Kode9. Tim Hecker. & the Spaceape. black sun of dubstep. Basile Benvegnù Parente. Cantautorato Rock. Cathedral Electronic Music. Pearls Before Swine

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1 digital magazine aprile 2011 N.78 Pearls Before Swine Basile Benvegnù Parente Cantautorato Rock The Dodos Discodeine Frankie & the Heartstrings Stearica Mogwai Erland and the Carnival Tim Hecker Cathedral Electronic Music Kode9 & the Spaceape black sun of dubstep

2 p. 4 Turn On The Dodos, Discodeine, Frankie & the Heartstrings, Stearica p. 12 Tune IN Mogwai, Erland and the Carnival sentireascoltare.com p. 20 Drop Out Cesare Basile/Paolo Benvegnù/Marco Parente Kode9 Tim Hecker p. 50 Recensioni. p. 114 Rearview Mirror Pearls Before Swine p. 106 p. 108 p. 110 p. 122 p. 123 Rubriche Gimme some inches Reboot China Files Campi Magnetici Classic Album SentireAscoltare online music magazine Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05 Editore: Edoardo Bridda Direttore responsabile: Antonello Comunale Provider NGI S.p.A. Copyright 2009 Edoardo Bridda. Tutti i diritti riservati.la riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo, è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare Di r e t t o r e : Edoardo Bridda Direttore Responsabile: Antonello Comunale Uf f i c i o St a m p a : Teresa Greco Co o r d i n a m e n t o : Gaspare Caliri Progetto Grafico e Impaginazione : Nicolas Campagnari Re d a z i o n e : Andrea Simonetto, Antonello Comunale, Edoardo Bridda, Gabriele Marino, Gaspare Caliri, Nicolas Campagnari, Stefano Pifferi, Stefano Solventi, Teresa Greco St a f f : Marco Boscolo, Edoardo Bridda,, Luca Barachetti, Marco Braggion, Gabriele Marino, Stefano Pifferi, Stefano Solventi, Teresa Greco, Fabrizio Zampighi, Luca Barachetti, Andrea Napoli, Diego Ballani, Mauro Crocenzi, Fabrizio Zampighi, Giulia Cavaliere, Giancarlo Turra Co p e r t i n a: Aucan (foto di Giordano Garosio) Gu i d a s p i r i t u a l e : Adriano Trauber ( )

3 The Dodos Indie-rock in bianco e nero Quarto album per la coppia di coriacei folk singer. Sempre con quel suono inconfondibile e in continua ricerca. Qualche passo indietro per guarare avanti. Ne abbiamo parlato con Logan Kroeber Turn On La storia dei Dodos, già Dodo Bird ai tempi in cui Meric Long e Logan Kroeber si conobbero tramite un amico comune divenendo duo da progetto solista del primo, arriva in questi giorni al suo quarto capitolo. Il nuovo disco si chiama No Color e ci riconsegna il gruppo in ottima forma, ancora padrone del proprio caratteristico sound che al finger-picking del bravo Meric incrocia un suono indie-rock figlio dei migliori anni 90 e una sempre alta qualità del songwriting. Ma il buon risultato di questi nove brani pare anche merito di una serie di riflessioni: come se il duo di San Francisco, nel tirare avanti e sperimentare qualche inedita soluzione, si fosse anche guardato indietro e avesse recuperato solo quegli elementi che sembrava avessero funzionato meglio nei precedenti lavori. Scelte oculate che crediamo verranno ripagate, se non dalle classifiche di vendita, quantomeno da quelle di fine anno; e che ci è sembrato doveroso approfondire, in una veloce chiacchierata con un evidentemente impegnato Logan Kroeber. Iniziamo dal titolo dell album, qual è la filosofia dietro a No Color? Il titolo proviene da un discorso affrontato da me e Meric durante il mixaggio del disco. Personalmente vedo sempre determinati colori e immagini quando suoniamo certe canzoni, e mentre lavoravamo a queste nuove le immagini che ho visto erano tutte grigie e polverose. Questa percezione è cambiata un po adesso, un minimo di colore si sta intrufolando, ma in quel momento sembrava un buon modo per incapsulare i contenuti del disco. Nessuna filosofia, quindi, più che altro il frutto di un mio punto di vista. Dopo Time To Die avete voluto nuovamente John Askew come produttore del nuovo album. Come mai? Siete insoddisfatti di quel disco? In realtà lo stile di scrittura di Time To Die è il medesimo di questo nuovo disco, anzi penso e spero che in questo senso No Color aiuterà la gente a capire meglio Time To Die. Per cui non vogliamo prendere affatto le distanze da quel lavoro. Però è vero che c erano certi esperimenti in quel disco che non volevamo ripetere nel nuovo lavoro, come ad esempio suonare su una click track. Dove avete incontrato Neko Case, e quando avete deciso di collaborare per questo nuovo disco? Abbiamo conosciuto Neko Case andando in tour con i New Pornographers l estate scorsa. Ci siamo trovati molto bene sia con lei che con il resto del gruppo e durante le ultime date lei ha cantato sul palco con noi qualche volta. Così Meric ha pensato di chiederle se voleva cantare anche nel nostro disco, e per nostra fortuna è stata ben felice di accettare. E già il secondo colpo fortunato di Meric con le voci femminili, dopo Laura Gibson che cantava insieme a lui in alcune tracce di Visiter. Un altro importante elemento nel disco è la chitarra elettrica. Avete dichiarato di essere stati influenzati dai riff di certi dischi degli anni 90, come quelli degli Smashing Pumpkins. Sì, lo confermo. In realtà credo che queste influenze siano da sempre nella testa di Meric, perchè ha sempre ascoltato gli Smashing Pumpkins e ha sempre amato il tipo di crescita che ha avuto quel gruppo; però questa volta, a differenza del passato, abbiamo avuto il tempo e la pazienza di ritagliare qualcosa in più da quell approccio e inserirlo nel nostro lavoro. Il vostro stile è sempre riconoscibile, ma il suono è più epico stavolta. Siete in cerca di un profilo più alto? Ti dirò, abbiamo sempre mirato a un suono epico, fin dal primo giorno, ma a giudicare dai nostri live attuali direi che non siamo pronti per grossi palchi rock come quelli degli Arcade Fire. In parole semplici: non abbiamo abbastanza pubblico! Detto questo non siamo assolutamente refrattari a un profilo più alto : se arriva, sarà il benvenuto. Ciò che ho apprezzato di più nel disco è il contrasto apparente tra la musica, profondamente energica, e i testi, profondamente malinconici, Sembra che vogliate divertirvi e reagire ai momenti tristi che descrivete, come una sorta di esorcismo. Non scrivendo i testi in prima persona non posso risponderti con estrema certezza; posso dirti però che concordo in pieno sulla tua sensazione. Mentre scriviamo la musica io per primo sono eccitato perchè le energie e le melodie mi sembrano così esaltanti, poi invece sento i testi e sono così tristi! Ma se ci pensi in fondo la vita stessa è così, di tanto in tanto siamo costretti a metterne a confronto i lati negativi e quelli positivi. Simone Madrau 4 5

4 Discodeine Haunted 2011 Funk Assuefazioni alternative a Ed Banger e Kitsuné. Dalla Dirty arriva la disco di sintesi dei francesissimi Discodeine Turn On Pentile e Pilooski sono due personaggi del giro french-touch con una carriera di tutto rispetto, codificata per i circoli più fumosi e improbabili della capitale francese. Il loro percorso artistico li ha già portati a bazzicare le stanze di personaggi e manager culto del genere dancey gallico. Oggi approdano al disco sulla lunga distanza, già anticipato da vari singoli, che hanno fatto sentire aria di nuovo quando si sono presentati in studio personaggi del calibro di Jarvis Cocker, che presta la voce in Synchronize (stampato l anno scorso su DFA), e Mathias Aguayo in Singular (su Dark & Lovely, l etichetta del collettivo Dirty, cui fanno parte gli stessi P & P, che li ha lanciati nel 2008 con il singolo dance Joystick). Chi sono in realtà le nuove leve dell alt-dance french? Andando a cercare in qua e in là, si scopre di come l eterogeneità dell esordio non sia casuale. Il risultato è una foto onirica di mondi che collidono e che danno origine ad un ibrido che anche dopo numerosi ascolti non stanca, anzi, cresce e con orgoglio tipicamente gallico si fa sinuoso, sexy e personalissimo. Due che hanno trovato la loro voce. Pe n t i l e Pentile - al secolo Benjamin Morando - all inizio della sua carriera, cioè nel lontano 2001, ha stampato sulla patinatissima etichetta di Benjamin Diamond un singolo di house sciccosa (Single Bell) che i fan di quei suoni sicuramente ricorderanno: in quegli anni la Diamond Traxx odorava infatti del successo con cui gli Stardust avevano sbancato le piste di mezzo mondo e che nel giro di pochi mesi avrebbe fatto cambiare la testa di Thomas Bangalter, consegnandogli su un piatto d argento l atmosfera pop per l elaborazione di un mostro del calibro di Discovery. Benjamin ha fatto inoltre parte del duo France Copland con Krikor Kouchian. La collaborazione con il musicista elettronico alt-touch inizia nel 2002 e vede l elaborazione di uno strano ghettotech influenzato dal suono di Detroit (da parte di Pentile) e dalle sperimentazioni del cervellotico istituto IRCAM (la patria accademica dei musicisti elettronici francesi, invocata dal pazzoide Krikor). I due danno alle stampe due EP oggi introvabili: Pute Et Mac EP (con una grande rivisitazione di Vangelis nell electro progressiva a 8 bit di Rutgerhauer Song) e The Great French Institution. Per chiudere la veloce carrellata dei progetti ante- Discodeine, Pentile collabora tuttora con Suzanne Thoma al gruppo Octet, che ha stampato nel 2004 l album Cash And Carry Songs (sempre su Diamond Traxx) e che nel 2005 ha pure remixato il singolo di Beck Girl. I due (inizialmente accompagnati anche da Francois Goujon) propongono un pop che ricorda le visioni dei Broadcast tagliate con arrangiamenti orchestrali à la Badalamenti, il tutto condito da una sensibilità affine agli Everything But The Girl, soprattutto per la somiglianza della voce di Suzanne con quella di Tracey Thorn. Attualmente il progetto è in stand by, ma da voci di corridoio dovrebbe essere pronto a breve un secondo album. Pi l o o s k i Anche Pilooski aka Cédric Marszewski conosce bene gli studi della Diamond Traxx. In passato ha utilizzato i moniker di Eddyee s Time e C. Denner, due strade alternative che gli hanno permesso di esplorare territori hip hop, funk (vedi il singolo su Diamond Traxx Can t There Be Love del 2006), jazz o new wave, sempre con il piglio ritmico in testa, dato che suona beats dall età di 14 anni. La sua è la mano del remixatore e dell archeologo: l uomo è famoso infatti per numerosi re-edit di vecchi successi anni sessanta, tagliati e cuciti per l orecchio contemporano (tra gli altri sono passati sotto le sue mani di forbice i Can, Morricone e gli Yello) e pubblicati in limitatissimi singoli su Dirty nella serie degli Edits. Ultimamente ha suonato anche al festival Nuit Sonores di Lyone, connettendosi guardacaso alla sensibilità di un altra meteora dance off-paris: Sébastien Devaud, in arte Agoria. Discodeine Sia Pilooski che Pertile fanno parte - con Clovis Goux e Guillaume Sorge - del progetto collettivo/label Dirty Sound System. Goux e Sorge sono due dei più famosi selezionatori musicali della capitale francese. Dalla fine degli anni Novanta la coppia di talent scout cerca nuove voci e idee in giro per i club più in di Parigi: in breve tempo sono diventati un punto di riferimento grazie anche al loro visitatissimo blog Alain Finkiel Krautrock, pozzo senza fondo per nuove direzioni del suono da club all ombra della torre Eiffel, raccolte saltuariamente nelle compilation di culto Dirty Diamonds (ovviamente oggi tutte in sold out). In un intervista velocissima - quasi uno scambio in chat - chiediamo ai due se si sentono di appartenere al french touch: a parte essere francesi non sentiamo nessuna connessione con quel suono. Qualcosa c è comunque, dato che i due vivono a Parigi. Tra gli artisti più vicini alla loro estetica riconoscono esserci Joakim, Tigersushi e Versatile, mentre non sembrano essere molto legati alla Ed Banger di Busy P, confessando pure che la scena di Parigi rimane arroccata su posizioni di chiusura incomprensibili, tanto che nemmeno al suono Daft Punk sembrano dedicare molto spazio. Ci dicono infatti che non tutti i lavori dei due robot li aggradano... spocchia? Ma no, i due alla fine percorrono un sentiero dreamy, che più che connettersi a Guy-Man e Thomas sembra guardare alle strade della psichedelia. Se gli chiediamo di definire il loro suono ci rispondono: Haunted 2011 Funk. Se gli chiediamo quali sono i loro produttori preferiti rispondono: Anthony Shakir, DJ Koze, Errorsmith, Zongamin, Caribou e Maurice Fulton. Se gli chiediamo quali sono i loro progetti futuri ci rivelano che stanno già iniziando a registrare un secondo album e che stanno ultimando il live. Due che hanno esordito su Dark & Lovely con un 12 in stile 100% disco (le tracce erano Joystick e Homo-compatible), oggi sono la punta di diamante della Dirty e possono vantare remix delle loro tracce di Simian Mobile Disco e Ivan Smagghe. Dirty è la prima concorrente di Ed Banger e Kitsuné. Si fa presto a diventare dipendenti dalla codeina... basta aggiungerci la disco. Marco Braggion 6 7

5 Frankie & The Heartstrings No Redemption Rockabilly filtrato giovane Scozia, Postcard sound e tanto amore per Morrisey. Frankie Francis ci racconta i suoi Heartstrings e la sa più lunga di quel che non sembrerebbe... Turn On Dietro l angolo c è la tentazione di scivolare in uno dei grandi luoghi comuni della musica britannica di tutto il Novecento, una di quelle dicotomia che hanno fatto la storia stessa del pop della terra d Albione: il Nord dell Inghilterra e la Scozia versus Londra, la swinging, la fashionable, la città nella quale le mode stesse, le tendenze (e si sa quanto contano i trend nella musica pop) vengono create. Frankie & The Hearstrings vengono da uno di quei luoghi di provincia, Sunderland, che ha sempre - necessariamente - subito il fascino della metropoli, della grande città, ma ha contemporaneamente voluto affermare orgogliosamente la propria identità. Lo ricorda anche lo stesso Frankie Francis, raggiunto al telefono per quattro chiacchiere: veniamo da una delle città meno trendy, meno fashionable dell Inghilterra, mentre a Londra le cose stanno su un piano diverso, perché ci sono un sacco di persone, moltissimi posti dove c è ogni sera un concerto, un reading, qualcosa che accade. La metropoli può essere un eldorado per mettere in prospettiva le proprie aspirazioni e per qualcuno, e la storia è piena di esempi in questo senso, può essere anche la fine di un percorso, perché se c è molto fermento, aumenta anche la competizione. Non così se accetti al provincia e ne fai il tuo trampolino di lancio: da dove veniamo noi, invece, le cose sono più facili. Non è detto che questo sia per forza un bene, perché bisogna darsi molto da fare, costruirsi una credibilità a livello locale, magari affrontando le diffidenze di chi ti conosce da sempre e mostra tutti i suoi scetticismi. Ma se la qualità delle tue canzoni e la stoffa che sta dietro a quello che è comunque un prodotto commerciale (si parla pur sempre di pop music, intendendo musica per le masse, non certo per colte élite salottiere) non la stessa di tutti i gruppi che cercano il loro raggio di luce, allora le cose possono funzionare. Non si tratta, però, solo di questo, perché per noi è sempre importante ricordarci da dove veniamo, qual è il nostro posto, dove sono le nostre radici. Ritorna, misto a un sentimento di appartenenza di altri tempi, anche un orgoglio, lo stesso che ha dato forza a molti gruppi targati Postcard e suono della giovane Scozia. Al di là del solito riferimento a gruppi come gli Orange Juice e Josef K (ma ci sarebbe da aggiungere almeno i Dexys Midnight Runners), un nome che ritorna spesso sulle colonne dalla stampa quando si parla di Frankie Francis e dei suoi Heartstrings è Morissey. Un po perché sembra che sul palco, come afferma chi li ha visti live durante il fortunato tour di spalla ai Futureheads (altra band del nordest inglese), il giovane cantante dal look rockabilly sia capace di calamitare con il proprio carisma qualsiasi tipo di pubblico, facendo sembrare ogni gig un evento unico e speciale. Un po perché i riferimenti alla musica anni Cinquanta (crooning compreso), con quelle chitarre jingle-jangle e quelle melodie blue eyed soul appiccicose e spesso sbarazzine, fanno del materiale di Hunger una delle migliori scuse in circolazione per muover i piedi e le anche a ritmo, come accadeva per gli Smiths. Morrisey è sempre un paragone che lusinga, che fa piacere. Soprattutto se sei un fan, se ti piace quello che ha realizzato con la sua band. Nella voce di Frankie, però, nonostante la sicurezza che ostenta per tutto il resto delle nostre chiacchiere, qui compare qualche esitazione, quasi che comunque il pensiero di mettersi nella stessa scia, di affrontare l ombra di colui che è sicuramente stato una delle ultime vere star prodotte nel Regno Unito abbia un peso superiore a tutte le preoccupazioni che una band all esordio, per quanto coccolata dalla stampa e dalla blogosfera, possa avere. I riferimenti musicali dichiarati della band non si fermano qui, ma comprendono anche Prefab Sprout (sono un band molto importante, specialmente per gente come noi, che viene dalla provincia. Secondo me hanno prodotto tra le cose più belle nel pop di tutta la storia della musica pop), Echo And The Bunnymen e Talking Heads: durante le chiacchiere da pub che abbiamo fatto quando ci siamo conosciuti abbiamo scoperto che sono due band che piacciono a tutti noi. È anche per questo che abbiamo deciso di formare la band. A proposito dei primi bisogna dire che di Killing Moon c è più di una traccia nei brani meno energetici di Hunger e che il crooning di Frankie devo qualcosa a Ian McCulloch. Con i secondi è più difficile individuare eredità dirette, ma di sicuro li accomuna un nervosismo generale e tutto sommato il giro di chitarra di Ungreatful non è così lontano dalle abitudini di Byrne e sodali. Con la band newyorkese, però, sembrano più che altro condividere un interesse sociale non secondario, testimoniato anche dalla scelta di usare per tutte le cover di album e singoli foto di Keith Pattinson, il cui libro No Redemption è una documentazione attentissima del famoso sciopero dei minatori britannici del Le sue foto, seppur non nello stile, evocano però lo stesso immaginario da working class e da provincia di una copertina come Steve McQueen dei Prefab Sprout. Insomma, si guarda a certe sottotrame degli 80s, quelle che rileggono i 50s edulcorandoli e cromandoli, e lasciando da parte slanci lisergici o (retro) futuristi. L attività live nel nordest del paese deve avere cementato fortemente la band e quando si parla dell importanza della dimensione live, emerge un po di quello spirito sbruffone ma simpatico che spesso si riscontra nelle giovani band con quell aria cazzuta che il mondo anglosassone ha sempre prodotto. Il palco è una dimensione importante per la musica, ma non si tratta solo del piacere di suonare insieme. I live set permettono un contatto diretto con l energia della gente che ti viene a sentire e, in quelle situazioni, mi sento molto a mio agio, ho fiducia nelle mie capacità e in quelle della band: la fiducia nelle tue capacità, nelle tue canzoni, nei tuoi mezzi. È una forza che bisogna avere se vuoi provare la strada del pop, se vuoi davvero provare a diventare una sensation e poi, chissà, inseguire Morissey sulla strada della celebrità. Questo lo dirà solo il tempo. Marco Boscolo 8 9

6 Stearica Stearica invade il mondo Frantumano stili e codici tra elettricità ed elettronica. Italiani per provenienza, ma internazionali per ambizioni e riferimenti ci parlano della propria weltanschauung Turn On Sono italiani, ma non sembra. Non che abbiano particolari tratti somatici o nomi strani. I torinesi Francesco Carlucci (chitarre, basso, farfisa, piano, vibrafono, loops), Davide Compagnoni (batteria, piano, marimba, loops) e Luca Paiardi (basso, piano elettrico, synth), nome in codice Stearica, hanno dimostrato sin dai primi e ormai remoti passi di sentirsi stretti addosso i confini nazionali. A giudicare da etichette e partnership, collaborazioni e ospitate varie nel corso dei dieci anni e più di vita del progetto, il respiro internazionale è più che giustificato. Se Dälek, Octopus e Amy Denio, tanto per fare dei nomi, partecipavano al loro primo album Oltre, il comeback Stearica Invade AMT vede addirittura gli psycho-rockers capitanati da Kawabata Makoto pronti a dividere palchi (il tour europeo di più di 30 date) e sessioni di registrazione in modalità impro per un album a n mani. Una stima guadagnata sul campo, senza fossilizzarsi su confini o limiti, nè di genere nè tant meno geografici come ci ricorda Francesco: Facciamo musica dal 97 e non appena abbiamo sentito l esigenza di farci ascoltare, siamo partiti senza bussola o geografia. I confini stanno spesso solo nella mente, specie se ad appena un centinaio dalla tua città si parlano lingue diverse. Così abbiamo spedito subito le prime registrazioni ovunque capitasse, infatti pensa che una delle nostre prime uscite è stata alla volta dei Paesi Baltici! L intensa attività on stage non solo ha rodato il progetto nel corso degli anni ma ha significato anche stringere una serie di contatti umani prima che professionali: Riguardo ai musicisti che citavi, sono tutti amici conosciuti in tour, collaborazioni nate dopo aver condiviso lo stesso palco o dopo una cena consumata scherzando e trovando sintonia e umanità. Insomma gli ingredienti che riteniamo fondamentali per suonare insieme. Questo atteggiamento di completa apertura mentale si ripercuote sulle musiche del terzetto. Inclassificabili nel loro mélange a cavallo tra post-rock, sonorità 90s e psych dura che unisce muscoli a macchine, elettricità ad elettronica (Il nostro suono è frutto di anni trascorsi suonando negli scantinati sino a notte fonda abbiamo imparato a suonare con una moltitudine di strumenti acustici, elettrici o elettronici), esse hanno un pregio raro di questi tempi: il potersi dire realmente personali. A me piace questa componente personale, prosegue Francesco. Non siamo fan dei modelli preconfezionati, ma in Italia si cerca la tranquillità di ascolti rassicuranti. Non dico che chiunque sperimenti sia un eroe, ma sicuramente apprezzo di più chi ci prova ed è curioso, rispetto a chi, invece, è idolatrato riproponendo noiosamente sempre la solita minestra rancida. La curiosità e la voglia di sperimentare seppur sempre in ambiti rock non mancano ai tre. Oltre, disco d esordio tutt altro che acerbo, li vedeva muoversi onnivori tra distorsioni e chiaroscuri emozionali, visionarietà e leggerezza rievocando più che un suono, un immaginario collettivo. Quello della natale Torino, città dalle mille sfaccettature, esoterica e romantica, punk dentro e ricercata fuori. Il comeback Stearica Invade Acid Mothers Temple una unica session post ultimo concerto registrata all Ortosonico di Pavia in cui i sette del gruppo misto hanno invaso un pezzo di storia gli uni degli altri li mostra invece padroni della situazione, tanto che sembrerebbero loro ad aver preso il sopravvento sui più quotati colleghi. Segno di grossa personalità e stima da parte di Makoto & co.: La decisione comune di lasciare a me la produzione artistica ha inevitabilmente portato un accento sul nostro suono nonostante abbia cercato di mantenere lo spirito di quelle riprese. Ci saremmo aspettati che fosse Makoto ad occuparsi del mix e di realizzare il master, così come ha sempre fatto per qualunque lavoro degli AMT. Quella sera stessa, invece, nel corso della cena al termine delle registrazioni, mi ha proposto di produrre quel materiale. È stata la sua maniera per ringraziarci della splendida esperienza vissuta nel corso di quel lungo tour che stava appunto terminando con la registrazione della jam da cui è nato l album. Era chiaro che così facendo ci stava dando una grossa occasione e dal canto nostro siamo stati davvero onorati. La grossa occasione è stata colta al volo, se è vero che a breve parteciperanno per la seconda volta alla prestigiosa compilation di The Wire, The Wire Tapper (Warp Lag, il pezzo selezionato dal magazine inglese) dopo il primo lascito targato 2008 (Occhio, la prescelta all epoca). Poi i tre ritornerà nella sua dimensione ideale. A calcare i palchi di tutta Europa, compreso quello prestigioso del Primavera Sound. Vogliamo ancora parlare di rock italiano? Stefano Pifferi 10 11

7 Tu n e-in L hardcore non morirà mai ma tu sì, urlò il ragazzo dalla strada. Stuart Braithwaite in diretta dall Alcatraz ci racconta i Mogwai, Glasgow e il settimo album... Mogwai (Un)happy hardcore Testo: Simone Madrau Checchè si possa dire dei vari Slint, i Mogwai rimangono probabilmente il gruppo post-rock per eccellenza, quantomeno sul piano dei numeri. Ancora oggi la band di Glasgow è un caposaldo per tutti gli appassionati del genere, un nome in grado di catalizzare attenzioni e presenze sotto il palco anche dopo le ultime controverse uscite. La più recente di queste, Hardcore Will Never Die, But You Will è lo spunto per una chiacchierata con Stuart Braithwaite in persona, in una saletta riservata dell Alcatraz, in occasione della recente data milanese del gruppo. Il nostro fa il suo ingresso nella stanza già sorridente e visibilmente smanioso di dare il proprio meglio sul palco. A dispetto di un affabilità che non avremmo dato per scontata, non è facile ottenere risposte molto eloquenti; emerge però con chiarezza come quel giovane indie-rocker scozzese sia rimasto tale, nei modi oltre che nei fatti: consapevole magari dello status raggiunto dal suo gruppo ma ancora refrattario a qualsivoglia sensazionalismo e totalmente focalizzato sulla sua musica. I titoli dei vostri dischi hanno sempre delle storie curiose alle spalle. Riguardo a questo nuovo, so che il termine hardcore si riferisce alla happy hardcore: un genere che credevo passato di moda negli anni 90. Ma so anche che c è di mezzo un ragazzino di Glasgow... Hai ragione sulla happy hardcore e in realtà non sta tornando di moda neanche a Glasgow: eppure, soprattutto nelle fasce più giovani, c è chi è ancora assuefatto a questo genere che noi invece troviamo estremamente noioso. Nel caso specifico abbiamo sentito pronunciare questa frase dal ragazzino che hai citato. Voleva comprare dell alcol in un negozio ma il titolare si rifiutava di venderglielo, così lui gli ha urlato questa frase ed è scappato. Il suono di questa espressione ci ha colpito e da lì abbiamo estrapolato il titolo dell album. Per la registrazione e la pubblicazione di questo nuovo disco avete impiegato pochi mesi. Cosa mi dici circa la creazione delle nuove canzoni, ci è voluto molto tempo per comporle? Abbiamo lavorato ai demo delle nuove canzoni ciascuno per conto nostro, poi una volta incisi i demo delle singole parti li abbiamo provati tutti insieme e infine siamo entrati in studio a registrarli. Non abbiamo mai impiegato troppo tempo per lavorare su un nuovo disco. Quando decidiamo che è il momento di comporre nuovo materiale ci mettiamo all opera, e finchè il disco non è finito non ci concediamo alcuna pausa, anzi programmiamo ogni cosa in modo che niente intervenga nel mezzo: solo lavoro, lavoro, lavoro. Nonostante il fatto che siate tornati a farvi produrre da Paul Savage, l album suona molto diverso da Young Team. Suonate come un gruppo che va molto più dritto al sodo rispetto al passato. E hai ragione, infatti. Però ci tengo a dire che non è qualcosa di intenzionale: quando siamo in studio ci concentriamo semplicemente sulla realizzazione dei brani, ragionando molto poco su cosa vogliamo o su quanto vogliamo cambiare rispetto a questo o a quel disco. Anch io la penso come te, davvero, e come me credo tutto il gruppo: ma sono considerazioni a cui arriviamo solo una volta che riascoltiamo il materiale finito. Durante una carriera musicale così lunga, le vostre vite private sono sicuramente cambiate. Quanto del vostro vissuto influenza i vostri lavori? Bè ora ho 34 anni e dieci anni fa ne avevo 24. E una fascia di età in cui per forza di cose molti aspetti della tua vita cambiano. Questo però ha poco a che fare con i cambiamenti sul piano strettamente tecnico: se i dischi sono diversi, è ovviamente solo perchè abbiamo voluto sperimentare nuove strade. Una questione di testa, diciamo. E lo stesso dicasi, in realtà, anche sul piano dei contenuti: cerchiamo di emozionare chi ci ascolta ma durante il lavoro in studio non siamo emozionati, non dalle nostre esperienze personali almeno. Quando lavoriamo sulle canzoni cerchiamo di isolarci e pensare solo alla musica: probabilmente poi non ci riusciamo davvero del tutto ma posso assicurare che, se c è un condizionamento da parte del nostro vissuto, esso avviene a livello puramente inconscio. Rano Pano ha questa andatura che la rende la cosa più cantabile che abbiate mai composto. Un po la vostra Seven Nation Army. E una canzone piuttosto insolita per noi, con una me

8 lodia molto forte di cui siamo effettivamente molto soddisfatti. Piuttosto antemica, è vero. Anche se non riesco a immaginare migliaia di persone che la cantano in coro. Non che mi dispiacerebbe, anzi, ma quella melodia in crescendo mi fa venire in mente qualcosa di più epico e solitario, alla Ennio Morricone per intenderci. Un autore che inevitabilmente amiamo. Mexican Grand Prix è di fatto una canzone. Qualcuno la paragona ai Neu, qualcun altro agli Stereolab, nessuno ai Mogwai. In effetti è un altro brano lontano dai nostri standard. John (Cummings, altra chitarra dei Mogwai) ha riversato lì tutta la sua passione per il kraut-rock, certamente, e in particolare per i Kraftwerk e i Neu. Le parti di batteria invece le dobbiamo ai Suicide, un altro dei nostri gruppi preferiti. Ma a parte questo abbiamo cercato di personalizzare il brano, soprattutto con l implemento della voce, successivo alla versione che avevamo sul demo. Ha reso tutto più imponente. Siamo felici del risultato. In You re Lionel Richie c è un recitato in italiano. Da dove arriva? E opera di Dr Kiko, un dj italiano che è anche nostro amico di vecchia data. Avevamo registrato queste parti vocali che fanno da intro a George Square Thatcher Death Party in gaelico, giapponese, italiano e francese. Kiko aveva fatto la parte italiana e questo per lui è stato una specie di test, siccome l avevamo registrato al telefono e intendevamo fare lo stesso anche con il racconto che recita in You re Lionel Richie. Ci pareva che l effetto finale si adattasse bene all atmosfera del brano. Vi considerate una band hardcore in qualche misura? In senso musicale certamente no, e tantomeno in senso umano o attitudinale. Ci sentiamo casomai vicini al mondo hardcore in termini di estrazione e di modo di intendere la musica, nel senso che proveniamo da quello stesso genere di sottocultura diy che è elemento di congiunzione tra gruppi indie-rock come il nostro e gruppi hardcore veri e propri. Cosa pensi delle molte altre band in giro che vengono generalmente connesse ai Mogwai o che si dichiarano per prime influenzate dal vostro lavoro? Credo che ci siano un sacco di band che vengono connesse a noi o vengono paragonate tra loro senza avere di fatto molto in comune. Notoriamente non amiamo le categorizzazioni e tantomeno ci piace essere considerati i capi di qualcosa. Però, per quanto suoni banale, nel momento in cui sono i gruppi stessi a dichiararsi influenzati dal nostro lavoro, lo apprezziamo. Lo apprezziamo eccome. Per finire: che mi dici della vostra etichetta, la Rock Action Records? E cosa ci dici circa l undergorund della tua città in questo momento? Ci sono dei nomi che vale la pena di tenere d occhio? Per quanto riguarda Rock Action abbiamo in uscita il secondo album dei Remember Remember, il terzo degli Errors e l esordio di Blank Mass, side-project di Ben dei Fuck Buttons. Direi che stiamo attraversando un buon periodo. Per quanto riguarda Glasgow non saprei farti un nome in particolare nell underground attuale: certo è che ci sono un sacco di gruppi interessanti, la scena cittadina è sempre attiva. Magari mancano una linea comune, un genere o una scuola di riferimento in particolare, ma d altra parte non c erano nemmeno quando abbiamo cominciato noi. L appuntamento è tutti i mesi con il digital magazine in pdf e tutti i giorni su News, concerti, recensioni, contest, approfondimenti tutto GRATIS e a portata di un click anche su 14 15

9 Tu n e-in Trad-folk, letteratura, magia sporcata di psichedelia ed elettronica. Intervista a Erland Cooper per il sophomore del suo carnevale: un disco che mancava alla terra d Albione Erland And the Carnival Psych folk dal ventre della nave Testo: Marco Boscolo sul treno, sto raggiungendo il resto della band negli studios della BBC a Sono Manchester. Se cade la linea, richiamami: spero non succeda troppo spesso. La voce all altro capo del telefono è quella di Erland Cooper, il cui nome sta circolando di bocca in bocca tra gli appassionati di folk britannico (e non solo) assieme a quello di Simon Tong e David Nock. Insieme rispondono alla sigla sociale di Erland and the Carnival e il loro secondo disco, Nightingale, uscito il mese scorso, ci ha sorpreso positivamente, andando a riempire un vuoto, quello del folk magico-psichedelico, rimasto per qualche tempo senza nessuno che lo riempisse. È una tradizione che all interno del panorama britannico ha radici profonde e che è emersa in superficie soprattutto con il revival degli anni Cinquanta e Sessanta, grazie a personalità come Davey Graham, il Bert Jansch solista o nella sua formazione più nota, i Pentangle ( Jansch ha avuto l inestimabile pregio di far conoscere a un audience molto più vasta di quella degli appassionati la tradizione folklorica della musica britannica, ci fa sapere dal suo cellulare Erland). Non sono ovviamente che la superficie di un intero filone musicale. Molti altri saranno i nomi da aggiungere alla lista, nomi che in un fase leggermente successiva amplieranno ancora il discorso, ma Jansch e Graham sono quelli che poi ricorreranno nella conversazione con Cooper. Erland and The Carnival A mettere insieme i tre ci ha pensato il comune amore per la musica, seppure declinato in storie e con personalità molto diverse, che li ha portati a registrare assieme alcuni tradizionali scozzesi e inglesi. Ci si trova bene, ci si ritrova per suonare insieme e nella migliore tradizione serendipica, ci si ritrova con un disco tra le mani, l esordio omonimo: una mistura personalissima di acid folk e amenità pysch varie, prese dalla tradizione ma anche da quello che offre il contemporaneo. È il 2010 e, nemmeno dodici mesi dopo, ci rigiriamo tra le mani l opera seconda, che per intensità lirica, complessità e raffinatezza di arrangiamenti, atmosfere oscure e haunting style rappresenta un salto in avanti notevole. Alcuni storceranno il naso, adducendo che non si tratta più di trad-folk, che i tre si sono lasciati prendere la mano e che hanno deviato pesantemente dalla strada dei padri. Può sembrare così per gli innesti elettronici e l accentazione ancor più psichedelica che hanno preso le composizioni, ma l animo della band rimane legato alla tradizione. Non solo quella musicale dei già citati Graham e Jansch, ma anche quella letteraria, con testi che pescano dalle pagine di politica e cronaca dei quotidiani, dal Libro Egizio dei Morti, dalla letteratura e dalla poesia. Musicalmente si ritrovano nel solco (splendente) dei primi Coral e di quel progetto estemporaneo che è stato The Good The Bad And The Queen. Un progetto, quello che vedeva alla voce il sempre attivissimo Damon Albarn (che ha prestato il proprio studio per le session dell esordio), al quale ha partecipato uno dei due veterani del gruppo, quel Simon Tong che è noto per il suo passato con i Verve. Anche la sezione ritmica e il sound engeneering non sono affidati a un ragazzino, ma a David Nock, batterista di lusso per McCartney (con i Fireman) e con una parentesi anche negli Orb. Erland, invece, è più giovane e meno noto, ma mosso da grande passione per lo studio e la ricerca di trascrizioni di antiche canzoni e melodie. Le sue radici affondano nelle isole Orkney, a nord della Scozia, un luogo che già per la sua collocazione spinge a suggestioni bucoliche. Cooper, però, non pare lo trasformi in un luogo particolare, un locus amoenus letterario, e nella nostra conversazione non le citiamo nemmeno. Però lasciateci almeno scrivere che viene spontaneo associarle ad altre isole, le Aran, disposte come vertebre di un animale gigantesco poco fuori dal golfo di Galway, in Irlanda, un luogo in cui la musica, e la musica folk, è parte della stessa aria che si respira. Studio matto e appassionato E se le isole sono luogo d ispirazione par excellence, ricordiamoci sempre che l intera Gran Bretagna è un arcipelago di isole, alcune molto grandi, ma pur sempre isole. Un pensiero che deve aver attraversato anche la mente di Ralph Vaughan Williams, compositore e musicista britannico, che nella prima metà del secolo scorso si mette in strada per andare a raccogliere un 16 17

10 patrimonio musicale e canzonistico popolare che può essere fatto risalire addirittura al periodo dei Sassoni. Delle sue attività da, diremmo oggi, etnomusicologo, più che ad Alan Lomax, Williams è accostabile a Béla Bártok e Zoltán Kodály, che insieme girano l attuale Romania e Ungheria (allora parte dell Impero Austroungarico) per raccogliere e trascrivere melodie e ballate. Di questa esperienza Williams ha lasciato una collezione che riempie almeno un museo a sud di Londra e la Vaughan Williams Memorial Library nella capitale: magari non ci ho passato due anni come si legge in giro. Il fatto è che si tratta di un istituzione importante per la storia della musica britannica, perché ne conserva una grande fetta di tradizione. Quattro o cinque anni fa il mio interesse per questo genere di cose si è fatto più serio, proprio quando ho scoperto che vicino a dove abitavo, tra Londra e Brighton, c è questa enorme collezione di manoscritti, registrazioni sul campo, edizioni complete e altri tesori della tradizione. Quello che ho fatto è stato semplicemente di andarci il più spesso possibile. Accanto ai repertori folk che ti permettono di conoscere nuovi artisti semplicemente seguendo l evolversi delle interpretazioni magari di una sola canzone, Erland Cooper e il suo carnevale psichedelico sembrano aver forti interessi anche nella tradizione letteraria britannica. Solo a raccogliere le allusioni e le citazioni contenute nelle canzoni di Nightingale, c è da riempire un volume di storia della letteratura: Charles Dickens, soprattutto per quanto riguarda la Londra vittoriana descritta in Oliver Twist; Lewis Carrol (se non è un viaggio psichedelico quello di Alice nel paese delle meraviglie, che cosa lo è?) e la poesia di Thomas Stearns Eliot. Ma non voglio sembrare intelligente o che so io. Quello che mi interessa, e che interessa anche gli altri membri della band, è che i testi suonino bene, che vadano a braccetto con la musica. Carrol o Dickens sono solo argomenti di cui è capitato di parlare assieme, ma dove poi ognuno di noi vada a scovare la propria ispirazione quando scrive, questo è un altro discorso. Ragionamento che viene contraddetto qualche interruzione telefonica più tardi: mi piace che i testi delle canzoni siano ben scritti e che possano essere letti autonomamente, come se fossero vere e proprie poesie. Oppure a quando ci racconta di perché hanno deciso di musicare una parte del testo di Dream of the Rood, un poema antichissimo, scritto in una lingua che assomiglia di più al sassone di Ivanohe che all inglese di oggi. In una classica situazione da nerd e secchioncelli, ci siamo chiesti quale fosse la più antica canzone della tradizione britannica di cui ci fosse rimasta traccia. E da lì siamo arrivati obbligatoriamente a quel testo. Quindi qualche ambizione anche in questo senso c è, o no? L impressione generale, dovuta anche al fatto che il disco sta andando molto bene in Gran Bretagna e il tour alle porte, è che Cooper non voglia apparire pubblicamente come quello che la sa troppo lunga. Un genere di personaggi, quello dei saputelli, che raramente ha fatto scaturire grandi innamoramenti del pubblico. Tornando alla canzone, l oscuro autore del testo originale racconta di essere rapito in sogno dall apparizione di un angelo del cielo. Ecco, il sogno, un elemento importante per tutte le composizioni della band. Sì, credo che effettivamente ci sia una connessione, nemmeno troppo oscura, tra la dimensione del sogno e la psichedelia. In entrambi i casi si tratta di aperture verso dimensioni altre e le due esperienze, quella onirica e quella psichedelica, sono accomunate dalla cifra del viaggio, una delle grandi metafore dell arte, basti pensare al ruolo che ha il viaggio nelle favole e nei romanzi di formazioni. Ma Erland Cooper sogna per fuggire dalla realtà? Non credo che si tratti di fuga, di escapismo. Credo più che altro che fare musica sia mettere insieme parole e suoni per creare qualcosa di nuovo che prima non c era. Non un semplice viaggio, ma un vero atto di creazione di un mondo intero. Nel loro caso racchiuso nei pochi minuti di una canzone. Il ventre della nave Il disco è stato registrato in una nave attraccata sul Tamigi, in pieno centro a Londra, ma dando l impressione alla band di stare completamente in un altro posto. È capitato quasi per caso di poter avere in prestito il posto, ma ha avuto il grande vantaggio che ci ha permesso di registrare e suonare quando meglio credevamo, senza doverci preoccupare troppo di orari e costi di affitto di uno studio vero e proprio. Uscivamo, andavamo ai concerti e se avevamo voglia di suonare nel cuore della notte sapevamo che potevamo farlo. Eh sì, oramai basta un laptop per registrare adeguatamente la musica ed è un attimo immaginarsi questi pirati moderni prendere possesso del loro vascello durante la notte, quando i broker della City e i turisti di passaggio sono oramai rinchiusi nei pub o rincitrulliti davanti alla televisione, e cominciare un viaggio/sogno nella musica. L ambiente in cui è stato registrato Nightingale non ha, però, fornito solo comodità e ispirazione, ma ha messo il proprio marchio sulle registrazioni. È vero, nel disco ci sono un sacco di riverberi naturali, dovuti al fatto che stiamo in mezzo al fiume nel ventre di una nave, che hanno contribuito in modo determinante all atmosfera di molti dei pezzi. Ma il contributo della venue non si è fermato qua. Abbiamo anche registrato voci di passanti, rumori vari, che percepiti da lì dentro erano strani, evocativi. Sono suoni che in parte sono finiti nel disco. Une touche de électronique Qualche computer, una stiva e lo studio è fatto. Ma la ricerca di Erland Cooper e compagni ha fatto prendere decisioni ben precise sui suoni. Abbiamo usato il computer solo per registrare, mentre quasi tutto il resto è prodotto da noi. Abbiamo preferito usare vecchi sintetizzatori che adesso si comperano per pochi soldi piuttosto che usare suoni prodotti da un software. La mia tastiera preferita, e la uso moltissimo nel disco, è un vecchio modello della Yamaha che ho comperato su ebay per 99 sterline. Ha un suono che mi fa pensare subito agli anni Ottanta e in più è unico, fatto che conferisce anche alla nostra musica una personalità precisa, non assimilabile ad altro. Mentre la linea cade per l ennesima volta e Erland oramai si è stufato di parlare a singhiozzo, mentre il suo treno sta entrando nella periferia di Manchester, dall altro capo del telefono non possiamo che dirci d accordo. Chissà se ci ha sentito

11 Cesare Basile Paolo Benvegnù Marco Parente Dr o p Ou t L insostenibile pesantezza del cantautorato rock Tre dischi alieni piovuti nel volgere di pochi giorni sullo scenario rock italiano. A rammentarcene l intensità perduta. Tre interviste per scavare nel vivo. Testo: Stefano Solventi, Fabrizio Zampighi I n ordine di apparizione su questo sciagurato pianeta: Cesare Basile, Paolo Benvegnù e Marco Parente, rispettivamente classe 64, 65 e 69. Il primo esordisce coi Candida Lilith sul finire degli Ottanta, Benvegnù avvia l avventura Scisma nel 93, Parente debutta in solitario nel 97 dopo alcune eccellenti collaborazioni (coi CSI, ad esempio). Storie diverse le loro, come diversa è la calligrafia. Eppure hanno molto in comune, oltre al fatto d essere nati nei Sixties e di aver fatto uscire i nuovi lavori in queste settimane. Nella diversità delle premesse e degli esiti, la loro musica definisce un interazione profonda tra testo e suoni, persegue un intensità che esige dall ascoltatore una forte partecipazione emotiva ed intellettuale. In conseguenza di ciò, lo stile acquista una peculiarità inconfondibile: per la forma e la struttura delle canzoni, per le tematiche trattate e lo sviluppo delle argomentazioni, per il timbro e le inflessioni canore. C è, insomma, un fare perno sul proprio 20 21

12 quid poetico, sull unicità del proprio manifestarsi, che di per sé rappresenta elemento cardine dell espressione. Pur rischiando la trappola della generalizzazione, è evidente lo scarto rispetto alle generazioni successive dei cantautori rock, la cui missione sembra semmai quella di incarnare un pensiero debole che ama presentarsi con le sembianze del passato. Gli anni Zero dei Bugo, dei Dente, dei Brunori Sas, dei Vasco Brondi e via discorrendo, sembrano impegnati a resuscitare fantasmi del passato più o meno remoto (una più o meno definita poltiglia Battisti, Gaetano, Tenco ibridata all uopo con modalità lo-fi, hip-hop, noise...), aggiornandone e distorcendone il verbo, vestendosene come un alibi, mascherandosi d un linguaggio altrimenti irreperibile. E come se da un certo punto in avanti fosse venuto a mancare il coraggio d essere pienamente e soltanto se stessi. Come se il presente soffrisse d incompletezza rispetto a ciò che è stato. Come se l incidenza del rock nelle questioni di fondo dell esistere - dall impegno politico alla riflessione poetico/filosofica - rappresentasse un evento inopportuno e a tratti persino illecito. Anche il più impegnato e impegnativo Brondi AKA Le luci della centrale elettrica, a ben vedere non fa altro che abbozzare quadri folgoranti pennellando slogan come schiaffi, esaurendo la critica nella pratica - nella tecnica - della rappresentazione. Non è certo nostra intenzione gettare la croce sulle nuove leve, che anzi riflettono puntualmente la diversità delle premesse in cui si trovano ad agire. Lo spazio vitale del rock - da sempre minoritario però storicamente fiero nel suo porsi come alternativa critica al nazionalpopolarismo - ha visto progressivamente ridursi le quote di partecipazione alla centrifuga dello shobiz, vittima impotente dei criteri di selezione delle playlist e incapace di guadagnarsi più che squarci sottilissimi ed equivoci di attenzione televisiva. Con la polverizzazione della cultura antagonista, ormai priva di leader autorevoli anzi riconoscibili, espulsa come corpo estraneo dalle dinamiche istituzionali, il rock è rimasto ideologicamente solo. Si è trovato nella posizione di dover lottare per camminare sulle proprie gambe, e quindi ha sgomitato per recuperare un aspetto appetibile, intrigante, capace di guadagnarsi fettine di palinsesto. Alternativo sì, ma non troppo profondo, casomai bizzarro ma pur sempre leggero e comunque potabile, ché altrimenti nessuno ti sopporta, nessuno è disposto a concederti ascolto. Impatto sulla quotidianità prossimo allo zero, ma almeno sei un tipo divertente, arguto, con un tot di serate garantite e forse pure l intervista alla radio. Non è più tempo, non è più un mondo, per dischi che ti cambiano la vita o che falliscono provandoci. Non si cresce più con questa eventualità come compagna di viaggio: il disco, fenomenologia obsoleta, format espressivo dalle premesse decadute, è un vezzo a perdere. Un passatempo casomai arguto, a tratti e con moderazione. Pensarlo latore di massimi sistemi suona come una velleità risibile. Ecco perché i tre dischi di cui ci occupiamo questo mese e i loro autori fanno un po la figura degli alieni, appaiono tanto desueti quanto affascinanti, come una trasmissione radio da un mondo sul punto di estinguersi. Intendiamoci, è normale che esistano dischi così, perché nel consueto divenire delle cose il trapasso non avviene per cesure ma con un sovrapporsi di modalità e forme: lo ieri prosegue nell oggi come un onda lunga che si ostina residua fin nel domani. Tuttavia, la loro contemporanea apparizione ha la pregnanza di un monito, o di un colpo di coda. Dare loro ascolto è anche un esercizio di (r)esistenza. Siano benvenuti. Ce s a r e Ba s i l e : l a r i v o l t a de l do l o r e Il titolo, innanzitutto. Si può spiegare un titolo come Sette pietre per tenere il diavolo a bada? Un titolo del genere può essere raccontato in mille modi diversi e tutti affascinanti, più semplicemente è uno scongiuro, un esorcismo, la formula di un rituale quotidiano. Hai scritto vale ancora la pena di perdersi per ritrovarsi con un gran disco fra le mani. E andata proprio così? E un disco nato senza un vero progetto? Sì. Canzoni scritte e registrate in circa due anni, senza sapere bene dove stessi andando a parare. Due anni difficili, pieni di confusione, voglia di smettere, scoramento, con le canzoni che continuavano a venire nonostan

13 te tutto. E le canzoni hanno vinto e mi hanno salvato... Almeno per questo giro. Dopo tre album affidati a nomi come Hugo Race, John Bonnar e John Parish, torni ad essere il principale produttore di un tuo disco. Sbaglio a leggerci la voglia d indagarti più a fondo, senza filtri o interferenze? Anche questa non è stata una scelta. Diciamo che la genesi del lavoro mi ha portato naturalmente a fare a meno di un produttore, visto che non ci sono stati dei tempi di lavorazione programmati e quindi non potevo chieder a nessuno di stare dietro alle mie paturnie. Ho prodotto questo disco in maniera istintiva, sul momento, affiancato da persone come Guido Andreani, Luca Recchia e Lorenzo Corti che mi hanno seguito nel disordine dei miei appunti. Anche la lista dei collaboratori sembra riflettere il desiderio di non giocare sull appeal da ospite d onore. Parliamo pur sempre di musicisti d eccezione, come Lorenzo Corti, Roberto Angelini, Rodrigo D Erasmo degli Afterhours e i due Mariposa (tra le altre cose) Alessandro Fiori ed Enrico Gabrielli. Quanto sono stati funzionali alle tue esigenze espressive, e quanto hanno contribuito a determinare l aspetto definitivo del disco? Non sono mai stato affascinato dall appeal dell ospite d onore, ho sempre avuto amici a suonare nei miei dischi. Condividere le mie canzoni con persone che stimo mi aiuta a distaccarmi dalle canzoni stesse, a non coltivare il mio ego dentro quelle canzoni. E ognuno di quelli che hai citato se n è preso un pezzo di canzone e l ha fatta sua rendendo suo anche tutto il disco. Tra folk cantautorale, blues mediterraneo e afflato orchestrale balcanico, è difficile definirlo un album rock. Eppure è senza dubbio un album rock. Sei d accordo? Il rock è guardarsi intorno, ascoltare, prendere cose alla rinfusa, sbatterle dentro un scatola, agitarla e ributtare tutto su un tavolo da gioco. Credo di aver fatto questo. E un disco di rock. Elon lan ler è stata incisa a Skopje, con l Orchestra della Radio Televisione Nazionale Macedone, per la colonna sonora di My world is upside down, film-documentario sul musicista macedone Frane Milenski Jezek, che per la verità non conosco affatto. Come hai finito per esserne coinvolto? Mi ha contattato Petra Salisker, una documentarista slovena che aveva deciso di raccontare la vita di questa sorta di funambolo del palcoscenico, Jezek appunto. Ho scoperto un personaggio poliedrico che passva dallo scrivere canzoni al mettere in scena spettacoli per bambini, piuttosto che show televisivi e iniziative contro il governo per le quali è finito diverse volte in carcere. Era uno che sapeva raccontare e aveva capito che il racconto è il cuore dell arte e che l arte può essere mortale per il cuore del Potere. Petra ha chiesto a diversi musicisti della scena internazionale, tra cui Robert Fisher, Hugo Race e Chris Heckman, di riscrivere e reinterpretare nelle rispettive lingue alcune fra le canzoni di Jezek a dipanare il filo della sua vita. E stata un esperienza molto forte e formativa e in questo sono stato affiancato da John Bonnar che ha scritto gli arrangiamenti d orchestra. Uno dei momenti emotivamente più forti del programma coincide con La Sicilia havi un patruni, pezzo firmato Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri. Una canzone del 78, se non erro. Però sembra di mille anni fa, o di domani. C è un motivo particolare per cui l hai inclusa nell album? Perchè questa canzone parla di una Sicilia offesa e sfruttata, spesso anche accondiscendente verso i suo mali, una Sicilia che oggi come allora ha bisogno di piazza, di coscienza civile, di ritrovare una identità oltraggiata da 150 anni di asservimento allo Stato Italiano e ai poteri mafiosi. A proposito di Sicilia, farai un tour tutto siciliano su iniziativa de L Arsenale, Federazione Siciliana delle arti e della musica. Nelle note stampa ne parli come una sorta di atto dovuto, di una maledizione, di un legame con la tua terra che non c è modo di spezzare. Che sapore ha portare la tua musica ai siciliani? E un legame con il quale mi sono riconciliato, mi sono arreso all amore che ho per la mia terra e in questo tempo in cui nessuno vuole fare la sua parte ho deciso di farla la mia parte insieme ad altri uomini e donne che sognano per la Sicilia un presente diverso, una cultura dell appartenenza fatta di scelte e di dignità. Tempo fa Dori Ghezzi ha rilasciato una dichiarazione del tipo Vasco Rossi è l erede di Fabrizio De André. Ti confesso, mi ha sconcertato, anzi mortificato. Magari se ascoltasse canzoni come Lo scroccone di Cioran, Il sogno della vipera o E alavò, avrebbe due o tre cose su cui ponderare. A parte questo, quanto c è di Faber, più o meno consapevolmente, nella tua musica? Ha ascoltato suo marito per tanti anni, non credo abbia bisogno di ascoltare le mie canzoni per rendersi conto di certe enormità. Mah, a volte penso che De Andrè sia una sorta di tavola imbandita attorno alle quale si siedono troppe persone. Per quanto mi riguarda le sue canzoni mi fanno venire voglia di scrivere le mie, la stessa cosa che mi succede con Leonard Cohen. Hai un metodo, o comunque c è una modalità ricorrente con cui componi e realizzi le tue canzoni? Forse ho un abitudine più che un metodo. Mi metto lì e aspetto che arrivino con la chitarra in braccio. Due parole sulle tue... parole. Spesso l elemento atavico, o archetipo, è centrale. Le pulsioni primarie dirigono la danza. Tradizioni e superstizioni sembrano farsi beffe della civiltà. La morte tira le fila e l amore è al più una consolazione, un ossessione o una dolce condanna. E cantando la cupezza che si può costruire la speranza? L elemento archetipo ha una riconoscibilità immediata e parla al sangue, aggira il cervello, non ti lascia ragionare, ti costringe alla scomodità e azzera la civilizzazione. Credo nel racconto del dolore come rivolta. Appartieni alla generazione dei musicisti pre-internet, formati musicalmente su vinili e magari su audiocassette. Sono nato anch io nei Sessanta, so che esisteva una difficoltà oggettiva nel reperire dischi, soprattutto certi dischi e fuori da certi circuiti. Credi che l attuale accessibilità dello scibile musicale sul web rappresenti una risorsa per il musicista del terzo millennio? C era un esigenza che educava alla ricerca, e questo dava un valore diverso, un emozione unica ad ogni scoperta letteraria o musicale, una parola piuttosto che un suono. Se c è un limite nella rete è che rende tutto troppo facile e questo, per i più, determina una perdita di valore della scoperta. Di contro la possibilità di veicolare notizie e controinformazione ha cambiato per sempre la comunicazione ed emancipato voci che altrimenti non potremmo sentire. Cosa significava fare un disco ai tempi del tuo debutto, quasi un quar

14 to di secolo fa, coi Candida Lilith? E cosa significa oggi? Io scommetto oggi come allora. Forse oggi è l educazione alla scommessa che manca, sembra che tutto sia dovuto, soprattutto il successo, e non si capisce che fare dischi, scrivere, raccontare è di per sè una avventura meravigliosa, che il processo creativo è fatto di disciplina e non di posto fisso. Sulla nostra webzine abbiamo affrontato l argomento della crisi della discografia, intesa come passaggio da un epoca - coi suoi meccanismi, i codici, i rituali... - ad un altra ancora da decifrare. Quanto ti preoccupa come professionista e come artista il momento che sta vivendo l industria discografica? Non me ne frega niente. Comincerò a preoccuparmi solo quando non si scriveranno più canzoni. L industria discografica è una cloaca a cielo aperto, va ricoperta di calce viva. Hai suonato un po ovunque, e continui a farlo. Mi giunge voce che sia in corso una fioritura di spazi dedicati al rock, soprattutto in determinate zone (in Emilia, ad esempio). Altrove, invece, pare che regni la consueta desolazione. Per quantità ed ovviamente anche per qualità, qual è la tua sensazione riguardo allo stato dei locali da concerto in Italia? Suonare e ascoltare implica una condivisione del rischio fra artista, pubblico e proprietario di locale. Ricreando questa sorta di interazione si può ricostruire un circuito fatto di condivisione e partecipazione. La musica invece a quanto pare non conosce crisi. Dal basso soprattutto, dal calderone dei cosiddetti emergenti, arrivano segnali di vitalità che autorizzano a ben sperare. Dalla Sicilia, ad esempio. Uno di questi segnali è anche l ottimo Mellon Collie And The Infinite Power, tributo al celebre album dei Pumpkins organizzato dagli Albanopower che ha coinvolto numerose realtà sicule. Tu hai contribuito con una eccellente Bullet With Butterfly Wings. Roba da andarne fieri, no? In quella canzone ho suonato solo le percussioni, il grosso del lavoro è stato fatto dai Feldmann e dalla splendida interpretazione di Micol Martinez. Guarda, c è così tanta gente che investe energia, soldi, emotività e sacrificio che basterebbe per anni. Il problema è la mancanza di rispetto per il cuore di ognuno di loro. Mar c o Pa r e n t e : f i o r i da un al t r o pi a n e t a La riproduzione dei fiori arriva a cinque anni dalla doppia uscita di Neve Ridens. Cosa è successo a Marco Parente nel frattempo? Questi cinque anni sono stati propedeutici e protettivi. Li ho passati a proteggere il mio istinto e a spegnere alcuni riflettori non troppo grandi, ma per me ingombranti. Tutto quello che stava succedendo non mi piaceva. Naturalmente questo ha portato a delle scelte radicali nella mia vita, pagate anche a caro prezzo. Ho preservato l istinto, nel senso che ho continuato a fare ricerca condividendola con altri, quasi fossi un solo lato di un binario. Ho continuato a scrivere, ho suonato tantissimo da solo, ma ho anche avuto bisogno di prendere le distanze da quello che poteva essere il mettere in moto i meccanismi che comporta fare un disco. C è stata la parentesi Proiettili Buoni, il duo Betti Barsantini con Alessandro Fiori e allo stesso tempo ho gettato le basi per un lavoro bi-lingue che dovrebbe uscire il prossimo anno in condivisione con un songwriter di Portland, Ryland Bouchard (The Robot Ate Me). In seguito ho portato in giro lo spettacolo teatrale Il Diavolaccio, che ho messo in piedi un anno e mezzo fa con la persona che poi mi ha spinto anche a registrare materiale nuovo per il disco, Pierluigi Fontana. Mi è piaciuta l idea di tornare a incidere, mettere i puntini sulle i, fare il disturbatore. Cosa che in realtà sono sempre stato, nonostante le varie scene in cui si è cercato di rinchiudermi, anche perchè propongo da sempre musica che non è difficile ma certamente poco rassicurante. Una musica, la tua, che forse prevede una certa interpretazione da parte di chi ascolta... Interpretazione che per me è in realtà abbandono, ovvero non porsi troppe domande e lasciarsi andare a quello che si ascolta. Se sei nella predisposizione mentale giusta puo anche essere che tu ti diverta e che ti piaccia, senza che ci sia un motivo ben preciso. Questo non sapere il perchè, per me, è abbastanza fondamentale... Mi spieghi il titolo del disco? Nel brano omonimo pare di capire che la contrapposizione tra i Fiori del male baudelairiani e i Fiori del bene parentiani sia una metafora. Come se il messaggio che il brano vuole trasmettere avesse a che vedere con la riscoperta di una felicità individuale ( fatti il bene, fotti il male ). In questo senso parli di riproduzione? È un concetto che tende a una sottile ironia, quello del mal di fiori. Qui si sta parlando di un modo fashion di approcciare la poetica di Baudelaire che è un travisare continuo. La facilità del lasciarsi cullare dal negativo, il cro

15 giolarsi nelle contraddizioni. Sono abbastanza stanco da questo modo di vedere le cose. Il vivere bene di cui si parla nella canzone può essere una buon antidoto a questo tipo di mentalità. Il concetto di riproduzione ha a che fare con il fiore. Il fiore si riproduce simbolicamente in maniera autonoma. Mi piaceva il fatto del produrre bellezza senza doverla spiegare con il pensiero o con il linguaggio. Possiamo definire La riproduzione dei fiori un disco ottimista in un periodo in cui essere ottimisti diventa sempre più difficile? Non mi piace la parola ottimista perchè penso che l ottimismo, come del resto il pessimismo, non esita. Esiste invece la consapevolezza, l essere chiari e sinceri con sè stessi, il darsi un senso. Il farsi delle domande per cui spesso non ci sono risposte. Direi che potrebbe essere definito positivo, più che ottimista. Anche perchè tutte le canzoni del disco, anche quelle più blu come Sempre (dedicata a Nick Drake) hanno sempre un risvolto positivo. Nel caso di Sempre è l accordo in maggiore. Personalmente trovo che nei tuoi dischi risiedano sempre due anime. Quella legata ai testi, riconoscibile, in un certo senso familiare e fors anche seriale. Nel senso che in molti brani ci sono elementi che ritornano, come ad esempio l antitesi tra individuo e mondo, bene e male, niente e tutto. E quella legata alle musiche, sempre più trasversali e aperte alla contaminazione. Sbaglio se dico che il mondo di Marco Parente nasce dal giusto equilibrio tra questo senso di riconoscibilità e una decisa apertura a livello musicale? Mi sembra un analisi corretta. Le parole hanno a che fare con il linguaggio, la musica non si sa. E un linguaggio anch esso ma molto misterioso. Io tendo sempre dalla parte della musica, perchè credo che sia il suono che conferisce il vero significato al tutto. Anche alle parole. Per quello scrivo canzoni e non libri. A metterle nero su bianco, a mio modo di vedere, le parole muoiono. E invece la parola deve vivere grazie alla voce e aquistare significato dal suono. Nel cantautorato classico non mi è mai piaciuta la pigrizia del voler giustificare tutto con delle belle parole. E importante che invece, prima di tutto, arrivi la musicalità delle parole. Con questo ovviamente non voglio dire che il testo in sè non sia importante. Un elemento piuttosto interessante de La riproduzione dei fiori è il citazionismo che emerge da alcuni brani: Sympathy For The Devil degli Stones che salta fuori nella coda de L omino patologico, L Hurricane di Dylan tra le righe di C era una stessa volta, i Radiohead suggeriti da La grande vacanza. In un disco che fa della mescolanza stilistica (non per forza prevedibile, non certo incoerente) un elemento fondante. C è una progettualità dietro o è tutto un divenire non legato a uno schema ben preciso? La citazione degli Stones è progettualità, nel senso che la canzone in cui è inserita parla dell atto creativo e per me l atto creativo d eccellanza nel rock è quel pezzo degli Stones. Il divertimento che si porta dietro. Poi ci sono anche citazioni non direttamente connesse con l ambito musicale. Nel caso de L omino patologico la citazione vuole rendere comprensibilie il brano. Vuole sfogare. É una sorta di esempio di quello di cui parlo nel brano. Le altre citazioni che hai riportato sono suggestioni e patrimonio di ognuno. Una sorta di condivisione. Il tuo primo disco risale al Cosa è rimasto nel 2011 del Marco Parente degli esordi? Non mi guardo mai troppo indietro. Ho capito però che la storia va per cicli. Cicli sempre più stretti, tra l altro. In ogni disco che faccio c è sempre qualcosa che mi riallaccia a quelli fatti prima. Il modo in cui lo registro, le persone che frequento. Questo disco credo che abbia molta attinenza proprio con il mio disco d esordio, Eppur non basta. Credo che abbia a che vedere con lo stato di grazia di quel primo disco, un entusiasmo che difficilmente capita due volte in una carriera. Forse il fatto di essermi fermato così tanto prima di registrare un disco nuovo ha generato un meccanismo di questo genere. É un po una ripartenza, non con una virgola o con un due punti ma con un bel punto. Tu, Paolo Benvegnù e Cesare Basile rappresentate tre artisti con una personalità estetica molto forte. Da un certo punto di vista, slegata dall attualità musicale ma forse anche dalla velocità di fruizione che le rivoluzioni tecnologiche sembrano voler imporre a chi ascolta musica oggi. Come ti poni nei confronti dei cambiamenti che ci sono stati negli ultimi anni (mp3, peer to peer, ipod...) ma anche del rapporto tra fans e artista (web, social network...)? Io ho sempre accettato di buon grado le innovazioni tecnologiche, anche se non le ho mai volute prendere in mano in prima persona. Anche perchè le innovazioni tecnologiche si possono sempre usare in due modi e noi di solito scegliamo il peggiore: quello che ci porta a impigrire. In generale credo che sia cresciuta la testa di chi le innovazioni tecnologiche le ha programmate ma non di chi le usa, anche perchè la tendenza è trattarle come si tratterebbe un phon. Per me invece quella gocciolina di sudore, quel meccanismo di fatica, continua a essere una parte importante e necessaria. La tecnologia la uso soprattutto per velocizzare i tempi in sala di incisione. Per quanto riguarda la 28 29

16 perdita di identità del supporto, non la trovo negativa. Sono ancora convinto che se un disco piace a una persona, quella persona lo comprerà fisicamente. In questo senso, il peer to peer è vantaggioso dal punto di vista del marketing. Dall altro lato c è stata la barbarie dei social network (ma con cui alla fine dobbiam convivere) in cui nessuno si puo più fare i fatti suoi. Devo dire che cerco di tenermi a una certa distanza da tutto questo, anche se non faccio l eremita. Diciamo che collaboro con persone che usano abitualmente questo tipo di tecnologie e lo faccio per divulgare contenuti. Senza per questo esserne troppo dipendente. Pensi che il concetto di condivisione nato dalla rete in maniera poco ortodossa possa adattarsi ad ambiti sociali più pratici portando con sè elementi positivi? Diciamo che siamo al limite. La condivisione è positiva per l arte e per la musica, ma quando si sfiora il patologico non mi trova più d accordo. Condividere un suono è una cosa, condividere la vita personale in maniera eccessiva è un altra. Poi il collegamento via internet abbatte molte barriere, senza dubbio. Non sono bacchettone, in questo senso. Credo che quando le cose succedono sia una massa a volerle e a farle muovere. E non si possono fermare. Siamo in un flusso e in quel flusso dobbiamo capire come stare a galla. Per questo dico che nonostante tutto, non mi sento di muovere una critica troppo severa a tutto questo. Pa o l o Be n v e g n ù : il ta l e n t o de l l o st u p o r e Da dove nasce un disco come Hermann? La storia del manoscritto che si legge nelle note stampa è l espediente che sembra o c è sotto qualcosa di concreto? Hermann è un po un disco di letteratura e in quanto tale si avvale di espedienti letterari (come appunto quello del manoscritto). L idea non era quella di gettare tranelli quanto ripetere quello che in passato hanno fatto scrittori come Victor Hugo. In che senso il disco è la storia dell uomo e della sua evoluzione (involuzione)? Il tema è unico: l uomo che parla dell uomo. Una volta soddisfatto il bisogno del cibo l individuo sposta la sua attenzione sull armonizzare sè stesso con il mondo esterno. Ognuno di noi cerca di farlo per stare meglio, per fuggire dal dolore. E forse anche dal concetto stesso di fuga. Si parla sempre degli stessi temi dalla notte dei tempi e così sarà finchè avremo la volontà di porre uno sguardo verso l esterno. E in questo che Hermann si differenzia dai tuoi dischi precedenti, forse maggiormente legati a una dimensione personale? Decisamente. Prima di questo disco non riuscivo ad avere quell apertura verso l esterno perchè non comprendevo neanche me stesso. Adesso, almeno parzialmente, ci riesco e così ho deciso di spostare il fuoco sull esterno. Ho pensato che fosse arrivato il tempo di farlo, anche grazie all aiuto degli amici che suonano con me. Mi pare che Hermann sia molto più diretto rispetto a Le Labbra... Per certi versi è così. Anche se in realtà Le labbra è più un disco di pieno vortice mentre Hermann gode delle stilizzazioni tipiche del romanzo. E affrontato come se fosse narrativa o un film. C è una parte dedicata al Novecento che è stilizzata come stilizzato è stato lo stesso Novecento, ma c è anche una prima parte che è antica e nella maggior parte dei casi è suonata in 6/8 o 3/4. Esteticamente Hermann potrebbe essere fuorviante rispetto a un disco come Le labbra, dove in realtà di estetica ce ne era veramente poca. Pochi giorni dopo l uscita del tuo nuovo disco sono usciti anche quelli di Marco Parente e Cesare Basile. Magari non avete molto in comune, le vostre calligrafie sono diverse, eppure sembra unirvi una personalità intensa, il gusto di scavare in profondità e portare il discorso al limite, fino a farsi inconfondibile. Non sarà dovuto alla vostra formazione musicale, al fatto di essere cresciuti quando un disco significava molto più di adesso? Mi associ a due artisti che stimo moltissimo, artisticamente ma anche a livello umano. Cesare per tutto il mistero cromosomico che si porta dietro. La sua terra, il fatto che è un viaggiatore generoso. Marco per la brillantezza dell uomo leggero e denso che ha. Io ho il talento del bove, dell impegno. Un uomo che ha l aratro e continua a tirarlo. Alla fine non è proprio un gran talento, se ci pensi. Talvolta questo talento si focalizza nella maniera giusta, altre volte no. Per cui il paragone in questo senso mi onora. Detto questo io, Cesare e Marco siamo forse ancora uomini del Novecento, veniamo da un altra generazione. Siamo gente che dà ancora a un disco la stessa importanza che darebbe a un libro o a un film. Nella pratica, questo significa non lesinare in impegno quando viene il momento di incidere e farlo come se fosse l ultima cosa che si fa nella vita. Ovviamente questo non vuol dire che poi i dischi vengano fuori sempre meravigliosi, quantomeno nel caso di Paolo Benvegnù. Anche se il tempo alla fine è un gran setaccio. Così come ci sono voluti tanti anni per capire certe cose degli Scisma o un disco come Piccoli fragilissimi film, ce ne vorranno altrettanti per comprendere Hermann. Credi che l attuale accessibilità dello scibile musicale sul web rappresenti una risorsa per il musicista del terzo millennio? E come giudichi l evoluzione che c è stata a livello tecnologico? Non saprei. E vero che tecnologicamente lavoriamo per essere sempre più 30 31

17 veloci ma è anche vero che il ritmo dell essere umano è sempre quello. Le innovazioni tecnologiche dovrebbero tenere conto del fatto che noi siamo sempre uguali e abbiamo sempre gli stessi pensieri (l amore il controllo, il possesso, l indignazione, ecc..). Al progresso tecnologico dovrebbe corrispondere uno sviluppo dal punto di vista etico, sociale, mentale, che forse però ancora non c è. Ovviamente il fatto che si possano fare dischi a un decimo del prezzo a cui li si faceva una volta è un fatto positivo. Il fatto che anche un ragazzo che non ha mai fatto musica possa iniziare a suonare grazie a un microfono e a un computer è positivo. Per il resto, credo che a noi non servano servizi che ci fanno andare a mille all ora per fare l aperitivo, ma soluzioni per risolvere problemi seri. Hai scritto canzoni d amore toccanti. Quanto ti senti vicino, in questo senso, alla tradizione melodica italiana, tu che comunque hai prestato brani ad artisti come Giusi Ferreri, Marina Rei, Irene Grandi, Mina? Il fatto di aver prestato le mie canzoni ad altri non puo che rendermi felice. E quasi un miracolo, se ci pensi. Tu sei lì che scrivi la tua musica in un sottoscala e alla fine arriva una come Mina che ti chiede di cantarla. Del resto sarebbe un miracolo anche se la cantasse un ragazzo in una qualsiasi sala prove. Come è un miracolo che tu e io siamo quà a parlare o che io a quarantasei anni vada ancora in giro a suonare ed abbia ancora delle idee come uomo e come musicista. Per me è tutto stupore, credimi. Per il resto, io scrivo canzoni in Italia e le scrivo con quello che sento proprio perchè vivo qui. Non è tanto un discorso stilistico. Noi italiani abbiamo una complessità che deriva dal fatto che questo è un Paese colonizzato da sempre e che nei rari casi di coraggio, ha dovuto usare l autodeterminazione come forza personale. Penso quindi che l autodeterminazione di un Tenco o di un De Gregori o di un Endrigo alla fine sia in qualche maniera vicina alla mia. Hai un metodo, o comunque c è una modalità ricorrente con cui componi e incidi la tua musica? Ultimamente l idea è quella di scrivere la musica e poi di aggiungere le parole. La cosa bella di questo disco è che alla scrittura hanno partecipato anche gli altri musicisti, da Guglielmo Ridolfi ad Andrea Franchi. Un allargamento che è anche una bella deresponsabilizzazione per me. Quello che ho fatto io è stato formare un contenitore. E in base a quello abbiamo scritto tutti cercando di scegliere le cose più significative. Cose che andassero a costituire un disco in qualche modo cronologico, che parlasse dell individuo nel tempo. Fino ad arrivare all ipotesi di un individuo futuro legato magari a una sobrietà esistenziale lontana dalla glorificazione dell apparenza che ci ha caratterizzati fino ad ora. Un esistenza che non dia per scontata l esistenza stessa e il valore dell altro. Il rock italiano ha fornito molti epigoni di Marlene Kuntz e Afterhours, ma si fa fatica a trovare qualcosa di paragonabile agli Scisma. Colpa della tua ex band, dal linguaggio troppo periodizzato o complesso, oppure è la nostra scena che non ha saputo - non sa - osare abbastanza? I Marlene Kuntz e gli Afterhours sono stati qualcosa di davvero importante, probabilmente più degli Scisma. Scisma che alla fine sono stati un gruppo che soprattutto agli inizi ha fatto i suoi compromessi e forse non ha osato fino in fondo, pur cercando di produrre buona musica. Detto questo credo che per chi suona oggi l unica maniera per farcela sia proprio osare, cercando di arrivare ai limiti della propria creatività e della propria immaginazione. E in corso una fioritura di spazi dedicati al rock, soprattutto in determinate zone (in Emilia, ad esempio). Altrove, invece, pare che regni la consueta desolazione. Dal tuo punto di vista, com è suonare dal vivo in Italia? Suonare in Italia e bellissimo. E lo è perchè in ogni città percepisci una grande diversità che è molto legata all indole delle persone che ci abitano. E la complessità di cui ti parlavo prima. Se suoni a Cuneo o se suoni a Palermo ti trovi davvero in due situazioni completamente diverse, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della risposta del pubblico. Personalmente io preferisco i posti in cui riesci a percepire di essere ben voluto, al di la del fatto strettamente tecnico, forse perchè sono in generale un uomo che cerca accoglienza e che al tempo stesso spera di riuscire a darne. La presenza o meno di spazi in cui suonare credo che sia importante anche per i gruppi giovani, che in questa maniera si sentono motivati a formare nuove esperienze e ad esprimersi

18 Kode9 Under the big) Black Sun (of dubstep Dr o p Ou t Torna Kode9 su album ed è l'occasione perfetta per fare il punto della situazione sui tanti fili intrecciati dal mastermind Hyperdub. E sulla sua musica. Lo abbiamo incontrato. Testo: Gabriele Marino Edoardo Bridda Steve Goodman aka Kode9 è, fuori da ogni retorica, uno dei personaggi chiave della musica degli ultimi anni. La sua label Hyperdub il faro di una scena e di un genere che, tra mille sottocorrenti e sfumature avant, si è imposto come una delle declinazioni privilegiate - l altra è il wonky - di una una koiné elettronica internazionale sempre alla ricerca dell equilibrio, tra cristallizzazione del linguaggio e suo rinnovamento. La cosa, per una volta, vale anche qui da noi: si veda il sorprendente enciclopedismo appunto wonky/steps di After Silkworm di Planet Soap. Di queste convergenze di suoni, e prima ancora di estetiche ed intenti, avevamo parlato nel nostro maxi-riepilogone sullo stato delle cose hip hop Seguendo le principali tappe di un percorso che, dall affermazione del genere su scala mondiale, alla mezza-rivoluzione dell hip hop strumentale, bianco e wonky 34 35

19 di metà anni Duemila, ha portato ad una terza generazione di producer a cui non interessano opposizioni di genere o dicotomie del tipo suonato/ prodotto e campionato/di sintesi, avevamo sottolineato tutta una serie di contatti, incontri, scambi, intrecci che da allora non hanno fatto che rafforzarsi e ingrandire il proprio raggio d influenza e la propria visibilità. Dub s t e p e di n t o r n i : Il nostro discorso su e attorno a Kode9 riparte allora proprio da quel 2009 che è stato l anno delle celebrazioni per il lustro di vita Hyperdub: con una compilation ascolto obbligato per tutti e uscite chirurgiche come i singoloni Black Sun (Kode9) e Wind It Up (di quel Mark Pritchard che poco tempo prima, su Warp, aveva pubblicato come Harmonic 313 un lavoro fortemente influenzato dal Dilla elettronico e di quel Om Mas Keith che è il cuore club-funk del trio afrofuturista Sa-Ra) anno dell affermazione nella scena delle prime girls Cooly G e Ikonika (l ottimo Contact, Love, Want, Hate, trait d union tra ritmiche steps e suoni wonky, sarebbe uscito a inizio dell anno successivo), del debutto lungo dei King Midas Sound di Kevin Martin (pioniere dubstep a nome The Bug), della joint venture con la Brainfeeder (tra live alla Redbull Music Academy e contributi su Five Years Of Hyperdub firmati Samiyam e ovviamente Flying Lotus). Appena fuori da Hyperdub, altra relazione pericolosa e segnale forte di convergenze forse anche inaspettate, lo split Burial/Four Tet, che declinava i rispettivi specimen (soulstep e IDM) in salsa housey. Il 2010 si è aperto in maniera programmatica con Sonic Warfare, denso saggio - con solide basi nell intellighenzia post-marxista post-sessantottina - firmato proprio da mr. Steve Goodman e pubblicato nientemeno che da MIT Press che indaga appunto la guerriglia sonica, e cioè la manipolazione di ambienti e persone attraverso un uso politico delle frequenze (in contrapposizione alle espressioni contemporanee - post-techno - dell afrofuturismo; che invece, attraverso le frequenze, cercano di tenere unite le persone). Tra i ringraziamenti del libro: Kevin Martin, Simon Reynolds, Wil Bevan (Burial), Raz Mesinai (Badawi), la Brainfeeder, la storica radio pirata Rinse, il locale chiave della scena di East London FWD>>. E si è chiuso con due uscite importanti e perfettamente complementari nel descrivere le trasformazioni del catalogo della label, sempre meno interessata a focalizzare un genere o una tendenza e sempre più attenta a mettere il proprio marchio su singole grandi personalità, vecchie o nuove che siano, stilisticamente anche molto distanti tra loro: Terror Danjah, ovvero il modern classic (il più grande produttore grime secondo Reynolds) che sfoggia - aggiornandolo - il suo enciclopedismo black, street e dancefloor, e Darkstar, protagonisti dei nuovi venti dubstep a base di cantabilità pop, riscoperta della voce, appeal indie. Kode9, secco: Il suono muta sempre e io sto seguendo la musica che mi interessa. In mezzo, lontano da Hyperdub, ma sempre al cuore della scena elettronica nei suoi fermenti now, le eleganti geometrie di Scuba, i tribalismi di uno Shackleton mai così sciamanico, l ampio ventaglio di contaminazioni bassy della compila Future Bass, l asciuttissimo wonky di Lukid e quello glitchato e suonato di Dimlite, la rilettura in salsa USA degli steps UK fatta da Starkey, l addizione Lotus+Tet di Teebs, le prove tecniche di spacey ragga di Africa Hitech e, ovviamente, la superfusion dello stesso Flying Lotus (che ospita il suo fan Thom Yorke) e la riscoperta trip-hop dei Mount Kimbie, volano ideale per ulteriori evoluzioni del genere e vera e propria anticipazione delle uscite chiave dell anno successivo. Il 2011 che ruota attorno al dubstep è infatti, a più di dieci anni dalla nascita del genere (prendiamo come riferimenti El-B, Loefah & Co.), l anno del post-dusbtep. L alfiere è ovviamente James Blake, bruciatosi in una manciata di EP come produttore puro (puntando sempre più verso un freddo ed elegante camerismo) per dare voce alla sua anima soul nel debutto omonimo. Nel dubstep post-burial e quindi post-se-stesso, seguono a ruota artisti tra loro diversissimi come Magnetic Man (il supergruppo chart oriented dei veterani Benga e Skream, affiancati da Arthur Smith/Artwork), Joy Orbison, Ramadanman e Floating Points (tre giovani ancora in attesa del debutto su lp, ma già nomi di riferimento della scena), quel Jamie Smith affrancatosi come solo producer dai suoi xx (We re New Here, per Gil Scott-Heron) e una vera selva di super-giovani il più interessante dei quali, non fosse altro che per la prematura sponosorizzazione di Gilles Peterson, è Lewis Gordon aka Koreless. Attorno al dubstep, alle sue evoluzioni e - termine banale, abusatissimo, ma qui davvero inevitabile - contaminazioni, ruotano alcune uscite chiave (a livello di estetica, strategie di posizionamento e di comunicazione, ancora prima e ancor più che di efficacia artistica) di questi primi mesi I Radiohead di The King of Limbs sono la divulgazione indie-blinking dei suoni laptopistici e sotto sotto dubstep (si pensi al gusto noir e ai detriti 36 37

20 ambient di Los Angeles) di Flying Lotus; Thom Yorke ha fatto comunella con Four Tet (fresco di split con un altro nome importante a livello di sintesi elettrofile come Dan Snaith aka Caribou) e Burial; e quest ultimo, è proprio notizia dell ultima ora, è tornato con un solo work, un 12 pollici di tre pezzi, dopo 4 anni di quasi completo silenzio. Notare come tutte queste uscite super-hype corteggino sottilmente quello che sarebbe davvero l incontro/scontro del secolo: mettere assieme Burial e Flying Lotus. Come, del resto, già proprio nel 2009 si era cercato di fare, malinterpretando a tutti i costi un semplice, per quanto suggestivo, montaggio Burial + Dimlite fatto da FlyLo e uploadato sul suo Myspace. Ecco, inutile dire che di questo continuum extra-reynoldsiano Kode9 è uno dei protagonisti over e soprattutto under ground. Forse proprio per questo, coerentemente con una strategia di comunicazione veramente ninjesca, che costruisce l hype sotto la cenere, tra mascheramenti, reticenze e coup de theatre improvvisi, una strategia a ben vedere tutto fuorché 2.0 (ma aspettiamo il lancio - finalmente - di un sito ufficiale Hyperdub che non si limiti a consigliare l iscrizione alla mailing list), quando incontriamo Kode9 e Spaceape qualche ora prima del live al Bronson di Ravenna (19 marzo, per la Hyerpdub Night - ci saranno anche i King Midas Sound - organizzata dal quarto Transmissions Festival), il discorso non sfiora neppure di striscio tutto questo buzz, consegnandoci invece un artista interamente concentrato a spiegare dove sta andando la sua musica: Quando facciamo le nostre cose, dobbiamo disinteressarci completamente di tutto quello che succede intorno. Si capisce subito che i due non sono solo parte di un progetto musicale, ma sono amici veri, la complicità è forte, ridono e scherzano, rilassati come due compagni di college. Ko d e 9: u n pr o f i l o Scozzese di Glasgow, centro geograficamente lontano dal fermento londinese, ma con un underground elettronico vitalissimo tra club, etichette e crew (città da cui provengono infatti anche Rustie, Hudson Mohawke e Ghost-Simon Williamson, per non dire degli Shamen), classe 1974, il giovane Steve Goodman si appassiona subito ai ritmi e si mette ad ascoltare tutto quello che gli capita sotto tiro, reggae, breaks, hip hop, jazz, funk, house, ma anche l electro-wave dei concittadini Associates (anni dopo inserirà la loro Message Oblique Speech in un suo mix). A sedici anni comincia a fare il dj e una sera, sul dancefloor, arriva per lui improvviso the most important musical event of my life : la folgorazione jungle. Della jungle non mi interessano necessariamente i suoni, ma soprattutto l energia che sprigiona. Steve si muove tra Edinburgo (è qui che avviene l epifania), Warwick (qui conseguirà un master in filosofia nel 1999) e Coventry, approfondisce l hardcore, studia Timbaland e l r n b dei primissimi Novanta, prima di trasferirsi definitivamente a Londra nel Si immerge nella scena di East London, fa lo speaker per radio Rinse, tiene set nei locali - compreso il FWD>> - e nel 2001 fonda una webzine specializzata in UK garage, battezzandola Hyperdub. Come producer, il primo lavoro di rilievo, già a nome Kode9, sono due pezzi su Tempa (2002) a quattro mani con Ben Garner/Ben III, l indianeggiante Fat Larry s Skank e l asciutto breakbeat di Tales From The Bass Side. E già dubstep, anzi, molto più dubstep di quanto non sarà per lui in seguito. A fine 2003 Kode decide di trasformare Hyperdub nella label con cui fare viaggiare la propria musica. La prima uscita, numero di catalogo HYP001, è una lenta e irreale cover version di Sign O the Times di Prince, Sign Of The Dub (2004; b-side la minimalista Stalker). Lo stile si è fatto già molto più personale, Kode comincia ad esplorare le atmosfere dilatate, profonde e siderali che ne contraddistingueranno il suono in tutte le uscite successive. Alla voce c è Daddy Gee, e cioè quello Stephen Samuel Gordon che nel 2005 cambierà nome in Spaceape. Kode9 è il pigmalione del ragazzo senza nome che si fa chiamare Burial e che nel 2005 esordisce con un 12 di quattro pezzi, South London Boroughs (prima uscita Hyperdub di un altro artista), e l anno successivo pubblica l omonimo album di debutto, disco dell anno per The Wire. Sempre nel 2006, esce anche Memories of the Future, primo album di Kode9 e Spaceape. I semi sono gettati. E la raccolta non tarda neppure troppo ad arrivare, visto che il secondo album di Burial, Untrue, esce già a novembre 2007, diventando in breve tempo un vero caso internazionale (e segnando di fatto lo sdoganamento del dubstep fuori dai soliti circuiti dei club UK), anche e soprattutto per il mistero che avvolge il produttore, che riuscirà a rimanere anonimo fino a metà 2008 (si scoprirà così che William Bevan aveva frequentato la Elliott School negli stessi anni di Kieran Hebden/Four Tet). L ambient sporca e drammatica, i legnosi breakbeat e soprattutto la palpabile - per quanto fantasmatica - tensione soul delle voci di Burial creano uno standard che scavalca le dancefloor track e i melmosi pezzi chetaminici che dominano la scena e fanno di Untrue una pietra miliare del tramonto dei Duemila. Il Salinger del dubstep ritorna nella sua tana e si chiude in un silenzio quasi completo

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