Quaderni di Biblos STORIA 32/11

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3 Unione dei Comuni Udhja e Rashkiwf'BtLSA Italia, Albania, Arbéreshè fra le due guerre mondiali Italia, Shqipèria, Arbéreshè rnidis dy luftavet botèrore Atti del convegno (Mezzojuso, 28 novembre 2010) Presentazione e cura di FRANCESCO LKONCINI Palermo 2013 PITTI EDIZIONI

4 Questo volume è staio pubblicato con il sostegno finanziario dì: Regione siciliana Assessorato dei Beni Culturali e dell'identità siciliana 2013 Unione dei Comuni Udhja e Basbfe/uef BESA

5 INDICE Presentanone p. 7 Francesco Leoncini, L'Albania come parte dell^aropa centrale p. 11 Viro Scalia, Un ponte oltre l'adriatico p. 23 Antonio D'Alessandri, }M problematica nascita dello Stato albanese e il contributo di Anse!mo l^orecchio p. 53 Alberto Basciani, Preparando l'annessione. La politica culturale italiana in Albania negli anni di Zog (/ ) p. 83 Francesco Guida, // regno di re '/.og visto dalla documenta- *ione diplomatica italiana ( ) p. 105 Eugenio Bucciol, II perché di una mostra p. 119

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7 Presentazione Come veneziano sono particolarmente lieto di curare la pubblicazione dei contributi al Convegno organizzato nel Castello di Mezzojuso (Palermo) in occasione dell'esposizione della Mostra fotografica «Albania, fronte dimenticato della grande guerra». Debbo ricordare che questa manifestazione ebbe l'alto patrocinio del Presidente della Repubblica e un Comitato d'onore assai prestigioso e comprendente un ampio spettro di istituzioni e associazioni. Esso venne promosso dall'unione dei Comuni Udhja e ftasbkivet BESA, Comune di Mezzojuso, Associazione Italiana Studi Sud Est Europeo (AISSEE) - Roma, Centro di Documenta/ione Storica sulla Grande Guerra (CEDOS Grande Guerra) - San Polo di Pi ave (Tre vi so), di cui mi onoro di essere presidente. È stata un'occasione di assoluto rilievo per il confronto e il dibattito tra autorevoli studiosi di varia provenienza e forma- Presidenza del Senato delln Repubblica, Presidenza della Camera dei Deputati, Ministero per i rapporti con le Regioni e per la Coesione Territoriale, Presiden/a Assemblea Regionale Siciliana, Presidenza della Giunta di Governo Regionale, Assessorato Regionale Beni Culturali e dell'identità Siciliana, Provincia Regionale di Palermo, Comuni di: Nicosia (Enna) e Biancavilla (Catania), Ambasciata della Repubblica d'albania, Università: Coscnza, Palermo, Roma Tre, Gì' l-'oscan Yene/ia, Facoltà teologica di Sicilia, Conferenza Episcopale Italiana, Kparchia di Piana degli Albanesi, Hparchia di Lungro, Badia Greca di Grottafcrrata. 7

8 zione culturale e, soprattutto, per sviluppare quelle sinergie tra Nord e Sud d'italia che forze stolide e immemori vorrebbero in qualche modo fiaccare. E la storia albanese aiuta a ricollegare eventi ed esperienze che ebbero il loro baricentro lungo tutta la Penisola. A ragione Eugenio Vaina de Fava, l'ardimentoso cattolico democratico e mazziniano, che inaugura la Collana «La Giovine Europa» promossa da Umberto Zanotti Bianco (Giorgio D'Acandia) con il suo Albania che nasce (Battiate, Catania 1914) ricorda che «Fin dai primordii del secolo XIII, quando i mari d'oriente si riaprono all'europa, [...] fu Venezia la prima potenza occidentale che nutrì rapporti costanti coir Albania» e «quanto di essa, lingua, arte e costumi, si propagò durevolmente in Albania non fu come l'impronta romana segnato direttamente dall'artiglio, ma trasudò piuttosto all'interno insensibilmente, per effetto de' continui scambi che avevan luogo nei mercati costieri.» (pp ). Ovviamente non vanno dimenticate le gesta di Skanderbcg nel Regno di Napoli, la solenne accoglienza che ebbe a Roma come strenuo soldato di Cristo. Indubbiamente gli insediamenti albanesi in Calabria, Sicilia, Puglia e Molise costituirono quella salda testa di ponte che legò indissolubilmente l'italia alla storia del vicino popolo d'oltreadriatico e nell'allora «asburgica» Trieste si svolse nel marzo 1913 il Congresso albanese nel quale si confrontarono per la prima volta i diversi esponenti del movimento nazionale. Riconosciuto lo Stato indipendente in quello stesso anno, il governo italiano non si discostò da una condotta puramente strumentale nel trattare i problemi geopolitici dell'area balcani- Oltre agli autori dei saggi di questo volume hanno partecipalo all'incontro Francesco Alamari (Università della Calabria) e Mattco Mandala (Università di Palermo). 8

9 ca, vale a dire in funzione di quelli che potevano apparire i suoi interessi «di potenza». Il Patto di Londra stabilì subito lo smembramento del neonato Stato albanese e in tal modo non vennero tenute in alcuna considerazione le spinte a favore del riscatto delle nazionalità, che invece animavano le correnti interventiste di origine risorgimentale. Queste ebbero un fugace protagonismo con il Congresso di Roma dell'aprile 1918, che chiamò a raccolta i rappresentanti dei popoli soggetti ali'austria-ungheria e segnò una svolta di breve durata nella rigida e contraddittoria politica sonniniana. L'approccio accortamente mercantile e pragmatico che era stato alla base della presenza veneziana in Adriatico venne comunque definitivamente abbandonato. Venezia, marzo 2013

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11 FRANCESCO LHONCINI ' L'Albania come parte dell'europa centrale È innanzitutto necessario abbandonare il termine «Balcani» per indicare l'area compresa tra la catena dei Carpazi orientali e i mari Adriatico, Egeo e Nero, e questo non tanto per il vezzo di introdurre nuove terminologie o nuove definizioni quanto piuttosto perché tale connotazione appare sempre più obsoleta e fortemente fuorviante. Essa sembra evocare in maniera pressoché esclusiva sventure, immani tragedie, inarrestabili scontri etnici, divisioni ancestrali, come se altre regioni d'europa fossero state immuni nel corso dei secoli e nella storia più recente da eventi che abbiano profondamente e negativamente segnato la vita degli uomini per motivi sociali, ideologici, religiosi o di razza, fossero state esenti da eccidi, localismi e nazionalismi esasperati, precarietà di vita, feroci contrapposizioni. Basterebbe pensare alla stona delle nostre città, l'una contro l'altra armate, e al loro stesso interno divise in agguerrite fazioni pronte a lotte furibonde, tanto da ridurre la Penisola italiana per secoli sotto il dominio straniero, e constatare come ancora oggi una consistente forza politica riproponga divisioni e secessioni. Ma tanti altri luoghi e popoli d'europa sono stati segnati da sanguinosissimi scontri e da persecuzioni, spesso molto più che negli stessi «Balcani», la Russia dei pogrom, la Spagna della guer- Unìversità Ca' Foscari Venezia. 11

12 ra civile, la Germania e la Polonia dei campi di concentramento e di sterminio, i milioni di persone espulse dalle loro regioni di residenza dopo la Seconda guerra mondiale, e come non ricordare il secolare conflitto tra francesi e tedeschi, conclusosi solo negli anni '60 del secolo scorso grazie a due personalità di eccezionale rilievo quali Charles De Gaulle e Konrad Adenaucr. I «Balcani» non sono dunque da considerarsi come qualcosa di oscuro e tribale, una sorta di Halb-Asien, di «quasi Asia», conficcata in Europa> priva di connotati «civili», ììaìkan in fin dei conti è un nome geografico. Eppure anche i socialisti tedeschi del XIX secolo consideravano «spazzatura di popoli» (l-'ò/kerabfiillé) le genti che abitavano quella regione.' Abbiamo assistito a una vera e propria criminalizzazione delle popolazioni balcaniche, considerate, come tutte quelle che stanno al di là della linea ideale Berlino-Tricste-Otranto, europei di serie B e nella fattispecie anche di serie C, perché descritte più aggressive e brutali.* Ci si è tra l'altro dimenticati che il nazionalismo è nato a Ovest e che il virus ha contagiato successivamente la parte centrale e orientale del Continente. Gabriele D'Annunzio contrapponeva la 'venezianità' alla barbarie degli slavi, che chiamava 'uscocchi'. A sua volta il grande storico della romanità Thcodor Mommsen incitava i tedeschi d'austria a spaccare il cranio ai cechi, apostoli della barbarie. II fatto è che l'europa, come ricorda la studiosa «iugoslava» ' Cfr. M. TODOKOYA, Immaginando i Bakarii, Argo, Lecce 2002, p. 63. " Appare assai utile a questo proposito l'epilogo On Vìa/enee del volume di MAUK MA/OVKK, The Balkans, Phocnix Press, London 2001, pp dove tra l'altro si legge: «thè wartìme slave Itihour camp ai Maiithausen induated (bai thè Austrìans dìd noi bave mucb io learn from Bosnian Serbi about violente. [...] // uws, afler ali, neither thè peoples of thè Ba/kuns nor tìmr r/ilen wiio give birlb tu I he (ìulug, thè extermination camp or thè Terror. Wehrmacht soldiers - no! io mcntion other Nu^i agenàes killeil jar more peopìe in thè Ralkans tlhin mere killedby thcm.ti (p. 129). 12

13 Rada Ivekovic, si è sempre definita in forma binaria, dove l'europa dell'ovest intende considerarsi come il «tutto»: Essa sì è sempre autodeterminata nella sua sroria ridcfinendo le proprie frontiere verso l'est e infine verso l'asia». Di conseguenza, questo Altro non le si rivela come cosoggetto, ma turt'al più come vuoto, come assenza oppure come una realtà che al massimo l'europa, quella dell'ovest, può solo colonizzare, educare, omologare a se stessa. L'Albania partecipa di questo carattere di subalternità che ha coinvolto tutto lo spazio che va dal Baltico all'egeo e che si situa tra la Germania e la Russia. È questo il complesso di territori e nazioni che deve essere definito come P^uropa centrale superando così la distinzione assai limitativa tra una Mìtteleuropa di stampo germamco-asburgico, collocata in un contesto che appare già «Occidente», e quindi più vicina a quella che si ritiene essere la fonte stessa della civiltà, e i Balcani, intesi come un inesauribile focolaio di crisi. L'insieme di paesi e popoli inseriti in questo lungo segmento geostonco ha vissuto in realtà nel corso dei secoli un'esperienza comune che li identifica a tutt'oggi in maniera unitaria, quella cioè di essere un'«area di competizione e di contrattazione» tra le grandi potenze. Esso è stato la «frontiera» di conquista e di scontro dell'impero bizantino, dell'impero germanico, della Repubblica di Venezia, dei mongoli, dell'impero ottomano, della Svezia, della Russia, quando questa si sostituì alla Svezia come grande potenza del Nord, del Papato. Si tratta perciò di popolazioni che sono state per lo più sfruttate e strumentalizzate secondo scopi e finalità estranee ai loro interessi oppure abbandonate a se stesse in momenti cruciali della loro storia. Così avvenne nel 1938 a Monaco per la Cecoslovacchia e successivamente a Jalta nel 1945 e ancora, balcanizzazione della ragione, Mamfestolibn, Roma 1995, p

14 dopo l'89, quando il ruolo di quello che un tempo la pubblicistica sui Balcani definiva il «Tribunale dell'occidente» e che ora potremmo individuare nella diarchia franco-tedesca e nella Nato, è stato di assoluto rilievo nel condizionare gli eventi. In un mio recente saggio intitolato l^i questione dei Sudeti e la questione del Kosovo: conflitti etnici e strategie internazionali * concludevo affermando che, sulla base di quanto era avvenuto in quelle regioni nell938enell999, le strategie delle grandi potenze sono di gran lunga estranee alla conclamata difesa dei diritti delle popolazioni minoritarìe e in entrambi Ì casi hanno avuto come conseguenza la fine di una convivenza secolare. Appare pertanto del tutto riduttivo e costituisce una banale perpetuazione di luoghi comuni, che purtroppo si sono sedimentati in larga parte della storiografia, considerare l'ottocento come il secolo dei nazionalismi in Europa centrale e addebitare alla conflittualità interna ai Balcani e alla irresponsabilità di gruppi «terroristici» lo scoppio del primo conflitto mondiale." Potremmo invece più correttamente parlare di autodifesa na^iona- 4 In Si-AVI A, XYI(2007) 3, pp Ora pubblicato anche in: Assimilalone, integrazione, esclusione e reazione etnica, a cura di A. Pavaii e G. Girando, voi. Il, Editura Muzeului Jàrii Crisunlor, Oradea 2012, pp s Ivi, p È il caso dì stigmatizzare il titolo del volume collettaneo Balcani A.l!e orìgini di un secolo di conflitti [Beit, Trieste 2009] curato da Al.BKKTO BASCIAN] e ANTONIO D'ALESSANDRI, che addirittura sembra far risalire tutte le disgrazie dell'europa del Novecento a quella dannata regione, ancora prima del '14! Nella premessa i curatori sostengono: «Dopo il 1908 questa 'barbara e selvaggia''periferia si avviava a diventare la 'polveriera d'europa', capace di mandare in crisi il vecchio ordine politico e quel collaudato sistema di balancc of power secondo cui i cambiamenti erano diretti esclusivamente dal concerto delle tradizionali grandi potente, a volle pacificamente, a volte con ti ricorso alla guerra» (pp. 7-8). I7- esattamente il contrario, sono le grandi potenze che condizionano pesantemente gli eventi nell'europa centro- 14

15 le e di rinascita nazionale per i popoli soggetti ai quattro grandi imperi dell'area, vale a dire l'austro-ungarico, l'ottomano, il russo e il germanico, e che si stavano emancipando cercando forme di autonomia o addirittura ottenendo una limitata indipendenza. Ambienti culturali italiani di stampo mazziniano furono particolarmente sensibili a questi movimenti. Ho già ricordato nella Presentanone la Collana «La Giovine Kuropa», che iniziava le sue pubblicazioni presso l'editore Francesco Battiate) di Catania proprio con una monografia dedicata all'albania. Scopo della collezione, si affermava nella quarta di copertina, è quello di dare una visione completa delle vere condizioni delle nazionalità oppresse, di rivelarne le aspirazioni, studiando tutte le possibilità delle loro realizzazioni. A riprova dell'impegno con il quale si era affrontato il compito si precisava: La compilazione affidata a uomini di progresso e di fede, sarà condotta con metodo dì sincerità e serietà assoluta: la lettura dei volumi sarà perciò utile non solo a quelli che credono nella vittoria finale del principio di nazionalità, ma anche a coloro i quali, pur seguendo il criterio di equilìbrio che guida l'attuale polìtica internazionale, non possono tuttavia ignorare quelle correnti sotterranee che costituiscono la ragione ultima dei più grandi avvenimenti della vita dei popoli. L'anno dopo vi apparve quella monografia del triestino Giani Stuparich su LM nazione cìyca, che restò per mezzo secolo in Italia uno dei pochi elementi di riferimento sull'argomento, ristampata nel 1922 presso l'editore Ricciardi di Napoli, quando ormai era nata la Cecoslovacchia, e ancora nel 1969 da Longanesi, all'indomani della Primavera di Praga, con una prefazione di Vittorio Frosini. È la Germania la potenza dinamica che rompe l'equilibrio post napoleonico. Noi siamo abituati ormai alla concezione di Hobsbawm del «secolo breve», se invece cerchiamo di allargare 15

16 un po' di più la dimensione del XX secolo e andiamo a vedere le radici del «secolo breve» troviamo come il fattore di rottura dell'equilibrio internazionale, vale a dire l'ordine stabilito al Congresso di Vienna, sia stata l'unificazione tedesca. È questa il detonatore di tutti gli sviluppi successivi. Trattasi quindi di un secolo lungo ( ). Con l'unificazione la Germania diventa una grande potenza al centro dell'europa e costituisce il vero polo di attrazione e di destabilizzazione. Ciò determina tutta una serie di contraccolpi specie nei confronti dell'austria- Unghcria, la quale dopo lo scioglimento del Deutscher Burnì viene sospinta sempre più verso l'area centro-meridionale (i Balcani) fino a entrare in rotta di collisione con l'elemento serbo. Non era stato del resto un mistero per nessuno che al momento di congedare Bismarck, Guglielmo II avesse indicato per il proprio paese l'obiettivo di diventare una potenza di rango mondiale: Weltpolitìk aìs Aufgabe, Weltmacht als Zie/, flotte ah Instrument (Politica mondiale come compito, potenza mondiale come traguardo, flotta come strumento). In questo quadro l'austria-ungheria con i suoi territori balcanici e addatici avrebbe assunto il ruolo di ponte verso l'asia e l'africa. Alla base di tutto ciò c'era la creazione di un compatto nucleo territoriale sotto dominio tedesco comprendente le regioni circostanti. Quest'ultimo progetto venne ripreso e rilanciato nel settembre del 1914 dal cancelliere Bethmann Hollwcg quale scopo immediato della guerra e fu ampiamente sviluppato da Friedrich Naumann nel suo studio pubblicato a Berlino l'anno successivo e intitolato, per l'appunto, Mittekuropa. Una delle tante varianti di quel Drang nach Osten che ha caratterizzato la storia tedesca. È questo il quadro di riferimento all'interno del quale devono essere valutate le vicende dell'europa centro-meridionale, in particolare a partire da quel Congresso di Berlino del 1878 con il quale Bismarck aveva aperto la strada alla penetrazione au- 16

17 striaca nella regione permettendo l'occupazione della Bosnia e del Sangiaccato di Novi Pazar, cosa che dava la possibilità di impedire un rapporto diretto tra Serbia e Montcnegro e un accesso serbo al mare. L'annessione della Bosnia nel 1908 conferma questa direttrice'1 e sottolinea la connivenza del governo di Vienna con la strategia geopolitica tedesca che si stava dispiegando lungo la linea Berlino-Baghdad. Masaryk osserva tra l'altro come l'imperatore Guglielmo, seguendo le orme di Federico il Grande, meridionale cff- M. Gu-NNY, The Balkans Nationalism, \\"ar and thè Great Powers, Granfa Books, London In particolare vi si precisa a proposito dello scoppio del conflitto: «Tbegreatpowers seemed lo bave ali bui lost their ability fo cajole thè Balkan States ìnto serving esternai interests on thè peninsula. The Balkans were noi thè poivder keg, ai' i s so ofìen belìeved: thè metaphoris inaccurate. They vere rnerely thè powder traìlthat thè great poii'ers tbemselves had laìd. Thepmvder keg mas Europe.» (p. 243) 7 Nel suo scritto del 1915 dal titolo Danubio - Adriatico Sa IMO SJ.ATAI'KR osservava: «Ala la grandezza di Bismarck sta, come tutti sanno, nell'avere riconciliato l'austria proprio facendole compiere verso i Balcani la funzione tedesca eh 'essaprima aveva in Italia, [...] Bisognava trovare una nuova strada di espansione in ricamino dell'italiana e una nuova base dì equilibrio interno, in compenso della Germania perduta, Ea strada d'espansione furono gli slavi meridionali, la nuora base di governo fu la compartecipazione al potere dei magari». Scritti politici, ii cura di G. STU l'aliici I, Mondadon, Milano 1954, pp IVI, p. 309: «...non è affatto t'ero, come in generale si crede in Italia, che l'abbandono del Sangiaccato di \ot>ì - Bazar da parte dell'austria all'epoca della definitiva annessione della Bosnìa sia stata una nera rinuncia alla Serbia e a Salonicco, dovuta alla diplomazia italiana: il Sangiaccato in realtà non importava niente alla monarchici da quando il suo slato maggiore aveva dichiarato eh 'esso militarmente era una trappola e che l'unica via d'invasione della Serbia non poteva essere che la valle del I 'ardar», " Particolare attenzione dedica a questo tema TOMAS GAKRICUf- MAS Ali YK nella prima parte del suo volume La Nuova Europa, il punto di vista slavo, a cura e con introduzione di I1'. Ll-X)N(.tNi, Kdiziom Studio Tesi, Pordcnone - Padova 1997 [ora distribuito dalle Udizioni Mediterranee di Roma], pp Egli scrisse questa sua opera programmatica nella temperie della guerra, ma le sue analisi si rivelarono fondate anche alla luce della successiva documentazione. Cfr. pure S. Sl.ATAPHK, Scritti, cit., / ^i rivoluzione politica europea: la Germania verso %v;w,pp

18 inaugurò un'attiva politica filo turca. La Grecia, la Romania, la Bulgaria, l'albania e perfino il Montenegro furono governati da dinastie e da principesse germanìchc. L'esercito turco fu affidato a istruttori prussiani. Da parte sua Slatapcr mette in evidenza che se l'austria fosse riuscita a tenere la penisola balcanica da Odessa a Salonicco, la Bulgaria, la Rumenia e la stessa Grecia diventavano sue appendici polìtiche, senza parlare dell'albania, inesistente di fronte a un tale enorme dominio. Che il Congresso di Berlino avesse segnato un inequivocabile spartiacque per i destini della regione centro-meridionale lo aveva subito capito un acuto studioso e uomo politico italiano Attilio Brunialti, vissuto tra il 1849 e il 1920, professore di diritto costituzionale e deputato per ben nove legislature. Egli dedica alle problematiche trattate in quella circostanza e alle soluzioni che ne erano scaturite cinque articoli pubblicati su la «Nuova Antologia» tra il 1879 e il 1881 e vede nell'affidamento della Bosnia-Erzegovina all'amministrazione austro-ungarica i segni di un grande mutamento nelle relazioni internazionali. L'avanzata austro-ungarica verso sud-est, la incipiente eclissi della Russia, hanno aperto una nuova fase della questione d'oriente: il problema non è più la Turchia in Europa, ma piuttosto l'egemonia dell'austria-ungheria nei Balcani. " E il maestro elementare Giuseppe Lo lacono di Contessa Entellina (Palermo), recatosi a svolgere il suo lavoro in Albania dal 1914 al 1920, avrebbe dovuto constatare appena arrivato che L'Austria tradendo il sentimento del popolo albanese, tradendo "'Ivi.pp " S. Sl.ATAPr.K, Scritti, cit., p * Cfr. M. Dot; o, il apri ti àpio di nazionalità» nei Balcani dopo il Congresso di Berlino, seconda uno scrittore italiano del tempii, in II). Storie balcanidie. Popoli e itati nella transizione alla modernità. Libreria Ktlitnce Goriziana, Gonxi;i 1999, pp , qui p

19 gl'impegni presi con l'italia, cominciava a considerare l'albania come una regione facente parte della duplice Monarchia. L'Albania è dunque insenta a pieno titolo nell'europa centrale, e le sue vicende, in particolare quelle documentate in questa mostra fotografica, ' la cui esposizione costituisce occasione del convegno, vanno riconsiderate proprio in questa nuova dimensione che accomuna il Nord e il Sud di quella che potremmo chiamare la Terza Europa. Non a caso nel 1939 si ebbero analoghi episodi di aggressione imperialista: allorché Hitler occupò la Boemia, immediatamente dopo Mussolini incorporò lo Stato adriatico. Da parte sua la Gran Bretagna da tempo considerava la Mitteleuropa alla stregua di uno spazio coloniale tedesco (German ìndia) mentre già con il Patto di Londra l'italia aveva dimostrato di avere poco rispetto per l'integrità di quel paese che solo un paio d'anni prima aveva contribuito a creare assieme all'austria. Quell'accordo prevedeva la sostanziale spartizione dell'albania. Ancora una volta le grandi potenze intervenivano in maniera pesante e arbitraria sul tessuto dell'«altra Europa». Abbandoniamo pertanto i luoghi comuni, come quello dei «nazionalismi esasperati», la cui fucina sarebbe nei «Balcani», e parliamo piuttosto di «manipolazione dei nazionalismi», o di movimenti di riscatto nazionale che subiscono una radicalizza- 11 G. Lo lacono, l^ltalia in Albania ( ). Saggio introduttivo e cura di Yito Scalili, Unione dei Comuni BESA, Palermo 2010, p. 48. La mostra «Albania, fronte dimenticato della grande guerra», curata da Eugenio Buccio! è stata presentata in diverse città del Veneto, all'archivio di Stato di Vienna nel 2003 e alla Galleria Nazionale di Tirana nel 2(105. Appartiene al Centro di Documentazione Storica sulla Grande Guerra di S. Polo di Piave (Treviso) Mo ripreso in questo contributo alcune idee espresse nella presentazione al catalogo edito da «nuova dimensione», Portogruaro (Venezia),

20 zione ad opera di fattori esterni, di autocoscienza nazionale che talvolta sì esprime in forme estreme e disperate proprio in seguito alle decisioni dei protagonisti della scena internazionale. Un esempio eloquente ci viene offerto proprio riguardo a quest'area dal saggio dello studioso serbo Vojislav Pavlovic nel già citato volume Balcani 1908, sul tema «Le reazioni interne in Bosnia-Erzegovina di fronte all'annessione del 1908». " L'Autore ricorda come quella Mìada Bosna [Giovane Bosnial dalle cui file uscirà Gavrilo Princip, l'attentatore di Sarajevo a Francesco Perdonando, fosse nata dall'inasprimento della situazione politica dovuto all'annessione stessa, mentre inizialmente si erano formate delle associazioni di stampo letterario e di impegno sociale tra gli studenti del liceo di Mostar. Esse guardavano a Mazzini, ai socialisti russi ma soprattutto si avvalevano degli insegnamenti di Tomàs Masaryk, che dalla sua cattedra di filosofìa dell'università di Praga sviluppava tutta una azione volta a favorire il rinnovamento culturale degli slavi del sud e la loro reciproca integrazione. L'attività di questi gruppi, al quale appartenne anche Ivo Andric, futuro diplomatico e scrittore, premio Nobel, mirava innanzitutto a combattere l'analfabetismo, di cui era afflitta la stragrande maggioranza della popolazione. Ma questa prima fase di tipo gradualistico fu interrotta proprio dall'operazione condotta dall'austria che determinò nel movimento una svolta e un'accelerazione in senso nazionalistico. A ragione lo scrittore polacco di origine lituana Czeslaw Milosz, in un'intervista dell'89, prendendo spunto dal Patto Molotov-Ilibbentrop afferma che " Pp RgH si rifa, trii l'altro, al classico volume di VLADIMIR Dl-Dl- K, II groviglio htikanìco e Sarajevo, pubblicato in Italia da Mondadori,

21 Questa brutale spartizione di altri operata da due potenti stati, [gli] permette di definire cos'è l'europa del Centro. Sono tutti quei paesi che furono oggetto di prevaricazione. 16 L'Albania ha condiviso questo destino. '' Cfr. P. U. DlNl, Inanello baltico. Profilo delle nazioni ha/fiche Lituania, Lettonia, Estonia, Marietti, Genova 1991, p

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23 Vl'I'O SCALIA Un ponte oltre l'adriatico /. Gli arheresbe e la questione albanese ( /3) Nella seconda metà dell'ottocento il lento tramonto dell'impero ottomano trasformò la regione balcanica nel terreno di scontro della politica di potenza dei maggiori stati europei e fece emergere all'interno della questione orientale la questione nazionale albanese. Il risorgimento dei popoli balcanici, accompagnato dalla ricerca delle origini storiche nazionali, si scontrava però con la frammentazione territoriale e religiosa delle appartenenze etnico-linguistiche. Il ruolo attivo svolto dalle potenze europee in competizione tra di loro portò alla nascita di stati indipendenti. Il Congresso di Berlino del 1878 confermò l'indipendenza serba e riconobbe come stati sovrani il Montenegro e la Romania. In quell'occasione un Comitato per la difesa dei diritti della nazionalità albanese (l^ega di Pri-yen) inviò un memorandum ai congressisti contro l'eventuale perdita di territori a favore dei nuovi vicini. La definizione dei nuovi confini, a danno di quello che si riteneva essere l'antico territorio d'albania, innescò il risorgimento della nazione albanese (la Rjlindjà} cui partecipò in maniera decisiva un movimento politico-culturale nato tra gli albanesi della diaspora. Come ha scritto E. Hòsch, A.rberesh di Piana dej>li Albanesi, ha conseguito il dottorato di ricerca all'università di Catania. Attualmente insegna nei licci. 23

24 durante la diaspora al dì fuori dell'ambirò di potere ottomano [...] queste élite colte si erano votate alla missione del risveglio e della liberazione dei loro compatrioti oppressi. In particolare, furono gli ambienti intellettuali italo-albanesi o arbéreshè (calabresi e siculi) a contribuire alla genesi della coscienza shqiptara contro le influenze greche, slave ed austriache, tramite giornali e riviste, comitati e società, e una produzione letteraria di notevole pregio, mentre gli albanesi continuarono a chiedere al sultano la concessione di ampie forme di autonomia amministrativa e quelle riforme spesso promesse e mai mantenute. In Italia le aspirazioni all'indipendenza trovarono un attento interlocutore in Francesco Crispi, lo statista italo-albanese che già nel 1879 aveva posto l'accento sulla reciprocità di interessi tra le due sponde dell'adriatico: la storia vi prova, fin da tempi memorabili, la frequenza e la ripetizione delle emigrazioni ed immigrazioni fra le due penìsole, dall'italiana alla balcanica e dalla balcanica all'italiana. [...] Ragioni politiche, ragioni di interesse economico esìgono che il nostro Governo non abbandoni la questione orientale e non la lasci risolvere senza esercitarvi la sua influenza." In effetti non erano solo ragioni sentimentali a spingere Crispi negli anni successivi a difendere l'esistenza di uno stato albanese indipendente; piuttosto era la difesa degli interessi italiani che muoveva la sua azione di governo sia contro la politica russa di espansione nei Balcani, tramite la Serbia (slavizzazione), per il predominio nel Mediterraneo sia contro i tentativi di annessione da parte dell'austria. Il controllo del porto di Valona da parte di quest'ultima avrebbe trasformato l'adriatico in un mare austria- ' E. Mosci I, Storia dei Balcani, II Mulino, Bologna, 2006, p. 51. " Discorso alla Camera dei Deputati, 3 febbraio 1879, cit. in S. l'mtkorrv MANDALA, Italia e Albania. L'opera degli italo-albanesi, Supremazìa Fascista, Roma-Palermo, 1940, pp

25 co e l'albania in un'altra tappa del suo ìn-orientamento, costituendo una minaccia permanente alla sfera di influenza dell'italia. Guerra diplomatica e intrighi internazionali, controllo di traffici commerciali e iniziative per orientare l'opinione pubblica, agitazioni e manifestazioni nelle colonie, propaganda religiosa e apertura di scuole, costituivano gli strumenti di cui le potenze si servivano per ridisegnare la carta politica dei Balcani. Ma non sempre gli intellettuali arbereshé furono d'accordo sui mezzi e sui tempi più appropriati per raggiungere l'indipendenza albanese, come dimostra il contrasto nel 1896 tra il poeta siculo-albanese Giuseppe Schirò, fautore della rivolta in armi contro la tirannia della me^aìuna^ e il presidente della Società nazionale albanese d'italia, il calabro-albanese Anselmo Lorecchio, che riteneva precoce una rivoluzione nella Shqipèria suscitata dall'esterno. Era a questi personaggi, assieme allo scrittore Girolamo De Rada, che la stampa internazionale di fine secolo attribuiva il risveglio della coscienza nazionale albanese. Il The Globe di Londra scriveva nel febbraio del 1898 che la principale spinta al movimento albanese si ebbe in Italia da parte degli Albanesi che ivi abitano, cui andava aggiunto il ruolo della colonia albanese di Bucarest. Questo ceto intellettuale della diaspora, discendente dagli albanesi rifugiatisi nell'italia meridionale e in Sicilia al tempo dell'avanzata turca (XIV-XV secolo) e della resistenza organizzata dal principe albanese Giorgio Kastriota Skandcrbeg, non coltivava soltanto un vago amore verso una lontana patria di origine Si vedano le due posizioni in GlUSKl'Pl-: ScHlRù, Gli Albanesi e la Q Balcanica (ed. or. Napoli 1904) ora in Ini-M, Opere, a cura di M. Mandala, voi. IX, Rubbettino, Soveria Mannelli (Garantirò), 1998, pp Cit. in Gu:s]-:]>H' Sci MRÒ, (*./i Albanesi e la Questione Balcanica, cit, p Il Borsen ^eitung di Berlino nello stesso anno scriveva: «è dall'italia che fu gittata la scintilla della propaganda nazionale in Albania», IVI. 25

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