LA PROTEZIO E CIVILE AZIO ALE

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1 SOMMARIO 1 PREMESSA 3 2 SCHEDA DI SI TESI 5 3 LA PROTEZIO E CIVILE AZIO ALE ESCURSUS NORMATIVO L ARTICOLAZIONE DELLE COMPETENZE LA STRUTTURA DEL SERVIZIO NAZIONALE L EVENTO DI PROTEZIONE CIVILE LE ATTIVITA DI PROTEZIONE CIVILE LA PIANIFICAZIONE DEI RISCHI, I PROGRAMMI DI PREVISIONE E PREVENZIONE E I PIANI DI EMERGENZA APPROFONDIMENTO: I VARI TIPI DI RISCHIO LE ESERCITAZIONI DI PROTEZIONE CIVILE 72 4 LA PROTEZIO E CIVILE ELLA REGIO E EMILIA- ROMAG A NORMATIVA REGIONALE ORGANIZZAZIONE E FUNZIONAMENTO LA RETE DEI CENTRI E DEI PRESIDI IL SISTEMA DI ALLERTAMENTO 91 5 LA COLO A MOBILE LA COLONNA MOBILE NAZIONALE DELLE REGIONI LA COLONNA MOBILE DELLA REGIONE EMILIA- ROMAGNA IL VOLO TARIATO DI PROTEZIO E CIVILE IL VOLONTARIATO NAZIONALE. LA NORMATIVA DI RIFERIMENTO LE ASSOCIAZIONI LA CONSULTA NAZIONALE DEL VOLONTARIATO IL VOLONTARIATO NELLA REGIONE EMILIA- ROMAGNA. LA NORMATIVA DI RIFERIMENTO IL SISTEMA DEL VOLONTARIATO NELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA 158 1

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3 1 PREMESSA Il presente lavoro è il frutto della Convenzione di collaborazione siglata tra il Servizio Studi e Ricerche dell Assemblea Legislativa e l Agenzia Regionale di Protezione Civile della Regione Emilia-Romagna. Con l accordo in parola si è inteso sviluppare la realizzazione di una ricerca avente a oggetto Il sistema della Protezione Civile nella Regione Emilia-Romagna, allo scopo preciso di portare a conoscenza della platea di utenti finali, le attività e le competenze che vedono impegnata quotidianamente l Agenzia Regionale e tutto il sistema di protezione civile che le orbita intorno. L intento prevalente dell elaborato è stato quello di raccogliere in una pubblicazione pratica, maneggevole e di facile comprensione, anche per i non addetti ai lavori, il prezioso compito assegnato, nella nostra società, alla Protezione Civile. Proprio il fine divulgativo e conoscitivo del lavoro ha richiesto, nella sua stesura, l utilizzo di schemi e tabelle riassuntive, di un linguaggio semplice e di impatto immediato, che ha consentito di articolare il lavoro in più sezioni e in due macroaree speculari e complementari: compiti e funzioni della Protezione Civile azionale e competenze e attività della Protezione Civile emiliano romagnola. Di fondamentale importanza è stato il grande contributo di supporto tecnico e specialistico fornito dal personale dell Agenzia Regionale di Protezione Civile, che 3

4 ha costantemente collaborato con la ricercatrice del Servizio Studi e Ricerche incaricata di stilare l elaborato. Un ringraziamento particolare va, dunque, al Direttore Generale dell Agenzia Di Protezione Civile, dott. Egidi Demetrio, che ha permesso la realizzazione della presente pubblicazione, al Responsabile Servizio Pianificazione e Gestione Emergenze, dott. Mainetti Maurizio, per la disponibilità e lo zelo dimostrati e, infine, alla collaboratrice dott.ssa Barilani Morena che ha affiancato la dott.ssa Servello Alessia nella raccolta della documentazione e nell assistenza a tutto il percorso di ricerca. gv 4

5 2 SCHEDA DI SINTESI L Italia, per caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio, è uno fra i Paesi più esposti a gravi rischi naturali. Tale condizione, aggiunta ad una cattiva gestione del territorio poco orientata alle problematiche ambientali, ha determinato una sempre crescente attenzione verso la definizione di un sistema di protezione civile volto sia al superamento dell emergenza sia alla prevenzione ed alla previsione di eventi calamitosi. Il Servizio Nazionale di Protezione Civile nasce, nel 1992, proprio con tali obiettivi: la sua finalità è quella di tutelare l integrità della vita, i beni, gli insediamenti produttivi e l ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi o da altri eventi calamitosi. Il presente lavoro, come anticipato in premessa, vuole perseguire il compito di enucleare quale siano le attività, i compiti, le funzioni, gli strumenti e gli assetti organizzativi e strutturali che il Sistema di Protezione Civile pone in essere per raggiungere i suoi scopi. Esso, per semplificazione espositiva, è stato suddiviso in quattro parti. La prima parte è dedicata alla Protezione Civile azionale. Dopo un breve excursus normativo, con cui si da contezza dell evoluzione legislativa che ha portato all attuale 5

6 Sistema Italiano di Protezione Civile, si delimita il quadro delle competenze attribuite, in materia, alle nostre Istituzioni (compiti dello Stato, compiti delle Regioni, compiti delle Province e compiti dei Comuni), dal quale emerge a chiare lettere che si tratta di sistema complesso a carattere policentrico e diffuso in cui ogni attore ha un ruolo essenziale ben definito. Si passa, poi, ad analizzare la composizione del Servizio Nazionale e i compiti attribuito agli organi di cui si compone e si sottolinea come il legislatore abbia suddiviso la competenza in materia di intervento di protezione civile a seconda della tipologia di evento calamitoso distinguendo in evento ordinario, evento intermedio, evento straordinario. Si analizzano, infine, le attività di previsione, prevenzione e gestione delle emergenze in cui è impegnata quotidianamente la Protezione Civile, specificandole a seconda delle tipologie di rischio presenti sul nostro territorio. La seconda parte del lavoro è interamente dedicata alla Protezione Civile nella Regione Emilia-Romagna. La legge regionale n. 1 del 2005, intervenuta dopo la riforma del titolo V della Costituzione, ha ridisegnato completamente tutto il sistema regionale attribuendo compiti e funzioni ai membri del Sistema, secondo il principio di sussidiarietà verticale. Nella seconda parte, dunque, si sviscera nel dettaglio la composizione, l organizzazione ed il funzionamento della Protezione Civile nella nostra regione, si racconta come si compone la rete dei Centri e dei presidi e si illustra, per le 6

7 diverse tipologie di rischio, come funziona il sistema di allertamento e quali compiti devono svolgere le istituzioni e gli enti coinvolti. Nella terza parte ci si concentra, invece, sulla Colonna Mobile, chiarendo la suddivisione in Colonna Mobile Nazionale delle Regioni, Colonna Mobile Regionale, Colonna Mobile Provinciale, Colonna Mobile Integrata. Infine, la quarta parte analizza e racconta l importante ruolo svolto nel nostro Sistema di Protezione Civile (nazionale, regionale, provinciale e locale) delle associazioni di volontariato, dando atto del primato di professionalità e specializzazioni che rendono la nostra regione una delle più all avanguardia d Europa. 7

8 PARTE PRIMA 3 LA PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE 3.1 ESCURSUS NORMATIVO La materia della Protezione Civile ha trovato normazione completa solo di recente, con l emanazione della legge del 24 febbraio 1992 n Anteriormente a tale disposizione, infatti, il nostro ordinamento non conosceva una disciplina particolareggiata che definisse un approccio complessivo agli eventi di protezione civile 1 : l intervento dello Stato era previsto solamente per la funzione di soccorso al verificarsi di un evento calamitoso. La legge n. 225 del 1992 ha delineato, per la prima volta, un assetto definitivo e coerente all intera materia, provvedendo ad istituire il Servizio azionale della Protezione Civile, «un organizzazione nella quale sono rappresentati l amministrazione centrale dello Stato, le regioni, le province, i comuni, gli enti pubblici nazionali e territoriali gli enti locali e gli istituti di ricerca scientifica, 1 Con la legge 8 dicembre 1970, n. 996 il legislatore aveva, infatti, dato solo una prima definizione delle situazioni di calamità pubblica (eventi calamitosi di origine sia naturale che umana), i cui caratteri necessari erano individuati nel grave danno o nel pericolo di grave danno all incolumità delle persone e ai beni ed nella conseguente necessità di interventi tecnici straordinari. 8

9 nonché ogni altra istituzione ed organizzazione pubblica e privata presente sul territorio nazionale» 2. Il dettato normativo attribuiva alla nuova struttura tutto quel complesso di attività volte a tutelare l integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi. Uno dei tratti caratterizzanti della disciplina contenuta nella legge n. 225 del 1992 era dato dalla definizione di un sistema organizzativo di tipo policentrico che coinvolgeva nell attività di protezione civile una pluralità di soggetti che esercitavano le proprie competenze coordinate da un autorità centrale, il Dipartimento di Protezione Civile, capeggiata dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un Ministro da lui delegato. Tale carattere policentrico è stato soggetto a mutamenti e trasformazioni legislative derivanti dalla riforma della pubblica amministrazione in senso federalista, avviata con la legge 15 marzo 1997 n. 59 ed attuata dai successivi decreti legislativi 30 luglio 1998 n. 118, e 30 luglio 1999 n. 300 (così dette leggi Bassanini ). In particolare, gli atti normativi citati hanno introdotto ufficialmente il principio di sussidiarietà orizzontale e verticale 3 come principio regolatore dei rapporti all interno 2 MEOLI, La Protezione Civile, in Cassese, Trattato di Diritto Amministrativo. Diritto amministrativo Speciale, Tomo II, Milano, Secondo il principio di sussidiarietà verticale la gestione dei compiti amministrativi, con i connessi poteri decisionali, deve essere conferita all ente locale più vicino ai cittadini, conservando all ente di dimensioni superiori solo le funzioni che per loro natura non possono essere svolte a livello più basso. 9

10 delle Amministrazioni e fra queste ultime e gli operatori privati. L assetto dei ruoli, delle funzioni e delle competenze all interno dell organizzazione della Protezione Civile è stato, dunque, completamente ridefinito proprio alla luce del principio di sussidiarietà. Il decreto legislativo n. 112 del 1998, nello specifico, ha ridefinito l assetto delle competenze fra i vari soggetti istituzionali della Protezione Civile, con particolare riferimento al riparto di funzioni e compiti tra Stato, regioni ed enti locali. L articolo 108 del decreto in parola ha, così, individuato le funzioni di regioni ed enti locali con un criterio di carattere generale e residuale, facendole coincidere con tutte le funzioni amministrative non indicate fra quelle di rilievo nazionale 4. Alle Regioni è stato, dunque, affidato il compito di organizzazione e coordinamento di un insieme di enti ed Istituzioni al fine di prevenire il rischio calamitoso e di La sussidiarietà orizzontale, invece, definisce la regola per la quale anche i cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale e non solo di cura di interessi privati e, in questa attività, il pubblico ha il compito di intervenire solo laddove i cittadini non riescano a soddisfare i bisogni della collettività. 4 Tassativamente elencate nell articolo 107 dello stesso decreto, fra i quali: indirizzo, promozione e coordinamento delle attività degli altri soggetti istituzionali (centrali e locali) competenti in materia di protezione civile; deliberazione e revoca dello stato d emergenza per il verificarsi di eventi di notevole gravità; emanazione di ordinanze per l attuazione di interventi di urgenza; 10

11 gestione della collaborazione fra gli stessi nelle fasi di emergenza 5. Il successivo decreto legislativo n. 300 del 1999 istituiva l Agenzia di Protezione Civile, sottoposta alla vigilanza del Ministro dell Interno, e trasferiva ad essa tutte le funzioni attribuite al Dipartimento di Protezione Civile. Nel 2001, però, con il decreto legge del 7 settembre n. 343, si operava una nuova riforma ripristinando il quadro organizzativo originario: la legge di conversione n. 401 del 9 novembre 2001 provvedeva, infatti, a sopprimere l Agenzia e tutti gli articoli del decreto legislativo n. 300 del 1999 ad essa relativi. Le attribuzioni del Ministero dell interno venivano confermate solo parzialmente e veniva introdotta una riserva di competenze specifiche del Presidente del Consiglio dei Ministri. Inoltre, venivano definiti alcuni organismi di partecipazione: un comitato paritetico con rappresentanti delle Regioni e degli enti locali, per le strategie generali; la Commissione Nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi, al cui interno siedono, fra gli altri, due esperti designati dalle regioni ed un rappresentante del comitato nazionale del volontariato di protezione civile; 5 In sostanza, quando il dipartimento di Protezione Civile (autorità coordinatrice dell emergenza) richiede il supporto della Regione, questa risponde con le sue strutture e con quelle di tutti gli enti collegati presenti sul territorio. 11

12 il Comitato Operativo della Protezione Civile (EMERCOM) che assicura la direzione unitaria ed il coordinamento delle attività di emergenza. Nello stesso anno, con la riforma del Titolo V della Costituzione, veniva riformulata la ripartizione delle competenze legislative ed amministrative tra Stato, Regioni ed enti locali e la Protezione Civile veniva annoverata fra le materie di legislazione concorrente. Ciò comportava una trasformazione del modello di Protezione Civile da centralizzato a diffuso, comunale e regionale. In virtù di quanto sancito dalla Carta Costituzionale, con il decreto legge del 7 settembre 2001, n. 343 venivano, quindi, dettate «disposizioni urgenti per assicurare il coordinamento operativo delle strutture preposte alle attività di protezione civile». Il disposto normativo riduceva il ruolo del Ministro dell interno e rafforzava quello del Presidente del Consiglio dei Ministri alla cui struttura venivano ricondotti sia il dipartimento di protezione civile, sia la Commissione nazionale per la previsione e prevenzione dei rischi, sia il Comitato operativo di Protezione civile. Successivamente, la legge n. 131 del 2003 provvedeva a dettare disposizioni relative alla potestà normativa degli enti locali, al conferimento di funzioni amministrative dal parte dello Stato e delle regioni e a stabilire nella figura del Prefetto il ruolo di raccordo ed armonizzazione tra lo Stato, le regioni e gli enti locali. 12

13 Infine, il decreto legge 31 maggio 2005 n. 90 attribuiva definitivamente l attività di Protezione civile al Presidente del Consiglio dei Ministri, abrogando ogni riferimento al Ministro dell interno. 3.2 L ARTICOLAZIONE DELLE COMPETENZE Da quanto brevemente esposto al paragrafo precedente si può facilmente desumere che il lungo e tortuoso processo subito dalla materia in esame ha fatto sì che, oggi, si possano delineare, con una certa precisione, gli ambiti di competenza normativa e regolamentare di tutti gli attori coinvolti nel Sistema di Protezione Civile. Tale sistema è organizzato su quattro distinti livelli, dotati, ognuno, di proprie strutture e funzioni specifiche che consentono di porre in essere le attività a loro demandate. Compiti dello Stato indirizzo, promozione e coordinamento delle attività delle amministrazioni statali, centrali e periferiche, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Comunità montane, degli enti Pubblici nazionali e territoriali e di ogni altra istituzione ed organizzazione presente sul territorio nazionale; deliberazione e revoca, d intesa con le Regioni interessate, dello stato di emergenza in casi di eventi calamitosi; emanazione, d intesa con le regioni interessate, di 13

14 ordinanze per l attuazione di interventi di emergenza; elaborazione dei piani di emergenza nazionale; sostegno alle strutture periferiche più deboli e meno dotate di risorse proprie; promozione e sostegno alle attività di formazione e alla crescita dell associazionismo di protezione civile; informazione dell opinione pubblica e promozione della cultura di protezione civile; regia nella costruzione e nella gestione delle reti informative indispensabili per la previsione e prevenzione dei rischi; produzione e gestione delle normative eccezionali e derogatorie le ordinanze- indispensabili per attuare gli interventi di emergenza e far fronte alle calamità 6 ; organizzazione di esercitazioni. Come già accennato, lo Stato esercita tali funzioni attraverso il Dipartimento della Protezione Civile: struttura della Presidenza del Consiglio dei Ministri articolata in otto uffici generali e quarantatre servizi. 6 L alta specializzazione del personale del Dipartimento nell area della gestione delle emergenze, sia sotto il profilo amministrativo che tecnicooperativo, ha portato il Governo a richiederne l intervento in tutte le situazioni, anche atipiche, in cui siano necessarie capacità organizzative e gestionali di operazioni complesse ed il coordinamento di numerose amministrazioni ed istituzioni. 14

15 Compiti delle Regioni predisposizione dei programmi di previsione e prevenzione dei rischi, sulla base degli indirizzi nazionali; predisposizione di direttive per i piani di emergenza provinciali e comunali; attuazione degli interventi urgenti al verificarsi di eventi che richiedano un intervento in via ordinaria di più amministrazioni; organizzazione e impiego del volontariato. Compiti delle Province attuazione delle attività di previsione e prevenzione previste dai relativi piani regionali; predisposizione dei piani provinciali di emergenza; vigilanza sulla predisposizione, da parte delle strutture provinciali di protezione civile, dei servizi urgenti, anche di natura tecnica, da attivare in caso di emergenza. 15

16 Compiti dei Comuni attuazione delle attività di previsione e degli interventi di prevenzione dei rischi sulla scorta dei programmi e piani regionali; predisposizione dei piani di emergenza (anche in forma associata ed integrata, in funzione della dimensione dell ente e della tipologia di rischio); predisposizione dei provvedimenti della preparazione all emergenza, necessari per assicurare il primo soccorso; organizzazione del volontariato di protezione civile comunale. 16

17 3.3 LA STRUTTURA DEL SERVIZIO NAZIONALE Il Servizio Nazionale di Protezione Civile è organizzato come un sistema complesso a carattere policentrico e diffuso all interno del quale l articolo 6 della legge n. 225 del 1992 distingue i soggetti componenti e i soggetti concorrenti. I primi sono membri stabili ed indefettibili del Servizio e concorrono a determinare le funzioni di protezione civile, mentre l apporto dei secondi è solo eventuale. Membri componenti il Servizio azionale Amministrazioni dello Stato; Regioni; Province; Comuni; Comunità montane. 17

18 Membri concorrenti del Servizio azionale Enti pubblici; Istituti e gruppi di ricerca scientifica con finalità di protezione civile; Ogni istituzione ed organizzazione anche privata; Cittadini; Gruppi associati di volontariato civile; Ordini e collegi professionali. Ad essi si affiancano, poi, le strutture operative del Servizio, elencate dall articolo 11 della legge n. 225 del Queste hanno compiti esecutivi, di attuazione delle attività disposte dai componenti/concorrenti, ciascuna con le sue specifiche competenze tecniche, i suoi mezzi e le sue professionalità. Strutture operative del Servizio azionale Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco (componente fondamentale della Protezione civile); Forze Armate; Forze di Polizia; Corpo forestale dello Stato; comunità scientifica; Croce Rossa Italiana; 18

19 Servizio Sanitario Nazionale; Organizzazioni di Volontariato; Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico CNSA (CAI). Le strutture operative concorrono, insieme al Dipartimento, alle attività di monitoraggio, previsione e prevenzione del rischio. In caso di calamità naturali, catastrofi o altri eventi che necessitano di essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari, il Presidente del Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza, può avvalersi di Commissari delegati e richiede l intervento delle strutture operative nazionali 7. In seno al Dipartimento di Protezione Civile risiedono, inoltre, ulteriori organi centrali di supporto all attività, ciascuno con competenze ben definite. Commissione azionale dei Grandi Rischi Compiti - svolge attività consultiva, tecnicoscientifica e propositiva in materia di previsione e prevenzione delle situazioni di rischio; - è organo di raccordo tra il Servizio Nazionale e la comunità scientifica. - Presidente e vice Presidente; 7 Se si verifica un emergenza eccezionale, anche prima della dichiarazione di emergenza, il Presidente del Consiglio dei Ministri può disporre il coinvolgimento delle strutture operative nazionali, su proposta del Capo Dipartimento della Protezione Civile e sentito il Presidente della Regione interessata. 19

20 Composizione - Presidente del consiglio Nazionale delle ricerche; - Presidente dell Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia; - Presidente dell Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale; - Esperti in rischio sismico, rischio idrologico e idraulico, rischio vulcanico, rischio chimico nucleare e industriale, rischio ambientale e sanitario. Funzionamento - Si riunisce una volta ogni due mesi; - È convocata dal Presidente almeno dieci giorni prima, salvo i casi di urgenza e di emergenza; - Alle sue sedute possono partecipare anche altri esperti con funzione consultiva e senza diritto di voto; - Opera con almeno dieci componenti e delibera a maggioranza dei presenti.; - È organo indipendente rispetto al Dipartimento. 20

21 Comitato operativo Compiti Composizione - Assicura la direzione unitaria e il coordinamento ai vari livelli delle attività di emergenza. - Valuta le notizie, i dati e le richieste provenienti dalle zone interessate e definisce le strategie di intervento raccordando le amministrazioni e gli enti interessati al soccorso. - Rappresentanti del dipartimento di Protezione civile; - Capo dei vigili del fuoco; - Un rappresentante delle forze armate; - Un rappresentante per ciascuna delle forze di polizia; un rappresentante del corpo forestale dello Stato; - Un rappresentante della Croce Rossa Italiana; - Un rappresentante del Servizio Sanitario Nazionale; - Un rappresentante delle organizzazioni nazionali di volontariato; - Un rappresentante del corpo nazionale di soccorso alpino; - Un rappresentante delle capitanerie di porto; un rappresentante dell Agenzia per la protezione dell ambiente ed i servizi tecnici; - Un rappresentante dell Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia; 21

22 Funzionamento - Un rappresentante del Consiglio nazionale delle ricerche; - Un rappresentante dell Enea; - Due rappresentanti delle Regioni, designati dalla conferenza unificata Stato-regioni-autonomie locali. - dura in carica tre anni; - opera con la presenza della metà più uno dei componenti; - è convocato dal Presidente con preavviso di almeno tre giorni e con indicazione dell ordine del giorno. Il Comitato Operativo è supportato, nelle sue funzioni, da Sistema nella sala situazione italiana del dipartimento: è il centro di coordinamento e monitoraggio del Servizio Nazionale. Sistema riceve, richiede, elabora, verifica e diffonde le informazioni relative alle calamità o a situazioni rischiose su tutto il territorio nazionale. Esso allerta ed attiva immediatamente le strutture operative nazionali preposte alla gestione dell emergenza 8 al fine di soccorrere la popolazione e superare prontamente lo stato di emergenza. 8 In situazioni di emergenza sistema si configura in Unità di crisi S3, che è lo stato di configurazione previsto dalle procedure di attivazione interna al Dipartimento. L attività dell Unità di crisi è organizzata per settori di intervento dette Funzioni di supporto a cui partecipano i diversi uffici e servizi competenti del Dipartimento e i rappresentanti di altre amministrazioni ed enti competenti per l attività di Funzione. 22

23 Il Sistema nazionale di monitoraggio e allertamento, fornito dalla Protezione Civile e dalle Regioni, è in grado di condividere e scambiare informazioni in tempo reale, attraverso procedure e standard comuni. La rete dei Centri Funzionali, unità operative presenti in ogni regione, ha, infatti, il compito di raccogliere ed utilizzare i dati di carattere meteorologico, idrogeologico e idraulico 9, sismico e vulcanico e di trasmetterli a Sistema e al Centro Funzionale Centrale presso il Dipartimento della Protezione Civile. Quest ultimo rappresenta il vertice della catena di comando e controllo volta a valutare e sorvegliare le situazioni di pericolo: da qui si stabiliscono le responsabilità e le competenze delle autorità ai diversi livelli territoriali (locale, regionale e nazionale). 9 La rete dei centri funzionali fa confluire e integrare fra loro: i dati qualitativi e quantitativi rilevati dalle reti meteo idro-pluviometriche, dalla rete radarmetereologica nazionale, dalle diverse piattaforme satellitari disponibili per l osservazione della terra; i dati territoriali idrologici, geologici, geomorfologici e quelli derivanti dai sistemi di monitoraggio delle frane; le modellazioni metereologiche, idrologiche ed idrauliche. 23

24 3.4 L EVENTO DI PROTEZIONE CIVILE Dunque, quando si verifica un a calamità, Sistema raccoglie tutte le informazioni utili sulla portata dell evento e valuta se le risorse locali, da sole, possono porvi rimedio. Per individuare con maggiore facilità la competenza ad intervenire in caso di emergenza, il legislatore ha provveduto, con l articolo 2 della legge n. 225 del 1992, a dare una dettagliata definizione dell evento tipico. È, infatti, la natura e la portata dell evento a rendere attuale il potere-dovere della Protezione civile di agire per porvi rimedio. Sono previsti, dunque, tre tipi di eventi, differenziati tra loro sulla base del modulo organizzativo previsto per fronteggiarli, dal più piccolo al più grande: Tipologia di eventi e ambiti di competenze Eventi di tipo a (evento ordinario) Eventi di tipo b (evento intermedio) - eventi naturali o connessi con l attività dell uomo che possono essere fronteggiati mediante interventi attuabili dai singoli enti e amministrazioni competenti in via ordinaria. - L intervento spetta al Comune - Eventi naturali o connessi con l attività dell uomo che per loro nature ed estensione comportano l intervento coordinato di più enti o amministrazioni competenti in via ordinaria. 24

25 - L intervento spetta alla Provincia o alla Regione. Eventi di tipo c (evento straordinario) - Calamità naturali, catastrofi e altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari. - L intervento spetta al Servizio Nazionale della Protezione Civile. Il principio ispiratore della classificazione in parola è chiaramente quello di adeguatezza, inteso come idoneità dell amministrazione a garantire l esercizio delle proprie funzioni. Il principio si concretizza nella disponibilità di uomini, mezzi, attrezzature e strutture sufficienti per assicurare la gestione dell evento di Protezione Civile. Tale disponibilità è valutata da parte degli stessi soggetti chiamati ad intervenire sulla base delle risorse necessarie per affrontare l evento: a loro, in caso di insufficienza di mezzi, spetta, dunque, il compito di chiedere l intervento degli altri enti vicini o sovraordinati. Per esemplificare, quindi, al verificarsi di un grave evento calamitoso (evento di tipo c ), vi è l impossibilità dei Comuni di far fronte da soli alle emergenze e la conseguente necessaria attivazione dei livelli superiori: Provincia (prefetto) e Regione (Presidente della Regione e Responsabile della struttura operativa) che, a loro volta, 25

26 informano lo Stato (Presidente del Consiglio dei Ministri e Capo del Dipartimento di Protezione Civile). In questi casi spetta al Dipartimento diramare la comunicazione alle venti Regioni e attivare quelle che per vicinanza o specializzazione interverranno nell emergenza. Schematizzando, in caso di evento di tipo c : 26

27 3.5 LE ATTIVITA DI PROTEZIONE CIVILE Come tutte le società contemporanee anche quella italiana è fortemente caratterizzata dai fenomeni del rischio e dell emergenza. Lo sviluppo industriale e il progresso tecnologico, l indiscriminato sfruttamento dell ambiente e l alterazione dei suoi equilibri, l accelerazione delle attività economiche e la mutevolezza della realtà sociale hanno causato un radicale mutamento dell habitat umano e della sua stabilità. Per queste ragioni, si è sempre più diffusa nel comune sentire la percezione che in qualsiasi momento possa verificarsi un evento portatore di conseguenze lesive per la salute, la vita o i beni. A tale diffusa percezione è corrisposta una maggiore attenzione rispetto al verificarsi degli eventi, mediante l esercizio di un controllo preventivo ed anticipato sulle fonti di pericolo e di danno per l uomo e per i suoi interessi. Il legislatore italiano ha previsto, così, all interno della legge n. 225 del 1992, le specifiche attività della Protezione Civile, rivolgendo la sua attenzione non solo alla fase successiva al verificarsi dell evento nocivo ma, anche e soprattutto, a tutte le azioni volte a prevenire lo stesso verificarsi dell evento. Secondo l articolo 3 della suddetta legge sono attività di Protezione Civile quelle volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio, al soccorso delle popolazioni sinistrate ed al superamento dell emergenza. 27

28 La previsione La previsione consiste: «nelle attività dirette allo studio ed alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, alla identificazione dei rischi ed alla individuazione delle zone del territorio soggette ai rischi stessi». L attività in parola si sviluppa con un sistema di collegamento sempre più stretto fra Protezione Civile e il mondo della ricerca scientifica, con nuovi sistemi tecnologici di raccolta ed elaborazione di informazioni sui diversi tipi di rischio, con centri di elaborazione delle informazioni capaci di segnalare con il massimo anticipo possibile le probabilità che si verifichino catastrofi. Le azioni previsionali consentono, dunque, sia pure con margini di incertezza variabili da caso a caso, di poter stabilire quali sono le cause ed i meccanismi dei fenomeni calamitosi, prevedere i danni attesi, ed i limiti temporali e spaziali degli eventi. L insieme di attività tecnico-scientifiche, che vanno dalla raccolta di informazioni sul territorio alla loro elaborazione, fino alla interpretazione dei dati in base a modelli e simulazioni di eventi, mette la Protezione Civile in condizione di valutare, ai vari livelli, le situazioni di possibile rischio, allertare il sistema di intervento con il massimo anticipo possibile e fornire alle autorità competenti le informazioni utili per prendere decisioni tempestive. Per realizzare questi obiettivi, il Dipartimento di Protezione Civile promuove, finanzia e coordina iniziative tecnico-scientifiche, anche a carattere europeo, finalizzate alla conoscenza del rischio ambientale ed alla mitigazione 28

29 degli effetti degli eventi estremi (frane, alluvioni, etc.), attiva studi e ricerche, segue le attività connesse all individuazione delle esigenze e alla progettazione delle reti di monitoraggio, coordina le attività tecnico-scientifiche svolte in materia dagli Enti competenti nonché ogni attività volta alla predisposizione di strumenti di controllo dei rischi, curando il rapporto con le organizzazioni scientifiche e di ricerca, con gli enti pubblici e privati che svolgono, in Italia e all estero, attività di previsione, partecipando a progetti di collaborazione con strutture omologhe di altri Paesi. Se la previsione è dunque orientata all individuazione dei fenomeni e ad una predizione degli effetti attesi, la prevenzione è invece imperniata sul concetto di riduzione del rischio. La prevenzione La prevenzione consiste «nelle attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni conseguenti a calamità, catastrofi naturali o connesse con l attività dell uomo anche sulla base delle conoscenze acquisite per effetto delle attività di previsione». Le attività di prevenzione sono volte dunque all adozione di provvedimenti finalizzati all eliminazione o attenuazione degli effetti previsti. L attività di prevenzione è funzionalmente connessa a quella di previsione, in quanto si fonda sulle elaborazioni della prima. Essa, però, non ha come obiettivo di evitare o ridurre il verificarsi dell evento calamitoso, ma quello di evitare o 29

30 ridurre i danni conseguenti al verificarsi dell evento stesso. La valutazione del rischio è un analisi di tipo probabilistico sul verificarsi dei tre fattori tipici degli eventi dannosi: la pericolosità; la vulnerabilità; l esposizione. La pericolosità esprime la probabilità del verificarsi di un determinato tipo di evento, caratterizzato da una determinata intensità e localizzato in una zona determinata, entro un determinato periodo di tempo. La vulnerabilità è in funzione dell intensità dell evento ed esprime la gravità con la quale l evento temuto andrà ad incidere sull elemento o sugli elementi esposti. Il valore esposto indica l elemento o gli elementi che, secondo lo scenario ipotizzato, dovranno sopportare le conseguenze dell evento. Solitamente si distingue fra valore umano (vita ed incolumità delle persone), fisico (atmosfera, suolo, fiumi, boschi, ecc.), socio-economico (insediamenti abitativi, industriali, agricoli, ecc.), infrastrutturale (reti stradali, ferroviarie, elettriche, ecc.) e culturale (edifici storici e di culto, edifici pubblici, ecc.). Il danno è il prodotto tra la vulnerabilità e l esposizione: esso è indicativo delle conseguenze attese a causa dell evento dannoso in termini di vite umane, danni alle abitazioni, lesioni alle infrastrutture ed agli insediamenti. 30

31 Le attività di prevenzione possono incidere su tutti i fattori del rischio: possono ridurre la pericolosità e possono diminuire il danno. Gli interventi di tipo preventivo possono essere, perciò, strutturali o non strutturali. I primi consistono in opere di sistemazione attiva o passiva, che mirano a ridurre la pericolosità dell evento, abbassando la probabilità di accadimento oppure attenuandone l impatto. Esempi di interventi strutturali sono costituiti da argini, vasche di laminazione, sistemazioni idraulicoforestali, consolidamento dei versanti. Gli interventi non strutturali consistono in quelle azioni finalizzate alla riduzione del danno attraverso l introduzione di vincoli che impediscano o limitino l espansione urbanistica in aree a rischio, la pianificazione di emergenza, la realizzazione di sistemi di allertamento e di reti di monitoraggio. I compiti di previsione e prevenzione sono, come già anticipato, in gran parte affidati agli enti locali. La normativa, in particolare, prevede l attribuzione alle Regioni delle funzioni relative alla predisposizione dei programmi di previsione e prevenzione dei rischi, sulla base degli indirizzi nazionali. 31

32 Fonte: 32

33 Sono di competenza delle Province le funzioni relative all attuazione, in ambito provinciale, delle attività di previsione e degli interventi di prevenzione dei rischi, stabilite dai programmi e piani regionali, con l adozione dei connessi provvedimenti amministrativi. A loro volta, sono attribuite ai Comuni le funzioni relative all attuazione, in ambito comunale, delle attività di previsione e degli interventi di prevenzione dei rischi, stabilite dai programmi e piani regionali. Inoltre, un significativo passo in avanti nel processo di miglioramento delle attività di previsione e prevenzione è stato compiuto con l emanazione, in data , di una direttiva a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri recante Indirizzi operativi per la gestione organizzativa e funzionale del sistema di allertamento nazionale e regionale per il rischio idrogeologico ed idraulico a fini di protezione civile. Tale direttiva prevede infatti l istituzione di un sistema di allertamento integrato nazionale, statale e regionale, basato sull attività di appositi Centri, denominati Centri Funzionali, che hanno il compito di raccogliere, elaborare ed integrare dati meteorologici, idrologici, geologici e geomorfologici al fine di fornire supporto alle attività ed alle decisioni di protezione civile. Il Centro Funzionale Centrale, tra questi, ha il compito di monitorare e analizzare, attraverso un approccio multi rischio, dati relativi a situazioni di crisi in Italia e all'estero e di fornire assistenza alle regioni che non hanno ancora un proprio Centro Funzionale. 33

34 In caso di eventi che richiedono un intervento a livello nazionale, si mette in atto una sequenza di procedure che consente di formulare in tempo reale gli scenari d'evento necessari alla definizione degli adeguati interventi di protezione civile. Il Centro Funzionale Centrale è suddiviso per categorie di rischi: Centro Funzionale Centrale per il rischio idrogeologico e idraulico; Centro Funzionale Centrale per il rischio vulcanico; Centro Funzionale Centrale per il rischio incendi boschivi. 34

35 I Centri Funzionali in Italia 10 La Rete Radar Nazionale, il monitoraggio idropluviometrico e le tecniche di rilevamento satellitare 10 Fonte 35

36 sono i principali strumenti di monitoraggio e sorveglianza utilizzati. Il radar è uno strumento usato per: Monitorare in tempo reale i fenomeni di precipitazione individuandone l intensità e lo stato fisico (pioggia, neve, grandine), attraverso lo studio delle caratteristiche di polarizzazione; determinare in tempo reale il campo di vento; fare previsioni a brevissimo termine, definite nowcasting (fino a 3 ore); rendere più accurate le stime sulle precipitazioni, integrando i dati della rete radar con quelli del monitoraggio al suolo. Il progetto della rete radar su scala nazionale ha l obiettivo di migliorare il monitoraggio dei fenomeni atmosferici, e in particolare delle precipitazioni. Infatti integra le informazioni che provengono dai satelliti, basate sull osservazione dei corpi nuvolosi, e dai sensori pluviometrici, che registrano dati di carattere puntuale, poco rappresentativi di un intero bacino idrografico. Il monitoraggio idropluviometrico consiste nell osservazione dei livelli pluviometrici, idrometrici e nivometrici misurati dalle stazioni della rete di monitoraggio e serve dunque a fornire informazioni integrate che confermano la situazione prevista o la aggiornano in funzione di un evoluzione imprevista. Tale fase viene assicurata con l ausilio dei dati a terra integrati da dati di remote sensing, disponibili in tempo reale. 36

37 Un esempio di remote sensing estremamente utile per il monitoraggio è costituito dai radar meteorologici, che consentono di rilevare fenomeni che interessano aree vaste con una risoluzione spazio-temporale di gran lunga maggiore di quella che si può ottenere con i satelliti geostazionari attualmente operativi. Lo sviluppo delle tecniche di monitoraggio si basa inoltre sulla messa a punto di una serie di livelli di allerta pluviometrici, le cosiddette soglie, da definire caso per caso, a seconda delle condizioni climatologiche, geologiche e geomorfologiche. La gestione delle emergenze La gestione delle emergenze consiste nell attuazione dei piani di emergenza 11, nel soccorso alle popolazioni e nel superamento dell emergenza. La funzione è ripartita tra lo Stato, le Regioni e gli altri enti locali, secondo un modello a geometria variabile. In generale, allo Stato sono attribuite le sole funzioni relative agli eventi straordinari. Le funzioni relative agli eventi intermedi ed ordinari competono alle Regioni, alle Province e ai Comuni. Il modello di intervento relativo agli eventi di tipo a e b è contenuto nelle legislazioni regionali e nelle disposizioni particolari contenute nei piani di emergenza. 11 Sui quali si rimanda ai paragrafi successivi 37

38 La legislazione regionale, in particolare, ha il compito di dettare disposizioni relative ad ogni categoria di rischio, purché ricompresa nell ambito degli eventi ordinari ed intermedi; i piani di emergenza dettano disposizioni relative a scenari di rischio connessi ad eventi particolari. La definizione del concreto modello di intervento di gestione delle emergenze riguarda l organizzazione e la ripartizione delle funzioni. Da un punto di vista organizzativo, infatti, è necessario sapere quali strutture della Protezione Civile regionali o locali devono essere attivate al momento dell emergenza: bisogna sapere chi coordina le azioni, chi dirige gli interventi e chi gestisce la catena di controllo e comando. Per quanto riguarda le singole funzioni, invece, il modello di intervento stabilisce chi fa che cosa nell ambito della struttura di protezione civile da attivare. Dunque, per gli eventi di tipo ordinario, la gestione della calamità è attribuita al comune e, nell ambito di esso, spettano al sindaco le funzioni di direzione e coordinamento dei servizi di soccorso e assistenza, così come l adozione dei provvedimenti necessari. Al verificarsi dell emergenza il sindaco deve procedere ad una valutazione preliminare, relativa ai rapporti tra evento e mezzi a disposizione del comune. Se l evento può essere fronteggiato con i mezzi a disposizione, allora dovranno essere adottati gli interventi necessari per il soccorso e l assistenza alle popolazioni colpite. 38

39 Il sindaco ha comunque l obbligo di comunicare i provvedimenti adottati al prefetto e al presidente della Giunta regionale. Se l evento non può essere fronteggiato con i mezzi a disposizione, il sindaco deve richiedere l intervento di altre forze e strutture alla Regione e agli altri enti locali. Quanto alla gestione degli eventi intermedi: - la Regione deve attuare gli interventi urgenti in caso di crisi determinata dal verificarsi dell evento o dalla sua imminenza, avvalendosi anche del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, e deve porre in essere le attività necessarie per favorire il ritorno alle normali condizioni di vita delle aree colpite; - la Provincia deve vigilare sulla predisposizione da parte delle strutture provinciali di Protezione Civile, dei servizi urgenti, anche di natura tecnica, da attivare. Ai vari livelli territoriali e funzionali, il coordinamento segue i principi del metodo Augustus, che permette una gestione semplice e flessibile dell'emergenza. Gli organi di coordinamento sono i "centri operativi", organizzati in funzioni di supporto, associate a diversi settori di attività e di intervento. Per ciascuna funzione è individuato un responsabile che, in situazione ordinaria, provvede all aggiornamento dei dati e delle procedure in emergenza, in emergenza invece coordina e garantisce il raccordo con le diverse funzioni. 39

40 3.6 LA PIANIFICAZIONE DEI RISCHI, I PROGRAMMI DI PREVISIONE E PREVENZIONE E I PIANI DI EMERGENZA. Abbiamo già accennato che, nonostante l estrema imprevedibilità delle situazioni di emergenza, i rischi e le modalità di intervento possono e devono essere oggetto di pianificazione. Le norme prevedono varie forme di pianificazione in materia di protezione civile e di sicurezza che individuano un efficace sistema di organizzazione dei soccorsi e prevengono l aggravamento delle conseguenze negative dell evento dannoso. La pianificazione di maggior respiro è quella contenuta nella legge sulla protezione Civile e si caratterizza come un sistema complesso, articolato sulla base delle competenze dei vari enti territoriali e sulla rilevanza dell evento. La legge n. 225 del 1992 prevede, infatti, la predisposizione, da parte dello Stato, delle Regioni e delle Province, dei Programmi di Previsione e Prevenzione. Questi hanno lo scopo di identificare i principali rischi, naturali ed antropici insistenti sul territorio e di individuare interventi di mitigazione degli stessi. Accanto ad essi sono previsti, poi, i Piani di emergenza: strumenti attraverso i quali si organizza la risposta alle situazioni estreme e complesse. 40

41 Un Piano di emergenza è, dunque, l insieme delle procedure operative di intervento per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio. Il piano d emergenza recepisce il programma di previsione e prevenzione, ed ha l obiettivo di garantire con ogni mezzo il mantenimento del livello di vita messo in crisi da una situazione che comporta gravi disagi fisici e psicologici. La pianificazione a livello nazionale ha l obiettivo di definire e coordinare gli interventi di soccorso e assistenza allapopolazione per affrontare unacalamità attesa, classifica bile come evento di "tipo c". Il Piano di emergenza nazionale assicura la mobilitazione di tutte le componenti del Servizio Nazionale di Protezione Civile come un'unica organizzazione di emergenza, a cui concorrono istituzioni centrali e periferiche, organizzazioni di volontariato e imprese private, e se necessario i Paesi esteri, per dare primo soccorso e assistenza ai cittadini. Esso è distinto per tipo di rischio e riferito ad aree specifiche del territorio italiano, individuate con il concorso della comunità scientifica, in funzione della pericolosità dell evento e della vulnerabilità del territorio. A livello territoriale, per garantire una risposta efficace alle calamità, spetta agli enti locali la redazione dei singoli Piani di emergenza. Il Dipartimento della Protezione Civile definisce i criteri generali per la pianificazione e li indirizza alle Regioni, che 41

42 danno indicazioni per la preparazione dei piani provinciali e comunali. Province e Comuni predispongono i piani a seconda dei rischi del loro territorio. La pianificazione provinciale e comunale di emergenza prende in esame, in riferimento agli scenari possibili per il territorio, le tipologie di evento naturale o connesso con l attività dell uomo che per loro natura ed estensione territoriale, richiedono l intervento coordinato di più Enti e amministrazioni competenti in via ordinaria. I piani di emergenza Struttura Articolata in tre parti - parte generale: raccoglie tutte le informazioni sulle caratteristiche e sulla struttura del territorio; - lineamenti della pianificazione: stabiliscono gli obiettivi da conseguire per dare un adeguata risposta di protezione civile ad una qualsiasi situazione di emergenza e le competenze dei vari operatori; - modello di intervento: assegna le responsabilità decisionali ai vari livelli, utilizza le risorse in maniera razionale, definisce un sistema di comunicazione che consente uno scambio costante di informazioni. - assegnare la responsabilità alle organizzazioni e agli individui per azioni specifiche, progettate nei tempi 42

43 Obiettivi Caratteristiche e nei luoghi, in un emergenza che supera le capacità di risposta o la competenza di una singola organizzazione; - descrivere in che modo proteggere le persone e la proprietà in situazioni di emergenza e di disastri; - identificare il personale, l equipaggiamento, le competenze, i fondi e le altre risorse disponibili da utilizzare durante le operazioni di risposta; - identificare le iniziative da mettere in atto per migliorare le condizioni di vita degli eventuali evacuati dalle loro abitazioni. - documentazione in continuo aggiornamento; - dotati di sufficiente flessibilità per essere utilizzato in tutte le emergenze, incluse quelle impreviste; - integrano i piani operativi di emergenza di enti, strutture tecniche, gestori di servizi pubblici. I Piani Provinciali di emergenza possono essere elaborati per stralci successivi, ciascuno relativo ad una specifica tipologia di rischio presente sul territorio provinciale ed in particolare: RISCHIO IDROGEOLOGICO (idraulico e da frana) RISCHIO SISMICO RISCHIO INCIDENTI MOBILITA E TRASPORTI 43

44 RISCHIO CHIMICO INDUSTRIALE RISCHIO INCENDI BOSCHIVI Ciascuno stralcio deve essere composto da: Parte generale o Documento di Piano Scenari di Evento Censimenti elementi vulnerabili Censimenti risorse umane, materiali e mezzi Modello di intervento Cartografie Altro strumento di pianificazione è rappresentato dai Piani di messa in sicurezza. Essi vengono redatti a seguito del verificarsi di una calamità al fine di ripristinare i luoghi e velocizzare il ritorno alle normali condizioni di vita. La predisposizione e l attuazione dei piani di interventi urgenti e di messa in sicurezza comporta iter tecnicoamministrativi che vengono gestiti all insegna della speditezza e della semplificazione delle procedure. Le fasi principali sono: Coordinamento ed attivazione dei primi interventi urgenti; Prima stima dei danni e valutazione in merito alla necessità di mezzi e poteri straordinari per fronteggiare l emergenza; Richiesta al Governo di dichiarazione di stato d emergenza da parte del Presidente della Regione; 44

45 Ordinanza ministeriale con assegnazione di risorse ed indicazione delle modalità di attuazione; Proposta di Piano, predisposta con il coordinamento della Protezione Civile regionale sulla base delle proposte formulate dagli Enti e dalle strutture tecniche interessate, valutata da un apposito staff tecnico; Parere sul Piano da parte di un Comitato istituzionale costituito dai rappresentanti istituzionali degli enti interessati; Approvazione del Piano da parte del Presidente della Regione o dell Assessore regionale delegato e pubblicazione sul Bollettino Ufficiale. 3.7 APPROFONDIMENTO: I VARI TIPI DI RISCHIO Il rischio è rappresentato dalla possibilità che un fenomeno naturale o indotto dalle attività dell uomo possa causare effetti dannosi sulla popolazione, gli insediamenti abitativi e produttivi e le infrastrutture, all interno di una particolare area e in un determinato periodo di tempo. Il territorio Italiano, per posizione geografica e morfologica e per lo sviluppo tecnologico che lo caratterizza, conosce varie tipologie di rischio che interessano l attività della Protezione Civile. 45

46 Il rischio sismico 12 L Italia è uno dei Paesi con alto grado di sismicità del Mediterraneo, per la sua particolare posizione geografica, nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica.: il movimento delle placche tettoniche su cui si estende il nostro territorio genera periodicamente dei terremoti. La sismicità indica la frequenza e la forza con cui si manifestano i terremoti, ed è una caratteristica fisica del territorio. Le conseguenze di un terremoto dipendono anche dalle caratteristiche di resistenza delle costruzioni alle azioni 12 fonte: 46

47 di una scossa sismica. La predisposizione di una costruzione ad essere danneggiata si definisce vulnerabilità. Quanto più un edificio è vulnerabile (per tipologia, progettazione inadeguata, scadente qualità dei materiali e modalità di costruzione, scarsa manutenzione), tanto maggiori saranno le conseguenze. Infine, la maggiore o minore presenza di beni esposti al rischio, la possibilità cioè di subire un danno economico, ai beni culturali, la perdita di vite umane, è definita esposizione. Il rischio sismico, determinato dalla combinazione della pericolosità, della vulnerabilità e dell esposizione, è la misura dei danni attesi in un dato intervallo di tempo, in base al tipo di sismicità, di resistenza delle costruzioni e di antropizzazione (natura, qualità e quantità dei beni esposti). In Italia sono stati compiuti numerosi studi e documenti sulla sismicità della nostra Penisola, che costituiscono un patrimonio storico unico al mondo. Gli studi di pericolosità sismica sono stati impiegati, soprattutto negli ultimi anni, nelle analisi territoriali e regionali finalizzate a zonazioni (pericolosità di base per la classificazione sismica) o microzonazioni (pericolosità locale). In quest ultimo caso, valutare la pericolosità significa individuare le aree a scala comunale che, in occasione di una scossa sismica, possono essere soggette a fenomeni di amplificazione e fornire indicazioni utili per la pianificazione urbanistica. 47

48 Oggi, le norme per le costruzioni in zone sismiche prevedono che gli edifici non si danneggino per terremoti di bassa intensità, non abbiano danni strutturali per terremoti di media intensità e non crollino in occasione di terremoti forti, pur potendo subire gravi danni. Nel 2003 sono stati emanati i criteri di nuova classificazione sismica del territorio nazionale, basati sugli studi e le elaborazioni più recenti relative alla pericolosità sismica del territorio, ossia sull analisi della probabilità che il territorio venga interessato in un certo intervallo di tempo (generalmente 50 anni) da un evento che superi una determinata soglia di intensità o magnitudo. A tal fine è stata pubblicata l Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n del 20 marzo Il provvedimento detta i principi generali sulla base dei quali le Regioni hanno compilato l elenco dei comuni con la relativa attribuzione ad una delle quattro zone, a pericolosità decrescente (zona 1, zona 2, zona 3, zona 4), nelle quali è stato riclassificato il territorio nazionale. La classificazione sismica attuale Zona 1 - E' la zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti. Comprende 725 comuni. Zona 2 - Nei comuni inseriti in questa zona possono verificarsi terremoti abbastanza forti. Comprende comuni Zona 3 - I Comuni interessati in questa zona possono essere soggetti a scuotimenti modesti. Comprende comuni. 48

49 Zona 4 - E' la meno pericolosa. Nei comuni inseriti in questa zona le possibilità di danni sismici sono basse. Comprende comuni. Dopo un terremoto, per valutare la vulnerabilità degli edifici è sufficiente rilevare i danni provocati, associandoli all intensità della scossa. Più complessa è invece la valutazione della vulnerabilità degli edifici prima che si verifichi un evento sismico. Per questa sono stati messi a punto metodi di tipo statistico, meccanicistico, o i giudizi esperti. Il primo obiettivo di un programma generale di protezione dai terremoti è la salvaguardia della vita umana. Per questa ragione è molto importante valutare il numero delle persone coinvolte, decedute e/o ferite. Generalmente è possibile stimare, con un certo margine di errore e specialmente per i terremoti più forti, quante persone sono rimaste coinvolte, attraverso calcoli che si basano sul numero degli edifici crollati o danneggiati. Per poter fare queste stime sono necessarie alcune considerazioni su: il numero delle persone che abitano negli edifici l orario del terremoto le possibilità di fuggire e/o di proteggersi il tipo di coinvolgimento delle persone (morte o ferite subìte) la possibilità di morire anche successivamente alle attività di soccorso. Altro aspetto rilevante dell esposizione è la presenza in Italia di un patrimonio culturale inestimabile, costituito 49

50 dall edificato corrente dei nostri centri storici, che ancora sfugge ad una quantificazione sistematica di consistenza e qualità. Il primo passo per la prevenzione e mitigazione del rischio sismico del patrimonio storico architettonico è, ovviamente, la conoscenza dei beni esposti. È stato, perciò, avviato in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali - MiBAC un censimento a scala nazionale dei centri storici esposti al rischio e lo sviluppo di un metodo di indagine conoscitiva sulla vulnerabilità dell edificato storico, attraverso messa a punto di un apposito strumento web Centri Storici e Rischio Sismico - Csrs" di rilievo, da condividere con tutte le istituzioni competenti sul territorio Il terremoto dell Acquila. Fonte: 50

51 Il rischio vulcanico Il vulcanismo in Italia deve la sua origine ad un ampio processo geologico che ha interessato tutta l area mediterranea, legato alla convergenza tra la placca tettonica eurasiatica e quella africana. Sebbene meno frequenti e devastanti dei terremoti, le eruzioni vulcaniche rappresentano un forte rischio per le zone densamente popolate del territorio italiano. Il rischio vulcanico è definito come il prodotto della probabilità di occorrenza di un evento eruttivo per il danno che ne potrebbe conseguire. In generale la Vulnerabilità delle persone e degli edifici risulta sempre elevata quando si tratta di fenomenologie vulcaniche. Il rischio è minimo solo quando lo sono anche la Pericolosità o il Valore esposto. E il caso di vulcani "estinti"; vulcani che presentano fenomenologie a pericolosità limitata; oppure di vulcani che si trovano in zone non abitate. Le eruzioni vulcaniche si verificano quando il magma, proveniente dall'interno della Terra, fuoriesce in superficie. Possono avvenire dalla bocca del vulcano - è il caso del Vesuvio - o da bocche che si aprono in punti diversi, nel caso dei Campi Flegrei o dell Etna. Le eruzioni vulcaniche si possono classificare in 51

52 effusive: con bassa esplosività ed emissioni di magma fliudo che scorre lungo i fianchi del vulcano; esplosive: il magma si frammenta in brandelli di varie dimensioni, chiamati piroclasti, che vengono espulsi dal vulcano con violenza. L attività di un vulcano può essere caratterizzata dall emissione di modeste quantità di magma, con limitati effetti sull ambiente, o al contrario da eventi eruttivi catastrofici capaci di modificare profondamente l ambiente circostante il vulcano e perturbare il clima anche a livello globale. Il movimento o la caduta di materiale roccioso o sciolto, a causa dell'effetto della forza di gravità, inoltre, può generare alcune frane. Attività vulcanica sottomarina, terremoti sottomarini e frane che si riversano in mare possono dare origine a maremoti (tsunami). Per la ricaduta di materiale incandescente sul suolo vegetato o durante l avanzamento di una colata lavica possono infine generarsi anche incendi. 52

53 I Vulcani Italiani Estinti - vulcani la cui ultima eruzione risale ad oltre 10mila anni fa (Amiata, Vulsini, Cimini, Vico, Sabatini, Isole Pontine, Roccamonfina e Vulture). Quiescenti Attivi - vulcani che hanno dato eruzioni negli ultimi 10mila anni ma che attualmente si trovano in una fase di riposo (Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Salina, Lipari, Vulcano, Isola Ferdinandea e Pantelleria). - Non tutti i vulcani quiescenti presentano lo stesso livello di rischio, sia per la pericolosità dei fenomeni attesi, sia per la diversa entità della popolazione esposta. Inoltre alcuni presentano fenomeni di vulcanismo secondario - come degassamento dal suolo, fumarole - che nell ordinario possono indurre a situazioni di rischio. - vulcani che hanno dato eruzioni negli ultimi anni (Etna e Stromboli). 53

54 Vulcani in Italia Fonte: 54

55 Prevedere un'eruzione vulcanica significa prevedere quando avverrà e di che tipo sarà. La previsione a breve-medio termine si basa sul riconoscimento e sulla misura dei fenomeni che accompagnano la risalita del magma verso la superficie, che vengono detti fenomeni precursori: fratture o terremoti causato da tensioni meccaniche nelle rocce rigonfiamento o cambiamento di forma dell'edificio vulcanico provocato dall'intrusione del magma variazioni del campo gravimetrico e magnetico nell'intorno dell'edificio vulcanico 'incremento e cambiamento di composizione delle emanazioni gassose dai crateri e dal suolo variazioni delle caratteristiche fisico chimiche delle acque di falda. Il monitoraggio e la sorveglianza dei vulcani italiani è condotta e coordinata dall'istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - Ingv, che opera in convenzione con il Dipartimento della Protezione Civile, attraverso le proprie Sezioni preposte al monitoraggio vulcanico (Sezione di Napoli - Osservatorio Vesuviano, Sezione di Catania, Sezione di Palermo) e dal Dipartimento di Scienze della Terra dell Università degli Studi di Firenze. I segnali dei principali sistemi di monitoraggio e sorveglianza gestiti da questi Centri di Competenza convergono presso il Centro Funzionale Centrale per il Rischio Vulcanico per consentire la condivisione in tempo reale di dati e informazioni e la rapida valutazione delle criticità. 55

56 Per prevedere invece "di che tipo" sarà la prossima eruzione, qualora questa si verifichi (previsione dei possibili scenari eruttivi futuri), occorre effettuare studi sulla storia eruttiva del vulcano. Il rischio idrogeologico I termini dissesto idrogeologico e rischio idrogeologico vengono usati per definire i fenomeni e i danni reali o potenziali causati dalle acque in generale, siano esse superficiali, in forma liquida o solida, o sotterranee. Le manifestazioni più tipiche di fenomeni idrogeologici sono frane, alluvioni, erosioni costiere, subsidenze e valanghe. Il rischio comprende gli eventi connessi al movimento incontrollato di masse d acqua sul territorio, causato da precipitazioni abbondanti o dal rilascio di grandi quantitativi d acqua da bacini di ritenuta (alluvioni), gli eventi connessi all instabilità dei versanti (frane), anch essi spesso innescati dalle precipitazioni, nonché gli eventi metereoligici pericolosi (forti mareggiate, nevicate, trombe d aria). In Italia il dissesto idrogeologico è diffuso in modo capillare e rappresenta un problema di notevole importanza. Provvedimenti normativi hanno imposto la perimetrazione delle aree a rischio, mentre un efficace sistema di allertamento e sorveglianza dei fenomeni ha consentito la messa a punto di una pianificazione di emergenza per coordinare in modo efficace la risposta delle istituzioni agli eventi idrogeologici. 56

57 Nel rischio idrogeologico le attività di previsione consentono di poter comprendere quali sono i fenomeni attesi, in particolar modo gli eventi meteorologici estremi. Per raggiungere questo obiettivo vengono utilizzati in maniera coordinata strumenti e tecniche sofisticate: la meteorologia applicata, le immagini satellitari, i radar meteorologici, i modelli idraulici, eccetera. Interventi preventivi Strutturali - Opere di sistemazione attiva o passiva che mirano a ridurre la pericolosità dell evento (argini, vasche di laminazione, sistemazioni idraulicoforestali, consolidamento dei versanti). on strutturali - Azioni finalizzate a ridurre il danno attraverso l introduzione di vincoli o limiti all espansione urbanistica in aree a rischio, la pianificazione di emergenza, la realizzazione di sistemi di allertamento e di monitoraggio. Sul territorio italiano è attivo un sistema di centri per la raccolta, il monitoraggio e la condivisione dei dati meteorologici, idrogeologi e idraulici. La rete di questi centri costituisce il Sistema nazionale di allertamento. La gestione del sistema di allerta 57

58 nazionale è assicurata dal Dipartimento della Protezione Civile e dalla Regioni attraverso la rete dei Centri Funzionali, delle strutture regionali e dei Centri di Competenza. Ogni Regione stabilisce le procedure e le modalità di allertamento del proprio sistema di protezione civile ai diversi livelli, regionale, provinciale e comunale La frana di Vado, comune di Monzuno (Bologna). Fonte: 58

59 Il rischio incendi 16 Il 30% della superficie territoriale del nostro Paese è costituito da boschi: il patrimonio forestale italiano è, tra l altro, fra i più importanti d Europa per ampiezza, varietà di specie e popolazione animale e vegetale. Tuttavia ogni anno decine di migliaia di ettari di bosco bruciano a causa di incendi di natura dolosa o colposa: negli ultimi trent anni è andato distrutto il 12% del patrimonio forestale nazionale. 16 Fonte: 59

60 I mesi a più elevato rischio sono quelli estivi, quando la siccità, l alta temperatura ed il forte vento fanno evaporare parte dell acqua trattenuta dalle piante, determinando condizioni naturali favorevoli all'innesco e allo sviluppo di incendi. Un incendio boschivo è un fuoco che tende ad espandersi su aree boscate, cespugliate o arborate, comprese eventuali strutture e infrastrutture antropizzate che si trovano all interno delle stesse aree, oppure su terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofi alle aree (art. 2 della Legge n. 353 del 2000). Cause degli incendi naturali umane - Fulmini (nelle zone montane) - Eruzioni vulcaniche - autocombustione Colpose: comportamenti irresponsabili e imprudenti (impiego del fuoco per eliminare residui di attività agricole e forestali; abbandono di mozziconi di sigarette e fiammiferi; attività ricreative e turistiche) - dolose (incendi appiccati volontariamente). 60

61 Classificazione incendi Sotterranei Di superficie Di chioma Di barriera quando bruciano le sostanze vegetali sotto il livello del suolo: muschio, torba, humus. quando bruciano gli strati superficiali della vegetazione: erba, foglie e rami secchi. quando bruciano le parti alte degli alberi - incendio di chioma unito ad un incendio di superficie. Nel 2000 è stata emanata la legge n. 352, leggequadro sugli incendi boschivi. Il testo affida alle regioni la competenza in materia di previsione, prevenzione e lotta attiva agli incendi, mentre allo Stato compete una funzione di indirizzo e di coordinamento di tali attività. In particolare, al Dipartimento della Protezione civile, attraverso il Coau - Centro Operativo Aereo Unificato, è affidato il coordinamento dei mezzi della flotta aerea antincendio dello Stato resi disponibili dal Corpo Forestale dello Stato, dall'aeronautica Militare, dall'esercito, dai Vigili del Fuoco e dalla Marina Militare. Alle regioni compete, innanzitutto, l attivazione delle sale operative per consentire il coordinamento dei diversi 61

62 soggetti che concorrono alla lotta agli incendi e, nel caso, all intervento di protezione civile. Spetta inoltre alle regioni attivare i piani regionali di previsione, prevenzione e d intervento aggiornati ogni anno ed elaborati su base provinciale. Nei piani sono definite specifiche intese e accordi con il Corpo Forestale dello Stato e con il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco su base locale, oltre che con la rete del volontariato. Il rischio sanitario Il rischio sanitario è definito come un rischio di secondo grado: esso, infatti, viene in considerazione in conseguenza del verificarsi di un altro rischio e ogni volta che si creano situazioni critiche che possono incidere sulla salute umana. Difficilmente prevedibile, può essere mitigato se preceduto, durante il periodo ordinario, da una fase di preparazione e di pianificazione della risposta dei soccorsi sanitari in emergenza. Classificazione rischio sanitario antropico - quando è provocato da attività umane (incendi industriali, attività agricole e industriali, trasporto materiale nocivo, rifiuti) 62

63 - causa dispersione di: batteri, virus, pollini, ogm, amianto, benzene, metalli pesanti, diossine, radiazioni, rumori. naturale - quando è provocato da eventi naturali (terremoti, vulcani, frane, alluvioni, maremoti, tempeste di sabbia) Durante il periodo ordinario è importante la fase di pianificazione della risposta dei soccorsi sanitari in emergenza e la predisposizione di attività di sensibilizzazione sui comportamenti da adottare in caso di rischio. In emergenza, vengono attivate le procedure di soccorso previste nei piani comunali e provinciali; il Dipartimento della Protezione Civile interviene quando le strutture locali non sono in grado di affrontare l evento con le proprie risorse. Per organizzare i soccorsi in emergenza, il Dipartimento ha delineato nel 2001 i Criteri di massima per l'organizzazione dei soccorsi nelle catastrofi, a cui hanno fatto seguito nel 2003 i Criteri di massima sulla dotazione dei farmaci e dei dispositivi medici per un Posto medico avanzato e nel 2007 le "Procedure e modulistica del triage sanitario, cioè la suddivisione dei pazienti per gravità e priorità di trattamento. Nel 2006 il Dipartimento ha pubblicato i Criteri di massima sugli interventi psicosociali nelle catastrofi per individuare obiettivi e schemi organizzativi comuni 63

64 nell'assistenza psicologica e psichiatrica durante una catastrofe. Rientrano tra le attività connesse al rischio sanitario, anche i progetti psicosociali che hanno l'obiettivo di aiutare le persone a conoscere e affrontare i rischi del loro territorio, e a dare assistenza per il ritorno alle normali condizioni di vita. Da qualche anno il Dipartimento ha sviluppato un filone di attività dedicate in particolare al soccorso alle persone con disabilità con seminari, convegni, ed esercitazioni. Per quanto riguarda la prevenzione a livello europeo, il Dipartimento della Protezione Civile partecipa alla pianificazione e all'aggiornamento di "moduli di protezione civile", cioè interventi di protezione civile con standard operativi omogenei, costituiti con persone e materiali degli Stati Membri. 64

65 Procedura per gli eventi a effetto limitato attivazione di squadre di prima partenza del 118, della Polizia e dei Vigili del Fuoco; istituzione di un Direttore dei soccorsi sanitari, Direttore del triage e Direttore al trasporto; attivazione della catena dei soccorsi sanitari con la mobilitazione di tutte le risorse locali previste per le maxiemergenze; Attivazione di squadre in seconda partenza/partenza differita, dotate dell equipaggiamento speciale dei lotti catastrofe ; Apertura di un Posto medico avanzato (PMA), struttura da campo in cui vengono concentrate le risorse per il primo trattamento, viene fatto il triage e vengono organizzate le evacuazioni sanitarie verso gli ospedali 65

66 Procedura per gli eventi di grave entità Interviene il dipartimento di Protezione civile che allerta le varie strutture nazionali e potenzia le capacità della centrale operativa del 118; L equipe di Protezione civile raccoglie informazioni circa l estensione dei danni, la stima dei morti e dei feriti e la necessità di mezzi e precauzioni per eventuali rischi; Si inviano mezzi di soccorso attraverso la catena straordinaria dei soccorsi sanitari e gli ospedali e le strutture da campo 66

67 Il rischio radiologico e nucleare Il rischio radiologico è il rischio corrispondente all esposizione indebita o accidentale alla radioattività artificiale. Se nell esposizione sono coinvolte materie fissili, in particolare uranio e plutonio, si parla anche di rischio nucleare. Nel 1987, l Italia interrompe l attività delle proprie centrali ed elabora una prima versione del Piano Nazionale per le emergenze nucleari, facendo comunque attenzione a tale rischio dovuto alla presenza di centrali nucleari in territorio estero a meno di 200 km dal confine. Il piano nazionale per le emergenze radiologiche, approvato con decreto del Presidente del Consiglio del 19 marzo 2010, individua e disciplina le misure necessarie per fronteggiare gli incidenti che avvengono in impianti nucleari al di fuori del territorio nazionale, tali da richiedere azioni di intervento coordinate a livello nazionale. Tipi di radiazioni ionizzante - Fenomeni di radioattvità naturale non connessi alle attività umane (raggi cosmici, radiazioni delle materie contenute nel terreno); - Fenomeni di radioattività artificiale causati dall attività umana (sorgenti di raggi X) - sono forme di radiazioni elettromagnetiche che non possiedono l energia sufficiente per modificare le 67

68 on ionizzante componenti della materia e degli esseri viventi (atomi, molecole); - possono essere suddivise in: campi elettromagnetici a frequenze estremamente basse (ELF); radiofrequenze (RF); microonde (MO); infrarosso (IR); luce visibile. Il monitoraggio della radioattività a livello nazionale e regionale, indispensabile anche per garantire un informazione preventiva e in emergenza alla popolazione, viene realizzato attraverso un sistema a rete. Le reti nazionali - coordinate dall'ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - sono la rete Resorad per il monitoraggio della radioattività ambientale e le reti di allarme, tra loro complementari, Remrad e Gamma. A queste si affianca la rete del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. In caso di emergenza, vengono intensificate le misure radiometriche, eseguite periodicamente dai laboratori delle Arpa, Agenzie regionali per la protezione dell ambiente. I dati raccolti dalle reti di monitoraggio, insieme con le previsioni meteorologiche e altre informazioni fornite da specifiche banche dati, confluiscono nel sistema di calcolo Aries, messo a punto dall Ispra, che elabora previsioni e modelli di diffusione di una eventuale nube radioattiva su scala europea. 68

69 Gli impianti nucleari (disattivi) in Italia 17 Il rischio ambientale Il rischio ambientale è legato alla produzione, alla gestione e alla distribuzione di beni, servizi o prodotti di processi industriali, derivanti sia dai settori primario e secondario (agricoltura e industria), sia dal settore terziario (cosiddetto dei servizi ), che possono costituire una causa di incidenti con ricadute nel breve periodo sulla salute della popolazione. 17 Fonte: 69

70 La normativa vigente, pur prevedendo un regime di gestione ordinaria sui temi dell ambiente, non esclude il ricorso a procedure di carattere emergenziale e straordinario qualora sia in pericolo la salute della popolazione che risiede in un area soggetta a tale rischio. Il Dipartimento della Protezione Civile è sempre più spesso chiamato ad intervenire ed impegnato su complesse problematiche che spaziano dall emergenza in materia di rifiuti all inquinamento idrico, dall'elettrosmog, alle problematiche connesse con la cessazione dell utilizzo dell amianto, sebbene tali tematiche non comportino necessariamente il ricorso alla deliberazione dello stato di emergenza e all emanazione di ordinanze di protezione civile. Il rischio industriale Per rischio industriale si intende la possibilità che in seguito a un incidente in un insediamento industriale si sviluppi un incendio, con il coinvolgimento di sostanze infiammabili, una esplosione, con il coinvolgimento di sostanze esplosive, o una nube tossica, con il coinvolgimento di sostanze che si liberano allo stato gassoso, i cui effetti possano causare danni alla popolazione o all ambiente. All'interno del Dipartimento della Protezione Civile l'attività di valutazione del fenomeno e dei suoi effetti compete al Servizio Rischio tecnologico. La normativa di riferimento prevede attività di previsione e prevenzione mirate alla riduzione del rischio 70

71 industriale: sia quello relativo alla probabilità che accada un incidente industriale, sia quello relativo alle sue conseguenze. Queste attività si basano su un collegamento sempre più stretto tra protezione civile ed il mondo della ricerca scientifica, con nuovi sistemi tecnologici di raccolta ed elaborazione delle informazioni, con centri di elaborazione dei dati in grado di segnalare con il massimo anticipo possibile le probabilità che si verifichino eventi catastrofici, con l elaborazione di cartografie di rischio, con la promozione di strumenti normativi e tecnici finalizzati alla prevenzione ed mitigazione dei danni. I piani di previsione e prevenzione, nello specifico, hanno il compito di individuare le sostanze pericolose, comprese quelle classificate come pericolose per l'ambiente, che possono provocare incidenti rilevanti ed esporre al rischio di emissioni, incendi o esplosioni. Alle attività di prevenzione del rischio industriale concorrono i centri di competenza: enti pubblici attivati nel sistema nazionale di protezione civile per sviluppare progetti di ricerca e realizzare strumenti di supporto per la gestione dell emergenza. Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco esercita una attività di controllo sugli stabilimenti considerati a rischio di incidente rilevante, promuove programmi di formazione, fornisce consulenza e partecipa alla gestione dell emergenza. Le autorità pubbliche locali hanno il compito di elaborare un piano di emergenza interno e uno esterno allo stabilimento industriale, per garantire una risposta 71

72 tempestiva ed efficace e salvaguardare la salute pubblica e l ambiente. Il dipartimento della Protezione Civile ha il compito di provvedere alla stesura delle Linee guida per la predisposizione del piano di emergenza esterno, alle quali gli enti locali devono attenersi. Le linee guida sono rivolte agli operatori di settore appartenenti a Prefetture, Regioni ed Enti locali che si occupano di pianificazione d emergenza nell ambito della gestione del rischio industriale, e ai gestori degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante. 3.8 LE ESERCITAZIONI DI PROTEZIONE CIVILE Le esercitazione di protezione civile sono un importante strumento di prevenzione e di verifica dei piani di emergenza. Esse servono a verificare il corretto funzionamento dei modelli di intervento per i singoli rischi di protezione civile e a preparare i soggetti interessati e la popolazione alle emergenze. La circolare del Capo del Dipartimento della Protezione Civile del 28 maggio 2010 fornisce i criteri per l organizzazione e lo svolgimento delle attività addestrative individuate in due tipologie: le esercitazioni di protezione civile e le prove di soccorso. 72

73 Attività addestrative Esercitazioni di protezione civile - Vi partecipano diverse strutture operative e componenti del Servizio nazionale, enti e amministrazioni che concorrono alla gestione di un emergenza; - Si svolgono a più livelli: nazionale: organizzate dal Dipartimento con il supporto delle Regioni, delle Province Autonome, delle Prefetture, degli enti locali e delle altre amministrazioni del Servizio Nazionale; regionale: promosse dalle Regioni, dalle Prefetture, dagli enti locali o dalle altre amministrazioni relativamente ai propri piani di competenza; - Il Documento di impianto dell esercitazione contiene tutte le istruzioni utili e individua le linee da seguire per il territorio, il rischio di riferimento, il sistema di coordinamento gli obiettivi, la strategia e il coinvolgimento della popolazione. Prove di soccorso - sono svolte da ciascuna Struttura operativa e verificano la capacità di intervento con risorse proprie per le attività di competenza. 73

74 Alle esercitazioni e alle prove di soccorso partecipano anche le associazioni di volontariato collegate alla Protezione civile. La circolare dà indicazioni sulle procedure sulle relative autorizzazioni da ottenere per la loro partecipazione. La Protezione Civile partecipa anche alle esercitazioni organizzate a livello internazionale. Nello specifico, all interno della Comunità europea è prevista un attività formativa che comprende anche le esercitazioni per la simulazione delle grandi emergenze. Il Dipartimento della Protezione Civile si è fatto promotore e ha organizzato, insieme alle regioni di volta in volta coinvolte, alcune esercitazioni internazionali di protezione civile sul territorio italiano. A queste esercitazioni partecipano squadre dei diversi Stati membri sia come componenti operative, rappresentate dai team che intervengono con uomini e mezzi, sia come osservatori che partecipano alle attività per conoscere le componenti attive, confrontare metodi e procedure e valutare l'esperienza. 74

75 PARTE SECONDA 4 LA PROTEZIONE CIVILE NELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA 4.1 NORMATIVA REGIONALE La modifica del titolo V della Costituzione, intervenuta con la legge costituzionale n. 3 del 2001, ha rimodulato l assetto delle competenze legislative anche nel settore della Protezione Civile. La competenza in materia, infatti, da esclusiva statale è passata a concorrente. In virtù di tale passaggio, con la legge regionale n. 1 del 7 febbraio del 2005, il nostro legislatore ha provveduto a riordinare la disciplina del Sistema regionale di Protezione Civile. Il testo normativo ha abrogato la precedente legge regionale n. 45 del 1994 che si limitava a recepire la legge statale n. 225 del È, dunque, la legge regionale n. 1 del 2005 il documento da prendere in considerazione al fine di delineare tutto il sistema regionale di protezione civile: essa, infatti, anche se integrata da altri atti e provvedimenti, disciplina interamente la materia oggetto del presente lavoro. Il dettato legislativo individua, anzitutto, i soggetti del Sistema regionale di Protezione civile (Regione, enti 75

76 pubblici territoriali, ogni altra istituzione e organizzazione pubblica o privata, comprese le organizzazioni di volontariato di protezione civile) e definisce le attività di protezione civile (quelle di previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell emergenza, di formazione ed addestramento del volontariato, di informazione alla popolazione, di allertamento). Richiamando le tre diverse tipologie di eventi calamitosi (ordinari, intermedi e straordinari), vengono, poi, attribuite le funzioni tra i soggetti istituzionali della Regione e, nello specifico: Funzioni e compiti della Regione Residualmente, tutti quelli non conferiti dalla legge ad altri enti; Indirizzo e coordinamento sui soggetti di protezione civile, Coordinamento (tramite convenzioni) e promozione delle collaborazioni per le iniziative al di fuori del territorio regionale e nazionale; Promozione, anche attraverso la concessione di contributi, dello sviluppo delle strutture di protezione civile degli Enti locali e della cooperazione tecnicooperativa. 76

77 Funzioni e compiti delle Province Costituiscono presidio territoriale locale di prevenzione, previsione e gestione dei rischi; Coordinano e supportano la pianificazione comunale; Predispongono i piani provinciali di emergenza e vigilano sulla predisposizione dei servizi urgenti; Spengono gli incendi boschivi; Attuano, in ambito provinciale, le attività e gli interventi di previsione e prevenzione dei rischi di cui al Piano regionale; Promuovono e coordinano le organizzazioni di volontariato, l attività di formazione; Individuano gli interventi da ammettere a finanziamento regionale; gestiscono le emergenze. In ogni capoluogo di provincia è costituito il Comitato Provinciale di Protezione Civile. Funzioni e compiti dei Comuni predisposizione ed attuazione dei piani comunali e intercomunali di intervento; vigilano sulla predisposizione dei servizi urgenti; informano la popolazione sulle situazioni di pericolo; attivano gli interventi di prima assistenza. 77

78 La legge istituisce il Comitato regionale di Protezione Civile, organismo di coordinamento istituzionale tra i soggetti componenti del sistema regionale. Il testo prescrive, poi, la procedura da seguire quando si verificano eventi di tipo intermedio, o nella loro imminenza: il Presidente della Giunta Regionale decreta lo stato di crisi e di emergenza nel territorio e assume il coordinamento istituzionale delle attività, provvedendo all attuazione degli interventi necessari, anche in deroga alle disposizioni regionali a mezzo di ordinanze motivate. A tal fine il Presidente della Giunta si avvale di appositi comitati istituzionali composti dai rappresentanti degli enti locali maggiormente colpiti e approva su loro proposta appositi piani di interventi urgenti. Qualora la gravità dell evento richieda l intervento dello Stato, il Presidente della giunta assume le iniziative per la dichiarazione da parte del competente organo dello stato di emergenza nel territorio regionale, assicurando l immediata disponibilità di mezzi, strutture e volontari. La legge prevede, inoltre, tre strumenti di pianificazione: - il Programma regionale di previsione e prevenzione dei rischi, approvato dal Consiglio regionale su proposta della Giunta sentito il Comitato regionale, contiene tutti gli strumenti di pianificazione territoriale e di sicurezza incidenti sul territorio regionale realizzati o da realizzare; 78

79 - il Piano operativo regionale di emergenza, contenente le disposizioni per la preparazione e la gestione delle emergenze da parte delle strutture regionali, approvato dalla Giunta regionale sentito il Comitato regionale; - il Piano regionale in materia di incendi boschivi, approvato dalla Giunta regionale sentito il Comitato, sottoposto a revisione annuale, che individua le aree e i periodi a rischio, le zone vietate, le attività formative di educazione alla prevenzione e ai comportamenti in caso di pericolo, la programmazione e la quantificazione finanziaria degli interventi per la manutenzione ed il ripristino. Sono previsti anche i soggetti cui sono attribuiti i principali compiti operativi di protezione civile: l Agenzia regionale di protezione civile e il volontariato di protezione civile. Agenzia regionale di protezione civile Organo dotato di personalità giuridica di diritto pubblico e di autonomia tecnicooperativa, amministrativa e contabile; caratteristiche provvede, negli ambiti degli indirizzi della Giunta, alla gestione finanziaria, tecnica e amministrativa delle attività regionali in materia di protezione civile. - Direttore: incarico conferito dalla Giunta a soggetti con adeguata professionalità e attitudine; ha la 79

80 Organi Organi ausiliari rappresentanza legale dell Agenzia e poteri di gestione tecnica, amministrativa e contabile; - Collegio dei revisori: nominato dalla Regione, assicura la regolarità contabile degli atti dell Agenzia Si avvale, anche attraverso convenzioni, delle strutture operative di: - Corpo nazionale dei Vigili del fuoco; - Corpo forestale italiano; - Corpo capitanerie di porto; Agenzia regionale per la prevenzione e l ambiente; - Organizzazioni di volontariato iscritte; - Croce rossa italiana; - Corpo nazionale soccorso alpino; - Consorzi di bonifica; - Ogni altro soggetto pubblico o privato che abbia compiti di protezione civile. Volontariato di protezione civile organizzazione Composto da ogni organismo liberamente costituito senza fini di lucro che, avvalendosi prevalentemente di prestazioni volontarie personali e gratuite di propri aderenti, concorre alle attività 80

81 Caratteristiche di protezione civile - La regione promuove la costituzione della colonna mobile regionale del volontariato articolata in colonne mobili provinciali; - È istituito l elenco regionale del volontariato articolato in sezioni provinciali, cui possono iscriversi le organizzazioni di volontariato, con funzione di iscrizione e cancellazione attribuita alle province; - La Regione può concedere contributi e concorrere al rimborso delle spese sostenute dalle associazioni iscritte; - È istituito il Comitato regionale di coordinamento del volontariato con funzioni consultive e propositive. La legge istituisce, infine, altri organi: - il Comitato operativo regionale per l emergenza (COREM): assicura il coordinamento tecnico operativo regionale delle attività per fronteggiare gli eventi intermedi o l intervento regionale per quelli straordinari; - la Commissione regionale per la previsione e prevenzione dei grandi rischi, con funzioni consultive, propositive e di supporto tecnico scientifico; - il Centro operativo regionale (COR), presso l Agenzia regionale quale presidio permanente della Regione. 81

82 Per completezza espositiva è opportuno sottolineare che, a fianco alla legge regionale n. 1 del 2005, v è nella nostra Regione tutta un altra serie di delibere di Giunta e di Assemblea, nonché di convenzioni e atti provenienti dalla protezione civile regionale, che, intervenendo in settori specifici, integrano e completano la materia in considerazione. È sull insieme di tali disposizioni che saranno trattati gli argomenti dei paragrafi seguenti. 4.2 ORGANIZZAZIONE E FUNZIONAMENTO l Agenzia regionale di Protezione Civile dell Emilia- Romagna ha la sua sede centrale a Bologna, in Viale Silvani 6. La sua struttura interna è suddivisa in tre Servizi principali, cui corrispondono diverse unità operative. Servizio Pianificazione e gestione delle emergenze sviluppa le linee guida per l attività di preparazione dei piani di emergenza provinciali, comunali ed intercomunali ai fini della redazione del Piano regionale di concorso agli interventi d emergenza; Competenze Mantiene relazioni e contatti con le strutture operative regionali e statali per la definizione di procedure integrate e coordinate di intervento; 82

83 potenzia le strutture di Protezione Civile sul territorio regionale, erogando contributi finanziari a Province e Comuni Pianificazione dell'emergenza Unità operative Interventi urgenti, Censimento danni e Convenzioni Informatica e Telecomunicazioni Centro Operativo Regionale (COR) Cerpic (Centro di pronto intervento idraulico e di prima assistenza) Servizio Previsione e prevenzione rischi, volontariato, formazione, promozione della cultura di Protezione Civile Sviluppa i Programmi di Previsione e Prevenzione e tiene i rapporti con la Comunità Scientifica Competenze Organizza le attività dei coordinamenti provinciali di volontariato e promuove la nascita di nuovi centri; gestisce le convenzioni con enti, gli aspetti finanziari e i Progetti Speciali; organizza la colonna mobile regionale; gestisce e monitora le convenzioni con gli enti a vario titolo coinvolti nelle attività di volontariato. 83

84 Forma, in modo permanente, il personale impegnato in Protezione Civile Unità operative Cerpic (Centro di pronto intervento idraulico e di prima assistenza) Servizio Giuridico, amministrativo, contabile e finanziario cura direttamente o coordina lo svolgimento delle attività amministrative e contabili che rientrano nella responsabilità del Servizio Protezione Civile; Assicura la consulenza giuridica e il supporto all attività di produzione normativa della Giunta Regionale in materia di protezione civile; Competenze elabora gli atti di competenza regionale finalizzati all attuazione delle ordinanze di protezione civile o di altri strumenti normativi straordinari eventualmente predisposti dallo Stato per attività di prevenzione dei rischi o a seguito di calamità; Cura la disciplina delle attività di censimento dei danni subiti dai soggetto privati e dalle 84

85 attività produttive a seguito di eventi calamitosi e la relativa gestione amministrativo-contabile, anche con riguardo all impiego del Fondo Regionale di Protezione Civile; Assicura il proprio supporto all eventuale attività in materia di contenzioso per materie di competenza del Servizio; Coordina l istruttoria per la predisposizione del bilancio regionale di competenza del Servizio e per la conseguente programmazione delle attività. Fra le unità operative sopra elencate, meritano una menzione approfondita il Centro Operativo Regionale, i Centri di pronto intervento e il centro di mezzi e materiali. Centro Operativo Regionale (COR) È presidio permanente della Regione ed ha i compiti della Sala Operativa; Coordina un sistema integrato composto da numerose strutture: - Servizi Tecnici di Bacino; - ARPA Servizio Idro-Meteorologico e Sezioni provinciali; - Consorzi di Bonifica; - Agenzia Interregionale Fiume Po AIPO, nelle sue articolazioni provinciali; - Centri Coordinamento Soccorsi CCS, 85

86 attivi presso le prefetture; - Centri Unificati Provinciali CUP, sedi delle strutture operative provinciali; - Centri Operativi Misti COM, attivati presso le prefetture; - Centri Operativi Comunali COC, attivati presso i comuni; - Direzione Regionale e comandi provinciali dei Vigili del Fuoco; - Coordinamento regionale e ispettorati provinciali del Corpo Forestale; - Centro Situazioni- CeSi - Direzione Generale dei servizi antincendi. Centri di pronto intervento idraulico di prima assistenza (Cerpic) Struttura composta da magazzini, locali, uffici ed aree di deposito situata in Provincia di Ferrara, a Tresigallo; Dotato di strutture e mezzi idonei ad intervenire su tutto il territorio regionale per gli interventi di emergenza; Gestisce le strutture,i mezzi e i materiali in deposito in collaborazione con il coordinamento del volontariato di Protezione Civile. 86

87 Centri di mezzi e materiali (CREM) Ha funzioni di supporto tecnico logistico a tutte le attività di protezione civile; Consente di stoccare tutte le attrezzature necessarie per ogni tipologia di rischio; Le sue attrezzature possono essere destinate a colmare le carenze di altre strutture. 4.3 LA RETE DEI CENTRI E DEI PRESIDI Accanto alle unità operative descritte al paragrafo precedente, la Protezione Civile dell Emilia-Romagna è dotata di una serie di altre strutture, sedi, impianti e aree che, dislocati su tutto il territorio regionale, costituisce la rete dei Centri e dei Presidi. La rete si compone di : - 7 centri unificati provinciali; - 50 aree di ammassamento; - 67 centri di prima assistenza; - 58 centri sovra comunali; - 90 centri operativi misti; centri operativi comunali. 87

88 Centri Unificati Provinciali (CUP) Strutture tecnico organizzative permanenti che riuniscono gli uffici della Provincia, del Comune capoluogo e del volontariato; In essi si trovano i centri di comando e di controllo dei principali organi della Protezione Civile; Contengono una sala decisioni, una sala operativa, una sala radio e un centralino; In condizioni ordinarie svolgono piccoli interventi di sorveglianza e manutenzione del sistema; In caso di emergenza, il Prefetto usa le strutture come Centro di coordinamento dei Soccorsi. Aree di ammassamento e strutture di prima accoglienza zone del territorio dove si ipotizza di concentrare i soccorritori e le risorse necessarie a garantire un razionale intervento nelle zone di emergenza; sono predisposte nelle vicinanze dei caselli autostradali o comunque in luoghi facilmente raggiungibili anche con mezzi di grandi dimensioni possibilmente distanti dal nucleo del centro abitato e in zone non soggette a rischio incombente; attrezzati di semplici arredi (brande, pavimenti, tavolo, servizi igienici),possono essere destinate ad ospitare, per qualche giorno, la popolazione sfollata (palestre, scuole, centri sportivi o fieristici). 88

89 Centri sovracomunali strutture in cui si trovano mezzi e materiali di protezione civile idonei ad essere impiegati su un area vasta o composta da un insieme di comuni; possono essere utilizzate dalle associazioni e dalle organizzazioni dei comuni interessati e dai vigili del fuoco; sono abbinati ad un Centro Operativo Misto. Centri Operativi Misti (COM) sono il raggruppamento di tutte le strutture operative di protezione civile di comuni appartenenti ad un ambito territoriale omogeneo; in situazioni ordinarie svolgono servizi di protezione civile; in situazioni di emergenza vengono gestiti dai Prefetti per gli interventi immediati. 89

90 Centri operativi comunali (COM) strutture in cui si trovano mezzi e materiali di protezione civile del singolo comune; vengono gestiti dal Sindaco; in situazioni ordinarie svolgono servizi di protezione civile; in situazioni di emergenza svolgono le funzione di centrale operativa. La rete dei centri e dei presidi (fonte: 90

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