Una mostra al binario 21 della Stazione Centrale di Milano - Grandi Stazioni S.p.A. - Direzione Valorizzazione Commerciale - Eventi e Promozione

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1 6 il due notizie Un questionario per i visitatori a cura della redazione de IL DUE NOTIZIE Domande che aspettano le vostre risposte 1 In questa mostra riconoscete il clima di San Vittore? 2 Le foto sui giornali rendono sempre l idea del carcere? 3 Quale è la foto che vi è piaciuta di più? (indicare il numero).. Perché? 4 E quale foto vi ha colpito, per qualche motivo speciale? 5 Se aveste potuto scattare una foto sul tema di questa mostra, quale sarebbe stata la vostra scelta? Una mostra al binario 21 della Stazione Centrale di Milano - Grandi Stazioni S.p.A. - Direzione Valorizzazione Commerciale - Eventi e Promozione Enrico Aliotti Amministratore Delegato Grandi Stazioni IN STAZIONE NON SOLO PER PARTIRE Da sempre le stazioni sono nodi centrali per la mobilità metropolitana; spazi pubblici dalle eccezionali potenzialità a lungo sottovalutate. Negli ultimi decenni, infatti, le stazioni hanno vissuto un processo di graduale scadimento, che ha influenzato negativamente l immaginario collettivo. Rilanciare il valore funzionale e sociale di questi spazi è l obiettivo prioritario del programma Grandi Stazioni: diffondere un nuovo concetto di stazione, intesa non più come luogo di passaggio ma come piazza urbana, ricca di servizi innovativi e opportunità per il tempo libero in cui tutti, viaggiatori e cittadini, possono incontrarsi non solo per partire, ma anche per condividere idee e valori. L esperienza avviata a Roma Termini nel 1998 è un concreto segnale del cambiamento in atto: un processo di portata culturale e sociale imponente ha trasformato una stazione simbolo del degrado in uno tra i più audaci e innovativi spazi per vivere la città, la cui riqualificazione ha grandemente contribuito anche al recupero delle zone circostanti. Tutto questo, che a Roma Termini è ormai una realtà consolidata, in un futuro molto prossimo verrà esteso anche alle altre 12 grandi stazioni del network. La realizzazione degli interventi di riqualificazione darà vita a tante e nuove occasioni di interscambio culturale: sempre più frequentemente, infatti, le stazioni vengono scelte per organizzare eventi, concerti, incontri, mostre e appuntamenti letterari. Nell ultimo anno le stazioni, in particolare Milano Centrale e Roma Termini, sono state teatro di numerose e importanti iniziative culturali. Il successo di pubblico ottenuto da queste iniziative testimonia che le stazioni possono diventare, se correttamente valorizzate, straordinari centri catalizzatori della vita metropolitana. Ospitare San Vittore, Custodiscili nella Stazione Centrale di Milano, in questa straordinaria piazza, è anche un modo per avvicinare e far riflettere le persone su un argomento e su una realtà a volte dimenticati e troppo spesso ignorati. Ogni giorno passano alla stazione Centrale più di 320 mila persone e grazie a questa mostra avranno la possibilità di dedicare un momento della loro vita per avvicinarsi ad un mondo per tanti sconosciuto e lontano. Le fotografie pubblicate non devono far supporre che le persone ritratte siano o siano state giudicate colpevoli di qualche reato. Questa pubblicazione nasce anche con la collaborazione editoriale volontaria di Franco Malaguti e Marco Micci Con il patrocinio del Consiglio Regionale dell Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Stampato in proprio

2 Numero speciale / 7 febbraio 2005 La mostra di un fotografo che per 12 anni ha frequentato i raggi del carcere. Incontri, volti, stagioni e momenti fissati con l obiettivo. 1 Casa Circondariale Milano San Vittore Piazza Filangeri 2 Corridoio del primo raggio 7-25 febbraio 2005, ore 16,30 Stazione Centrale di Milano Binario marzo 2005 ROBY SCHIRER SAN VITTORE, CUSTODISCILI Chi visita la mostra è invitato a rispondere alle domande che si trovano nel questionario preparato dalla redazione de IL DUE NOTIZIE. Le osservazioni più interessanti saranno pubblicate nel prossimo numero con la foto più votata. In questo numero speciale de IL DUE NOTIZIE ospitiamo alcuni contributi che figurano nel catalogo pubblicato in occasione della mostra di foto di Roby Schirer, allestita nel corridoio del primo raggio di San Vittore. Siamo lieti di questa iniziativa perché, in futuro. ci potranno essere altre occasioni, per rendere questo luogo, da dove molti di noi passano, meno anonimo, un punto di incontro e un momento per fermarsi a pensare. E ci fa piacere che la prima volta porti il nome di Roby Schirer, che in dodici anni, ha raccontato con la sua macchina, senza pregiudizi o forzature la vita quotidiana dietro le sbarre. Raccomandiamo a chi vede la mostra di rispondere al questionario che abbiamo predisposto. Le opinioni saranno molto utili. Le redazioni del Maschile e del Femminile Tiziana Maiolo Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano DENTRO UN ALTRO UNIVERSO Gloria Manzelli Direttore Casa Circondariale San Vittore di Milano CARCERE E SOCIETÀ CIVILE Franco Abruzzo Presidente dell Ordine dei Giornalisti della Lombardia IL SENSO DI UN PATROCINIO Enrico Aliotti Amministratore Delegato Grandi Stazioni BINARI, NON SOLO PER PARTIRE

3 2 il due notizie ROBY SCHIRER Roby Schirer nasce a Zurigo nel 1951, ma vive da sempre a Milano dove nel 1973 inizia la sua attività di fotografo per vari giornali, in particolare per il Corriere della Sera, il Giornale, il manifesto e la Repubblica. Nel 1974 si laurea in giurisprudenza con una tesi sui rapporti tra agenti e detenuti nelle carceri. Nel 1977 fonda l agenzia fotogiornalistica Tam Tam, che dirige tuttora. Dal 1978 al 1986 scrive per Il Secolo XIX e per altre testate. Come fotografo, lavora soprattutto in bianco e nero, fino al 2000, anno in cui passa al digitale. Dal 1996 al 1998 è presidente di Fotografia & Informazione, l associazione dei giornalisti italiani dell immagine, e in questa veste organizza e cura mostre fotografiche con l intento di rivalutare una figura professionale troppo spesso assimilata a quella del paparazzo. Gloria Manzelli Direttore Casa Circondariale San Vittore di Milano CARCERE E SOCIETÀ CIVILE Il carcere di S.Vittore è una piccola città dentro la metropoli. All interno di esso si muove un mondo che alla gran parte dei cittadini, milanesi e non, è completamente sconosciuto, da qualcuno forse immaginato, per altri da scoprire. Le immagini fotografiche realizzate in questo decennio da Roby Schirer, al quale va il nostro personale ringraziamento per il notevole tempo della sua attività dedicato a questo istituto, rappresentano un occasione per far conoscere all esterno l universo carcerario e, soprattutto, per iniziare e approfondire una riflessione sulla realtà penitenziaria, consentendo ai cittadini di avvicinarsi ad un mondo che è pur sempre parte della società e non separato da esso. La moderna società in cui viviamo procede secondo schemi che sempre di più contribuiscono a disperdere dalla coscienza di tutti noi il senso reale delle cose. Queste sono le ragioni che ci hanno indotto a realizzare una mostra che attraverso le immagini raccontasse il carcere nelle sue più intense sfaccettature: la disperazione, la rabbia, la solitudine, l umanità, la vita di chi è detenuto e di chi vi lavora. Un racconto che non è fine a se stesso: finché il carcere ci sarà, non potrà esistere senza una partecipazione attiva e organizzata dalla società civile. Se si vuole che il carcere sia vissuto non come realtà di emarginazione e non come luogo di addestramento al crimine e alla violenza, ma si pensa realmente che debba offrire al detenuto delle oggettive possibilità di reinserimento sociale, allora il carcere non può restare separato dalla società libera. Mi sembra che le immagini raccolte, oltre all intrinseco valore artistico ed estetico, rappresentino una preziosa testimonianza di come le istituzioni e la comunità esterna in questi anni sia entrata dentro il carcere, interagendo con gli operatori e i detenuti nel processo di risocializzazione. Un percorso iniziato che auspichiamo continui nel futuro di questo e di altri carceri. Tiziana Maiolo Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano DENTRO UN ALTRO UNIVERSO Il carcere è un universo parallelo in cui le vicende della vita normale che vi è possibile vivere assumono connotati diversi. Forse perché quando tutto ciò che si ha può stare contenuto in una borsa da viaggio o un sacchetto della spesa, ogni cosa diventa preziosa. Forse perché il rimpianto la fa da padrone: per l essere lontani dai propri cari, per la vita che fugge fuori di lì, per il male commesso e anche per quello non commesso. Forse perché il tempo, scandito da ritmi imposti e sempre uguali, rende prezioso ogni diversivo: un gatto che gioca tra le sbarre delle finestre, un evento organizzato dal Comune, che diventa un fatto di cui parlare per giorni e da ricordare per sempre. E poi il senso della privazione, rispetto al resto del mondo: della libertà, naturalmente, ma anche della privacy, dell'affettività In questo universo parallelo si respirano, con gli odori, i sentimenti del dolore, della rabbia, della voglia di riscatto, della nostalgia. È un universo in cui le persone addette alla custodia condividono parte delle privazioni e delle suggestioni con le persone recluse. Per comprendere queste cose occorre sensibilità, per descriverle come fa Roby Schirer nelle sue immagini occorre qualcosa di più: poesia, oltre a una tecnica raffinata. Questi scatti ci restituiscono quel mondo, per farcelo comprendere di più e per farci riflettere sul nostro. Franco Abruzzo Presidente dell Ordine dei Giornalisti della Lombardia IL SENSO DI UN PATROCINIO Esporre foto di carcere e di carcerati dentro un carcere è un autentica scommessa: Cogliendone il senso più profondo il Consiglio dell Ordine dei Giornalisti della Lombardia dà volentieri il suo patrocinio, a questa mostra. Roby Schirer, fotografo di attualità e di costume da molti anni, ha sempre avuto sensibilità e pudore nel selezionare i mille e mille clic che come testimone dell istante ha scattato. È noto che i protagonisti della cronaca nera e giudiziaria hanno opinioni negative e motivi di antipatia nei confronti di giornalisti e fotografi Le ragioni, umanamente comprensibili, sono evidenti, quasi ovvie. Eppure la stampa vorrebbe poter svolgere il proprio lavoro, anche in questo campo, con la massima correttezza attingendo a fonti certe. Per questo, ad esempio, il mio predecessore Carlo De Martino, propose ed ottenne formalmente la creazione di una sala stampa presso il carcere. Negli anni ci sono stati mutamenti nei rapporti anche per parallele attività di volontariato sociale tese a far conoscere gli strumenti della professione giornalistica, stimolando la nascita di pubblicazioni interne alle carceri per far conoscere meglio i problemi del dentro al fuori e viceversa. Questa mostra è un altro significativo passo avanti per un dialogo: lo spaccato della realtà quotidiana dentro le mura osservate dall obbiettivo di Schirer fa da specchio a chi questa realtà vive, diventa motivo di riflessione e si propone poi perché anche fuori al di là di polemiche talvolta pretestuose, nel pur affrettato e sofferto passo di ogni giorno, si possa lanciare uno sguardo meno superficiali alle immagini fredde e dolenti di una cittadella senza gioia.

4 il due notizie 5 Da allora le mostre diventano la sua seconda attività: dà vita, insieme a Giuseppe Castelnovi, a Il Giro Racconta, presentata dal 1998 in almeno diciotto sedi diverse, anche all estero, e nel 2004 fonda l associazione onlus Bel Vedere, che nella galleria di via S. Maria Valle a Milano ospita mostre di autori importanti. Prosegue nel frattempo la sua attività fotografica, che comprende i frequenti reportages a San Vittore da cui è nato il catalogo della mostra. IL FOTOGRAFO DELLA CRONACA SI È FERMATO A RIFLETTERE LA VITA MESSA A FUOCO I n un celebre esperimento psicologico alcuni studenti vennero rinchiusi per molti giorni, divisi in guardie e carcerati, per controllare lo sviluppo delle reciproche reazioni aggressive. Dopo poco tempo gli studenti, ragazzi normalissimi, avevano già sviluppato decise identità di gruppo, guardie con guardie, carcerati con carcerati, e si comportavano di conseguenza, innnescando forti conflitti. Un film tedesco, Cercasi cavie, si è ispirato a quell esperimento, aumentandone l intensità emotiva, fino a trasformare le guardie in aguzzini, e i carcerati, e gli stessi scienziati che li controllavano, in vittime. Due morti e molti feriti, il risultato prima dei titoli di coda. È quel che pensiamo tutti del carcere: un concentrato di violenza, di abuso, di sofferenza compressa. C è una sterminata filmografia, ci sono libri, articoli, testimonianze: c è la nostra stessa immaginazione. Ma per fortuna poi c è gente come Roby Schirer, che sa mettere bene a fuoco le cose. Nessuno naturalmente dice che il carcere sia una passeggiata, e di certo la costrizione e la violenza ne sono colonne portanti, ma a giudicare dalle foto di Schirer non è solo così. Provate a seguire il percorso di queste foto, come se le aveste scattate voi: attraversate quei corridoi vuoti, passate le sbarre, guardate in quelle celle e in quei cortili, e troverete lo squallore e l intonaco scrostato, la tristezza di un oggetto quotidiano, di un vestito, di uno sguardo perduto. Ma poi, improvvisamente, c è qualcuno che sorride. P oi ci sono molti che ridono, allegramente e sgangheratamente; c è una colomba che vola via, e anche lì sorridono tutti, e poi due magnifici Blues Brothers, straordinariamente somiglianti, che danzano marciando perfettamente a tempo, così che quasi sentiamo davvero la musica; e una struggente signora, su uno sfondo di muri umidi e strappati come in un basso napoletano, che si prepara a cucinare qualcosa indossando una T-shirt con scritto IO PENSO AL FUTURO. Guardatela bene, questa signora, guardate come fissa l obbiettivo, e il genere di sorriso appena accennato che ha. Potrebbe essere una fotografia disperata, ma non lo è: quella scritta ironica, ma nemmeno tanto, ci fa uscire da lì, rapidamente, come ci fanno uscire i SAINT VICTOR S BOYS e lo sguardo di Schirer in generale, che tocca ogni cosa con garbo e leggerezza, e perché no, con ironia. Forse c è qualcosa di blasfemo, di apertamente sovversivo, a parlare d ironia in carcere. Dov è il cazzotto allo stomaco, dove sono l orrore, la violenza, i Dannati della terra? Beh: mi sa che qui non ci sono, dicono le fotografie di Schirer. E non perché non esistano in assoluto, ma perché lì lui non li ha visti: per forza, non c erano. Ha visto una noia infinita, circondata di muri sbrecciati e sbarre arrugginite, e pelouches ordinati sopra a un lettino, e una camera con improbabili racchette da tennis appese; ha visto un Padre Pio incollato alla porta del Casellario-Perquisizione, e agenti penitenziari con i calzoni larghi e i gesti lenti, e ci racconta che il carcere è un tempo che passa nel vuoto, e chi ci sta dentro è gente non così diversa da noi. È questo che è veramente sovversivo: rinunciare alla retorica, all effetto, a quel che ci si aspetta, per raccontare la verità. Quello che ogni buon fotografo di «straight photography» dovrebbe fare. Vedere quello che c è da vedere, raccontare quello che c è da raccontare, trovando la poesia, il sorriso o il dolore là dove sono, senza andarseli per forza a cercare. Senza inventarli. E così va a finire che le fotografie non sono più solo documenti, ma salgono di categoria e parlano di qualcos altro. Una volta Schirer mi ha detto che le fotografie devono essere tutte bene a fuoco. Può sembrare una banalità, e invece è un estetica. È il rifiuto dell accademia, della leziosità, del giochetto per strappare la meraviglia, la sorpresa, l applauso. È l affermazione di chi ha un identità così forte che non ha bisogno di cercarla nella sofferenza altrui, e si può permettere di dire la verità anche quando gli chiedono finzioni. È quello che fanno sempre i bravi reporter, perché sanno che alla fine il senso della loro vita è lì. G uardate la foto dei due carcerati con le gabbiette in mano. Nell innocenza di quei sorrisi, nel paradosso delle gabbie dentro alle gabbie, non vi sembra che ci sia una storia un po più grande? Non vi è mai capitato di svegliarvi una mattina e di scoprire che siete voi a tenere la gabbietta del canarino in mano senza accorgervi di quella più grande, quella in cui vivete? È a questo che servono le buone fotografie, le fotografie a fuoco. Guardatene ancora una, per favore: la detenuta che cammina nel corridoio con tutte le porte delle celle aperte. Lo vedete com è dritta la sua schiena, com è orgoglioso il suo passo? Non è una detenuta, quella. È una persona umana. Ve n eravate accorti? Luca Rossi

5 il due notizie PASSEGGIATA VIRTUALE TRA I RAGGI DI SAN VITTORE 3 San Vittore è un nome che ricorre spesso nei titoli dei giornali, nelle trasmissioni radiofoniche e in quelle televisive: chi lo nomina non deve aggiungere che si tratta di un carcere e nemmeno che si trova a Milano. San Vittore è praticamente un logo e produce notizie di ogni tipo, sia, come si usava dire un tempo, di cronaca nera, sia di cronaca bianca. È lo specchio di un microcosmo sociale, nel positivo e nel negativo, e un esempio di come la società si interroga e si confronta con se stessa. I detenuti seguono le vicende del mondo con molta attenzione: in ogni cella c è un televisore, entrano giornali (non tutti) e riviste. Su ciò che succede fuori c è la massima informazione. Ma fuori che ne sanno di cosa succede dentro e di come è strutturato quel complesso delimitato da alte mura, con agenti di sentinella, ventiquattro ore al giorno, a controllare che non ci siano tentativi di evasione? Una visita virtuale a San Vittore può cominciare riportando il numero dei detenuti e dei Paesi da cui provengono. La registrazione dell ufficio matricola, alla data del 25 gennaio 2005, elenca in totale 1398 detenuti (126 donne e 1268 uomini) oltre a sei bambini sotto i tre anni, che vivono con le mamme carcerate. Prevalgono marocchini, tunisini, albanesi e romeni, ma sono praticamente rappresentate tutte le nazioni, tanto che in «Campo corto», un documentario girato qualche anno fa dagli stessi detenuti, si immaginava dentro il carcere un campionato mondiale di calcio (il campo era ridotto negli spazi e si giocava sul cemento) al quale partecipavano squadre rappresentative di più di cento Paesi. Non è facile spiegare San Vittore, anche se spesso ci provano, le televisioni, documentando le attività formative, culturali e ricreative prescritte dall ordinamento penitenziario o svariati tra giornalisti e scrittori, che lo descrivono in un modo sempre diverso. Forse l unica cosa certa di San Vittore è proprio che si tratta di un carcere diverso, una diversità che è anche ricchezza sociologica, tanto che numerose facoltà universitarie organizzano interessanti seminari che mettono insieme studenti e detenuti. Ufficialmente la sua denominazione è Casa Circondariale vale a dire che dovrebbe ospitare soltanto detenuti in attesa di giudizio o condannati a pene non superiori a tre anni. Per antica tradizione, però, tutta la tipologia del mondo carcerario vi è rappresentata: un ventaglio completo degli errori dell uomo, l intera casistica dei reati contemplati. L a data di nascita di San Vittore è nel maggio del 1879, la capienza di ottocento posti su un area di cinquantamila metri quadrati, ma già nel luglio di quell anno il carcere era sovraffollato, e continuò ad esserlo, sempre. I massimi storici furono raggiunti tra il settembre 1943 e l aprile 1945, quando nazisti e fascisti vi stiparono fino a cinquemila persone. Gli arrestati ebrei non venivano nemmeno registrati con nome e cognome; soltanto un numero e la sigla E, che stava appunto per Ebreo. Un altro picco si registrò negli anni novanta, per via di Tangentopoli: per lungo tempo la media fu di duemila presenze. Oggi, come si è visto, si è attestati intorno ai 1300 reclusi (di cui più del 50 per cento extracomunitari), ma c è da tener presente che un raggio e mezzo sono inagibili. Da anni ritorna l idea di trasferire questo carcere altrove, lontano dal cuore topografico di Milano, con piani e progetti che prevedono l abbandono del vecchio complesso, giudicato antiquato e inadeguato, per un nuovo insediamento in periferia, con criteri architettonici e di sicurezza più funzionali, e l eliminazione del cronico sovraffollamento. Nell area resa libera, a parte la parte storicamente più rappresentativa, vincolata dalle sovrintendenze artistiche (che potrebbe diventare sede museale o biblioteca) c è chi ipotizza ghiottamente la nascita di una zona verde punteggiata da qualche grattacielo. Chi è invece contrario a cancellare questo pezzo di storia della città, sostiene che il trasferimento di San Vittore da via Filangieri creerebbe disagi e scomodità a tutti coloro che hanno rapporti diretti con il carcere. Si tratta di centinaia di persone: i familiari dei detenuti, insieme a tutti coloro che vi operano quotidianamente magistrati, avvocati, personale, educatori, assistenti sociali e volontari delle ventisette associazioni accreditate. Polemiche e discussioni sullo spostamento vanno avanti da anni, ma per il momento il carcere è ancora lì. Il valore storico è dato anche dalla struttura, consistente in sei «raggi» che confluiscono in una rotonda. Originariamente, sul modello di un carcere di fine settecento di Filadelfia a costruzione pentagonale, funzionava il principio del Panopticon, per cui dal centro si poteva vedere tutto intorno e fino ai piani alti, perché non c erano soffitti tra un livello e l altro e le celle si affacciavano su ballatoi. Oggi è tutto murato, ma dalla Rotonda centrale si accede sempre ai sei raggi cui vanno aggiunti il «femminile» e il settimo reparto, diversamente dislocati. Nel è stato ammodernato il terzo mentre lavori sono in corso al quinto, ma ognuno dei raggi, dentro, ha le sua popolazione e le sue attività. Al pianterreno del primo raggio, detto anche intermedio, le celle sono state trasformate in uffici. È il corridoio con più «traffico», perché attraversato dai detenuti che vengono accompagnati ai colloqui con i familiari; dai lavoranti, riconoscibili perché indossano bluse color grigioazzurro (e suddivisi in scopini, spesini, tabellieri e porta-vitto); dagli agenti che si spostano per servizio da e verso i raggi; dai volontari che svolgono attività di assistenza integrativa o culturale, per corsi regolari o occasionali. È qui che sono state esposte le fotografie, con un allestimento previsto per altre mostre in futuro. A metà del corridoio si sale al «penale», riservato a chi deve scontare molti anni di detenzione. L ultimo piano del raggio ospita un laboratorio di pelletteria, la cooperativa Spes che controlla le ricette farmaceutiche e la redazione de Il Due, giornale on line del carcere diretto da Emilia Patruno (che i detenuti redigono ma non leggono perché non è ammesso l accesso a Internet). Nel secondo raggio è situato il COC Centro di osservazione criminale nato per iniziativa del criminologo Garavaglia. I primi due piani sono riservati a tossicodipendenti e alcolisti. segue a pagina 4

6 4 il due notizie segue dalla pagina 3 Nel terzo raggio, quello rinnovato con celle dotate di docce, il regime carcerario è «avanzato», c è maggiore libertà di movimento e vi si svolgono attività lavorative e culturali. Ci sono aule scolastiche per i regolari corsi di studio, un laboratorio audio-video e la biblioteca centrale fornita di oltre tredicimila volumi: qui si riunisce la redazione de Il Due notizie, della quale fanno parte redattori italiani, della Costa d Avorio, di Bulgaria e Romania. Al quarto piano vive attualmente un gruppo di ex-tossicodipendenti che hanno sottoscritto un impegno personale di rieducazione; si chiama La Nave e ha chiamato L Oblò il proprio mensile. Dal fondo di questo corridoio, si può vedere il panorama esterno, uno sguardo verso la città (dalle altre celle, solo il «cielo a quadretti», come recita il titolo della poesia di un detenuto). Nel quarto raggio ha sede l infermeria e sono collocate le «celle a rischio». Un piano del quarto, come tutto il quinto raggio è chiuso per impraticabilità, perché interessato dalla ristrutturazione. Al sesto raggio vengono sistemati i «nuovi giunti» termine con il quale nel linguaggio del carcere sono definiti appunto i nuovi arrivati, in attesa di una collocazione «personalizzata». Il secondo piano è riservato ai cosiddetti «protetti», i detenuti per reati che richiedono sorveglianza particolare. Al quarto piano, un altra cooperativa, la Out Side, che controlla gli abbonamenti Rai e il call center della Telecom, al quale lavorano quaranta detenuti che hanno superato una severa selezione. Il settimo reparto è riservato al Centro clinico con un Osservatorio neuropsichiatrico, il Conp. Il reparto femminile (le presenze sono in media meno del 10% del totale dei reparti maschili) è situato prima dell intermedio ed è, a sua volta, un microcosmo con diverse articolazioni: il penale, i laboratori (in particolare la sartoria gestita dalla Cooperativa Alice e quello di informatica), gli stanzoni per detenute con figli. Anche al femminile, attualmente, è in funzione un call center. Questo è San Vittore: dentro ti accompagna come sottofondo il rumore dei cancelli che si aprono e chiudono con chiavi di foggia antica. Celle e corridoi sono ribollenti: di problemi, di idee, di emozioni, di propositi, di speranze, ma le regole di vita possono sembrare assurde. Come le «domandine», che servono per qualsiasi richiesta extra-regolamento, dall acquisto di qualcosa di non previsto: dalla richiesta di iscrizione a un corso o di un colloquio con gli appartenenti alle strutture (dal direttore in giù). Ma le domande che premono di più non si possono scrivere sui moduli. Restano nel cuore. Continuano ad essere speranze. E, come diceva Albert Camus, «quando non abbiamo più speranze, ce le dobbiamo inventare». Emilio Pozzi (con la redazione de Il due notizie) NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE NOTIZIE Per la La Giornata della memoria al III raggio si è svolta una manifestazione intitolata Non solo Auschwitz- Contro tutte le violenze. Sono intervenuti dall esterno Liliana Segre deportata ad Auschwitz a 13 anni, Monsignor Giovanni Barbareschi, torturato a San Vittore nel 1944, e gli attori Umberto Ceriani, Caterina Cidda,che hanno interpretato pagine di Primo Levi, Renato Sarti autore e regista di una rappresentazione dedicata alla Risiera di San Sabba, a Trieste e Emanuela Carcano e Silvano Tombini che hanno progettato un allestimento teatrale de La tregua per la quale chiedono una speciale collaborazione di detenuti di San Vittore. Seif Mohamed ha detto parole di fratellanza ispirate al Corano. Alcuni redattori de Il due notizie hanno letto brani da Il libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion a proposito delle condizioni di vita a San Vittore fra il 1943 e il In apertura hanno parlato la nuova direttrice Gloria Manzelli, il Provveditore per la Lombardia dell Amministrazione penitenziaria Luigi Pagano ( ben tornato fra noi) e Cinzia Pignoli, che al Consiglio di zona 1 presiede la commissione carceri. Tutti senza retorica. Nuovo Presidente del Tribunale di sorveglianza è Francesco Castellano, 61 anni, nativo di Bitonto, che sostituisce Manlio Minale. In questi mesi il ruolo, ad interim, era stato svolto con molta efficienza dalla dottoressa Sodano. Il dottor Castellano è stato eletto dal Csm con 14 voti; 9 voti sono andati ad Antonio Lombardi. Due gli astenuti. Castellano ha gestito negli ultimi anni molti processi importanti: quello sui fondi neri della Montedison, quello sull acquisto dei terreni prospicienti la villa di Macherio, a carico di Berlusconi e di manager della Fininvest e ha presieduto il collegio giudicante del processo stralcio Sme che nello scorso dicembre ha assolto Silvio Berlusconi. Era presidente di Sezione del tribunale a Milano dal Esponente della corrente Unità per la Costituzione è stato anche vice presidente dell Associazione nazionale magistrati. (Fonte Ansa del 27 gennaio) Se non si può portare la gente comune in carcere, si può tentare di portare il carcere fra la gente comune. Da questo pensiero di Ivano De Matteo è nato il film Codice a Sbarre che documenta un evento realizzato a Roma il giorno dell arrivo di Bush: in piazza Trilussa dentro un cubo di plexiglas (una cella di 4 metri per 4) quattro detenuti vivono la loro giornata. E fuori, nella piazza la gente osserva e commenta. In anteprima il documentario è stato presentato nel carcere di Rebibbia. Adesso è proiettato al Politecnico Fandango. In Parlamento è in corso una raccolta di firme per far sì che il film sia acquistato dalla Rai.

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