COME (NON) FARE SCIENZA POLITICA: CORSA ALLA PUBBLICAZIONE, PEER-REVIEW E IRRILEVANZA DEI CONTENUTI. NON E' MAI TROPPO TARDI PER CORREGGERE LA ROTTA

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1 XXVI Convegno SISP, Università Roma Tre, Roma, Settembre 2012 Sezione: Teoria politica Panel: Per prove ed errori: come (non ) fare scienza politica (I) Maximiliano Lorenzi Elon University In Florence COME (NON) FARE SCIENZA POLITICA: CORSA ALLA PUBBLICAZIONE, PEER-REVIEW E IRRILEVANZA DEI CONTENUTI. NON E' MAI TROPPO TARDI PER CORREGGERE LA ROTTA 1. Introduzione Why couldn't God get tenure? Because He wrote only one book, and it wasn't refereed (Anonimo) Dopo tutti questi decenni di scienza politica, mi sembra essenziale chiarirne il compito, l'offerta, la direzione da prendere, le manchevolezze che la connotano e le risposte che possiamo provare a dare. Come ha affermato recentemente Pasquino (2001: 135), la scienza politica continuando ad accentuare l'elemento di una sua presunta scientificità, finisce per studiare fenomeni sempre meno interessanti e sempre meno rilevanti proprio per affermare la scientificità della scienza politica. Rischio che conduce alla irrilevanza. Come fare e non fare scienza politica, come ben intitola il nostro panel. Un tema enorme. Qui posso trattare solo alcuni aspetti, altri saranno solo accennati di sfuggita. Questo paper non vuole fornire la mia personale interpretazione della scienza politica, nemmeno vuole essere l'ennesimo sterile esercizio per gli addetti ai lavori ma uno stimolo alla discussione per rendere la nostra disciplina rilevante per coloro che studiano la politica e i fenomeni politici. Nasce dalla mia passione per lo studio della politica e dalla disillusione nel leggere molti contributi di scienza politica. Siamo schiacciati fra il carattere di disciplina scientifica della scienza politica, e tutto quello che ci gira attorno, e la volontà di fornire contributi rilevanti per spiegare i fenomeni politici che caratterizzano la nostra epoca. Spesso obbligati a una tragica scelta fra due alternative. La rilevanza dei temi di ricerca è una questione prioritaria e, con il passare del tempo, c'è stato un forte cambiamento dovuto alla specializzazione, all'organizzazione del sapere scientifico, alle regole per entrare nel mondo accademico e per avanzare in carriera. Spesso la specializzazione conduce a scoperte di poco o nulla valore. Spesso l'innovazione è solo terminologica o apparente. Spesso si privilegia l'accuratezza del metodo alla sostanza del problema da studiare. Non si analizza ciò che è importante ma è importante ciò che è facile da studiare con i modesti mezzi che abbiamo a disposizione come scienza empirica sui generis. Il problema della direzione che sta prendendo la scienza politica è stato affrontato recentemente da

2 un gruppo di studiosi americani riuniti nel movimento Perestroika (Monroe 2005; Zambernardi 2008). Essi avevano due bersagli polemici: a) Il tecnicismo metodologico per cui il metodo diviene l'elemento centrale nella scienza politica a discapito dei problemi. Il loro argomento è che l'utilizzo di una particolare metodologia ha senso solo se arricchisce la nostra comprensione della realtà e non viceversa; b) Gli effetti della predominanza di questo filone di ricerca sull'organizzazione accademica (maggiore probabilità di essere pubblicati e quindi di avanzare in carriera). La scienza politica è ciò che fanno la maggior parte degli studiosi della disciplina e dunque questo influenza e limita l'accesso dei giovani ricercatori. Se sei giovane e non rispetti il mainstream hai molte difficoltà a pubblicare. C'è anche un problema etico che riguarda le scarse risorse. Se tutti i settori sono sottoposti a tagli, l'università non ha il dovere di utilizzare al meglio le poche risorse che ha a disposizione per la ricerca? Ci possiamo permettere di sprecare i pochi fondi pubblici per studiare il sesso degli angeli? Nelle poche pagine di questo contributo, ancora in forma di bozza, mi soffermo su due aspetti che caratterizzano il mondo accademico e che non sono immuni da difetti: l'organizzazione della disciplina con la pressione a pubblicare e il peer review come meccanismo per selezionare i contributi scientifici e indirettamente dare un giudizio di valore sui ricercatori. Nel prossimo capitolo descrivo brevemente alcuni caratteri fondamentali dello studio della politica che spiegano quali sono i limiti della scienza politica e perché è difficile studiare i fenomeni politici. In seguito considero l'organizzazione della disciplina e il peer review. Concludo formulando alcune modeste proposte. 2. La disciplina: le difficoltà nello studiare i fenomeni politici Le difficoltà che si riscontrano nello studiare i fenomeni politici risiedono nella natura stessa dell'oggetto della nostra disciplina. Uno dei contributi più esaurienti e interessanti sulla scienza politica che abbia letto l'ha scritto uno studioso, un intellettuale, che non è stato uno scienziato politico di professione: Noberto Bobbio. Infatti sua è la voce Scienza politica nel Dizionario di Politica, a cura di Bobbio, Matteucci e Pasquino (1990). Bobbio illustra le difficoltà con le quali ci si scontra nel tentativo di avvicinare la scienza politica ad una scienza empirica. Qui mi preme sottolineare che la scienza politica, in quanto studio del comportamento umano e di istituzioni guidate da umani, deve tenere in conto tre peculiarità del comportamento umano, illustrate da Bobbio (1990: 1001). L'uomo è un animale teleologico, simbolico e ideologico. Se si trascurano queste dimensioni, lo studio della politica diventa faticoso, arido oppure si orienta su quegli aspetti del politico facilmente studiabili attraverso i numeri e le statistiche. Il metodo prevale sul problema. L'uomo è teologico in quanto compie azioni e si serve di cose utili per raggiungere fini non sempre dichiarati, a volte incoscienti. Lo studio delle motivazioni e quindi il contributo della psicologia è

3 importante per comprendere il significato delle azioni umane. L'uomo è simbolico in quanto comunica attraverso simboli, dei quali il più importante è il linguaggio. Bisogna decifrare e interpretare questi simboli, compito non sempre facile. Infine l'uomo è ideologico perchè si serve di valori vigenti nel sistema culturale in cui è inserito per razionalizzare il proprio comportamento. A tal fine in talune occasioni utilizza motivazioni diverse da quelle reali per giustificarsi o ottenere il consenso. L'opera dello studioso in questo caso riguarda gli aspetti culturali e ciò che è nascosto, non apparente. Se scendiamo nello specifico della nostra disciplina, tre elementi fondano l'identità della scienza politica disciplina secondo Morlino (1991). Primo, l'attenzione al linguaggio e ai problemi definitori. Il secondo tema riguarda la formazione dei concetti empirici. Il terzo aspetto è il rapporto fra teoria e pratica, la scienza politica come sapere applicativo. Per Bobbio (1971) invece l'analisi empirica dei fenomeni politici deve soddisfare tre condizioni: il principio di verificazione come criterio di validità; la spiegazione come scopo; la avalutatività come presupposto etico, come virtù dello scienziato. Sul punto dell'applicabilità non c'è concordanza di opinioni all'interno della disciplina (Panebianco 1989; Pasquino 1989). Secono Matteucci (1991:127) la funzione principale della scienza politica in Italia è stata quella di disideologizzare il dibattito politico, abituando la gente ad un linguaggio chiaro, rigoroso, legato alla realtà osservabile, e fornendo un patrimonio di conoscenze attendibili sino ad una possibile falsificazione. Per Matteucci la funzione pratica non è la mera consulenza dell'esperto o del tecnico, è piuttosto un'opera di pulizia del linguaggio. L'osservazione di Matteucci si collega ad un'altra importante considerazione di Bobbio. Non si può fare scienza politica senza considerare l'uso politico della stessa da parte degli studiosi e degli altri fruitori. Secondo Bobbio ci sono tre versioni politiche del realismo scientifico, ossia tre diversi usi politici per chi sottopone a osservazione scientifica i fenomeni politici (Bobbio 1977). Nel primo caso il pensiero scientifico è l'antitesi dell'utopia. Vuol dire volgere gli occhi dal cielo alla terra e esaminare la durezza della natura umana. In questa ottica la scienza politica acquista una funzione prevalentemente di conservazione politica. L'utopia è la falsa scienza dei rivoluzionari che ignorano la realtà e mettono a soqquadro un assetto sociale senza sapere che il nuovo sarà nelle migliori delle ipotesi né migliore né peggiore del vecchio. Il compito della scienza politica è quello di liberare gli uomini dal miraggio della rivoluzione. Nel secondo significato, scienza politica vuol dire svelare gli arcani del potere, di critica di ciò che appare alla superficie e nasconde le forze reali e gli interessi che muovono la società e la politica. In questa ottica la scienza politica assume una funzione rivoluzionaria in quanto vuol smascherare l'ideologia dominante, la falsa scienza di chi detiene il potere. Nel primo caso le scienze sociali diventano esse stesse un ideologia, quella della giustificazione dell'esistente, in questa seconda prospettiva le scienze sociali diventano l'utopia della nuova società.

4 Bobbio chiama la terza versione della scienza politica riformistica o illuministica. Il pensiero scientifico è in antitesi tanto al pensiero utopistico quanto al pensiero ideologico. Nello specifico a qualcosa che comprende entrambi, ovvero il trascendimento dell'esperienza e l'uso ambiguo o distorto della ragione come razionalizzazione qua dell'ultrarazionale e là dell'irrazionale (Bobbio 1977:10). Lo studioso si muove sempre in un terreno spinoso in quanto deve evitare la dogmatizzazione ideologica dei propri risultati ed è sottoposto alle critiche dei sostenitori degli altri due approcci. Si muove, per usare ancora le parole di Bobbio, sopra un terreno difficile e insidioso tra la lezione dei cinici e il catechismo degli illuminati (Bobbio:10). Con esiti a volte radicali, mettendo in primo piano e assolutizzando il valore sociale della scienza. All'idea della politica come scienza si affianca l'ideale utopico di una società perfettamente razionale, della società come sistema scientifico. Ideologia e utopia possono plasmare e influenzare anche il terzo approccio. Galimberti (2011) ci mette in guardia dal dominio della tecnica e della tecnologia come nuova ideologia contemporanea. Secondo altre interpretazioni, il vincolo principale della scienza apolitica è che può cercare risposte solo a domande parziali e limitate. Qui il discorso si riconnette con quanto detto da Bobbio. Secondo Panebianco (1989) tratta quei problemi che sono affrontabili mediante l'uso di modelli, la scoperta di regolarità e l'elaborazione di teorie empiriche. Con il paradosso che i grandi interrogativi sulla politica e la società (sul significato della guerra, sul destino dell'europa e degli stati nazionali, sulle diverse concezioni di giustizia distributiva, eccetera) sono quelli ai quali le scienze sociali, scienza politica inclusa, non sono in grado di rispondere. Questo è il limite intrinseco della rilevanza culturale della disciplina. Essa può dare solo un contributo indiretto, conoscenze fattuali, alle teorie politiche. La funzione della scienza politica è quella di rafforzare la plausibilità delle conclusioni che la singola teoria politica propone. Se quello che la scienza politica può fare è già poco, il rischio è che possa dare un contributo ancora meno rilevante se imbocca una strada invece che l'altra al bivio fatale che le si apre di fronte. Il bivio è la relazione fra metodo e problema, di una centralità che non può essere di entrambi. La scienza politica deve essere orientata e guidata dai problemi (Shapiro 2004; 2005). Per problema Shapiro intendo fornire risposte a importanti domande del mondo reale oppure offrire spiegazioni teoriche sul funzionamento del mondo. Si individua un problema rilevante da studiare, si vede come è stato affrontato da altri studiosi, e si imposta una strategia di ricerca per trovare una spiegazione alternativa migliore. La domanda di partenza dovrebbe essere: la mia teoria e il mio approccio metodologico arricchiscono la conoscenza di rilevanti problemi, issues, fenomeni politici? Chi sostiene la centralità e la rigorosità del metodo per rendere scientifico lo studio della politica è disposto a ridurre le aree di studio disponibili solo a quei problemi ai quali possono essere applicati quei metodi. La ricerca che privilegia il metodo porta a self-serving construction of problems,

5 misuse of data in various ways, and related pathologies (Shapiro 2004: 19) con il paradosso che se l'unico strumento che hai è un martello tutto intorno a te sembra avere la forma di un chiodo. La conseguenza di ciò, basta sfogliare alcune riviste scientifiche per avere un riscontro empirico, è che si studiano in modo scientifico solo quei problemi che possono essere affrontati con gli esistenti metodi di analisi, nella maggior parte dei casi quantitativi. Le aree non suscettibili di formalizzazione matematica o di misurazioni quantitative sono escluse perché il loro studio non è facile e non sarebbe in grado di condurre a risultati scientifici. Se non si affronta questa sfida, si potrà anche avanzare in carriera, però al prezzo di banalizzare e rendere irrilevante la scienza politica e, se esiste in molti di questi studiosi, la vocazione per lo studio. Detto questo sono consapevole che non esistono criteri oggettivi per definire ciò che è rilevante studiare, questa è una scelta etica che spetta solo al ricercatore, ma non è un compito impossibile. 3. Il mercato della conoscenza e le pubblicazioni scientifiche Queste sono le difficoltà nello studiare la politica e quella descritta da Shapiro è sicuramente la sfida principale che dobbiamo affrontare come studiosi. Passo ora a descrivere due aspetti che incidono in modo diretto sulla vita di noi ricercatori appartenenti al mondo dell'accademia. Entrambi gettano luce su alcuni meriti e manchevolezze del fare ricerca, del pubblicare e del progredire in carriera. La conoscenza è prodotta in comunità scientifiche che assomigliano a mercati nei quali i beni sono in vendita a potenziali consumatori. Infatti i ricercatori (i venditori) propongono le loro idee per la pubblicazione alle riviste accademiche, dove la loro accettazione (acquisto) indica che i ricercatori sono bene considerati dalla comunità, considerato che gli editor e i referee (acquirenti) accetteranno solo gli articoli che sono in linea con gli standard della rivista e della disciplina (Ricci: 220). Di conseguenza lo status di scienziato è conferito dai membri della comunità stessa tramite la pubblicazione degli articoli sulle riviste scientifiche. Come si crea una gerarchia per merito all'interno della comunità? Si attribuisce un prestigio diverso alle singole riviste perché si presuppone che il contributo del ricercatore alla conoscenza sia maggiore in taluni casi (Ravetz 1979). Tuttavia in pratica sorge il problema che in molti casi la quantità immediata conta di più della qualità assoluta. Se questo è vero significa che la somma dei lavori non necessariamente porta una migliore ed esaustiva comprensione dei fenomeni politici. Il problema è il rapporto fra produzione e ricezione. Troppi contributi non sono letti perché considerati poco meritevoli, perché troppo specialistici o perché il tempo a disposizione per la lettura è limitato. Se pubblicare solo per pubblicare è glorificato, allora insegnare, riflettere e una scrittura meditata occupano una posizione secondaria, ahimè.

6 Le pubblicazioni scientifiche sono il frutto della relazione fra le organizzazioni che pubblicano, da una parte, e le istituzioni che producono ricerca, dall'altra. La pubblicazione è parte integrale del più largo processo di ricerca. Gli individui, singolarmente o in gruppo, svolgono attività di ricerca e le scoperte saranno condivise tramite la pubblicazione di articoli scientifici e libri. Le precedenti pubblicazioni sono la base per gli studi di oggi. Quelli di oggi serviranno agli studiosi di domani e il processo continua. Le pressioni per pubblicare sono diverse e di diversa natura. La prima e più nobile è l'avanzamento della conoscenza e la condivisione con gli altri. Esistono tuttavia altre motivazioni dovute a pressioni sociali: obblighi contrattuali sottoscritti con i finanziatori, ottenere un posto fisso ( tenure ) e avanzare nella carriera, meccanismi per valutare le università e attribuire i finanziamenti (in Gran Bretagna il Research Assessment Exercise REA). La produzione di output scientifici svolge dunque due distinte ma ugualmente importanti funzioni: disseminare i risultati della ricerca e certificarne la scientificità (Thompson 2005: 82). Nel primo caso, le scoperte scientifiche sono disponibili in formati e contesti riconoscibili dagli specialisti (libri e riviste scientifiche). Si tratta di informare e condividere le scoperte, senza comunicazione non ci sarebbe dialogo, confronto e avanzamento. La seconda svolge una funzione cruciale perché concede uno specifico grado di legittimità e di valore simbolico al prodotto della ricerca, ovvero uno status al ricercatore che non acquisirebbe con un paper non pubblicato, un articolo su internet o un intervento ad un convegno. In teoria questo status, rilasciato dalla organizzazione che pubblica, si fonda su un meccanismo di selezione e approvazione, fondato su rigorosi criteri di qualità, chiamato peer review, in quanto i pari giudicano i loro colleghi utilizzando criteri oggettivi. Tuttavia anche il prestigio acquisito dalla casa editrice o dalla rivista può variare con il passare del tempo e questo a sua volta attribuisce legittimità e status diverse al contenuto delle pubblicazioni. Il ricercatore utilizza le pubblicazioni per arricchire il suo CV, ottenere posti di lavoro, finanziamenti e progressione in carriera. Chi è in ricerca di pubblicazione è a conoscenza del diverso prestigio delle diverse riviste e case editrici e cercherà di pubblicare sulle più prestigiose per facilitare così la sua ascesa all'interno dell'accademia. Sarebbe quindi riduttivo ritenere la pubblicazione solo una forma di disseminazione dei risultati della ricerca. Essa è parte dell'organizzazione sociale della ricerca, un complesso sistema di gratifiche simboliche ed economiche che condizionano e determinano la vita professionale dei ricercatori (Thompson 2005: 83). La pressione a pubblicare nelle scienze sociali è quindi intensa ma le modalità e i criteri variano per disciplina e per paese. In economia per esempio gli articoli scientifici sono la principale forma per giudicare la ricerca e per avanzare di carriera. Più altro il prestigio della rivista, maggiore il credito per il ricercatore. Essendo una disciplina caratterizzata da alto grado di astrazione e formalizzazione, è stata la prima a essere sottoposta a critiche riguardanti la sua irrilevanza per

7 studiare il mondo reale, i suoi presupposti e la centralità del metodo rispetto alle domande di ricerca (The Economist 2010: 72). Si è calcolato che un articolo in una rivista prestigiosa può far crescere di 3600 dollari il salario annuale di un economista. Per pubblicare ci si occupa di piccoli problemi e non si ha tempo per scrivere un libro o per ragionare sui grandi problemi dell'economia. George Soros ha finanziato con 50 milioni di dollari un nuovo centro di ricerca a Cambridge, Institute for the New Economic Thinking, per dare la possibilità ad un gruppo di ricercatori di sfuggire dalla trappola mortale del publish or perish. In altre scienze sociali, come la scienza politica, gli ouput variano includendo articoli, capitoli in libri e monografie. Per monografia intendo qui un libro frutto della ricerca su un determinato tema scritto da un ricercatore che si presume venga letto principalmente da altri membri della accademia. Si caratterizza per i temi trattati, l'organizzazione interna del testo, il linguaggio specialistico, la presenza di note e bibliografia, le cose che sottintende. Se consideriamo nello specifico il sistema accademico americano, c'è un nesso molto stretto tra la pubblicazione scientifica in una delle case editrici universitarie più importanti e l'assegnazione di posti ( tenure ) all'interno dell'università. In pratica esiste una sorta di delega del giudizio sull'eccellenza accademica ad un'organizzazione esterna. Le commissioni che selezionano i candidati si fidano del giudizio e della capacità di selezione delle case editrici universitari. Con il tempo si è creato tuttavia un conflitto fra obiettivi non sempre concilianti, la pubblicazione di libri e la selezione di ricercatori. Da una parte c'è una forte richiesta di pubblicazioni per ottenere status e avanzamento di carriera, mentre dall'altro il mercato editoriale è in sofferenza, con costante riduzione del numero di monografie scientifiche vendute e costi crescenti (Thompson: ). Nel sistema britannico il RAE è diventato il meccanismo determinante per la mobilità accademica all'interno di un'università e fra università. Il sistema di valutazione della produzione scientifica di ricercatori e professori nacque alla fine degli anni 1980 come forma di valutazione dell'operato delle università e per distribuire le risorse economiche. In questo caso il conflitto è fra le case editrici che desiderano pubblicare libri di testo e ricercatori che hanno l'interesse di pubblicare contributi originali (Tho mpson: ). Questo problema qui ci interessa meno in quanto riguarda il mercato editoriale. Passiamo alla specificità del caso italiano dove formalmente esistono ancora i concorsi pubblici. L'autonomia delle singole università è limitata e i bandi sono generici (difficilmente si richiede un profilo specifico all'interno della disciplina). La discrezionalità nelle commissioni è molto alta e il membro interno esercita una moral suasion molto alta. Analogamente al sistema americano, ci si affida ai contributi pubblicati dalle case editrici e sulle riviste scientifiche per giudicare i candidati. Una scala di valore delle case editrici e delle riviste esiste solo in teoria. Il reclutatore non ha l'obbligo di leggere tutte le pubblicazioni presentate e valutarle nello specifico ma si affida al

8 giudizio delle case editrici e delle riviste specialistiche. Purtroppo non ho avuto tempo ma sarebbe interessante svolgere una ricerca empirica per studiare l'impatto delle diverse pubblicazioni sulla selezione dei candidati. Si possono considerare tutti i concorsi da ricercatore degli ultimi 10 anni e valutare il tipo di pubblicazioni dei vincitori e dei candidati per ogni singolo concorso. Emergerebbe un'interessante scala di valore fra le diverse case editrici, le diverse riviste scientifiche, le pubblicazioni in inglese. Non credo mancheranno stranezze e incongruenze. In fondo cosa dovrebbe essere una selezione (in un concorso) se non l'esercizio di un giudizio? Il prerequisito è l'onesta intellettuale ovviamente. Ma perché spesso si teme a formulare un giudizio autonomo? Una ragione è l'organizzazione del sapere in forme gerarchiche e parcellizzate che negano l'autonomia del singolo. Delego ad altri, a chi ha letto l'outcome scientifico del candidato. Mi fido e non perdo troppo tempo a leggere. Jonathan Vogel, citato da Shatz (1994: ) formula il problema del pregiudizio in questo modo: L'articolo è stato pubblicato nella rivista X perché è buono o è buono perché è stato pubblicato nella rivista X?. Un altra ragione sta nella incapacità di poter valutare i lavori di alcuni colleghi causa la iper-specializzazione che si è creata all'interno delle singole discipline accademiche. Lo stesso vale per i libri, non solo per le riviste. Di per sé la pubblicazione in una casa editrice più prestigiosa non dice nulla sulla qualità del contenuto. Il processo decisionale interno è simile a quello di altre case editrici meno prestigiose. Quello che cambia è lo status e lo status interessa anche alle università. L'impatto di una ricerca è maggiore se è pubblicata in riviste o case editrici di prestigio. Le conoscenze all'interno di una casa editrice aiutano. Inoltre, come si deve valutare tutto ciò che si è prodotto e non è stato sottoposto al processo di referaggio? Perché non si dovrebbero considerare anche gli inviti a scrivere su una antologia o su una rivista? Oppure le lezioni in altra università sempre ad invito? E i contributi su internet? Poniamo il paradosso del signor Rossi che fa circolare i suoi paper solo via ai colleghi. E se questi paper sono di buona qualità? Perché non possono valere come titolo ad un concorso? L'argomento principe a favore della pubblicazione è ovviamente la fruizione dei risultati della ricerca. Gli altri studiosi possono accedere a quella fonte attraverso le biblioteche, i cataloghi, le citazioni. Il lavoro non pubblicato non è di facile accesso. I ricercatori hanno il diritto-dovere di condividere i frutti della loro ricerca con gli studiosi contemporanei e le future generazioni. A loro spetta il giudizio sulla qualità del lavoro pubblicato. Quello che adesso si ritiene di qualità potrebbe non esserlo fra dieci anni. Come si disseminano meglio i risultati? La selezione severa del referaggio impedisce la pubblicazione di contributi importanti? O invece è una forma di tutela per evitare che le future generazioni siano inondate di contributi inutili o di basso livello, ma l'alluvione di contributi scientifici non è già in atto anche con il peer review?

9 4.Il peer review per selezionare l'eccellenza La funzione del peer review è verificare la qualità della ricerca scientifica e disseminare i risultati affinché i componenti dell'accademia possano venirne a conoscenza. Le critiche e i suggerimenti portate dai referee migliorano il risultato finale. Esso svolge tuttavia una seconda e cruciale funzione, ovvero quella di certificare il prodotto della ricerca e quindi di concedere lo status di ricercatore e, in alcuni casi, di avanzare nella carriera accademica. Da questo processo dipende infatti la carriera accademica dei ricercatori freschi di dottorato. I lavori non pubblicati non sono quasi mai considerati dalle commissioni che devono decidere l'assunzione o la tenure. Un meccanismo simile di peer review si utilizza anche per concedere finanziamenti ai progetti di ricerca. In questo paper tratto solo della peer review in relazione alla pubblicazione scientifica. L'esperienza personale di molti studiosi e la letteratura (Shatz 1994) citano numerosi casi nei quali il processo di peer review è stato caratterizzato da pregiudizio, incompetenza o altre manchevolezze. Gli esempi includono errori inseriti deliberatamente e non scoperti, articoli già pubblicati ripresentati con autore di istituzione non prestigiosa e non accettati, articoli molto citati originalmente bocciati, fino alla famosa burla di Sokal. Nel 1996 la rivista sociologia Social Text pubblicò il suo articolo Transgressing the Boundaries: Toward a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity (La trasgressione dei confini: verso un'ermeneutica trasformativa della gravità quantistica). L'articolo aveva un certo stile ed era compiacente con i presupposti ideologi della rivista, tuttavia era deliberatamente infarcito di enunciati approssimativi, fantasiosi, falsi o addirittura assurdi. Un esperimento molto interessante nel settore disciplinare della psicologia è stato svolto da Peters e Ceci (1982) che hanno selezionato 12 articoli scritti da ricercatori provenienti da prestigiosi dipartimenti americani e pubblicati in 12 diverse prestigiose riviste scientifiche con tassi di bocciatura molto alti (80%) e un processo di referaggio nonblind. I due ricercatori hanno attribuito nomi di fantasia a nome e istituzione del ricercatore, hanno modificato leggermente titolo, abstract e alcuni paragrafi iniziali dell'introduzione. Il resto era identico all'originale. Hanno ripresentato lo stesso articolo alla stessa rivista. Gli articoli erano stati pubblicati fra i 18 e i 32 mesi prima. Considerando i 38 editor e referee, solo 3 (8%) si sono accorti che il paper era stato già pubblicato. Questo è già per sé un segnale preoccupante della scarsa conoscenza della letteratura fra i referee. Nove articoli sono stati sottoposti a processo di referaggio: otto su nove bocciati! 16 dei 18 referee (89%) si sono espressi contro la pubblicazione e gli editor sono stati concordi. Nella maggiore parte dei casi la motivazione è stata per serie mancanze metodologiche. Come si spiega questa bizzarria? Peters e Ceci hanno esaminato una serie di possibili spiegazioni. Hanno escluso cambiamenti nella politica editoriale e nei criteri di accettazione degli articoli delle riviste. Nemmeno è aumentato in maniera considerevole il tasso di rigetto che si attesta sempre intorno all'80%. La prima ipotesi da

10 testare è che i referee ritenessero non originale e innovativo il contributo perché erano a conoscenza dei risultati empirici della ricerca anche se non si ricordavano nello specifico questo articolo. Tuttavia questa spiegazione non appare nei loro commenti e quindi va esclusa. Si può ipotizzare un pregiudizio favorevole nei confronti di istituzioni prestigiose ma non c'è sufficiente riscontro empirico. Andrebbe fatto un altro esperimento, ripresentando articoli precedentemente bocciati cambiandone l'istituzione. La parte più delicata e importante nel processo di pubblicazione è valutare la qualità dei manoscritti e questo processo dipende sostanzialmente dalla preparazione, dedizione, onestà intellettuale e pregiudizio dei referee. I referee possono possono formulare un giudizio negativo riguardo le idee, le tesi, l'orientamento, la metodologia, l'organizzazione del testo, e perfino, lo stile di scrittura. Il referaggio è quindi anche un esercizio di autorità senza accountability, se non quella derivante dallo status professionale di chi scrive la recensione. Una responsabilità enorme è sulle spalle dell'editor nella scelta dei referee, affinché essi siano competenti, intellettualmente onesti e in grado di svolgere questo specifico compito. In teoria è il contenuto che conta e non il mezzo per comunicarlo, ovvero la qualità della ricerca. Il peer review non può essere l'unico criterio per giudicare la validità di un ricercatore. Tuttavia svolge una funzione importante, quella di aumentare la concorrenza, tutti vorrebbero pubblicare sulle riviste più prestigiose, e quindi, in teoria, di migliorare il livello dei contributi sottoposti a referaggio. Inoltre i commenti dei referee a loro volta servono a migliorare la qualità del singolo contributo. In pratica il processo è così perfetto e lineare? 5. La corsa alla pubblicazione La moderna università considera l'organizzazione del sapere in discipline chiuse e non comunicanti come qualcosa di naturale e inevitabile. Il ricercatore ideale non legge in modo promiscuo al di fuori della propria disciplina ma legge e scrive all'interno dei confini segnati dalla disciplina stessa, nel nostro caso la scienza politica. Di più, non gli interessa essere letto al di fuori della disciplina. Con poche eccezioni, per esempio il capitale sociale o la qualità della democrazia, non ci avventura a prendere idee da altre discipline, di innovare, di rischiare, perché l'organizzazione della disciplina mal tollera la sperimentazione e la promiscuità intellettuale, sopratutto all'inizio della carriera. Si accetta l'idea che ogni disciplina è separata e il ricercatore, sopratutto agli inizi della propria carriera, ha poca o nulla da guadagnare in termini professionali dalla interdisciplinarità e dallo scambio culturale con altre categorie e altri linguaggi. Con la conseguenza di una produzione enorme di articoli e libri la cui giustificazione fondamentale è l'avanzamento in carriera, da studente di dottorato a borsista e infine a ricercatore. Con il paradosso che la curiosità intellettuale potrebbe rallentare o bloccare la carriera all'inizio. Un buon professionista all'interno dell'accademia sa di

11 quali temi trattare, con quale organizzazione di pensiero, con quale linguaggio per rimanere all'interno del chiostro della propria disciplina e ottenere il riconoscimento dei pari. Una persona ignorante in altri campi può operare bene e con successo nella propria disciplina. L'obiettivo centrale di quello che facciamo -leggere, scrivere, presentare paper in conferenze- diventa come far comprendere agli altri che siamo parte di quel gruppo professionale. Dalla conoscenza per sé si passa alla ricerca delle credenziali e del riconoscimento all'interno della disciplina. I libri e gli articoli si svuotano di contenuto e diventano icone di riconoscimento e prestigio. Se l'obiettivo professionale diventa quello di pubblicare molto, è verosimile che si cercherà di pubblicare contributi che possano portare al riconoscimento professionale del proprio valore. Una strada percorribile è quella di trovare aree di ricerca non investigate e già conquistate da altri ricercatori. La tendenza sarà quella di ridisegnare la scienza politica in aree di expertise sempre più piccole e cercare di diventare un esperto nella propria nicchia di specializzazione. Prova di questo si può avere leggendo le APSA Biographical Directory. Nel 1968 erano citate 27 sotto discipline, nel 1973 più di 60 (Ricci 1984: 222). Una conseguenza di questa estesa frammentazione è che i ricercatori sono sempre meno in grado di giudicare la qualità del lavoro dei loro colleghi, con l'eccezione di quei pochi che si occupano degli stessi problemi e usano gli stessi metodi di indagine. Se uno scienziato politico è consapevole che la maggioranza dei colleghi non leggerà i suoi lavori e non sarà in grado di giudicarli, cercherà di pubblicare più frequentemente possibile, con l'obiettivo di fare un'impressione positiva grazie alla lunghezza della lista delle sue pubblicazioni. Il contenuto o la qualità di quello che si pubblica passa in secondo piano, ahimè. A questo trend generale contribuisce anche la specializzazione del linguaggio. Molti studiosi leggono solo introduzione e conclusioni di articoli e libri saltando il resto che consiste in spiegazioni molto specializzate e tecniche. La natura stessa della scienza esige accuratezza nella formulazione dei concetti (Sartori 1979). La comunità scientifica deve creare un vocabolario tecnico per possedere un linguaggio diverso rispetto alla lingua che si usa quotidianamente. Tuttavia l'ambiguità e la parziale inafferrabilità dei problemi sociali e politici non ci permette di copiare il modello delle scienze dure. Torniamo di nuovo a Bobbio. Tanto meno la scienza politica può assomigliare alla teologia, dove i concetti e gli argomenti sono chiaramente definiti e collegati uno con l'altro partendo da alcuni presupposti, dove esistono interpretazioni diverse, ma una teologia è più autorevole delle altre (quella del papa). La ragione principale per questa tendenza a creare sempre nuovi termini e usare un linguaggio oscuro ha meno a che fare con la sostanza della disciplina quanto piuttosto con lo status e l'organizzazione della disciplina descritta sopra. A cosa serve dunque il gergo? A proteggere i confini della disciplina, a vestirsi di scientificità e accentuarne questo carattere, a escludere l'accesso agli outsider. Nessuno potrebbe parlare di fisica teorica senza averne gli strumenti, molti

12 potrebbero parlare del politico utilizzando altre categorie e altro linguaggio. Purtroppo non ci sono incentivi collettivi per smettere questo trend, anche se a parole molti scienziati della politica sono scontenti per questa deriva. Il meccanismo si perpetua. Il gergo in molti casi non contribuisce all'avanzamento della conoscenza. Mi specializzo, pubblico, pochi mi leggono ma aumento la mia reputazione allungando la lista dei miei contributi, avanzo nella carriera accademica. Lee C. MacDonald, citato da Ricci (1984: 226), ha scritto che molto del gergo serve solo a dimostrare che la scienza politica è più scientifica di quello che è realmente. Che triste. In conclusione, se l'obiettivo è il riconoscimento professionale, ci saranno sempre più pubblicazioni, più specializzazione, più gergo e metodi di analisi più sofisticati, con il deterioramento della qualità dei lavori prodotti. I giovani hanno fretta di pubblicare e sono quelli che pubblicano di più (cfr gli ultimi numeri della RISP). I contributi sono considerati in maniera positiva dalla comunità accademica che li pubblica ma in alcuni casi non aggiungono conoscenza importante sulla realtà politica. Il secondo ostacolo legato alla specializzazione è la scelta di problemi di dimensioni piccole, in tal modo si possono applicare metodi scientifici, si può essere originali, e si hanno maggiori chance di essere pubblicati. Spesso si utilizzano i dati esistenti (risultati elettorali, voti dei parlamentari, indici socio-economici) principalmente perché sono gli unici disponibili e non perché misurano realmente quello che stiamo studiando e vogliamo scoprire, o meglio, si studiano solo quei problemi per i quali ci sono dati disponibili. Qui si ritorna a quanto detto da Shapiro riguardo la relazione fra problema e metodo. Per la natura del suo oggetto, le conclusioni, le dimostrazioni e le interpretazioni nelle scienze sociali sono sempre provvisorie e mai veramente verificabili in modo scientifico (Ravetz 1979). La verità è quella pubblicata nelle riviste e nei libri. Esiste una gerarchia nelle riviste. La reputazione è cruciale in assenza di efficaci meccanismi di falsificazione. 6. I rimedi Se l'organizzazione del sapere accademico è quella descritta in precedenza, dobbiamo chiederci qual è la relazione fra riflessione intellettuale, professione e pubblicazione. Scavare all'interno del sistema e chiederci perché è pacifica e scontata la correlazione fra alto numero di pubblicazioni e ottima qualità del ricercatore. Sul come si è giunti fino a qui ho provato a spiegarlo nelle pagine precedenti. Qui mi chiedo: si può modificare o migliorare questo principio che serve a valutare esternamente la produttività e la creazione di verità all'interno dell'università? Citando Lindsay Waters (2004), editor della Harvard University Press, si può essere un grande pensatore e pubblicare poco o niente. La storia fornisce alcuni esempi da Socrate a Kant. Ma quella era preistoria, prima dell'avvento dall'università di massa e della iper-specializzazione accademica. L'organizzazione del sapere suggerisce ai candidati che per vincere un concorso non bisogna

13 dimostrare di essere una mente indipendente e originale ma di essere capaci di adeguarsi alle regole del gioco e di pubblicare tanto. I libri e gli articoli paradossalmente non si leggono, non si commentano, si contano. Le case editrici hanno una responsabilità enorme nella scelta e nella qualità dei libri da pubblicare. Lo stesso le riviste scientifiche. Le università e le commissioni che scelgono i candidati dovrebbero dare maggiore peso alla qualità delle pubblicazioni piuttosto che al nome dell'editore, considerato i mutamenti in corso nel campo dell'editoria dovuti ai crescenti costi e alla diminuzione delle vendite e la competizione sempre maggiore fra i dottorandi per conquistare i pochi posti disponibili all'interno dell'accademia. Un criterio semplice, già proposto da Umberto Eco numerosi anni fa, è quello di presentarsi al concorso con 4 o massimo 5 pubblicazioni, scelte dal candidato che rappresentino al meglio il contributo scientifico e le sue ricerche. Non una di più. Semplice e efficace. Forse le commissioni si prenderebbero il tempo per leggere qualche pagina in più. Anche il processo di referaggio necessita di alcuni aggiustamenti. Gli obiettivi sono quelli di ridurre i lunghi tempi del processo decisionale e di aumentare il numero di recensori. Secondo una minoranza è un ostacolo alla libera circolazione delle idee, secondo la maggioranza è il più preciso sistema che abbiamo a disposizione per selezionare e giudicare la qualità della ricerca scientifica. Il come si scrive un articolo (lo stile e l'organizzazione del testo) è definito dagli standard della rivista stessa. Non c'è spazio per molte variazioni. Essendo il tasso di bocciatura molto alto e essendo fondamentale per la carriera di ogni studioso, pubblicare sorge un problema di accountability per le riviste. Dalla parte delle riviste e degli editor, c'è il problema dell'elevato numero di articoli che sono spediti con la speranza di essere pubblicati. Alcuni articoli sono di medio valore in sé, altri perché i cosiddetti journal shopper sperano solamente in un colpo di fortuna. L'idea di Webb (1979) per fare fronte a questi problemi è quella di creare un registro con una lista di articoli e autori divisi in due gruppi a) bocciati b) interessanti ma non appropriati per la rivista. L'idea è quella di fare circolare la lista fra gli editor oppure di renderla pubblica. Ancora più importante è l'accountability nell'altra direzione, ovvero assicurarsi che i referee siano preparati, diligenti e senza pregiudizi nel loro operato. Una delle proposte potrebbe essere quella di valutare l'operato dei referee compilando una scheda da inviare all'editor della rivista commentando sulla correttezza del referee, se le critiche sono state costruttive, se la recensione è stato adeguata, se il lavoro è stato svolto con dedizione e attenzione. Sarà compito dell'editor ammonire i referee che riceve numerose critiche o, nei casi più gravi, non assegnare ulteriori incarichi a questa persona. In tal modo le riviste potrebbero smettere di utilizzare il contributo degli studiosi che non sono aggiornati nella letteratura, che bocciano ripetutamente articoli sulla base di criteri irragionevoli o idiosincrasie personali, o favoriscono autori che provengono dalla loro istituzione o hanno in

14 comune metodi e approcci di ricerca. Altra questione. Come dovrebbe cambiare il meccanismo di peer review ai tempi di Internet? Rimanere uguale, estendere il numero dei referee o abolirlo? Paul Ginsparg, fisico presso la Cornell University, ha creato un archivio online di articoli senza referaggio (arxiviorg). Gli scienziati correggono i loro contributi in risposta alle critiche e ai suggerimenti dei lettori. Può essere questa una strada alternativa? Il numero dei commentatori è maggiore rispetto alla tradizionale forma di peer review. Può questo metodo funzionare anche per altre discipline? Qui una forma di controllo precedente deriva dal fatto che le ricerche nel campo della fisica e della biologica avvengono perché c'è un finanziamento. Inoltre il tasso di accettazione nelle riviste è molto alto, circa il 75% (Shatz 2004: 147). Nelle scienze sociali il tasso di rifiuto è molto più alto. Se il numero dei paper messi online è molto alto, come fa il lettore a identificare quelli che meritano di essere letti? Per gli articoli pubblicati c'è una implicita gerarchia delle riviste, anche se ho fatto notare come non possa essere l'unico criterio di giudizio. Si possono valutare i commenti degli altri lettori e/o il numero di accessi? Esistono diverse proposte alternative per quanto riguarda il peer review online. Vediamo quali sono. 1. Open Peer Review. L'articolo viene pubblicato e i lettori sono invitati a postare commenti. Dopo un certo periodo di tempo l'editor decide di toglierlo se viene bocciato dalla comunità dei lettori. Questo processo ha il vantaggio che non si basa su due soli recensori che possono bocciare l'articolo per i motivi più vari. Allo stesso tempo essendo l'articolo da subito pubblico, l'autore sarà spinto a presentare un lavoro di buona qualità. Il problema sorge quando le reazioni e i commenti sono di diversa natura e l'editor non è in grado di decidere sulla qualità del contributo. I commenti incompetenti e con pregiudizio sono un rischio che c'è tuttavia anche nel classico peer review. Tuttavia in questo caso il pregiudizio può portare a non commentare il lavoro di altri che poi dovranno giudicarmi in altre sedi per motivi professionali. 2. Una seconda modalità unisce il peer review tradizionale e i commenti aperti. Due esempi sono la rivista stampata Behavioral and Brain Sciences e la rivista online Psycoloquy. Il vantaggio di questi commenti è che hanno una scadenza temporale. Così il dibattito non si prolunga all'infinito e il ricercatore può passare ad altro tema di ricerca. 3. La terza possibilità prevede di rendere pubblico e trasparente il meccanismo di peer review che spesso è opaco nei tempi e nei modi. Il processo decisionale e il dialogo fra autore, editor e referee è disponibile su internet, trasparente, tutti possono leggere la corrispondenza. E' una forma avanzata di accountability. Le decisioni sono aperte al controllo di terzi e si possono individuare scorrettezze o incompetenze nell'attività dei singoli. Si possono prevedere due modelli: con o senza commenti di terzi. Quali svantaggi o rischi avrebbe? I professori senior sarebbero poco propensi a vedere i loro

15 commenti pubblici e criticati. Lo stesso vale per gli editor che sarebbero sotto pressione per giustificare le loro scelte. Cosa che adesso non avviene. Con il sistema attuale una bocciatura è una bocciatura. Trovo questo terzo modello molto interessante e invito la RISP a considerarlo. Harnad (2004) propone che le riviste scientifiche siano disponibili solo online. I costi, minori di circa due terzi, per coprire le spese di peer review ed editing sarebbero coperti non più dagli abbonamenti, dalle licenze di accesso online e dal pay-per-view ma dalle istituzioni da cui provengono gli autori. Il vantaggio sarebbe un archivio accessibile a tutti nel quale ci sono due sezioni: gli articoli pubblicati tramite peer review e quelli senza. Si potrebbero pubblicare anche i commenti dei referee e la risposta dell'autore. Altri commenti possono essere pubblicati acanto all'articolo. Ha un senso oggi la rivista scientifica in forma cartacea? Considerata l'importanza del peer review per selezionare i risultati della ricerca scientifica e per valutare i migliori ricercatori e la pressione accademica a pubblicare, le scienze sociali e, nel nostro piccolo, la scienza politica italiana, dovrebbero riflettere sui difetti del meccanismo e pensare a piccole e importanti modifiche. Le riviste dovrebbero sempre fornire al referee una scheda con i criteri oggettivi per valutare l'articolo sottoposto a giudizio. Chi ha sottoposto un articolo ha il diritto di ricevere una valutazione seria e accurata divisa in paragrafi che rispondano a ciascuno dei criteri. Nel caso di bocciatura le ragioni devono essere spiegate in dettaglio e non in modo generico. Ciascun referee va valutato con una scheda di giudizio. Queste piccole riforme migliorerebbero l'accountability e la qualità del processo decisionale. In conclusione, il meccanismo del peer review dovrebbe servire ad assicurare un certo livello di qualità agli articoli pubblicati e spronare i ricercatori a dare il meglio. Tuttavia non si dovrebbe creare un legame esclusivo tra pubblicazione e certificazione del ricercatore. Lavori originali e innovativi potrebbero non trovare spazio nelle riviste. Uno studioso che partecipa ad un concorso dovrebbe avere il diritto di presentare anche paper e altri scritti non pubblicati. Anche per il peer review ai tempi di internet si possono individuare modalità alternative. Quattro sono state proposte in questo capitolo. 7. Conclusioni Il carattere scientifico continuerà a caratterizzare la disciplina e la disciplina a rivendicare la sua autonomia. Un trend inarrestabile. Tuttavia l'affinamento delle tecniche non ha portato ad un sostanziale arricchimento della conoscenza. La conoscenza nelle scienze sociali è sempre frammentaria e incerta per le difficoltà illustrate da Bobbio. A ciò aggiungiamo la difficoltà di accettare che gli esseri umani si comportano in modi socialmente dannosi. Il fatto che le forze che gli muovono e le motivazioni interiori sono oscure, misteriose e imprevedibili ci autorizza forse a non tenerne conto? Si può fare scienza politica senza psicologia politica?

16 Il vocabolario della politica si è trasformato a partire dal secolo scorso per renderlo più scientifico e meno ambiguo. Pensiamo per esempio a concetti chiari e semplici come sistema politico. Gradualmente parole dense di senso come autorità, potere, hanno lasciato posto a parole neutre come sistema, attore, regolazione, interazione, gioco. Questo cambiamento ha veramente arricchito la nostra comprensione dei fenomeni? Spesso questo nuovo vocabolario serve per quella che Ricci (1984: ) chiama la small conversation. Conversazioni che avvengo all'interno di una disciplina, dove i membri della comunità parlano principalmente fra di loro, in un linguaggio talmente specializzato e pieno di gergo che è incomprensibile non solo al largo pubblico ma anche ai colleghi di altre discipline. La giustificazione di questa modalità è la scientificità. Anche la scienza politica imita le scienze dure ma l'oggetto della ricerca, come ben sappiamo, è alquanto peculiare. L'esito è maggiore scientificità presunta, impossibilità di fare great conversation e quindi irrilevanza per la società. In conclusione la scienza politica come disciplina accademica è una grande organizzazione come molte altre, guidata da criteri specifici che mirano alla razionalità funzionale (Ricci 1984) e così facendo produce una serie di conseguenze paradossali che ho provato a descrivere. L'università come luogo di produzione scientifico permette agli studiosi autonomia e indipendenza economica ed in teoria è il luogo ideale per allargare la nostra conoscenza del mondo. Tuttavia esistono dei forti vincoli nella scelta dei temi di ricerca e nelle regole del gioco. Considerato che non si può trasformare radicalmente l'organizzazione della disciplina, è compito di ogni singolo studioso confrontarsi con essa e rendere il proprio lavoro più rilevante. Non farsi stritolare dalla razionalità funzionale della burocrazia e rifiutare gli aspetti negativi. Nelle scienze sociali dove non esistono esperimenti, i risultati sono considerati di valore in quanto certificati come veri e accurati da un sistema di pubblicazioni scientifiche e peer review. Per come è strutturato il mercato della conoscenza, dobbiamo concludere che ogni contributo della scienza politica andrebbe giudicato singolarmente per i propri meriti piuttosto che accettato in quanto tale perché il gruppo dei pari lo ha ritenuto un contributo importante? Qual è l'influenza del contesto sociale nel giudicare la qualità dei singoli contributi? Possiamo sempre e comunque fidarci del sistema o ogni lavoro andrà considerato in sé e valutato secondo altri criteri aggiuntivi? Nel caso degli studi politici senza dubbio la sola pubblicazione non ci dice nulla sul valore della ricerca. Tocca al singolo ricercatore individuare quei contributi che realmente arricchiscono la nostra comprensione dei fenomeni politici. Le riveste di settore, nel nostro caso la RISP, potrebbero adottare procedure per migliorare l'accountability dei recensori e rendere il processo maggiormente trasparente. Spero che il Direttore della rivista condivida alcune delle proposte che ho presentato in questo paper. Un altro suggerimento di Ricci (1984) che condivido è quello di cercare di introdurre sempre la

17 dimensione storica nelle nostre analisi, confrontarsi con fattori di lungo periodo e non rimanere schiacciati da periodi temporali super corti. La storia potrebbe suggerirci che il mondo reale è complesso, il suo significato difficile da comprendere, che non tutti i fenomeni sono completamente nuovi e che alle statistiche e ai dati raccolti occorre sempre aggiungere un'analisi lucida e profonda. Infine due parole suoi buoni libri. I professori di scienza politica dovrebbero suggerire ai propri studenti di leggere alcuni libri anche se non scritti in modo scientifico o al di fuori della disciplina. Sono le verità della scienza politica più vere di quelle del passato o di quelle scoperte da altre discipline? Non necessariamente almeno che non crediamo alla superiorità della scienza politica in quanto accumulo di verità come le scienze dure. Molte delle letture che facciamo e diamo ai nostri studenti non sono importanti per sé ma in quanto non possiamo non conoscere tutto quello che di più recente è stato pubblicato. Vuol dire rimanere immersi nelle piccole conversazioni di cui parla Ricci, basate su concetti super tecnici, legato ad uno specifico gergo, nelle quali la novità vince sulla profondità di analisi e di pensiero, e la quantità delle pubblicazioni sulla qualità. Per la maggior parte dei nostri studenti non ci sono benefici importanti. Perché non leggere e far leggere solo i contributi migliori della scienza politica e aggiungere alla lista i migliori delle altre discipline, come sociologia, economia, psicologia, diritto, quando questi hanno qualcosa da dire riguardo la comprensione dei fenomeni politici? I buoni libri appartengono alla sostanza della comprensione e non alla razionalità funzionale dell'organizzazione di una singola disciplina. I buoni libri trattano di temi importanti e non rispondono solo ai dibattiti interni ad una singola disciplina. Infine sono scritti in un linguaggio comprensibile. La scienza politica come disciplina accademica si trova in difficoltà nell'interpretare alcuni eventi di svolta e rottura. Non ha gli strumenti per spiegare in modo autonomo le fasi rivoluzionarie o costituenti, quei momenti conflittuali in cui si definiscono i nuovi rapporti di forza e si producono le nuove élite politiche (la caduta del muro di Berlino e dell'unione So vietica, l'ascesa dell'islam politico, le trasformazioni nei paesi arabi). All'interno dei sistemi democratici spiega il come ma non il perché mutano i valori culturali ed etici legati ad alcune scelte (pensiamo alle elezioni). Non è in grado, in quanto non possiede gli strumenti, per spiegare gli universi simbolici che li generano. Dobbiamo renderci conto con modestia dei limiti dei nostri strumenti ed essere consapevoli dell'incertezza dei fenomeni politici e delle spiegazioni degli stessi. Se non si può cambiare l'organizzazione della disciplina, tuttavia ogni ricercatore ha il potere di scegliere il proprio tema di ricerca. Concludo concordando con Dahl (1996), per il quale è meglio non scambiare l'incertezza sulle questioni importanti con una maggiore certezza sulle questioni irrilevanti.

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