La scommessa dell energia

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1 La scommessa dell energia Il Programma di sviluppo rurale della Regione Piemonte Supplemento a Agrisole n. 19 del 14/05/2010 La scommessa dell energia L agricoltura e le fonti rinnovabili Piazza Castello, Torino tel fax I fondi strutturali in Piemonte: Lo sviluppo rurale in Piemonte: Contatti: Tel

2 SOMMARIO Prefazione... di Gianfranco Corgiat Loia, Autorità di Gestione del PSR 2007/ Agricoltura ed energia... L ESPERTO Una rivoluzione alle porte... ENERGIA DAI RESIDUI 2. Non più scarti ma risorse Dai reflui al metano... L agricoltura eco-sostenibile... COLTURE E SELVICOLTURA 4. L energia che si coltiva Energia pulita delle foreste... RISPARMIO ENERGETICO 6. Il risparmio come primo obiettivo... SCENARI 7. Il futuro: l agricoltura fa muovere il mondo Supplemento a Agrisole n. 19 del 14/05/2010 Direttore responsabile: Elia Zamboni Registrazione testata: Tribunale di Milano n. 460 del 20/07/1996 Proprietario ed editore: Il Sole 24 Ore S.p.A. Presidente: Giancarlo Cerutti Amministratore delegato: Donatella Treu Sede legale: Via Monte Rosa Milano Redazione: Piazza dell Indipendenza 23 b/c Roma A cura di Ottavio Repetti Foto di Ottavio Repetti e Archivio Regione Piemonte Stampato da L.E.G.O. SPA Legatoria Editoriale Giovanni Olivotto Lavis (Trento) Chiuso in redazione aprile 2010 Progetto grafico Lizart comunicazione visiva

3 Prefazione di Gianfranco Corgiat Loia, Autorità di Gestione del PSR 2007/2013 Il Programma di Sviluppo Rurale 2007/2013 prevede al suo interno un piano di comunicazione, destinato a informare i beneficiari, il mondo agricolo e l insieme della cittadinanza sulle opportunità offerte dal Psr stesso e sul ruolo svolto dall Unione Europea nelle politiche di sviluppo rurale. La Direzione Agricoltura della Regione Piemonte ha avviato un organico piano di comunicazione del Psr, consapevole dell importanza che un Programma complesso venga reso accessibile al pubblico. L agricoltura di oggi non è più solo un attività di produzione e trasformazione, ma è un settore in forte cambiamento, che compete sui mercati a livello globale, ha una funzione essenziale nella gestione del territorio e delle risorse ambientali, è produttore di energia e promotore di opportunità socio-culturali. Sta emergendo una nuova identità culturale dell agricoltura, ancora poco conosciuta e valorizzata. Riteniamo che comunicare questa identità sia un messaggio importante per gli operatori del settore gli imprenditori agricoli e i lavoratori dell indotto e, al tempo stesso, un occasione per rendere comprensibile al grande pubblico una realtà vitale per la collettività. La serie di agili strumenti divulgativi, realizzati in collaborazione con Il Sole 24 Ore, si colloca come un tassello di questo piano di comunicazione: agricoltura ed energia è il primo tema che abbiamo scelto di affrontare; un tema estremamente attuale, ancora controverso per molti aspetti e non facile da sistematizzare. Il nostro impegno è stato quello di dare una panoramica degli interventi e delle tendenze in atto, sperando di offrire spunti per ulteriori riflessioni. Il volume si rivolge a cittadini, studenti, operatori del settore, interessati a conoscere le opportunità offerte dal Psr in questo campo, nel quadro più generale delle politiche energetiche. Dopo una parte introduttiva, che propone alcune definizioni del concetto, vengono trattati i principali aspetti della questione: l energia ricavabile dagli scarti dell attività agricola (animali e vegetali), la produzione di energia ad hoc da parte delle aziende, il ruolo delle risorse forestali, il contributo che l azienda agricola può fornire in termini di risparmio energetico. Ci auguriamo che la lettura possa offrire spunti di interesse e di approfondimento. 2 PSR La scommessa dell energia

4 1. Agricoltura ed energia 1. Agricoltura ed energia Con il protocollo di Kyoto e la necessità di ridurre le emissioni, l agricoltura ha acquisito un ruolo nel ramo energetico. Potrebbe essere la soluzione di molti problemi del settore, a cominciare da quelli di bilancio. Ma è un processo che va governato Cosa c entra l agricoltura con l energia? Poco e niente, si sarebbe detto dieci anni fa. Parecchio, viene naturale rispondere oggi. Dieci anni hanno cambiato un sacco di cose, anche in un contesto tradizionalmente allergico ai cambiamenti repentini. Ma che ha conosciuto anni di sconvolgimenti emergenze prezzi, speculazioni sulle materie prime, nuove regole comunitarie, contraccolpi del crack finanziario che lo hanno profondamente modificato. E che spiegano per che motivo l agricoltura oggi è legata a filo doppio con la questione energetica. Vediamo dunque alcuni di questi motivi. Per cominciare, la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e, naturalmente, Kyoto. Per l Italia, l impegno imposto dal protocollo internazionale è una riduzione del 6,5%. Di conseguenza, dobbiamo limitare l uso di combustibili fossili: da un lato risparmiando energia e dall altro trovando fonti alternative. Le cosiddette energie rinnovabili, ovvero quelle che provengono da combustibili che possono essere ricreati. PSR La scommessa dell energia 3

5 1. Agricoltura ed energia Il ruolo dell agricoltura Il ruolo dell agricoltura, a questo punto, diventa chiaro. La definizione energie rinnovabili rimanda direttamente a qualcosa che può essere ciclicamente riprodotto, oppure coltivato. Per esempio il legno. Inoltre, l agricoltura può produrre il bioetanolo e il biodiesel, due carburanti per i motori a scoppio. A questo punto, dunque, la domanda non è se il settore può aiutare la lotta all inquinamento, ma fino a che punto può arrivare. Domanda che, al momento, non ha risposta, perché il cammino dell agricoltura in questo nuovo ruolo è soltanto agli inizi. Ma procede a passi spediti, sostenuto dagli incentivi messi in campo dai governi e spronato dalla difficile situazione delle coltivazioni tradizionali. Un processo da guidare Quando la crescita è veloce rischia di essere caotica. Nel caso specifico, per le ragioni appena citate c è il pericolo che in molti si convertano alle coltivazioni energetiche, riducendo le produzioni tradizionali. La superficie coltivabile non è illimitata, soprattutto nel nostro paese, dove le pianure sono poche, in rapporto all intero territorio. Se i terreni migliori fossero usati per produrre biomassa e biocarburanti non ci sarebbero abbastanza alimenti per gli animali né per l uomo e dovremmo importarli. Senza contare che l impiego energetico di piante commestibili pone un problema morale. Insomma, una questione delicata, nella quale la contraddizione è dietro l angolo. Per questo occorre un attento lavoro di pianificazione prima e di indirizzo poi delle tendenze di mercato. Un compito che spetta al pubblico, inteso come governo pubblico. Un ruolo importante, a dispetto della dimensione territoriale contenuta, può essere svolto dalle regioni, attraverso l autonomia legislativa in materia Il protocollo di Kyoto Firmato l 11 dicembre 1997, il protocollo di Kyoto è entrato in vigore nel febbraio del 2005, con l adesione della Russia. Condizione essenziale perché il trattato fosse operativo, infatti, era la partecipazione di almeno 55 paesi che fossero produttori di almeno il 55% dei gas-serra immessi annualmente nell atmosfera (6.000 megatonnellate di CO2). Una situazione che si è ottenuta soltanto dopo la firma del paese euro-asiatico. Ad oggi hanno aderito quasi 180 nazioni. Restano fuori da Kyoto, come noto, gli Stati Uniti e la Cina, responsabili, da soli, di oltre il 40% dell inquinamento mondiale. Fortunatamente, anche Usa e Cina stanno facendo qualche passo nella giusta direzione. Lo si è visto alla conferenza di Copenhagen, che nelle premesse poteva essere una nuova Kyoto e invece si è conclusa con un sostanziale insuccesso. Tuttavia si è registrato il cambio di direzione degli Usa grazie alla politica di Obama e la Cina si è impegnata a ridurre le emissioni di carbonio in rapporto al proprio prodotto interno lordo. Timidi segnali di quella che potrebbe essere una nuova linea politica dei due colossi mondiali. 4 PSR La scommessa dell energia

6 1. Agricoltura ed energia agricola e, in primis, i Programmi di sviluppo rurale. Questo documento, fondamentale per la pianificazione agricola, è in molta parte vincolato dalle norme europee e nazionali, ma lascia anche un certo margine di discrezionalità alla Giunta regionale. Sufficiente per dare un indirizzo di massima alla politica agricola del territorio. L importanza di uno strumento come il Psr diventa palese in situazioni come quella attuale. Il Piemonte, attraverso incentivi e vincoli agli incentivi stessi, sta incanalando l interesse per le agrobioenergie in un senso ben specifico: sviluppo sì, ma che non comporti la distruzione dell agricoltura tradizionale. Per esempio, sono stati posti limiti alla composizione della miscela da immettere negli impianti di biogas e alla distanza massima tra centrali a biomasse e luoghi di produzione del combustibile, come vedremo più avanti. Lo scopo è scongiurare il rischio che la produzione di energia diventi un attività a se stante, preponderante su quelle tradizionalmente assegnate all agricoltura. Risparmio energetico: ricetta senza controindicazioni L agricoltura è un attività produttiva al pari di molte altre. E, come esse, può contribuire all abbattimento dei gas serra razionalizzando i propri consumi energetici. Per decenni l obiettivo è stato quello di massimizzare la produzione, riducendo la manodopera. Obiettivo pienamente logico date le condizioni del tempo: risorse energetiche a buon mercato e abbondanti, manodopera in forte riduzione causa l inurbamento e molto costosa. Oggi le cose sono cambiate. La manodopera continua a essere uno dei fattori produttivi più cari, ma anche il costo energetico è aumentato in maniera esponenziale. E, cosa ancor più importante, non è più possibile sprecare energia, per questioni economiche ma soprattutto ambientali. Dunque, si deve arrivare a una nuova organizzazione del lavoro agricolo e ridefinire l equilibrio tra massimizzazione della resa per ettaro e impiego di materie prime con cui ottenerla. Secondo il nuovo modello, non è scontato che massimizzare la produzione sia sempre e comunque auspicabile, anche dal punto di vista economico. Potrebbe essere preferibile, per esempio, produrre un po meno se questo determina un forte risparmio sui mezzi di produzione. Qualcosa del genere accade già. Il costo dei prodotti di origine petrolifera dal gasolio ai fertilizzanti ha toccato picchi tali da rendere la coltivazione dei cereali scarsamente remunerativa, nonostante il parziale adeguamento del prezzo dei cereali a queste impennate. Va da sé che se fosse possibile ridurre di molto la quantità di materie prime impiegate, l equilibrio sarebbe ristabilito. Quello di cui si parla è, chiaramente, un nuovo modo di interpretare l agricoltura e i suoi obiettivi. Ma del resto, in un mondo in radicale trasformazione, nemmeno il settore primario può permettersi di restare uguale a se stesso. Spetta a chi amministra la cosa pubblica intendiamo dire alla politica il compito di guidare questo cambiamento. Nei capitoli seguenti cercheremo di mettere a fuoco fino a che punto esso sia già in corso e quale direzione stia prendendo, almeno in Piemonte. PSR La scommessa dell energia 5

7 Una rivoluzione alle porte L ESPERTO Una rivoluzione alle porte Giuseppe Gamba, Kyoto Club: l agricoltura è chiamata a due grandi sforzi. Razionalizzare i propri consumi e produrre materiali a uso energetico. I terreni migliori devono fare prodotti di qualità, quelli marginali possono essere convertiti alle nuove coltivazioni Quello che abbiamo capito, in questi anni, è che il modo di vivere attuale non è più sostenibile. Tutto deve cambiare: le nostre abitudini, l economia, l edilizia, l industria. E, naturalmente, anche l agricoltura. Giuseppe Gamba, torinese doc, non è l ultimo arrivato, se si parla di sostenibilità e futuro della terra. Già assessore all ambiente nonché vicepresidente della Provincia di Torino, oggi consulente di numerosi enti locali per aiutarli a ridurre le emissioni inquinanti e compensare con crediti di carbonio ciò che non può essere eliminato. Crediti italiani, e soltanto per le emissioni che non possono essere azzerate attraverso il risparmio o la razionalizzazione, precisa. Soprattutto, Gamba è responsabile per gli enti locali nel Kyoto Club italiano, vale a dire l associazione nata per rispettare i vincoli di Kyoto e diventata in breve una delle bandiere dello sviluppo eco-compatibile. La persona giusta, dunque, per parlare di scenari a medio e lungo termine. Quello che Giuseppe Gamba disegna nelle pagine seguenti è un quadro purtroppo ipotetico, che per realizzarsi richiederebbe un ripensamento non soltanto delle politiche nazionali in materia di agricoltura, ma dell intera Pac e, forse, dell economia agricola planetaria. Ma è ugualmente un punto di vista interessante, perché traccia un percorso possibile e che, se le cose continuassero a peggiorare, potrebbe anche diventare obbligato. Cominciamo col parlare di ambiente, clima e grandi accordi internazionali in materia. A cominciare, ovviamente, da Kyoto e Copenhagen. Secondo i più, due occasioni mancate. Si tende a vedere Copenhagen come un fallimento, ed è innegabile che abbia mancato le aspettative. E si pensa che anche Kyoto sia stata una risposta totalmente insufficiente in rapporto alle dimensioni del problema. Ma proviamo a considerare che quando si firmò il protocollo giapponese, la riduzione del 5% delle emissioni inquinanti era un valore significativo. Soltanto in seguito si capì che per restare su una scala di cambiamenti climatici accettabile occorre una riduzione delle emissioni non del 5, ma del 50, se non dell 80%. Cosa che a Copenhagen non è stata decisa. Anzi... Sì, ma anche il vertice danese ha portato qualche risultato. Per esempio, la disponibilità degli Stati Uniti e della Cina a fare la propria parte è una novità importante. Inoltre, si è vista l impronta di Obama sulle future politiche ambientali americane. Già il cambio di atteggiamento dell attuale amministrazione ha fatto sì che le imprese e la ricerca scientifica di quel paese abbiano capito in che direzione ci si deve muovere. La stessa in cui si muove la Cina, peraltro. Americani e cinesi prevedono che il business, nei prossimi anni, andrà in quel senso e si stanno attrezzando. Purtroppo le 6 PSR La scommessa dell energia

8 Una rivoluzione alle porte imprese italiane non hanno altrettante certezze. Non è chiaro che orientamento voglia prendere il nostro paese e questo potrebbe indurre gli imprenditori a restare in stand-by, perdendo il passo degli altri stati. Doppio ruolo per l agricoltura Detto dove va la politica, resta da capire dove deve andare l agricoltura... Ha un doppio ruolo. In primo luogo, è un comparto produttivo al pari dell industria o del terziario, e come tale deve essere parte della radicale opera di razionalizzazione energetica cui tutti siamo chiamati. In secondo luogo, l agricoltura può produrre energia, come ormai sappiamo bene. E riguardo a questo bisogna ancora capire tante cose: quanta energia può produrre, in che modo, quali controindicazioni possono esserci. Cominciamo dal risparmio energetico, allora. Di per sé l agricoltura avrebbe un bilancio energetico positivo: è la caratteristica distintiva rispetto agli altri settori economici: sa fissare nel raccolto l energia solare catturata dalle piante. In questo senso è l unico settore economico veramente produttivo. L agricoltura non dovrebbe quindi presentare elevati potenziali di risparmio, ma nel fare un bilancio energetico non bisogna tenere conto soltanto del fabbisogno diretto, bensì di ogni aspetto legato a un attività. L agricoltura industrializzata ha enormemente aumentato la produttività del lavoro, ma questo ha portato a una riduzione netta della produttività energetica. Per dirla in parole più semplici, si impiega un sacco di energia per aumentare soltanto di poco la resa per ettaro. Occorre una rivoluzione agro-industriale che porti a ridurre in modo drastico l energia usata a parità di prodotto ottenuto. In altre parole, sostiene Gamba, bisogna migliorare l efficienza energetica. Torniamo, però, alla domanda iniziale: dov è tutta questa energia usata dall agricoltura? I combustibili per esempio il gasolio dei trattori non sono l unica fonte energetica che partecipa alla filiera agricola. Pensiamo ai fertilizzanti e al fatto che per produrli serve energia, per esempio. Oppure all acqua. L 80% dell acqua gestita dall uomo viene assorbita dall agricoltura. Una grandissima parte di questa non arriva alla pianta a causa di sistemi di irrigazione poco efficienti e dell evaporazione. Un doppio spreco: di acqua ma anche dell energia usata per pomparla dai pozzi o dai canali fino ai campi. Sistemi più efficienti, come l irrigazione a goccia o altri ancora, che già molti paesi adottano, permetterebbero enormi risparmi. Bisogna ridurre il fabbisogno specifico di energia per unità di prodotto, conclude Gamba. L energia coltivata Punto due: produrre energia attraverso l agricoltura. Le possibilità sono diverse e talvolta affascinanti. Ma fino a che punto sono praticabili e, soprattutto, auspicabili? Per prima cosa, l agricoltura produce energia PSR La scommessa dell energia 7

9 Una rivoluzione alle porte da sempre. Produce infatti il cibo, che è una forma di energia. Talvolta, tuttavia, dal punto di vista del rapporto impiego-risultati, è energia mal utilizzata: pensiamo a quante materie prime assorbe la zootecnia. Per produrre una caloria di cibo di origine animale occorrono fino a 20 calorie di origine vegetale. Quindi una dieta con meno carne, si sostiene da più parti, sarebbe più sana ed ecologicamente più sostenibile. Occupiamoci però della produzione di energia come tutti la intendono. Coltivando materiali utili a scaldarsi, viaggiare e vivere, l agricoltura può dare un contributo diretto alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Stabilire fin dove possa arrivare questo contributo è difficile e richiede, per prima cosa, un deciso cambio di registro a livello strutturale. Faccio un esempio legato al Piemonte: si è calcolato che il patrimonio agro-forestale potrebbe, se ben gestito e servito da interventi strutturali, raddoppiare il proprio apporto alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Parliamo sempre di un contributo parziale, d accordo. Ma ricordiamoci che la via dell indipendenza energetica passa attraverso la somma di tanti contributi parziali. Torniamo alle biomasse piemontesi. Di che tipo di interventi strutturali parla Giuseppe Gamba? Nell esempio specifico, da una parte dobbiamo rendere i boschi fruibili per la raccolta, quando possibile. Dall altra, si potrebbe creare un industria forestale sull esperienza di quanto fanno da sempre altri paesi europei pur con le dovute differenze. Sono interventi, come dicevo, profondi, strutturali, pur rispettando le specificità italiane. Il 40% del legno in piedi finisce negli scarti: ramaglie, corteccia, segatura. Se esistesse un economia forestale, potrebbe essere valorizzato come biomassa. Oggi, invece, in buona parte è abbandonato. Questa chiaramente è soltanto una parte del problema, ma spiega abbastanza bene quel che si dovrebbe fare. Ho parlato di gestione delle foreste, ma vale anche per l agricoltura. In questo modo la produzione energetica arriverebbe a percentuali interessanti, sarebbe redditizia per chi la pratica e fornirebbe posti di lavoro. Come si può fare per raggiungere un risultato così 8 PSR La scommessa dell energia

10 Una rivoluzione alle porte lontano dalla realtà odierna? Ovviamente questo è il ruolo del Pubblico. Non si può pensare che il mercato, da solo, possa compiere una ristrutturazione tanto profonda. La politica, quella con la P maiuscola, ha il potere di guidare questi processi. Il mercato deve essere libero di esprimersi, ma va anche indirizzato. Il cambiamento cui pensa Gamba non è di poco conto. Da una parte, come si è visto, si deve produrre valutando se ha senso usare quell energia per ottenere quella resa. Dall altra ed è il rovescio della medaglia si deve valorizzare al massimo quel che si produce. È evidente che se cominciamo a fare un bilancio dei costi energetici, il passo successivo è arrivare a un alto valore aggiunto dei prodotti agricoli. È inutile coltivare soltanto commodities che sono esposte a tutti gli sbalzi di quotazione dei mercati internazionali. Meglio puntare su prodotti che abbiano la giusta valorizzazione economica, sfruttando le aree migliori. Un esempio può essere la coltivazione biologica. Nelle zone in cui questo non è possibile, la coltivazione a fine energetico diventa l alternativa più ovvia. Si possono usare in primo luogo tutte le aree marginali, dove è difficile fare prodotti di qualità... Oppure pensare a una vera e propria riconversione generale della produzione: da una parte le aree ad alto valore aggiunto dove si possono fare coltivazioni biologiche o simili; dall altra quelle destinate alla produzione energetica. Un obiettivo evidentemente ben lontano dalla realtà attuale, ma comunque ipoteticamente realizzabile. Il problema etico Questa ipotesi apre la strada al cosiddetto dilemma etico: è ammissibile coltivare per produrre energia quando nel mondo c è ancora chi ha fame? Fare discorsi assoluti è sempre sbagliato. Le scelte devono essere locali. Fare le cose giuste nel posto giusto, senza forzare un terreno che non ha determinate capacità e senza togliere superficie buona alla produzione alimentare. Chiaramente, come già ho detto, per arrivare a questo risultato occorre un azione ben precisa da parte del Pubblico. Vale a dire? Incentivi ad hoc? Incentivi, ma molto mirati. Il sistema del contributo per tutti non è funzionale, in questi casi. Per esempio, si potrebbe aiutare chi coltiva biologico laddove ha senso fare il biologico e chi fa energia dove non sarebbe logico fare nient altro che quello. Passando dalla teoria alla pratica, un esempio molto chiaro è quello del biogas. Sostiene Gamba: Oggi si fa biogas usando, accanto ai reflui zootecnici, coltivazioni apposite di mais o sorgo. Bisognerebbe, con il tempo, sostituire queste biomasse con gli scarti. E limitare, inoltre, la distanza massima tra l area di coltivazione e l impianto di produzione, oltre che la percentuale di biomasse coltivate che si possono usare accanto ai reflui. Attraverso questi strumenti si può evitare che l azienda agricola si trasformi in una centrale elettrica. In Danimarca, per fare un esempio, le stalle producono biogas, ma per pagare i costi dell abbattimento dell azoto nei reflui. Vendono energia elettrica e usano quel che guadagnano per trattare le deiezioni. Restano principalmente agricoltori e non sognano di diventare fabbriche di energia. Continuano a produrre mais, latte e carne e per pagare i costi del rispetto ambientale usano i proventi di un attività non agricola. Questo è un approccio corretto, che favorisce l agricoltore, gli permette di restare tale e al tempo stesso fa bene all ambiente. PSR La scommessa dell energia 9

11 2. Non più scarti ma risorse ENERGIA DAI RESIDUI 2. Non più scarti ma risorse Paglia, stocchi di mais, potature degli alberi, gusci di nocciole: quel che l agricoltura non usa può diventare combustibile per produrre calore ed energia elettrica. Con un solo limite posto dalla Regione: la distanza tra luogo di produzione e di utilizzo del materiale L agricoltura, dunque, può contribuire a raggiungere gli obiettivi energetici in diversi modi: consumando meno, facendo coltivazioni a fini energetici o utilizzando i propri scarti per creare energia nuova. Sono tutte strade possibili e che possono dare risultati più o meno buoni. La scelta delle priorità spetta alla politica; ovvero, per quanto ci interessa in questa sede, alla Regione. Nel caso del Piemonte, la graduatoria è molto semplice. E anche chiara: sì al risparmio energetico e a qualsiasi tecnologia che consenta di recuperare energia dai sottoprodotti e dagli scarti di lavorazione. Cautela e precisi vincoli, invece, per le colture dedicate, perché il Piemonte è in primo luogo terra di un agricoltura di qualità e tale deve restare. In altre parole, la Giunta regionale non vuole che l agricoltura piemontese si trasformi in una fabbrica di energia a scapito delle produzioni tradizionali. Una posizione ribadita con chiarezza in un documento fondamentale per capire il futuro dell energia rinnovabile in Piemonte: la Relazione programmatica sull energia, approvata il 28 settembre Da questo testo, tra gli altri, prenderemo spunto per le analisi che seguiranno e che avranno come oggetto le iniziative leggi vincoli e incentivi messe in campo per guidare lo sviluppo delle energie rinnovabili nella direzione stabilita. Vedremo quindi quali sono le risorse offerte o, viceversa, quali limiti si pongono al puro e semplice mercato. Cominciamo da un caso ben definito: ricavare energia dai sottoprodotti agricoli. Quel che l agricoltura non usa Sottoprodotti e scarti sono una costante nella produzione agricola. Come, del resto, di tutte le produzioni: si pensi per esempio a quella industriale. Ma mentre il settore manifatturiero si è da tempo attrezzato per reimpiegare utilmente quel che avanza dal processo principale, in agricoltura questo passaggio deve ancora compiersi appieno. In realtà, il ciclo agricolo completo esiste da sempre e per secoli ha rappresentato un perfetto esempio di ottimizzazione delle risorse, riciclo delle materie prime, integrazione di filiera. Basta dare un occhiata allo schema che pubblichiamo per rendersi conto del livello di efficienza e complessità raggiunto. Ma questo modello bilanciato ed eco-sostenibile è stato accantonato dall agricoltura intensiva, quando la priorità numero uno era massimizzare la produzione. Nel periodo del boom nessuno aveva il tempo e la voglia di curarsi del reimpiego dei sottoprodotti, che divennero così scarti di cui liberarsi. Spesso, bruciandoli a margine dei campi, oppure interrandoli e trasformandoli in fertilizzante organico. Oggi è tempo di tornare al passato, ovviamente rileggendo il vecchio modello contadino alla luce delle nuove tecnologie. 10 PSR La scommessa dell energia

12 COLTIVAZIONI ALLEVAMENTO CASA IL MODELLO AGRICOLO TRADIZIONALE Le colture annuali Il grano e l orzo lasciano la paglia, il riso anche la lolla, il mais gli stocchi e i tutoli. In tutte le colture annuali, la parte utile della pianta è molto piccola, in proporzione alla pianta stessa. Vale a dire che ne resta una grossa percentuale inutilizzata. Che farne? Nel tempo gli impieghi sono stati disparati. Prendiamo la paglia: impastata con la terra per farne mattoni, usata nella stalla come lettiera, mescolata ai foraggi, bruciata o interrata nei campi. Oggi, si fa avanti una nuova prospettiva: usarla come combustibile in centrali per la produzione di energia termica ed elettrica. L ipotesi è contenuta anche nella Relazione sull energia. Nello scenario potenziale ovvero quello con più probabilità di realizzarsi nei fatti si ipotizza di sfruttare in questo modo il 10% della paglia di riso e dei tutoli di mais e l 80% della lolla. Potrebbero essere riutilizzate 12mila tonnellate di tutoli e stocchi di mais, 29mila di paglia e 95mila di lolla di PSR La scommessa dell energia 11

13 2. Non più scarti ma risorse riso, con un risparmio annuo di circa 50mila tonnellate di petrolio. La scelta di bruciare i sottoprodotti della cerealicoltura ha però una controindicazione: facendolo, si toglie sostanza organica al terreno. Inoltre è necessario abbattere efficacemente l emissione di particolati prodotti dalla combustione. e le colture perenni Discorso del tutto analogo per le coltivazioni perenni, vite e frutteti in primo luogo. Quanto siano diffuse in Piemonte è cosa nota: la vite è regina delle Langhe, dell astigiano e ha una presenza consistente nell alessandrino; i frutteti coprono a macchia di leopardo il cuneese, con una specializzazione sulla corilicoltura (noccioleti) sempre nella zona delle Langhe e a cavallo del confine con l Astigiano. I sottoprodotti di queste colture utilizzabili a fine energetico sono sia i sarmenti e le potature sia gli scarti della lavorazione, come vinacce e graspi per la vite, gusci di nocciolo e via dicendo. Guardiamo ancora una volta agli scenari del 2020: si ipotizza come possibile l obiettivo di trasformare in energia il 20% degli scarti e il 100% del legname frutto di espianti; vale a dire 5mila tonnellate di sarmenti di vite e circa di potature (metà delle quali provenienti dai noccioleti). Inoltre, tonnellate di legname espiantato, per un totale di circa 13mila tonnellate di petrolio equivalente (tep). Un limite: la localizzazione Dunque la Regione considera importante produrre energia termica ed elettrica dai sottoprodotti delle lavorazioni agricole e agro-industriali. Lo dimostrano sia la Relazione programmatica sia la delibera di Giunta del febbraio 2009, che stabilisce quali progetti potranno essere finanziati. In entrambe, sottoprodotti e scarti sono considerati risorse da sfruttare e da preferire come vedremo anche più avanti alle coltivazioni dedicate. Vi sono soltanto due vincoli, di natura ambientale. Il primo riguarda le emissioni prodotte dagli impianti, che devono ovviamente essere in linea con le prescrizioni sulla qualità dell aria. Il secondo ha a che fare con il nodo dei trasporti: produrre energia pulita utilizzando sottoprodotti agricoli non risolve il problema delle emissioni di CO2, se le biomasse fanno viaggi di centinaia di chilometri per arrivare alla centrale. Pertanto, sono ammissibili ai finanziamenti regionali gli impianti alimentati con scarti agricoli e/o zootecnici prodotti esclusivamente in porzioni di territorio site entro un raggio di 50 km dall impianto di utilizzo per quanto riguarda l energia termica. Se la centrale dà anche energia elettrica, invece, si arriva a 70 km di raggio. Gli scarti dell uva La vite lascia i sarmenti di potatura, ma anche gli scarti della vinificazione. Raspi, vinacce e vinaccioli sono un ottimo combustibile una volta essiccati e in più sono facilissimi da raccogliere, dal momento che escono dalle pigiatrici e devono soltanto essere ammucchiati e portati al luogo di utilizzo. Mediamente, dal 3 al 5% del peso di un grappolo è costituito dal raspo; lo stesso vale per i vinaccioli, mentre la buccia può arrivare al 10%. In totale, quindi, tra il 14 e il 17% dei circa 4 milioni e mezzo di quintali di uve può trasformarsi in carburante per centrali a biomassa. Vale a dire circa 70mila tonnellate di materiale, se si dovesse fare una raccolta capillare. 12 PSR La scommessa dell energia

14 3. Dai reflui al metano Con il biogas si possono risparmiare fino a 277mila tonnellate di petrolio ENERGIA DAI RESIDUI 3. Dai reflui al metano Quasi un milione di tonnellate di deiezioni suine e oltre due milioni e mezzo di reflui bovini. Tutte trasformabili in biogas con il quale alimentare centrali termoelettriche. Le potenzialità sono enormi e potrebbero contribuire in misura significativa ai precari bilanci degli allevatori Abbiamo iniziato a parlare di impiego energetico dei sottoprodotti partendo da paglia, tutoli e ramaglie varie. Secondo le prospettive della Relazione sull energia, mettendo assieme tutti questi materiali si arriverebbe a circa 190mila tonnellate di biomassa da bruciare negli impianti. Bene: usando gli stessi criteri di stima, le sole deiezioni suine ammontano a 826mila tonnellate, mentre quelle dei bovini superano i due milioni e mezzo di tonnellate. Questo considerando soltanto gli allevamenti con almeno 100 capi bovini e suini. Dunque, i reflui potenzialmente utilizzabili per creare energia sono 17 volte più consistenti rispetto alle biomasse legnose ed erbacee. Potrebbero fornire, a seconda dello scenario ipotizzato, da un minimo di 30 a un massimo di quasi 600 milioni di metri cubi di gas (valore dello scenario più alto, in cui si presume di poter sfruttare 13 milioni e mezzo di tonnellate di reflui). Tradotto in tonnellate equivalenti di petrolio, si va da un minimo di a un massimo di 277mila tep, con 70mila tonnellate equivalenti come ipotesi più plausibile (scenario potenziale). Dunque stiamo parlando di una vera e propria fonte di energia, capace di coprire lo 0,6% del fabbisogno regionale (circa 12 milioni di tep), arrivando al 2,3% se fosse rispettato lo scenario alto. PSR La scommessa dell energia 13

15 3. Dai reflui al metano Il biogas Abbiamo fatto cenno al gas. Per l esattezza dovremmo dire biogas. È attraverso questa forma, infatti, che i reflui degli animali possono trasformarsi in energia. Il processo è abbastanza noto e prende il nome di digestione anaerobica. A un livello elementare, possiamo dire che colonie di batteri digeriscono i liquami trasformandoli prima in aminoacidi e grassi, quindi in composti via via più semplici fino a produrre un materiale ricco di azoto e diversi gas che compongono, per l appunto, il biogas. Tra essi, è preponderante il metano: fino all 80%, nei casi migliori. Prendendo i reflui e mettendoli in grandi vasche coperte da teli impermeabili, quindi, si può recuperare un gas combustibile che bruciato in un cogeneratore dà energia termica ed elettrica. Gli impianti per la produzione di biogas hanno conosciuto, in alcune regioni, un vero e proprio boom negli ultimi cinque anni. Per quanto riguarda il Piemonte, siamo a 8 centrali funzionanti e una trentina in costruzione, più altre domande già presentate dagli allevatori. Una crescita non paragonabile a quella di regioni come la Lombardia, ma comunque significativa. Il motivo risiede principalmente nell interessante contributo che lo Stato elargisce per l energia elettrica da fonti rinnovabili: 0,28 centesimi di euro al kilowatt. Un prezzo che rende il biogas molto redditizio, se l impianto funziona a dovere e si ha una buona disponibilità di materiali con cui alimentarlo. Anche la Regione è favorevole a questo tipo di impianti. Nel Programma di sviluppo rurale la digestione anaerobica è definita strategica perché fornisce energia rinnovabile e inoltre aiuta l allevatore a valorizzare gli effluenti zootecnici. E secondo la delibera Gli impianti di digestione anaerobica, oltre a fornire una fonte di energia rinnovabile e un reddito integrativo per gli agricoltori, rappresentano uno strumento per migliorare la gestione del refluo zootecnico: la digestione anaerobica mitiga infatti il problema dell impatto olfattivo del refluo tal quale, consente di ottenere un materiale maggiormente idoneo all utilizzo agronomico sui terreni agricoli e, presupponendo la copertura delle vasche contenenti gli effluenti, riduce le emissioni in atmosfera. Dunque, via libera al biogas. Ma prodotto come? Non solo reflui In questi primi anni di lavoro con il biogas si è capita una cosa, perché il sistema sia efficiente, i reflui non bastano: nel digestore devono essere immessi anche materiali vegetali. Come per le centrali a biomasse, sono possibili due strade: usare scarti e sottoprodotti in questo caso anche di origine animale oppure colture specifiche. In testa alle graduatorie di impiego c è, fino a questo momento, il trinciato di mais: molta materia verde, rapido accrescimento, tecnica di coltivazione già ottimamente sviluppata, alta resa in biogas. Ma, come vedremo più avanti, l impiego di una coltivazione ad hoc ha delle serie controindicazioni. E comunque, fa notare la Regione, gli impianti per la produzione di biogas devono avere come primo obiettivo il miglioramento della gestione dei reflui zootecnici. La produzione di energia elettrica, per l agricoltore, non è tanto un fine quanto un mezzo per effettuare un trattamento delle deiezioni a costo zero (anzi, guadagnandoci). Dunque, sostiene la Regione, il trattamento dei reflui deve restare la priorità. Le biomasse vegetali, che siano produzioni dedicate oppure scarti di lavorazione, sono un aiuto al miglio- 14 PSR La scommessa dell energia

16 3. Dai reflui al metano ramento delle rese, non il combustibile principale. Pertanto sostiene la Dgr sono finanziabili gli impianti dove almeno il 50% del materiale di fermentazione è costituito da reflui zootecnici. Inoltre si ripete il vincolo spaziale già posto per le centrali a biomassa: gli scarti devono provenire da un raggio di 50 km dall impianto di utilizzo. I requisiti minimi per autorizzare nuovi impianti e qui passiamo alla Relazione programmatica sono, oltre all uso di miscele contenenti almeno il 50% di reflui, la provenienza di almeno il 70% del materiale (reflui, scarti o colture apposite) da non oltre 70 km di distanza rispetto all impianto. Inoltre, siccome l uso di biomassa vegetale incrementa il contenuto di azoto nel digestato in uscita, ogni impianto deve avere un bilancio di azoto tra il materiale in ingresso e quello in uscita in pareggio. Tale obiettivo continua la relazione può essere raggiunto computando, in termini di riduzione, il quantitativo di azoto presente in eventuali prodotti o sottoprodotti dell impianto aventi caratteristiche chimico-fisiche tali da permetterne la commercializzazione o il trasporto, anche a notevole distanza, verso terreni agricoli richiedenti azoto sulla base di un corretto bilanciamento dei fabbisogni delle colture. In altre parole l impianto di produzione del biogas deve in primo luogo servire a trattare in qualche modo l azoto dei reflui (e della biomassa, se viene usata), così da ridurlo o, in alternativa, renderlo trasportabile, creando i presupposti per un commercio di ammendanti di origine agricola che potrebbe rappresentare la miglior soluzione per equilibrare la presenza di azoto sul territorio regionale. Trasformando i reflui aziendali in un prodotto trasportabile, infatti, è possibile spostare l azoto zootecnico in eccesso verso zone che hanno necessità di questo elemento, come pure di sostanza organica. Per esempio, le aree ad alta densità di viticoltura o frutticoltura, dove da anni non si effettuano apporti di sostanza organica. La direttiva nitrati Le regole in materia di utilizzo agronomico dei reflui zootecnici sono dettate dalla direttiva europea 91/676/ Cee, meglio nota come Direttiva nitrati. Si tratta, in pratica, del primo documento che per mitigare l impatto dell allevamento sulla qualità delle acque, stabilisce in modo organico dei vincoli precisi per la distribuzione dei reflui zootecnici in agricoltura. La direttiva richiede l individuazione sul territorio di ciascuno Stato delle zone vulnerabili da nitrati (Zvn) nelle quali una cattiva gestione degli apporti di azoto a uso agricolo ha compromesso la qualità delle acque o minaccia di farlo in futuro. Per esse, si stabiliscono vincoli precisi alle modalità di gestione e distribuzione di letame e liquami, nonché alla dose massima apportabile alle colture. Le zone vulnerabili coincidono spesso (ma non sempre) con quelle a più alta densità di allevamenti. In esse non possono essere somministrati al terreno più di 170 kg di azoto zootecnico per ettaro ogni anno. Resta, quindi, il problema di cosa fare con i reflui in eccesso. Le strade sono due: estrarre azoto riducendone la concentrazione nei reflui, oppure rendere questi materiali trasportabili (per esempio eliminando l acqua) e trasferirli in aree dove c è bisogno di concimi organici. PSR La scommessa dell energia 15

17 L agricoltura eco-sostenibile (ed energicamente autonoma)

18 In questa mappa virtuale, sono concentrati gli inteventi che un azienda agricola potrebbe attuare, in futuro, per risparmiare e produrre energia, trasformandosi così in un attività sostenibile ed energicamente autonoma. Qui sono dunque riassunti i temi trattati in questo volume. 1) ELETTRICITÀ DAI CANALI IRRIGUI Sui canali di irrigazione possono essere installate mini-centrali che producono elettricità pulita grazie allo scorrimento dell acqua. L energia può essere venduta o utilizzata per il fabbisogno aziendale. 2) SELVICOLTURA Il bosco, se ben curato e gestito, può produrre biomasse per le centrali termiche e termo-elettriche senza intaccare il patrimonio forestale. 3 3) SCARTI DI COLTIVAZIONE Anche i residui colturali come stocchi di mais o paglia possono essere bruciati in una centrale a biomasse, ottenendo calore ed energia da fonti rinnovabili. 4) SCALDARSI CON I RESIDUI Le potature dei vigneti e dei frutteti, raccolte, triturate e messe al riparo, possono alimentare una centrale termica per l abitazione, oppure per le serre, riducendo fortemente l impiego di combustibili fossili. 6 5) BIOGAS Reflui zootecnici e colture con poca necessità di acqua e fertilizzanti, come medica e sorgo, possono essere usati in un digestore per produrre biogas e, in seguito, energia elettrica. Questa può essere venduta per pagare almeno in parte i costi di trattamento dei reflui imposti dalle normative europee in materia di nitrati. 9 6) PANNELLI FOTOVOLTAICI L agricoltura ha ampie superfici coperte. Installando pannelli fotovoltaici si può ottenere elettricità da vendere al gestore di rete, in modo da pareggiare i consumi delle attrezzature (per esempio frigoriferi e sala di mungitura) o di attività come la coltivazione in serra. 7) BIOMETANO Alternativamente, il biogas può essere messo in rete e impiegato per l autotrazione come il metano estratto dai giacimenti. 8) GEOTERMIA La Geotermia fredda può ridurre i costi di climatizzazione delle serre. Inoltre l impiego di strutture coibentate aiuta ad avvicinarsi all autonomia energetica. 9) MENO COMBUSTIBILI FOSSILI Nel futuro anche le auto e i mezzi per il trasporto dei prodotti saranno alimentati con fonti energetiche pulite o a basso impatto ambientale ) MOTORI AD OLIO L azienda agricola potrò produrre in casa (o in impianti consortili) il combustibile per i propri trattori. Nel 2009 sono state messe in commercio le prime macchine funzionanti a olio vegetale, frutto della spremitura di semi di colza o girasole che si ottiene con un semplice frantoio.

19 4. L energia che si coltiva COLTURE E SELVICOLTURA 4. L energia che si coltiva Dal mais usato per gli impianti di biogas alle piantagioni di alberi a rotazione breve, sono molte le strade per produrre energia con colture dedicate. Ma questo apre problemi di natura etica e strategica. Per questo la Regione pone vincoli ben precisi Poco sopra, scrivendo di centrali a biomassa e impianti a biogas, abbiamo fatto riferimento a colture dedicate. Questo genere di coltivazioni si sta diffondendo in Italia. Soprattutto, si coltiva mais da trinciato per alimentare impianti di biogas, dal momento che il prezzo incentivato è molto redditizio e per aumentare le rese in biogas occorre aggiungere masse vegetali ai reflui zootecnici. Ci sono poi le piantagioni di alberi a rotazione breve (Short rotation forestry o Srf ) per le centrali a biomassa. Questi tuttavia, sono soltanto due esempi. Elenchiamo qui di seguito le principali coltivazioni energetiche attualmente disponibili a livello nazionale e internazionale, per concentrarci poi sulla realtà piemontese. Uso energetico delle coltivazioni CENTRALI TERMICHE ED ELETTRICHE Si fanno piantagioni di essenze ad accrescimento rapido (Short Rotation Forestry, o Srf ), come il pioppo, il salice, la Le coltivazioni di piante a rotazione breve si stanno diffondendo sul territorio robinia. Ma si usano anche piante non legnose, come la canna palustre o il mais. Il raccolto avviene con turni da due a cinque anni, grazie appunto al rapido accrescimento di queste piante. Per il taglio si usa una trinciacaricatrice (la stessa usata per il mais). Il materiale, parzialmente essiccato, è già pronto per essere bruciato. Molto più oneroso il taglio con mezzi tradizionali (motosega), indispensabile per raccolti con turni superiori al biennio. BIOGAS I reflui zootecnici non sono l unico materiale con cui produrre biogas. Anzi, secondo le ultime tendenze, gli impianti per il biogas tendono a usarne il meno possibile o a non usarne affatto. Si preferisce sostituirli con biomassa, più ricca di carbonio. Siccome i soli sottoprodotti agricoli non sono sufficienti o sono disponibili soltanto in certi 18 PSR La scommessa dell energia

20 4. L energia che si coltiva BIOETANOLO È poco diffuso in Italia, ma in paesi come il Brasile rappresenta ormai un alternativa concreta ai combustibili petroliferi. Si produce attraverso la fermentazione alcolica di vegetali ad alto tasso zuccherino oppure di cereali, ma si può anche usare come materia prima il legno triturato. In Brasile si impiega la canna da zucchero. Nel nostro paese si hanno buoni risultati con la barbabietola da zucchero e le vinacce. Di recente, test fatti sull anguria hanno dato esiti interessanti. periodi dell anno, si fanno coltivazioni apposite di mais, sorgo, cereali vernini, medica e altre erbacee. La raccolta si fa ancora una volta con la trinciacaricatrice, che triturando il prodotto fornisce un materiale già pronto per il digestore. BIODIESEL Alcuni oli di origine vegetale possono facilmente essere trasformati in un combustibile per motori diesel molto simile al gasolio. Il biodiesel, appunto. Avviene attraverso la trans-esterificazione, un procedimento industriale relativamente semplice. Gli oli di base più comunemente usati sono quelli di colza e soia, ma anche girasole e palma sono adatti alla trasformazione. Recentemente, inoltre, sono stati messi sul mercato i primi motori in grado di funzionare non con biodiesel ma direttamente con olio vegetale. Le coltivazioni energetiche, in linea generale, sono piuttosto discusse. Per diverse ragioni, che vanno dall etica all economia. Intanto si ritiene inopportuno dal punto di vista morale impiegare le superfici agricole per coltivare e poi distruggere prodotti che potrebbero essere destinati all alimentazione. Un altro appunto mosso all agro-energia è che sottrarrebbe troppe risorse agli impieghi tradizionali, come alimentazione umana e animale, portando a un innalzamento dei prezzi dei prodotti agricoli. Un fenomeno cui in parte si è assistito, negli ultimi anni, in alcune zone d Italia. Infine, si obietta che le colture dedicate più diffuse richiedono un notevole apporto di risorse, come acqua e fertilizzanti, e che se ne potrebbero usare altre meno esigenti. Piemonte: colture dedicate come estrema risorsa Diversamente da altre regioni italiane, il Piemonte ha adottato un approccio molto cauto verso le coltivazioni energetiche. Le ragioni sono ben spiegate nella Relazione programmatica sull energia: Lo sviluppo agricolo piemontese è legato all affermarsi PSR La scommessa dell energia 19

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