visione di tipo gramsciano, e in chi invece si ricollega a una visione conservatrice di tipo liberaldemocratico. Non aver capito il carattere di trasversalità dell opposizione è stato un errore politico colossale. Quanto a me, quel che conta è quel che penso e se ricordo certi linciaggi estremisti cui sono stato sottoposto rifiuto categoricamente di farmi mettere etichette. Nello spot alla lavagna il premier ha rivendicato la continuità con la riforma di Luigi Berlinguer. Qual è il suo giudizio sul ventennio di riforme dell'istruzione pubblica? Meglio stendere un velo pietoso. Le riforme berlingueriane della scuola e dell università sono state quanto di più devastante si sia dato in questo ventennio. Dagli anni in cui Berlinguer difendeva accanitamente la visione gramsciana di una scuola disinteressata, basata sulle conoscenze e il rigore, con critiche severe degli andazzi della burocrazia europea, egli è passato all adesione completa a una visione tecnocratica senza la minima giustificazione di tale rovesciamento salvo l invettiva quotidiana contro Gentile, fonte di qualsiasi male anche di quelli contro cui combatteva e che, in fin dei conti, ha avuto scarsa influenza sulle politiche scolastiche del fascismo rispetto a un Bottai. Un altro storytelling completamente falso. Qual è la ragione che spinge il governo a imporre la figura del preside manager nella scuola? Una ragione di controllo politico-ideologico in modo da disporre di un ceto di dirigenti che faccia da cinghia di trasmissione dei precetti ministeriali. Basti pensare all ultimo concorso per dirigenti. La batteria di quiz era composta da un gran numero di domande sbagliate e poi da una massa di domande che richiedevano da parte del candidato la conoscenza di una letteratura psico-pedagogica di tipo costruttivista. E perché mai per essere un buon dirigente debbo essere esperto e consenziente con certa letteratura e non altra? Qui viene messa fuori gioco non solo la libertà d insegnamento ma quella di pensare liberamente. Se poi un dirigente viene dotato anche del potere di assumere e controllare la carriera dei «suoi» insegnanti siamo al regime. Si ricordi che la Carta della Scuola fascista del 1940 ridefiniva il preside come «capo dell Istituto», una figura monocratica che ora viene dotata di altri pesanti poteri. Com'è cambiato il mestiere dell'insegnante in questi venti anni? È stato progressivamente trasformato nella figura di un mero esecutore delle prescrizioni ministeriali espresse in un continuo diluvio di circolari, regole, certificazioni spesso deliranti e scritte in un italiano incredibile. Gli è stata sottratta gran parte del tempo della sua attività come «maestro». Del resto, è da un pezzo che certo pedagogismo che ha larga influenza tra i burocrati del ministero predica che bisogna cancellare la parola insegnante per sostituirla con quella di «facilitatore», in nome di una demagogica idea della scuola come «autoformazione», senza rendersi conto che una scuola senza autentici «maestri», capaci di stabilire un rapporto intenso e costruttivo con gli allievi non è tale, è una fabbrica di addetti all impresa, quel che persegue la Confindustria nella sua solita prassi di ottenere quel che le serve a spese dello Stato. Il governo ha criticato il boicottaggio dei test Invalsi. Come sono nati e qual è il loro ruolo nel nuovo sistema di valutazione della scuola e degli studenti? Sarebbe lungo fare una storia dell Invalsi. All inizio doveva essere un istituto che con metodi statistici campionari doveva tentare di costruire un immagine dello stato della scuola italiana. Si è trasformato in un istituto censuario cui è stato dato il potere addirittura di imporre una prova a quiz che interviene e altera il processo di valutazione facendo parte delle prove per l uscita dalle scuole medie. Siamo in molti ad aver svolto critiche dettagliate della prassi dell ente senza alcuna risposta perché esso è chiuso, autoreferenziale ed esente da qualsiasi controllo. Approvata la riforma, che cosa diventerà la scuola? Speriamo che non sia approvata. Altrimenti, questo insieme di provvedimenti sconnessi, incoerenti, prodotti da chi non ha alcuna autentica competenza sul tema dell istruzione oppure ha idee devastanti, produrrà semplicemente terra bruciata. I migliori insegnanti non vedranno l ora di andarsene come già accade e la scuola diventerà una mera propaggine della burocrazia e di chi vuol servirsene soltanto a scopi meramente strumentali. Addio cultura e conoscenze, in un paese che ha una delle più ricche tradizioni culturali del mondo e aveva costruito un ottima scuola. STUDENTI Una video-parodia da ogni scuola sul premier alla lavagna È scoppiata la guerra dei video-messaggi pro e contro la riforma Renzi-Giannini-Pd sulla scuola. Renzi voleva modificare il format della comunicazione politica, ma riceverà in risposta migliaia di video dagli studenti che ne faranno la parodia, gessetti compresi. Chissà se gli spin doctors di Palazzo Chigi hanno previsto le parodie annunciate ieri in due video analoghi dall Unione degli studenti e dalla Rete degli Studenti. «Ne faremo uno da ogni scuola usando l hashtag su twitter #laverascuola - promette Danilo Lampis dell Uds - Il punto è che noi abbiamo capito la sua "Buona Scuola" da tempo. Forse il Governo è in difficoltà e non accetta che in tanti l'abbiano compresa realmente, ripulendola dagli slogan a effetto ripetuti anche nel video del premier». Rispetto alle reiterate, e a questo punto disperate, offerte di dialogo, le idee sono chiare: «Renzi si arroga il merito di aver aperto il dibattito nel Paese sulla scuola. In realtà è proprio lui e il suo Governo ad aver tentato di silenziarlo, manganellando gli studenti, sgomberando le scuole in occupazione o tacciando gli studenti e i professori di squadrismo. Siamo stati noi a porre la scuola al centro dell'attenzione, perchè proprio quest'ultima è al centro di un attacco». Ciò che fa divampare la polemica è il preside manager, ma anche i fondi ai privati del 5 per mille e lo school bonus che mettono in concorrenza scuola di serie A e B, del Nord e del Sud. L agenda politica è altrettanto netta: sostenere le manifestazioni degli insegnanti e dei sindacati, senza esitare a supportarli nel blocco degli scrutini. A questo elenco il video della rete degli studenti medi aggiunge: «gli sgravi fiscali per le paritarie e poco finanziamento pubblico per le scuole pubbliche e inoltre nessun cenno riguardo la riforma dei cicli, senza parlare del diritto allo studio sul quale non c è un euro». «Il mondo della scuola, oramai, si è compattato e non vuole il Ddl». «Renzi dovrebbe stare dietro la lavagna perché dice le bugie - commenta Doemico Pantaleo, segretario Flc-Cgil - Rispediamo al mittente le che sta inviando agli insegnanti. «Il disegno di legge sulla 'brutta scuolà non solo non risolve queste questioni ma non rinnova i contratti, concede pochi spiccioli a pochi docenti, non cancella la precarietà, mette in discussione la libertà dell'insegnamento, ignora il personale Ata e rende sudditi i docenti, concede benefici economici ai diplomifici». Francesco Scrima (Cisl) ricorda, tra l altro, la necessità di stralciare l assunzione dei docenti precari dal Ddl. Rino Di Meglio (Gilda) ha risposto con un altro video. È un conflitto si svolge anchesui socialnetwork. «I "nonmi piace" al video di Renzi alle 8.45 di ieri erano 3.717» conclude malizioso Di Meglio. Anche i deputati Pd hanno confezionato un video-messaggio. Inizia con «Cari studenti» e cita il discorso ai «giovani» di Berlinguer nel Meglio cambiare canale.

4 pagina 4 il manifesto VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 POLITICA INTERVISTA Fassina: il percorso dell opposizione interna l ho fatto tutto, la battaglia sulla scuola è quella decisiva «C è tanto Pd che ormai è fuori dal Pd» Renzi svolge la funzione della destra merkeliana che l Italia non ha. Serve una sinistra innovativa, ma un nuovo gruppo in parlamento è l esito di un percorso Andrea Fabozzi S tefano Fassina, ci siamo, ha deciso che non c è più spazio per lei nel Pd? Se non ci saranno radicali correzioni sulla scuola il mio percorso nel partito si concluderà perché ho già fatto tutte le tappe dell opposizione interna, e su questioni di massima rilevanza: dalla svolta liberista sul lavoro al populismo delle riforme elettorale e costituzionali. Ora c è il tentativo di uniformare la scuola a quel modello di democrazia autoritaria. Il suo percorso è chiaro ed è chiaramente divergente da quello del Pd, perché allora attendere l ultimo passaggio? Perché non è un passaggio formale, la mia scelta è seriamente legata a quello che avverrà sul disegno di legge scuola: al senato lo spazio per miglioramenti profondi non è ancora chiuso. Nel giro di poche settimane vedremo. Sta aspettando l occasione giusta perché la sua scelta sia il più possibile compresa e condivisa? Mi pare che non ci possano essere più dubbi sul fatto che il Pd si sia riposizionato in termini di cultura politica, di agenda e di interessi che intende rappresentare. Per un partito di sinistra il lavoro, la costituzione e la scuola sono i pilastri decisivi. Appunto, il Pd si è già riposizionato, allora perché attendere? Non c è solo Renzi, questa è l occasione per verificare la disponibilità di un pezzo del gruppo dirigente, i parlamentari, a fare le correzioni profonde che sono necessarie. Per il sottoscritto separarsi da una storia che condivide da anni è un fatto traumatico. La conforta il fatto che sulla scuola la disintermediazione renziana sta incontrando qualche difficoltà in più? C è stata una mobilitazione enorme, 618mila tra insegnanti e personale tecnico che scioperano è un fatto di rilevanza storica. Il governo ha sottovalutato la capacità di reazione di un pezzo di società consapevole, BOLOGNA Cinque attivisti agli arresti domiciliari Arresti domiciliari per cinque attivisti di collettivi universitari e centri sociali di Bologna. La loro colpa è di avere partecipato alle mobilitazioni contro le politiche di austerità del governo nazionale e locale e la demolizione della scuola e università. Una misura che è interpretata, si legge in un comunicato diffuso da Hobo Occupato, come una reazione al lancio della campagna «Libertàdi dimora» presentata martedì per raccogliere firme contro il divieto di dimora che magistratura e polizia ha inflitto ad altri due attivisti. Una campagna che ha raccolto già molte firme, la prima delle quali è stata del disegnatore Zerocalcare, che ha donato anche un disegno divenuto il logo della campagna. Gli arresti domiciliari sono relativi alle contestazione contro il ministro Marianna Madia lo scorso inverno. Ma nei giorni scorsi sono state scattate altre denunce. Queste sono invece in relazione delle contestazioni contro il premier Renzi alla festa dell Unità. Un susseguirsi di iniziative della magistratura e della polizia che, sostengono in un comunicato, sta rendendo plumbea l aria in città, restringendo gli spazi di iniziativa politica al di fuori dei partiti. Per oggi è previsto alle 11 un presidio di protesta in Piazza dei Tribunali. che non sta dietro ai messaggi conformistici ma legge i disegni di legge e gli emendamenti e mantiene una capacità di critica. Eppure Renzi, con o senza lavagna, vende una riforma diversa da quella che effettivamente fa. L opposizione, oltre che nel merito, non andrebbe giocata anche nella capacità di racconto? Abbiamo letto tutti Salmon, ma ci vorrebbero anche dei media un po meno cassa di risonanza del governo. Non si intravedono. In ogni caso abbiamo un problema a monte della capacità comunicativa. E cioè ricostruire il paradigma di una sinistra innovativa. Renzi presenta tratti di discontinuità nella cultura istituzionale, ma infondo è l interprete estremo della subalternità Adriana Pollice E letto in parlamento per tre legislature con Pds e Ds, ex sindaco di Castellammare di Stabia, attuale coordinatore regionale di Sel, Salvatore Vozza è il candidato governatore alle elezioni regionali in Campania per Sinistra al lavoro, una sigla che riunisce, oltre al partito di Nichi Vendola, Rifondazione, Pcdi, Sim, Partito del Lavoro, Green Italia, Act. Nessuno di loro ha superato la soglia di sbarramento nel 2010, i sondaggi li danno tra il 4 e il 6%. Mercoledì sera Vozza era nello studio di Matrix insieme agli altri competitor Stefano Caldoro (governatore uscente di Fi) e Valeria Ciarambino per il M5s. Marco Esposito della lista Mo! ha contribuito con un intervista. E rimasta una sedia vuota: Vincenzo De Luca ha declinato all ultimo minuto per motivi familiari. Vozza, a cosa attribuisce l assenza di De Luca? Ho l impressione che si sia trattato di una fuga dalle responsabilità sul tema dei candidati impresentabili nelle liste collegate. Una fuga in atto da parte di tutto il Pd e soprattutto da parte del segretario premier, Renzi. Gli impresentabili stanno diventando un macigno che Caldoro sta buttando per intero sulle spalle di De Luca. Il consiglio regionale uscente ha 57 componenti su 60 indagati culturale della sinistra al liberismo. Il cedimento lo precede di un quarto di secolo. Insomma: è un bravo comunicatore, ha i media con lui, ma il titolo della sua storia è falso, non può essere «cambiamento»? Soprattutto il cambiamento non è neutro, può essere regressivo o progressivo. Non a caso negli anni 80 si affermò l ossimoro «rivoluzione conservatrice», e anche quello era cambiamento. Fassina, quando doveva spiegare la sua permanenza del partito diceva che «c è tanto Pd fuori dal palazzo». Poi si è accorto che anche quello è renziano? Mi sto accorgendo che tanto Pd se n è già andato. Sto girando quasi una scuola al giorno, faccio incontri spontanei con gli insegnanti e mi per rimborsopoli, alcuni membri sono stati accusati di collegamenti con la criminalità e la camorra, addirittura il presidente del consiglio si è dovuto dimettere perché sotto inchiesta. Un mese fa l azienda sanitaria di Caserta è stata sciolta per infiltrazioni camorristiche. In quanto al tema dei fedelissimi di Nicola Cosentino (ex coordinatore regionale del Pdl, in carcere perché sotto processo, ndr), Caldoro promise che se i voti dei consentiniani fossero diventati determinanti per la sua maggioranza avrebbe sciolto il consiglio. Non l ha mai fatto. Il Pd invece di avviare una battaglia su questo, invece di dire non ricandidiamo chi è in questo consiglio, apriamo una fase nuova, ha chiuso gli occhi, sperando che le primarie togliessero di mezzo De Luca. Non è successo e adesso assistiamo a una specie di rivincita personale rispetto al 2010 dell ex sindaco di Salerno. Questo sta tenendo in vita anche Caldoro, a cui si contendono nicchie elettorali sul libero mercato politico. C è chi vi rimprovera di non aver accettato l accordo con Vincenzo De Luca in chiave anti-caldoro. Cosa ci avrebbero detto gli elettori il giorno dopo il patto De Luca-De Mita e l ufficializzazione delle liste piene di personaggi di destra o imbarazzanti? Il Partito della nazione a Roma produce il STEFANO FASSINA rendo conto che un pezzo del partito l abbiamo già perso. Questo pezzo del Pd che sta fuori dai palazzi è ormai fuori anche dal Pd. Quindi non sono diventati tutti renziani, è che sono rimasti quelli? Non dico questo, c è stata sicuramente un onda di conformismo. Ma anche questa «conquista» si deve leggere nella continuità. Renzi propone un interpretazione abile di un paradigma che è già stato presente nel partito. Era dominante ai tempi del Lingotto, c era anche durante la segreteria Bersani. Me le ricordo le battaglie contro Ichino per evitare che si arrivasse a dov è arrivato Renzi. Aggiungo: la costruzione del mito fondativo delle primarie è cominciata ben prima. Quel mito è adesso nel cuore delle istituzioni, ma c è arrivato partendo dallo statuto del Pd, e non ce l aveva messo Renzi. Non è il marziano che conquista un pianeta sano. E cos è? È il leader di un partito dell establishment, liberista e plebiscitario, subalterno all agenda tedesca. In Italia svolge il ruolo che altrove compete alla destra merkeliana, da noi assente. È questa la ragione per cui, nonostante la perdita di settori importanti del nostro elettorato, non si è indebolito come le altre forze della sinistra europea. Verso quei «settori importanti» le prime mosse sono venute dal sindacato: la segretaria della Cgil ha detto che non vota Pd, il segretario della Fiom ha lanciato la coalizione sociale. La prima mossa l hanno fatta gli elettori, quei 700mila che il 24 maggio hanno votato Pd in Emilia Romagna e l autunno successivo non l hanno più fatto. Il partito ha perso la metà dei consensi e la partecipazione al voto è crollata. La prova che ci sono domande sociali e domande di rappresentanza politica che non trovano risposta nel Pd. Alle domande è meglio offrire risposte piuttosto che iniziative non coordinate: Civati è uscito, lei no o non ancora. Con Civati e con altri abbiamo discorsi aperti, siamo in una transizione e la risposte non possono arrivare da dinamiche di palazzo. Bisogna che parta dai territori un percorso condiviso. Noi che svolgiamo una funzione di rappresentanza politica possiamo solo portarlo avanti. Sta dicendo che non c è fretta di costituire un nuovo gruppo in parlamento? Avrebbe senso solo se fosse la proiezione di fatti che devono maturare fuori dai palazzi e che dobbiamo essere in grado di accompagnare. Cominciando dalla raccolta delle firme per il referendum contro l Italicum? Penso la questione della scuola ci consenta di raccontare la svolta che sta avvenendo sul terreno della democrazia in modo molto più efficace della riforma elettorale. Campania/ INTERVISTA A SALVATORE VOZZA, SOSTENUTO DA SINISTRA AL LAVORO «A Renzi va bene anche Caldoro Sui candidati il Pd ha chiuso gli occhi» «I dem speravano che le primarie togliessero di mezzo l ex sindaco di Salerno. Che ora tenta la sua rivincita» Jobs act, La buona scuola, lo Sblocca Italia, riforme costituzionali di quel tipo; nelle periferie imbarca di tutto perché l imperativo non è cambiare ma vincere. Non importa il programma ma intercettare pacchetti di voti e i personaggi che li riciclano. Sotto elezione torna il cavallo di battaglia «stop agli abbattimenti» degli edifici abusivi. E la terza campagna elettorale in cui si cavalca il tema, non è possibile che l unica leva di sviluppo che si abbia in testa è il condono. Si è provato a infilarlo nel collegato alla finanziaria regionale, che avrebbe permesso costruzioni persino nella Costiera amalfitana e nella zona rossa a rischio eruzione Vesuvio. Caldoro fa tutto con un aplomb sconvolgente e scarica i guasti sull eredità del passato, ma lui che eredità lascia? Una sanità dove si muore, i trasporti allo sfascio, quattro miliardi di fondi Ue mandati indietro. Non ha tolto un chilo di ecoballe in cinque anni. L opposizione dov era? Nello studio di Matrix Caldoro ha provato a intestarsi la battaglia per non chiudere lo stabilimento Indesit di Carinaro. In cinque anni non ha mai imposto al governo un tavolo per discutere di politiche industriali, a cominciare dalla fuga di Finmeccanica dalla Campania. Il governatore ha rivendicato di aver fatto una delibera per Carinaro, ma è una delibera di principio senza impegni di spesa. Mentre mandava indietro i fondi Ue, ha ignorato il progetto per ampliare il bacino di carenaggio di Fincantieri. Il governo toglie alla Campania e al Mezzogiorno il Fondo di coesione e nessuno dice niente. Caldoro o De Luca per Renzi è lo stesso, addirittura premier e governatore si fanno i complimenti a vicenda. Renzi ha promesso di venire domani all inaugurazione della nuova stazione della metropolitana. E uno sbaglio. Il premier si era preso un impegno su Bagnoli, sulla Terra dei fuochi e non è successo niente. Anzi la popolazione è in subbuglio. Disse che per la vertenza Whirlpool-Indesit ci pensava lui e si è visto. E poi dici di voler venire a inaugurare una stazione? Ci vuole sobrietà. PRESCRIZIONE Accordo Ncd-Pd Priorità corruzione Mattarella benedice Eleonora Martini ROMA P ace fatta e accordo ritrovato all interno della maggioranza di governo, per il momento, sulla prescrizione. I democratici fanno dietrofront e tornano a trattare sull allungamento dei termini che nel ddl approvato a fine marzo alla Camera - con grande disappunto di Alfano - venivano dilatati per tutti i reati e non solo per quelli contro la pubblica amministrazione. L inversione di rotta avrà luogo in Senato, dove però per trovare la quadra c è bisogno di istituire un «tavolo tecnico». È il patto suggellato ieri in via Arenula nell incontro tra il Guardasigilli Andrea Orlando, il viceministro Enrico Costa, il responsabile Giustizia del Pd David Ermini, il presidente dei senatori di Ap Renato Schifani e il capogruppo in commissione Senato Nico D'Ascola. Di contro, il Ncd seppellisce l ascia di guerra alla Camera e rispetta la blindatura renziana del ddl anticorruzione in modo da farlo approvare in via definitiva - in Aula probabilmente già mercoledì prossimo - «così com è uscito dal Senato». Perché «i corruttori sono i peggiori peccatori», ha sottolineato ieri anche il capo dello Stato Sergio Mattarella citando le «parole di fuoco di Papa Francesco che condivido». È «un fenomeno che avvertiamo diffuso» e che «ci fa indignare», ha aggiunto il presidente rispondendo alle domande dei giovani al Sermig di Torino, «come se ci fosse una sorta di concezione rapinatoria della vita». E dunque, l accordo sulla prescrizione raggiunto ieri nella maggioranza, di cui Orlando si dice «assolutamente soddisfatto», consente al Pd, come ha ricordato lo stesso Guardasigilli, «di approvare le norme anticorruzione prima delle elezioni regionali, come ci eravamo impegnati a fare e come è giusto fare». E come è necessario fare soprattutto in Campania, dove la partita si gioca tutta sulla presentabilità delle liste. Ma il ddl che ha superato indenne il vaglio della commissione Giustizia della Camera, oltre a reintrodurre il falso in bilancio aumenta decisamente le pene per i reati di corruzione portandole a 6-12 anni di reclusione, e in caso di particolari conseguenze dell illecito anche fino a 14 anni e oltre. Di conseguenza, e per effetto del ddl sulla prescrizione, i termini di decadenza di questo tipo di reati contro la Pa possono arrivare fino a 21 anni, essendo computati sulla base della pena edittale massima aumentata della metà. «Tempi troppo lunghi che avrebbero avuto riflessi sulla ragionevole durata dei processi», è il punto di vista di D Ascola. Condiviso però anche dai penalisti italiani, il cui presidente Beniamino Migliucci plaude al ripensamento del Pd ma si augura che «la riduzione dei termini avvenga per tutti i reati, riformando le sospensioni dopo le sentenze di primo e secondo grado». Una richiesta già bocciata in partenza, perché Ermini spiega che il compito del tavolo tecnico sarà quello di tentare un armonizzazione dei due provvedimenti, corruzione e prescrizione, per cercare «un maggiore equilibrio ed un aumento dei termini», mantenendo però «l'impianto del testo sulla prescrizione integro», con «le sospensioni di due anni e un anno dopo le condanne in primo grado e in appello». E invece i penalisti insistono «perché venga dato un termine serio alle indagini preliminari, dove matura la gran parte delle prescrizioni».

5 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 5 MIGRANTI All Italia il compito di coordinare l intervento contro gli scafisti. Ma intanto si aspetta l Onu «Pronti a guidare la missione» ROMA I n attesa di sapere nei dettagli come l Unione europea pensa di contrastare i trafficanti di uomini, l Italia si prepara sempre più a essere il punto di riferimento e coordinamento di una missione europea che, nonostante le smentite della «ministra degli esteri» Federica Mogherini, lascia ancora molti dubbi sul fatto che non verranno svolti interventi militari sul territorio libico. Ad alimentare questi sospetti ci ha pensato ieri il ministro degli Interni Angelino Alfano parlando di «azioni mirate in Libia» per fermare gli scafisti. «Siamo pronti a intervenire, serve solo il consenso dellonu», ha proseguito Il ministro Alfano sul piede di guerra. «Azioni mirate in Libia». Intanto si fa avanti anche la Nato il ministro descrivendo la missione come un operazione di polizia internazionale simile a quella messa in atto in Somalia contro i pirati. In queste ore i verici della Difesa sono al lavoro per preparare la missione in attesa della risoluzione Onu che la renderà operativa. Sembra ormai assodato che il comando sarà affdato all ammiraglio di Divisione Enrico Credendino con sede a Roma presso il Coi di Centocelle. E previsto l utilizzo delle navi anfibie San Giusto, San Giorgio e San Marco oltre alla portaerei Cavour. A bordo troveranno posto anche le truppe speciali del Consubin e del San Marco. L idea sembrerebbe essere quella di veloci incursioni a terra per distruggere i barconi quando si trovano ancora nei porti libici e con un rapido rientro a bordo. Facile prevedere cosa potrebbe accadere se i soldati dovessero incontrare resistenza, come è probabile. Di certo il rischio di uno scontro a fuoco è elevato, così come quello di mettere a rischio proprio la vita di chi si vorrebbe salvare, vale a dire dei migranti. L operazione per ora è comunque tutta europea, con almeno una decina di Paesi che potrebbero prendervi parte al fianco dell Italia. Anche se non è escluso un futuro ruolo da parte della Nato. ieri il segretario generale Jens Stoltenberg ha negato di aver ricevuto finora richieste di intervento da parte di Bruxelles. «Lunedì parteciperò al consiglio Esteri-Difesa, ma l operazione nel Mediterraneo è europea», ha sottolineato. Una situazione che potrebbe però cambiare con l evolversi della situazione. come ha lasciato intendere lo steso Stoltenberg. In Libia «la Nato è pronta a contribuire al rafforzamento della capacità di difesa, quando la situazione lo permetterà», ha aggiunto il segretario spiegando come l Alleanza stia considerando di lavorare sui fluissi migratori in Iraq, «e in questo modo affrontiamo la ragioni alla radice». Ieri Alfano è tornato a parlare del sistema delle quote previsto dall agenzia europea sull immigrazione presentata mercoledì dal commissario Ue Dimitri Avramopoulos come di un successo dell Italia. ««E iniziata la caduta del muro di Dublino», ha detto il ministro riferendosi al regolamento europeo. Va ricordato che sempre Alfano alla fine di ottobre dell anno scorso aveva salutato come un altro successo italiano l avvio della missione Triton nel Mediterraneo, e poi i risultati si sono visti. Anche stavolta, comunque, il ministro canta vittoria: «Abbiano ottenuto un successo straordinario», ha detto. Dall inizio dell anno fino all 8 maggio sono state le richieste di asilo presentate, alle quali vanno aggiunto quelle delle persone che si trovano già in accoglienza. A fornire le cifre è stato ieri il prefetto Angelo trovato, presidente della commissione nazionale per il diritto d asilo ascoltato presso la commissione parlamentare d inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione e trattenimento dei migranti. «Le richieste di asilo sono state nel corso del ha detto il prefetto -, un dato in crescita del 138% rispetto alle richieste dell anno precedente. Per dare un idea del fenomeno con il quale ci stiamo confrontando, a oggi, il dato delle richieste nel 2015 è quasi uguale a quello totale del 2013». Per quanto riguarda l esame delle richieste, nel 2014 ne sono state esaminate , il 53% in più rispetto al Un numero di assolto rilevo anche se, ha specificato Trovato, va specificato che ci troviamo il bagaglio delle oltre 30 mila che non si sono riuscite ad esaminare nell anno precedente». Da segnalare infine l arrivo ieri ad Augusta dei primi 477 profighi tratti in salvo dalla nave Bourbon Argos di Medici senza frontiere. c.l. FCA L uomo è stato licenziato dal sito di Nola per una protesta definita «macabra» dall azienda L operaio che aspetta Renzi sulla gru Adriana Pollice P recari, studenti, comitati di quartiere, docenti contro «La buona scuola» si sono riuniti ieri a piazza Municipio per spiegare le ragioni del corteo Renzi statt a casa! previsto per domani (partenza da piazza Dante alle 9). Il premier aveva annunciato MIGRANTI SALVATI NEL CANALE DI SICILIA DA UNA NAVE INGLESE LA POLEMICA Boldrini: «Quote europee troppo basse» ITALIA «La quota di rifugiati da accogliere prevista dal nuovo piano della Commissione Europea è di circa 20 mila persone, da dividere su 28 Stati, quindi una cifra molto bassa, soprattutto se si pensa che in tutto il mondo i rifugiati sono 50 milioni che l'85% di essi è ospitato dai Paesi del sud del mondo. All'Europa sembrano cifre considerevoli ma non lo sono». Lo ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini a «Voci del Mattino» su Radio1 Rai. Secondo Boldrini è un «aspetto positivo è che la Commissione Europea si sia adoperata per aumentare le risorse di Frontex, della missione che si chiama Triton. «Siamo passati da un investimento iniziale di 3 milioni di euro al mese a 9 milioni di euro, che di fatto è la cifra che investiva l'italia con Mare Nostrum. Diciamo comunque - ha concluso Boldrini - che quello compiuto dall'europa è un primo passo importante, il segnale, anche se timido, di un'assunzione di responsabilità su questi temi». MALESIA Respinto barcone con birmani e bengalesi La Malaysia ha respinto un barcone con a bordo oltre 500 migranti birmani e bangladesi, dopo avergli fornito carburante e provviste. L'imbarcazione è stata trovata mercoledì al largo della costa dello Stato settentrionale di Penang, appena tre giorni dopo lo sbarco di un migliaio di profughi sulla vicina isola malese di Langkawi. Il viceministro dell'interno malese Wan Junaidi Jaafar ha detto che la Malaysia non può permettersi di avere immigrati che invadono le sue rive. «Cosa vi aspettate che facciamo? Siamo stati molto disponibili verso le persone che hanno fatto irruzione nella nostra frontiera. Dobbiamo inviare il messaggio giusto: che non sono i benvenuti qui», ha dichiarato. Un altro barcone carico di 300 Rohingya è stato individuato ieri vicino alle coste sud-occidentali del Paese. la sua presenza all inaugurazione della nuova stazione della metropolitana, ma ancora non si sa con certezza se verrà. Non è la prima volta che Renzi si tira indietro, non essendo sicuro di ricevere solo applausi. Persino la Cgil ieri ha detto: «Una nuova visita "mordi e fuggi", qualche annuncio e poi il nulla. Se questo dovrà essere, sarebbe bene che il presidente del Consiglio ci risparmi un ulteriore passerella». L unico che attende il premier è Mimmo Mignano, operaio licenziato due volte dalla Fiat. Da domenica notte è su una gru del cantiere della metro di piazza Municipio, a 50 metri d altezza. Con lui c era un collega del Comitato di lotta cassintegrati e licenziati, dopo 14 ore è sceso per le vertigini. Il Lingotto buttò fuori Mimmo la prima volta nel 2007 dopo un azione di informazione con megafono e striscioni in una concessionaria Fiat. Il giudice del lavoro, dopo sette anni, lo ha reintegrato perché ha giudicato il licenziamento «sproporzionato e pertanto illegittimo». Così l azienda lo ha buttato fuori di nuovo a giugno 2014, insieme a quattro operai del Wcl (il reparto logistico di Nola), per aver messo in scena davanti ai cancelli l impiccagione di un manichino con la foto di Marchionne sul viso. In base alle legge Fornero, la causa si sarebbe dovuta discutere entro 40 giorni, invece la prima udienza è stata fissata dopo un anno (il prossimo 21 maggio) e potrebbe slittare ancora, ma da questo mese sono senza alcun sostegno al reddito. «Sono distrutto - racconta Mignano - Mai più vorrò passare una cosa simile, ma ho intenzione di spendere tutte le mie ultime forze per aspettare Renzi. Sotto la gru sono arrivati operai a darmi la solidarietà. Stamattina si è fermata una famiglia con i figli, mi hanno chiamato e RAZZISMO Protestano le associazioni Padova, fiaccolata contro gli immigrati Ernesto Milanesi PADOVA T emporale, soprattutto politico, nella città che da sempre è identificata da storici «foresti» (Giotto, sant Antonio, Galileo). Stasera sono in programma due manifestazioni e Padova è già un «caso» sul fronte dell immigrazione. Alle giusto di fronte a palazzo Moroni e al Bo si è data appuntamento la maggioranza silenziosa convocata da Massimiliano Pellizzari, commerciante schieratissimo con il centrodestra che amministra la città da un anno in aperta polemica con magnifici commendatori dell Università e lobby post-dorotee. Alle 19 in piazza Garibaldi invece si sentiranno voci, ragioni e cuore di «Padova accoglie»: la coo- LA PROTESTA A NAPOLI DEGLI OPERAI DI FCA-FIAT /FOTO LAPRESSE Sindaco leghista e centrodestra contro il possibile arrivo di nuovi profughi. E il Pd cittadino sta a guardare perativa sociale Percorso Vita, la Casa dei diritti don Gallo, Arci, A braccia aperte, Beati costruttori di pace, Asu, Adl-Cobas, Mimosa, Ya basta, Legambiente, il centro sociale Pedro, Razzismo Stop e Anpi mobilitati da giorni in alternativa alla fiaccolata fascio-leghista. È anche campagna elettorale, soprattutto per la Lega del sindaco Massimo Bitonci che cavalca a colpi di ordinanza il «respingimento» di chi è appena sbarcato. «Un invasione, qual è quella di questi cosiddetti profughi che in realtà sono quasi tutti clandestini, non si accoglie, ma si respinge. È come se, quando avevamo i barbari alle porte, avessimo fatto loro strada invece di combatterli» tuona anche per replicare al vescovo Antonio Mattiazzo e alle cronache dell Avvenire. Sintomatica l imbarazzante confusione che regna nel Pd, incapace di metabolizzare la sconfitta elettorale e il definitivo tramonto del «ventennio Zanonato». I giovani segretari Antonio Bressa e Massimo Bettin non hanno aderito all appello lanciato da don Albino Bizzotto e da chi quotidianamente si preoccupa dell accoglienza. Ed è ancora difficile da archiviare il proclama di Francesco Vezzaro, sindaco Pd di Vigodarzere, pronto a dimettersi se fossero arrivati i migranti di Lampedusa: esattamente in sintonia con Bitonci E stasera - diluvio permettendo - la fiaccolata si snoderà lungo le piazza e il centro storico per approdare sotto le finestre del prefetto Patrizia Impresa che è nel «mirino» insieme al governo Renzi. Sindaco, assessori e consiglieri di maggioranza dovrebbero essere alla testa del corteo «benedetto» dal governatore Luca Zaia in cerca di conferma nelle urne. Poi partirà la manifestazione anti-razzista che ha incassato l adesione politica dei consiglieri di Padova 2020, insieme a Sel e Rifondazione. Ma in piazza si vedrà di nuovo la «Padova degna» che serve la cena in piazza ogni estate, si offre volontaria quando la «sussidiarietà istituzionale» fa un passo indietro, accompagna chiunque abbia bisogno, resta fedele al diritto di cittadinanza. «La fiaccolata che vedrà in prima fila il sindaco rappresenta un aggressione alla vera anima dei padovani, che è da sempre aperta, accogliente, solidale e fraterna, nonché un insulto ad una città volenterosa, che si vuole marginalizzare e immiserire con l odio e la paura» affermano i promotori dell iniziativa in piazza Garibaldi. Padova, simbolo della Lega di lotta e di governo, sembra finalmente pronta a girare pagina. Ben al di là degli interessi elettorali di Alessandra Moretti e Flavio Tosi che infatti continuano a preferire i «meeting blindati» Il premier è atteso a Napoli domani, ma non è certo che arrivi. Ci saranno anche precari e insegnanti salutato con il pugno chiuso, sono cose che ti danno forza». Mimmo racconta mentre fa avanti e indietro sul braccio orizzontale della gru: dal lato verso il Maschio Angioino non c è parapetto, la scorsa notte si è addormentato, non rispondeva al cellulare, i compagni hanno avuto paura che potesse precipitare. La polizia staziona sotto, mentre il cantiere va avanti. Ogni volta che si cerca di fargli avere una bottiglia d acqua, la batteria per il cellulare, medicinali contro il mal di testa e la crema solare (ha i piedi spaccati e la pelle ulcerata) bisogna intavolare una trattativa. La scorsa notte è stato necessario bloccare il traffico per ottenere il via libera. La busta la portano su i pompieri. «Ero un Rsu Cobas, sono abituato alle lotte in fabbrica, ai picchetti ai cancelli. Criticavo chi saliva sulle gru. Ma siamo in cinque, ci negano un diritto e lasciano che il tempo passi, così ci è scaduto anche il sussidio di disoccupazione. Abbiamo persino scritto al presidente Sergio Mattarella, niente. Allora abbiamo perlustrato la città, individuato la gru e alle due di notte siamo saliti. Col Jobs Act quando mai potremo rientrare in fabbrica, ora che c è persino una legge che dà a Marchionne un arma per non reintegrare chi ha lottato una vita per i diritti?». Secondo l azienda, i cinque dipendenti hanno compiuto «atti macabri, gravissimi e inauditi»: «Se gli metti un manichino con la faccia di cartone davanti a un reparto, Marchionne si spaventa e ti licenzia? Vogliamo solo che si discuta la causa. Se è così convinto di avere ragione nel volersi togliere dalle scatole questi cinque operai, perché non sale pure lui con me sulla gru per chiedere un processo rapido? Lo aspetto».

6 pagina 6 il manifesto VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 INTERNAZIONALE AFGHANISTAN Muore un italiano. E la Nato annuncia che la missione proseguirà anche dopo il 2016 Attacco «agli stranieri» a Kabul NELLA FOTO POLIZIOTTI AFGANI SUL LUOGO DELL ATTENTATO, A DESTRA SOLDATI PACHISTANI, SOTTO GLI SCONTRI IN BURUNDI /LAPRESSE Giuliano Battiston KABUL M ercoledì, Rita Plantera S ono ore di paura e di incertezza per le popolazioni del Burundi, già stremate dalla tensione e dalla violenza di settimane di protesta. Chi controlla il Paese all indomani dell annuncio della destituzione del Presidente uscente Pierre Nkurunziza da parte del generale ed ex capo dei servizi segreti Godefroid Niyombare? Giovedì un altro generale, il Capo di Stato Maggiore delle forze del Burundi Prime Niyongabo - rimasto fedele al Presidente - ha annunciato «il fallimento del colpo di stato» sulle mentre dalla Turchia il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg annunciava una nuova missione post-2016 in Afghanistan, da Qolola Poshta, un quartiere residenziale di Kabul, sede di Ong e dell ambasciata olandese, si sono sentiti i primi colpi. Provenivano dal Park Palace, un hotel di livello medio-alto, frequentato soprattutto ma non esclusivamente da stranieri. Afghani e stranieri chiacchieravano e mangiavano nel giardino intero, su cui si affacciano le stanze, in attesa che cominciasse il concerto del cantante Altaf Hussain. Poi, l assalto dei barbuti. Ancora non è chiaro se gli assalitori fossero tre, come hanno riferito alcune fonti, o uno soltanto, come ha dichiarato il portavoce degli studenti coranici Zabihullah Mujahid. L assedio è comunque durato fino alle prime ore del mattino. Dal quartiere di Deh Afganah, dove chi scrive alloggia, l eco degli scontri arrivava nitido, a intermittenza: hanno faticato a lungo le forze speciali per evacuare dell albergo 54 ospiti. Per quattordici persone non c è stato niente da fare. La conferma ufficiale sul numero delle vittime è arrivata molto tardi, ieri pomeriggio, da parete di Unama, la missione delle Nazioni unite qui a Kabul (mentre il ministero degli Interni afghano è rimasto a lungo in silenzio). Tra le vittime, l italiano Sandro Abati, 48 anni, che secondo la Farnesina «lavorava come consulente per un agenzia che promuove investimenti in Afghanistan» e la donna kazakha che avrebbe dovuto sposare presto, Aigerim Abdulayeva, 28 anni. Oltre a loro, 4 afghani, 4 indiani, 2 pachistani, un britannico e uno statunitense. Almeno 7 di loro erano operatori umanitari, ha ricordato il portavoce di Acbar, una delle agenzie che coordina le attività umanitarie nel paese. Due, Jawid Ahmad Sahai e Mohammed Mohammady, lavoravano per l organizzazione Action Aid. L obiettivo, anche questa volta, erano «gli stranieri». Perché «le forze di occupazione devono rendersi conto che non sono al sicuro in nessun luogo», ha minacciato Mujahid. I Talebani lo hanno dimostrato in passato: non fanno distinzioni tra civili e militari. Per loro ha ricordato su twitter un altro portavoce, Abdulqahar Balkhi - «chiunque sia un cittadino di un paese straniero, specie se della Nato, è considerato un occupante». Un obiettivo legittimo. Le raccomandazioni dell Onu e di Human Rights Watch lasciano il tempo che trovano. I Talebani colpiscono tutti. Anche gli obiettivi civili. Ma sarebbe sbagliato pensare che gli attacchi ai «soft target» siano soltanto azioni sacrificali e suicide, un segno di debolezza sul piano militare. Oltre a questo tipo di attentati, le forze anti-governative portano avanti altre strategie. E non esitano a condurre operazioni complesse, per la conquista e il controllo del territorio. Nella provincia settentrionale di Kunduz, cruciale nella geografia commerciale e politica del paese, da settimane è in corso un offensiva che ha provocato 100 mila sfollati. Non fa notizia, perché non ci sono stranieri coinvolti. Non fa notizia neanche la chiusura forzata, questo mese, del 20% delle scuole della provincia di Ghor, nel cuore del paese, a causa degli scontri in atto. Non fa notizia l instabilità della provincia nord-occidentale del Faryab, come di molte altre, in particolare quelle a ridosso della Durand Line, il confine con il Pakistan. Da lontano, si pensa forse che la guerra sia finita. Al contrario, continua. Le vittime crescono. Ieri l ufficio dell Onu a Kabul ha reso noto che nei primi 4 mesi del 2015 sono state le vittime civili afghane (974 i morti, 1963 i feriti). Il 16% in più rispetto al Mentre da Emergency fanno sapere che, nei loro ospedali di Kabul e di Lashkargah, il numero delle vittime accolte nel 2014 è stato del 146% superiore a quello del frequenze della radio nazionale. A Bujumbura, la capitale, pesanti combattimenti sono scoppiati tra lealisti e golpisti intorno alle sede della televisione e della radio nazionale (unico mezzo di comunicazione, e per questo di strategica importanza, per raggiungere la popolazione). Da una località tenuta segreta in Dar es Salaam, Tanzania, (dove si era recato per partecipare ad un vertice della Communauté des États d Afrique de l Est (Eac) sulla crisi in Burundi) il presidente Nkurunziza ha condannato i golpisti e ringraziato «i soldati che stanno mettendo ordine», perdonando «ogni soldato che decide di arrendersi». Messaggio affidato alla radio poco prima che le trasmissioni venissero interrotte. Il suo tentativo di rientrare nel Paese durante la notte è fallito a causa della chiusura dell aeroporto di Bujumbura ad opera degli uomini del generale Godefroid Niyombare. Resta difficile in tale situazione determinare chi controlla il potere nella capitale, tra le dichiarazioni dei lealisti secondo cui i punti strategici come la radio, l aeroporto e gli uffici presidenziali sarebbero nelle loro mani e quelle dei golpisti che affermano di controllare «quasi tutta la città» di Bujumbura. Nella notte tra mercoledì e giovedì due delle tre principali radio private del paese (Rpa e Radio Bonesha) e la principale televisione indipendente, Télé Renaissance, che avevano trasmesso le dichiarazioni dei golpisti, sono state sac- A partire dal 2017, ha annunciato l Alleanza, ci sarà una presenza civile e militare La guerra afghana continua, dunque. E nessuno vuole ammettere che è una guerra persa. La retorica del «mission accomplished» recita che il nuovo presidente, Ashraf Ghani, è un politico serio, non un «cavallo pazzo» come il predecessore Karzai. Che i soldati afghani reggono bene, da soli, il peso dei combattimenti. Che l economia del paese crescerà. Che il processo di pace darà presto buoni frutti. Storie. Il nuovo governo ha già deluso gli afghani, ed è paralizzato nell antagonismo tra Ghani e il quasi primo ministro Abdullah Abdullah. Perfino gli americani temono che, sotto il profilo militare, «i ministeri afghani non siano pronti - in alcun modo - a reggersi sulle proprie gambe» (lo ha detto tre giorni fa John F. Sopko, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction). Senza considerare che dal 2013 al 2014 sono stati i soldati afghani uccisi in combattimento. L economia è in stallo. Il processo di pace non è ancora partito davvero. E i Talebani e le altre forze anti-governative restano forti. Anche per questo, la Nato sembra averci ripensato. Gli ultimi soldati non verranno via alla fine del 2016, con il compimento della missione Resolute Support: a partire dal 2017, ha annunciato mercoledì da Antalya Jens Stoltenberg, ci sarà una nuova missione. «A guida civile», ma con componenti militari. Una missione di non-combattimento in un contesto in cui si combatte. Uno strano ibrido di cui per ora si hanno poche informazioni. Vedremo tra qualche mese. I Talebani però hanno già fatto sapere che non ci stanno. «Il jihad continua fino a quando l ultimo soldato straniero non lascerà il nostro paese». BURUNDI Dopo la destituzione di Nkurunziza, lealisti e golpisti combattono intorno alla sede tv A Bujumbura scene di guerra civile PAKISTAN Disaccordi tra Islamabad e Kabul La guerra infinita sulla frontiera dell Afpak Emanuele Giordana Q uella degli ismailiti è una piccola minoranza nella minoranza sciita del Pakistan. Ma pochi o tanti, poco importa ai gruppi che hanno fatto della guerra agli apostati la loro religione. L ultimo attentato, 43 morti e 23 feriti, avvenuto a Karachi in pieno giorno dove un commando ha assaltato un autobus carico di fedeli, colpisce la piccola setta presente anche in Afghanistan e, in maggior numero, in India. Mentre ieri si sono svolti i funerali per la strage di mercoledì, si fanno i conti con le rivendicazioni che puntano dritte allo Stato islamico. O meglio, al gruppo Jundallah, organizzazione settaria che come altre prende da sempre di mira chi devia dalla retta via e che, fino a novembre scorso, faceva parte del Ttp (Tehreek Taleban Pakistan), l ombrello talebano pachistano in odore di scissione da mesi e dal quale molti gruppi si staccano per aderire al progetto dello Stato islamico che prevede un Khorasan (area che nella testa di Al Bagdadi comprende Afghanistan e Pakistan) affiliato al Grande Califfato. Jundallah (soldati di Allah) è di formazione abbastanza recente e si è fatto notare per cheggiate e date alle fiamme dalla polizia e dall Imbonerakure, l ala giovanile del partito al governo. Nella mattinata è stata la radio pubblica a essere attaccata dai golpisti, nel tentativo di sottrarne il controllo alle truppe lealiste. Gli spari sono continuati per tutta la notte intensificandosi poco prima dell alba, mentre colonne di fumo nero si alzavano sul porto della città. Evidente nella capitale il contrasto con lo scenario del giorno prima. Ai canti e alle danze di giubilo di mercoledì, giovedì è subentrata la quiete agghiacciante: strade pattugliate da uomini armati in uniforme e bloccate da barricate di pneumatici dati alle fiamme; sporadici i veicoli in circolazione. Una notte insonne per la gente del Burundi, rimasta rintanata in casa tra l angoscia per una situazione di caos e l attesa di conoscere l epilogo della lotta per il potere che si sta consumando tra le ali rivali delle alte sfere politiche e militari. I pochi che hanno tentato di affacciarsi fuori di casa sono stati fermati. Secondo la Reuters, in un sobborgo un gruppo di giovani che ha cercato di raggiungere a piedi il centro della città è stato bloccato dalla polizia, mentre altrove alcuni agenti sono stati visti picchiare un ragazzo. A scatenare il golpe (o tentato tale) sarebbe stata la decisione di Nkurunziza di candidarsi per il terzo mandato quinquennale alle presidenziali del prossimo giugno. Candidatura del tutto contraria alle disposizioni della Costituzione che ne prevede solo due e respinta dalla popolazione, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale l abbia invece ritenuta ammissibile (avendo considerato il primo mandato del presidente affidato su nomina dal Parlamento invece che dal voto popolare). C è però da considerare che durante la guerra civile in Burundi che si è conclusa nel 2005, l esercito era nelle mani della minoranza Tutsi in lotta contro i gruppi ribelli della maggioranza Hutu, tra cui quello guidato da Nkurunziza. L esercito è stato poi riformato per includere le fazioni opposte, ma i timori di rivalità etniche persistenti al suo interno sono rimasti. diverse azioni con risonanza anche all estero: quella nel giugno 2013 nel Gilgit-Baltistan dove fa strage di un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità. A settembre due kamikaze fanno invece saltare la chiesa di Ognissanti a Peshawar: 127 morti e 250 feriti. A ottobre 2014 se la prendono con un jihadista «moderato» - maulana Fazlur Rahman della Jamiat Ulema-e-Islam che riescono solo a ferire. Dopo l adesione all Is (di cui forse c è già un avvisaglia nell attentato a un musulmano «deviato» come Fazlur Rahman), attaccano la parata dell esercito pachistano al posto di frontiera di Wagah con l India: 60 morti. Da gruppo anti sciita, sono passati a uccidere turisti, cristiani e soldati pachistani, una deriva che li avvicina all Is. Ultimo colpo a gennaio:49 morti in una moschea sciita. Il governo però getta acqua sul fuoco. Secondo il ministero degli Esteri la paternità dell attentato contro il bus è dubbia: prima un biglietto lasciato sul posto dal commando poi l annuncio Twitter dell Is. Infine una telefonata di Jundallah e poi una rivendicazione del Ttp. Soprattutto, sottolinea la diplomazia pachistana, è presto per dire se la mano è di Daesh (Isis). A metà marzo, il ministro degli Esteri Nisar aveva addirittura escluso la sua presenza Le rivendicazioni dell ultimo attacco portano all Isis e al «nuovo» gruppo Jundallah in Pakistan. Presenza che forse non è molto forte ma che evidentemente esiste, seppur in un quadro assai frammentato e in competizione come dimostrano le diverse rivendicazioni. La preoccupazione per la china che stanno prendendo le cose (ogni giorno in Pakistan si registrano omicidi politici mirati, attentati kamikaze e assalti a soldati) è palpabile. Lo si capisce dalle parole che Nawaz Sharif, accompagnato dal rappresentante delle forze armate Raheel Sharif, ha appena pronunciato nella sua visita di Stato a Kabul: «Chi è nemico dell Afghanistan non può essere amico del Pakistan». Al di là delle frasi di convenienza tra due paesi che si sono sempre guardati in cagnesco, il Pakistan sembra proprio voler girare pagina anche perché, con una ripicca raffinata, l Afghanistan ha tollerato nel suo territorio la presenza di combattenti talebani pachistani (tra cui mullah Fazlullah, il capo del Ttp). Il disaccordo tra i due Paesi non ha fatto che favorire guerriglieri, terroristi e jihadisti e ora, più in Pakistan che in Afghanistan, la faccenda sta diventando spinosa e sul problema sicurezza il governo di Nawaz sta rischiando. L accordo tra i due paesi (sia di intelligence sia sui flussi di frontiera) complicherebbe la vita ai talebani di entrambi i Paesi e ad altri gruppi di varia affiliazione (Al Qaeda, Is) e provenienza (come il Movimento islamico dell Uzbekistan, lui pure passato a Daesh).

7 Sbilanciamo l'europa VENERDÌ 15 MAGGIO N 66 SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO I contro-pilastri di una politica di sinistra contro le ricette liberiste di Renzi dovrebbero essere la difesa dei beni comuni e del patrimonio pubblico; un piano del lavoro fondato sulla dignità e i diritti delle persone; il ruolo degli investimenti pubblici; la difesa del welfare e dei diritti La rilettura La disoccupazione strutturale Affermare che la disoccupazione oggi, a metà degli anni ottanta, si presenta come il problema più grave che le economie industriali dell'occidente si trovano a dover affrontare non significa ribadire un luogo comune, ma indicare il primo punto all'ordine del giorno dell agenda della politica economica e delle parti sociali. È ormai chiaro che la disoccupazione ha caratteri strutturali e che i comportamenti e le politiche chiamati a combatterla non possono basarsi su strumenti tattici di natura congiunturale, ma debbono porre in atto strategie di più ampio respiro. Questa idea, purtroppo, stenta a farsi strada, per cui, anziché a un'azione congiunta delle forze politico-sociali volta al raggiungimento di un obiettivo che non può non essere comune - pena la destabilizzazione politica e la caduta dei livelli di democrazia Giulio Marcon Fausto Vicarelli L e scelte di Renzi seguono il corso delle politiche europee all insegna di austerità e neoliberismo. Quattro sono i pilastri (ben evidenti nel Def e nella legge di stabilità) di queste politiche italiane ed europee: le privatizzazioni, la precarizzazione del mercato di lavoro, il sostegno agli investimenti privati (con l assenza degli interventi pubblici) e la riduzione della spesa pubblica. I quattro contro-pilastri di una politica di sinistra dovrebbero essere, all opposto: la difesa e la valorizzazione dei beni comuni e del patrimonio pubblico; un piano del lavoro fondato sulla dignità ed i diritti delle persone; il ruolo dell intervento e degli investimenti pubblici; la difesa del welfare e dei diritti. E insieme a questi, una politica di redistribuzione del reddito fondata su una politica di giustizia e progressività fiscale. Le politiche europee - oltre ad essere profondamente sbagliate- non hanno funzionato e non stanno funzionando: dall'inizio della crisi la disoccupazione è aumentata mediamente di 5 punti ed il debito pubblico nell eurozona è passato dal 65% al 95% sul Pil. Crescita non ce n'è, stiamo sempre ai confini della deflazione, l'occupazione resta al palo. L austerità non è la soluzione, è il problema. Le politiche italiane hanno seguito l onda europea e anche queste non hanno funzionato: la disoccupazione è arrivata ad oltre il 12%, la capacità produttiva del paese è calata del 25% dall inizio della crisi i poveri sono diventati oltre 6 milioni di poveri. Nel frattempo Renzi ha dato tutto quello che poteva dare alla Confindustria (abrogazione dell'articolo 18, riduzione dell'irap, sgravi fiscali, ecc.), ha cancellato i diritti dei lavoratori e ridotto selvaggiamente la spesa sociale. CONTINUA PAGINA II si assiste da tempo a una frantumazione degli sforzi, anche all'interno del sindacato, che disperde le energie e fa perdere di vista l obiettivo fondamentale. ( ) L'esperienza storica ci mostra con molta chiarezza che in un clima recessivo, o di stagnazione dell'attività produttiva, l'occupazione non può che regredire, e che tutti gli sforzi volti a sostenerla sono effimeri. La creazione di un clima espansivo non può essere affidata ne interamente al mercato ne interamente alle politiche. Contare unicamente sul mercato significa essere disposti a pagare costi molto elevati sul piano economico-sociale: lo sviluppo della domanda nelle direzioni appropriate a una crescita stabile del reddito nazionale non è garantito da nessun meccanismo automatico, e questa verità storica non può essere smentita da nessuno slogan neoliberista più o meno alla moda. Contare unicamente sulle politiche significa d'altro canto ignorare la realtà di un'economia di mercato, ed essere disposti a pagare costi molto elevati sul piano dell'efficienza. (Fausto Vicarelli, La questione economica nella società italiana. Analisi e proposte, Il Mulino, 1987) Il peso sociale e politico del lavoro Valentino Parlato L a crisi che investe il nostro mondo non è solo economica. È una crisi epocale che dobbiamo studiare seriamente se vogliamo in qualche modo fronteggiarla. Per la diagnosi, vorrei segnalare un prezioso volumetto di Franco Cassano sul cambiamento del vento della storia, edito da Laterza e, più modestamente, «Una crisi mai vista» pubblicato dalla manifestolibri, a cura di Loche e Parlato, che raccoglie interventi di autorevoli studiosi. Sull attuale crisi agiscono fattori strutturali. Innanzitutto la nuova rivoluzione delle macchine come titola il volume di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, pubblicato da Feltrinelli. Ma agiscono anche fattori di geopolitica come la globalizzazione e fattori immediatamente politici, come la crescita di Cina e India e l euro nella nostra Europa. Queste diverse e rilevanti modificazioni dello stato di cose convergono nel produrre l attuale crisi mondiale dalla quale non sappiamo ancora se e quando se ne potrà uscire. Nel lontano passato la macchina a vapore portò alla pratica eliminazione dell uso della forza fisica dei lavoratori dipendenti. Ora i computer e gli altri strumenti digitali stanno sostituendo anche l impegno mentale dei lavoratori dipendenti. Morale: si riduce il peso sociale e politico del lavoro dipendente che è stato ed è ancora fondamentale nei rapporti sociali e politici: il futuro prossimo è già pieno di ombre. Ma ai mutamenti nel lavoro si aggiunge la globalizzazione, cioè l effettiva mondializzazione dei mercati e, innanzitutto, del mercato del lavoro, che riduce seriamente il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati, che, peraltro viene indebolito dai flussi migratori dal sud al nord del nostro mondo. E, ancora, per noi europei c è l unione monetaria senza unione politica, che riduce il potere dei singoli stati europei privandoli della possibilità di svalutazioni competitive e li obbliga a un pareggio di bilancio che riduce fortemente il potere di intervento pubblico nell economia. Si tratta, è la mia tesi, di pericolose riduzioni del potere della politica e pertanto della democrazia: cresce la forza delle cose diminuisce la forza dei cittadini e della politica. E non dimentichiamo che quando parliamo di forza delle cose, in effetti parliamo della forza dei proprietari delle cose. Gli effetti dell attuale crisi sono evidenti e sono esaminati in questo speciale: disoccupazione, precariato, bassi salari, pensioni incerte, conti pubblici in difficoltà, debito in aumento. La globalizzazione non è solo la Pirelli che diventa cinese, l Alitalia mezza araba e la Fiat americana. Tutto questo si accompagna con il progressivo indebolimento dei sindacati e la pratica dissoluzione dei partiti di sinistra che diventano «partiti della nazione» proprio quando la nazione perde peso rispetto ai vincoli europei: come scrive Cassano, il vento della storia soffia solo a favore del capitale, possibilmente straniero. Come contrastare o, almeno, frenare questa deriva antisociale e antidemocratica? Rispondere non è semplice, come conferma il nostro attuale balbettio. Il vento della storia ci è contro. Ma bisogna studiare e tentare di superare questa crisi, innanzitutto denunziando, in modo convincente, i disastrosi esiti di questa deriva e individuando i punti di scontro. Sarò poco convincente ma penso che si debba partire dalla cultura e anche dalla letteratura: non dimentichiamo come sulla formazione della nostra generazione ha agito la lettura di romanzi e racconti e poi dei saggi di analisi storico-sociale. CONTINUA PAGINA IV

8 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 SBILANCIAMO L'EUROPA N 66 - PAGINA II Tutti hanno pagato per la riforma Fornero L Italia ha finito per conseguire i minori tassi di crescita, i maggiori tassi di disoccupazione e gli aumenti più elevati di povertà e diseguaglianze Felice Roberto Pizzuti LINDERBERGH di TORBEN KUHLMANN «P aese in ripresa», «Cresce l occupazione». È quanto si sente dire dalle parti del governo e da quelle dei media mainstream. Ma è proprio così? Vediamo cosa dice l ultima nota mensile dell Istat sull andamento dell economia italiana (aprile 2015). Nell insieme, essa racconta di un paese ancora in difficoltà, lontano da una prospettiva di vera crescita a breve termine. Lo fa partendo dall Europa, dove l avvenimento più significativo dall inizio dell anno, che ha innovato il rapporto tra l autorità monetaria ed il sistema economico, è stato l avvio del quantitative easing, l arma di Draghi per rianimare il settore del credito e, di conseguenza, quello degli investimenti e dei consumi. Un operazione che, a due mesi dal suo lancio, non sembra dare risultati di rilievo, se è vero che l eurozona si presenta ancora come un area economica in affanno, tra crisi di fiducia dei suoi attori e, con pochissime eccezioni, magri risultati dal lato della produzione. Nel primo trimestre di quest anno il Pil è cresciuto solo dello 0,4%, troppo poco per parlare di ripresa. Ciò, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto inchiodato al di sopra dell 11%, senza variazioni di rilievo da inizio anno. Di cosa parliamo? Bè, senz altro dell insufficienza (o dell inutilità) di politiche monetarie L a sentenza della Corte Costituzionale sull adeguamento delle pensioni, continua a suscitare reazioni di metodo e di merito. Su questi argomenti, alcune considerazioni sono già state svolte da chi scrive su il manifesto di sabato scorso; il protrarsi del dibattito suscita qualche ulteriore approfondimento. Due aspetti particolarmente discussi sono le difficoltà che la sentenza causerebbe al rispetto degli obiettivi di bilancio pubblico e dei vincoli europei, e che essa dirotterebbe risorse agli anziani sottraendole ai giovani. Sul primo argomento c è chi insiste sull inopportunità che la Corte possa alterare le scelte economiche e distributive del Governo. È una posizione che, indipendentemente dal merito, critica non solo la sentenza della Corte, ma il tratto distintivo del costituzionalismo moderno che delimita i poteri del Governo. Dopo di che una sentenza può essere commentata e discussa (anche se comunque va applicata). Naturalmente si può ben capire il disagio di un governo che, in un periodo disgraziato (che però non è frutto di una calamità naturale), nel quale una cifra inferiore a 1,5 miliardi di euro viene considerato un «tesoretto», si trova a dover fronteggiare un improvviso onere di bilancio che può arrivare a circa 16,5 miliardi (più interessi e meno le ritenute fiscali). In questo contesto si può anche capire (non giustificare), la preoccupazione di non incorrere in una procedura d infrazione da parte della Commissione Europea. Tuttavia, da un lato, i vincoli comunitari non hanno per noi una valenza più categorica della nostra Costituzione (come i tedeschi spesso ricordano per la loro); d altro lato, il problema di bilancio dell attuale governo deriva da scelte improvvide fatte da un altro governo, ovvero dalla riforma Fornero-Monti del 2011, di cui si capirono subito i numerosi elementi di «irragionevolezza» che, purtroppo, solo tre anni e mezzo dopo sono stati segnalati dalla Corte. Quella riforma in un colpo solo creò quasi «esodati»; ridusse il turn-over cosicché gli anziani costretti in attività ostacolano l accesso dei giovani al lavoro; aumentò l età media degli occupati, incrementando il loro costo e riducendo la loro produttività e capacità innovativa; fece cassa riducendo l adeguamento all inflazione anche per pensioni di circa 1200 euro netti, nonostante il sistema pensionistico già alimentava positivamente il bilancio pubblico e non mancavano altri redditi e ricchezze che sarebbe stato più equo colpire. Quella riforma ha poi accentuato il processo di creazione in atto di un vero e proprio disastro sociale che si concretizzerà in un grande numero degli attuali giovani che non riusciranno a maturare una pensione decente. Il sistema contributivo, per garantire una pensione adeguata, richiede una vita lavorativa continua che dura fino a tarda età, un storia retributiva adeguata e aliquote contributive piene. Tuttavia, il passaggio al metodo contributivo fu accompagnato dalle riforme miranti a flessibilizzare il mercato del lavoro ovvero dalla creazione di posti di lavoro prevalentemente precari, con aliquote contributive ridotte e bassi salari. La riforma del 2011 ha aumentato l età di pensionamento, ma ciò non assicura affatto una più lunga storia lavorativa e contributiva. Le simulazioni fatte nel Rapporto sullo stato sociale che verrà presentato l 8 giugno alla Sapienza evidenziano come nell assetto attuale determinato anche dalla riforma Fornero, molti lavoratori - gli attuali giovani - per maturare una pensione non necessariamente sufficiente saranno costretti a lavorare anche oltre l età di pensionamento, che nel frattempo sarà arrivata a 70 anni. Ma di chi è la responsabilità di questo stato di cose attuale e prospettico? L ex ministra Fornero ha criticato gli effetti negativi che deriverebbero per i giovani dalla restituzione del mancato adeguamento a favore dei pensionati; ma come si è visto - la sua riforma non ha favorito la situazione dei giovani, anzi! Loro come gli anziani hanno pagato non solo la grossolanità tecnica di quel provvedimento (e non erano mancati avvertimenti anche precisi, da parte sia di singoli studiosi sia di enti e strutture tecniche della Pa). La gran parte della popolazione, a prescindere dall età, ha subito la visione perversa di cui era intrisa la complessiva Agenda Monti secondo cui, ad esempio, riducendo il costo del lavoro e alzando l età di pensionamento, sarebbe aumentata la popolazione attiva, l offerta di lavoro, l occupazione e la crescita del reddito. Ma, nel Rapporto si mostra anche come queste politiche di consolidamento fiscale siano state e continuino ad essere fallimentari, specialmente nei paesi con debito pubblico elevato come il nostro. In una Europa in crisi, l Italia grazie anche all applicazione particolarmente convinta di quelle politiche da parte dei nostri governi - ha conseguito i minori tassi di crescita, i maggiori tassi di disoccupazione e gli aumenti più elevati di povertà e diseguaglianze. Il nostro reddito pro capite, che ancora nella seconda metà degli anni 90 era superiore alla media europea, adesso è inferiore del 16% e l Ocse ha abbassato fino alla stazionarietà anche le prospettive del nostro reddito potenziale. Amburgo Per un piccolo topo di biblioteca, mille pericoli. E ora sono comparse anche terribili trappole. Non resta che partire, emigrare, ma i gatti sono ovunque, a sorvegliare porti e stazioni. Ma eccola, l idea luminosa! Bisogna volare via, dall altra parte dell oceano. Li ricorda bene i disegni di Leonardo sui libri, e le cantine sono piene di vecchi ingranaggi, molle, biglie, tasti di macchine per scrivere. Tutto quel che serve per costruire una macchina volante. I primi due tentativi sono un fallimento, ma di arrendersi non se ne parla neppure. Altri studi, nuovi perfezionamenti, ed eccolo il piccolo topo coraggioso sfuggire alle civette che controllano i cieli, sorvolare l oceano e raggiungere New York. Un trionfo che diventa leggenda, e corre sui muri della città. Un bambino resta incantato a guardare il manifesto del topo volante, e sogna di poter un giorno volare anche lui. Quel bambino si chiamava Charles Lindbergh. Lindbergh, Orecchio acerbo 2014, 96 pagine a colori, 19,50 euro L IDEA CHE IL LAVORO SI POSSA CREARE TAGLIAN- DO I DIRITTI E CHE LA RIPRESA SI POSSA PROPIZIARE AGENDO SUI SALARI E LA PRODUTTIVITÀ, SI È RIVE- LATA PALESEMENTE ERRATA, ANCHE IN PASSATO La chiamano ripresa ma è stagnazione L ultima nota mensile dell Istat racconta di un paese ancora in difficoltà, lontano da una prospettiva di vera e propria crescita a breve termine Luigi Pandolfi espansive in assenza di politiche fiscali di segno corrispondente. In questa cornice, l Italia ha fatto registrare su base congiunturale (rispetto al mese di marzo) un maggiore dinamismo dell attività industriale (+0,6%), ma a trainarla sono solo i beni strumentali (+1,1%) e il comparto energetico (+3,6%). Tutta l industria trasformatrice, vera spina dorsale del sistema Italia, resta praticamente al palo. Non accenna a risalire neanche la fiducia dei consumatori, che scende da quota 110,7 a quota 108,2. E l occupazione? A fine marzo il governo aveva annunciato che grazie agli effetti della decontribuzione, nei primi due mesi dell anno, c erano stati «79mila contratti stabili in più». Poi venne fuori che, al netto delle cancellazioni e dei rapporti di lavoro scaduti (e non prorogati), i nuovi contratti non erano stati più di 13. Ora l Istat mette la parola fine a questa telenovela, attestando che «dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio, a marzo il tasso di disoccupazione sale ancora di 0,2 punti percentuali, arrivando al 13%. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 4,4% (+138 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,5 punti». Numeri che fanno giustizia anche dell interpretazione capziosa dei dati forniti in questi giorni dall Inps sui nuovi contratti a tempo indeterminato. Intanto è stato approvato il Documento di Economia e Finanza (Def) 2015, che COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN conferma la linea del rigore fin qui seguita dagli ultimi governi. Da un lato, infatti, si dichiara la volontà di imprimere una «forte discontinuità» nella politica economica del governo, per dare «una decisa accelerazione a investimenti e consumi», dall altro vengono «confermati tutti gli obiettivi di finanza pubblica» tendenti al pareggio di bilancio entro il prossimo triennio ed annunciati nuovi tagli alla spesa per non meno di 10 miliardi. Per l anno in corso viene stimata una crescita del Pil dello 0,7%, che si fa più ottimistica per l anno prossimo (+1,4%). Stime ancora basse e, comunque, tutte da verificare, visto anche il magro bottino del primo trimestre (+0,3%). Per quanto riguarda il lavoro, invece, si parla genericamente di una «graduale riduzione del tasso di disoccupazione», tutta da verificare e per nulla scontata, come lo stesso governo riconosce, un po fatalisticamente, nel Documento. Appare evidente, a questo punto, che senza un cambiamento di rotta reale nella politica economica del governo per il nostro paese saranno dolori nei prossimi anni. Balliamo sul crinale tra recessione e stagnazione, mentre l area del disagio si estende a macchia d olio ogni giorno che passa. L idea che il lavoro si possa creare tagliando i diritti e che la ripresa si possa propiziare agendo sui salari e la produttività, si è rivelata palesemente errata, specialmente nel ciclo avverso. Né si può pensare (ed illudere) che una fuoriuscita dalle secche in cui ci troviamo possa avvenire nel rispetto fideistico dei vincoli del vigente patto di bilancio europeo, che impongono la rinuncia a nuovi investimenti. Ci viene in soccorso la storia: tutte le grandi crisi del passato, sicuramente quelle del secolo che abbiamo alle spalle, sono state risolte, dopo un primo e fallimentare approccio deflattivo, con un deciso intervento pubblico in economia e con politiche fiscali espansive, dal lato della domanda. È stato così nella continuità democratica, ma anche nel passaggio da regimi democratici (o presunti tali) a regimi totalitari. Nel nostro caso c è di mezzo un problema che si chiama Unione economica e monetaria, alla quale abbiamo ceduto una delle prerogative fondamentali di uno stato: battere moneta. A questa cessione di sovranità, però, non è seguita una maggiore integrazione politica, su base democratica, del sodalizio europeo. E così, mentre la politica monetaria la fa un istituzione formalmente impermeabile alle sollecitazioni del potere politico, quella economica è totalmente imbrigliata nel meccanismo di «sostenibilità della finanza pubblica», architrave su cui poggia l odierno potere sovrabbondante della finanza speculativa. È possibile cambiare questa Europa? Sarebbe fortemente auspicabile. Qualcuno ha iniziato, tra mille difficoltà, anche a provarci. Nel frattempo, però, chi pensa al malato-italia?

9 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 SBILANCIAMO L'EUROPA N 66 - PAGINA III IL RISCHIO È QUELLO DI RIDURRE O ELIMINARE LA NECESSARIA «BIODIVERSITÀ BANCARIA» E ANDARE VERSO UN MODELLO A TAGLIA UNICA, DOVE LA TAGLIA È - NATURALMENTE - QUELLA DEI CONGLOMERATI DI MAGGIORI DIMENSIONI Bad Bank, la «priorità assoluta». Secondo Renzi La Commissione europea e non solo si chiede quali crediti deteriorati verrebbero acquistati da questo veicolom, a quale prezzo e chi dovrebbe farsi carico dell operazione tra governo, Cassa depositi e prestiti o altri Le strade da seguire Né Jobs Act, né Sblocca Italia o Buona Scuola DALLA PRIMA Giulio Marcon Altre sono le strade che andrebbero seguite. Non abbiamo bisogno del Jobs Act (a favore delle imprese e della possibilità di licenziare), ma -come propone Sbilanciamoci- di un Workers Act, fondato sui diritti dei lavoratori e della buona occupazione. Non abbiamo bisogno dello Sblocca Italia (a favore dei petrolieri e dei concessionari di autostrade), ma di un vero Green Act, come sostengono le associazioni ambientaliste. Non abbiamo bisogno della Cattiva Scuola (che dà soldi alle scuole private e trasforma i presidi in datori di lavoro) ma della rigenerazione della scuola pubblica, come chiedono le centinaia di migliaia di studenti ed insegnanti scesi in piazza lo scorso 5 maggio. Sono tre le mosse immediate- nei prossimi sei mesi- per un «programma minimo» per uscire dalla crisi. 1) Rimettere in discussione i vincoli dei trattati europei, liberando risorse pubbliche per gli investimenti (pubblici). Portando il rapporto deficit-pil al 4% -come in Francia- si possono recuperare almeno miliardi da destinare ad un piano del lavoro fondato sugli investimenti pubblici, le «piccole opere» (lotta al dissesto idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole) e un Green New Deal capace di alimentare nuove produzioni e consumi. Si tratta di una scelta anche di carattere strategico: bisogna uscire dalla crisi in un modo diverso da quello con cui ci si è entrati, cambiando il modello di sviluppo. 2) Investire nella scuola, nella ricerca e nell'innovazione e nel welfare -portando gli stanziamenti alla media dei paesi dell'unione Europea- rispettando gli impegni presi con la strategia «Europa 2020». Senza investimenti corposi in questa direzione, non solo vengono meno i diritti sociali, ma anche la capacità di darsi una economia di qualità. Vanno stanziati almeno 5 miliardi di euro che si potrebbero recuperare tagliando del 20% la spesa militare, cancellando gli F35 e fermando la folle impresa delle grandi opere, Tav innanzitutto. 3) Serve un piano di lotta all evasione e di misure per la giustizia fiscale finalizzato alla lotta alla povertà. Una piccola patrimoniale del 5 per 1000 sulle ricchezze finanziarie sopra il milione di euro e una autentica Tobin Tax (che colpisca tutti i prodotti e le transazioni finanziarie) potrebbero produrre 10 miliardi di gettito che andrebbero destinati a sostenere i redditi e le pensioni più basse. In questo contesto andrebbero costruite le fondamenta per l'introduzione di un reddito di cittadinanza universale I soldi per queste tre alternative ci sono. Quella che manca è una visione politica orientata al superamento del paradigma dell'austerità, del modello neoliberista e -nello stesso tempo- la capacità (o la volontà) di liberarsi da un groviglio di interessi subalterno ai mercati finanziari, alle grandi imprese, alle rendite di posizione e monopoliste delle corporazioni di varia provenienza. Si tratta di costruire allora le gambe di queste proposte alternative nella mobilitazione sociale di tutti i giorni, attraverso un'alleanza tra movimenti, buona politica, protesta sociale per «cambiare rotta» ad un paese che -con le politiche di Renzi- rischia di essere condannato alle diseguaglianze, alla precarietà e alla vittoria degli interessi di pochi. L'esito non è scontato, ma cambiare si può. COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN Andrea Baranes I l governo italiano sta negoziando con la Commissione europea la creazione di una bad bank, ovvero un veicolo che assorba parte dei crediti inesigibili delle banche. Le sofferenze bancarie, la percentuale di crediti erogati che non vengono restituiti, viaggiano intorno al 10%. Un enormità, il che porta le banche a non prestare più a imprese e famiglie, acuendo le difficoltà dell'economia e quindi le stesse sofferenze, in una spirale che si auto-alimenta. Nel recente intervento di Renzi alla Borsa italiana, si tratta di una «priorità assoluta» del governo, dopo la riforma delle banche popolari, che ha portato quelle di maggiori dimensioni a doversi convertire in Spa, mentre si attende di sapere cosa potrebbe avvenire al resto del sistema popolare e cooperativo. Riguardo la bad bank sono diverse le perplessità, non solo della Commissione europea che vuole verificare che non si tratti di aiuti di Stato, ma più in generale nel capire quali crediti deteriorati verrebbero acquistati da questo veicolo, a quale prezzo, chi dovrebbe farsi carico dell operazione tra governo, Cassa Depositi e Prestiti o altri, quali potrebbero essere i potenziali impatti sui conti pubblici, e via discorrendo. Sono ancora maggiori le perplessità sulla riforma delle popolari. Se una revisione della governance era probabilmente necessaria, non si capisce dove siano gli elementi di straordinaria urgenza e necessità richiesti dal nostro ordinamento per procedere tramite un Decreto e non per via parlamentare. Nel merito, il rischio è quello di ridurre o eliminare la necessaria «biodiversità bancaria» e andare verso un modello a taglia unica, dove la taglia è quella dei conglomerati di maggiori dimensioni, gli stessi in gran parte responsabili della crisi degli ultimi anni. Le priorità del sistema bancario e finanziario sembrano, se non diametralmente opposte, comunque decisamente altre. La prima, in Europa e in modo particolare in Italia, è la trappola della liquidità. Con uno slogan, la crisi non è dovuta al fatto che non ci sono soldi, ma che ce ne sono troppi; il problema è che sono (quasi) tutti dalla parte sbagliata. I continui apporti di liquidità della COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN Bce al sistema finanziario (ultimo in ordine di tempo il Quantitative Easing) non si traducono in credito erogato a famiglie e imprese e in investimenti, ma rimangono incastrati in un sistema finanziario sempre più autoreferenziale. A fronte di un economia strangolata da austerità e credit crunch, l'eccesso di liquidità sui mercati fa si che in Europa una montagna di titoli di Stato abbia un rendimento addirittura negativo, mentre anche i piccoli investitori si spostano verso titoli sempre più rischiosi, alla disperata ricerca di un qualche profitto. Al di là dell'incredibile inefficienza del sistema, il rischio è di gonfiare ulteriormente una finanza ipertrofica mentre economia e occupazione rimangono al palo; la definizione stessa di una nuova bolla finanziaria. Non si capisce bene in che modo la riforma delle popolari potrebbe cambiare le cose. Ancora peggio, la creazione di una bad bank in assenza di una radicale riforma del sistema finanziario rischia di rappresentare un formidabile azzardo morale per le banche: finché le cose vanno bene i profitti sono privati, quando il giocattolo si rompe interviene il paracadute pubblico e si socializzano le perdite. La priorità assoluta dovrebbe essere disincentivare le attività speculative e tenerle separate dall'attività creditizia, e spostare risorse dalla finanza all'economia. Esattamente la direzione in cui andrebbe la tassa sulle transazioni finanziarie, discussa da anni in Europa e ufficialmente sostenuta anche dal nostro governo, anche se non sembra che il semestre di presidenza UE a guida italiana verrà ricordato per i passi in avanti compiuti in materia. Finalità simili avrebbe la separazione tra banche commerciali e di investimento, fondamentale per fare si che i risparmi depositati in banca e la liquidità fornita da Bce e istituzioni pubbliche serva a erogare credito e non alla speculazione. Ancora, una «priorità assoluta» in ambito finanziario dovrebbe essere il fare piena chiarezza e trasparenza sulla disastrosa vicenda dei derivati nella pubblica amministrazione, che potrebbe portare a perdite per oltre 40 miliardi di euro nei prossimi anni. Un governo che nelle ultime settimane ha centrato la comunicazione su un tesoretto di 1,6 miliardi previsto dal Def attenzione, anche qui parliamo di previsioni e non di dati a consuntivo non sembra avere nulla da dire su potenziali perdite decine di volte superiori. L'intero edificio finanziario andrebbe ricostruito dalle fondamenta, non si può pensare di continuare indefinitamente a puntellarlo con soldi pubblici per tentare di rimandarne il crollo. L'attuale sistema finanziario è in buona parte il problema da affrontare. Anche con tutti gli annunci e l'ottimismo del mondo, se non si cambiano le regole del gioco è difficile che possa diventare la soluzione.

10 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 SBILANCIAMO L'EUROPA N 66 - PAGINA IV Andare oltre il Pil ma solo a parole L analisi del documento «ambientale» di Renzi. Buone intenzioni e progetti risolti in un titolo o poco più COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN Guglielmo Ragozzino T utto nasce da un incontro tra le associazioni ambientaliste e il governo in persona del sottosegretario Delrio l 11 dicembre È la fine del famoso semestre italiano e gli ambientalisti chiedono un bilancio. Ne scaturisce un paio di mesi più tardi un documento governativo, l «Agenda Articolata» del 9 febbraio 2015 di cui è responsabile lo stesso Delrio, allora factotum del presidente del consiglio Matteo Renzi. Quest ultimo, nei primi giorni del nuovo anno non ha perduto l occasione e ha promesso molto: «Ci siamo dati una cadenza ordinata per le nuove iniziative di legge. A gennaio abbiamo provvedimenti su economia e finanza. A febbraio tocca alla scuola. A marzo il Green Act - sull economia e l ambiente in vista della grande conferenza di Parigi Aprile sarà il mese di cultura e Rai. A maggio tutti i riflettori sul cibo, agricoltura, turismo, made in Italy: arriva l Expo. A giugno i provvedimenti sulle liberalizzazioni e prima dell'estate il punto sullo sport anche in vista della candidatura per le Olimpiadi del 2024». Renzi, secondo il suo solito, anticipa le risposte, compresa quella agli ambientalisti. Rivela e promette il programmone di governo scrivendo, in veste di segretario del Pd, ai democratici, suoi compagni di partito. L Agenda del 9 febbraio è il principale documento ambientale del governo italiano in attesa di qualche altro atto o impegno o telegramma che lo integri o lo sostituisca. Sono 16 punti, alcuni tradizionali o prevedibili, altri curiosi o inattesi; alcuni ricchi di buone intenzioni e di studio, altri risolti in un titolo o poco più. Sono: Energia e clima, Trasporti e infrastrutture, Consumo del suolo, Difesa del suolo, Bonifiche, Biodiversità e aree protette, Mare, Montagna, Beni culturali e paesaggistici, Agricoltura, Turismo e ambiente, Ministero dell ambiente, Delitti ambientali, Andare oltre il Pil, Informazione ed educazione ambientale, Fondi europei di coesione. I 16 punti che sorprendentemente coincidono nel numero con le 16 associazioni ambientali che il governo invita e che scrivono al governo sono dunque a volta brevi promemoria, oppure indicazioni generiche di ciò che si dovrebbe o potrebbe fare, senza impegni effettivi, indicazioni di spesa e di tempo. Il nostro modello di coinvolgimento degli interessati si assicura è molto migliore del sistema francese che par di capire è accusato di statalismo. Colpiscono alcuni punti, ma ci limiteremo a toccarne due. Il fondamentale primo punto, Energia e clima presenta una palese contraddizione. «In questo ambito vanno lette le norme su gasdotti e trivellazioni» «Una progressiva uscita dai combustibili fossili è stata assunta dall Italia a livello nazionale ed Europeo e non è mai stata messa in discussione». Però, aggiunge nella stessa frase che «dotarsi di infrastrutture energetiche essenziali come la Tap o l utilizzazione delle risorse energetiche esistenti sul nostro territorio sono misure di buon senso in un Paese che ha la più restrittiva normativa europea sulle trivellazioni in mare e (seconda contraddizione) norme rigidissime di tutela ambientale ( Tap è il gasdotto trans adriatico)» L AGENDA DEL GOVERNO RIPETE UN MODESTO, DECOROSO DISCORSO SULL INDUSTRIA VERDE CHE PUÒ AS- SORBIRE DISOCCUPATI. E BASTA L altro punto è il quattordicesimo: Andare oltre il Pil. Finalmente, abbiamo pensato, anche Delrio, Renzi e gli altri e le altre del governo hanno accertato che il Pil così com è non va bene. Sono in ritardo nei confronti del governo francese, perfino di quello americano; un bel numero di premi Nobel lo ripetono da anni, ma va bene lo stesso. Anche per noi, infine, il conto della natura deve essere calcolato e questo significa rifare tutti i bilanci e le spese, ricalcolare il debito e così via. Ma non è così. L Agenda parla d altro. Si ripete ancora una volta un modesto, decoroso discorso sull industria verde che può assorbire moltissimi disoccupati. E basta. Reddito di cittadinanza contro l impoverimento Serve una politica di redistribuzione del reddito. Il rischio è la creazione di una bolla occupazionale che esploderà tra 3 anni alla fine degli incentivi Giorgio Airaudo I l governo «agonistico» di Renzi continua a lasciare il lavoro e i lavoratori in fondo alla classifica sociale degli interessi che rappresenta. I quasi 15 miliardi impegnati per sostenere gli sgravi contributivi alle assunzioni hanno prodotto, secondo i dati dell Istat, tra marzo 2014 e marzo COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN 2015 un saldo positivo tra cessazioni e attivazioni di quasi unità. Certo meglio che niente! Ma molto poco se paragonato alle necessità: disoccupati a cui vanno aggiunti oltre tre milioni di scoraggiati e altri tre milioni, in aumento, di lavoratrici e lavoratori poveri che pur lavorando e in molti casi facendo più di un lavoro lottano con redditi che scivolano sotto la soglia di povertà. E ancora molto poco anche se confrontato con la quantità di denaro pubblico,15 miliardi, investita in questa operazione. Per avere dati più certi, al di là della propaganda di governo visto l'imminente appuntamento elettorale in 7 regioni, bisognerà aspettare la fine di luglio con i nuovi dati Istat. Anche se colpisce il modo con cui il nuovo presidente dell Inps Tito Boeri interpreti il suo ruolo, più «cantore» del governo che amministratore delle pensioni degli Italiani, visto che i più accorti tra noi sanno che i dati sulle attivazioni al lavoro che l'inps può fornire sono dati amministrativi e non reali. Dati, perciò, che devono scontare le trasformazioni da un contratto all altro e devono anche tener conto del fatto che lo stesso individuo può essere interessato a più contratti di lavoro nell arco di un tempo anche breve. Mentre per quanto riguarda gli effetti, modesti ma ravvisabili, degli incentivi che sono, come è noto, senza vincoli e condizioni per le imprese, si può legittimamente dubitare sulla stabilizzazione di quei posti di lavoro soprattutto dopo l'entrata in vigore effettiva del contratto a tutele crescenti. Il rischio concreto è che si stia creando una bolla occupazionale che esploderà tra 3 anni alla fine degli incentivi. Si può in sintesi affermare che di nuovo, come per gli 80 euro, stiamo spendendo male le poche risorse pubbliche che mettiamo a disposizione del lavoro, senza aggredire le diseguaglianze e contrastare la crescente povertà che frantuma la società italiana. Il governo lascia soli le lavoratrici e i lavoratori, li rende merci tra le merci svalutandone la prestazione e mettendoli in conflitto gli uni con gli altri in una eterna guerra tra poveri. E, fatto ancor più grave, non si prende atto che anche una ripresa degli investimenti privati potrà produrre, per l'effetto applicato delle innovazioni tecnologiche hardware e software e delle loro ricadute sui processi organizzativi, un numero assai inferiore di DALLA PRIMA Valentino Parlato E ancora, ma forse per cominciare, bisogna ricostruire la speranza, quella che da giovani avevamo alla fine della seconda guerra mondiale e che i giovani di oggi debbono ritrovare e anche costruire, quindi occorre far rivivere la politica della speranza. La speranza - non dimentichiamolo - per molti di noi nel secondo dopoguerra si trasformò in obiettivo. E contro la linea degli arricchimenti individuali o di gruppo, COPYRIGHT TORBEN KUHLMANN occupati rispetto ad un tempo. Perciò è sempre più urgente la costruzione di una proposta politica e di governo che imponga un altra via, quella della redistribuzione del reddito attraverso un reddito di cittadinanza che impedisca impoverimento ed esclusione sociale e quella della redistribuzione del lavoro attraverso un piano che indichi all Europa la via di un New Deal in alternativa all austerità. Politica e speranza Bisogna ridare prestigio al Parlamento ridiamo dignità e valore allo Stato, alla nostra repubblica, alla nostra Costituzione. E penso, anzi ripeto, che nella attuale situazione sarebbe opportuno rimettere in moto l Iri (Istituto Ricostruzione Industriale) un Iri del tempo della globalizzazione come si è accennato in un recente e molto interessante seminario dei Lincei. Ma per tutto questo, per ricominciare, bisogna ricostruire la politica, oggi ridotta quasi a zero di fronte al potere privato e clientelare. Bisogna ricostruire i partiti politici, ridare respiro e prestigio al Parlamento. Insomma bisogna ripulire e rimettere in opera la politica.

11 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 7 Chiara Cruciati Q uante catastrofi può vivere un popolo? Quella del popolo palestinese, vessato dalla storia, colonizzato per secoli, va avanti: a 67 anni dal 15 maggio dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele - è costretto ancora, quotidianamente, a 67 anni fa vennero cacciati tutti gli abitanti. I profughi ripopolano le rovine ma vengono espulsi rivivere la propria sofferenza. La chiamano «ongoing Nakba», la catastrofe che continua, dopo quella storica che oggi fa esattamente 67 anni, quando 800mila palestinesi (l 80% della popolazione dell epoca) furono cacciati dalle milizie sioniste dalle proprie terre. E se fuori dai confini della Palestina storica il popolo della diaspora è ancora in esilio, all interno le politiche israeliane di trasferimento forzato tentano di separare i palestinesi dalle proprie terre. O da quello che ne resta. Kufr Bi rem è uno degli esempi, modello del significato del diritto al ritorno, sancito dalla risoluzione Onu 194/48, e della sua violazione. Lo chiamano il villaggio dei rifugiati ritornati da quando, due anni fa, i profughi sono tornati a vivere tra le case distrutte. Ma permettere il ritorno anche ad un solo rifugiato significherebbe aprire una pericolosa breccia in un muro che appare indistruttibile. Così da due anni, quei profughi ritornati sono target delle autorità israeliane. «Alla Nakba che continua abbiamo risposto con una lotta che continua», spiega al manifesto Wassim Ghantous, membro di al-awda (ritorno in arabo), comitato che dagli anni 80 si occupa di far rivivere Kufr Bi rem. Situato nell estremo nord della Galilea a 3 km dal Libano, godeva di una posizione strategica fondamentale. «All epoca il movimento sionista aveva fissato delle priorità nell occupazione delle comunità palestinesi continua Ghantous Prima presero di mira le città, sedi delle zone industriali, del commercio, dei centri culturali; poi, i villaggi agricoli perché possedevano molta terra ma pochi abitanti. Come Kufr Bi rem, 12mila dunam di terre e residenti». Per cacciarli, a differenza di altri villaggi teatro di barbari massacri o di deportazione fisica (intere famiglie caricate su camion, barche o trattori), a Kufr Bi rem le milizie sioniste usarono l inganno. Il 29 ottobre 48, sei mesi dopo la nascita di Israele, le neonate autorità chiesero ai residenti di allontanarsi per due settimane per ragioni di sicurezza, vista la vicinanza al confine libanese. I mille abitanti si fidarono e lasciarono la comunità senza portare con sé nulla, convinti di tornare a breve. Non accadde mai. «Subito i rifugiati attivarono e l anno dopo la Nakba presentarono alla Corte Suprema israeliana una petizione che chiedeva l autorizzazione a tornare nel villaggio. Nel 1951 la Corte rispose con una decisione a metà: imponeva il ritorno dei rifugiati in quanto non esistevano più ragioni che ne giustificassero l allontanamento, ma allo stesso tempo lasciava l ultima parola all esercito». Il timore che quei rifugiati tornassero era comunque forte. La distruzione totale del villaggio arrivò dal cielo, nel 53. Dalla collina accanto i suoi abitanti assistettero impotenti e in lacrime ai raid che ridussero in macerie le case. «Oggi i discendenti dei residenti del 1948 hanno raggiunto le 6mila unità: la metà vive ancora in Palestina. L altra metà in Libano». Chi è riuscito a rimanere non ha smesso di lottare: dagli anni 50 i rifugiati di Kufr Bi rem hanno scioperato, si sono fatti arrestare, hanno seguito le vie legali, hanno organizzato campi estivi per i propri figli tra le rovine del villaggio. Un idea lanciata trent anni fa che, ISRAELE Nel nuovo esecutivo conferma del falco Moshe Yaalon alla Difesa Ecco il governo di Netanyahu: domina «Casa ebraica», il partito dei coloni OGGI LA NAKBA GERUSALEMME I eri sera, mentre chiudevano il nostro giornale, si attendeva la cerimonia di giuramento del nuovo governo israeliano. Un ritardo di diverse ore sul programma annunciato, frutto della battaglia tra i dirigenti del partito di maggioranza relativa Likud per accaparrarsi gli ultimi ministeri rimasti disponibili. Un vero e proprio assalto alla diligenza conseguenza degli accordi di coalizione raggiunti da Benyamin Netanyahu con le altre forze politiche. Pur di garantirsi una maggioranza di governo - peraltro risicatissima di appena 61 seggi su il premier ha ceduto ministeri di importanza centrale ai nazionalisti religiosi di Casa Ebraica, rischiando di lasciare a bocca asciutta alti dirigenti del Likud che, dopo l ampia vittoria elettorale del 17 marzo, si consideravano già ministri. Di sicuro ieri sera appariva certa solo la riconferma del falco Moshe Yaalon al ministero della difesa. Tirate le somme, il nuovo governo Netanyahu non sarà a guida Likud. Al timone di fatto ci sarà Naftali Bennett, il capo di Casa Ebraica, il partito dei coloni, nominato al ministero dell istruzione da dove potrà imprimere in nome del nazionalismo religioso più estremista che lo ispira, cambiamenti significativi ai programmi scolastici e universitari. Bennett, diventato l arbitro della stabilità del governo dopo l improvviso passaggio all opposizione del leader del partito di estrema destra «Yisrael Beitenu», Avigdor Lieberman, è consapevole del grande potere che si ritrova tra le mani. E lo userà per rilanciare la colonizzazione israeliana e imporre il rifiuto dello Stato palestinese. I coloni eserciteranno sul governo un influenza come mai è avvenuto prima e tra di loro regna l euforia. «C è una realtà permanente in Giudea e Samaria (la Cisgiordania ndr) che è irreversibile...siamo ottimisti Non cerchiamo lo scontro ma il mondo non può dettare qualcosa respinta dalla democrazia israeliana (il voto del 17 marzo, ndr)», ha detto al Times of Israel Yigal Dilmoni, il portavoce del Consiglio di Yesha che rappresenta la maggioranza dei «settlers» (coloni) israeliani. Non è perciò una esagerazione affermare che questo non sarà un governo del Likud ma un governo di Casa Ebraica con un primo ministro del Likud. Oltre a Bennett al ministero dell istruzione, del governo faranno parte in posizioni chiave altri dirigenti di Casa Ebraica. Come Uri Ariel, alfiere della costruzione degli insediamenti nel governo precedente scelto come ministro dell agricoltura dove potrà prendere il controllo della Divisione per gli Insediamenti, un agenzia governativa che finanzia le colonie. Un altro rappresentante del partito, Eli Ben Dahan, diventerà vice ministro della difesa con la supervisione dell Amministrazione Civile (ma retta da militari) che amministra i palestinesi che vivono nella «Zona C», ossia il 60% della Cisgiordania. Più di tutto il braccio destro di Bennett, Ayelet Shaked, 39enne laica ultranazionalista, sarà ministra della giustizia, senza avere alcuna competenza in questo settore. Shaked che l anno scorso pubblicò sul suo profilo Facebook frasi di un estremista di destra che definiva i bambini palestinesi «piccoli serpenti» e fu accusata di dichiarazioni a sostegno del genocidio della gente di Gaza (lei nega), critica la Corte Suprema e il sistema giudiziario che ritiene troppo «liberal». Ora sarà in grado di influenzare la nomina dei giudici e di spingere in avanti progetti di legge che mirano a colpire tutto ciò che considera «progressista». Nachman Shai, un parlamentare dell opposizione, ha commentato che dare a Shaked il Ministero della Giustizia è come «nominare un piromane a capo del vigili del fuoco». michele giorgio RAGAZZI PALESTINESI TRA LE MACERIE DI KUFR BI REM Il ritorno negato a Kufr Bi rem nel 2013, si è trasformata in ben altro: due estati fa, dopo la fine del tradizionale campo estivo, il comitato ha deciso di rimanere. La scuola e la chiesa, unici edifici rimasti in piedi, sono stati rinnovati. I rifugiati si sono divisi in comitati, ognuno responsabile di compiti diversi: cucinare, organizzare festival, ripulire dalle erbacce i resti delle case. E mantenere una presenza fissa: ogni notte e ogni giorno 100 persone si sono date il cambio per evitare l espulsione. Che è arrivata sotto forma di raid militare l 11 agosto 2014, nonostante la petizione del villaggio presentata al tribunale di Nazareth fosse ancora pendente: funzionari dell Israeli Land Authority si sono presentati a Kufr Bi rem, hanno confiscato utensili della cucina, materassi, allacci a elettricità e acqua e distrutto le stanze costruite intorno alla chiesa. Il terzo raid in due anni. Ma Kufr Bi rem resiste: il comitato al Awda si sta riorganizzando per tornare nel villaggio. E sfidare ancora le politiche israeliane. Michele Giorgio I l 67esimo anniversario della Nakba coincide con una interessante ripresa del dibattito sullo Stato unico democratico e laico per ebrei e palestinesi. Alla quale ha contribuito la recente pubblicazione del libro «The Re-emergence of the Single State Solution in Palestine/Israel», della studiosa Shirin Hussein, presentato l altra sera a Gerusalemme dallo storico israeliano Ilan Pappè (nella foto). Al termine dell incontro abbiamo rivolto alcune domande a Pappè. Quanto è viva l idea di uno Stato unico come soluzione per la questione palestinese? Direi tanto, almeno se parliamo del mondo accademico e degli attivisti. In numerose università degli Stati Uniti ma in Europa e in altre parti del mondo, tra docenti e studenti che si occupano di Israele e della Palestina, il dibattito sullo Stato unico per ebrei e palestinesi cresce di pari passo con lo scetticismo verso la soluzione dei Due Stati, che è stata il perno degli Accordi di Oslo (1993) ma che oggi appare sempre più irrealizzabile, di fronte alla colonizzazione israeliana dei Territori occupati, alle confische di terre e a tutte le politiche di oppressione e privazione di diritti che attuano i governi israeliani. Molti dicono che lo Stato unico è solo una ipotesi accademica, l argomento di un confronto tra pochi intellettuali e attivisti della causa palestinese, scollegato da una realtà che vede soprattutto gli israeliani escludere caterogoricamente questa possibilità. Ricordano anche che ci sono esponenti politici israeliani che definiscono lo Stato unico un idea di nemici dello Stato ebraico più pericolosa della bomba atomica iraniana. Ma le IL KARAMA-HUMAN RIGHTS FILM FESTIVAL Sul red carpet a Gaza non star ma senza casa Il lungo tappeto rosso, ripreso da un drone, disteso tra le macerie di Shujayea I l lungo tappeto di colore rosso, simbolo di ogni festival del cinema che si rispetti, che era stato steso lungo una delle poche strade di Shujayea liberate dalle macerie, è stato riavvolto ieri sera, a chiusura del Karama-Gaza Human Rights Film Festival (Red Carpet), che quest anno si è svolto anche a Gaza oltre che nella sua sede ufficiale di Amman. Su quel tappeto rosso, ripreso mentre veniva disteso anche dall alto da un drone, finalmente civile e non armato come di solito nella Striscia alla ricerca di prede da colpire ed eliminare, non si sono alternate stelle del cinema tra flash incessanti delle macchine fotografiche, ma gli abitanti di Shujayea. Uomini, donne e bambini rimasti senza casa e che da quasi un anno si aggirano tra le macerie delle loro case ridotte in detriti, pietre e polvere dalla furia dei bombardamenti israeliani della scorsa estate. Persone che non hanno più un tetto, che vivono dove possono, quando va bene da un parente più fortunato o in aula di una scuola trasformata in rifugio, altrimenti tra le macerie della propria abitazione. Non hanno un tetto quei palestinesi ma per tre giorni hanno avuto uno schermo sul quale gli organizzatori del Karama Festival hanno proiettato film e documentari, presenti cineasti e filmmaker, sul tema dei diritti, in Palestina e nel resto del mondo. Diritti da non dimenticare e da rivendicare. Le ultime tre sere per gli abitanti di Shajayea sono state eccezionali, perché hanno spiegato che il mondo non dimentica Gaza. Non i governi, i presidenti, i premier occidentali e arabi che preferiscono non vedere 1,8 milioni di palestinesi che da otto anni vivono sotto un blocco rigidissimo attuato da Israele e dall Egitto. Sono le persone comuni che non dimenticano e che ogni giorno rilanciano notizie sulla Striscia, riferiscono ciò che i media internazionali preferiscono ignorare, avviano dibattiti in rete e su skype, avviano iniziative di sostegno in vari Paesi. Persone, come gli organizzatori del Karama Festival, consapevoli che le macerie di Gaza sono la testimonianza di crimini contro civili incolpevoli, peraltro ammessi qualche giorno fa da decine di militari israeliani che hanno scelto di rompere il silenzio su ciò che è accaduto tra luglio e agosto dello scorso anno. Nella speranza che quei governi, presidenti e primi ministri scelgano finalmente di aprire gli occhi e di non fingersi più ciechi. (mi. gio.) INTERVISTA Ilan Pappè: «Crisi dei Due Stati» «Tra ebrei e palestinesi uno Stato unico» cose non stanno così. Certo, chi porta avanti questa soluzione del conflitto non può affermare di rappresentare qualcuno. Ma il punto è un altro. Occorre parlarne, andare contro corrente, contro il flusso delle politiche che stanno creando l apartheid in questa terra. E sul lungo periodo, di fronte alla gravità della situazione e al quadro demografico di israeliani e palestinesi, lo Stato unico non potrà che conquistare consensi crescenti. Esistono però altre idee ben diverse di Stato unico per la Palestina. La destra israeliana più radicale ha la sua proposta: uno Stato dove gli arabi non avranno gli stessi diritti degli ebrei. Tra i palestinesi invece cresce il consenso verso uno Stato islamico in cui i diritti dei non musulmani verrebbero garantiti sulla base dei principi dell Islam. Il dibattito tra gli accademici e tra gli attivisti tiene conto di queste tendenze? Certo. In realtà sono tre le idee di Stato unico che si stanno discutendo. La prima è quella di uno Stato laico e democratico, la seconda di uno Stato islamico e la terza di uno Stato binazionale. Senza dubbio i palestinesi della diaspora, gli accademici che vivono all estero e gli israeliani non sionisti preferiscono lo Stato democratico e laico per entrambi i popoli. Ma allo stesso tempo sanno di non rappresentare nessuno ed esplorano tutte le soluzioni possibili. C è da dire che lo sforzo principale al momento non viene dedicato alla diffusione dell idea dello Stato unico bensì a dimostrare l impossibilità di realizzare quella dei Due Stati. Quando la maggioranza delle parti coinvolte si sarà convinta della impraticabilità dei Due Stati allora sarà più semplice avviare una discussione seria ed ampia sullo Stato unico e decidere un compromesso, in particolare tra laici e religiosi. Non sarà facile ma è molto meglio che continuare a parlare di qualcosa di irrealizzabile come i Due Stati. Quanto all idea di Stato unico nella testa dei leader della destra israeliana posso dire che sta diventando sempre più popolare, che conquista non poche strade del Paese, ma è destinata ad essere accantonata proprio dai suoi teorici. Per la semplice ragione che la crescita demografica palestinese, nettamente superiore a quella degli israeliani ebrei, costringerà molto presto i sostenitori dell oppressione definitiva dei palestinesi a ritornare sui loro passi. Potrebbe non essere così automatico. Queste forze, sempre più popolari, forse raccoglieranno sostegni tali da chiedere e ottenere l espulsione di una parte della popolazione palestinese, attuando una seconda Nakba. Non è semplice saperlo. Tuttavia considerando che un altro attacco militare (israeliano) contro Gaza è molto probabile, prevedo una nuova rivolta palestinese, la Terza Intifada. I palestinesi non tarderanno a ribellarsi in massa all oppressione, come hanno già fatto in passato. Se la risposta degli occupanti sarà quella della Nakba del 1948 non sono in grado di dirlo. Di una cosa però sono certo. Sarà molto dura, pesante, catastrofica. Ecco perché abbiamo il dovere di non restare in silenzio, indifferenti verso le sorti di questa terra, e di proporre l unica soluzione ragionevole, lo Stato unico.

12 pagina 8 il manifesto VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 COMMUNITY La banda ultra larga è ancora in stand by CORTE COSTITUZIONALE Sulle pensioni una sentenza importante che fa scandalo DALLA PRIMA Silvia Niccolai Si può intervenire sulla perequazione delle pensioni, dice la Corte, ma - e aveva già avvertito il governo in tal senso - non fino al punto di sacrificare la loro natura di retribuzione differita, che come tale deve essere in grado di garantire un esistenza libera e dignitosa. Altrimenti, anche questo diritto diventa vulnerabile da ogni cosa nebulosa che si chiami, per esempio, «contingente situazione finanziaria». E il legislatore incorre in quella irragionevolezza che consiste nel privilegiare troppo un fine, o un interesse, o un bene, oltretutto in questo caso non costituzionalmente qualificato, a discapito di altri, che costituzionalmente qualificati invece sono. Emergono mi pare da questa impostazione le risorse di una forma di razionalità, controversiale, abituata a considerare le questioni in contraddittorio, e cioè a ragionare in presenza di interessi e di punti di vista diversi e tenendone conto. Questo modo di ragionare concorre a una considerazione dei problemi della convivenza più ampia e più duttile di quella spesso solo calcolante cui altri ambiti di esperienza, come la politica o l economia, spesso si riducono, finendo così, se lasciati soli, più facilmente per cadere in quel tipo di abusi che scaturiscono da una visione unilaterale, ossia da una considerazione troppo ristretta della complessità dei temi e della pluralità delle loro possibili letture. Si sente poi il beneficio che in ogni discussione sempre viene dall esercizio di quel certo rigore di ragionamento (che è in sé una istanza etica), che impone di distinguere un problema da un altro. Alcuni hanno rimproverato la Corte di non avere adottato qui il precedente della sentenza sulla Robin Tax, in cui essa, con notevole innovazione, ha limitato gli effetti della propria decisione solo al futuro. Ma là, per menzionare solo una differenza, si trattava di materia tributaria e di libertà di iniziativa economica, dove ricorrono principi, precedenti e tradizioni normative ben diversi da quelli che vigono nel campo del diritto alla retribuzione, su cui invece incide il decreto sulle pensioni. Se facesse di ogni erba un fascio, un giudice non sarebbe un giudice. Forse è proprio perché ci ricorda che si può non fare di ogni erba un fascio, che esistono forme di razionalità, punti di vista e modi di conoscere diversi, che la sentenza suscita lo scandalo che suscita. Per lo stesso motivo essa rappresenta, mi pare, un apporto importante affinché restino vigorosi il valore dell indipendenza, del pluralismo e di una collaborazione leale, perciò paritetica e non servente, tra istituzioni, prassi, e saperi che hanno ruoli e funzioni sociali differenti. Cosa sarebbe successo, infatti, se la Corte si fosse messa d impegno per cavare essa stessa, dallo striminzito riferimento del decreto alla «contingente situazione finanziaria», argomenti per dimostrare che il governo aveva invece voluto tutelare le generazioni future, mantenere l equilibrio di bilancio, i rapporti con la Ue, o anche revocare ingiusti privilegi e che perciò il decreto era conforme a Costituzione o la questione infondata? Il suo sarebbe stato un lavoro di fantasia, perché nessuna di queste cose il decreto menzionava e offriva al giudizio. Peggio, si sarebbe trattato di un annusare lo «spirito dei tempi» per farne norma generale: l austerità prevale sui diritti, sempre e comunque. Né la Corte poteva fare un intervento «manipolativo», cioè dettare essa il modo corretto di bilanciare gli interessi in gioco, posto che il legislatore, rifugiandosi nel rinvio alla «contingente situazione finanziaria» non aveva indicato quali beni costituzionali intendesse garantire, o quali finalità perseguire, onde non vi era la possibilità di individuare i parametri intorno cui correggere e ricalibrare il suo intervento, a meno di esercitare, di nuovo, una supplenza ideativa in cui il ruolo di un giudice costituzionale si confonde con quello di un maggiordomo che cuce, a posteriori, pezze giustificative al legislatore inventandosi, all occorrenza, valori di nuovo conio. Non che non vi sia chi, anche in modi molto raffinati, pensa che proprio questo - politico dunque più che giurisdizionale - dovrebbe essere il ruolo della Corte e il suo modo di usare la ragione. Ma questa è l occasione per osservare che se la Corte operasse in tal modo saremmo un paese senza diritto, qual è quello in cui il diritto coincide con le valutazioni di opportunità di chi governa, offrendo nulla più che la tecnica di scrivere e riscrivere. Disposti a cambiare oggi quello che era valido ieri, senz altra ragione che ora come ora, assertivamente, conviene o è necessario far così. Richiamando il dovere di ragionevolezza che grava sul legislatore la Corte ha fatto appello all essenza del suo ruolo, e del ruolo di ogni giudice, quello di garantire l eguaglianza tra governanti e governati: non solo i secondi, ma anche i primi sono astratti da vincoli. Si spera dunque che gli organi politici, cui, come ha precisato il presidente della Corte, quest ultima ha restituito intatta la responsabilità decisionale, siano all altezza dell invito che la sentenza sulle pensioni ha loro rivolto. Lo metterò, questo invito, in parole mie, che non mi sembra si discostino troppo dal messaggio che promana dalla sentenza: una democrazia costituzionale si governa sforzandosi di ricercare e far valere ragioni capaci di sostenere un confronto e di annodare, nel mutamento, le esigenze di oggi con gli impegni di ieri. Nulla in effetti minaccia i diritti, delle generazioni presenti e di quelle future, più degli abusi del potere. T elecom, Metroweb, Fastweb, Enel, Terna, e ora anche Ferrovie dello Stato. Nel balletto che si sta consumando in questi giorni attorno al futuro della banda larga in Italia, non si può certo dire che manchino primattori e comprimari. Tutti disposti, a parole, a «fare la loro parte», per superare o almeno attenuare il divario di prestazioni che vede l Italia agli ultimi posti in Europa quanto a diffusione della fibra ottica e a velocità massime di connessione disponibili. E il Governo in mezzo, a twittare messaggi rassicuranti sulla non interferenza dell esecutivo nei piani industriali delle aziende. Vista da fuori, e tenendo bene a mente la cronologia degli eventi, la soap opera si dipana con una sua contorta logica. Di per sé, il progetto di Enel di mettere a disposizione la propria capillare rete di distribuzione 450mila cabine, 24 milioni di abitazioni raggiunte per portare sul territorio, assieme all elettricità, anche i dati, non è nuovo. Risale ad almeno un mese fa, e ne avevano già dato conto varie testate online e cartacee. Come mai la bomba dunque, è scoppiata solo ora, con un articolo di «Repubblica» che annuncia l intenzione dell esecutivo di mettere Telecom all angolo, appoggiando il piano dell azienda pubblica? Fare dietrologie in Italia è fin troppo facile, ma è probabile c entri l accordo, pubblicizzato a inizio maggio, con cui Telecom si è alleata con Fastweb per commercializzare dal 2016 una tecnologia chiamata Vdsl enhanced una sorta di Adsl potenziata, che spingerebbe al massimo le prestazioni fornite dal doppino in rame, arrivando fino a velocità di 100 megabit al secondo (contro i circa 30 Mbps dell attuale Adsl veloce). Per le aziende, questo significherà poter continuare a operare secondo il modello Fiber to the cabinet (Fttc), portando la fibra soltanto fino all armadio in strada e non direttamente nei condomini. Un bel risparmio, specie per Telecom, che ha sul groppone 35 milioni di chilometri di cavi in rame di cui non saprebbe cosa fare, nel caso di passaggio repentino alla fibra. Per gli utenti invece, non sarebbe proprio il massimo, dato che con la tipologia Ftth, Fiber to the home, si possono raggiungere invece velocità anche di 1 Gbps. Oltre a ciò, la collaborazione con Federico Guerrini Fastweb arriva proprio dopo che l ex monopolista aveva chiuso le porte a un analoga possibile iniziativa con Metroweb, la holding semi-pubblica che ha già cablato con la fibra vaste aree di città come Milano e Bologna, e che il governo aveva probabilmente individuato come possibile aggregatore di investimenti pubblici e privati. per la digitalizzazione del Paese. Metroweb avrebbe messo la rete, e altre società, in primo luogo Telecom, i servizi. Ipotesi che però è naufragata già allo stadio di protocollo di intesa: l idea L Italia è fanalino di coda nella velocità di connessione a Internet.Il governo twitta però di stare sereni. Enel, Fastweb, Metroweb, Telecom e Fs sono in attesa di una scelta che non arriva della società di telecomunicazioni era quella di prendere gradualmente possesso dell alleato, salendo nel corso di un quinquennio prima al 40% delle quote, e poi arrivando a rilevare l intero capitale. Prospettiva che non è piaciuta a Metroweb. Andato a monte, l affare, ecco rispuntare l ipotesi Enel. Che non è priva anch essa di incognite. Non è chiaro, ad esempio, se Enel si candidi a portare connettività soltanto nelle cosiddette aree a fallimento di mercato quelle dove gli operatori esistenti non investono perché non generano abbastanza profitti, e per le quali sono previsti incentivi pubblici - o se invece, l azienda controllata dal Tesoro voglia proporsi come operatore su scala nazionale. In quest ultimo caso, si porrebbero dei problemi non da poco nelle grandi città, da Milano a Roma, dove Enel di fatto non è presente, e predominano municipalizzate come A2A e Acea. Come se non bastasse, Telecom minaccia ricorsi a Bruxelles se qualche concorrente ricevesse finanziamenti pubblici nelle zone dove 40 città dove l ex monopolista intende portare la fibra coi propri fondi. Nelle ultime ore sono entrate in campo anche le Ferrovie dello Stato: l amministratore delegato Michele Mario D Elia ha detto che la società è «pronta e disponibile» a offrire i suoi novemila chilometri di rete, una piccola parte dei quali già coperti da fibra ottica, per la digitalizzazione del paese. Insomma, ognuno cerca di ricavarsi il proprio posticino al sole. Ma alla fine, dal gioco delle parti, ne emergerà qualche vantaggio per i cittadini? Dipende. Quello che è certo è che se l Italia vuole raggiungere gli obiettivi dell Agenda Digitale Europea: minimo 30 Mbpsper tutti e almeno100 Mpbs per metà della popolazione entro il 2020, deve mettersi a correre. Nella classifica globale di NetIndex, con una velocità in download di11.10 Mbps sicollocaoggi al 92esimoposto, agli ultimi posti in Europa. Un destino strano per una nazione che solo una decina di anni fa, quando venivano cablati centri come Milano e Genova, era all avanguardia. Si è scelto però di non proseguire su questa strada. Sarebbe sbagliato dare tutta la colpa a Telecom, ma è indubbio che quella del rame è un eredità pesante. In Stati come la Romania, dove le infrastrutture sono state costruite praticamente da zero, partendo dalla fibra, si viaggia oggi a 60 Mbps. Un sogno, per noi. Secondo una recente ricerca di «Accenture», una maggiore diffusione del digitale, potrebbe avere far crescere in media il Pil di 0,25 punti percentuali l anno, il che equivale a un incremento dell 1,8% da qui al Tutti i servizi più avanzati, dalla telemedicina, alle conferenze in telepresenza, alle attività aziendali basati sul «cloud» (ossia sull accesso a dati e potenza di calcolo da remoto), necessitano di connettività veloce e stabile. Il ritardo italiano pesa anche in termini occupazionali. Lo sviluppo dell Ict, ottenuto potenziando gli investimenti nel settore, potrebbe portare entro la fine del decennio alla creazione di posti di lavoro. Per cui tornando alla vicenda Enel-Telecom, non conta tanto chi vincerà la partita, quanto che la schermaglia si concluda in fretta, e con un risultato che garantisca ai consumatori di poter aver accesso alla maggiore banda possibile, nel minor tempo possibile. TORTURA Risposta a Gonnella: le criminalizzazioni generalizzate sono inaccettabili Sì al reato, no a uno scontro guelfi-ghibellini DALLA PRIMA Raffaele Cantone Effettivamente, ho detto che sono indignato per la strumentalizzazione avvenuta, non solo in Italia, di una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell Uomo che, occupandosi delle vicende di Genova, non solo rispetto ma anche condivido. Sono indignato in particolare perché qualcuno - partendo dalla sentenza - ha provato a dare un immagine dell Italia, del suo sistema giudiziario e di Polizia assolutamente non coincidente con la realtà delle cose. Si è arrivati, persino, a paragoni tra il nostro Paese e Stati dittatoriali, evocando l emanazione di una legge sulla tortura quasi fosse una necessità frutto di emergenze anche attuali. Nella mia esperienza di magistrato, cittadino e di persona che non si ritiene affatto né culturalmente né ideologicamente un conservatore, contesto fermamente questa posizione. Fatti come quelli di Genova - o anche meno eclatanti come quelli che hanno riguardato persone sottoposte a misure restrittive, come i poveri Aldrovandi e Cucchi (per citarne solo due) - sono non solo gravi ma anche assolutamente vergognosi e meritano di essere stigmatizzati moralmente, giuridicamente e puniti penalmente. In Italia, però non si sono coperti questi fatti, li si è perseguiti a volte con difficoltà ma comunque in modo da raggiungere quasi sempre la verità - giungendo anche, nelle vicende che riguardano Genova, a condanne e successive espulsioni dalla Polizia di soggetti destinati anche a radiose carriere. Queste vicende non sono, quindi, il segno di un modus operandi tipico delle nostre Forze di Polizia, che ho verificato, sul campo, essere tutt altro sia dal punto di vista umano che professionale. È giusto punire - anche pesantemente - chi sbaglia, ma le criminalizzazioni generalizzate non possono essere accettate. Quanto al reato di tortura, sia chiaro che io sono assolutamente favorevole alla sua introduzione e sono d accordo con il Presidente di Antigone che le persone oneste delle forze di polizia non hanno nulla da temere da questo reato. Su quale debba essere il contenuto del reato, non intendo esprimermi, perché sarà il Parlamento a trovare il giusto equilibrio. Ciò che continua a non piacermi è il perseverante utilizzo, da parte di alcuni, di questa sentenza della Corte Europea - e della sacrosanta battaglia per introdurre un reato che le Convenzioni internazionali ci impongono da tempo per valutazioni negative generalizzate su una parte del Paese fatto di uomini e donne che, non dimentichiamocelo, hanno svolto un ruolo rilevante nel contrasto al terrorismo, alle mafie ed alla criminalità, pagando anche un alto tributo di sangue. Quella sulla introduzione del reato di tortura, lo ripeto ancora una volta, è una battaglia sacrosanta ma non va vissuta come un contrasto tra guelfi e ghibellini.

13 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 9 CULTURE SALONE DEL LIBRO «Mobilitazione totale»: questo il titolo del volume che l autore del «Manifesto del nuovo realismo» discuterà oggi al Lingotto nella sua lectio magistralis Luca Illetterati S i parla di armi nel nuovo libro di Maurizio Ferraris, Mobilitazione totale (Laterza, pp.109, euro 14,00). Anzi, più correttamente, di ARMI, dove i caratteri maiuscoli stanno ad indicare che non si tratta tanto di pistole, contraerei o droni, ma di un acronimo che sta per Apparecchi di Registrazione e Mobilitazione dell Intenzionalità, ossia, per sciogliere il plesso terminologico piuttosto inquietante, il web: quell apparato che determina le nostre esistenze più di quanto ne siamo in genere consapevoli. Un apparato che è fatto di vincoli (ci sentiamo in colpa se non controlliamo le mail), opportunità (comunichiamo in modo infinito e possiamo verificare seduta stante un informazione), chiamate (alle ARMI), nuove forme di socializzazione. L acronimo non è scelto, ovviamente, a caso. Le ARMI sono, in effetti, qualcosa il cui aspetto è realmente inquietante, sono un assoluto che si impone in termini decisamente radicali, un potere che ci mobilita e ci fa entrare in qualche modo in guerra, innanzitutto nei confronti di noi stessi. LINGOTTO Dalle «Sfere» di Sloterdijk alle «Paure» di Livio Pipino Tra gli innummerevoli appuntamenti al Salone del libro, ci sono alcune presentazioni che vanno segnalate per il carattere esemplificativo dei temi e delle strategie editoriali che evidenziano. Oggi, l economista tedesco Wolfgang Streeck, autore del volume «Tempo guadagnato» (Feltrinelli) parlerà della crisi economica con Lucrezia Reichlin (sala Azzurra, ore 12). Alle 17, invece, il filosofo tedesco Peter Sloterdijk presenterà la traduzione italiana della sua monumentale opera «Sfere» (Raffaello Cortina) con Federico Vercellone (sala Azzurra, ore 17). Alle ore 17.30, invece, nella Sala Professionale, l associazione degli editori indipendenti Odei illustrerà le sue proposte per la tutela della bibliodiversità. Alla Biblioteca Civica Centrale (ore 18), Livio Pipino presenterà il volume «Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli» (Gruppo Abele edizioni). Un vocabolario di guerra Le ARMI sono, a un tempo, struttura coercitiva e strumento di liberazione: potere determinante nei confronti delle esistenze per cui ci si trova a organizzare il proprio tempo vitale sulla base di agende che sono coerenti con il sistema della rete, si apprende e si commenta ciò che Google, Facebook o Twitter ci chiedono di apprendere e commentare e insieme possibilità di emancipazione forza in grado di abbattere muri prima nemmeno scalfibili, di raggiungere conoscenze prima protette da densi e opachi filtri sociali, facendo sentire la propria voce (anzi la propria scrittura, perché la voce sembra ormai scomparsa) là dove prima non ne arrivava nemmeno l eco. Ma Ferraris insiste soprattutto, contro la retorica della condivisione totale e coerentemente con alcuni suoi assunti teorici, sull aspetto subdolamente costrittivo e performativo delle ARMI: «ciò a cui stiamo assistendo è il dispiegarsi su scala mondiale di un potere il cui antenato più prossimo è appunto l alleanza tra burocrazia e potere militare che si manifesta nelle esperienze storiche della mobilitazione totale». In questo senso se c è un vocabolario in grado di penetrare e rendere ragione delle dinamiche di funzionamento del web, della sua straordinaria pervasività e della sua capacità di modificare e strutturare nel profondo le vite di coloro che spesso si illudono di dominarne il senso, questo è appunto il vocabolario della militarizzazione e della guerra. Il Web è un apparato che mobilita, che determina le priorità, che plasma alla radice le temporalità esistenziali, che destruttura e ristruttura i concetti classici di lavoro, di azione, di produzione, di mercato. Dentro il sistema delle ARMI, infatti, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di riposo diventa illusoria, così come indefinibile è per molti versi il confine tra attività privata e attività pubblica, e dunque, in termini ancora più generali, tra libertà e ingiunzione. Né apocalittica denuncia del nuovo e invisibile potere costituito dalla Rete, né integrata lode nei confronti dei nuovi orizzonti da essa dischiusi, il lavoro di Ferraris non è un indagine latamente sociologica, e non è un pamphlet di critica del costume. È un discorso schiettamente filosofico che si situa, esplicitamente, su un livello antropologico, come un un discorso sulla natura umana. La radice delle ARMI non è infatti, secondo Ferraris, il Capitale, non è un agenzia di multinazionali che guida gli individui verso comportamenti finalizzati a un interesse specifico; non è nemmeno la CIA o la National Security Agency (cosa che la visione di Citizenfour, il documentario di Laura Poitras su Edward Snowden potrebbe anche far pensare) o una qualche Spectre di altro tipo: non è appannaggio di Apple né di Microsoft. E non perché questi non siano reali poteri, ma perché, semplicemente, fermarsi a questo livello equivarrebbe alla rinuncia di una spiegazione radicale del fenomeno. La fonte germinale delle ARMI, la forza da cui scaturiscono è, dice Ferraris, la natura umana, la peculiare tendenza degli umani a sopperire alle debolezze e alle fragilità della propria natura con protesi tecniche. La radice delle ARMI è la natura originariamente tecnica dell umano; ridurla a strumento elaborato dal potere di taluni per il dominio degli altri significa non comprenderne la radicalità. Anzi, proprio nella loro duplice natura di strumento di vincolo e oppressione, e allo stesso tempo, di ribellione ed emancipazione, le ARMI mostrano di essere una delle modalità di emersione della natura dell umano. UN INSTALLAZIONE DI TOMAS SARACENO Ferraris di fronte ai Diktat del web Orizzonti antropologici Per questo il discorso sulle ARMI non può che essere un antropologia. E l antropologia che emerge in questo lavoro di Ferraris è fondamentalmente pessimistica. Il punto è cruciale perché getta una luce niente affatto banale su quel (nuovo) realismo filosofico di cui molto si è discusso in questi anni, a volte con stizza e non di rado con accenti isterici. In un certo senso, in questa antropologia sembra di poter scorgere una delle motivazioni profonde che spingono verso quella opzione ontologica e metafisica. Nel sottolineare e nell insistere sulla necessità di pensare l indipendenza del reale dalle menti e, conseguentemente, la dipendenza delle menti dal reale, il realismo di Ferraris si fa in queste pagine, realismo esistenziale. Nell antropologia che viene proposta in questa analisi della rete come luogo dentro il quale le nostre esistenze si trovano gettate a vivere, l esistenza si rivela in effetti adeguata solo in quanto accoglie la sua dipendenza dal reale. La convinzione che Ferraris cerca di difendere qui è dunque questa: che l esistenza non sia tanto formatrice di mondo (come voleva Heidegger, che distingueva così il modo d essere dell uomo dal modo d essere della pietra priva di mondo e dall animale povero di mondo) ma sia semmai dipendente dal mondo. Più radicalmente ancora: è il mondo, con il suo correlato di linguaggi, tradizioni, leggi e storie, a essere formatore di esistenze. Le vite degli umani ricevono il loro senso dal mondo e da tutte quelle stratificazioni di senso che vi si sono formate, fuori da qualsiasi dinamica volontaristica e intenzionale: dalla grammatica delle abitudini al sistema di norme sociali che costituiscono il gigantesco inconscio dentro il quale già da sempre siamo e già da sempre, fin dal nostro primo respiro, ci muoviamo. In questo senso il realismo di Ferraris, e con esso la sua idea di esistenza, la sua stessa idea di filosofia e di pratica culturale, per quanto spesso giocata in termini di leggerezza, di ironia e di humour, è molto più radicalmente pessimista (in un senso che direi quasi leopardiano) di tanto pensiero negativo, di tanta retorica del tragico, di tanta mestizia della finitudine e della colpa, che, dietro l apparente modestia, direbbe Hegel, nasconde non di rado la più altezzosa superbia: quella di sentirsi in potere di dire all uomo, alle cose e al mondo nella sua complessità, come l uomo, il mondo e le cose debbano essere per essere ciò che sono. Ovviamente, l idea che l esistenza sia innanzitutto dipendenza, prima che autodeterminazione, è la più problematica e spinosa di tutta la faccenda. Una delle accuse che sono state rivolte al nuovo realismo è infatti quella di non riuscire a pensare l istanza emancipativa, di non riuscire a dare senso a un bisogno di trasformazione del reale a partire da istanze di giustizia: a partire, ad esempio, da un qualche senso di inaccettabilità delle circostanze date. Se infatti si vuole trasformare il reale è necessario pensare a una qualche possibilità costruttiva nei confronti della realtà, è necessario potersi muovere nei suoi confronti dentro un rapporto che non sia di sola dipendenza; è necessario, cioè, riconoscere un elemento di originaria autodeterminazione da parte dell umano affinchè sia capace di instaurare una dinamica emancipativa e trasformativa rispetto al mondo. I diritti della realtà In effetti, risponde Ferraris, è possibile emancipazione solo là dove si riconoscono alla realtà i suoi diritti, dove si pensano le differenze tra diversi tipi di realtà, dove è chiaro rispetto a quali realtà è in nostro potere agire e rispetto a quali, invece, pretendere di essere costruttivi è solo un operazione ideologica. Si coglie qui tutta la fatica di coniugare il pessimismo antropologico con la possibilità di pensare un azione in grado di rendere il mondo migliore rispetto a come è. In questo senso, se c è un limite in questo lavoro al solito brillante, rigoroso e questa volta più di altre segnato, e forse esistenzialmente attraversato, da una intrinseca e produttiva problematicità, è quello per cui un certo ottimismo ontologico non è sempre all altezza del pessimismo antropologico radicale che anima tutto il lavoro. Per difendere la ragioni della realtà (cosa che a mio parere Ferraris fa benissimo a fare, contro tutte le caricature ideologiche e costruttivistiche e contro tutti i velleitarismi soggettivistici) questo libro tende, a volte, a leggere la realtà storica e sociale con categorie non altrettanto raffinate di quelle usate per indagare non solo quella manifestazione specifica del presente che sono le ARMI, ma anche i modi con cui le nostre esistenze concrete si fanno da esse plasmare. Natura di una cultura Dire ad esempio, come si dice con insistenza nelle pagine finali del libro, che non è mai esistita un epoca con tanta cultura, proprio grazie alle possibilità offerte dalla rete e alle sue conseguenti possibilità emancipative, è certamente dire una cosa vera, persino banalmente vera (e Ferraris sosterrebbe che è sempre meglio una cosa banalmente vera che una profondamente falsa), ma non ci dice in realtà molto della forma che ha questa cultura, del senso che essa incarna, della sua possibilità di essere davvero e radicalmente decostruttiva. Forse, non basta decostruire il costruttivismo soggettivistico: per rendere ragione della realtà, per guardarla in faccia con occhio sincero, bisogna anche decostruire i realismi che la imprigionano.

14 pagina 10 il manifesto VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 Cannes 68 VISIONI Un uomo e una donna si raccontano in un magnifico bianco nero. È «L ombre des femmes» di Philippe Garrel che apre la Quinzaine Una coppia in crisi tra abbandoni, massacri e tradimenti, gira un documentario sulla Resistenza in Francia. Il privato che si intreccia con la Storia Cristina Piccino CANNES N ella sala stampa del Palais gli schermi video col marchietto Canal plus mandano a loup interviste, nateriali d archivio, divi passati e presenti mentre il sound del tappeto rosso tra grida di fan e nomi amplificati di star martella pesante. Un po come nella selezione ufficiale dove a parte alcuni film ieri l opera prima del regista ungherese Laszlo Nemes Saul Fia, collocato in un orario complicatissimo - l impronta di Pierre Lescure, il nuovo presidente del Festival sembra profilarsi da subito molto netta. Chissà cosa accadrebbe in questa cittadina di Riviera popolata, almeno secondo un reportage sul quotidiano Libération, da ricchi pensionati Porsche e yatch muniti, e da cui i ragazzi tendono a scappare via appena possono, se non ci fosse più il cinema! Ci penso percorrendo un affollata Rue d Antibes, lusso volgare esibito all inverosimile e «misure di sicurezza» peraltro prevedibili dopo il massacro della redazione di Charlie Hebdo. «Chi viene al mondo per non cambiare non merita considerazione». Benvenuti alla Quinzaine des Realisateurs che per inaugurare la sua edizione numero 47 ha scelto il nuovo e magnifico film di Philippe Garrel, L ombre des femmes, preceduto dal cortometraggio dello stesso regista, Acte 1, Parigi nei giorni del Maggio 1968, rivoluzione e repressione, cambiare è l utopia che si fa realtà contro i gas lacrimogeni delle celeri, le pallottole, le botte nei commissariati, la violenza di uno stato che esige un permesso anche per respirare. Bianco e nero, Vicende lungo i bordi del fotogramma, dentro e fuori, tra la durezza delle sconfitte e il sogno di cambiamento in pellicola trentacinque millimetri che ronza appena nella sala strapiena del Noga Hilton, sede della Quinzaine, è la più bella risposta al terribile film da «senso comune» scelto per l apertura (fuori concorso) di Emmanuelle Bercot (A testa alta) con le sue regole di legge, ordine, principi più reazionarie del peggiore conservatorismo sarkozista. Ed è da parte della sezione diretta con passione da Edouard Waintrop anche una scelta forte di cinema. Che significa stare, per esempio, con immagini oblique e indipendenti, fuori dai grossi budget ma anche fuori dalle mode «artie» che tanto piacciono ai programmer mondiali. Lui, Garrel, è genialmente «inattuale» e sempre contemporaneo. Cosa racconta L ombre des femmes scritto dal regista insieme a Jean-Claude Carrière, Caroline Deruas e Arlette Langman? Di una coppia, il luogo dell anima del regista: un uomo e una donna che si amano, vivono e lavorano insieme, condividono la passione per il cinema lui è regista di documentari - i pochi soldi e le difficoltà. Lei ha lasciato i suoi studi di lingue orientali per seguirlo, alla madre che la rimprovera dolcemente, ironizzando sul genio dell uomo, risponde che ha seguito il suo amore. Il talento di Pierre (Stanislas Merhar) STANISLAS MERHAR, CLOTILDE COURAU, SOPRA LENA PAUGAN IN «L OMBRE DES FEMMES», IN BASSO IL REGISTA PHILIPPE GARREL La verità impossibile del sentimento è porre alle persone le domande giuste, e saper ascoltare le loro risposte. Stanno lavorando a un doc sulla Resistenza in Francia, il protagonista è un vecchio partigiano eroico che racconta di quei giorni con pudore, ai figli non ha mai detto nulla delle sue azioni, i due registi ascoltano e visionano materiali del tempo. Ma la loro non è una relazione senza Eugenio Renzi CANNES L a proiezione del film di Garrel è stata seguita, come da programma, da un breve (ma intenso) dibattito con il pubblico. L inatteso è venuto dalla proiezione, eccezionalmente aumentata di sei minuti dalla piacevole sorpresa di un film ritrovato. Nel lontano 1968, ad un Garrel ventunenne, venne l idea di girare una serie di corti di contro-informazione. Ne realizzò solo uno, Acte 1, che si credeva perduto. Ritrovato recentemente, è stato inserito nel programma, per la gioia di tutti i garrelliani presenti. Acte 1 riprende la forma esteriore (sei minuti, bianco e nero, 35 mm) dei cinegionali Pathé ma ne ribalta il contenuto (gollista). La gran parte delle immagini sono quelle, classiche, degli scontri tra polizia e gli studenti intorno al Quartiere latino, che Garrel ha ricostruito ne Les Amants réguliers; altre mostrano un grande corteo intorno alla Place de la République (la rivoluzione è passata anche per la rive droite!). Una voce off recita qualche fatto: «il tribunale Russel ha dichiarato che il gas lacrimogeno è un arma potenzialmente mortale» e molti spigoli: Pierre inizia una storia con una giovane archivista Elisabeth (Lena Paugam), non l ama ma è attratto dal suo corpo, la raggiunge nella stanzetta ammobiliata, fanno l amore e lui scappa via, ai dubbi delle sue emozioni risponde che lo fa perché è un uomo, e dunque è giusto così. Manon (Clotilde Courau) ha a sua volta un amante, per Pïerre è inaccettabile: slogan sul modello: «la rivoluzione è...» Questi ultimi sembrano uscire dal Libretto rosso, durante il dibattito Garrel ha invece precisato che «sono tutti tratti da Sade». In quanto documento del cinema militante Acte 1 costituisce una curiosa introduzione alla storia d amore e di tradimenti de L ombre des filles. L accostamento sembra fatto apposta per sottolineare una distanza tra l uno e l altro che il dibattito ha invece accorciato, sin dalla prima domanda: perché il bianco e nero? Dal 68 ad oggi, è una domanda che Garrel si è sentito rivolgere spesso, senza mai variare la risposta: «Perché è meno caro». Nel 68 era vero. Ma nel frattempo è accaduto che la pellicola b&n diventasse più cara di quella a colori e che il digitale rendesse entrambe antieconomiche. Il tempo ha trasformato la verità in palese controsenso. Tanto palese che il pubblico ride, taluni pensando che Garrel scherzi, talaltri che la battuta esprima non tanto uno stato di cose attuale ma un attaccamento (di Garrel) al passato (è così anche per molti momenti del film, la sala ride, un po con il film un po contro il film). Ma non è detto che Garrel scherzi. Qualche domanda dopo, ritornando sul tema ha precisato che la scelta del b&n consente effettivamente di risparmiare «sul trucco, sulle luci, sulle scenografie... e quindi sull equipe e sui tempi di produzione di tagliare il budget della metà». Garrel si è dilungato sulla crisi economica europea, sul suo impatto sul cinema, sul ruolo di questo, che «in quanto prodotto, distrae il pubblico dalla crisi economica mentre, in quanto industria, pratica le misure d austerità». Dov è la coerenza tra un discorso così politico e un film, L Ombre des femmes, che, almeno in apparenza, non ne contiene alcuno? A questa domanda, che nessuno ha avuto la sfrontatezza di porre direttamente, Garrel ha risposto a suo modo parlando del personaggio del vecchio eroe della Resistenza il quale (attenzione si rivelano elementi essenziali della trama) si rivela infine essere un mitomane. Tutte le imprese che il partigiano racconta davanti alla cinepresa di Pierre (Stanislas Merhar) sono finte. O meglio, «Questi racconti sono storie vere, appartengono alla memoria della mia famiglia e mi sono stati trasmessi da mio padre (l attore Maurice Garrel)» ma li ho utilizzati per creare il personaggio di uno che fa finta di aver partecipato alla resistenza». Già «Solo gli uomini possono essere infedeli» le grida mentre lei si giustifica, le ragioni di Manon sono il bisogno di sentirsi desiderata, il dolore perché lo stava perdendo, molto «femminili». Bianco e nero anche qui, girato in pellicola (ma proiettato in digitale) con la luce che accarezza senza compiacimenti di Renato Berta questo film segna però un passaggio nell universo garreliano e del punto di vista narrante. Una coppia in crisi, abbandoni, massacri e tradimenti, e l autofinzione della vita, quella del regista, degli amori e delle sconfitte lancinanti di un utopia, che attraversa tutti i suoi film si allarga al femminile: uomo e donna sono messi a confronto nella «verità» impossibile del sentimento e insieme di una Storia che la sola memoria non può restituire. Perché la memoria inganna e si fa ingannare dal desiderio o dal rimorso. C è una scena, molto bella, mentre il partigiano parla la moglie (Therese Quentin) offre dei biscotti all anice, forse stanca di quell «ombra», di quelle parole ascoltate infinite volte. L immaginario è rivoluzionario come i sentimenti quel «privato politico» delle strade sessantottine, della rivolta accompagnata dalle parole di De Sade. E nell intreccio tra lo sfascio della coppia e la Storia Garrel interroga la verità delle immagini, il pretestuoso gender che circoscrive «realtà» e «finzione» laddove la prima si dichiara oggettiva, ma come ci dice sempre anche Godard la verità è possibile solo nel massimo della sua messinscena, consapevole e non spacciata per «vera». Un po come pellicola e digitale, non è semplicemente questione di nostalgia, è sostanza, materia, la grana del diario intimo di una poetica in cui lo spazio della vita diventa storia, e storie, e lungo i bordi del fotogramma, dentro e fuori, libera i sogni di un cambiamento e la durezza delle sconfitte, piaceri e battaglie, seduzioni e conflitti. L immagine potente di un sentimento che narra il mondo. Il regista/un DIBATTITO CON IL PUBBLICO E LA SORPRESA DI UN CORTO RITROVATO GIRATO NEL 68 «Ho instaurato un altro rapporto con la memoria» nel titolo, L Ombre des femmes fa eco al film per eccellenza sulla resistenza, L Armée des ombres, ma questa eco è inaudibile tanto sembra accidentale. Oppure, come nel caso del rapporto tra veri ricordi e falso partigiano, se riesce a cogliere in un primo momento solo il chiasmo, l inversione. Questo perché la Resistenza è «un mito intoccabile, un fatto indiscutibile.» Ma proprio a questo a Garrel reagisce, come ha spiegato, «non certo per negare l importanza della Resistenza», ma piuttosto per instaurare un altro rapporto con la memoria. Non un rapporto oggettivo ma un rapporto sentimentale. Il senso profondo del film è che «la verità sentimentale ha la meglio sulla verità storica». Il sentimento non è apolitico, grande lezione del 68, che in questo deve certo più al marchese de Sade che al presidente Mao. Il sentimento non afferma cose politiche, ma le mostra. L ombre des femmes in effetti non tiene un discorso, preferendo far vedere (sin dalla prima inquadratura) delle condizioni oggettive di vita difficile che, proprio perché non separate dai sentimenti, hanno l eloquenza dell effettività.

15 VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 il manifesto pagina 11 VISIONI NATALIE PORTMAN Secondo Variety, Natalie Portman sarà Jackie Kennedy in «Jackie», il biopic di Pablo Larrain, regista cileno candidato agli Oscar nel 2013 per il film «No - I giorni dell'arcobaleno». A produrre la pellicola sarà Darren Aronofsky, con il quale l'attrice ha già girato «Black Swan» nel U2 È partito ieri da Vancouver, il tour «Innocence + experience tour», della band irlandese che farà tappa anche in Italia, a Torino, i prossimi 4 e 5 settembre. Dopo il Canada, gli U2 saranno in America fino al 31 luglio prima di spostarsi in Europa. Ultma data fissata risulta essere quella del 15 novembre prossimo a Parigi. FUORI CONCORSO Ritorna l epopea post atomica di «Mad Max» Anarchica e visionaria, l orda dei kamikaze cannibali Giulia D Agnolo Vallan CANNES C on un tempismo perfetto per ricordarci che la siccità in California è veramente solo l inizio, una palette di arancioni infuocati, neri oleosi e freddi blu notte, un ritmo che fa sembrare lenti i Fast and Furious e il peso specifico di un pianeta pieno di rottami arrugginiti come quello di Wall-e, Mad Max: Fury Road è atterrato a Cannes nemmeno un Giona A. Nazzaro CANNES U n DUE SCENE DA «MAD MAX», A DESTRA M.GARRONE, V. CASSEL E S. HAYEK/FOTO REUTERS film pieno di segni. Proprio come le macchine che solcano il deserto a folle velocità, costruite con pezzi provenienti da altre vetture e oggetti. George Miller ha disseminato nel quarto capitolo della saga di Max il pazzo il precipitato dei segni della cultura pop del ventesimo secolo riprocessandoli come se si trattasse di un operazione di archeologia retro-futurista. Come se dall altra parte dello spettro del digitale, la ferraglia e la ruggine (che non dorme mai, per citare Neil Young) reclamassero, ancora una volta, il proprio diritto di cittadinanza nell immaginario collettivo. Polvere, ruote, fuoco, metallo: la strada della furia di George Miller è solcata dallo spettro di Hardware come se a riprocessarlo fosse stata la Mutoid Waste Company cui il collettivo Zimmerfrei ha dedicato l ottimo film Hometown Mutonia. George Miller non utilizza l amplissimo spettro di stratificazione dei segni per mettere in piedi una sorta di paradiso artificiale nerd dove la caccia alla citazione diventa il principale piacere/racconto del film. In Fury Road i riferimenti alle culture che permeano il film è al tempo stesso meccanico e organico. L ombra lunghissima di Go Nagai e in particolare del suo Violence Jack domina come a volere rivendicare una paternità segreta. L avanzata sulla linea dell orizzonte delle macchine del mucchio selvaggio è un motivo visivo ricorrente del mangaka, senza contare l avamposto di Citadel che rievoca la Slum Town del fumetto mentre Immortan Joe diventa una versione da incubo di Slum King. Dall altra parte, Ken il guerriero, di Tetsuo Hara e Buronson, manga discendente in linea diretta da Interceptor: il guerriero della strada, è a sua volta esploso nella solitudine totale del protagonista che a stento riesce ormai a grugnire il suo nome. La centralità sociale del metallo, il suo essere costantemente riassemblato, si presenta come una reinvenzione della microsocietà dei Sabbipodi (diventati poi Predoni Tusken) del primo Guerre stellari. Il riciclaggio, infatti, dei corpi, dei fluidi, delle materie prime e del metallo, trova un corrispettivo preciso nella reinvenzione dei segni. La posse che bracca Furiosa assomiglia a una specie di Hellfest su giorno prima dell uscita in sala in moltissimi paesi del mondo. Comprensibile che Thierry Fremaux (e probabilmente la WB) non abbiano voluto affidare l apertura a un esercito di kamikaze cannibali che inseguono un Emperor Furiosa, vestita come un meccanico postapocalittico senza un braccio, che ha rapito un gruppo di ragazze angeliche seminude. Certo, se avessero osato, sarebbe stato un inizio più entusiasmante di quello vissuto due ore in compagnia del giovane delinquente di La Tete Haute (che ha un po il look dei kamikaze cannibali, ma si fa addomesticare da Catherine Deneuve). Chiunque avesse temuto che George Miller, a forza di maialini parlanti (Babe va in città) e di pinguini ballerini (gli Happy Feet) si fosse rammollito può mettersi il cuore in pace. Mad Mad: Fury Road è crudo, crudele, visionario e radicalmente «altro» come i primi due film della serie (Interceptor, del 1981 e Interceptor: Il guerriero FURY ROAD Un opera lastricata di segni, citazioni dal ventesimo secolo Sangue, polvere e tracce di cultura pop ruote. Non a caso i membri della tribù di Immortan Joe sembrano cloni degli Slipknot (le teste aculeate) e della famiglia di Leatherface (compare infatti anche una sega elettrica). Mentre il chitarrista (il cui strumento lancia fiamme come la chitarra di Ace Frehley dei Kiss) che accompagna con il suo drone metal l avanzata della carovana di Immortan Joe (una delle invenzioni più entusiasmanti del film) sembra una geniale ibridazione di Buckethead (musicista vicino all aerea Material e Bill Laswell) e del protagonista del manga Detroit Rock City scritto da Kiminori Wakasugi (impossibile non ricordare i Dimmu Borgir). E cosa ci fa la citazione letterale di Big Bird Cage di Jack Hill in Mad Max? Giunto alla fine del cinema, ossia di una certa idea di cinema, George Miller, in assoluta sintonia con l umanità che popola il suo film, ricicla e riassembla: alla velocità della luce. I materiali, scelti in base al loro valore d uso e non per il coefficiente cult, sono a loro volta il segno di un progetto di rifondazione sociale. Giunto alla fine del ciclo del consumo, non resta che riciclare i segni del consumo stesso. E non a caso la vita, i semi custoditi da una delle anziane, non sono riconoscibili come segni, come un appartenenza, ma solo come un progetto. Una speranza. Come dire che alla fine del segno non può che esserci il progetto di un altro mondo. della strada, del 1985) ed è sicuramente meglio del terzo (Mad Max. Oltre la sfera del tuono, quello con Tina Turner, del 1989, che era un po stanco). Trent anni dopo aver dato vita a Max Rockatansky, poliziotto trasformatosi in barbaro vendicatore su ruote dopo che la sua famiglia e stata sterminata, il settantenne Miller dimostra di «possedere» questo universo distopico come Lucas possiede la Galassia e Peter Jackson la Terra di mezzo: il suo ritorno all arido, sterminato, deserto della serie (tra Greed e il Russ Meyer di Motorpsycho e Faster Pussycat Kill Kill, solo che è attraversato dal Road Runner di Chuck Jones a cui tutta la franchise rende omaggio) ha un allure scellerato e un agilità di movimento che ricordano il meglio della serie B. Più Tobe Hooper (l eroe, trasformato in un sacco di sangue da trasfusione vivente, passa tre quarti del film dietro a una museruola di ferro) e il primo Wes Craven. Anche se questo è un film da oltre 150 milioni di dollari. Esce Mel Gibson (ormai troppo vecchio per il ruolo, dopo un paio di tentativi sfumati di fare il film) ed entra l inglese Tom Hardy, un Mad Max più introverso e meno «mad», ma non male, specie perché affiancato da Charlize Theron, George Miller dimostra di sapersi muovere in questo universo crudo e distopico nel ruolo di Furiosa. Il film apre con Max che addenta un geco parlante a due teste, una scena che sarebbe piaciuta a Giulio Questi. Da lì è un impennata di ottani che non diminuisce fino ai credits finali. Miller elimina quasi completamente «l esposizione» che piace tanto a Nolan, il cazzeggio dell ultimo Whedon, e l iperabbodanza di valori produttivi che appesantisce la maggior parte dell action movie che si fa a Hollywood, asciugando il film in un inseguimento automobilistico di due ore, un po come Jackson ha «ridotto» il terzo capitolo di The Hobbit a una mega battaglia. Il suo un film snellissimo e barocco allo stesso tempo, una death race tra assemblaggi di ferraglie arrugginite (i kamikaze non sognano vergini ma un aldilà all insegna del cromo) con il sistema di valori limpido del western classico. Cinema digitale che celebra la grandezza e l archeologia dell analogico. Penso ai film d azione come a musica visiva e Fury Road è una via di mezzo tra un folle concerto di mucica rock e un opera» ha detto il regista che è anche coautore della sceneggiatura, dal plot esilissimo in cui Furiosa si ribella a Immortan Joe (Hugh Keays Byrne, già nel primo film), tiranno/leader religioso e CEO di Citadel, che controlla la sua gente facendola morire di sete, protetto da un esercito di kamikaze morenti e vive in un paradiso verde in cima a torri di pietra con donne dal look virginale e figli deformi. Quando Furiosa rapisce le cinque mogli di Immortan per sottrarle alla sua schiavitù lui si butta sulle sue tracce con tutte le armi, gli uomini e i veicoli che ha. Davanti a loro una sterminata distesa di sabbia. Al capolinea dell inseguimento/fuga(da cui genialmente si potrà/dovrà solo tornare indietro) è una comunità di donne (dopo i corridoi dell assistenza sociale francese di La Tete Haute e le quattro sorelle del film in concorso di Hirokazu Kore Eda, questo è già un leit motiv del festival) un po come quelle immaginate da Jane Campion in riva a lago di Top of the Lake. Il futuro del mondo? Una borsa piena di semi e il coraggio di combattere selvaggiamente, fino all ultimo sangue, per quello in cui credi. INCONTRI Matteo Garrone e il cast «È un film che vuole essere molto popolare» Giovanna Branca CANNES «Q uello di Cannes è un pubblico di addetti ai lavori, il vero segnale verrà dal primo weekend in sala», osserva Matteo Garrone parlando del suo Il racconto dei racconti, presentato ieri in concorso al Festival di Cannes ed in uscita oggi nei cinema italiani. La risposta del pubblico è fondamentale perché si tratta di «un film che vuole essere popolare, di genere e mira al puro intrattenimento». «Infatti - continua il regista - mi ha fatto piacere sapere che oggi si rideva molto in sala: per me è la più grande soddisfazione che la gente non si annoi, sia coinvolta». Non avrebbe potuto essere altrimenti per questa superproduzione dal cast internazionale costata 12 milioni di «Ci sono altre storie che avrei potuto raccontare. Penso anche a un secondo capitolo o una serie tv» euro, la cui complessità bar o c c a esplora le parti più recondite dell animo umano; che viene dal passato ma affronta temi facili da mettere in relazione con il mondo in cui viviamo. Tratto infatti dal seicentesco Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, l ultimo lavoro del regista romano è un opera fantasy. L attore Toby Jones - nel film il re che sposa sua figlia ad un orco - la definisce «un racconto popolare più che una storia di fate. Molto più brutale, non ha la compiutezza tipica delle fiabe, è caotico e confusionario. Proprio ciò che è interessante interpretare: dare forma al caos emotivo dei personaggi». Vincent Cassel è un altro dei tre re protagonisti della storia, con un debole per la bellezza di giovani fanciulle. Secondo lui il film ricalca il modello di una favola: «Ho sempre pensato che ci fosse un parallelo tra le favole, che provengono da una tradizione orale, e le religioni che elaborano anch esse archetipi di credenze o paure umane». La preparazione del film è stata anche fisica: «bisognava non far diventare questo re una macchietta mantenendo equilibrio tra commedia dell arte e dramma». Il terzo dei tre re, che cede presto il campo alla regina interpretata da Salma Hayek, è John C. Reilly, proviene da una lunga esperienza nel mondo favolistico. «Sono immerso in questo ambiente da dodici anni - racconta infatti - perché i miei figli frequentano una scuola steineriana, e io ho spesso diretto i loro spettacoli scolastici tratti o ispirati da fiabe. È così che ho compreso come queste storie archetipiche fanno sì che le persone scoprano nuove cose su se stesse». «Per me - conclude Salma Hayek - quelle del film sono delle storie di speranza e di esplorazione dei sentimenti più oscuri degli esseri umani. Si parte da delle situazioni a cui tutti possiamo rapportarci per poi finire in posti inattesi, altamente simbolici». Nel suo caso si tratta dell amore ossessivo per il figlio a lungo desiderato, un sentimento facile da comprendere ma le cui conseguenze sono assai oscure. «Salma ha dato al personaggio una sfumatura di fragilità, che è molto bella ed aggiunge profondità», osserva Matteo Garrone. Per l attrice messicana, lavorare a questo film le ha consentito di «esplorare come attrice delle situazioni in cui non ero mai stata. Poi è Matteo che sceglie cosa prendere dai personaggi e dagli attori». Per il regista, inoltre, «il lavoro con gli attori è anche un modo di verificare se la sceneggiatura sta andando nella giusta direzione, «perché loro la vivono dall interno di un personaggio». Con Il racconto dei racconti ha però dovuto rivedere, «per questioni di tempo e impegni», il suo consueto metodo di regia in sequenza, «che consente un diverso tipo di lavoro con l attore. Così invece è stato sicuramente più difficile». Un altra difficoltà è certamente quella posta dal multilinguismo del cast, che sullo schermo si traduce in un uso dell inglese come idioma originale. Ma «Calvino - spiega Garrone - chiamava Basile un deforme Shakespeare partenopeo, per cui c è qualcosa di shakespeariano in lui, e l inglese non tradisce lo spirito originale». Un progetto, quello di Il racconto dei racconti, dal potenziale che non si esaurisce nel film, dato che sono molti altri i «racconti popolari» scritti da Basile... «Ci sono altre storie che avevamo sceneggiato, erano tutte molto belle - chiosa il regista - quindi accarezzo l idea di un secondo film o addirittura una serie tv, dato che oggi vanno di moda...».

16 pagina 12 il manifesto VENERDÌ 15 MAGGIO 2015 L ULTIMA NELL IMMAGINE A SINISTRA, UNO SCREEN SHOT DELL APP PERISCOPE SU UNO SMARTPHONE, NELLA FOTO GRANDE UNA SCENA DELLA PROTESTA A BALTIMORA /LAPRESSE storie Marina Catucci L e immagini degli scontri di Baltimore del 28 aprile scorso hanno fatto il giro del mondo, sono state mostrate in tv, hanno girato sui social network; ci sono stati livestream e, per la prima volta, ci sono state dirette via Periscope, l applicazione gratuita per gli utenti di telefonia e dispositivi mobili Apple, che permette di mostrare video in streaming. Durante la diretta è possibile «chattare» con chi fruisce del video. Non si tratta dell unica applicazione a fornire questo servizio: prima di Periscope, già esisteva Meerkat, applicazione che non è limitata all universo Apple ma è disponibile anche per Android. Non potendo contare sul sostegno di Twitter, è stata immediatamente penalizzata. Periscope - invece - è stata acquistata da Twitter e mentre ci si stava domandando quale sarebbe stato il suo utilizzo, si è potuto sperimentare uno dei suoi tanti utilizzi: i «live» durante manifestazioni ed eventi di massa. Gli scontri in diretta E arriviamo agli scontri di Baltimore. Non è una novità assoluta seguire una manifestazione tramite la produzione di video streming: in molti hanno visto lo sgombero di Zuccotti park, le 16 ore consecutive di diretta su Ustream realizzate da Tim Pool, che hanno sancito la nascita di un codice e un linguaggio della diretta autoprodotta. Tramite Ustream e la gestione multicamera di Global Revolution, Piazza Sintagma, le manifestazioni spagnole, quelle americane, sono state viste da ogni angolazione e in tutto Periscope è un applicazione gratuita comprata da Twitter. Permette dirette video e interazione immediata. Baltimora e altri eventi avrebbero avuto una narrazione diversa, senza questa app utilizzata «sul campo» Streaming DELLA RIVOLTA il mondo. La differenza con Periscope è stata la sua grande facilità di utilizzo che ha permesso ad utenze che non avevano mai usato Ustream, di realizzare delle dirette con il solo ausilio di uno smartphone o tablet, schiacciando il «pulsantone». A realizzare i livestream fino all inizio dell aprile 2015 erano stati solo, o per la maggior parte, gli attivisti. Con Periscope si sono cimentati anche attivisti meno bravi tecnologicamente e, più di tutti, giornalisti classici, legati al reportage cartaceo. In questo modo gli scontri di Baltimore sono stati raccontati da una pluralità di voci maggiore di quella a cui ci eravamo abitati dal 2011 in poi.il nome che si è distinto su tutti è stato quello di Paul Lewis, giornalista investigativo e corrispondente da Washington del Guardian. Dall agosto del 2010 Lewis è a capo dei progetti multimediali che gestiscono le «breaking news» del Guardian. Lewis è dunque abituato a pensare alla notizia, agli eventi che riporta, fuori dai confini di un solo tipo di espressione legata ad un solo tipo di media. L esempio del Guardian Arrivato a Baltimore, ha cominciato riprendendo la folla che si riuniva ed il fuoco che veniva appiccato a uno stabile in costruzione; subito dopo ha intervistato una donna che gestisce un ricovero per senza tetto e che ha parlato delle varie sfaccettature del problema del degrado della città. Da quel momento in poi i video prodotti e mostrati tramite Periscope hanno avuto una linea di narrazione; le vetrine rotte, le violenze, le macchine incendiate, venivano alternati ad interviste ad abitanti di Baltimore che descrivevano, tra i rumori di quella notte di scontri, non un sentimento momentaneo ma una lunga genesi di rabbia montata in anni di soprusi, violenze subite, indifferenza ed abusi. Joanne Cleary, media adviser per il parlamento australiano, ha dichiarato che chiunque si fosse interrogato sulle potenzialità di Periscope avrebbe dovuto vedere l uso che ne stava facendo Lewis; il suo era un linguaggio noto reso più articolato dal mezzo che stava usando, talmente leggero da permettergli - anche - di spostarsi velocemente. Secondo Ryan J. Reilly, dell Huffington Post, gli avvenimenti di Ferguson avrebbero avuto un altra narrazione (e forse un altro sviluppo) se Periscope fosse stata disponibile allora. L interazione immediata La funzione di interattività via chat tra trasmettitore e utenti era già presente sulle piattaforme Ustream, ma la facilità d uso di Periscope ha permesso un utilizzo più agevole del mezzo, consentendo la creazione di un linguaggio per uno strumento fino a poco prima «muto». L utilizzo di Periscope prima degli eventi di Baltimore, era stato personale e poco interessante. Il racconto degli eventi da parte dei citizen journalist a Baltimore si è fatto corale dopo essere stato raggiunto (finalmente) da quello dei giornalisti professionisti; il divario ora non è più tra la fonte del racconto (citizen journalist in livestream su internet e giornalisti di professione sugli altri canali di informazione), ma sui mezzi utilizzati per trasmettere la notizia. Ora la divisione è tra diretta online e diretta televisiva e la diretta televisiva sembra aver già perso. Il seguito a New York Pochi giorni dopo un altra manifestazione seguita via Periscope è stata quella svoltasi in solidarietà con Baltimore a New York. Il corteo non ha nemmeno avuto il tempo di fare pochi passi che sono partiti arresti continui, per sei ore, per ogni minima infrazione, come quella ormai famosa di intralcio al traffico per chi manifestava semplicemente scendendo dal marciapiede. Erano passati solo pochi giorni da quando Paul Lewis aveva utilizzato Periscope a Baltimore, ma già si vedeva un approccio diverso al livestream, oltre ad un numero impressionante di fonti di livestream presenti. New York è forse la città più mediatica del mondo, super connessa e con un approccio social all attivismo politico che da Occupy Wall Street in poi ha fatto storia. Ne è risultata la conferma di ciò che aveva affermato, qualche giorno prima, Shadi Rahimi, reporter per Al Jazeera: il reportage è ormai ad appannaggio di device mobili conessi ai social. Un giornalista professionista deve imparare dai citizen journalist ad usare i social media e gli strumenti di diffusione dell informazione. Un giornalista senza questo tipo di «formazione social» non è in grado di seguire un evento in diretta e il suo posto non è sul campo ma altrove. Chi obietta che la qualità audio di un live via periscope è inferiore a quella di una diretta televisiva sta probabilmente guardando il dito mentre un grosso plenilunio avviene proprio davanti ai suoi occhi. L analisi a posteriori, il servizio montato sono un altra cosa. Non scompariranno ma non saranno più il centro del racconto: ciò che avviene è raccontato da altri, sul pianeta internet.

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