App. Milano sentenza n del 21 giugno 2012

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1 App. Milano sentenza n del 21 giugno 2012 Fatto e diritto Il Fallimento Al. S.a.s. di P. L. & C. propose innanzi al tribunale di Milano azione risarcitoria contro B. S., P. D. e R. L. quali sindaci della Al. s.r.l. fino alla sua trasformazione in S.a.s., avvenuta in data , deducendone la responsabilità per inadempimento dei doveri connessi alla loro carica, in relazione alla protrazione dell'attività sociale, nonostante la perdita del capitale rilevabile già dall'esercizio chiuso al I convenuti, costituitisi con distinte difese, eccepirono la prescrizione del diritto fatto valere, l'inammissibilità dell'azione e l'infondatezza della domanda. Con sentenza n. 2732/2007, pronunciata il e pubblicata il 5 marzo 2007, il tribunale respinse la domanda e condannò il fallimento al pagamento delle spese processuali a favore dei convenuti. Avverso tale sentenza ha proposto appello la curatela. Gli appellati, costituitisi, hanno resistito con memoria difensiva, chiedendo la reiezione del gravame. La causa, dopo l'espletamento di CTU contabile disposta dalla Corte, è stata affidata al neodesignato consigliere relatore per l'udienza collegiale di precisazione delle conclusioni del , dopodiché, decorsi i termini assegnati per il deposito di conclusionali e repliche, è stata decisa all'odierna camera di consiglio. I prodromi della lite furono ricostruiti dal primo giudice nei termini che seguono, con riferimento alle deduzioni in fatto di parte attrice, la quale allora espose: - che la Al. s.r.l., costituita nel 1945, in dato aveva aumentato il capitale sociale da L a L con nomina del collegio sindacale composto fino al dai convenuti Be., Pa. e Ri.; - che in data , stante l'esposizione nel bilancio di una perdita di L , la società era stata trasformata in S.a.s. e in data 25/ ne era stato dichiarato il fallimento; - che almeno dalla chiusura del bilancio al la società aveva operato in una situazione di perdita dei capitale sociale; - che il bilancio al (doc. 7 fasc. attore) riportava un apparente utile di L , ma il collegio sindacale, pur esprimendo parere favorevole all'approvazione, osservava che "per quanto riguarda le rimanenze di magazzino il Vostro amministratore ha dichiarato che le stesse sono state valutate al costo di acquisto o di produzione secondo le norme civilistiche e fiscali, tuttavia il Collegio Sindacale, ritenendo che il loro valore rappresenti una parte importante dell'attivo; ed essendo il controllo di tale valore non possibile in quanto le scritture di magazzino non vengono aggiornate in tempo reale, ha chiesto che su tale valore venga effettuata una perizia da parte di un esperto in materia che confermi i valori dichiarati"; - che nella riunione di verifica del , il collegio sindacale rilevava "una situazione finanziaria priva di ogni equilibrio", specificando che "l'indebitamento bancario è rilevante e fonte di elevati interessi passivi tali da influenzare in modo determinante la gestione caratteristica" (cfr. doc. 6, p. 10), ed inviando all'amministratore una missiva in cui segnalava le criticità rilevate ed aggiungeva che la richiesta di perizia sul valore di magazzino non aveva ancora avuto riscontro; - che nel verbale del (doc. 6, p. 13) il collegio sindacale accertava "la persistente gravità della situazione finanziaria e reddituale della società", e sollecitava "la presentazione di una perizia relativa al valore di magazzino", nella quale venissero indicate quantità e valori dello stesso", precisando che, qualora tali dati non fossero stati consegnati, vi avrebbe provveduto direttamente, "dando incarico ad un perito di eseguire gli accertamenti necessari"; - che il bilancio al (doc. 8) riportava una perdita pari a L ; - che in data , nella relazione del collegio sindacale al predetto bilancio, l'organo di controllo constatava nuovamente la mancata evasione della richiesta formulata di eseguire una

2 approfondita verifica del valore di magazzino, prendendo atto della messa a punto della contabilità di magazzino e della contabilizzazione, nel bilancio relativo al 1997, di un accantonamento di L , pari ai 10% circa dei valore delle materie prime; - che il collegio sindacale, pur invitando l'a.u. a convocare l'assemblea dei soci per deliberare la riduzione del capitale sociale ed il contemporaneo aumento dello stesso, esprimeva parere favorevole all'approvazione del bilancio; che in data l'assemblea ordinaria della società (doc. 8), approvava il bilancio e deliberava la copertura parziale delle perdite mediante l'utilizzo delle poste "altre riserve" per L e "utili portati a nuovo" per L , riducendo così la perdita a L ; - che nella riunione del (doc. 6, p. 17), il collegio sindacale osservava che: dal punto di vista patrimoniale la società necessitava di ricostituire il capitale sociale interamente eroso dalle perdite subite nel corso del 1997; - che non era ancora avvenuta la perizia di valutazione del magazzino; - che vi erano ulteriori criticità per indebitamento a breve e per diminuzione di fatturato; - che nella riunione del (doc. 6, p.21), il collegio sindacale precisava che solo il giorno precedente era stata consegnata una situazione patrimoniale aggiornata al nella quale peraltro le perdite pregresse venivano ancora indicate in Lire , corrispondenti ancora alle perdite residue al e non ripianate nell'assemblea del , aggiungendosi inoltre che "in sede di approvazione di bilancio l'amministratore Unico si era impegnato a convocare l'assemblea Straordinaria per deliberare sui provvedimenti più opportuni da adottare a fronte di tale situazione" ed ulteriormente precisando che "non siamo stati in grado di verificare con la dovuta accuratezza la situazione patrimoniale al in quanto ci è solo ieri pervenuta. Ci sono state inviate, inoltre, delle schede di magazzino i cui saldi non conciliano con il riepilogo fornitoci e corrispondente al valore iscritto in bilancio per le rimanenze"; - che il collegio sindacale concludeva nel senso che "pur ritenendo necessaria la ricostituzione del Capitale Sociale per le perdite al bilancio al ", si riteneva "che la ricostituzione a sole L sia insufficiente a garantire i terzi stante l'incertezza dei valori di magazzino", si invitava ulteriormente la società a sottoporre a valutazione il magazzino, e si invitava inoltre "l'assemblea a deliberare in merito alla copertura delle perdite ed alla ricostruzione del capitale sociale in misura maggiore a quella proposta dal Vostro amministratore ed adeguata alle effettive esigenze dell'attività sociale"; - che l'assemblea straordinaria in data (doc. 9) deliberava: di approvare la situazione patrimoniale aggiornata al ; di coprire per intero la perdita complessiva di per mediante azzeramento del capitale sociale e per mediante parziale utilizzo della somma di versata dai soci nelle casse sociali; di ricostituire il capitale sociale fino al minimo di legge pari a mediante utilizzo integrale della restante somma come sopra versata in numerario nelle casse sociali da parte dei soci; deliberava inoltre di aumentare il capitale sociale fino a da offrirsi in opzione ai soci e da sottoscriversi entro il (detta delibera di aumento restava peraltro per la maggior parte inattuata, in quanto i soci provvedevano al versamento soltanto di ); - che il collegio sindacale nel verbale del (doc. 6, p. 22), rilevava che le indicazioni date in ordine alla copertura delle perdite correnti e la ricostituzione del capitale in modo congruo sono state disattese", e che "il rapporto mezzi propri/mezzi di terzi impiegati pertanto, risulta tuttora privo di ogni equilibrio", sottolineando nuovamente la necessità che le quantità del magazzino e la loro valorizzazione rappresentassero dati certi e quindi decidendo di inviare all'a. u. una lettera in cui si rimarcavano i predetti rilievi; - che nel verbale della riunione del collegio sindacale del (doc. 6, p. 24), non veniva effettuato alcun ulteriore rilievo al riguardo; - che nel verbale dell' (doc. 6, p. 27) il collegio sindacale dichiarava essere in possesso di una bozza di bilancio al , la quale riportava una perdita di L imputabile principalmente ad una svalutazione di magazzino, e sulla base della stessa situazione invitava

3 l'amministratore unico a convocare, senza indugio, l'assemblea per i provvedimenti di cui all'art c.c.; - che nel verbale del (doc. 6, p. 28) il collegio sindacale rilevava poi che la società: non aveva ancora provveduto a presentare la relazione dell'amministratore al bilancio chiuso al ; non era stata ancora convocata l'assemblea di cui all'art c.c.; in considerazione delle perdite verificatesi l'a.u. veniva invitato al rispetto della norma che gli imponeva di riunire l'assemblea senza indugio, evidenziando che un ulteriore ritardo nella convocazione dell'assemblea avrebbe aumentato le responsabilità dell'amministratore stesso; - che nel successivo verbale della riunione del collegio sindacale del (doc. 6, p. 30) e nella relazione al bilancio (doc. 10), l'organo di controllo "pur non essendo riuscito ad esperire i controlli sui movimenti e la consistenza del magazzino a causa del trasferimento dello stabilimento di produzione a Cenano Laghetto, ed a causa dell'insufficiente funzionamento del sistema informativo", dichiarava di avere "preso atto dell'ulteriore svalutazione apportata al valore di magazzino, in aderenza ai suggerimenti più volte espressi anche in occasione delle precedenti relazioni al bilancio", attestando che "il valore attribuito alle rimanenze ha evidenziato la perdita risultante da bilancio", rinnovando l'invito alla convocazione dell'assemblea ex art c.c. ed esprimendo comunque parere favorevole all'approvazione del bilancio; - che in data (doc. 6, p. 32) l'organo di controllo, rilevato che nel corso dell'assemblea ih pari data i soci avevano deliberato di non coprire la perdita di L come risultante dal bilancio al e di trasformare la società da s.r.l. in S.a.s., prendeva atto della decadenza del proprio mandato. Sulla base di queste premesse, il Fallimento opinò che l'attività d'impresa della A. fosse (illegittimamente) proseguita, malgrado la sua de capitalizzazione, già verificatasi al e celata tramite la sopravvalutazione delle giacenze di magazzino, fenomeni di cui il collegio sindacale aveva mostrato piena consapevolezza fin dal suo insediamento, senza tuttavia contrapporvi una qualche efficace iniziativa ostativa alla prosecuzione della predetta attività imprenditoriale e così trascurando di procedere all'adempimento degli obblighi di legge. Per tale ragione l'attore reclamò la condanna dei sindaci convenuti al risarcimento dei danni, nella misura di Euro ,41, pari alla differenza tra l'importo dei crediti ammessi al passivo e le voci dell'attivo, ovvero in subordine nella misura pari alle perdite risultanti dal bilancio al (L = Euro ,33). Il tribunale, richiamando l'assetto normativo e giurisprudenziale disciplinanti ratione temporis la materia controversa, respinse la domanda, innanzitutto prendendo dettagliatamente in esame le condotte dei sindaci nel corso del loro mandato e così osservando: - che già nella prima verifica del i sindaci avevano compiuto doverosi controlli, non potendo peraltro esaminare il bilancio al perché "privo delle operazioni di rettifica ancora in corso" (cfr. doc. 6 fasc. attore); - che nella verifica del (doc. 6) i sindaci avevano rilevato che "le scritture di magazzino non vengono aggiornate in tempo reale" ed avevano richiesto l'effettuazione di perizia, ribadendo tali rilievi in sede di approvazione del bilancio al (doc. 7) peraltro sul presupposto che stante la recente nomina "il controllo è limitato alla corrispondenza al bilancio delle risultanze contabili" ed osservando che il bilancio "corrisponde alle risultanze contabili"; (...) - che le verifiche del e del non avevano evidenziato irregolarità nella tenuta della contabilità, nella rispondenza delle varie poste e nell'adempimento degli obblighi verso i terzi e verso l'erario; - che nella verifica del , come già riferito in narrativa, i sindaci, avendo avuto tempo congruo per una più completa cognizione di causa, rimarcavano l'indebitamento bancario cospicuo e influenzante in modo determinante la gestione caratteristica, segnalando i propri rilievi con missiva all'a.u. in cui evidenziavano il mancato riscontro alla richiesta di perizia sul magazzino, sollecitata ancora nelle verifica del ;

4 - che nella riunione , riportata in narrativa, i sindaci, esaminando la bozza di bilancio al ne evidenziavano la corrispondenza alle risultanze contabili e la redazione nel rispetto della normativa vigente, dando atto che, pur permanendo la mancata effettuazione di perizia, nel corrente esercizio era stata messa a punto la contabilità del magazzino ed era stato appostato un accantonamento di. 524 mil., pari al 10% del valore delle materie prime, evidenziante il rischio di svalutazione del magazzino; - che, d'altra parte, nella stessa riunione del i sindaci avevano evidenziato la necessità di una copertura delle perdite manifestatesi nell'esercizio, sollecitando l'amministratore anche in data (cfr. verbali di riunione riferiti in narrativa); - che l'assemblea ex art. 2447c.c. era stata convocata ed in data (doc. 9) aveva deliberato la copertura delle perdite e la ricostituzione immediata del capitale fino a minimo di legge e con aumento fino a. 500 mil. da sottoscriversi entro il Tutto ciò portò il tribunale a concludere: - che quindi il rilievo sul magazzino era stato tempestivo, ma, secondo una valutazione ex ante, non poteva ragionevolmente dedursene una non veridicità dei valori ed una necessità di immediata rettifica del bilancio tale da far emergere una perdita del capitale sociale; ( ) - che, in un contesto di complessiva sostanziale correttezza, a fronte della mancata effettuazione della perizia stava la messa a punto della contabilità del magazzino e la appostazione di un accantonamento, riscontrandosi dunque elementi denotanti una progressiva regolarizzazione, ancora non completamente soddisfacenti, ma i cui connotati potevano ancora ragionevolmente essere ritenuti come derivanti da difficoltà di adeguamento a livello ottimale, ma non essere percepiti come sintomatici di una maliziosa condotta dell'a.u. volta ad occultare una perdita del capitale ovvero ad eludere la necessità dei provvedimenti ex art c.c.; - che i sindaci non hanno sottaciuto le criticità rilevate, le hanno esposte all'amministratore sollecitandolo ripetutamente, finché l'assemblea è stata messa in grado di assumere le proprie sovrane determinazioni; - che pertanto i sindaci si sono attivati sia verso l'amministratore che verso i soci; - che ancora i sindaci, come da verbale pure riferito in narrativa, non hanno sottaciuto che erano state disattese le loro indicazioni circa la ricostituzione del capitale sociale in misura congrua, rappresentando, in missiva inviata all'a.u., i rischi a cui la società era esposta, altresì suggerendo interventi operativi ai fini della corretta valutazione del magazzino; - che, rimaste inascoltate le sollecitazioni e constatato che i soci avevano sottoscritto l'aumento del capitale soltanto per. 170 mil. esaminata la bozza di bilancio al riportante perdita del capitale, i sindaci in data pretendevano la convocazione dell'assemblea ex art c.c., che in data deliberava la trasformazione in S.a.s.; (...) - che dunque i sindaci hanno agito con una prudenza la quale, se a posteriori può essere considerata eccessiva ed in parte criticabile a fronte di una rilettura dell'atteggiamento dell'a.u. come dilatorio, non appare censurabile ove si consideri la ripetuta segnalazione puntuale delle criticità, nonché la preoccupazione di salvaguardare la continuità aziendale al contempo sollecitando l'amministratore ed i soci a prendere i provvedimenti conseguenti, senza adottare iniziative (segnalazione al P.M. ex art c.c.) per fatti la cui evidenza non appariva affatto conclamata, posto che comunque la stessa assemblea era stata messa in condizione di valutare la situazione e decidere. Occorre preliminarmente sgombrare il campo dall'eccezione di nullità ed inesistenza dell'appello, sollevata dall'appellato R. per mancata sottoscrizione, da parte del difensore dell'appellante, della copia notificata dell'atto di gravame. A commento della palese infondatezza dell'eccezione può solo darsi atto che quella evidenziata dall'appellato rappresenta una mera irregolarità (sanabile ex tunc per effetto della sua costituzione), priva di incidenza alcuna sulla validità della citazione quando, come in questo caso, l'originale sia regolarmente sottoscritto (cfr., ad es., SSUU 5323/2004 e Cass /91, tra le altre citate dall'appellante).

5 Per contenere la presente esposizione nei limiti, ampiamente trasgrediti in causa, della stretta rilevanza, conviene subito rimarcare che il tribunale riguardo alle mancanze addebitate ai convenuti, come già si deduce dalle trascritte motivazioni dell'appellata sentenza, esaminò attentamente le stesse secondo una valutazione ex ante, sottolineando: a) che da un lato le condotte dei sindaci lasciavano trapelare non già una colpevole inerzia ed un disinteresse rispetto alle riferite vicende societarie (essendosi anzi il collegio sindacale sempre attivato per sollecitare l'amministratore unico ai fini di cui sopra), ma un eccesso di prudenza rispetto ad atteggiamenti dilatori, la cui esatta portata sarebbe apparsa scontata solo con apprezzamento ex post; b) che d'altro lato, in base ai principi normativi e giurisprudenziali esattamente esplicitati (e dei quali si sono mostrate parimenti a conoscenza tutte le parti in causa) la rilettura dell'atteggiamento dell'a.u. non poteva tradursi in un automatico addebito ai sindaci; c) che infine - e soprattutto - in ogni caso, sempre alla luce di detti principi, la prospettazione del fallimento era carente in punto di indicazione dei comportamenti che i sindaci avrebbero dovuto concretamente tenere, elemento tanto indimostrabile con una CTU di sapore inevitabilmente esplorativo, quanto essenziale, ai fini di sostanziare la peculiare domanda risarcitoria soggetta alla disciplina speciale, "correlata con nesso di causalità ad un pregiudizio economico per la società che altrimenti non si sarebbe verificato", e caratterizzata da un onere probatorio (a carico del fallimento) comprensivo non solo della quantificazione del danno, ma altresì del "nesso di causalità tra condotta censurata e danno effettivamente conseguitone, poiché altrimenti l'assunto di sopravvalutazione del magazzino come irregolarità dell'amministratore finirebbe per tradursi in una automatica proiezione in termini di responsabilità dei sindaci" (pag. 12 sentenza). La Corte si trova costretta ad estrapolare i motivi di gravame dall'insieme dell'atto d'appello, costituito nella sua gran parte dalla più volte ripetuta elencazione degli argomenti, or ora riportati, già addotti dal fallimento in primo grado, pienamente valutati e motivatamente disattesi dal tribunale. Ovvio che tali argomenti - nei quali manca del tutto sia una qualche confutazione della sentenza, sia l'individuazione di errore giudiziale di sorta - nemmeno latamente soddisfino i precetti di necessaria specificità dei motivi d'appello cristallizzati nell'art c.p.c., dovendo al proposito constatarsi che le critiche mosse all'impugnata decisione (rispettose o meno che siano, a loro volta, dell'imperativo di specificità) sono da ricavare dal testo dei paragrafi 33 (pag. 23), 37 (pag. 33), 38 (pag. 34), 40 (pag. 37), 41 (pag. 39), 43 (pag. 44) 44, (pag. 45), 45 (pag. 47) e 46 (pag. 48) dell'atto introduttivo. A questa stregua, l'appellante risulta dolersi del fatto che il tribunale: 1. escluse, illegittimamente e senza adeguata motivazione, la responsabilità dei sindaci, malgrado la perdita del capitale sociale fin dal 1996, perdita di cui essi s'erano mostrati consapevoli, senza tuttavia intervenire, malgrado il decorso di un biennio, per far accertare l'effettivo valore delle rimanenze (ovvero surrogare direttamente l'amministratore inerte) e denegare il parere favorevole all'approvazione del bilancio, e ciò in presenza della presunzione di colpa da cui essi erano gravati ex art c.c. ( 33 e 37); 2. con motivazione incongrua e contraddittoria, malgrado la ricorrenza dei predetti elementi, diede credito all'assunto che dai sindaci le condotte dell'a.u. potessero essere non necessariamente percepite come sintomatiche del malizioso intento di occultare la perdita del capitale, ovvero di eludere la necessità dei provvedimenti ex art c.c., così escludendo i presupposti della responsabilità dell'organo di controllo "in termini probabilistici, anziché certi" ( 38); 3. con motivazione ancora incongrua, insufficiente e contraddittoria, attribuì all'operato dei sindaci il crisma della prudenza, considerandola eccessiva solo a posteriori, senza considerare che il comportamento dell'amministratore era apparso immediatamente dilatorio, e che di ciò i sindaci erano consapevoli, come dimostrato anche dal verbale da essi redatto il (da cui emergeva come l'organo di controllo avesse valutato insufficienti le decisioni assembleari), senza che ne fosse seguita la doverosa vigilanza, atta ad evitare le perdite maturate negli esercizi successivi ( 40 e 41);

6 4. infondatamente negò che il fallimento avesse prefigurato quale fosse il comportamento che i sindaci avrebbero dovuto concretamente tenere, essendo stati richiamati nel corso del giudizio di primo grado i principi afferenti la questione ( 43, 44 e 45); 5. infondatamente giustificò la mancata adozione, da parte dei sindaci, dei provvedimenti ex art c.c., sul rilievo che trattavasi di fatti la cui evidenza non appariva affatto conclamata, laddove il ricorso a detta procedura era ed è legittimato dalla sussistenza anche di un fondato sospetto di gravi irregolarità, nella specie innegabili ( 46). Osserva la Corte che il primo motivo appare nella sua prima parte viziato da insanabile genericità, nel senso che, più che contenere nuove argomentazioni tese a fronteggiare e confutare le articolate motivazioni del giudice di primo grado, così fornendo adeguate indicazioni degli specifici elementi di cui il tribunale avrebbe omesso di tener conto - o avrebbe malamente tenuto conto - nel respingere la domanda, appare una mera ripetizione degli assunti di parte sottesi alla domanda stessa, accompagnati di volta in volta dall'affermazione che il giudice medesimo sarebbe incorso in errore nel disattenderli. Ma si sa che "nel giudizio di appello - che non è un "iudicium novum" - la cognizione del giudice resta circoscritta alle questioni dedotte dall'appellante attraverso l'enunciazione di specifici motivi. Tale specificità dei motivi esige che, alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, vengano contrapposte quelle dell'appellante, volte ad incrinare il fondamento logico - giuridico delle prime, non essendo le statuizioni di una sentenza separabili dalle argomentazioni che le sorreggono; ragion per cui, alla parte volitiva dell'appello, deve sempre accompagnarsi una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Pertanto, non si rivela sufficiente il fatto che l'atto d'appello consenta di individuare le statuizioni concretamente impugnate, ma è altresì necessario, pur quando la sentenza di primo grado sia stata censurata nella sua interezza, che le ragioni sulle quali si fonda il gravame siano esposte con sufficiente grado di specificità, da correlare, peraltro, con la motivazione della sentenza impugnata" (Cass. 1599/97; conff. Cass /2001 e 6231/2000). Quanto invece al richiamo, contenuto nella seconda parte del primo motivo e nel secondo motivo, alla disciplina generale di cui all'art c.c., ed al malvisto ricorso, da parte del tribunale, a criteri meramente probabilistici al fine di ritenere indimostrata la responsabilità dei sindaci, è agevole constatare come la doglianza miri infondatamente al capovolgimento della regola di distribuzione dell'onere probatorio vigente in subiecta materia. Il tema del contendere (v. pag. 22 appello) è che l'amministratore unico, adottando varie condotte dilatorie, in luogo di attivarsi per la tempestiva adozione dei provvedimenti di ricapitalizzazione di cui all'art c.c., ovvero, in alternativa, perché venisse deliberata la liquidazione della compagine (art c.c.), essendosi verificata la (dolosamente occultata) causa di scioglimento prevista dall'art n. 4 c.c., avrebbe continuato ad intraprendere nuove operazioni, in ispregio al disposto dell'art c.c., senza alcuna adeguata reazione dei sindaci, malgrado la loro conoscenza di tutti tali presupposti. Donde il lamentato danno corrispondente in primis allo sbilancio fallimentare. Intanto conviene rammentare che, se si vuole rendere partecipi i sindaci della responsabilità degli amministratori per le nuove operazioni, la fattispecie disciplinata dall'art cit. richiede innanzitutto la necessaria identificazione delle singole nuove operazioni vietate e del danno ad esse eziologicamente avvinto (argomenti ampiamente trattati dalla giurisprudenza: ad es. v. Cass. 5275/97 e 9887/95). D'altro canto, è esatto quanto parimenti puntualizzato con la massima chiarezza nell'impugnato provvedimento, riguardo al fatto che la responsabilità dei sindaci, in solido con quella degli amministratori, ai sensi dell'art. 2407, secondo comma, c.c., presuppone non solo che essi non abbiano ottemperato ai doveri di vigilanza inerenti alla loro carica, ma anche l'ineludibile esistenza di un nesso di causalità (proprio) tra le violazioni addebitate e il danno accertato, onde i sindaci possono essere chiamati a rispondere delle perdite patrimoniali della società solo nel caso e nella misura in cui queste ultime siano ad essi direttamente imputabili (Cass. 4891/80).

7 In altri termini, per il riconoscimento delle rivendicazioni risarcitorie avanzate dal fallimento non basta la semplice giustapposizione tra le pretese od acclarate malefatte dell'organo gestorio e la inattiva o poco intraprendente presenza dell'organo di controllo, essendo invece indispensabile l'identificazione dell'azione cui questo era concretamente tenuto - ed ingiustificatamente omessa - nonché della specifica incidenza dannosa di tale omissione. Sicché nemmeno basta allegare un inadempimento ed attendere che il debitore se ne discolpi in ossequio al generale principio enunciato nell'art c.c. poiché in questo caso l'ordinamento, riguardo all'azione risarcitoria promossa nei confronti di amministratori e sindaci, prescrive, a carico di parte attrice, la dimostrazione della sussistenza dei suoi tre elementi costitutivi, vale a dire delle violazioni addebitate, del patito danno e del nesso di causalità tra le une e l'altro (nel senso che il danno risarcibile è solo quello causalmente riconducibile in via immediata e diretta alla condotta dolosa o colposa dell'agente), incombendo, per converso, su amministratori e sindaci l'onere di dimostrare la non imputabilità a sé del fatto dannoso e di fornire la prova positiva, con riferimento ai medesimi addebiti contestati, dell'osservanza dei doveri e dell'adempimento degli obblighi loro imposti (Cass /98 e 2772/99, tra le altre). Passando ai rimanenti motivi d'appello, deve confermarsi che in effetti il fallimento in primo grado elencò (come dallo stesso in questa sede rivendicato) i principi generali afferenti i comportamenti che è lecito attendersi dai sindaci per prevenire, in presenza dei necessari presupposti, pregiudizi alla società, ma ciò è ovviamente è altra cosa rispetto alla prefigurazione di quali fossero i comportamenti che i sindaci avrebbero dovuto nella specie concretamente (e non in via di principio) tenere (e che ora vengono enunciati alle pagg. 47/48 dell'atto di gravame). Per il resto, l'appellante ancora una volta ampiamente si sofferma sulla necessaria consapevolezza ex ante da parte dei sindaci dell'avvenuta perdita del capitale e delle condotte illecite dell'amministratore, nonché sulla loro inerzia nell'intraprendere le iniziative, anche surrogatorie, suggerite dalle circostanze. L'argomento non merita soverchio interesse, poiché, quand'anche lo stesso fosse in tutto od in parte avvalorato, resterebbe l'evidenza che non è investito da specifica censura il capo della sentenza riguardante un elemento costitutivo della fattispecie risarcitoria oggetto della domanda, cioè l'indispensabile dimostrazione dell'esistenza di un rapporto eziologico tra individuati comportamenti illegittimi o nuove operazioni vietate ed individuate voci di danno, in ossequio al principio di causalità normativamente fissato nel secondo comma dell'art c.c. (in punto danno le pagg. 53/58 dell'appello si limitano a reiterare le richieste di primo grado). Non solo. A fini di completezza d'indagine, questa Corte, aderendo alla conforme richiesta avanzata nel doppio grado dalla curatela, s'è determinata a disporre CTU, per accertare quando i componenti del collegio sindacale avrebbero dovuto e potuto rendersi conto, a prescindere delle risultanze contabili dei bilanci dal 1996 al 1999, della perdita dell'intero capitale sociale, nonché per determinare l'ammontare delle perdite subite dalla Al. srl dalla data che sarebbe stata individuata dal CTU fino al dichiarato fallimento (parendo opportuno dare atto incidentalmente in questa sede dell'infondatezza ed irrilevanza dell'eccezione, sollevata dagli appellati B. R. d'inammissibilità delle note critiche alla consulenza del , depositate dall'appellato su autorizzazione della Corte, trattandosi di scritti argomentativi privi di significato probatorio, il cui contenuto ben avrebbe potuto essere recepito, come infatti verificatosi, nelle comparse conclusionali e riguardo al quale agli appellati è stato fornito modo di replicare, come da ordinanza ). Orbene, il consulente, dr. C. (le cui conclusioni sono fatte proprie dalla Corte, in quanto frutto di indagini accurate, esaurienti e scevre da vizi logico-giuridici) ha verificato che: - non v'è prova che al il magazzino fosse sopravvalutato ed il bilancio "fosse inficiato da significativi errori che avessero eroso il patrimonio netto" (pag. 34 relazione); - i sindaci appellati si resero conto della perdita dell'intero capitale nei primi mesi del 1998 e non oltre il 31 marzo di quell'anno;

8 - essi, non essendo stati posti dalla società in condizione di accertare "quale fosse il reale valore delle rimanenze, calcolato secondo corretti principi contabili", avrebbero dovuto tuttavia ottenere sin dall'esercizio 1996 l'effettuazione dell'inventario fisico e l'adozione di adeguate procedure di valorizzazione (...) ed in caso di inadempimento, che è poi avvenuto, avrebbero dovuto documentarlo nei loro verbali e nella relazione di bilancio ed esprimere esplicito parere negativo all'approvazione dei bilanci sin da quello del 1996" (ibidem, pagg. 31 e 24); - manca ogni prova delle perdite di cui al quesito peritale. L'appellante cerca vanamente di resistere a tali dirimenti evidenze, dolendosi in sostanza della mancata adesione della consulenza d'ufficio alle valutazioni del proprio CTP (le quali notoriamente sono equiparate dalla giurisprudenza a mere allegazioni di parte, in quanto tali sprovviste di qualsiasi significato probatorio: v. ad es. Cass. 1902/2002). Le considerazioni svolte al proposito si segnalano comunque per la loro manifesta irrilevanza ed infondatezza. Del tutto oziosa infatti è la disputa sull'avvenuta perdita o meno del capitale già al 1996, sia perché la riclassificazione delle poste di bilancio perorata dal CTP del fallimento si fonda su un preteso indice di rotazione del magazzino che, pur rappresentando, secondo il dr. C. un indicatore astrattamente apprezzabile in chiave metodologica, tuttavia in questo caso non è supportato da alcuna informazione relativa al magazzino stesso, "e ciò per tutti gli anni esaminati" (pag. 31 relazione CTU), sia perché in secondo luogo, sempre a parere del dr. C., era comunque dovere dei sindaci conseguire la valorizzazione delle giacenze già al 1996 o, in difetto, denegare il parere positivo all'approvazione del bilancio, sia perché, soprattutto, tale questione, attenendo all'an, lascia del tutto indifferente quella relativa all'esistenza e consistenza di un qualsivoglia danno risarcibile causalmente ascrivibile alle censurate condotte. Da questo punto di vista, la carenza probatoria continua ad essere integrale e decisiva per la sorte del gravame. L'appellante in argomento reclama nuovamente la differenza tra passivo ed attivo fallimentare (criterio a suo dire abbracciato dalla giurisprudenza nei casi, come quello in esame, di disordine contabile), ovvero, in via gradatamente subordinata, l'importo corrispondente alle perdite alla data di cessazione del collegio sindacale, risultanti dal bilancio al 31/12/98, l'importo indicato dal proprio CTP, l'importo indicato alle pagg. 32/33 della relazione di CTU o, infine, l'importo ritenuto liquidabile in via equitativa. Tali rivendicazioni prescindono dal chiaro e troncante esito delle indagini consulenziali, al cui dettaglio si rinvia, senza necessità di ulteriori approfondimenti sul punto (v. Cass. 2083/2010), nonché dal disposto del più volte richiamato secondo comma dell'art c.c. e dai precetti elaborati dalla giurisprudenza, cui pure l'appellante dichiara d'ispirarsi, il criterio dello sbilancio fallimentare è residuale e trova il suo naturale spazio applicativo in situazioni estreme, non certamente in ogni caso in cui si assuma alterata una posta di bilancio (cosa peraltro in questo caso del tutto indimostrata): è questa la ragione per cui la S.C. da ultimo ha statuito che "la totale mancanza di contabilità sociale (o la sua tenuta in modo sommario e non intelligibile) è, di per sé, giustificativa della condanna dell'amministratore ai risarcimento del danno, in sede di azione di responsabilità promossa dalla società a norma dell'art c.c. vertendosi in tema di violazione da parte dell'amministratore medesimo di specifici obblighi di legge, idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio sociale; al di fuori di tale ipotesi, che giustifica l'inversione dell'onere della prova, resta a carico del curatore l'onere di provare il rapporto di causalità tra la condotta illecita degli amministratori e il pregiudizio per il patrimonio sociale" (sent. 5876/11 ; conf. 2538/2005). Resta pertanto alla Corte da osservare unicamente: - che sfugge ai dettami della causalità il richiamo alle indifferenziate perdite di esercizio (che possono derivare dalle più varie e concorrenti ragioni, senza che sia stata minimamente individuata quella imputabile alla condotta dei sindaci);

9 - che gli importi ricavati dal CTP non sono suffragati da alcunché, costituendo gli stessi il risultato di simulazioni contabili e calcoli puramente ipotetici, per di più in parte auspicatamente basati su presupposti accertati dal CTU come del tutto indimostrati (l'entità della pretesa sopravvalutazione del magazzino); - che le somme indicate dal CTU analogamente costituiscono nulla più che un dichiarato "scenario", anch'esso non meno "ipotetico", non avendo il consulente mancato di sottolineare più volte, come già notato, che delle perdite non è stata raggiunta prova alcuna; - che ovviamente la liquidazione equitativa non può essere invocata per colmare il vuoto probatorio come sopra conclamato. L'appello dev'essere quindi respinto, siccome manifestamente infondato. Per finire, devono essere disattese le istanze di prova orale su cui insiste l'appellante, in quanto volte alla conferma di circostanze del tutto irrilevanti ai fini del decidere. Le spese processuali del grado seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo. Analogamente, vanno poste interamente e definitivamente a carico di parte appellante le competenze di CTU, liquidate invece in corso di causa. P.Q.M. La Corte, definitivamente pronunciando sull'appello proposto dal Fallimento Al. S.a.s. di P. L. nei confronti di B. S., R. L. e P. D., avverso la sentenza 2732/2007, pronunciata dal tribunale di Milano il e pubblicata il 5 marzo 2007, disattesa ed assorbita ogni diversa istanza ed eccezione, rigetta l'appello, conferma per l'effetto l'appellata sentenza e condanna l'appellante al pagamento delle spese processuali del presente grado, complessivamente liquidate in euro 60 per spese vive, 7395 per diritti e per onorari a favore di B. S. euro 30 per spese vive, 7135 per diritti e per onorari a favore di P. D. ed euro 60 per spese vive, 7395 per diritti e per onorari a favore di R. L. in ogni caso oltre spese generali, IVA (se dovuta) e CPA. Condanna inoltre l'appellante al pagamento delle competenze di CTU, come separatamente liquidate in corso di giudizio.

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