Il dominio dell uomo sull uomo La scienza dei fenomeni politici e l enigma della natura umana : alcuni appunti problematici

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1 Società italiana di Scienza Politica XXVIII Convegno Università di Perugia Dipartimento di Scienze Politiche Università per Stranieri di Perugia Dipartimento di Scienze Umane e Sociali settembre 2014 Il dominio dell uomo sull uomo La scienza dei fenomeni politici e l enigma della natura umana : alcuni appunti problematici di Damiano Palano Sezione Teoria Politica Panel 2.5. Paradigmi biologici e teoria politica Chair: Riccardo Cavallo 1

2 Abstract In una fase importante del proprio itinerario scientifico, tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, Gianfranco Miglio iniziò a volgersi con interesse crescente verso le scoperte della sociobiologia e verso le sollecitazioni che provenivano dall etologia umana. Nell intervento con cui chiudeva il convegno organizzato per festeggiare i suoi settant anni, Miglio non mancò per esempio di sottolineare come il suo entusiasmo per la sociobiologia sovente oggetto di ironia non fosse affatto un episodio isolato, dal momento che scaturiva da una solida convinzione: «l esplorazione sempre più approfondita dei processi fisiologici in cui si radica la conoscenza», osservava infatti, «finirà per rendere più facile la individuazione delle regolarità alle quali obbedisce il comportamento politico dell animale-uomo». Spesso si sono ravvisati nell interesse di Miglio per la sociobiologia di Wilson e per l etologia umana il segnale di un involuzione teorica e il sintomo di un positivismo ingenuo, alla costante ricerca di scorciatoie riduzioniste, oltre che in almeno parziale contraddizione con i principi metodologici seguiti nel corso delle sue ricerche storiche. Se in qualche misura le convinzioni positiviste (o tardopositiviste ) sembrano talvolta in contrasto con il metodo di indagine storico-concettuale quasi sempre adottato da Miglio nelle sue indagini, esse non paiono però affatto in contraddizione necessaria con le ambizioni originarie del realismo politico, né con le grandi ambizioni di una conoscenza scientifica dei fenomeni politici. Per molti versi, la sociobiologia e l etologia non costituivano infatti altro che un ulteriore tassello che andava ad aggiungersi alle «verità parziali» scoperte dai grandi realisti del passato nel grande mosaico della conoscenza scientifica della politica, ossia di come quell attività «all origine di tutte le cose umane» consistente principalmente nella «lotta per il controllo dell uomo sull uomo». L interesse con cui Miglio guardò ad un certo punto all etologia e alla sociobiologia non ebbe in realtà mai sviluppi rilevanti. Ma la stretta relazione tra realismo e positivismo, che caratterizza la riflessione dello studioso comasco, ha il merito di mettere in luce una tensione costitutiva che lacera dall interno l ambizione di uno studio scientifico della politica, proprio dal momento che l appello alla realtà dei fatti chiama in causa i caratteri immutabili della natura umana. La posizione di Miglio con le sue intuizioni e le sue contraddizioni interne ha infatti il merito di far emergere in termini quasi paradigmatici la tensione fra le due polarità di natura e cultura, di biologia e storia, all interno delle quali si trova a oscillare ogni progetto teorico che cerchi di incardinare lo studio della politica su una conoscenza scientifica della natura umana. Il punto su cui questo contributo intende soffermarsi non consiste comunque nell evidenziare i rischi cui si espongono quei progetti che puntano a spiegare la politica ricorrendo esclusivamente alla natura. L intento di queste pagine è piuttosto di mettere in luce l aporia che tende ad annidarsi in modo pressoché inevitabile al cuore del progetto teorico del realismo politico, come in ogni tentativo di studiare i fenomeni politici anche grazie agli strumenti offerti dalle «scienze della natura». Damiano Palano è Professore Associato di Scienza politica e insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Tra i suoi lavori, Il potere della moltitudine. L invenzione dell inconscio collettivo nella teoria politica e nelle scienze sociali italiane fra Otto e Novecento (Vita e Pensiero, Milano 2002); Geometrie del potere. Materiali per la storia della scienza politica in Italia (Vita e Pensiero, Milano 2005); Frammenti di potere. Tracce di politica nella metamorfosi dello spazio (Aracne, Roma 2009); La democrazia senza qualità. Appunti sulle «promesse non mantenute» della teoria democratica (UniService, Trento 2010); Volti della paura. Figure del disordine all alba dell era biopolitica (Mimesis, Milano, 2010); Fino alla fine del mondo. Saggi sul politico nella rivoluzione spaziale contemporanea (Liguori, Napoli 2010); La democrazia e il nemico. Saggi per una teoria culturale (Mimesis, Milano, 2012); Partito (Il Mulino, Bologna, 2013). 2

3 Il dominio dell uomo sull uomo La scienza dei fenomeni politici e l enigma della natura umana : alcuni appunti problematici di Damiano Palano 1. «Il comportamento politico dell animale-uomo» Nell intervento con cui chiudeva il convegno organizzato per festeggiare i suoi settant anni, Gianfranco Miglio cercò di portare alla luce i fili che avevano guidato la sua riflessione e tenuto insieme il progetto della sua «scienza della politica». Sintetizzando i motivi che erano emersi lungo i tre giorni di discussione, ma anche rispondendo alle osservazioni dei critici, rivendicò innanzitutto la fedeltà alla lezione di Machiavelli, consistente nell «attenzione per la realtà effettuale dei comportamenti politici». Un attenzione che per lo studioso comasco equivaleva a una piena adesione all idea secondo cui è «il realismo perseguito al di sopra di ogni umano rispetto, e senza indulgenza per le altrui speranze la virtù in mancanza della quale nessuno può indagare seriamente il cosmo della politica (e formulare su tale campo previsioni attendibili)» 1. Ma, al tempo stesso, non mancò di accennare al suo interesse per l etologia e per la sociobiologia, a suo avviso strumenti preziosi anche per la comprensione dei comportamenti politici. E, in questo senso, sottolineò come il suo entusiasmo per la sociobiologia sovente oggetto di ironia, anche nel corso del convegno non fosse stato affatto un episodio isolato. Quell entusiasmo, osservava Miglio, scaturiva dalla solida convinzione che «l esplorazione sempre più approfondita dei processi fisiologici in cui si radica la conoscenza, finirà per rendere più facile la individuazione delle regolarità alle quali obbedisce il comportamento politico dell animale-uomo» 2. D altronde, l idea di adottare le acquisizioni dell etologia umana e della sociobiologia si inquadrava pienamente all interno del programma della scienza della politica migliana, e all interno di un percorso fedele rispetto alle istanze originarie del realismo politico, o quantomeno alle ambizioni di quello specifico realismo di cui Miglio si dichiarava alfiere. Quelle discipline andavano infatti a costituire un nuovo un tassello che si aggiungeva al mosaico delle «verità parziali» scoperte dai classici del realismo, quelle verità di cui Miglio al principio degli anni Settanta nella celebre prefazione all antologia 1 Cfr. l intervento di MIGLIO in L. ORNAGHI - A. VITALE (a cura di), Multiformità e unità della politica. Atti del Convegno tenuto in occasione del 70 compleanno di Gianfranco Miglio ottobre 1988, Giuffré, Milano 1992, p Ibidem. 3

4 degli scritti schmittiani sulle Categorie del politico aveva prefigurato l unificazione in una teoria organica. Proprio alla conclusione di quella Presentazione, Miglio notava infatti che forse era ormai possibile tentare con una ipotesi più generale circa la struttura e la dinamica della sintesi politica l unificazione, in un solo e comprensivo sistema, delle verità parziali di Tucidide (la regolarità della ricerca del dominio esterno ), di Machiavelli (la regolarità degli egoismi concorrenti) di Bodin (la regolare presenza in ogni sistema politico del capo decisivo), di Hobbes (il regolare carattere fittizio di ogni comunità, e la radice ultima della rappresentanza politica), di Mosca e Pareto (la regolarità della classe politica ), di Tönnies (la regolarità della antitesi Comunità-Società), di Weber (la regolarità delle forme ideologiche di legittimazione), e infine di Schmitt (la regolarità della contrapposizione «amicus-hostis») 3. Il disegno complessivo del programma che Miglio tratteggiava sommariamente nella Presentazione alle Categorie del politico e che solo in parte affiorava dai suoi scritti principali può essere ricostruito soprattutto grazie alle trascrizioni dei corsi universitari tenuti da Miglio dagli anni Sessanta agli anni Ottanta 4. Ma quello stesso programma era comunque alla base anche della collana Arcana Imperii, diretta da Miglio per quasi tre lustri presso l editore Giuffrè, la cui impostazione esplicitava nel modo più chiaro come la politologia dello studioso comasco puntasse a racchiudere in una sintesi organica tanto le intuizioni dei vecchi realisti, quanto le scoperte scientifiche dei nuovi studiosi dell «animale uomo». Nella collana, secondo Miglio, dovevano essere infatti ospitati solo volumi ritenuti fondamentali «per la comprensione scientifica dei fenomeni e dei comportamenti politici, cioè per la conoscenza oggettiva delle regolarità di questi», e anche per questo si potevano trovare affiancati «libri (antichi, moderni e recentissimi) di metodologia, di pura teoria politica, di storia, di tipologia delle istituzioni, di psicologia, di economia, di sociologia, di etologia, di biopolitica, di sociobiologia, etc.» 5. Tutti questi strumenti vecchi e nuovi dovevano fornire alimento a una «scienza della politica» molto diversa (per non dire abissalmente distante) da quella political science di cui l esperienza nord-americana aveva ormai definito i cardini metolodogici e il paradigma teorico. A distinguere la «scienza della politica» migliana da quella coltivata da gran parte dei suoi colleghi politologi non era comunque esclusivamente il metodo, ma anche l adozione di un differente oggetto d indagine. L obiettivo della 3 G. MIGLIO, Le categorie del politico (1972), in ID., Le regolarità della politica, Giuffrè, Milano, 1988, II, pp , specie p Cfr. G. MIGLIO, Lezioni di politica. I. Storia delle dottrine politiche, a cura di D.G. BIANCHI, Il Mulino, Bologna, 2011, e Id., Lezioni di politica. II. Scienza della politica, a cura di A. VITALE, Il Mulino, Bologna, Programma, in Norme per i collaboratori della collana, Giuffrè, Milano, 1982, p. 3 (il programma era comunque riprodotto al termine di ogni volume della collana). 4

5 ricerca di Miglio consisteva infatti nel tentativo di decifrare le regolarità di una politica considerata come per i classici del realismo in senso forte: una politica intesa dunque non semplicemente come la dimensione relativa al funzionamento delle istituzioni di governo e alle dinamiche del sistema politico, bensì come un attività strettamente connessa alla inesauribile sete di potere radicata nella natura umana e capace di investire ogni aspetto della vita umana. Perché per Miglio come scriveva in un breve contributo degli anni Settanta «la politica, cioè la lotta per il controllo dell uomo da parte dell uomo, è alle origini di tutte le cose umane» 6. Spesso si sono ravvisati nell interesse di Miglio per la sociobiologia umana il segnale di un involuzione teorica o il sintomo di un positivismo piuttosto ingenuo, alla costante ricerca di scorciatoie riduzioniste, in almeno parziale contraddizione con i principi metodologici seguiti nel corso delle sue ricerche storiche. E, d altronde, non è difficile scorgere più di qualche tensione fra l ambizione faustiana a fondare sull etologia o sulla biologia la conoscenza scientifica dei fenomeni politici e una lunga carriera di studio rivolta invece a ricostruire con il metodo storico non tanto i «fatti», quanto piuttosto le dottrine, le «finzioni», le «maschere» ideologiche dietro cui si occultano i detentori del potere. Se in qualche misura le convinzioni positiviste (o tardopositiviste ) sembrano talvolta in contrasto con il metodo di indagine storico-concettuale quasi sempre adottato da Miglio nelle sue indagini, esse si ponevano però davvero in sostanziale continuità con molte delle classiche aspirazioni coltivate da molti grandi esponenti della tradizione teorica del realismo politico, se non altro perché, fin dai tempi di Tucidide, l appello alla comprensione della «realtà» della politica risulta fondato su una specifica visione realista della «natura umana», intesa come immutabile. In altre parole, la sociobiologia e l etologia potevano essere inglobate nel mosaico migliano di una conoscenza scientifica della politica, proprio perché esse parevano rappresentare strumenti grazie ai quali decifrare quelle leggi immutabili della «natura umana» che i realisti del passato avevano sempre collocato al cuore della loro riflessione. L interesse con cui Miglio guardò a un certo punto all etologia e alla sociobiologia non conobbe mai sviluppi effettivamente significativi, e rimase per molti versi solo allo stato di progetto, se non forse addirittura di semplice suggestione. Ma la stretta relazione tra realismo e positivismo che caratterizza la riflessione dello studioso comasco ha quantomeno il merito di mettere in luce una tensione costitutiva che lacera dall interno l ambizione realista di uno studio scientifico della politica, proprio dal momento che l appello alla realtà dei fatti risulta intrecciata con una specifica visione dei caratteri immutabili della natura umana. La posizione di Miglio con le sue intuizioni e le sue contraddizioni interne ha infatti il merito di far 6 G. MIGLIO, Pluralismo (1976), in ID., Le regolarità della politica, II, pp , specie p

6 emergere in termini quasi paradigmatici la tensione che lacera dall interno la prospettiva del realismo politico: la tensione fra le ambizioni positiviste e un atteggiamento in qualche misura relativista, proprio di ogni approccio storicista. Ed è proprio sulla inevitabile tensione che si viene sempre a innescare fra questi due poli oltre che sulle sue conseguenze per lo studio del politico che intendo attirare l attenzione nelle prossime pagine. Proprio la tensione che, in qualche misura, viene a contrapporre l una all altra natura e cultura, oltre che biologia e storia, definisce infatti gli estremi fra i quali si trova a oscillare ogni progetto teorico che cerchi di incardinare lo studio della politica su una conoscenza scientifica della natura umana, ma soprattutto lo stesso progetto del realismo politico. Ovviamente, nessuna reale posizione teorica finisce effettivamente col ridursi solo all uno o all altro dei due poli, e dunque con l imputare la politica esclusivamente o alla natura o alla cultura. Proprio quelle discipline cui Miglio guardava affascinato l etologia applicata alle società umane, la sociobiologia, la «biopolitica» tendono però ad avvicinarsi all ideal-tipo di una prospettiva che riconduce la politica alla natura, perché di fatto tendono a considerare anche i comportamenti politici umani come comportamenti istintuali della «scimmia nuda», ossia come comportamenti prodotti dall evoluzione, in fondo non troppo differenti da quelli delle altre specie animali. All opposto, una posizione come quella che emerge da alcune delle ricerche genealogiche di Michel Foucault fornisce una esemplificazione di una prospettiva che negando qualsiasi autonomia ontologica alla «natura», o quantomeno disinteressandosi di questo aspetto tende a concentrarsi esclusivamente sui «discorsi» che costituiscono i soggetti (e dunque le relazioni di potere). Naturalmente, al di là dello schematismo della distinzione che è utilizzata solo per esemplificare la logica della contrapposizione fra approcci focalizzati sulla natura e approcci focalizzati sulla cultura ognuna di queste diverse prospettive di indagine può fornire elementi preziosi, e non è certo interesse di questo paper discuterne la validità o i limiti. Il punto cruciale su cui questo contributo intende soffermarsi non consiste infatti nell evidenziare i rischi cui si espongono quei progetti che puntano a spiegare la politica ricorrendo esclusivamente alla natura (speculari d altronde a quelli cui prestano il fianco le operazioni che si concentrano unicamente sulla cultura). L intento di queste pagine è piuttosto quello di mettere in luce l aporia che tende ad annidarsi in modo pressoché inevitabile al cuore del progetto teorico del realismo politico, come in ogni tentativo di studiare i fenomeni politici anche grazie agli strumenti offerti dalle «scienze della natura». 6

7 2. Il realismo politico tra natura e cultura Sebbene il realismo politico costituisca una tradizione teorica tutt altro che omogenea e lineare, tutti i grandi classici di questo filone di pensiero da Tucidide ad Agostino, da Machiavelli a Hobbes procedono da un duplice presupposto antropologico: in primo luogo, adottano una specifica concezione della natura umana, caratterizzata in termini negativi da un marcato pessimismo antropologico; in secondo luogo, ritengono che la natura umana sia un elemento invariante, che dunque rimanga sostanzialmente immutata nel tempo e che, infine, non sia modificabile in misura rilevante dalle leggi umane, dalle istituzioni, dall educazione. Secondo la sintesi proposta da Pier Paolo Portinaro, il ragionamento realista è contrassegnato infatti da una concezione antropomorfica della politica, che per cui i moventi delle unità politiche vengono a coincidere con i moventi dei singoli individui, ma, soprattutto, da una specifica visione della natura umana, tanto che «concezione realistica della politica della politica e antropologia pessimistica [ ] non possono venire disgiunte» 7. Più in particolare, come precisa Portinaro, l antropologia dei realisti si dispiega su tre differenti livelli: essa comprende in primo luogo, «assunzioni che riguardano gli uomini in generale, in quanto esclusi dal e sottomessi al potere, ma esposti al desiderio costante di acquisirlo»; in secondo luogo, «assunzioni che riguardano i detentori del potere in quanto individui dotati di qualità, competenze e risorse particolari»; infine, «assunzioni che, desunte dall analisi dell agire individuale, vengono adattate al comportamenti di soggetti collettivi, gli Stati» 8. Se simili coordinate possono già essere ravvisate nel paradigma tucidideo, il discorso realista continua anche nella modernità a operare all interno di questo perimetro concettuale, tanto che l indagine realista secondo la proposta definitoria di Alessandro Campi viene a distinguersi per almeno tre elementi cruciali: i) la definizione di un antropologia, ovvero di un discorso sull uomo, intesa come necessaria premessa per ogni riflessione sulle forme politiche con cui l uomo organizza la propria esistenza sociale [ ]; ii) l individuazione di ciò che potremmo definire la politicità, vale a dire dei fattori che rendono la politica un attività peculiare ed unica in rapporto alle altre sfere di attività umana; iii) infine, l assunzione della storia alla stregua dell unico vero laboratorio sperimentale a disposizione di chi voglia indagare scientificamente la politica 9. Sebbene ognuno di questi aspetti sia effettivamente qualificante del discorso realista, è però evidente come il pilastro capace di tenere insieme l intero edificio e la stessa ambizione di scoprire tendenze 7 P.P. PORTINARO, Il realismo politico, Laterza, Roma Bari, 1999, p Ibi, p A. CAMPI, Schmitt, Freund, Miglio. Figure e temi del realismo politico europeo, Akropolis La Roccia di Erec, 1996, p

8 costanti e regolarità sia costituito proprio dall «assunzione della natura umana come paradigma invariante, alla luce del quale analizzare quantomeno nella loro configurazione più elementare ovvero primaria gli atti ed i comportamenti politici» 10. E, a ben vedere, è proprio la centralità della visione della natura umana come invariante a mettere in questione la rigida separazione tra il realismo e le ambizioni coltivate dal razionalismo e persino dal positivismo 11. A partire dall attacco che Hans J. Morgenthau sferrò nel suo classico Scientific Man vs. Power Politics 12, il realismo classico quello che fonda la propria prospettiva su una specifica visione della natura umana ha in larga parte divorziato dagli approcci positivisti (e neo-positivisti) alla politica 13. A rendere inoltre ancora più traumatico questo divorzio è stata, nel campo delle Relazioni Internazionali, la netta divaricazione che è venuta rapidamente a separare il realismo classico di autori come Edward H. Carr, Ronald Niebuhr e lo stesso Morgenthau giudicati sovente solo come precursori della disciplina dal «neo-realismo» strutturalista di Kenneth Waltz, assunto come paradigma della fase scientifica degli studi internazionalisti. E non è certo sorprendente che la transizione dal vecchio al nuovo realismo abbia comportato insieme all adozione dei principi della «rivoluzione comportamentista» - la sostanziale rimozione di ogni riferimento alla natura umana come dimensione rilevante per comprendere le logiche della politica internazionale 14. La definizione del nuovo paradigma neo-realista non ha d altronde implicato solo l espulsione dal campo di analisi di quelle prospettive che adottando la terminologia proposta da Waltz 10 A. CAMPI, Modelli di storia costituzionale in Giuseppe Maranini, Antonio Pellicani, Roma, 1995, p. 12. Articolando ulteriormente la propria proposta definitoria, Campi ha infatti individuato l «assunzione della natura umana come paradigma invariante» tra gli elementi distintivi del paradigma realista, accanto alla «rigida separazione tra giudizio morale ed analisi scientifica», alla concezione della politica «come sfera autonoma, originaria ed insopprimibile dell agire umano», all analisi dei fenomeni politici «condotta attraverso categorie specificamente politiche, non dedotte da altre attività», alla «ricerca delle leggi di costanza (o regolarità) che strutturano l agire politico in quanto tale», alla «preminenza dell approccio diacronico su quello sincronico» (ibidem). 11 Sul ruolo che il pessimismo antropologico ha per il realismo politico (e sulle implicazioni problematiche che da questa fondazione antropologica discendono), rinvio alle considerazioni svolte in D. PALANO, Il realismo politico e la natura umana. Il «problema terminale» nello studio delle regolarità della politica, in A. CAMPI S. DE LUCA (a cura di), Il realismo politico, Rubbettino, Soveria Mannelli, in corso di stampa. 12 H.J. MORGENTHAU, L uomo scientifico versus la politica di potenza (2005), Ideazione, Roma, 2005, p. 9 (ed. or Scientific Man Vs. Power Politics, The Chicago University Press, Chicago, 1946). 13 Una interessante lettura filosofica di questo passaggio teorico è offerta dal volume di E. ACUTI, I limiti del neorealismo. L evoluzione teorica di Kenneth Waltz, Alboversorio, Milano, Cfr. in particolare la ricostruzione proposta da Valter CORALLUZZO, La tradizione realista. Anarchia e simmetria nel sistema politico internazionale, in E. DIODATO (a cura di), Relazioni internazionali. Dalle tradizioni alle sfide, CAROCCI, ROMA, 2013, PP

9 in Man, the State and War avevano ricercato la spiegazione della guerra nella «prima immagine», ossia in una specifica antropologia (spesso fortemente pessimista) 15. Più in generale, la svolta positivista ha infatti comportato anche una cesura piuttosto netta con quella vecchia tradizione europea di studi politici, rappresentata per esempio da autori come Raymond Aron e Martin Wight: una tradizione che aveva cercato di osservare la politica con uno sguardo multidisciplinare e attento alle variabili culturali e alla dimensione etica, invece consapevolmente ignorate dal «neo-realismo» strutturalista, e che soprattutto aveva continuato a intrattenere un rapporto stretto sebbene spesso cauto con le assunzioni dell antropologia realista 16. Se per effetto di queste divaricazioni, è diventato quasi scontato riconoscere una netta cesura fra il «vecchio» realismo, fondato su premesse antropologiche, e la «nuova» scienza dei fenomeni politici, connotata dall adozione dei principi epistemologici del neo-positivismo e dall enfasi posta sul controllo empirico delle ipotesi, i rapporti fra la tradizione del realismo politico e le ambizioni del positivismo sono probabilmente molto più articolati. Senza dubbio la crisi e la critica del positivismo (e delle semplificazioni cui spesso cedono molti dei suoi alfieri fin de siècle) indebolirono non poco insieme al progetto di una scienza della politica anche la convinzione che le scienze sociali potessero e dovessero ambire a conquistare una conoscenza di «leggi» paragonabili a quelle ricercate dalle scienze naturali. Il Methodenstreit condotto a cavallo fra Otto e Novecento e in particolare la specifica soluzione weberiana a quella discussione impressero così una svolta piuttosto netta anche al modo di intendere il realismo politico, ossia uno studio «realistico» dei fenomeni politici, e nel corso del Novecento molti alfieri di questo eterogeneo filone di studi hanno ostinatamente rifiutato di adottare i criteri epistemologici del positivismo (e del neo-positivismo), sulla base della convinzione che gli studi politici appartengano alla famiglia delle «scienze dello spirito» e che ogni ipotesi di avvicinamento al metodo delle «scienze della natura» sia del tutto fuorviante. Ed era in fondo proprio riproponendo le argomentazioni storiciste emerse nel Methodenstreit che Morgenthau nel corso del tentativo forse più organico di costruire una teoria generale del «realismo politico» - pronunciava la propria totale e incondizionata condanna di ogni approccio contaminato dalle pretese filosofiche del razionalismo moderno e dalle ingenue ambizioni del positivismo ottocentesco. Ma il divorzio tra il 15 Cfr. K.N. WALTZ, L uomo, lo Stato, la guerra. Un analisi teorica (1959), Giuffrè, Milano, Sul rapporto che tali due studiosi intrattengono con la prospettiva del realismo, sono molto utili, rispettivamente, G. DE LIGIO, La tristezza del pensatore politico. Raymond Aron e il primato del politico, Bononia University Press, Bologna, 2007, e M. CHIARUZZI, Politica di potenza nell età del Leviatano. La teoria internazionale di Martin Wight, Il Mulino, Bologna,

10 realismo politico e il positivismo (vecchio e nuovo) non è infatti così inevitabile come la posizione di ferma critica allo scientismo adottata da Morgenthau poteva far ritenere. Se alla base della tradizione teorica del realismo politico sta proprio l ambizione di pervenire a una conoscenza della politica fondata su una conoscenza quanto più realistica e dunque scientifica della natura umana, è infatti sin troppo facile riconoscere come questa ambizione non sia affatto incompatibile con le assunzioni e gli obiettivi del razionalismo e, più specificamente, del positivismo. Come riconosceva lo stesso Morgenthau, anche Machiavelli e soprattutto Hobbes erano in effetti tutt altro che ostili al razionalismo, e l operazione compiuta dall autore del Leviatano può anzi essere per molti versi essere considerata come un autentico paradigma del razionalismo moderno. A ben vedere, d altronde, a dispetto della lucidità della critica svolta da Morgenthau allo scientismo politologico, la posizione dello studioso tedesco nel corso della sua discussione tendeva a ritenere che vi fosse una sostanziale (e pressoché inevitabile) convergenza fra il progetto scientista e l adozione del presupposto di un antropologia ottimista. L insistenza di Morgenthau su questo punto era in gran parte determinata dal bersaglio polemico verso cui Scientific Man Vs. Power Poltics intendeva rivolgersi, e cioè il liberalismo internazionalista cresciuto alla fine dell Ottocento e nei primi decenni del nuovo secolo, rappresentato in termini emblematici dal pacifismo di Normann Angell o dagli utopici del presidente americano Woodrow Wilson. In questo senso, era piuttosto agevole per Morgenthau trovare una robusta connessione tra la fiducia riposta nella capacità della scienza politica di decifrare le «leggi» del mondo sociale e l altrettanto salda convinzione che per gli esseri umani fosse possibile modificare e rimuovere quelle condizioni che avevano provocato conflitti, guerre e stermini. Ed era proprio forzando questo punto che l attacco alla «scienza della pace» risultava tanto efficace, dal momento che riusciva a mostrare come la pretesa di una politica scientifica, lungi dal produrre pace e prosperità, avesse contribuito a generare guerre, crisi e totalitarismi. A ben vedere, però, la coincidenza fra lo scientismo e l ottimismo antropologico era tutt altro che scontata. Morgenthau non faticava a trovarne degli esempi notevoli nelle utopie dell Abbé Saint-Pierre, nell utilitarismo di Bentham o nella teleologia di Marx, ossia in modelli di pensiero che assumevano che la realizzazione di determinate condizioni istituzionali o economiche potesse porre fine ai conflitti e, dunque, eliminare un elemento che aveva contrassegnato fin dalle origini la condizione umana. Ma, evidentemente, era anche possibile ricostruire una genealogia di pensatori per molti versi proprio la genealogia del realismo politico i quali avevano coniugato i presupposti dello scientismo con un sostanziale pessimismo antropologico, e che dunque avevano tentato di indagare grazie alla ragione il carattere immutabile della natura umana. E, d altro canto, la stessa operazione di Morgenthau andava in 10

11 questa direzione, perché lo studioso di origine tedesca pur senza sposare la filosofia scientista non rinunciava a trovare nella ragione lo strumento per esplorare la natura umana, certo non con l obiettivo di modificarla, ma comunque, con la convinzione che una adeguata conoscenza della natura umana e delle radici inestirpabili dell animus dominandi fosse in grado di porre al riparo da esiti catastrofici come quelli sperimentati dal Vecchio continente nella prima metà del Novecento. Il realismo politico quantomeno il realismo politico moderno intrattiene in verità un rapporto problematico ma comunque piuttosto stretto con lo scientismo, proprio perché si propone di decifrare grazie agli strumenti della scienza il mistero della natura umana. Naturalmente, gran parte degli alfieri del realismo moderno, nel momento in cui si diffondono sulle più spietate caratterizzazioni pessimiste della natura umana, non puntano a fondare le loro acquisizioni sulla «scienza», ma solo sull esperienza delle cose umane, sull osservazione del mondo circostante, sullo studio della storia, anche se come nel caso emblematico di Hobbes non rinunciano a elaborare modelli generali della psicologia umana capaci di spiegare perché gli esseri umani agiscano in un certo modo. Se fino al finire del Settecento il legame fra razionalismo e realismo rimane per molti versi implicito, qualcosa di differente avviene invece nel corso del XIX secolo, e in special modo quando nella stagione positivista si ritiene che gli strumenti delle scienze naturali possano essere adottati anche dalle scienze dell uomo e della società. Ma, anche in questo caso, se certo la temperie positivista fornisce un nuovo alimento alle diverse utopie che Morgenthau criticava, essa induce anche a seguire una direzione differente, e cioè a dare un fondamento finalmente scientifico a quella caratterizzazione negativa dell essere umano che i classici del realismo avevano desunto dall esempio della storia o dalla loro esperienza nelle stanze del potere. L irruzione sulla scena delle nuove scienze della società viene infatti a dare nuova linfa all ambizione del realismo di decifrare le «leggi», le «tendenze costanti», le «regolarità» che guidano la vita degli organismi politici, soprattutto perché le nuove discipline promettono di conseguire una conoscenza davvero scientifica dei fenomeni politici. Proprio all interno di queste coordinate, assume un nuovo profilo il vecchio progetto di elaborare una «scienza» della politica, capace non semplicemente di descrivere la realtà, ma anche di spiegare la dinamica delle relazioni di potere, oltre che persino almeno in alcuni casi di prevedere il futuro. Questo progetto non è effettivamente sempre agevolmente disgiungibile dall ambizione di dotarsi di una politica scientifica, ma rimane per molti versi quasi geneticamente intrecciato con la tradizione realista 17. Ovviamente il vecchio realismo viene però rifondato su basi nuove e, in particolare, su una nuova concezione della scienza deputata a studiare i 17 Su questi aspetti rimando a D. PALANO, Geometrie del potere. Materiali per la storia della scienza politica italiana, Vita e Pensiero, Milano,

12 fenomeni umani, perché sul finire dell Ottocento l obiettivo di edificare una nuova scienza dei fenomeni politici si accompagna all idea di dotarsi di una scienza capace di adottare un metodo simile (se non proprio uguale) a quello delle scienze naturali. E, soprattutto, di una scienza in grado di scoprire le leggi, le tendenze costanti, le regolarità che guidano il consorzio umano, proprio in virtù della sua capacità scandagliare con gli strumenti della scienza i più profondi e sconosciuti recessi della natura umana. Naturalmente, non mancano esempi di riflessioni che, sulla base di (presunti) presupposti scientifici si propongono effettivamente l obiettivo di una radicale trasformazione della società e persino dell essere umano, ma sono altrettanto consistenti i tentativi di utilizzare la ragione e gli strumenti offerti dalle nuove scienze per decifrare le «leggi» della politica, incardinate nella struttura immutabile della natura umana. Da questo punto di vista, per esempio, non è affatto difficile intravedere più di qualche consonanza tra la cinica rappresentazione del potere offerta dalla vecchia tradizione realista e la nuova «scienza politica» di Gaetano Mosca. Era stato d altronde lo stesso Mosca, non ancora ventiseienne, a ripercorrere nel Proemio a Teorica dei governi e governo parlamentare le tappe e gli snodi decisivi di una formazione al termine della quale, quasi inaspettatamente, era riuscito a «coordinare scientificamente» una miriade di fatti e opinioni in vero e proprio «sistema». Seguendo questa linea, Mosca sosteneva di avere improvvisamente compreso come le idee politiche di coloro con cui aveva a che fare «fossero superficiali o sbagliate», e come tutti i vari sistemi politici, che attorno a lui si insegnavano e proclamavano «fossero in gran parte fondamentalmente errati, perché s ispiravano a certe supposizioni non meno strane che gratuite, e quasi mai rispondenti alla realtà dei fatti» 18. Anche in questo caso l appello alla «realtà dei fatti» scaturiva da una disillusione politica, e in effetti la teoria della classe politica andava a innestarsi in quel filone di severa critica alle neonate istituzioni unitarie coltivato per esempio delle voci autorevoli di Sidney Sonnino, Marco Minghetti o Ruggiero Bonghi che aveva preso rapidamente corpo dopo la «rivoluzione parlamentare» e la caduta della Destra storica. Se nel sentiero che conduceva alla «realtà dei fatti», Mosca finiva in fondo col ripercorrere i passi dei grandi classici del realismo, era invece almeno in parte diverso il suo atteggiamento nei confronti della natura umana. Non certo però perché rinunciasse a fondare la propria scienza su una solida antropologia, bensì perché anche Mosca non era del tutto immune dalla convinzione che la natura umana dovesse e potesse essere indagata con i nuovi strumenti offerti dalle scienze positive. Nonostante avesse conservato quella predilezione per gli studi storici maturata negli anni della sua prima giovinezza, anche Mosca non poteva infatti sfuggire interamente al fascino del positivismo trionfante. Nel vivace panorama intellettuale della Sicilia fin de siècle, 18 G. MOSCA, Teorica dei governi e governo parlamentare (1884), in ID., Scritti politici, a cura di G. SOLA, Utet, Torino, 1982, I, p

13 la promessa di un radicale rinnovamento delle conoscenze tradizionali aveva d altronde trovato terreno fertile, e più o meno negli stessi anni in cui nell isola iniziavano a operare Giuseppe Sergi e Napoleone Colajanni, e in cui prendeva consistenza il programma verista di Verga e De Roberto, anche il giovane Mosca doveva intendere la propria opera teorica come un primo parziale contributo a quello studio realistico della politica reso finalmente possibile dal progresso delle scienze. Il clima doveva così influire sia sulla definizione della nuova scienza proposta da Mosca, sia sull individuazione dello stesso oggetto di studio della neonata disciplina. La fiducia riposta nelle promesse della scienza veniva infatti ad alimentare la convinzione che fosse finalmente possibile dare una base davvero scientifica a quelle intuizioni che Hobbes aveva elaborato solo sulla scorta dell introspezione e dell esperienza delle cose umane. E non casualmente Mosca, mentre guardava all economia come al modello cui la nuova disciplina avrebbe dovuto guardare, riteneva che l oggetto principale della nuova scienza politica dovessero essere le «tendenze psicologiche costanti, che determinano l azione delle masse umane» 19. Con questa formula, Mosca intendeva probabilmente riferirsi a quelle dimensioni psicologiche che analogamente a quanto avveniva per l homo oeconomicus potevano essere considerate come distintive dell homo politicus, anche se in verità l annuncio di uno studio delle «tendenze piscologiche costanti» era per molti versi soltanto una premessa, che nel resto degli Elementi trovava assai pochi sviluppi effettivi. L unica «tendenza costante» che Mosca davvero utilizzava all interno del proprio discorso era in effetti la regolare divisione tra governanti e governanti che lo studioso siciliano aveva avuto modo di evidenziare fin da Teorica dei governi e governo prlamentare, la tendenza costante in virtù della quale come scriveva in un celebre passo degli Elementi «in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono appena arrivate ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e l altra dei governati» 20. In questo modo, Mosca evitava di cadere nel riduzionismo talvolta caricaturale di molte riflessioni positiviste del suo tempo. D altronde Mosca non nascose mai gli ostacoli con cui il tentativo di dare veste finalmente scientifica allo studio della società doveva fatalmente imbattersi, anche perché quell impresa che era riuscita all economia con la costruzione della sagoma stilizzata dell homo oeconomicus risultava molto più ardua per la scienza politica, proprio a causa della complessità delle «leggi psicologiche» G. MOSCA, Elementi di scienza politica (1896), Laterza, Bari, I, 1953 (V ed.), p Ibi, I, p Come osservava, da questo punto di vista: «non è da dissimularsi che nelle scienze sociali in genere le difficoltà da superare sono immensamente maggiori: giacché non solo la più grande complessità delle leggi psicologiche, o tendenze costanti comuni alle masse umane, rende più difficile il determinare l azione, ma è indiscutibile che è più agevole l osservazione dei fatti che si svolgono attorno a noi, 13

14 Ma il saldo riferimento al metodo e il rifiuto delle spiegazioni centrate su fattori razziali, climatici e biologici dovevano indurre Mosca a fondare la propria scienza politica sulla vecchia vecchissima idea che la natura umana sia una componente invariante e che tutti gli esseri umani in ogni tempo e sotto ogni latitudine rispondono in fondo alla medesima logica. «Chi ha molto viaggiato», osservava per esempio in un passaggio famoso, «ordinariamente viene nell opinione che gli uomini, sotto le apparenti differenze di costumi e di abitudini, in fondo psicologicamente si somigliano moltissimo; chi ha molto letto la storia acquista una convinzione analoga per quel che riguarda le varie epoche della umana civiltà: scorrendo i documenti i quali ci informano come gli uomini di un altro tempo sentirono, pensarono, vissero, la conclusione alla quale si arriva è sempre identica: che essi erano molto simili a noi» 22. E su queste basi polemizzando proprio con quegli studiosi che fondavano lo studio scientifico della politica sul ruolo giocato da fattori biologici e razziali o dalle influenze del clima riteneva che fosse inevitabile punto di partenza riconoscere il «gran fondo che si ritrova in tutti i popoli e in tutti i tempi» 23. Nonostante tutti i limiti, e nonostante le spiegazioni dei cultori delle scienze sociali fin de siècle possano oggi essere considerare ingenue, rozze o inadeguate, si può però senz altro riconoscere come molti di quegli studiosi tra cui naturalmente lo stesso Mosca, ma anche il suo modello Taine o Pareto si ponessero in sostanziale continuità con le aspirazioni del realismo, e in special modo con l ambizione che Hobbes aveva coltivato di fondare una scienza dei fenomeni politici su una conoscenza sistematica delle passioni degli uomini. Ma, a ben vedere, neppure la «rivoluzione comportamentista» da cui riprese forma la scienza politica americana a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta si trovava in sostanziale contrasto con le premesse e gli obiettivi della classica tradizione realista. L obiettivo originario della rivoluzione comportamentista e cioè la tendenziale unificazione nelle «scienze del comportamento» di tutte le discipline che avessero come oggetto di studio l uomo e la società (e dunque anche della psicologia sperimentale) poteva essere infatti considerato come una sorta di aggiornamento della proposta hobbesiana 24. E, infine, persino discipline più recenti e spesso anziché quella dei fatti, che sono opera nostra. L uomo può studiare molto più agevolmente i fenomeni della fisica, della chimica, della botanica, anziché i propri istinti e le proprie passioni» (MOSCA, Elementi di scienza politica, cit., p. 63). 22 Ibi, I, p Ibi, I, p. 43. Su questi aspetti della concezione psicologica di Mosca, ha attirato l attenzione D. FISICHELLA, Alle origini della scienza politica italiana: Gaetano Mosca epistemologo, «Rivista Italiana di Scienza Politica», XXI (1991), n. 3, pp ; Fisichella riconduce peraltro la posizione dell autore siciliano alla posizione che definisce come «paradigma della natura umana invariante»: cfr. sul punto D. FISICHELLA, Epistemologia e scienza politica, in ID. (a cura di), Metodo scientifico e ricerca politica, La Nuova Italia Scientifica, Roma Si veda in questo senso la sintesi del «comportamentismo» politologico formulata da D. EASTON, Traditional and Behavioral Research in American Political 14

15 guardate con diffidenza, come la «sociobiologia» prefigurata da Edward O. Wilson e l etologia umana sviluppata a partire da alcune ipotesi di Konrad Lorenz possono apparire come imparentate con il realismo politico classico, perché anch esse in qualche modo sviluppano la convinzione di base che la politica sia comprensibile non ricostruendo le ideologie, le prescrizioni morali, le dottrine giuridiche, bensì riconoscendo quelle inflessibili regolarità che discendono dai caratteri immutabili della natura umana. Non fu dunque solo per effetto di una tardiva infatuazione intellettuale che Gianfranco Miglio, in una fase importante del proprio itinerario scientifico, tra gli anni Settanta e Ottanta, iniziò a volgersi con interesse crescente verso le scoperte della sociobiologia e verso le sollecitazioni che provenivano dall etologia umana 25. Forse con il suo avvicinamento verso le scienze naturali, Miglio tradiva l impostazione storicista di Croce, nei confronti della quale si era dichiarato debitore nel corso degli anni Cinquanta, e abbandonava forse la lezione metodologica di Weber, della quale si era invece sempre reputato attento lettore (se non addirittura continuatore). Ma certo l interesse per le scienze che studiavano l «animale uomo» non era in contraddizione necessaria con le ambizioni del realismo politico, o quantomeno con il realismo di cui Miglio si era fatto interprete. Da un certo punto di vista, non era anzi affatto sorprendente che Miglio presentasse lo scenario di una convergenza fra scienza politica e sociobiologia come uno sviluppo delle intuizioni della vecchia scuola europea di studi politici, e dunque delle riflessioni di Mosca, Pareto, Tönnies, Weber e Schmitt 26. Al fondo dell interesse del politologo comasco per l etologia e la sociobiologia si trovava infatti la speranza che queste discipline potessero confermare le «regolarità» intraviste studiando le vicende storiche occidentali e ricostruite sulle pagine dei classici del realismo, o quantomeno di quelli adottati nel mosaico teorico del progetto di «politica pura». E, d altronde, Miglio poteva ritrovare proprio nelle promesse di quelle nuove discipline una risposta alla grande Science, in «Administrative Political Science», 1957, n. 2, pp , e ID., The Current Meaning of Behavioralism in Political Science, The American Political and Social Science, Philadelphia. 25 Cfr. per esempio G. MIGLIO, L insegnamento delle scienze (1977), in ID., Le regolarità della politica, Giuffrè, Milano, 1988, II, pp , e ID., Una cascata di scienza (1988), intervista a cura di Luigi Geninazzi, in ID., Il nerbo e le briglie del potere. Scritti brevi di critica politica ( ), Edizione del Sole 24 Ore, Milano, 1988, pp «La frontiera della ricerca», scriveva per esempio in occasione della scomparsa di Schmitt, «è costituita dalla compatibilità fra le ipotesi di stampo europeo e schmittiano (tratte dall esperienza storica) e le nuove prospettive, in materia di comportamento umano, dischiuse dalla psicologia e della discipline recentemente staccatesi dai tronchi della biologia e della zoologia, e coltivate, almeno prevalentemente, da studiosi anglosassoni: l etologia, la biopolitica e la sociobiologia». Cfr. G. MIGLIO, Un diritto un po storto, «L Espresso», 11 novembre 1979, 45, ora, con il titolo I novant anni di Carl Schmitt, in ID., Il nerbo e le briglie del potere, pp , specie p

16 ambizione realista di decifrare il «gran fondo» degli esseri umani, ossia di basare la conoscenza delle «regolarità» della politica su una più organica e completa conoscenza della natura umana. 3. Natura e cultura A dispetto dell interesse spesso dichiarato da Miglio verso l etologia e la sociobiologia, gli unici contributi delle scienze naturali accolti nella collana Arcana Imperii rimasero in realtà solo due volumi di Robert Ardrey, un divulgatore tutt altro che ortodosso dell etologia di Lorenz 27. Ma, al di là dei suoi effettivi sviluppi, la stretta connessione tra realismo e positivismo che avvicina la visione dello studioso comasco a quella degli scienziati fin de siècle, lungi dal costituire un anomalia o un eccezione, ha il merito di mettere in luce una tensione costitutiva che lacera dall interno la prospettiva realista. La posizione di Miglio con le sue intuizioni e le sue contraddizioni interne mette infatti in luce in termini quasi paradigmatici la tensione fra le due polarità di natura e cultura, di biologia e storia, all interno delle quali si trova a oscillare ogni progetto teorico che si richiami al realismo politico e, in particolare, a uno studio delle «regolarità della politica» fondato su una conoscenza della natura umana, considerata come invariante. E nonostante una simile polarità sia stata spesso solo intravista, essa risulta suscettibile di recidere le stesse radici su cui poggia il progetto realista. In termini schematici, il realismo si muove infatti all interno di una contrapposizione tra due modi di concepire e spiegare la politica, che si richiamano al ruolo preponderante giocato rispettivamente dalla natura e dalla cultura. La prima visione ritiene che la natura umana sia una costante, e perciò punta a trovare una spiegazione delle regolarità dei fenomeni politici in un tessuto non storico o culturale ma naturale, e dunque in una dimensione tendenzialmente immutabile. In altre parole, questa prima visione riconduce il politico al cuore più profondo della natura umana, e dunque scorge nella politica più o meno implicitamente quelle logiche che sono connaturate alla struttura biologica e psicologica dell essere umano, oltre che indipendenti dal contesto storico, geografico e culturale. E all interno di questa visione, la cultura non può che apparire come un insieme di travestimenti ideologici, più o meno efficaci, con cui viene occultata la realtà del dominio dell uomo sull uomo. All estremo opposto, la seconda visione relativizzando (se non proprio dimenticando) l idea che la natura umana sia una invariante tende invece a riconoscere un autonomia alla cultura, e cioè ammette che le forme culturali incidano sulla realtà dei comportamenti politici e sul modo stesso di concepire la politica. In sostanza, per questa seconda 27 Cfr. R. ARDREY, L imperativo territoriale (1966), Giuffrè, Milano, 1984, e ID., L ipotesi del cacciatore. Una conclusione personale sulla natura evolutiva dell uomo (1976), Giuffrè, Milano,

17 prospettiva, la politica ossia ciò che nel mondo occidentale, e in seguito nel mondo moderno, viene definito come «politica» - è solo (o prevalentemente) una costruzione sociale, storica e culturale: una costruzione che non si limita a travestire la realtà, ma che in un certo qual modo la istituisce in senso proprio, dando forma e struttura interna alla condizione umana e ai rapporti fra gli individui. E questa contraddizione percorre interamente la vicenda del realismo. Se per un verso, il realismo politico tende infatti a ricondurre le regolarità della politica alle caratteristiche immutabili della natura umana, per l altro, nessun realista risolve davvero la politica solo nelle determinanti della natura umana: tende piuttosto a concedere un peso rilevante alla cultura, ossia a tutti gli artifici (istituzionali e dottrinali) costruiti dagli esseri umani nel corso del processo storico, e dunque a considerare la politica anche come una «bottega di maschere», come un laboratorio in cui vengono costruiti i simboli, le finzioni e i rituali diretti alla legittimazione del potere 28. Ovviamente ognuno di questi due modi di considerare la politica ha molti meriti, oltre che un indiscutibile fascino, ma è anche piuttosto evidente che in entrambe le prospettive si annidano rischi speculari, particolarmente insidiosi per il realismo politico. Quasi paradigmatica delle posizioni che riconducono le trasformazioni politiche non alla natura bensì alla cultura può essere per esempio considerata la posizione implicita nelle ricerche di Michel Foucault, nella misura in cui lo studioso francese tende a configurare l «uomo» come «un invenzione recente» 29, come una costruzione sostanzialmente (se non del tutto) culturale, ossia come il prodotto di una serie di conoscenze e dottrine che si riflettono tanto sulle tecniche di governo della società, quanto sulle stesse tecniche con cui ogni individuo tende a governare se stesso. Ciò non significa evidentemente che Foucault escluda necessariamente l esistenza di determinanti biologiche, bensì che la sua attenzione si rivolge altrove, ossia verso le modalità in cui vengono costruite la natura umana, la vita, il sesso, la follia. In termini quasi paradigmatici, Foucault esplicitò la propria posizione in proposito nel corso di un dibattito con Noam Chomsky svoltosi nel 1971: Al contrario di quello che sembra voler dire lei, io non posso evitare di ritenere che questa nozione di natura umana, questa nozione di giustizia, di bontà, di essenza dell uomo, di realizzazione dell essenza più propria dell uomo non posso fare a meno di considerare tutto ciò nient altro che nozioni e concetti che si sono formati all interno della nostra civiltà, nell ambito del nostro sapere, nella nostra peculiare forma di pensiero filosofico, e che di conseguenza fanno parte tutti del nostro sistema diviso in classi, e che 28 Su questa metafora, cfr. L. ORNAGHI, La «bottega di maschere» e le origini della politica moderna, in C. MOZZARELLI (a cura di), «Familia» del Principe e famiglia aristocratica, Bulzoni, Roma 1988, I, pp M. FOUCAULT, Le parole e le cose. Un archeologia delle scienze umane (1966), Rizzoli, Milano, 2006, p

18 per quanto triste possa sembrare non si possono utilizzare questi concetti per descrivere o giustificare una lotta che è volta, almeno in teoria, a rovesciare i fondamenti stessi di questa società 30. Naturalmente, se insieme a Foucault ci si sposta verso il polo della cultura, e cioè se si ritiene che sia proprio la cultura a plasmare interamente il comportamento degli individui, si finisce in sostanza con lo smarrire del tutto la scommessa del realismo, perché si giunge a escludere non solo che la natura umana sia una componente invariante, ma anche che esistano delle regolarità costanti dei fenomeni politici. In altri termini, infatti, seguendo questa strada si giunge implicitamente ad affermare che la «realtà» e la «natura» non esistono come dimensioni distinte dai discorsi che le istituiscono. Ed evidentemente si tratta di ipotesi che i realisti più coerenti e puri da Tucidide fino a Mearsheimer scartano sempre, proprio nella misura in cui ritengono che la natura umana non solo sia costante, ma sia anche contrassegnata da alcune pulsioni naturali che conducono tendenzialmente al conflitto o comunque all insicurezza. Seguire fino in fondo la logica storicista, giungendo sino a considerare la «natura umana» come un prodotto interamente culturale, implicherebbe infatti l inevitabile crollo dell edificio realista, perché quest ultimo rimarrebbe privo di quel pilastro fondativo l idea di una natura umana invariante che rende possibile lo stesso studio realistico (e non utopistico) della politica, oltre che la ricerca delle grandi «regolarità» e delle «tendenze costanti», se non proprio di vere «leggi oggettive». Se nessun realista sembra comprensibilmente disposto a rinunciare a un radicale pessimismo antropologico, è però anche piuttosto evidente che l apertura di uno spazio anche solo potenziale alla dimensione culturale rischia di inficiare la stabilità e la coerenza dell intero edificio realista. Se per esempio si ammette, insieme a Hobbes, che l edificazione dello Stato ha la possibilità di controllare le pulsioni naturali degli esseri umani e di indirizzarle verso obiettivi che non mettono a rischio la pace, si apre infatti uno spazio di azione alla cultura, che teoricamente potrebbe andare persino ad annichilire (o comunque a rendere inoperante) la natura umana. Certo l autore del Leviatano non giunge a questo estremo, ma ciò non significa che non emerga in tal modo un elemento problematico, una tensione interna, che affiora per esempio negli scritti sociologici di Sigmund Freud. In effetti, nelle riflessioni più tarde del fondatore della psicanalisi, la Kultur si configura davvero, come il Leviatano di Hobbes, nei termini di un artificio con cui gli esseri umani rinunciando alla loro libertà in cambio della sicurezza riescono a 30 Cfr. N. CHOMSKY M. FOUCAULT, La natura umana. Giustizia contro potere (2011), Castelvecchi, Roma, 2012, pp Nell ultima fase della sua ricerca, Foucault rivide probabilmente, almeno in parte, la propria posizione, interrogandosi sulle relazioni fra dinamiche di potere e invarianti biologiche. Sul punto, cfr. S. CATUCCI, Introduzione a Foucault, Laterza, Roma Bari,

19 conquistare un certo grado di ordine e di pace sociale. Il fondatore della psicanalisi può infatti essere considerato un fedele continuatore del realismo hobbesiano, sia perché a partire da Totem e Tabù individua nella gerarchia e nella subordinazione psicologica della massa al capo le condizioni per l ordine politico e sociale, ma anche perché ritrova nel progressivo controllo degli istinti degli esseri umani la spiegazione del processo di civilizzazione. Nella fase più tarda della sua riflessione, e cioè negli scritti in cui elabora la propria «metapsicologia», la civiltà è d altronde concepita da Freud come il risultato di una permanente repressione degli istinti, che certo comporta un certo grado di disagio (soprattutto in alcuni individui), ma che d altro canto consente agli esseri umani di conseguire una sempre maggiore sicurezza. Entrambe le due pulsioni fondamentali individuate dal padre della psicanalisi Eros e Thanatos risulterebbero infatti egualmente distruttive per ciascun individuo e per ogni aggregazione sociale, e devono perciò essere controllate e sottomesse da una serie di elementi culturali. Freud descrive questo passaggio come una graduale transizione dal «principio del piacere» al «principio della realtà», in seguito alla quale l individuo rinuncia a un piacere momentaneo a favore di un piacere differito nel futuro, un piacere oggetto di costrizioni ma comunque «sicuro», ossia tale da non mettere a rischio la sopravvivenza del singolo e l ordine sociale. In questo modo, la Kultur si configura davvero, come il Leviatano di Hobbes, nei termini di un artificio con cui gli esseri umani rinunciando alla loro libertà in cambio della sicurezza riescono a conquistare un certo grado di ordine e di pace sociale, ma il punto problematico consiste nel limite oltre il quale il processo di incivilimento può arrivare, ossia fin dove può spingersi il processo di assoggettamento culturale degli istinti naturali dell essere umano. Naturalmente Freud tende ad escludere che questo limite possa completamente soggiogare le pulsioni originarie, e per questo nel suo celebre carteggio con Albert Einstein afferma per esempio che «non c è speranza nel voler sopprimere le tendenze aggressive degli uomini» 31. Ma il suo schema che prevede in sostanza che fattori culturali possano incidere a livello di filogenesi e di ontogenesi sulla costituzione psichica in realtà lascia aperta almeno teoricamente una via all idea che la progressiva interiorizzazione delle pulsioni aggressive possa giungere sino alla loro sostanziale eliminazione. Ed era proprio questa la via in cui per esempio Herbert Marcuse poteva scorgere la possibilità di superare il principio di realtà, e dunque la strada per giungere a un cambiamento radicale non solo della società, ma della stessa struttura biologica dell essere umano S. FREUD, La risposta di Freud (1932), in Id., Il disagio della civiltà e altri saggi, Bollati Boringhieri, 2012, pp , specie p Cfr., oltre a H. MARCUSE, Eros e civiltà (1958), Einaudi, Torino, 1967, Id., Aggressivität in der gegenwärtigen Industriellegesellschaft, in H. MARCUSE et al., Aggression und Anpassung in der Industriegesellschaft, Suhrkamp, Frankfurt a.m., 1972, pp. 7-29, e soprattutto ID., Saggio sulla liberazione (1968), Einaudi, Torino, 19

20 È quasi scontato che i realisti, con il loro quasi costante richiamo alla struttura immutabile dell essere umano, abbiano ben chiari i rischi impliciti nelle posizioni culturaliste, e che dunque si tengano ben distanti da ipotesi che giungono a conferire alla cultura la capacità di modificare e non solo di controllare la natura istintuale dell uomo. Ma anche la posizione opposta, che tende a ricondurre le regolarità della politica alla natura, è tutt altro che priva di insidie. 4. I rischi della natura I rischi cui si espongono i tentativi di fondare lo studio dei fenomeni politici sulle acquisizioni dell etologia o della sociobiologia, e più in generale di ogni posizione che tende a ricercare la radice delle regolarità della politica nella natura, non sono costituiti in realtà dalla tendenza a considerare la natura umana come una dimensione effettivamente invariante. A ben vedere, infatti, nessuna delle scienze che studiano «l animale uomo» contesta davvero il fatto che la natura tenda a modificarsi nel corso del tempo. Né l etologia né la sociobiologia considerano per esempio la natura come immutabile, perché anche in questo caso la natura umana viene piuttosto considerata come il risultato di una sorta di «co-evoluzione», in cui giocano un ruolo rilevante i fattori ambientali ma anche la tecnologia creata dagli stessi esseri umani. Come osserva Irenäus Eibl-Eibsfelt, «gli etologi hanno sempre insistito sul fatto che l uomo è per sua natura un essere culturale, e che dall esistenza di una situazione di fatto biologica non è lecito dedurre fatalisticamente che tale situazione sia immodificabile» 33. Più concretamente, si tende a riconoscere un azione reciproca tra evoluzione genetica ed evoluzione culturale. In altre parole, i comportamenti istintuali non sono innati come i riflessi automatici, ma sono piuttosto l esito di «regole epigenetiche», regole che possono essere considerate come innate e, dunque, come il vero nucleo della natura umana. Proprio nel tentativo di individuare il cuore della «natura umana», Edward O. Wilson ha osservato per esempio: La natura umana sono regolarità ereditarie dello sviluppo mentale comune alla nostra specie. Esse sono le «regole epigenetiche» che si sono sviluppate grazie all interazione fra l evoluzione genetica e l evoluzione culturale, interazione che ha richiesto un lungo periodo della nostra storia ancestrale. Queste regole sono le predisposizioni genetiche nel modo in cui i nostri sensi percepiscono il mondo circostante, il codice simbolico con cui rappresentiamo il mondo, le 1968, in cui osserva per esempio che «il cambiamento radicale che deve trasformare la società in essere in una società libera deve penetrare fino a una dimensione dell esistenza umana che la teoria marxiana non ha considerato: la dimensione biologica» (p. 65). 33 I. EIBL-EIBESFELDT, Etologia, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma,

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