Città di Valenza. Il Sindaco Sergio Cassano

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1 Città di Valenza Sergio Favretto, riconosciuto ed apprezzato storico della Resistenza, ci lascia questa preziosa sorta di breviario della storia partigiana nel Monferrato ed a Valenza, in particolare. E lo fa con la scrittura asciutta e puntuale da giornalista storico dando un forte senso di attualità a episodi sui quali la storia si è già espressa con l enfasi pur importante della narrazione. Perché certi fatti, nella memoria collettiva, non devono perdere di efficacia e di tensione. La Banda Lenti è patrimonio della nostra città non solo sotto il profilo storico ma anche spirituale. Certi morti ammazzati per le loro idee o passioni meritano sempre rispetto. Ma quando la vita si perde per un bene collettivo qual è la libertà il sacrificio diventa martirio. Come nella storia cristiana, ad esempio. Quest anno ricorrono gli anniversari degli assassinii di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quando parlo di attualità resistenziale mi riferisco a questi martiri che, come quelli della Resistenza, sono morti per noi tutti. E sono nella nostra coscienza. Il Sindaco Sergio Cassano 1

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3 La Resistenza nel Valenzano L'eccidio della Banda Lenti Johnny, ti ricordi quel tedesco che tu colpisti alle costole? Ecco, l'ho fatto fucilare, proprio in questi ultimi tre giorni. Vennero su alcuni dal pianoro di Valenza e mi dimostrarono che aveva preso parte a una fucilazione collettiva, perciò l'ho fatto processare e passare per le armi secondo tutte le regole. Dal romanzo Ur Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, capitolo decimo, pag. 340, Giulio Einaudi Editore, Torino Per una città non vi è una sola storia resistenziale, ma un intreccio di vicende, di contesti, di protagonisti, di ruoli. Le montagne dell'ossola, le colline del Monferrato, le Langhe, la Val Borbera, l'oltrepo pavese sono tutti luoghi che hanno vissuto una propria e caratterizzante storia resistenziale, oggi di facile ricostruzione e lettura. Per le città, ciò difficilmente avviene. Valenza ne è prova. Una città, organizzata e viva, porta con sé un patrimonio di relazioni fra istituzioni, fra poteri pubblici, centri di riferimento economico e sociale. Negli anni 30'- 40' Valenza, pur in presenza dell'autarchia di Regime, era legata a filo doppio con Alessandria e Casale Monferrato; sviluppava relazioni con la Lomellina, con Pavia e Milano, con Genova e Torino. Le vie di comunicazione stradale e ferroviaria erano adeguate, poste a raggiera, con frequenti intersezioni verso Milano, Torino e Genova; il Po fungeva da confine fisico fra Piemonte e Lombardia, ma anche da via di traffico e comunicazione naturale. Le aziende orafe e calzaturiere alimentavano traffici a dimensione più ampia, oltre i confini italiani; i gerarchi fascisti erano correlati al capoluogo provinciale e da qui verso Torino e Roma; le scuole servivano parecchi paesi limitrofi, con scambi di culture fra contadini, operai, artigiani, imprenditori; il Regime aveva da decenni promosso ed organizzato il consenso, con tutte le varie iniziative di proselitismo e indottrinamento. Era una città articolata, fatta di vissuto diverso, una città aperta e geograficamente 3

4 polarizzante. Furono proprio questi fattori a far decidere gli occupanti tedeschi a scegliere Valenza come centro per collocarvi comandi di polizia, squadre di milizie SS, sezione SD Sicherheit Dienst, militari della Wehrmacht, l'organizzazione Todt, la Zugleitung, postazioni di contraerea della Flak, gruppi di genio pontieri. La presenza tedesca si rafforzò, dopo che Alessandria divenne sempre più frequente bersaglio dei bombardamenti alleati. A Valenza venne trasferito il comando provinciale delle truppe tedesche. Non solo, vennero intensificati tutti i controlli sulle vie di comunicazione, sulla rete ferroviaria, sul fiume Po, ad ogni attracco di barche e sui vari ponti di attraversamento fra Trino, Casale e Valenza. In questo contesto va collocata la storia resistenziale di Valenza, una città occupata dai tedeschi perchè ritenuta strategica, una città cerniera fra due regioni, una città sotto il dominio capillare della K 1014 Kommandantur e l'ausilio delle rinate presenze repubblichine, con comandi della G.N.R. e Brigate Nere. Pur in questo difficile contesto, sorsero le formazioni GAP ( gruppi di azione patriottica ) di Enzo Luigi Guidi, detto Batista; poi alcune esperienze di SAP ( squadre di azione patriottica ); la componente comunista, come in passato era stata fattore determinante dell'antifascismo locale unitamente alla matrice socialista, costituì una significativa ispirazione per le formazioni partigiane; venne ricostituita la sezione del PCI, mix di militanza politica ed ideologica. I distaccamenti Rasinone e Paradiso, il gruppo di Ticineto-Valmacca della Garibaldi, vissero fasi diverse di organizzazione, in crescendo per adesioni ed efficacia. Si affermarono, inoltre, le formazioni GL Paolo Braccini con la brigata Pasino, al comando di Carlo Garbarino fra San Salvatore e Castelletto Monferrato; con la brigata Lenti al comando di Filippo Callori nell'area di Vignale. Operarono, inoltre, la Divisione Matteotti-Marengo Borgo Po, tra Valle San Bartolomeo-Filippona-Lobbi; la Divisione Patria fra Occimiano-Mirabello- Giarole; la brigata 108 Paolo Rossi della Garibaldi, con il distaccamento nell'area di Bassignana-Fiondi-Pecetto-Grava-Mugarone 1 Attorno a Valenza, mese dopo mese, venne creata una rete capillare ed efficace di dissenso operativo. Le formazioni partigiane si impegnarono in consistenti azioni di sabotaggio e danneggiamento verso i posti di blocco e controllo dei nazifascisti; ospitarono e nascosero per mesi i prigionieri alleati inglesi, americani, australiani, neozelandesi liberati dai campi di concentramento-prigionia del Piemonte e Lombardia e dal Forte di Gavi. La stazione e la galleria ferroviaria fra Valenza e Valmadonna costituirono per mesi l'obiettivo di furti, saccheggi da parte delle formazioni partigiane. Sull'arteria ferroviaria, infatti, i tedeschi fecero transitare armi e viveri verso altre località lombarde e piemontesi, per evitare i frequenti bombardamenti alleati su Alessandria. 1 Si vedano i saggi : Valenza antifascista e partigiana di Enzo Luigi Guidi, edito nel 1981 dall'anpi di Valenza; Resistenza e nuova coscienza civile di Sergio Favretto, edito da Falsopiano nel 2009; La Provincia di Alessandria nella Resistenza di William Valsesia, edito nel 1980; Una brigata di pianura, cronaca della 108 brigata Garibaldi Paolo Rossi di O. Mussio, edito dall'anpi di Castelnuovo Scrivia, nel

5 In alcune circostanze, i partigiani nascosero le armi e munizioni saccheggiate ai tedeschi proprio all'interno della galleria di Valmadonna. Le formazioni GAP attaccarono a più riprese le postazioni tedesche; le azioni di sabotaggio sono ampiamente documentate e citate in numerosi dispacci e fonogrammi che i tedeschi inviavano giornalmente ai comandi superiori, fonogrammi rinvenuti recentemente, tradotti e pubblicati nel volume Resistenza e nuova coscienza civile a cura dell'autore. I comandi tedeschi giunsero a comminare multe salatissime ai comuni del Valenzano per disincentivare le attività di sabotaggio. Le multe dovevano essere pagate al comando tedesco di Valenza. I tedeschi non solo occuparono il territorio, ma inflissero sanzioni per punire le azioni di dissenso delle popolazioni. Gli esordi, il CLN, una città controllata dai tedeschi. La caduta di Mussolini del 25 luglio e l armistizio dell' 8 settembre 1943 rialimentarono le convinzioni e le speranze per la libertà, anche a Valenza. Durante il ventennio fascista, il dissenso esplicito venne rappresentato, in modo efficace, dal socialista Francesco Boris, già capostazione. Non aderì al Fascio, dovette cercarsi un altro lavoro. Le organizzazioni comuniste, pur nell'omologazione dissuasiva del Fascio, tennero vivo il pensiero antifascista attraverso cellule di militanti. A Valenza era operativa una sezione comunista a tutti gli effetti, con riferimenti organici con Alessandria e Torino. Anche nelle file cattoliche, si costituì nel 42 la prima sezione della DC, d ispirazione degasperiana. Nel laboratorio della farmacia Manfredi, alla presenza dell ex popolare avv. Giuseppe Brusasca, venne fondata la sezione. Contribuirono Carlo Barberis, Gigi Venanzio Vaggi, Luigi e Vittorio Manfredi, Pietro Staurino, Luigi Deambroggi, Luigi Stanchi, Giuseppe Bonelli e Felice Cavalli. La sezione sviluppò immediatamente temi ed iniziative di dissenso clandestino al regime. Alla notizia dell arresto di Mussolini, nell abitazione di Francesco Boris, si tenne un primo incontro per costituire il CLN valenzano. Accanto a Boris per il partito socialista, vi aderirono Luigi Vaggi per la DC, Ercole Morando per il PCI, Vittorio Carones per il Partito d Azione e Poggio per il PLI, poi sostituito da Barberis detto Cuttica. Il CLN di Valenza tenne varie riunioni, cambiando sede di volta in volta, per non destare sospetti. Si svolsero a casa Boris, a casa di Costantino Scalcabarozzi, in casa Mazza alle Terme di Monte Valenza, a casa dei fratelli Marchese, nella 5

6 biblioteca Silvio Pellico dell oratorio del Duomo di Valenza. 2 Francesco Boris e Paolo De Michelis (già parlamentare socialista negli anni 20) furono arrestati a marzo 1944 e condotti nella sezione tedesca delle Carceri Nuove a Torino, per poi essere inviati nei campi in Germania. Vennero poi liberati, grazie ad uno scambio di prigionieri. Il 16 gennaio 1944, il ventenne Sandro Pino venne colpito a morte in occasione di una perquisizione e retata della G.N.R. nel bar Achille, nel pieno centro, alla caccia di antifascisti e ribelli. Il fatto destò grande sconcerto ed intimorì i giovani. Giulio Doria, antifascista ed aderente a metà 44 al movimento partigiano, ricorda dettagliatamente quei difficili momenti nell intervista rilasciata a Maria Grazia Molina e pubblicata nel n. 23 di Valenza d na vota edito a dicembre Il fratello di Giulio, Mario, aderì subito alla formazione autonoma Patria, guidata da Edoardo Martino e Giovanni Sisto. Il secondo fratello, Pietro, visse anni di prigionia in Germania, come militare catturato dai tedeschi. Giulio disertò la chiamata alla Capitaneria di Savona e si diede alla macchia, nella campagna valenzana. Giulio ricorda d aver curato e nascosto cinque militari australiani, sfuggiti alla cattura dei tedeschi; di averli poi avviati in Lombardia. Anche Giulio entrò nella brigata autonoma Patria, si collegò con Vaggi e tesse una fitta rete di relazioni fra la città ed i comuni del Monferrato. La presenza strutturata dei tedeschi occupanti cambiò il volto alla città. I liberi movimenti erano impossibili; le truppe tedesche, coadiuvate ed indirizzate dai fascisti repubblichini, erano pervasive. Vennero organizzati frequenti posti di blocco sulle vie di accesso, sulle arterie di comunicazione verso Pavia, Alessandria, Casale Monferrato, Tortona. La ferrovia era super controllata, perchè utilizzata spesso dai tedeschi per il trasferimento di esplosivi ed armi. Dopo i ripetuti bombardamenti alleati al ponte di ferro sul fiume Po, i tedeschi organizzarono attracchi per traghetti, sui quali transitavano truppe, armi e munizioni verso Milano. Il 17 febbraio 1944, il 10 dicembre 1944 ed il 2 marzo 1945 si ebbero a Valenza rastrellamenti intensi e radicali, con minuziose perquisizioni ad intere vie ed isolati, arresti di giovani. 2 Questi avvenimenti sono descritti nel volume Resistenza e nuova coscienza civile di Sergio Favretto, edito da 6 Falsopiano nel 2009

7 L' attività della missione americana Youngstown Inediti dall'archivio di Gian Carlo Ratti Una precisa conferma dell'organizzazione militare e logistica tedesca, delle forze partigiane operanti nel Monferrato e nel Valenzano, ci viene dall'inedito e significativo materiale documentale presente nell'archivio Gian Carlo Ratti, ora in consegna all'autore, di prossimo commento e pubblicazione. 3 L'archivio è costituito da un dettagliato memoriale, da ampia documentazione in originale, da mappe, appunti, manoscritti, rapporti, note di guerra, attestati, fonogrammi. Venne raccolto e curato dall'ing. Gian Carlo Ratti, nato a Milano il 9 marzo 1918, tenente di artiglieria alpina, ufficiale in operazioni di guerra nei Balcani; i genitori di Ratti erano stati arrestati dalla Gestapo, a Torino; Gian Carlo era stato prima comandante partigiano combattente in Valle Susa, per mesi ha raccolto informazioni sulle postazioni e fortificazioni tedesche lungo la costa ligure, da Ventimiglia a Genova; infine, comandante della missione militare americana Youngstown, paracadutata nel Monferrato il 4 novembre '44 fra le colline di Altavilla con un volo da Brindisi; fu operativa fino alla Liberazione in una frazione di Moncalvo. La missione americana era dipendente dall' Headquarters Detachment 2677 th Regiment O.S.S., APO 512 U.S. Army Italian Division. L'archivio Ratti, ancora in corso di esame ed approfondimento, si sta rivelando una miniera di informazioni, dettagli, documenti inediti utilissimi per reinterpretare e completare la conoscenza dei fatti resistenziali di parte del Piemonte e di Torino. Ratti guidava la missione americana Youngstown, composta da altri militari italiani, tutti a sostegno dell'impegno delle formazioni partigiane. Nell'alessandrino e nel Monferrato, come pure nell'astigiano e nella città di Torino, la missione americana poteva contare su una fittissima e segreta rete di informatori. Ratti fu autore di puntuali e precisi rapporti informativi inviati ai comandi generali alleati, ricchi di notizie sulla situazione militare tedesca, sulla realtà partigiana, sullo stato dell'economia locale, sulle condizioni critiche delle poche aziende ancora operative e sugli ospedali. Dalle carte dell'archivio, stanno emergendo interessanti collegamenti fra alcune formazioni partigiane e la classe dirigente, la proprietà di importanti aziende piemontesi. Meriteranno certamente un'attenta esplorazione i fonogrammi giornalieri, gli 3 L'archivio Ratti è stato solo recentemente consegnato in esame e custodia all'autore. Si presenta, già a primo acchito, come una fonte significativa di documentazione inedita. Per il 2013 si presume possa costituire la fonte di nuove analisi storiche e possa essere ospitato in alcune pubblicazioni sui temi resistenziali del Piemonte. 7

8 appunti con espliciti riferimenti ad alcuni dirigenti della Fiat, come l'ing. Ragazzi Paolo (nato a Casalino Novarese il 23 dicembre 1900), manager di fiducia del prof. dott. Vittorio Valletta e collegamento operativo con le formazioni partigiane del torinese e del Monferrato. L'ing. Paolo Ragazzi, legato per via materna alla località monferrina di Sanico in Alfiano Natta, assicurò rapporti ed informazioni dettagliate ai comandi alleati in merito agli obiettivi di produzione bellica dei tedeschi, alle azioni di sabotaggio decise all'interno delle aziende Fiat, alle iniziative degli operai e delle formazioni GAP e SAP. L'ing. Ragazzi fu anche il tramite per il finanziamento da parte di Fiat di alcune formazioni partigiane nel torinese e nel Monferrato; mantenne i rapporti con le missioni inglesi ed americane in Piemonte, fu il punto di raccordo anche di altri contributi collaborativi di industriali piemontesi; Ragazzi venne poi reclutato all'interno dell'oos; organizzò postazioni di radio ricetrasmittenti all'interno di capannoni Fiat; predispose un efficace piano di pronto intervento da avviare subito dopo la Liberazione di Aprile, con aiuti in viveri e carburante per tutta la popolazione di Torino. Nella casa materna del Ragazzi, a Sanico di Alfiano Natta, durante la fase concitata della post Liberazione, si nascose per settimane il prof. Vittorio Valletta. Negli appunti, nei messaggi e rapporti ufficiali della missione, Ratti menziona varie operazioni di controllo ed informazione anche sul territorio valenzano: alcuni componenti della missione, travestiti da normali pescatori, perlustrarono di giorno e di notte tutto il tratto del fiume Po da Chivasso a Valenza, mappando e descrivendo le varie postazioni tedesche installate sulle sponde, le batterie antiaeree della Flak, la situazione di agibilità dei vari ponti. Da queste news, ad esempio, si apprende: come il ponte ferroviario di Torre Beretti, più volte bombardato dagli alleati e con l'arcata centrale distrutta, veniva reso utilizzabile con un collegamento mobile durante la notte; come successivamente, quando il ponte venne ancor più danneggiato, i tedeschi dovettero ricorrere ad un ponte di barche ed intensificare il traffico sui traghetti; come presso il castello di Pavone vi fosse il comando della Luftwaffe, con il maggiore Springher; come in un bosco a Montecastello, sotto la vegetazione e lungo la sponda del Tanaro, vi fosse un grande deposito di più di tremila fusti di benzina e gasolio, a servizio di tutte le varie postazioni tedesche; come negli ospedali della zona vi fosse estremo bisogno di carbone e di medicinali, specie di insulina per evitare le decine di decessi che avvenivano; come tutte le notti vi fosse un intenso traffico di merci ed armi verso Milano e Genova, lungo la linea ferroviaria passante da Valenza o attraverso i traghetti sul Po; come a Ticineto i tedeschi avessero realizzato un enorme deposito di armi e munizioni, esplosivi, gasolio e benzina, strumentazione logistica. Dall'esame dell'archivio Ratti, si apprende, inoltre, come la missione americana si mise subito in azione per raccogliere gli aviatori superstiti del bombardiere americano caduto il 22 dicembre 1944 nella frazione di Monte Valenza. Il bombardiere era un B 25, decollato da una base vicino a Bastia, in Corsica; perirono gli aviatori Lt. Whelan, T.sgt. John D. Hunch, F.o. Mike Duzlarowitz. 8

9 Uno aviere venne fatto prigioniero dal comando tedesco di Valenza, L.t. Irvie Earp. Nascosti dai partigiani, invece, T. sgt. Don L.Grangert e T.sgt. Arthur R. Collyer. Ancor oggi, Idalgo Battezzati, anziano residente nella frazione di Monte Valenza, ricorda la caduta dell'aereo abbattuto dai tedeschi. La popolazione soccorse gli avieri americani e per giorni cercò di recuperare i pezzi dell'aereo disseminati fra le colline, per riutilizzarli o venderli. Gian Carlo Ratti svolse un ruolo attivo diretto nella fase della liberazione di Casale Monferrato, nella cattura del maggiore tedesco Meyer a Casale; nella delicatissima e controversa fase della liberazione di Alessandria, con una prima intesa per lasciare passare i tedeschi oltre il Po e poi, su pressione anche degli alleati, con l'annullamento di tale intesa e la durissima richiesta di resa incondizionata nelle mani del CNLP, con tutti gli ovvi riflessi sulla successiva resa di Valenza. L'archivio Ratti permetterà certamente di colmare una lacuna storica, circa il ruolo e l'efficienza dei servizi americani OSS presenti nello scenario della Resistenza piemontese. Accanto alle missioni inglesi del SOE paracadutate nelle Langhe ed interagenti con le formazioni partigiane di Mauri, gli americani pensarono di controllare il territorio piemontese, in vista della Liberazione, con parallele missioni militari segrete appartenenti all' OSS. L'eccidio della Banda Lenti E' sfuggito ai più, ma Beppe Fenoglio, nel suo romanzo resistenziale Ur Partigiano Johnny a pag. 340 nell'unica edizione di Einaudi del 1978, fa riferimento all'eccidio della Banda Lenti compiuto a Valenza. Nel romanzo, un'opera molto autobiografica ed ancor oggi oggetto di attenta analisi letteraria e storica, il capopartigiano Marino così parla con Johnny: Johnny, ti ricordi quel tedesco che tu colpisti alle costole? Ecco, l'ho fatto fucilare, proprio in questi ultimi tre giorni. Vennero su alcuni dal pianoro di Valenza e mi dimostrarono che aveva preso parte a una fucilazione collettiva, perciò l'ho fatto processare e passare per le armi secondo tutte le regole. Il riferimento è esplicito; Marino parla dell'eccidio della banda Lenti, avvenuto proprio a Valenza nel settembre Il Marino del romanzo fenogliano era, nella storia, il partigiano Amelio Novello, tenente dell'aeronautica, fondatore e comandante della brigata partigiana di Rocca d'arazzo, nell'astigiano. Novello scrisse le sue memorie partigiane edidate nel 1946, sotto il titolo di Il vento cancella le orme. Il riferimento di Fenoglio alla fucilazione collettiva di Valenza ( eccidio della banda Lenti ) dimostra il forte ancoraggio storico del romanzo Ur Partigiano 9

10 Johnny e la fitta rete di collegamento operativo e d'informazione, fra le formazioni partigiane alessandrine ed astigiane. La banda Lenti venne creata e guidata da Agostino Lenti, fra le colline di Camagna e Conzano, nel cuore del Monferrato. Può considerarsi un prototipo di banda partigiana, legata strettamente al luogo d origine, autonoma, caratterizzata da autosufficienza e determinazione, ispirata da una consapevolezza contadina, organizzata anche con tecniche militari. Dopo una prima fase embrionale, la formazione acquisì mezzi e capacità operativa. Indiscussa la leadership dei fratelli Agostino e Pietro Lenti. Nei mesi di giugno e luglio, venne condotta un offensiva ad ampio raggio, a difesa del raccolto e trebbiatura del grano. Vennero colpiti gli uffici anagrafe, leva ed annona dei comuni di Camagna, Cuccaro, Terruggia, Rosignano, Cellamonte, Vignale, Altavilla, Ottiglio e Frassinello, Olivola. Furono bruciati i vari elenchi che erano utilizzati per gli ammassi e le requisizioni. In tutti questi comuni, venne diramata un ordinanza partigiana che fissò tariffe uniche per la trebbiatura, un prezzo calmierato del grano; che sancì l obbligo di distribuire alcune quote del raccolto alla popolazione non produttrice; venne inoltre istituito un servizio di vigilanza. 4 La banda Lenti venne annessa poi alla Brigata Matteotti. In un giorno di agosto 44, tre partigiani di Calliano consegnarono ad Agostino Lenti le tessere di adesione alla Matteotti: erano Pietro Beccuti, Luigi Cerruti e Dario Maccario, autista di una Topolino. Alla periferia di Camagna, i tre furono bloccati da alcuni partigiani che presidiavano tutti gli accessi. Beccuti ricorda un particolare. Capì che trattavasi dei Lenti, perché scorse un cappello d alpino cadere a terra, nel fosso. In quell incontro, fra partigiani astigiani e monferrini, si cementò la fase cruciale di lotta; si condivisero i rischi e le prospettive operative. 5 La banda Lenti sviluppò la presenza ed il controllo in tutta l area collinare fra San Salvatore, Vignale e Casale Monferrato. Tesse una rete di punti di avvistamento e controllo degli accessi all area. Assunse la dimensione di formazione organizzata ed autonoma; fu il riferimento del dissenso e dell offensiva anti-tedesca. I fascisti casalesi iniziarono a meditarne la cattura. Siamo nel 44. A giugno, gli uomini della Lenti affrontarono il pullman di linea Altavilla-Casale, sul quale un drappello di fascisti trasportava, catturato, un giovane di Camagna. Il gesto fece clamore, la popolazione percepì l efficacia dell azione partigiana. Il giovane venne liberato. Per tutto il mese di luglio ed agosto, la GNR ed i tedeschi osservarono ed attaccarono, con interventi volanti e dissuasivi, la formazione Lenti, fra le colline di Camagna, Lu, Conzano. Pesanti furono i rastrellamenti compiuti, prima a Lu, il 30 giugno e poi a Camagna, il 31 luglio. 4 5 G. Pansa, Guerra partigiana, cit. pag Pietro Beccuti, Calliano e la Resistenza, 1995, p. 35; testimonianza resa all autore a dicembre

11 Già il 27 giugno, i vari gruppi partigiani della zona furono coordinati ed annessi al Battaglione Monferrato della III Brigata Matteotti, sotto la guida unica di Agostino Lenti. L opera di raccordo fu svolta da Muzio Riccardi (Alano), incaricato dalla missione alleata Youngstown e dai partigiani torinesi. Il mese di luglio vide la formazione Lenti impegnata nella difesa della trebbiatura del grano. I partigiani acquistarono quintali di grano, al prezzo concordato dal CLN piemontese di lire al quintale; li distribuirono alla popolazione. La panetteria di Mario Manassero, partigiano e fondatore con Agostino della banda di Camagna, ritornò a cuocere il pane bianco. Le operazioni di difesa della trebbiatura del grano produssero una distribuzione più equa della farina; introdussero regole spontanee di solidarietà, contro i fenomeni di borsa nera e privilegi. Durante la trebbiatura, vennero distribuiti volantini incitanti un dissenso radicale al nazifascismo. All alba del 31 luglio, i fascisti casalesi, con uomini ed una quindicina di mezzi motorizzati, giunsero a Camagna e rastrellarono il paese. Furono perquisite le case dei Lenti, dei Manassero e di altri sospettati partigiani. Colombina, la mamma dei fratelli Lenti, ricorderà spesso quella giornata violenta; narrerà come i fascisti si introdussero in casa, gettarono tutti i mobili nella piazza, distrussero la biancheria, rubarono le poche vettovaglie, con il disprezzo più evidente. La signora Maria Luisa Torelli, moglie del generale e partigiano Gherardo Guaschino, era allora sfollata a Camagna. Ricorda bene il rastrellamento del 31 luglio. Ricorda il padre, ancora in pigiama, portato in piazza dai fascisti. Ricorda la prepotenza, le violenze, i danni alle case. In piazza vennero bruciati mobili, vestiti, arredi, libri. Per tutta la mattina si ripeterono azioni di violenza fisica e psicologica a danno dei familiari e della popolazione civile. Al termine del rastrellamento, venne catturato un giovane, originario di Cabella Ligure: Mario Bizzarri. Fu fucilato in piazza, come gesto simbolico di rappresaglia, di fronte alla gente, attonita. I drammatici fatti del 31 luglio sono descritti puntualmente nel liber cronicus della parrocchia di Camagna. Il rastrellamento del 31 luglio sconcertò l animo e le volontà dei partigiani. La popolazione subì violenza; la Resistenza non riuscì a reagire. Agostino Lenti decise, allora, di spostare la sede operativa a Madonna dei Monti, ad Ottiglio, in un casolare abbandonato. Venne adottata una tecnica di attacco più frazionata ed incisiva, improvvisa. Ad irrobustire le squadre, giunsero tre partigiani della Garibaldi, con una precedente militanza nelle Valli di Lanzo: Nicola Marchis (Niko), Piero e Angelo Bordino (Burdin). A fine agosto, la banda Lenti diventò l VIII Brigata Matteotti, con ridefinizione operata dal Comando Militare Regionale Piemontese. Alla guida, sempre Agostino Lenti e vice-comandante, Mario Manassero. La banda Lenti assalì una pattuglia della Divisione Monterosa (brigata fascista antipartigiana) fra Roncaglia e Stevani di S.Martino Rosignano. Altre due 11

12 operazioni nei primi giorni di settembre; morì un ingegnere tedesco, progettista di fortificazioni, vennero acquisiti due camion con mitragliatrici. L attivismo della banda Lenti ed il consenso crescente fra la popolazione, sempre più offesa dalla prepotenza fascista e tedesca, preoccuparono i gerarchi casalesi. Venne preparato un intervento esemplare di antiguerriglia. Nella notte fra l 11 ed il 12 settembre del '44, alcuni reparti fascisti da Casale, altri da Asti ed Alessandria, i tedeschi della Flak si diressero verso il cascinale di Madonna dei Monti, ove avevano in precedenza individuato la sede operativa della banda Lenti. Nel raggio di pochi chilometri, fra le colline di Casorzo, Ottiglio e Grana, si erano insediate la banda Lenti, ora VIII Brigata Matteotti; la VII Brigata Matteotti, con capo Tom; la VIII Brigata Autonoma Grana della Divisione Langhe, guidata da Tek Tek (Luigi Acuto). Quella notte, i partigiani del Tek Tek erano accampati in tenda, a 300 metri dal cascinale dei Lenti. Iniziò a piovere. Per quella giornata era previsto l arrivo di altri gruppi ed un coordinamento operativo. Secondo le testimonianze di Rota Firmino (Nick) e di Acuto Luigi (Tek Tek), alcuni tedeschi sorpresero Tek Tek mentre si avvicinava al cascinale dei Lenti, lo ferirono. Tek Tek reagì, scappò fra i filari, anche se raggiunto alla schiena da un proiettile. Si fermò dopo mezzo chilometro; nascosto fra i cespugli, vide uscire dal cascinale tutti i componenti della Lenti, mani alzate. Tek Tek raggiunse la banda Tom; si discusse sull opportunità di reagire con un attacco ai tedeschi. Tom ritenne che le forze in campo fossero troppo scompensate; sarebbe stato un inutile suicidio. Si pensò che i tedeschi non decidessero per la fucilazione, ma solo per la cattura e poi la deportazione in Germania. 6 Altre testimonianze narrano come la banda Lenti venne preavvertita di un probabile attacco nazifascista, ma non si diede adeguato peso. Il gruppo di nazifascisti era guidato da un ex sottotenente dei bersaglieri, nativo di La Spezia, un certo Zacchia, ventenne. La G.N.R. era guidata dal maggiore Coppo e dal tenente Corradi. I partigiani della Lenti vennero catturati, in piena sorpresa; non poterono reagire minimamente. I tedeschi colpirono la sorella del proprietario della cascina, rifugio dei Lenti, la signora Rosa Berruti (morì verso sera, all ospedale di Valenza). Agostino e Piero Lenti discussero con il capo degli assalitori; ottennero la garanzia che avrebbero ucciso solo loro e catturati gli altri partigiani, salvando loro la vita. Ma non ci fu tempo e modo per una leale resa. I nazifascisti ingannarono. Caricarono i 28 partigiani catturati su due camion ed alcune autovetture; li 6 Si veda la precisa ricostruzione nei saggi: Sergio Favretto, Resistenza e nuova coscienza civile, edito da Falsopiano nel 2009; Fabrizio Meni, Quando i tetti erano bianchi, Edizioni dell Orso, Alessandria, 2000, p. 153; Dionigi Roggero, Ottiglio, Ritratto di un paese del Monferrato, edito dal Comune di Ottiglio, 1998, pag. 104; Idro Grignolio, Agostino Lenti, in Il Monferrato, del 3 maggio 1980; Domenico Testa, Storia del Monferrato, Gribaudo, 1996, pag. 502; Franco Scarrone, Conzano nella Resistenza. Dal fascismo alla Liberazione. 12

13 trasportarono a Valenza, presso la sede del Kommandantur Arrivarono alle ore 13. Ricostruiamo tutti gli attimi, utilizzando le parole di mamma Lenti, signora Colombina: Non riesco a dimenticare quel giorno, anche a distanza di anni. La sera dell 11 settembre, Pietro venne a cena a casa mia. Gli consigliai di non raggiungere il fratello Agostino alla cascina di Madonna dei Monti. Non mi ascoltò e si recò al comando. Il mattino dopo li catturarono insieme. I tedeschi spararono alcune raffiche di mitragliatrice. Era l avvertimento: non c era scampo. Una seconda scarica colpì mortalmente la signora Rosa Berruti, la proprietaria del cascinale che si era affacciata alla finestra, ignara di quello che stava succedendo. Poi li ammanettarono tutti. Tra i singhiozzi e qualche difficoltà nel linguaggio, mamma Lenti così ha descritto i due suoi figli partigiani: Agostino, capobanda, era del Diplomato ragioniere, partì per la Francia come sottufficiale nell 8 Reggimento Alpini. Ritornò a Camagna il 9 settembre. Organizzò le prime bande partigiane con gli amici del paese: era molto espansivo, convinceva molti. Era sicuro di sé, certo della necessità di lottare. Pierino, invece, teneva molto ai suoi studi di medicina. Aveva frequentato il liceo di Casale. Colto e meno loquace del primo, faceva già pratica accanto al prof. Vernoni (padre del partigiano Sergio Vernoni). Pietro aiutava Agostino, reperendo armi e viveri, forniva le notizie dalla città. Ma non fu mai partigiano a tempo pieno. Agostino viaggiava su un automobile con a fianco il maggiore della GNR. Sui sedili anteriori vi era un sottufficiale dei bersaglieri e Nicola Marchis (detto Niko), l unico partigiano che scampò all eccidio. All altezza della porta Bassignana, Agostino tentò di immobilizzare i due aguzzini. Niko accelerò il più possibile per cercare di fuggire da Valenza. Il tentativo fallì: il maggiore repubblichino scaricò la pistola alla nuca di mio figlio. Nico, invece, riuscì a fuggire, sebbene ferito. 7 Gli altri componenti la banda vennero sottoposti ad un farsesco processo nelle scuole Ciano di Valenza, in via Cellini presso il comando tedesco. Vennero interrogati e bastonati. Qualcuno nutriva ancora la speranza di essere trasferito in Germania, come deportato. Le speranze svanirono alle 16,30. Tutti furono condotti nello spiazzo adiacente il muro di cinta del cimitero. Furono legati sei per sei, mani dietro la schiena. Il primo gruppo venne preso di mira da un plotone di soldati austriaci, alla presenza di fascisti della G.N.R. e delle Brigate Nere, nonché dei comandanti tedeschi Graff e Muller. I proiettili non ferirono mortalmente; forse i tedesco-austricaci vollero risparmiare le vittime da morte certa. Intervenne, allora, il maresciallo tedesco Muller della Kommandantur 1014, li finì uno ad uno: furono colpi diretti alle tempie. Morirono fucilati 27 giovani partigiani: Giuseppe Accatino (Camagna, 1925, contadino), Cesare Amisano (Frassinello, 1922, elettricista), Aldo Bergamaschino 7 13 Intervista rilasciata all autore da Colombina Lenti, nel 1976.

14 ( Vignale, 1914, studente ), Angelo Bordino ( Mathi nel Canavese, 1925, camionista), Paolo Cantamessa (Casale, 1921, geometra), Guido Chiesa (Casale, 1922, geometra), Leandro De Bernardi (Camagna, 1922, contadino), Piero De Bernardi (Camagna, 1924, albergatore), Pietro De Bernardi ( Camagna, 1923, muratore), Luigi Filippini (Casale, 1924, studente), Agostino Lenti (Camagna, 1919, studente ed ex alpino), Pietro Lenti (Camagna, 1917, studente in medicina), Pietro Leone (Camagna, 1923, insegnante), Edoardo Lupano (Camagna, 1923, contadino), Pietro Lupano (Casale-S.Maria del Tempio, 1925, meccanico), Marcello Luparia (Rosignano, 1926, meccanico), Mario Manassero (Camagna, 1918, panettiere), Crescentino Marinone (Casale-S.Maria del Tempio, 1924, elettricista), Biagio Mazzucco (Vignale, 1925, contadino), Renato Morandi (Casale, 1926, meccanico), Giuseppe Pampuro (Borgo S.Martino, 1923, motorista aeronautico), Felice Pastrone (Camagna, 1923, pasticciere), Jofre Priatti (Vignale, 1924, contadino), Giovanni Ronco (Rosignano, 1920, contadino), Pierino Scarrone (Camagna, 1920, contadino), Giovanni Spigo (Camagna, 1926, studente), Giovanni Zeppa (Casale-S.Maria del Tempio, 1923, contadino). Unitamente ai ventisette della banda Lenti, quel pomeriggio, venne fucilato anche Karl Barth, disertore dell esercito tedesco catturato ad Isola S. Antonio. Il partigiano Niko (Nicola Marchis), fuggito dall auto, si diresse verso Po. Raccolto da partigiani della 108ª Brigata Garibaldi fu curato dal medico di Pecetto; Niko morì poi a Vignale, il 12 aprile 1945, in combattimento alla vigilia della Liberazione. La banda Lenti era composta da giovani studenti, agricoltori, elettricisti, meccanici, insegnanti, artigiani, ex militari ed alpini. Nonostante i suoi novant'anni, Nino Sannazzaro, partigiano a Vignale Monferrato e poi giornalista dell'unità, in una intervista rilasciata all'autore nel 2011 così rievoca quei momenti: I fratelli Pietro ed Agostino Lenti erano veri capi, sapevano convincere e coordinare. Furono altruisti e coraggiosi sino all'ultimo. Credevano veramente al futuro di un'italia libera e rinnovata. Anche al momento della cattura, offrirono la loro vita in cambio della salvezza dei compagni partigiani. Credettero all'intesa con i nazifascisti, ma vennero traditi. Solo il Tek Tek ( partigiano a Grana, ma casualmente accampato nelle vicinanze ) quell'alba si salvò, sparando all'impazzata. Della Banda Lenti ricordo bene i due partigiani giunti dalla Valle di Lanzo; erano i garibaldini Angelo Bordino e Nicola Marchis ( detto Niko ). Provenivano dal piccolo paese di Mathi, fra Leinì e Cafasse. Erano attivissimi, armati a dovere, coraggiosi. Subito fecero attacchi ai fascisti locali, colpendo a morte. Durante la cattura della Banda Lenti, quel 12 settembre '44, nel tragitto verso Valenza, Niko sterzò l'auto e riuscì a scappare fra i campi. Lo raccogliemmo e lo curammo, poiché aveva sette ferite in corpo. Ricordo come la mamma dei Lenti, la signora Colombina, ci aiutò per settimane a curare Niko. Bordino venne fucilato a Valenza. Poi, ad aprile '45, Niko venne ucciso a Vignale, con un gesto eroico. Bordino era deciso, non esitava. Una volta colpì a morte un fascista che si era reso responsabile di attacchi a Vignale. I due partigiani della Valle di Lanzo erano più militarizzati, mentre noi garantivamo la conoscenza dei posti e della nostra gente, 14

15 la percorribilità delle strade, gli accessi. Il tragico epilogo della Banda Lenti fu istantaneo, repentino. In poche ore, la cattura, le pseudo trattative, il trasferimento a Valenza, la fucilazione. Alcuni comandi partigiani del Monferrato e le stesse squadre Gap e Sap di Valenza, in quei drammatici momenti, pensarono ad una possibile reazione o combattimento per liberare il gruppo. Non ci fu tempo e alla fine non si ritenne opportuno competere con i tedeschi e fascisti, determinati ed organizzati come non mai. Da poche settimane, a Casale, era giunto il nuovo maggiore tedesco Meyer Wilhelm, proveniente da altre esperienze repressive. Vi erano tutti i presupposti per un'azione dimostrativa. I partigiani della Lenti furono sepolti in una fossa comune, senza alcuna cassa, sotto la nuda terra. Per due giorni i familiari non seppero della loro morte e non videro le salme. Lilia Ariotti, pronipote dei Lenti, rammenta come la mamma con altre donne di Casale e Camagna, appresa la notizia della fucilazione, si erano recate in bicicletta a Valenza per raccogliere le salme, ma i tedeschi e fascisti avevano già sepolto tutti in una fossa comune. Solo dopo un anno si potè procedere alla riesumazione ed ai funerali solenni a Camagna. Fra i partigiani della Lenti, uccisi a Valenza, vi era Morandi Renato. Aveva 18 anni, nacque nel 1926, era il più giovane. Questo il ricordo della sorella Rosanna Morandi, intervistata dall'autore il 25 giugno 2008: Mio padre Enrico Morandi e mia madre Ernesta Pedrotti (nativi di Cisnago) si stabilirono a Casale nel Abitavamo in via Moncalvo, nel centro del rione di Porta Milano, un quartiere operaio di Casale. La nostra famiglia era composta dai figli Angela (1920), Carlo (1922), Renato (1926), da me (1934) e Paolo (1941). Della figura e della vicenda di Renato, ho ancora alcuni ricordi vivi e chiari, altri più flebili. Allora avevo dieci anni; riesco, tuttavia, a collegare fatti e sensazioni, dati e ricordi, immagini. Mio fratello Renato era meccanico-apprendista, presso un ciclista di Casale. Rammento l ultima volta che lo vidi. 8 In una domenica di fine giugno 1944, al mattino mi venne a salutare. Era in bicicletta, con i pantaloni corti. Mi disse: Vado a fare un giro. Non ritornò più a casa e non lo vidi più. Alla sera di quello stesso giorno, tramite un ragazzo suo amico, venne recapitata a mia madre una breve lettera di Renato, scritta di suo pugno. Chiedeva scusa per il dolore arrecato, ma asseriva che quello era il suo destino. Dopo scarni contatti, ancora una lettera che così diceva: Carissima mamma, finalmente posso scriverti perché queste parole ti giungeranno da mani sicure. Sapessi il dolore che sento a leggere quelle parole senza cuore, eppure dovevate comprendere anche voi che questa era la mia decisione. E poi credo che vi avranno raccontato che non volevo 8 Testimonianza resa all autore da Rosanna Morandi, sorella di Renato, ucciso con la banda Lenti a Valenza. La testimonianza è stata raccolta a giugno La testimonianza, invece, di Lilia Ariotti è stata raccolta dall'autore nel luglio

16 ancora fermarmi, ma per forza maggiore ho dovuto agire così. Dove sono sto bene, non ho bisogno di niente, solamente di tanto in tanto di cambiarmi. Cara mamma, ti chiedo perdono per il male che ti faccio sopportare, ma era mio destino. Ed ora non mi resta che salutare voi tutti, un grosso bacio e abbraccio a te e a Paolo e a tutti. Vostro Renato. Dopo un mese, ci pervenne una terza lettera. Ecco il testo: Carissima mamma, finalmente posso farti sapere mie notizie. Prima di tutto ti ringrazio per la roba che mi hai mandato ed ora ti pregherei di mandarmi su il vestito nuovo perché ne ho bisogno. Il vestito verrebbe a prenderlo quel ragazzo che è venuto a prendere i pantaloni l altra volta. Di salute sto benissimo, così spero di voi. Se puoi fammi sapere notizie di Carluccio. Per il vestito non preoccuparti perché lo lascio nella cascina dove ho la bicicletta ed è bravissima gente. Ora non ho altro da dirti, quindi ti saluto immensamente e ti chiedo ancora scusa per quello che hai passato per me. Salutami tutti, un grosso bacio a Paolo e a te. Tuo Renato. Il giovanissimo Morandi fece la scelta di aderire al movimento partigiano, tenendo all oscuro la famiglia; forse venne convinto da amici, dalla diffusa constatazione dell inutilità della guerra, dell occupazione tedesca; della necessità di un grande cambiamento, di nuove regole, di una vita pacifica. Rosanna, emozionata, narra ancora: La mia famiglia non seppe subito dell uccisione di Renato; dopo giorni ci pervenne la conferma. A casa mia, ricordo dolore e pianti, grande movimento e partecipazione di amici e conoscenti. Su come avvenne la cattura, il trasferimento a Valenza, la loro uccisione, la sepoltura nella fossa comune, il riconoscimento successivo, ho raccolto molte notizie da mia madre, dalla signora Gilda Chiesa (madre del partigiano Chiesa), da mia sorella Angela. I partigiani della Banda Lenti si erano raccolti alla cascina di Ottiglio, nella prima settimana di settembre, perché si sarebbero poi allontanati verso la montagna, dopo aver intuito la volontà dei fascisti e tedeschi di effettuare rappresaglie. Si parlò, anche che la sera dell 11 settembre ai partigiani venne donata una botticella di vino con effetto narcotizzante. Le fasi della cattura sono note. Ricordo che mia sorella e la signora Gilda Chiesa si recarono al cimitero di Valenza. Ebbero modo di parlare con la proprietaria della cascina confinante con il cimitero. Raccontò loro come udì spari e vide scene drammatiche. Un primo drappello di soldati usò la mitragliatrice per colpire i primi sei partigiani, poi i tedeschi usarono colpi di pistola singoli, alla nuca. Agostino e Pietro Lenti si offrirono come vittime certe e chiesero, invece, che tutti gli altri giovani partigiani fossero salvati e portati prigionieri in Germania. Ma i tedeschi non acconsentirono. Furono sepolti in una fossa comune. Dopo un anno, nel 45, venne riaperta la fossa e i parenti poterono riconoscere le salme. Possiedo ancora un laccio in cuoio che teneva legati i polsi di mio fratello. Lo recuperammo all atto della riesumazione. Per molti mesi dopo e fino alla Liberazione, mia sorella Angela e la signora 16

17 Chiesa fecero la staffetta in bicicletta, per rifornire, con alimenti e vestiti, le bande partigiane fra il Monferrato e l Alessandrino. Ho alcuni ricordi intermittenti circa la presenza dei tedeschi a Casale; ricordo la loro presa di possesso della Caserma Bixio; la loro prepotenza. Ricordo l arrivo dei partigiani il 25 aprile; il senso di liberazione dalla violenza tedesca-fascista. Ai miei pochi ricordi, ho potuto unire le informazioni che si diffusero subito negli ambienti di solidarietà ai partigiani. Mio fratello Renato compì un atto di grande generosità, fu partigiano per pochi mesi e pagò cara la propria scelta, per sempre. Ricordo come le madri dei vari partigiani si diedero il turno, per ventiquattro ore al giorno, per sorvegliare affinchè, durante i processi ai fascisti nel dopo 25 aprile, gli accusati incarcerati non fossero aiutati a fuggire. Vi era molta tensione in città; a Casale, ci si conosceva quasi tutti; i fascisti che esercitarono il potere e si resero responsabili di gravi episodi erano noti, forse troppo tollerati. A casa mia, si discusse e si riflettè per anni su come si svilupparono le vicende. In molti casi, s incolparono i tedeschi; molte volte furono, invece, prevalenti le decisioni dei fascisti locali, quasi per un irresponsabile desiderio di efficienza e di autorevolezza dimostrativa. Colombina Lenti venne pure ascoltata, come teste, nei processi che si svolsero in Corte d Assise a Casale Monferrato, il 2 e 3 luglio In quei processi, dovette unire altro dolore al già straziante dolore vissuto per le precedenti tragedie famigliari: nel '18 perse il primo figlio per differite, nel '22 perse il marito in un incidente sul lavoro, nel '24 l'unica figlia di tredici anni venne affrontata ed uccisa da un viandante, in una cascina di collina. Colombina Lenti ebbe sempre il sospetto che alla base della cattura della banda vi fosse stata una delazione o una superficiale disattenzione di qualche componente della formazione. Non v'è dubbio, tuttavia, che i fascisti casalesi ed i tedeschi vollero imporre con la violenza una dura lezione alle squadre partigiane, ma soprattutto alla popolazione civile che le sosteneva. La mamma Lenti, fra pianti ed emozioni, riconobbe Lorenzo Barbano e Carlo Fornero fra gli autori delle violenze subite, con incendio della cascina a Camagna; i fascisti la minacciarono d impiccagione, se non avesse segnalato la presenza dei figli Pietro ed Agostino. 9 Per una completa ricostruzione del contesto sociale e culturale dell esperienza partigiana della formazione Lenti, si vedano le testimonianze molto precise e documentate di Attilio Manassero (partigiano della banda), di Ines Ticozzelli (partigiana a Camagna) e di Dea Melotti (partigiana della brigata Grana del Tek Tek). Tutte le citate testimonianze sono ospitate nel saggio di Daniele Borioli, uno dei saggi più completi e documentati sulla Resistenza nel Monferrato casalese. 10 Alla banda Lenti appartenne anche l avv. Francesco Cappa, monferrino doc, nato ad agosto del Si veda La sbarra, bollettino di cronaca dei processi contro i nazifascisti, Casale Monferrato, luglio D. Borioli, La Banda Lenti: partigiani e contadini in un paese del Basso Monferrato, ISRAL, Alessandria,

18 Mi riceve nel suo studio casalese, fra libri di diritto, codici, stampe antiche. Dopo le prime domande, entra nel vivo del ricordo e, con sintesi invidiabile, narra ed offre chiare convinzioni personali. Recupera un contenitore, mi porge alcuni documenti di forte impatto: la sua tessera di adesione alla Lenti, un breve diario storico della banda fino alla cattura di settembre, un elenco nominativo e numero di matricola dei vari componenti del 1 battaglione della Brigata Lenti, un autorizzazione del Comando di Polizia di Casale Monferrato, una certificazione della Divisione Ticino appartenente al Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio. Mentre osserviamo i documenti, Francesco Cappa racconta: La nostra esperienza partigiana fu sempre dettata da un esigenza profonda di chiudere con il fascismo, di vincere l occupazione dei tedeschi. La nostra terra, la nostra gente non poteva continuare ad essere oppressa, subordinata. Ma ci battemmo con prudenza; compimmo azioni calcolate, nell interesse delle popolazioni, come la difesa dei raccolti, l eliminazione degli elenchi per l ammasso e delle liste dei renitenti; cercammo di sabotare ed impedire le rappresaglie dei fascisti. Non potevamo porre a rischio la popolazione, già da anni provata dalla guerra. Quella sera, vigilia della cattura dei Lenti, ero a casa con mia madre che doveva ultimare alcune fasce tricolore per la nostra divisa. All alba, udimmo gli spari e capimmo subito ciò che era avvenuto. Ricordo bene che, con altri partigiani, cercammo a nostra volta di catturare degli ostaggi fascisti per poi ottenere uno scambio. Non facemmo in tempo; ci raggiunse la notizia della tragica uccisione della banda. I fascisti e i tedeschi agirono in poche ore; non avemmo tempo di replicare. Per tutti noi fu un dramma umano ed organizzativo. Nei mesi successivi continua Cappa ripristinammo un nostro assetto. Si ricostruì la brigata Fratelli Lenti al comando di Giovanni Gilardi. Ci inserimmo nel Raggruppamento di Alfredo Di Dio, presente nella Val d Ossola e nell Oltrepo. Fummo aggregati nella Divisione Rhodense-Ticino. Ricordo quando mi recavo a Milano, in via Corridoni, dal comandante Tagliapietra. A seguito di nostri interventi, salvammo alcuni piloti alleati caduti nel Monferrato; collaborammo in azioni di sabotaggio a danno dei tedeschi; partecipammo alla liberazione di molti paesi del Monferrato, di Casale e poi di Alessandria. Dopo la Liberazione, collaborai come vice-commissario di polizia a Casale. La Liberazione, gli ultimi partigiani uccisi. La Liberazione a Valenza si rivelò più articolata e problematica di come si 18

19 sviluppò, invece, in altre città piemontesi. 11 Le truppe tedesche e fasciste si arresero nelle mani del CNLP e di fronte al neo Prefetto Livio Pivano, dopo fasi concitate e ricche di tensione, con il ruolo attivo delle formazioni partigiane e dei vertici delle missioni alleate, inglesi ed americane. Tra il 24 ed il 29 aprile, tra Alessandria e Valenza si trovarono concentrati, quasi in modo paradossale, circa militari. Vi erano la Divisione San Marco, molte truppe tedesche, uomini delle Brigate Nere e della X Mas. Facevano parte del Corpo d Armata Lombardia, guidata dal generale tedesco Jahn. Lo Stato maggiore del comando germanico in Italia decise di lasciare le postazioni sulla costiera ligure per oltrepassare il Po, giungere in Lombardia e dirigersi verso Vicenza e Padova. L attraversamento tra Valenza e Bassignana si profilò subito come il passaggio obbligato sul fiume Po, controllato efficacemente dai tedeschi meglio che l area casalese, dotato di traghetti ancora operativi. I tedeschi crearono, già ad avvio '45, una linea di fortificazione lungo le sponde del Po ed i rilievi appenninici liguri. Si chiamò la Linea Gengiskan ; avrebbe dovuto costituire una fascia di protezione lungo le linee ferroviarie ed arterie stradali, per tutti i movimenti logistici possibili delle truppe. 12 Mentre Tortona era libera dal 24 aprile, Ovada dal 25 e Novi dal 26, a Casale le truppe tedesche lasciarono la città il 27. Fra Alessandria e Valenza, restavano solo alcune centinaia di militari regolari tedeschi, ma la strategia di fuga per oltrepassare il Po determinò una concentrazione di forze ineguale. Dalla costa ligure, erano in fuga il 75 Corpo d'armata del generale Schelemmer ed il Gruppo Lombardia facenti parte dell' Armata Liguria. Alle truppe tedesche erano aggregate le Brigate Nere, la X MAS, gruppi di SS. Già nelle prime settimane di aprile, gruppi di nazifascisti riuscirono ad oltrepassare il Po, verso la provincia di Pavia. I partigiani, con attacchi ripetuti, distrussero i vari attracchi per i traghetti lungo le sponde del Po. Scontri vi furono ai posti di blocco del giorno 18 aprile lungo la strada Casale-Valenza. Tutti questi scontri e sabotaggi sono confermati dai fonogrammi rinvenuti e tradotti nel saggio Resistenza e nuova coscienza civile di Sergio Favretto. Il CLN di Valenza era riunito in permanenza. Nella notte fra il 24 ed il 25 aprile, a Valenza giunsero la 107 Brigata Aldo Porro della Divisione Garibaldi e la 108 Paolo Rossi con il battaglione Nicola Marchis. Tutto si era deciso nel vertice svoltosi al castello di Camino, nella sera del 23 aprile. Il comando delle operazioni si collocò a Castelnuovo Scrivia. Le formazioni partigiane liberarono in antecedenza Grava, Bassignana, Pecetto, Montecastello; vi insediarono i nuovi sindaci. Accanto ai garibaldini, giunsero anche reparti della Divisione Patria. Le prime azioni di attacco furono condotte dal comandante Meto ( Rolando 11 Si veda: C. Levreri, Valenza partigiana, la Liberazione, 1980, edizioni dell Orso, Alessandria, pag. 13 e seg. 12 G.Gimelli, Cronache militari della Resistenza, le formazioni partigiane liguri impegnano l Armata Graziani alla vigilia dell insurrezione, pubblicata in RL-Notiziario Consiglio Regionale Liguria, Anno II, marzo 1974, sup. n. 3, pag

20 Barberis Admetos) della 108 Garibaldi alle truppe tedesche e fasciste alloggiate all'albergo delle Fonti di Valmadonna. Vennero fatti alcuni prigionieri, trasferiti a Villa Ascensione di Astigliano e poi processati. Nel pomeriggio del 24, venne coinvolto il parroco monsignor Grassi; si adoperò per ottenere una tregua con i tedeschi. Le Brigate Nere di Maggi, invece, catturarono come ostaggi alcuni valenzani, fra i quali don Giovanni Nebbia, rettore del Santuario. Venne effettuato lo scambio con fascisti locali. Più tardi i repubblichini lasciarono le caserme in abiti civili, in fuga, terrorizzati dalle reazioni possibili. I partigiani occuparono parecchi edifici pubblici, prima nelle mani della G.N.R. Il 25 fu subito contrassegnato da euforia per le strade e nelle piazze. Nelle prime ore, tuttavia, si compì il sacrificio di tre partigiani che, all inseguimento del fascista Aldo Annaratone mentre si dirigeva a Po per raggiungere la sponda lombarda, vennero catturati da un plotone di tedeschi. I partigiani erano: Mario Nebbia, Carlo Tortrino e Giovanni Valeriani; ad essi, si unì, pochi attimi prima della cattura, il fratello Giuseppe Nebbia. I partigiani richiesero l applicazione della tregua appena raggiunta nella notte con i tedeschi. Fu tutto invano. Vennero condotti con un camion in riva al fiume e consegnati ad una squadra di fascisti della Brigate Nere Parodi di Genova. Vennero fucilati in un boschetto, sulla riva del Po. Si salvò solo Giuseppe Nebbia che, ferito e fintosi morto, si gettò nel fiume e raggiunse la sponda opposta. Sulla Colla, una ventina di partigiani tennero a bada una colonna autotrasportata di tedeschi. In Municipio, s'insediò il sindaco Guido Marchese, socialista; gli assessori furono: Pietro Staurino e Luigi Deambroggi, democristiani; Natale Legnazzi, azionista; Masi e Rossanigo, comunisti; Emanuelli e Camurati, socialisti; Luigi Deambrogi del Partito d Azione. Il 26 aprile, i tedeschi vennero attaccati a Sale e a Bassignana. Qui, cadde il partigiano Gian Luigi Castelli della Divisione Marengo. Sulla Colla, nella notte fra il 24 e il 25 aprile, cadde il partigiano francese Raimond Garreau, detto Fernandel. Sfuggito al controllo del comandante Meto, tentò da solo inutilmente di affrontare e ritardare l'avanzata della colonna nemica verso Valenza. Munito di mitra e bombe, resistette per poco e poi venne colpito. Una contadina lo soccorse, i soldati tedeschi lo lasciarono morire dissanguato. La Divisione San Marco, fuggita dalla Liguria e dopo aver attraversato Acqui e parte del canellese, si accampò fra Alessandria e Valenza, all altezza di Valmadonna, al comando del gen. Amilcare Farina. Scontri fra partigiani e tedeschi avvennero a Montecastello, a Pecetto, a Mugarone; sul Po, un barcone di truppe fasciste e tedesche venne affrontato dai partigiani. Nei giorni 27, 28 e 29 a Valenza si visse una fase frenetica, confusa, intermittente fra tregua e rigurgito fascista, indecisione della Divisione San Marco. Intervenne il prefetto Livio Pivano, l'ammiraglio Massimo Girosi, i comandanti partigiani Aldo Red ( Elio Pocchettini ) e Ivano Ivani ( Lauro Amato Colliard ), Enzo Luigi Guidi e Dante Musso. I tedeschi chiesero di poter passare il Po e 20

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