LA DOMENICA. Sono l amico dei mostri CULT TIM BURTON. Repubblica Nazionale. Scheletri, zombi e mani di forbice Il più visionario tra i registi

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1 DIREPUBBLICA NUMERO 368 CULT All interno La copertina Amore e lieto fine dai film ai romanzi il rosa conquista gli altri generi ASPESI E SPARKS La recensione Quella piccola in cerca del padre nella generazione dei figli della Shoah BENEDETTA TOBAGI Scheletri, zombi e mani di forbice Il più visionario tra i registi racconta a Repubblica gli incubi di un ex bambino TIM BURTON Sono l amico dei mostri Il reportage Viaggio in Russia, la rivoluzione può attendere EMMANUEL CARRÈRE Le storie Lady Brighella, sessant anni di rebus italiano STEFANO BARTEZZAGHI e ANTONELLA SBRILLI MARIO SERENELLINI PARIGI genitori mi hanno raccontato che prima ancora di cominciare a parlare stavo ore davanti ai film di mostri, senza averne alcuna paura. L emozione più «Imiei forte l ho provata la prima volta in cui ho visto precipitare King Kong dall Empire State Building. Ancora oggi quando alla fine di un film il mostro muore, mi commuovo sempre. Perché nel corso della proiezione siamo diventati amici. Da bambino mi sentivo consolato da Frankenstein: era come me, inadeguato e incompreso». Testa arruffata, i mille riccioli in battaglia, barbetta, palpebre cariche di sonno, ampi gesti che chiudono in cerchio il suo sguardo arguto, Tim Burton, stropicciato Peter Pan di 54 anni, parla e sogna, accettando di raccontarsi a Repubblica. Lo fa mentre Parigi lo celebra alla Cinémathèque Française con un impressionante esposizione di bozzetti, scritti, storyboard da cui ha preso forma il suo cinema: una gioiosa festa di mostri, un carnevale di teneri orrori, un défilédi fantasmi e scheletri. Più che una mostra, una radiografia. «E perché non una cartella clinica?» ride Burton. «Questa mostra mi mette a nudo, registra lo stato febbrile che precede la nascita di storie e personaggi su fogli vaganti o tovagliolini di carta, tra frenesie di matite e pastelli a cera. Edward mani di forbice ha preso forma così: da un impulso a scarabocchiare la stessa figura senza sapere cosa ne sarebbe uscito. L ho capito dopo: un personaggio cui le dita di lame impedivano ogni contatto con gli altri. Sleepy Hollow è nato invece dall idea di opporre un personaggio razionale, tutto testa, a uno immaginifico, senza testa». Il suo incubo più ostinato e dichiarato, nei disegni come nei film, sembra essere il luogo della sua infanzia: perché? «Sfido chiunque a sopravvivere all opaca banlieue hollywoodiana di Burbank, landa immobile senza cambio di stagioni. Bello e temperato tutto l anno: questo il clima dei miei anni infantili. Ho finito per trascinarmi per ore nelle corsie del supermarket a Natale, Pasqua, Hallowen: gli scaffali con prodotti di volta in volta diversi mi sono serviti a scandire l esistenza». (segue nelle pagine successive) FOTO WILLIAM LAXTON/CORBIS L intervista De La Grange Così ho scritto seimila pagine su Mahler LEONETTA BENTIVOGLIO L opera La Donna di Strauss incontra Freud alla Scala ANGELO FOLETTO Il libro Una certa idea di mondo: cos è la sensibilità per Christa Wolf ALESSANDRO BARICCO

2 30 La copertina L amico dei mostri Da bambino a consolarmi ci pensava Frankenstein: era come me, inadeguato e incompreso. Mentre Parigi lo celebra esponendo i disegni fantastici della sua carriera, il regista si confessa a Repubblica. A partire da un infanzia difficile e da un adolescenza solitaria: Volete sapere chi mi ha tirato fuori da guai? MARIO SERENELLINI Magia, circo, favola nera: il suo è un universo di apparizioni oblique, più (segue dalla copertina) prossimo a esuberanze oltretombali, a exploit dall aldilà che alle piattezze Oltre agli scaffali dei supermarket c erano gli «Avere a che fare con gli zombie mi della vita. horror di serie B e fumetti come B.C. di tino da Notte dei morti viventi alla luce viene proprio da Burbank, un ambien- Johnny Hart che le ha del giorno. Da una parte sono stato sepolto vivo dentro una cultura chiusa e ispirato il suo primissimo corto animato, Cavemen. Aveva puritana in cui la morte era l argomento solo tredici anni... lugubre da scongiurare, dall altra vivevo a due passi da una comunità ispano- «Fin da bambino l immagine per me è stata un mezzo di comunicazione più messicana dove si celebrava el dìa de los spontaneo della parola. Il disegno è diventato pian piano un mezzo per letri calaveras erano protagonisti muertos come un inno alla vita e gli sche- esplorare il mio subconscio: l anticamera non programmata del mio cineproccio più positivo ai nostri enigmi, di feste di colore, musica e danza: un apma. È il mio subconscio, non la mia senza tabù bigotti». mente, il responsabile di ossessioni È così che hanno preso vita i suoi teschi festosi, da Nightmare Before Ch- con cui poi mi tocca coabitare per almeno uno o due anni, il tempo della ristmas a Mars Attacks! a La sposa cadavere? preparazione di un film». Fin da piccolo ha alternato matite e «Si è detto spesso dei miei film che sono soltanto personali fantasmi, senza cinepresa. «Come probabilmente a ogni bambino, a me è sempre piaciuto disegnare immergermi nei miei sogni per aiutarmi legami con la realtà. Io non faccio che ma anche girare film in super8. Forse a attraversare la quotidianità e non vedo con perversione precoce non m ero mai in che cosa sogno e realtà potrebbero dato un obiettivo concreto in queste opporsi: sono anzi convinto che il sogno pratiche. Finché non ci mise lo zampino è realtà. Per questo esistono le fiabe come Alice nel Paese delle meraviglie: tutte la scuola, di cui ero un pessimo allievo, assegnandomi un giorno un compito rappresentazioni di sogni, di assoluta spaventoso: leggere un intero libro e coerenza nel proprio universo, in frantumi quando se ne esce. In quella bolla trarne cinquanta pagine di commento. Non mi è mai piaciuto leggere: fin da impermeabile e immutabile di Burbank, all ombra degli imperi Disney e bambino ho evitato scrupolosamente i fumetti con troppo testo. Invece della Warner Bros, non potevo che essere il relazione scritta ho girato un super8 su corpo estraneo: tutti, ben intruppati in Houdini, mio secondo film amatoriale, norme e sicurezze, mi consideravano nello stesso anno di Cavemen, ma dal vivo. Senza avere scritto una riga ho preso dieci e lode. Ho capito allora che questa poteva essere la strada da percorrere: creare qualcosa di nuovo». Burton Tim Le fiabe nere che mi hanno salvato la vita un anomalia, un mostro. Di qui il mio rifiuto viscerale di norme e etichette». L isolamento è stato l unica reazione al natìo borgo selvaggio? «La pacatezza soporifera dei luoghi mi ha indotto a rivolte solitarie, provocazioni di humour macabro e messinscene farsesche, ispirate dai miei horror preferiti: diffondevo per esempio la voce che un disco volante era atterrato nel parco, dove avevo costruito una carcassa e tracciato impronte misteriose, o che un evaso sanguinario s aggirava nel quartiere, dove mi facevo trovare travestito da assassino per seminare il panico». Una sopravvivenza creativa, come a scuola? «È stato anche un modo di difendermi da un nucleo familiare padre, madre, fratello minore incompatibile, moderatamente ma ineluttabilmente antifunzionale. Mio padre, al quale mi sono sempre tenacemente opposto, era addetto a un centro sportivo. Mia madre aveva un negozio, Cat s Plus, di articoli da regalo, tutti di sembianze feline. La loro unica preoccupazione era che non diventassi un delinquente. A dieci anni ho traslocato da mia nonna. A quindici, ho cominciato a vivere da solo in uno stanzino sopra il suo garage pagandole l affitto con i soldi racimolati lavorando in un ristorante. A sedici, sono entrato alla CalArts, la scuola per la formazione di giovani animatori fondata nel 1961 da Walt Disney». Lei è stato il primo soggetto del suo cinema: Vincent, corto d esordio ufficiale, stop motion di sei minuti, nell 82. «È il mio lavoro più direttamente autobiografico, insieme a Edward e Ed Wood, i miei preferiti. È su un bambino solitario e sognatore, estraneo al mondo, posseduto da una passione gemella: Edgard Allan Poe, con le sue donne sepolte vive, e Vincent Price, star degli horror tratti da Poe. Ho voluto anche rendere omaggio a Price maestosa voce offdel mio corto che, con Christopher Lee, Bela Lugosi, Peter Lorre, è tra i mostri che mi hanno salvato la vita, risollevandomi dalla depressione psicologica degli anni d infanzia». Come ne è uscito? «Da piccolo mi sentivo un sopravvissuto, non avevo voglia di nulla, ero sempre insonnolito. Un anemia del vivere su cui mi sono strascicato fino agli anni di lavoro alla Disney, dove avevo perfezionato una tecnica per dormire: due ore al mattino, due al pomeriggio, davanti ai miei disegni, con la matita in mano, pronto a riscuotermi e farmi vedere attivo. Trascorrevo ore e ore rinchiuso nella mia camera: mi nascondevo sotto la scrivania o nell armadio a muro. I disegni a getto continuo e i film horror in tv erano i miei antidolorifici: mi hanno fatto uscire da una spirale pericolosa, mi hanno indicato il cammino». Quello additato in Ed Wood? Perché passare la vita a fabbricare i sogni di qualcun altro? «Quello. Ogni film è stato per me un combattimento, una sfida a Hollywood che ha sempre sospettato di me, della mia singolarità. Ho impiegato una vita per cercare di diventare un essere umano. Mentre l America cercava di fare di me una mercanzia. Ma ho avuto anche la fortuna di incontrare maestri che mi incitavano a essere quel che ero, cioè a mettere nei disegni me stesso e non i precetti degli insegnanti. Da allora, il mio rapporto con la Disney è stato ambivalente. Le mie sequenze per The Black Cauldron non sono mai entrate nel film: il cartoon non era un granché, ma, a rivederli, i miei disegni erano abominevoli. La Disney ha poi prodotto i miei primi due corti, Vincent e Frankenweenie, ma li ha distribuiti a denti stretti e alla chetichella. Ora però la versione lunga, in stop motion, del mio Frankenstein canino del 1984 verrà tenuta a battesimo ad Halloween proprio dalla Disney». Perché le fiabe hanno quasi sempre un che di tenebroso? «È la loro natura. La grande letteratura per l infanzia possiede sempre una forte dose sovversiva. È questo che mi diverte. Crescendo, dimentichiamo che quel che più ci era piaciuto nelle fiabe lette da piccoli è quel che ci aveva terrorizzato. Nelle favole si uccide molto e in modo spesso molto crudele. La tradizione popolare, la mitologia greca e persino la Bibbia sono ricolme di immagini di terribile violenza. Nessuno lo dice, ma I dieci comandamentiè uno dei più grandi film horror di tutti i tempi. E mia figlia, che ha visto la mia Alice a tre anni, si è divertita soprattutto davanti alle scene paurose. E i bambini sono sempre i migliori giudici, no?».

3 31 LE IMMAGINI Sopra, disegni e dipinti dal set in mostra a Parigi. Sotto, Tim Burton circondato da alcuni dei suoi mostri: dalla Sally di Nightmare Before Christmas a Edward mani di forbice LA MOSTRA Unica e ultima tappa in Europa dell omaggio del 2009 al MoMa di New York, la mostra su Tim Burton alla Cinémathèque Française di Parigi raccoglie un raro campionario di disegni, fotografie, sculture, dipinti, provenienti in gran parte dalla collezione personale del regista In programma, fino al 5 agosto, incontri, master class, l integrale dei suoi film, tra cui i super8 amatoriali realizzati da bambino e inediti assaggi di Frankenweenie e di Dark Shadows, con Johnny Depp, battesimo annunciato in maggio a Cannes

4 32 Il reportage Che fare? Psicoanalisti di boss mafiosi, finti manifestanti di regime, dissidenti che vanno in vacanza in Messico, intellettuali vip Un grande scrittore spiega perché con le ultime elezioni la Russia ha avuto paura di far cadere Putin E perché le voci da ascoltare, come racconta nel suo ultimo libro, sono quelle del vecchio Limonov e del giovane Prilepin EMMANUELCARRÈRE La rivoluzione russa che non ci sarà EMMANUEL CARRÈRE MOSCA Verso la metà degli anni Novanta Alex voleva fare lo psicoanalista, professione ancora ai primi passi in Russia: la sua carriera ebbe una svolta inattesa quando il parafango della sua scalcinata autovettura urtò quello di una Mercedes con i vetri oscurati. I due scimmioni usciti dall auto gli fecero capire senza mezzi termini che quella scalfittura gli sarebbe costata cara. Non avendo lui di che pagare, i due lo caricarono in macchina e se lo portarono dietro. Credendo che fosse arrivata la sua ora, Alex cercò non di parlare lui ma, più abilmente, di far parlare loro. Non mi sa dire come ci riuscì, fatto sta che nel giro di mezz ora uno dei due aveva cominciato a raccontargli ricordi crudeli dell infanzia e piangeva a calde lacrime. La faccenda risalì fino al capo, un mastodontico mafioso uzbeko. Diversi suoi amici erano stati mandati al creatore recentemente e lui cominciava a prendere coscienza della precarietà della vita: era in preda a una specie di depressione. È così che Alex, come nella serie televisiva I Soprano, è diventato uno psicoanalista per mafiosi. Racconto questa storia, già parecchio datata, perché è dall alto di questa competenza che Alex mi ha dato il suo parere su quello che ci si poteva aspettare dalle elezioni di marzo. Niente. Niente perché la politica (è Alex che parla) in Russia non ha nessuna importanza: qui il vero potere è nelle mani delle mafie, che si comportano come degli azionisti che il giorno in cui l amministratore delegato cesserà di essere popolare troveranno senza problemi qualcuno di più presentabile per sostituirlo, all apparenza un po più democratico. Il problema quindi non è Putin: se il malcontento persisterà, sarà cacciato in favore di un altro uomo di facciata, e tutto continuerà come prima. Potete viaggiare, dire quello che volete, guadagnare soldi, rubarli, ma non potete dire la vostra sulla direzione del Paese: non è faccenda che vi riguardi. Perché questo stato di cose cambi ci vorrebbe una rivoluzione autentica, cosa che nessuno si sogna di fare. Ecco perché anche Alex, che pure era stato uno degli eroi sulle barricate nel 1991, oggi non ha la minima voglia di andare a manifestare accanto a questi vip pieni di sé, gli Akunin, le Ulickaja, i Bykov, i Parchomenko, che piacciono tanto ai commentatori francesi e ai quali ben si attaglierebbe, se non fosse già presa, l etichetta di gauche caviar: lui, la domenica, preferisce andare a giocare a tennis. Era il primo giorno del mio soggiorno in Russia e subito dopo aver incontrato Alex sono andato a far visita a Eduard Limonov. Dovevamo festeggiare il successo del libro che ho scritto su di lui, e poi è sempre interessante ascoltarlo, perché è uno che parla senza peli sulla lingua. La differenza tra Limonov e Alex è che lui sogna sempre la rivoluzione e Alex non la sogna affatto, ma concordano nel loro disprezzo per quelli che Limonov chiama i «leader borghesi». Dice che in autunno, dopo lo scambio di poltrone fra Putin e Medvedev e dopo quelle elezioni legislative così spudoratamente truccate, c è stata una vera indignazione popolare, ma che quella indignazione è stata riassorbita, indebolita, svuotata da quella banda di intellettuali che si è messa a manifestare non appena è stato chiaro che non si correva più alcun pericolo, e a cui poco dopo si sono uniti vari politici opportunisti; e tutti, come un sol uomo, dal 24 dicembre al 4 febbraio se ne sono andati in vacanza: il blogger Navalny in Messico, gli altri al mare. Non si può fare a meno di scorgere, nelle parole di Limonov, l amarezza del pioniere che era l unico a fare una cosa quando per farla ci voleva coraggio, quando c era davvero il rischio di finire dentro, e non per qualche ora ma per anni interi, e che ora se la vede trafugare da persone che a farla rischiano ben poco. Ma osserva anche che due mesi fa tutti erano convinti che lui fosse fuori strada, mentre ora in tanti gli danno ragione: c è stata una vera occasione, non di fare una rivoluzione, ma di agire con efficacia, un occasione di influire sul potere e ottenere le riforme autentiche che venivano rivendicate riforma elettorale, liberazione dei prigionieri politici e l opposizione non ha saputo coglierla. Uno spiraglio si è aperto per richiudersi subito dopo, e tutto è tornato come prima. Lo sentirò dire spesso. Le manifestazioni in auto sono una specificità russa. Per una ragione evidente, e cioè che in macchina fa meno freddo che a piedi, ma anche perché il russo medio in macchina ci passa un tempo smisurato, bloccato in ingorghi mostruosi, con le donne che in alcuni casi si provvedono di pannoloni per poter alleviare la vescica. E uno dei segni più indigesti dell arroganza dei ricchi e potenti è il lampeggiante che mettono sul tetto della loro auto per sottrarsi a questa schiavitù comune. Da due o tre anni, su internet, piovono denunce di queste violazioni del codice della strada da parte di persone che non hanno nessuna ragione valida per L AUTORE Scrittore, sceneggiatore, regista e critico cinematografico Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957 È un appassionato di letteratura russa Con la biografia romanzata dello scrittore e dissidente politico russo Eduard Limonov ha vinto il premio Renaudot 2011 essere dotate di un lampeggiante, di vecchietti e bambini che finiscono sotto le ruote di questi macchinoni neri che corrono all impazzata e i cui guidatori, o i loro datori di lavoro, la passano sempre liscia. Questo è il tema su cui più di tutti si coagula il malcontento popolare, e da quando un certo Shkumatov ha avuto l idea, in segno di scherno, di incollare sul tetto della sua auto un secchiello azzurro di quelli che i bambini usano in spiaggia, le manifestazioni dette «dei secchielli blu» si sono moltiplicate, e l opposizione ci si è ispirata. È così che mi sono ritrovato, trascinato da un amico giornalista, a srotolare lo scotch con le dita intirizzite per fissare uno di questi secchielli sull auto del deputato di Novosibirsk Ilija, Ponomarev. Probabilmente Limonov pronuncerebbe giudizi sferzanti su questo Ponomarev e lo tratterebbe da utile idiota: appartiene a Spravedlivaja Rossja (Russia giusta), una formazione che in molti considerano un finto partito d opposizione, strumentalizzato dal Cremlino; ma nessun partito, se è per questo, sfugge a sospetti di questo genere (o meglio, qualcuno sì: i comunisti di Zyuganov, ad esempio, ma anche se l idea è di rompere le scatole a Putin a qualunque prezzo, bisogna avere parecchio pelo sullo stomaco per votare comunista in Russia). Ponomarev, in ogni caso, ha una bella faccia, è un uomo giovane, gioviale, caloroso ed è stato piacevole, stipati in cinque o sei nella sua auto, girare lungo la circonvallazione interna di Mosca suonando il clacson e abbassando i finestrini, sfidando il freddo, per scambiarsi gesti calorosi con gli occupanti di altre macchine equipaggiate con un secchiello azzurro come la nostra o con quei nastri bianchi che sono diventati il simbolo dell opposizione a Putin (il quale ha finto di scambiarli per dei preservativi). Sembrava un matrimonio: persone di tutte le età erano appostate sul marciapiede per applaudire il passaggio delle automobili infiocchettate. Qualcuno, sprovvisto di nastri, agitava dei palloni o delle buste di plastica, l essenziale era che fossero bianchi. In questo ambiente da festa della maturità, Ponomarev telefonava in continuazione per cercare di sapere quanti eravamo. Tremila macchine secondo gli organizzatori, trecento secondo la polizia: questa divergenza di cifre è un classico, ma per amore di verità bisogna dire che dall interno di una di queste auto era impossibile riuscire a farsi un idea anche vaga del successo della manifestazione, e comunque tremila macchine su una grande arteria di scorrimento non sono un corteo granché nutrito. Le cifre sui manifestanti sono la posta in gioco di un escalation senza fine: ogni volta che l opposizione si vanta di aver portato in piazza, poniamo, diecimila persone, il partito di Putin, Russia unita, si farà un punto d onore di radunarne centomila un ora dopo. Un altra posta in gioco sono le autorizzazioni per le manifestazioni: bisogna dire quante persone sono previste e quale tragitto si intende percorrere; sono tutte cose che si negoziano con il potere e quelli, come l ex ministro di Eltsin, Boris Nemtsov, che hanno fama di essere abili in questi negoziati sono immediatamente sospettati di compromesso, se non addirittura di tradimento. È uno dei grandi rimproveri che gli muove Limonov: invece di correre il rischio di scontri di piazza manifestando nei pressi del Cremlino, Nemtsov ha lasciato che le manifestazioni si impantanassero in un luogo del tutto privo di rischi per il potere, e che non a caso si chiama Bolotnaja, la palude. Durante tutto il mio soggiorno, una delle mie occupazioni principali è stata seguire su internet le voci che annunciavano manifestazioni e contro-manifestazioni quasi quotidiane, e di cui, a dire il vero, pochi sembravano essere informati. La Lega degli elettori (ossia i «leader borghesi» tanto vituperati da Limonov) ha programmato, la domenica precedente il primo turno elettorale, una catena umana lungo la stessa circonvallazione periferica che avevamo percorso in macchina: perché l iniziativa riuscisse servivano trentaquattromila partecipanti. È stato aperto un sito su internet dove ci si poteva iscrivere segnalando il punto in cui si voleva andare: otto giorni prima dell evento eravamo a quota milleduecento. Il mio volo di ritorno era prenotato per quella domenica, ho deciso di posticiparlo. Il complesso Artplay è ricavato da vecchi magazzini trasformati in ristoranti, gallerie d arte, studi di architettura; tutti gli esponenti più in vista dell opposizione affollano una mostra che celebra la creatività delle proteste iniziate a dicembre: cartelli, magliette con stemmi, maschere di carnevale, tutte variazioni sul tema Fuori Putin. Alcuni sono molto divertenti, ma dà da pensare la rapidità con cui questa recentissima cultura della ribellione si trasforma in arte contemporanea, e bisogna ammettere che è proprio questo il problema dell opposizione moscovita: il suo essere incorreggibilmente modaiola. Sembra di essere al cocktail di inizio anno della rivista Inrockuptibles, in Francia, dove tutti sono giornalisti, artisti, performer, tutti hanno il loro sito o il loro blog, e naturalmente la loro pagina Facebook. Il potere definisce questi giovani «gli hamster [criceti, ndr.] di internet», loro si autodefiniscono gli hipster, cioè gli stilosi (in russo le due parole inglesi si pronunciano gamster e ghipster, perché la h aspirata diventa g dura). Quando Putin ripete ossessivamente che quelli che manifestano contro di lui sono il partito degli stranieri e sono tutti pagati dalla Cia, ci si accontenta di sorridere, ma non si può fare a meno di considerare la tesi di chi sostiene che rappresentano soltanto un infima minoranza della popolazione, che non hanno niente a che vedere con la vera Russia. Questa vera Russia, che nessuno dubita possa vincere anche senza brogli, devo confessare di non averla vista nel corso di questo viaggio. Il fatto è che non conosco nessuno che si fregi di appartenervi ed è troppo triste andare da solo a una manifestazione, soprattutto con questo freddo infame. Le loro manifestazioni però ci sono, e sono imponenti, ma anche in questo caso quello che si vede su internet dà da pensare. Prendete il grande comizio allo stadio Luzhniki. Centotrentamila persone secondo gli organizzatori e secondo la polizia, per una volta concordi. Dato che l autorizzazione ufficiale era stata richiesta per centomila persone, la nuova civetteria del potere consiste nel chiedere scusa, con un legalismo finora mai riscontrato, per il superamento imprevisto del numero dichiarato, e pagare l ammenda relativa: duemila rubli, poco meno di 50 euro. Putin, che pure centellina le sue apparizioni, è venuto di persona. Arringa la folla insistendo appunto sul tema della vera Russia, e della minaccia che rappresentano per essa coloro che non la amano. «Voi amate la Russia?». «Sì!», risponde la folla

5 33 entusiasta. «Siete pronti a difenderla?». «Sì!». Tutto bello e buono, ma quando, alla fine del comizio, i giornalisti intervistano i partecipanti, molti si sottraggono alle domande con diffidenza, qualcuno ammette che è stato pagato, o ha subìto forti pressioni per venire; e quelli che dicono il contrario lo fanno con uno zelo sospetto, come quel tizio dall aria tetra che brandisce un cartello con sopra scritto: Sono venuto di mia volontà. Questa folla sarà anche la vera Russia, ma assomiglia soprattutto all Unione Sovietica. Allora non si manifestava, si sfilava. Oggi c è una Russia che continua a sfilare e una Russia che manifesta. Quella che sfila lo fa più o meno strascicando i piedi, quella che manifesta lo fa perché ci crede, perché ne ha voglia, perché è divertente. Poco importa il numero, quindi: la seconda ha già vinto. È appena uscito in Francia un film intitolato Ritratto al crepuscolo che a mio avviso è il migliore film russo da parecchi anni a questa parte. Considerando che la trama si sviluppa in modo molto inaspettato, per non guastare la visione ai lettori dirò semplicemente che parla di una ragazza della classe media che i suoi amici, quando alzano i bicchieri per brindare al suo compleanno, possono dichiarare realizzata: un marito gentile, che non si ubriaca e che guadagna bene facendo affari, un mestiere interessante, un appartamento in centro. Insomma, tutto le va bene. Fino al giorno in cui degli sbirri di pattuglia la caricano in macchina, la violentano e la lasciano sul bordo della strada e può anche dirsi fortunata di non essere stata pestata. In seguito ritorna sui luoghi dove tutto è successo, individua uno dei suoi stupratori e ci si aspetta che si vendichi, però... Da qui in poi non vi racconto più la trama, andate a vedere il film; una cosa però ve la posso dire: è universale perché è una storia d amore, ma è anche straordinariamente russa. Rivisita in chiave moderna la vecchia contrapposizione, che attraversa tutto il XIX secolo e tutta la grande letteratura russa, fra occidentalisti e slavofili. Da un lato la borghesia rampante che aspira a vivere, e di fatto vive, come a Parigi o a Londra: i giovani che sono su Facebook e che vediamo tamburellare sulla tastiera dei loro MacBook Pro negli Starbucks delle grandi città. Dall altra la Russia dei piccoli centri e dei villaggi, arretrata, alcolizzata, brutale, lurida: ma, dicono gli slavofili, è qui che sta l anima della nazione. L eroina di Ritratto al crepuscolo incarna la prima Russia, lo sbirro stupratore la seconda, e il film, senza nessun dogmatismo, traccia un cammino accidentato fra l una e l altra. In termini politici, la trasposizione sembra scontata: l emergente classe media deve il suo crescente slancio, il suo crescente benessere e la sua crescente libertà a Putin, ed è la classe media che oggi manifesta contro di lui; le province arretrate, che hanno molte più ragioni per lamentarsi, gli restano invece fedeli. Ritratto al crepuscoloè stato fatto, con pochissimi soldi e tanto talento, da due giovani donne: Angelina Nikonova, regista, e Olga Dychovishnaja, sceneggiatrice e attrice principale. Le avevo incontrate brevemente a Parigi, e quando sono arrivato a Mosca Olga mi ha invitato a cena a casa sua. Prima sorpresa: casa sua non è un piccolo appartamento, come quelli in cui vive la maggior parte dei russi che conosco, ma una magnifica dacia che si raggiunge passando dalla Rubljovka, la strada che serve i sobborghi più esclusivi della parte ovest di Mosca e che è diventata il simbolo della cultura del «lampeggiante». In queste abitazioni nascoste dietro muri altissimi, protette da milizie private, vivono i ricchi e potenti. Amico lettore che hai visto il film e come me sei rimasto affascinato da Olga non hai motivo di rimanere deluso. A casa sua non c è nessuna ostentazione, nessuna pacchianeria da nuovi russi. In casa sua, come in lei, tutto è grazia e semplicità. Ma questa grazia e questa semplicità non sono quelle della borghesia rampante che il film ritrae, sono indiscutibilmente quelle dell élite e mi accorgo improvvisamente che questa élite non è poi cambiata di molto dai tempi dell Unione Sovietica. Di serate del genere, con invitati squisitamente colti e poliglotti, inframmezzate da brindisi, da sudate nella sauna raggiunta correndo attraversando il giardino innevato e da canzoni esaltate intonate da una bella georgiana che si accompagna con la chitarra, dovevano essercene di esattamente identiche, in posti identici, ai tempi in cui Nikita Mikhalkov non era lo spaventoso despota che è diventato, ma un giovane regista di inebriante carisma e talento. E quando affronto l argomento della politica, nessuno si tira indietro, al contrario: tutti adorano parlare di politica, e naturalmente tutti sono contro Putin, ma contro Putin come l élite culturale di quarant anni fa era contro Breznev. Si parlava male di lui, del regime e dei gulag, ma la verità è che chi apparteneva alla nomenklatura culturale sotto Breznev viveva come un re, faceva i film che voleva e non aveva nessun motivo di desiderare che le cose cambiassero. Allora sì, si può ridere, e ridere di gusto, degli spot elettorali che mostrano la Russia senza Putin (file di gente davanti ai negozi vuoti, folle stravolte che si aggirano per strade devastate, guerra civile), ma quando Putin dice, in sostanza, «Il partito degli stranieri ci augura questa cosa meravigliosa, una primavera araba, ma voi la volete questa primavera araba? Volete che la Russia diventi come l Egitto? O come la Libia?», tutti, tranne qualche illuminato come Limonov, sono costretti a rispondere: «No, non la vogliamo». Sono felicissimi di manifestare, perché è Potete spostarvi, potete dire quello che volete, guadagnare soldi, rubarli, ma non potete dire la vostra sulla direzione del Paese:non è faccenda che vi riguardi nuovo e divertente avere il diritto di farlo. Sarebbero felicissimi di avere delle elezioni più pulite, perché queste usanze da repubblica delle banane fanno venire da vergognarsi. Sarebbero felicissimi di avere qualcuno più giovane e aperto di Putin, perché il presidente russo è come Rambo: il primo e il secondo ancora si reggevano, ma dal terzo in poi la sensazione netta è della minestra riscaldata. Ma a condizione che tutto avvenga senza traumi, e senza lasciare il certo per l incerto. Putin parla innanzitutto di stabilità, e la stabilità è un bene prezioso. I putiniani sono introvabili. Pensavo di incontrarne qualcuno in provincia, nei bastioni della vera Russia, ma devo ammettere che andare a Nizhnij Novgorod per vedere Zachar Prilepin non era la strategia migliore per scovarli. Prilepin, a nemmeno quarant anni, è riconosciuto, nel suo Paese e all estero, come uno dei migliori scrittori russi. Lui non è un prodotto dell élite moscovita, ma un ragazzotto di provincia che è stato soldato in Cecenia e poi militante del Partito nazional-bolscevico, i crani rasati di Limonov. Lui peraltro ha ancora il cranio rasato, le Doc Martens ai piedi, un paio di begli occhi azzurri e qualcosa di assolutamente commovente nel modo in cui si sforza di conciliare la sua condizione di autore celebrato, invitato nel mondo intero, sollecitato dalla gente che conta, e la sua fedeltà al mondo di amici in cui è cresciuto e su cui continua a scrivere: non il mondo degli hipster, ma il mondo dei giovani proletari abbandonati al bordo della strada. Quando lo incontro ci sono altre tre o quattro persone con lui, tra cui un tizio molto gentile e molto colto, lettore di Alain Badiou e Julius Evola, che per molto tempo ha diretto la radio locale dei nazional-bolscevichi, e un vecchio democratico che è stato in prigione per aver denunciato le estorsioni delle forze armate russe in Cecenia. Prilepin, che di quelle forze armate ha fatto parte e ne ha fatte di cotte e di crude con loro, si ricorda che al ritorno dal fronte considerava il vecchio democratico un traditore e aveva perfino pensato di ucciderlo, ma oggi, quasi quindici anni dopo, sono amici per la pelle e concordano appieno nella loro analisi della situazione politica. C è un nemico, che si sa che vincerà, e di fronte a lui soltanto dei comprimari impresentabili: l eterno giullare nazionalista Zhirinovskij (il cui slogan elettorale promette, sobriamente, «Con Zhirinovskij andrà meglio»), il vecchio comunista Zyuganov (slogan ancora più sobrio: «Votate Zyuganov»), il miliardario Prochorov, meno logorato degli altri e il cui programma di riforme a tutto campo sarebbe condivisibile se non ci fosse il dubbio che fingendo di fare opposizione corra in realtà per il Cremlino. Ci sarebbe da scoraggiarsi, soprattutto se per giunta, come Prilepin e i suoi amici, si guarda con diffidenza ai vip che pretendono di rappresentare la società civile: eppure no, loro non sono per niente scoraggiati; sono disincantati, beffardi, ma in fondo ottimisti, ed è l affascinante lettore di Badiou, ex capo dei nazional-bolscevichi di Nizhnij, che mi fa il discorso più sensato, a mio avviso, fra quelli che ho ascoltato in questo mio soggiorno. «Nessuno in questo Paese», ammette questo rivoluzionario, «vuole sentir parlare di rivoluzione. Nessuno, seriamente, può definire quello che sta succedendo come una rivoluzione. Il maggio 68 in Francia non era una rivoluzione: erano degli avvenimenti che hanno cambiato la società nel profondo. All epoca, naturalmente, dopo il maggio del 68 avete avuto Pompidou al potere, e andava benissimo avere Pompidou: nessuno voleva che Daniel Cohn-Bendit diventasse presidente della Repubblica. Anche i russi non vogliono che un tipo come Navalny diventi presidente. Ma quindici, venti anni dopo il maggio 68, i valori del maggio 68 avevano vinto. Le persone che avevano fatto il maggio 68 erano al potere. Da noi sarà lo stesso: le persone che hanno fatto il dicembre 2011, quelli che erano a Bolotnaja, ben presto saranno al potere e hanno tutto l interesse a una transizione morbida». Quando dice questo si percepisce che al lettore di Badiou la cosa non lo riguarda direttamente: lui al potere non ci sarà mai, non è il suo genere, ma il suo amico Zachar Prilepin sì, certamente. Finché Limonov, che l ha formato come ha formato tante persone in questo Paese, sarà ancora in attività, non si lancerà in politica, ma dopo Prilepin presidente? Ministro della cultura? Facciamo tintinnare i bicchieri ridendo: vogliamo scommettere? Due gradi sottozero, è quasi primavera, e la grande manifestazione dell ultima domenica prima delle elezioni è un successo. Ci si tiene per mano lungo la circonvallazione periferica: in certi punti la catena umana è molto fitta, in altri si sfilaccia e allora gli organizzatori mandano rinforzi; spontaneamente, in un atmosfera gioviale, il cerchio si chiude e la sera, quando sentiamo la polizia parlare di undicimila partecipanti ci diciamo che l obiettivo dei trentaquattromila probabilmente è stato ampiamente raggiunto. Io sono andato alla manifestazione con un gruppo di psicanalisti lacaniani. Gli psicanalisti lacaniani a Mosca non sono come da noi, vecchi e sentenziosi. Non indossano il papillon o mantelline a spina di pesce alla Mitterrand. Sono anche loro giovani borghesi entusiasti e telematizzati, esemplari tipici di quella che comincia a essere chiamata generazione Bolotnaja : hanno più paura degli ukazdi Jacques-Alain Miller, l allievo e curatore testamentario di Lacan, che della repressione di Putin. Però un brivido ha attraversato il nostro gruppetto quando alcuni giovani putiniani si sono messi a sfilare sul viale brandendo cartelli a forma di cuore su cui era scritto Putin vi ama tutti. «I fascisti», mormoravano i miei amici, tutti contenti di farsi paura, e mi sembrava di essere tornato non ai tempi del 68, ché non ho l età, ma almeno ai tempi delle manifestazioni contro la legge Debré, negli anni Settanta. Contrasto edificante: gli antiputiniani hanno mediamente sui trent anni, l aria prospera e gioiosa, si conoscono tra loro, si abbracciano, si scambiano notizie su amici in comune, mentre i filoputiniani sono molto giovani spesso hanno meno di vent anni indossano giacche a vento nere così misere che mettono tristezza, hanno quella faccia sorniona con la pelle chiazzata di macchie rosse che è il marchio tipico dei tifosi di calcio in tutto il mondo, e mi sono sentito un po a disagio quando uno dei miei nuovi amici ha chiesto ironicamente a uno di questi ragazzini se veniva spesso a Mosca. L altro ha sbraitato, contro ogni evidenza, che lui era di Mosca, ma si vedeva chiaramente che non sapeva nemmeno dove si trovava, che l avevano portato lì insieme ai suoi amici in macchina o in treno quella mattina stessa, dal suo paesino di provincia, e che lo avrebbero riportato lì la sera, senza nemmeno offrirgli una notte di baldoria nella capitale. La domanda del mio amico, moscovita da tre generazioni, intellettuale, poliglotta, che vive in un bell appartamento, tradiva ingenuamente il più classico disprezzo classista, quello del borghese che guarda dall alto in basso il proletario. Certo, non è una novità, è cosa nota che le rivoluzioni sono fatte dai borghesi a proprio beneficio; ma mi sono detto che dovrebbero quantomeno fare un po di attenzione. Traduzione Fabio Galimberti 2012 Le Nouvel Observateur all rights reserved

6 34 Le storie Soluzioni Il suo nome, Maria Ghezzi, lo conoscono in pochi. La sua firma, la Brighella, non compare quasi mai. Eppure da oltre mezzo secolo c è soprattutto lei dietro il più classico dei giochi della Settimana Enigmistica.Siamo andati a casa sua a Milano per farle gli auguri di buon compleanno E per farci raccontare come si fa a disegnare le parole La signora dei ANTONELLA SBRILLI IL RITRATTO Un volto di donna disegnato da Maria Ghezzi per un rebus di Piero Bartezzaghi sulla Settimana Enigmistica (1952), elaborazione dal catalogo Ah che rebus! (Mazzotta 2010) Soluzione: Bambole manierose Accanto l autrice in una foto degli anni Cinquanta MILANO Il suo nome lo conoscono in pochi, ma i suoi disegni fanno parte del patrimonio di immagini dell Italia degli ultimi sessant anni. Chi abbia dato almeno un occhiata allasettimana enigmistica (di cui a gennaio sono stati ricordati gli ottant anni anni dalla fondazione) ha visto le sue opere riprodotte: sono le vignette dei rebus. Dietro quei disegni c è la sua mano, il tratto inconfondibile di Maria Ghezzi Brighenti, nata a Bresso nel 1927, che proprio in questi giorni festeggia anche lei il suo compleanno. Nella sua casa milanese, rebus non se ne vedono. Quadri alle pareti e sui mobili, nei punti più luminosi, una collezione di sassi di arenaria modellati. Bisogna entrare nello studio per trovare boccette d inchiostro e pennini, gli strumenti, mai cambiati, del suo lavoro. «Quanti rebus ho disegnato? Non ho mica tenuto il conto! In tanti anni, settimana dopo settimana, ne avrò disegnate decine di migliaia. È stato un lavoro continuo, che ha occupato completamente la mia vita». Una carriera tanto prolifica quanto singolare, in cui il disegno è al servizio di un gioco. «Ho sempre avuto inclinazione per il disegno e negli anni Quaranta ho frequentato il liceo artistico dell Accademia di Brera. Ricordo bene il pittore Gianfilippo Usellini, le lezioni di storia dell arte di Guido Ballo e, fra i compagni, Dario Fo. Per guadagnare in quegli anni realizzavo figurini di moda e decorazioni per interni. Ma dipingevo anche e ho esposto nel 46 o 47 alla Taverna del Gatto Nero in via Senato, un locale animato da Walter Pozzi. I rebus non avevo ancora idea di cosa fossero». Bisogna arrivare al 1951 perché questo gioco incroci la sua strada. Nell estate di quell anno Maria partecipa, con diverse tele, al Premio Bolzano per le pittrici italiane, nella cui giuria c è anche Palma Bucarelli, direttrice della Galleria d arte moderna di Roma. La svolta della carriera (e della vita) di Maria però non arriva da quella mostra, ma dall incontro fortuito, lì sulle Dolomiti, con Giancarlo Brighenti, responsabile dei giochi illustrati della Settimana enigmistica, che diverrà suo marito. È Brighenti (pseudonimo Briga) a introdurre Maria (nome d arte la Brighella) nel mondo dei rebus, convincendola a dirottare le Rebus

7 35 L amore è fatto di ore e di more STEFANO BARTEZZAGHI sue capacità artistiche dai colori alla sintesi del bianco e nero, dalle tele al cartoncino. Ed è grazie al sodalizio di questa coppia una vera simbiosi fra parole e immagini che si afferma lo stile del rebus moderno in Italia. Le innovazioni che Brighenti porta nel gioco prendono vita grazie alla maestria grafica di Maria: la precisione realistica dei dettagli si coniuga con l effetto interrogante dell insieme, rendendo leggibili le situazioni più strane, interstiziali, assurde, a ricordare che nell origine della parola ci sono le cose (dal latino res), ma anche il rovescio, lo scherzo e il sogno. «Da quando ho cominciato a lavorare in questo campo non ho avuto più tempo per la pittura». Maria guarda un suo dipinto a olio, un gruppo espressivo e materico di figure, molto lontano per stile e tecnica dalla sua produzione grafica. «Non ho avuto più tempo per dipingere perché disegnare rebus è impegnativo. Bisogna comporre una scena, con interni ed esterni, in cui sistemare figure e lettere e guai a sbagliare un dettaglio. Mi sono dovuta documentare su piante, animali, carte geografiche, strumenti di tutti i tipi, come se avessi lavorato in un enciclopedia illustrata. È di grande importanza poi che il solutore incontri con ordine, da sinistra a destra, le figure e le lettere che portano alla soluzione: in fondo, è come progettare una scenografia». Una scenografia, una doppia messa in scena della lettura, in cui il disegno non illustra il significato della frase da scoprire, ma le immagini presenti nella sequenza di parole che la compongono. Non per niente nella storia di questo gioco, strettamente legato alla lingua in cui si nomina il visibile, si trovano i trattati di scrittura, le cifre figurate di Leonardo e gli enigmi visivi di Lorenzo Lotto, i ventagli con frasi d amore e i fogli volanti con messaggi politici. Un percorso nella storia del rebus italiano, dai primi esempi fino alle enigmatiche azioni teatrali di Fanny & Alexander, è stato proposto in una mostra in cui erano esposte anche molte tavole originali di Maria presso l Istituto Nazionale per la Grafica di Roma (catalogo Mazzotta 2010). Mentre parla, Maria sfoglia degli album dove sua madre ha raccolto una piccola parte dei rebus pubblicati. Passano sotto gli occhi immagini familiari e bizzarre, fatte di piazze quasi metafisiche, di accostamenti talvolta surreali, di orti, rivi, reti e di tante altre cose dal nome bisillabo, utili per decifrare le frasi risolutive. «Alcune sono facili, basta leggere le immagini una dopo l altra; altre volte bisogna interpretare un contesto, il bambino che mente, l uomo che osa. Nessun dettaglio è mai superfluo». Che la soluzione sia facile o no, in questi disegni si ripetono scene riconoscibili con esattezza, immerse in un tempo fermo, che non hanno mancato di affascinare anche gli artisti. Quando negli anni Sessanta i pittori del pop italiano Renato Mambor e Tano Festa hanno esplorato il deposito d immagini dell editoria di massa, si sono soffermati anche sui rebus. Dettagli sono stati prelevati e rielaborati con accostamenti stranianti, cancellature e colori industriali, con effetti di grande bellezza e senza pensare mai a chi fosse l autore dei disegni. Quell autore, non c è bisogno di dirlo, era Maria Ghezzi. Rintracciati grazie alla collaborazione fra l esperto di enigmistica Tiberino e la storica dell arte Ada De Pirro, i disegni che hanno ispirato tante opere suscitano una domanda. Ma l autore dei disegni è l autore del rebus? «Per tradizione enigmistica spiega Maria l autore è chi inventa la frase. Come autrice di frasi, anch io ho firmato dei rebus, ma come disegnatrice il mio nome è comparso di rado e solo nei primi tempi». Per osservare tutti i rebus disegnati da Maria ci vorrebbero anni. Per lei, ogni vignetta è legata a un ricordo insieme familiare e professionale. «Il mio studio è la mia casa. Ho sempre disegnato nella mia stanza, usando solo l inchiostro di china e il pennino, che permette di modulare le linee di contorno e i tratteggi e di scrivere con precisione le lettere». Se i suoi disegni, riprodotti in piccolo sul settimanale, hanno già un grande fascino («I disegni di Maria hanno arricchito la mia visione di nostalgia e di mistero», parole del pittore Sergio Ceccotti), gli originali, di dimensioni maggiori, sono esempi di grafica di alta qualità, nitidi e ariosi. Sconosciuti al circuito di mostre e mercato, notissimi nella loro versione ridotta e riprodotta. Ancora oggi, con tratto fermo e chiaro, Maria continua a fare rebus. E mentre ci salutiamo, mi mostra l ultimo: «L ho fatto dopo aver letto I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca. In una pagina è descritto un rebus la cui soluzione è Quando l amore manca la volontà non basta. Ho provato a disegnarlo». È un rebus inventato da De Luca, in omaggio a un gioco che piacque a sua madre e a lui ragazzino come, in quegli anni Sessanta, a tanti lettori italiani che nei giornaletti enigmistici si incantavano e si arrovellavano sui rebus disegnati da lei, da Maria Ghezzi, la Brighella. GLI INEDITI In queste pagine alcuni rebus inediti disegnati da Maria Ghezzi Brighenti Sopra, per i lettori di Repubblica, quello descritto da Erri De Luca ne I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli, 2011): Quando l amore manca la volontà non basta Sotto, due disegni originali per i rebus Sol chi lavora vive e Chi è senza rimpianti non ha vissuto : quest ultimo, per una N in più non è stato mai pubblicato Nella pagina accanto in alto, un dettaglio dal rebus Far compere (collezione Diotallevi) Fra le prime cose che viene naturale fare quando si sente una parola sconosciuta è cercare di ricostruirne il significato, scomponendola. La prima volta che sentiamo conforme, pensiamo a con, che è il prefisso dell unione o della compagnia, e alla forma: avere una forma simile, compagna. In conformismo troviamo conforme e -ismo: l atteggiamento, l inclinazione di chi si conforma facilmente. Anticonformismo si scompone in anti, con, forma, ismo, pezzi di un puzzle che ci può dare un idea del significato complessivo. Il contesto ci aiuterà a capire se siamo fuori pista; il dizionario ci dirà se la nostra ricostruzione corrisponde agli usi che sono stati fatti sinora della parola. Ma sempre (sempre!), e pure se non ce ne rendiamo conto, dare un significato alle espressioni ha più della congettura che della semplice e meccanica decodifica. Sbaglierebbe congettura, per esempio, chi incominciasse a scomporre anticonformismo trovandoci la parola antico. La sequenza di lettere c è, ma la parola non è pertinente. «Tu sei la persona che fa venire in mente che dentro all anticonformismoc è la parola antico»: se dico così a un amico non sto facendo dell etimologia, sto facendo un gioco (gioco inventato da Saul Bellow in un suo racconto). Nell infanzia ci si stupisce che nella parola mascarpone ci sia lo scarpone, o che ci sia il volo nella parola volante (infatti molti bambini lo chiamano guidante). Da grandi si diventa magari rebussisti. Il rebussista è qualcuno che trova le ore e le more nell amore; lo scrittore Primo Levi aveva il pallino dei rebus e trovava la cicogna nascosta fra sedici cognac. Nel rebus, le sequenze significative diventano parole il cui significato viene illustrato nella vignetta; le lettere che non servono a formare sequenze significative vengono usate come etichette per mostrare al solutore i soggetti della figura che sono pertinenti alla soluzione. L autore del rebus Sol chi lavora viveha visto in questa frase dei solchi (con etichetta L), un vecchio signore ovvero un avo (con etichetta R) e degli altri avi (con etichetta VE): solchi L, avo R, avi VE = Sol chi lavora vive. L illustratrice, Maria Ghezzi Brighenti (in arte: la Brighella), ha immaginato una scena agreste in cui fosse presente un aratore, giovane e possente, che facesse contrasto con gli anziani ai margini del campo: così che la vignetta ha finito per illustrare anche il senso (crudele) della frase risolutiva. Sol chi lavora, vive. La cara Brighella continua perciò a lavorare, e se incontra un rebus come quello che Erri De Luca ha messo nel suo ultimo libro può venirle voglia di illustrarlo. Qu andò; L, A more; M anca; l avo lontanon; B asta. Con una scelta di discreta e semplice genialità la Brighella ha collegato l «andò» con un «avo lontano»: passato remoto e lontananza spaziale finiscono per rafforzarsi l una con l altro. Attorno, rovi, giovani donne, bandiere completano il quadro con il trovarobato bucolico così familiare agli appassionati della noble art di cui la Brighella è, si può dire da sempre, l appartata vestale e segreta demiurga. Con tutto l amore possibile, e volontà d avanzo.

8 36 Spettacoli Primavere arabe Da Dubai ad Abu Dhabi, dall Auditorium di Doha al Teatro Lirico di Muscat Sempre più orchestre, direttori e cantanti occidentali, soprattutto italiani, migrano nei paesi del Golfo Chiamati dai nuovi sceicchi che hanno capito l importanza di investire in musica e cultura PAOLO RUMIZ MUSCAT Arrivano al tramonto tra i palmizi, alla spicciolata, dalle sponde dell Oceano indiano. Portano la tunica bianca chiamata dishdasha e un copricapo dello stesso colore, il massar. Con loro anche bambini, e donne velate, bellissime, attirate anch esse dalla calamita di un grande palazzo marmoreo color miele. Eppure quel parallelepipedo circondato da archi a sesto acuto non è una moschea: non c è nessun minareto e non è ora di preghiera. Dall interno escono brandelli di Carmen, Bolero e Nabucco, i suoni sovrapposti di un orchestra che si prepara. Le porte sono aperte su un foyer, presidiate da guardie in djellabaverde chiaro, turbante e pistole alla cintola lunghe come scimitarre. Sopra il porticato una scritta: Royal Opera House. Il fiammante Teatro dell Opera dell Oman, l unico della penisola arabica. C è un Trovatore tutto italiano in programma, con l orchestra Cherubini, la regia di Cristina Muti e la direzione di Nicola Pascoschi. Nei corridoi dei camerini, gorgheggi di cantanti, andirivieni di tecnici indiani in tunica blu, e i resti della scenografia della Turandotche l ottobre scorso ha inaugurato questo tempio musicale con la direzione di Placido Domingo e la regia di Franco Zeffirelli. A venti minuti dall inizio il teatro è già pieno. Sul retro del biglietto, a caratteri microscopici, prescrizioni svizzere. Puntualità, chiusura delle porte dieci minuti prima, costume tradizionale per gli omaniti, cravatta per gli altri. Niente jeans, niente T-shirt e scarpe da ginnastica. Vietato fumare e fischiare. Vietati i telefonini accesi e le foto. Il teatro è proprietà privata dal sultano, il misterioso Qabus Bin Said Al- Said che raramente si svela, il regnante più melomane del mondo. È qui, in questo palazzo favoloso, che si fa i conti con un fenomeno nuovo e impressionante: l esplosione di opere e sinfonie d occidente nella terra del Corano, e la grande fuga di orchestre ed eventi musicali verso i ricchi teatri del Golfo, tra minareti e torri petrolifere, in una delle terre più calde del Pianeta. Li senti suonare dappertutto. A Dubai l orchestra filarmonica diretta da Philipp Maier e il progetto di un Opera House di grandezza planetaria, ipertecnologica e a forma di duna. Ad Abu Dhabi il festival di musica classica che ha già ospitato i New York Philarmoniker e la Wiener Staatsoper. A Doha il lussureggiante Auditorium voluto dalla moglie di sceicco, la bellissima Mazah Bint Nasser, fondatrice dell Orchestra filarmonica del Qatar. Terre d approdo specialmente per italiani, figli di un Paese che fu centro della musica mondiale e oggi non ha più un soldo per restaurare i suoi teatri. Ma è l Oman il centro di questa mutazione. Nella fossa d orchestra ottoni, violini e tamburi si preparano generando quella confusione polifonica che il nostro orecchio misteriosamente non percepisce come dissonante. Un mio vicino arabo che ricorda Omar Sharif spiega in ottimo inglese che, quando al Cairo fu messa in scena la prima volta l Aida per l inaugurazione del canale di Suez, il sultano disse che il meglio della performance era stata, a suo avviso, proprio quella precedente all ingresso del direttore. «Da allora sorride l omanita quel momento viene chiamato, anche in occidente, la musica del sultano». E qui, che altro potrebbe suonare l orchestra italiana, in casa di un regnante pazzo per la lirica, suonatore di organo e liuto, in questo interno super-tecnologico di ebano, marmi, intarsiature dorate e lumini quasi natalizi? Che cosa se non musica del sultano? In platea gli arabi, mescolati agli europei di casa da queste parti, non sono cammellieri o pecorai. L opera è ancora un fatto di élite. Ma gli omaniti in sala non sono nemmeno i volgari arricchiti del Dubai, o i sauditi che magari in privato adorano Mozart, ma in pubblico lo rifiutano per paura degli imam. Qui è un altra cosa: la musica è cultura diffusa. E non importa se il gran muftì del Paese, lo sceicco Ahmed bin Hamad Al-Khalili (uno che considera cicloni e tsunami una conseguenza dei peccati della sua gente), ha bollato come «inaccettabile» per un musulmano mettere piede all Opera House. E anzi, qui la dichiarazione ha provocato tempeste tra i blogger, per nulla intimiditi dalla scomunica. Il tassista che mi ha portato in centro dall aeroporto ha subito chiesto se conoscevo il Teatro Lirico. Ne an- LE ILLUSTRAZIONI I disegni che illustrano queste pagine sono tratti dal libro Le più belle fiabe delle Mille e una notte, di Arnica Esterl e Ol ga Dugina (Adelphi, 2006)

9 37 LA PRIMA A sinistra, un momento della prima dell Aida di Verdi messa in scena a Luxor OMAN La Royal Opera House inaugurata a Muscat nell ottobre scorso con la Turandot diretta da Franco Zeffirelli con Placido Domingo DUBAI In progetto nell Emirato Arabo una Opera House supertecnologica Una volta terminata dovrebbe prendere la forma di una duna QATAR A Doha, il lussureggiante Auditorium è stato voluto dalla moglie dello sceicco che ha fondato l Orchestra filarmonica del Qatar Finisce l ouverture, si apre il sipario e il melodramma si scatena Il Trovatore ricorda la cultura zingara dei nostri beduini commenta Nasser Al-Taì dava fiero. Finisce l ouverture, si apre il sipario e il melodramma si scatena. Il coro tuona Sia maledetta la strega infernal, poi ecco le note immortali della zingarella seguite in traduzione araba e inglese su minischermi davanti alle poltrone. «Il Trovatore ricorda la cultura zingara dei nostri beduini», commenta Nasser Al-Taì, che nel teatro è responsabile dei rapporti col pubblico omanita, e tutto indica l ansia del Principe di gettare ponti fra culture piuttosto che occidentalizzare brutalmente il Paese come i suoi vicini emiri. In Oman gli squilli delle fanfare si mescolano ai canti del deserto fatti di pifferi, sonagli e tamburi, le cornamuse scozzesi competono con le danze delle sciabole e il rotear dei pugnali Khaliqi. Qui la musica del sultano non sta chiusa nei teatri ma si sente per le strade, echeggia nelle scuole e persino nei cortili delle caserme, che sia europea, asiatica o africana. Un altro mondo. Il muezzin canta con discrezione, non ti massacra i timpani, e già acusticamente si avverte che l estremismo wahabita è lontano. La primavera araba qui sembra essersi giocata in musica. Una musica entrata così capillarmente nelle istituzioni da diventare strumento politico. È il capolavoro di questo sultano timido, chiacchierato e senza mogli, salito al potere per restarci solo pochi anni, e invece saldamente in sella da quarant anni. Zubin Mehta, che fu tra i pochissimi a vederlo, lo definisce un «great music lover», e il cantante polacco Daniel Kotlinski parla di un uomo che vive per la musica e si è già comprato tre organi nella smania di migliorare. Tra il popolo c è chi ha protestato per i lussi del nuovo teatro, mesi fa ci sono stati persino scontri con due morti, ma alla fine il sultano ha messo in cantiere un piano contro la disoccupazione e ora l Oman pare, in questi tempi turbolenti, il Paese più tranquillo del mondo musulmano. Ma il bello è che in Oman non vedi solo formazioni straniere. Il Paese ha una sua orchestra sinfonica e bande militari, anche femminili, che vincono concorsi internazionali. L etnomusicologo egiziano Issam El-Mallah, direttore del teatro, ricorda che «in trent anni le forze armate sono passate da appena tre a ben 2500 suonatori provetti», e che «l Opera House è solo l ultimo scalino di un lungo processo». L esercito del sultano ha i migliori carri armati ed elicotteri dello spazio arabo, ma il controllo della musica sembra interessargli di più. Lo stesso direttore dell orchestra sinfonica di Muscat è un colonnello. Un caso unico al mondo. Il violinista Luca Blasio, chiamato dall Accademia di Santa Cecilia a migliorare la qualità degli archi omaniti, ricorda gli emozionanti concerti che le orchestre locali tengono nelle scuole, davanti a bambini stupefatti e desiderosi di imparare. E pare che il sultano i bambini più dotati se li porti addirittura a casa, come un despota rinascimentale, ne faccia quasi dei giannizzeri votati alla sua passione. Novanta si dice siano i giovanissimi maschi e femmine che Qabus Bin Said alleva senza badare a spese nella sua reggia per farne il nerbo della musica araba del domani. Sulla riva dell oceano, sotto stelle grandi come noci, Cristina Muti è felice e rievoca il suo contatto col mondo arabo e sogna nuove meraviglie. «Ero a Meknes, in Marocco, e dirigeva mio marito. A un tratto ho visto che alcune donne del posto, rompendo i divieti del locale buoncostume, s erano sedute sotto il palco con i loro neonati, allattandone alcuni sotto la luna, quasi in stato di ipnosi. Un immagine indimenticabile». Anche Issam El-Mallah sogna, vorrebbe ospitare un concerto con un orchestra straniera e un grande solista arabo. Ma è già felice dei risultati conseguiti finora: da ottobre a oggi sempre il tutto esaurito, con spettatori arabi in crescita continua. Vento leggero, sciacquio tra le mangrovie, profumo di bouganvillee, poi arriva la preghiera notturna del muezzin. E solo allora, sul Paese dei sultani suonanti scende il silenzio.

10 38 Next Smile La tecnologia ruba posti di lavoro? Internet ci rende schiavi? Smettetela di vedere tutto in negativo, grazie alla Rete e alla scienza il domani sarà meglio di quanto possiate immaginare Ne sono certi studiosi e imprenditori, un piccolo ma potente esercito di neo-positivisti che da un America in ripresa vuole entusiasmare il mondo LE TAPPE 2013 Secondo i tecno-ottimisti entro un anno produrremo ogni dieci minuti la stessa quantità di informazioni digitali prodotta ogni due giorni dal 2003 al Grazie ai progressi medici e allo sfruttamento delle informazioni genetiche tra dieci anni la popolazione degli ultracentenari sarà raddoppiata rispetto a oggi 2035 Entro quell anno il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta scenderà a zero: così come si è dimezzato dagli anni Cinquanta a oggi 2020 Entro otto anni non esisterà più il computer ma avremo milioni di microchip diffusi nell ambiente in cui viviamo: nei mobili, nei vestiti, nelle auto e nel nostro corpo 2027 Tra quindici anni un guerriero Masai avrà a disposizione una capacità di elaborazione dati in formato tablet uguale alla potenza e alla rapidità del cervello umano Nel giro di otto anni internet lo vedremo proiettato direttamente sulle nostre lenti a contatto: ciò vuol dire che consulteremo Wikipedia grazie a un semplice batter di ciglia Michio Kaku Docente di fisica teorica al City College di New York Tecn ttimisti

11 39 I PILASTRI FILANTROPI Sempre più imprenditori credono che la tecnologia libererà il mondo. Bill Gates è il più noto. Un altro è Pierre Omidyar, fondatore di ebay Sono loro uno dei 4 pilastri del tecno-ottimismo PIRAMIDE ROVESCIATA Secondo questa teoria e prassi economica la tecnologia sarà sempre più accessibile ai poveri Un esempio? Il tablet a 35 dollari prodotto da DataWind DO IT YOURSELF La spinta all innovazione individuale è il terzo pilastro del tecno-ottimismo Anche qui, un esempio? Il drone da 300 dollari inventato per portare aiuti dove mancano le strade «E FEDERICO RAMPINI SAN FRANCISCO ntro otto anni non esisterà più il computer perché al suo posto avremo milioni di microchip diffusi nell ambiente in cui viviamo: nelle auto e negli elettrodomestici, nei mobili di casa, nei vestiti, nel nostro corpo. I nostri nipoti avranno poteri analoghi a quelli delle divinità dell antica Grecia. Il cancro sarà sconfitto dai microchip, i sensori nella toilette di casa raccoglieranno campioni di urine, feci e sangue, e l analisi del Dna consentirà la prevenzione del tumore con dieci anni di anticipo. Internet lo vedremo proiettato sulle nostre lenti a contatto: un batter di ciglia e consulteremo Wikipedia. Allo stesso modo diventeremo poliglotti istantanei, grazie a traduttori automatici online che ci appariranno sulle lenti a contatto potremmo dialogare in mandarino arabo o russo senza averli studiati». Così parlò Michio Kaku, nippo-californiano, docente di fisica teorica, co-fondatore della teoria delle stringhe, autore di Physics of the Future (in italiano La fisica del futuro, Codice, 2012), consacrato dal Wall Street Journal come uno dei visionari del nostro futuro prossimo. Bentornati, tecno-ottimisti! Dev esserci qualcosa nel ciclo economico che comanda anche i cicli del pensiero. Da quando in America è arrivata la ripresa stavolta quella vera, si direbbe anche le teorie attraverso cui decifriamo il presente e prevediamo il futuro si stanno orientando sul positivo. L esempio più citato in questi Il futuro non è più quello di una volta giorni è il nuovo saggio Abundance. Sottotitolo The Future is Better than You Think, per l appunto: il futuro è migliore di quel che pensate. L autore è Peter Diamandis, autorevole tecnologo e pluri-creatore di imprese, legato a tutti gli innovatori della Silicon Valley, fondatore di un premio speciale per la creatività (X Prize). Diamandis fa del suo meglio per affascinarci, entusiasmarci e guarire ogni pessimismo, già a partire dalla sua descrizione degli effetti del progresso. Ecco un esempio: se tutti i libri, tutte le parole e tutte le immagini create dall umanità dalle origini della nostra storia fino al 2003 sono convertite in formato digitale, occupano cinque miliardi di gigabyte. È uno spazio notevole anche nell universo digitale dov è la memoria dei supercomputer: equivale al numero uno seguito da una colonna di diciotto zeri. Ma dal 2003 al 2010 gli stessi cinque miliardi di gigabyte l umanità li ha creati ogni due giorni. L anno prossimo produrremo quella quantità di informazioni ogni dieci minuti. È quel che si chiama un accelerazione di tipo esponenziale. Basta disporre di una quantità d informazione così smisurata e in rapidissima crescita per stare meglio? Prima di affrontare la risposta, riflettiamo su quest altro dato fornito da Diamandis: un guerriero delle tribù Masai oggi ha uno smartphone e l accesso a Google, grazie al quale dispone di più informazione di quanta ne aveva il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton quindici anni fa. Lo stesso Masai fra quindici anni avrà a disposizione una capacità di elaborazione dati (in formato tascabile, tablet stile ipad) equivalente alla potenza e rapidità del cervello umano. Diamandis non ha dubbi che l accumulazione poderosa di nuove conoscenze ci consentirà di vincere la grandi sfide del nostro futuro: l inquinamento atmosferico e delle acque; la sovrappopolazione; la scarsità di energia; i bisogni di istruzione e di salute; i diritti umani e le libertà. «L umanità scrive il tecno-ottimista sta entrando in un periodo di trasformazione radicale in cui le tecnologie hanno il potenziale per migliorare sensibilmente la qualità della vita di ogni uomo, donna e bambino del pianeta». Wow! Mi scopro a reagire coi riflessi pavloviani dell europeo, con scetticismo. Ho l impressione di aver già sentito suonare le fanfare del tecno-ottimismo in altre epoche della mia vita: per esempio al passaggio del millennio, quando mi trasferii a San Francisco all apice dell euforia per la New Economy, nel primo boom di Internet e delle sue applicazioni. Diamandis ha una spiegazione razionale anche per la mia cautela. «È tutta colpa dell amigdala spiega cioè quella parte del cervello, situata nel lobo temporale, che regola emozioni primarie come la rabbia, l odio, e soprattutto la paura. È il nostro sistema di pre-allarme per la sopravvivenza, un organo sempre in massima allerta per segnalarci tutto ciò che nell ambiente circostante può minacciarci. È quasi impossibile liberarci del suo condizionamento». Ecco perché siamo tendenzialmente pessimisti, inclini a privilegiare le cattive notizie: i nostri progenitori si sarebbero estinti, divorati dalle belve feroci, se avessero privilegiato l estasi davanti a un bel tramonto anziché l adrenalina da panico di fronte ai rumori sospetti nella foresta. Oggi questa nostra programmazione genetica al pessimismo rischia di non farci vedere l ovvio? Cioè l effetto immensamente positivo del progresso tecnologico. Il numero di persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta si è più che dimezzato dagli anni Cinquanta, e di questo passo scenderà a zero nel Anche la definizione di povertà assoluta va guardata da vicino. Oggi il novantacinque per cento degli americani che vivono sotto la soglia della miseria ufficiale dispongono non solo (ovviamente) di acqua corrente ed energia elettrica in casa, ma possiedono anche frigo, tv e internet. Sono tutte comodità che un secolo fa non poteva permettersi neppure il leggendario miliardario Andrew Carnegie, semplicemente perché non erano state ancora inventate. A volte ci sembra che la tecnologia ci renda schiavi, ma su questo punto dovremmo ascoltare il parere dei giovani arabi o russi che si stanno rivoltando contro gli autoritarismi grazie a un maggiore accesso all informazione. Entro il 2020 altri tre miliardi di abitanti del pianeta si saranno aggregati alla nostra comunità di utenti di internet: è tutta «meta-intelligenza collettiva», secondo la definizione di Diamandis, ed è forse questa la materia prima che ci salverà. In parte il boom negli accessi all informazione è già incanalato verso gli usi più nobili. La Khan Academy, una delle tante iniziative nate grazie ai tecno-filantropi (un esercito sempre più numeroso di cui Bill Gates è solo il nome più noto), oggi viene consultata da due milioni di studenti ogni mese, per l apprendimento accademico a distanza. Nella biblioteca digitale della Khan Academy ci sono video didattici su materie che spaziano dall algebra alla biologia. Il settore della medicina individualizzata grazie allo sfruttamento delle informazioni genetiche non esisteva neppure un decennio fa; oggi cresce del quindici per cento all anno. Anche grazie a questi progressi medici, la popolazione degli ultracentenari sta raddoppiando ogni dieci anni. Sono questi i primi trisnonni che vedranno la loro progenie trasformata in «divinità dell antica Grecia»? CASH & GLORY Ovvero soldi e gloria, come Mark Zuckerberg Sono i due elementi che spronano le persone a competere per risolvere un problema. È questo il quarto pilastro

12 40 I sapori A la carte I numeri dell import sono ancora piuttosto bassi. Ma ormai la curiosità verso altri pianeti dell enologia si fa sempre più forte anche in un Paese, il nostro, ad alto tasso d orgoglio vinaiolo.lo conferma un Vinitaly 2012 particolarmente attento all estero E che partendo dal Cile arriva in Slovenia Stati Uniti La produzione per il 90 per cento si concentra in California A seguire, Oregon, Virginia e Washington Ormai naturalizzato americano lo Zinfandel Spagna Vanta la maggior superficie vitata del mondo, pur essendo al terzo posto per produzione Nella terra di Rioja, domina l affascinante Tempranillo LICIA GRANELLO Giro del mondo in dieci bottiglie Marocco Morbidi e avvolgenti, i rossi prodotti tra Fes e Meknès, nel medio Atlante, a partire dalle uve che più amano il Mediterraneo: Grenache, Alicante e Syrah Sudafrica Quasi cinquemila, i vignaioli che coltivano soprattutto Chenin Blanc (il locale Steen) e Pinotage (incrocio di Pinot Nero e Cinsaut) Raffinati i Sauvignon Blanc Aqualcuno piace straniero. Nessun razzismo enologico al contrario, per carità: semplicemente la possibilità di bere questo e quello vini italiani e del mondo a seconda dei momenti e delle voglie. Una curiosità che non ha mai rischiato di trasformarsi in epidemia, se è vero che a fronte degli oltre quattro miliardi di euro provenienti dall export, le importazioni sfiorano appena quota duecentocinquanta milioni. Ma i numeri non ingannino. La curiosità per il vino degli altri si dilata insieme all espandersi della cultura enologica, che si traduce in viaggi e assaggi, corsi e libri, abbinamenti gastronomici e nuovi sbocchi professionali. Una tendenza che la prossima edizione del Vinitaly, in programma dal 25 al 28 marzo, certifica nel numero crescente degli espositori esteri presenti, in rappresentanza di oltre venti nazioni. Certo, la crisi economica ha inciso non poco sulle importazioni, facendo virare le scelte vinicole dei consumatori in chiave autarchica. Sarà che il vino ci appartiene come forse solo l olio, per una questione di Dna enogastronomico. Non si spiegherebbe altrimenti la facilità con cui continuiamo a comprare alimenti altrettanto importanti e quotidiani come la carne, senza tener minimamente conto della sua provenienza (con percentuali che sfiorano il cinquanta per cento di approvvigionamenti extra Italia). Tradire le nostre vigne è fastidioso: mangiare la bistecca europea, perfino quella extracomunitaria, ci affligge meno che acquistare del vino australiano o sloveno. Almeno nella percezione quotidiana. Perché quando la cena esce dalla routine casalinga e diventa occasione sociale, le cose cambiano, come si scopre scorrendo gli ultimi dati arrivo dalla Francia. Non conosce soste, infatti, l in- Vini I deglialtri cremento delle importazioni di Champagne in Italia: quasi il sette per cento in più rispetto all ultimo anno, per un totale di quasi otto milioni di bottiglie, oltre la metà del valore totale delle importazioni. Bollicine e non solo: dal punto di vista enologico la Francia batte tutti in tema di esportazioni nel nostro Paese, grazie ai suoi super rossi, ai bianchi seducenti e al muffato più famoso del mondo (il Sauternes). Eppure, diventando consumatori adulti, stiamo imparando a cercare il piacere vinario anche lontano dalle sicurezze di Bordeaux e Borgogna. Se negli anni scorsi la curiosità spingeva gli enocultori verso produzioni assai lontane dalla nostra geografia vinicola California, Australia, Sudamerica oggi la passione attraversa le terre carsiche per dirigersi in terra slovena, dove un mix inusuale di viticoltura d antan e saperi avanzati ha trasformato le ruvidezze dei vini naturali fermentazioni in anfora, vinificazioni lentissime, niente solforosa aggiunta in bottiglie di struggente fascinazione, che Gino Veronelli avrebbe amato moltissimo. Se avete in programma una gita in zona veronese nei giorni del Vinitaly che non a caso da quest anno ospita una sezione dedicata ai vini senza chimica spingetevi a pochi chilometri dal balcone di Giulietta, regalandovi una visita alla manifestazione Vini veri, che si svolgerà nello stesso weekend in quel di Cerea. Obbligatorio aggregare all equipaggio un amico astemio. Cile Produttore di vini da mezzo millennio, preservato dal flagello della fillossera, è in costante ascesa di produzione, grazie al vellutato Cabernet Sauvignon Argentina Vigneti ai piedi delle Ande, nella zona di Mendoza dove il microclima risulta perfetto per esaltare il vitigno Malbec, uva principe della campagna bordolese

13 41 Francia Terra madre dei vini più prestigiosi del mondo, senza soluzione di continuità da Bordeaux alla Borgogna Ma il francese più amato in Italia resta lo Champagne Slovenia Al di là del muscoloso Refosco locale (Teran), questa è terra di bianchi, dal Moscato giallo alla Malvasia, spesso vinificati con i crismi della biodinamica Germania La viticoltura, modulata dalle temperature rigide, si esprime al meglio nei magnifici bianchi, eleganti e longevi Menzione d onore per gli sciropposi eiswein Gli indirizzi DOVE DORMIRE CA MADDALENA Località Pigno 2 Villafranca di Tel Camera doppia 62 euro, colazione inclusa HOTEL SAN POLO Via di Sant Antonio 6 Tel Camera doppia 90 euro, colazione inclusa HOTEL GIBERTI Via Gian Matteo Giberti 7 Tel Camera doppia 125 euro, colazione inclusa RESIDENCE SAN ZENO Via Antonio Rosmini 15 Tel Camera doppia 90 euro, colazione inclusa HOTEL VERONESI LA TORRE Via Monte Baldo 22 Dossobuono di Villafranca di Tel Camera doppia 135 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE I TIGLI PIZZERIA GOURMAND Via Camporosolo 11 San Bonifacio (Vr) Tel Chiuso mercoledì, menù da 10 euro ANTICA OSTERIA LE PIERE Via Nicolini 43 Tel Chiuso mercoledì, menù da 25 euro AL CÒVOLO Piazza Vittorio Emanuele 2 S. Ambrogio di Valpolicella (Vr) Tel Chiuso martedì, menù da 30 euro Sulla strada In Georgia, cercando l anfora perduta ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA ALLA RUOTA Via Proale 6 Negrar (Vr) Tel Chiuso lunedì e martedì, menù da 32 euro AL CAPITAN DELLA CITTADELLA Piazza Cittadella 7A Tel Chiuso domenica e lunedì a pranzo, menù da 35 euro DOVE COMPRARE CARLO PETRINI Dire che la Georgia è un Paese emergente in fatto di vino, perché sta cominciando a riscuotere l interesse dei mercati, non fa giustizia a una storia millenaria: è il più antico luogo di domesticazione della vite, qui si può dire che il vino sia stato inventato. La Georgia per anni è stato anche il polmone vinicolo dell Unione Sovietica, con un agricoltura ricca e ben remunerata, che poi è diventata industria abbandonando le proprie antiche tradizioni. Una volta che l Urss si è dissolta, la viticoltura è entrata in crisi, anche per via delle guerre con l ex madre patria. E la tradizione della vinificazione in anfora (kvevri nella lingua locale) è in via di estinzione. Ora però alcuni vignaioli si stanno opponendo a questo destino, come nelle aree di Kakheti (la zona storica dell enologia georgiana) e di Imereti. Gli studiosi di ampelografia ci dicono che proprio qui in Georgia sopravvivono ancora una moltitudine incredibile di vitigni autoctoni, dai nomi impronunciabili, e tra questi i più importati sono tra i bianchi il rkatsiteli e il mtsvane, tra i rossi sicuramente il saperavi. Le anfore, che qui sono onnipresenti, vengono interrate nel giardino delle case e, per creare un riparo, si costruiscono sopra di queste delle tettoie. Cinque di questi produttori fanno parte della rete di Terra Madre. Dal 2009 è nato anche il Presidio Slow Food del vino in anfora georgiano, appoggiato dall associazione italiana Autoctuve. Ma in questi ultimi anni in Georgia si sta assistendo anche a un altro fenomeno curioso: enologi e vignaioli di grande fama, italiani e francesi, stanno contribuendo alla rinascita dell enologia tradizionale georgiana, e si stanno affermando alcuni viticoltori locali in grado di produrre ottimi vini biodinamici in anfora. Il sapore e il gusto di questi prodotti hanno la forza di risvegliare in noi memorie lontane, probabilmente perdute. Australia Chardonnay e Shiraz (Syrah) dominano la viticoltura, che è concentrata nella parte meridionale Picchi di alta qualità in Barossa Valley e Adelaide Hills PANIFICIO CAPRINI (con annessa trattoria) Via Zanotti 9 Negrar (Vr) Tel ENOTECA DAL ZOVO Viale della Repubblica 12 Tel ZENO GELATO & CIOCCOLATO Piazza San Zeno 12A Tel ANTICA SALUMERIA ALBERTINI Corso Sant Anastasia 41 Tel COOPERATIVA AGRICOLA CA VERDE Località Ca Verde S. Ambrogio di Valpolicella (Vr) Tel

14 42 L incontro Splendide quarantenni Giorgia La ragazzina prodigio della canzone italiana che il padre portava in giro per concerti è cresciuta. Oggi, con vent anni di carriera alle spalle, un figlio e un nuovo tour appena partito per l Italia, è una donna che vuole vivere ogni emozione consapevolmente Rimpiango solo di aver perso così tanto tempo per la paura di sbagliare, senza godermi le cose belle della vita ERNESTO ASSANTE ROMA Era la ragazzina prodigio della canzone italiana. Oggi è una donna. Tra un po potrebbe addirittura meritare il classico appellativo di signora della canzone italiana. Del resto, con vent anni di carriera alle spalle, Giorgia (che in questi giorni è in tour per i palasport italiani, ieri era ad Ancona, poi volerà in Sicilia) non dovrebbe far altro che raccogliere tutto quello che ha seminato e affermare, una volta per tutte, il suo ruolo nella scena nazionale. «Mi sento molto diversa da vent anni fa, da allora tutto è cambiato. Ma penso di essermelo guadagnato». Cresciuta lo è davvero, sia in termini professionali, controllando con maggiore precisione e mestiere una vocalità naturale e straordinaria al tempo stesso, sia in termini personali, passando attraverso dolori (la scomparsa di Alex Baroni) e gioie (diventando mamma), cambiando di molto la sua vita privata. «Il fatto che io oggi mi senta donna non dipende però dall essere diventata madre», tiene a sottolineare. «Essere donna vuol dire molte altre cose, implica una certa dose di maturità, un modo diverso di guardare le cose. Io sono sempre stata un maschiaccio, e se mi guardo in faccia non mi sento poi così tanto diversa. Ma in realtà lo sono. Sono una donna che ama la musica, da ascoltatrice oltre che da cantante. Oggi la amo in una maniera più profonda perché in essa cerco delle risposte, cerco qualcosa in più della semplice emozione, del divertimento». La musica del resto è stata il motore di tutta la sua esistenza, da quando ragazzina saliva sul palco con il padre Giulio Todrani e la sua band. Giorgia ha sempre vissuto in mezzo alla musica e con quella si è costruita la sua idea del mondo, degli altri, di sé. La musica l ha aiutata e protetta, l ha fatta maturare e cambiare. «E sono cambiata così tanto che, nonostante mi senta una persona coraggiosa, questo tempo della mia vita mi spaventa moltissimo. Perché se da una parte ho una consapevolezza che prima non c era, come è giusto che sia per una donna adulta, ho però anche una parte maledetta, da ragazzina, che non vuole scomparire e non si rassegna al fatto che non sono più così. Perché negare che mi mancano quelle giornate senza orari, da privilegiata, da bohémien? Insomma, non è più tempo di fare un bagno con le candele tutte accese attorno alla vasca, adesso ti viene il senso di colpa che consumi l acqua. Ma la vita ha questa magica qualità che ti spinge in avanti e fa in modo che tu non ti uccida ogni volta che vorresti». Giorgia è allegra, solare, raggiante, vitale. Ma non sempre tutto quello che si vede corrisponde alla realtà. «Sono molto più contorta, sono piena di grovigli, di nodi, ho una parte di me che vive di malinconia e nostalgia. Però, anche questo cambia crescendo. L aumentare dell età ti porta a dire è andata, è fatta, e la parte malinconica conta sempre di meno. Prima mi deprimevo facilmente, ora non è più così. Ero schiava di ogni tipo di emozione, oggi invece riesco a gestirmi meglio. Non voglio farmi travolgere da tutto, ma vivere ogni emozione consapevolmente. E in questo, è vero, la maternità ti aiuta a mettere tutto in una prospettiva diversa: prima mi capitava di avere degli attacchi di panico, ma con mio figlio è tutto ridotto a problemi più pratici, a non far bruciare l arrosto nel forno, per esempio». La ragazzina di ieri oggi è prima di tutto una mamma. «Non è facile far convivere le due cose, maternità e lavoro, perché le donne devono sempre fare di più e meglio degli altri. La vita cambia totalmente: prima il lavoro prendeva tutto il tempo, adesso il tempo è limitato e questo non è necessariamente un male. Devo concentrare il lavoro in momenti determinati e in quei momenti ci sto con tutta me stessa, perché il resto del tempo è completamente assorbito dalla realtà familiare. Ti leva qualcosa? No ti dà, perché ti concentri e non perdi tempo a farti le classiche masturbazioni mentali su cosa fare, come fare. Sai quello che devi fare e lo fai». Due decenni di canzoni, di musica, di concerti, di sogni. C è spazio per qualche rimpianto? «Rimpianti? Sì, per tutto quello che, pensandoci troppo su, non mi sono goduta, uno spreco grandissimo. Sei lì e perdi tempo ad avere paura di sbagliare, a pensare che non sarai mai amata, che perderai qualcosa, mentre invece il dovere di una persona creativa è di trovare il centro di sé per dare quello che si aspettano da te e non altro. Poi diventi grande e le cose cambiano. Ma è una conquista, e io ancora combatto perché la Dovremmo fare una scuola per imparare a cambiare Se sei sempre uguale c è qualcosa che non va FOTO ANSA paura si mangia l esperienza». Giorgia oggi non è disposta più a sbagliare, a non godere del suo successo e della sua musica. La prova? Le quattro sigle di chiusura che ha cantato, qualche mese fa, a Il più grande spettacolo dopo il weekend di Fiorello, quando milioni di persone l hanno vista confrontarsi con le grandi della nostra canzone e del nostro immaginario: «Un esperienza fantastica», dice lei, «cantare Mina è una responsabilità, la Vanoni non l avevo mai cantata, le prime due sigle me le sono fatte con un carico di ansia, ma sentivo che stavo facendo una cosa grande e importante. Non ringrazierò mai abbastanza Fiorello per avermi dato questa opportunità che non avevo previsto. Ho avuto modo di cantare una canzone in tv ed emozionarmi: quello che mi piace fare. Ne farò tesoro, è l essenza del mio lavoro, voglio continuare ad andare in quella direzione». Sembra incredibile, ma anche per un artista come Giorgia, posseduta dal canto, la musica può non essere più semplicemente emozione? «Sì, incredibile a dirsi, ma ho vissuto una fase strana, non riuscivo più a sentire le canzoni, ero diventata inutilmente perfezionista, notavo tutto, mi attorcigliavo attorno ai particolari. Ora va meglio, mi sono riappropriata dei sentimenti e delle emozioni. Sono meno insicura. L insicurezza me la porto dietro dall infanzia. Ogni volta che salgo sul palco o devo cantare per me è sempre come la prima volta. E se va bene penso è andata ma domani che succederà?. Lo so, è una forma di pensiero malata, ma è dovuta al fatto che devi riempire un vuoto che nessun altro ti può riempire. È ovvio che l affetto del pubblico aiuta, è grande, è meraviglioso, ti arriva, ti sostiene, ma l autoconsapevolezza non te la dà nessuno, in ogni piccola cosa te la devi sudare e quello che hai dentro te lo porti dietro anche sul palco. Ora non è più così, i primi concerti di questa nuova stagione me li sono goduti, non ho pensato a nulla, era come quando da ragazzina salivo sul palco del Classico, un piccolo club di Roma, ero felice e cantavo». E, infatti, Giorgia oggi è una cantante molto più matura e consapevole, più libera e felice. Lo si sente da come affronta le melodie, da come si è liberata di molti inutili gorgheggi e sia entrata di più nel cuore delle melodie: «Adesso canto con la stessa tensione di prima ma con più gusto, improvviso se mi sembra giusto di farlo, se cambio le note di una canzone è perché mi piace, e se non le cambio vuol dire che non vanno cambiate. È il cuore a cantare, prima del cervello». C è una canzone che la rappresenta bene oggi? «Una sola canzone? Difficile. Ma potrebbe essere E poi. Racchiude l essenza del mio inizio, la mia prima grande esperienza. Ha una melodia che continua a piacermi, un vissuto, un intensità straordinaria. E poi ha possibilità musicali infinite, la posso cantare rock, jazz, soul, veloce o lenta, la melodia vince sempre. È il primo testo vero che ho scritto. Anche se oggi penso che una ragazza di ventidue anni non può scrivere e poi sarà come morire...». Già, l amore. È quello che viene sempre cantato. Ma che, quando si tratta di viverlo davvero, è sempre diverso da come lo si immagina. «È vero, ma anche l amore per me è molto più leggero di prima. Avevo un idea sbagliata, modello Candy Candy, una roba tutta sacrificio, sofferenza, perdita. Era gelosia, possesso, paura di essere abbandonata. Invece no, deve essere leggero, uno stato interiore che è sempre sotto a tutto quello che fai. Non è che ti alzi la mattina e ami: l amore si impara, perdonando se stessi oltre che gli altri, accettandoti. S impara con l esercizio, dovremmo fare una scuola per imparare ad amare. E per cambiare. La vita deve essere trasformazione. Se sei sempre uguale c è qualcosa che non va». Repubblica Nazionale

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