MAFIA CAPITALE Caos Campidoglio, proteste e manette anche per il restauro. VIAGGIO IN ITALIA Putin dal papa. Simone Pieranni

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ANNO XLV. N MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 EURO 1,50 MATTEO RENZI SPIEGA LA RIFORMA IN UN VIDEO DIFFUSO DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO MIGRANTI L Ue litiga sulle quote, salta il vertice del 16 Al vertice dei ministri degli Interni del 16 giugno no si discuterà della distribuzione di 450 mila richiedenti asilo tra gli Stati membri come previsto, la decisione è stata presa ieri e dimostra ancora una volta come il tema stia spaccando l Ue. In Italia intanto il governatore della Lombardia Roberto Maroni scrive ai prefetti della sua regione. SERVIZI PAGINA 6 ISRAELE/HAARETZ «Testate bombe radioattive nel Neghev» Israele ha testato dal 2010, nel deserto del Neghev e vicino alla centrale nucleare di Dimona, una ventina di «bombe sporche radioattive»: la scritto Haaretz non smentito. Le ogive sono state provate in chiave «difensiva» contro «i terroristi», ma è evidente e grave la minaccia internazionale, in primo luogo contro l Iran nel mirino di Netanyahu. GIORGIO PAGINA 7 Non ha i numeri Ddl scuola, Ncd e centristi avvertono Renzi: governo bocciato sul parere costituzionale in senato. Sel e M5S: «Il premier non ha la maggioranza, si fermi e apra il confronto». Alfano riunisce i suoi, ma l esecutivo annaspa e spera nel soccorso di un gruppo parlamentare guidato direttamente dal forzista Verdini PAGINE 4,5 GRECIA Sul nuovo piano di Atene il «No» della Troika La Grecia ha presentato un testo che riguarda il nuovo piano di riforme che aveva promesso ai suoi creditori, ma secondo l agenzia Bloomberg alti ufficiali del Brussels Group le avrebbero caratterizzate ancora una volta come «insufficienti». E la «Piattaforma di sinistra» di Syriza si schiera contro un eventuale «compromesso onorevole» DELIOLANES, NERANTZIS PAGINA 8 MAFIA CAPITALE Caos Campidoglio, proteste e manette anche per il restauro A ltri arresti per la corruzione a Roma. Nell inchiesta anche il restauro dell aula Giulio Cesare, dove si riunisce il consiglio comunale. Il capogruppo del Pd alla regione Lazio, Vincenzi, tirato in ballo da Buzzi nelle sue telefonate, si dimette (ma nega tutto). Bagarre in Campidoglio: nel palazzo, blindato, vengono sostituiti i consiglieri arrestati, fuori protestano i 5 Stelle, Casapound, Fdi e Ncd. Chiedono le dimissioni del sindaco Marino. Che replica: «Sarebbe il mondo al contrario». E accusa: «Io ostacolato da quella parte del Pd romano che si riconosce nei capibastone». COLOMBO, MARTINI PAGINE 2, 3 PARTITO DELLA NAZIONE PAGINA 15 In direzione Renzi parla delle opposizioni, ma il voto certifica che il Pd è una minoranza MASSIMO VILLONE ANTIMAFIA PAGINA 3 Bindi, la guerra dei suoi Sfiducia o dimissioni Il Pd: «Mai più black list» COALIZIONE SOCIALE PAGINA 5 Landini: Renzi mascalzone nessun ex Potop con me IRAQ-SIRIA PAGINA 7 Un anno fa il Califfato a Mosul. L Is avanza, scontro Obama-Baghdad BIANI Dopo la scossa del voto all Europa spetta il compito di invertire la rotta e chiamare la Turchia a far parte dell Unione L ANALISI Tonino Perna pagina 15 VIAGGIO IN ITALIA Putin dal papa per Ucraina e Siria Simone Pieranni O ggi Putin sarà in Italia. Incontrerà il papa, con cui parlerà di Ucraina ribadendo quanto detto anche alla stampa mainstream rispetto alle reazioni russe alle provocazioni della Nato. Altri temi in discussione saranno la Siria e i cristiani in medio oriente. Poi il presidente russo vedrà Renzi, all Expo di Milano e Mattarella a Roma. Nella sua intervista al Corriere della Sera a inizio settimana Putin ha detto una cosa importante: provate a mettere sul vostro giornale la mappa del mondo, indicando tutte le basi Usa. Poi, se volete, parliamo di chi ha intenti imperialistici e chi invece - semplicemente - reagisce a provocazioni. CONTINUA PAGINA 9 FESTIVAL LETTERATURE DI ROMA Intervista a McLiam Wilson l autore di «Eureka Street» GUIDO CALDIRON l PAGINA 10 AL CINEMA Afrobeat e rivoluzione, la scoperta di Fela Kuti MARCO BOCCITTO l PAGINA 12

2 pagina 2 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 CLOACA MASSIMA Mafia Il sindaco Marino: «Dimettermi? Sarebbe il mondo al contrario. Io ostacolato da una parte del Pd romano, quella che si riconosce nei capibastone» Giulio Cesare nella mangia Arresti anche per il restauro dell aula dove si riunisce il consiglio comunale Coinvolto dalle telefonate di Buzzi, si dimette (ma nega tutto) il capogruppo del Pd alla regione Lazio, Vincenzi Andrea Colombo A ltre cinque persone finiscono in manette per la corruzione a Roma. I pesci grossi sono l imprenditore Fabrizio Amore e il direttore dell Area Tecnica Territoriale Maurizio Anastasi. Amiconi e secondo gli inquirenti sodali. Il primo, secondo l inchiesta, partecipava alle gare d appalto, inclusa quella succulenta per il restauro dell aula Giulio Cesare in cui si riunisce il consiglio comunale, con diverse società. Il secondo garantiva che ad assicurarsi le commesse fossero solo e sempre le società del protetto. L imprenditore, peraltro, di contatti in Campidoglio doveva averne parecchi, e le sue attività erano ramificate. Affittava al Comune due immobili per le emergenze abitative: 2500 euro per ogni miniappartamento. Si sa che le emergenze costano care. La giornata registra un altra vittima, che però si professa innocente pur rassegnando le dimissioni. E il capogruppo del Pd nel consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi. In una delle tante registrazioni, Buzzi ne parlava come dell uomo che si era dato da fare per convogliare sul comune di Ostia 600mila euro. «Affermazioni destituite di ogni fondamento. Mai approvati dal consiglio regionale miei emendamenti per elargire fondi a Ostia e Buzzi lo ho incontrato giusto due volte». E in quelle occasioni l ex detenuto avrebbe effettivamente chiesto un intervento per far arrivare a Ostia quei soldi, salvo essere mandato a stendere: «Non ho dato alcun seguito». La regione conferma: «Mai destinati i fondi 2014 di cui si parla nell inchiesta». Vincenzi lascia la carica di capogruppo «nell interesse del Pd», che sostiene e ringrazia. L ex capogruppo si riserva di procedere ad azione legale contro Buzzi, e non è il solo. Diluviano smentite, indignazione e procedure legali da parte di due ancor più eccellenti nomi citati da Buzzi: l imperatore della spazzatura romana, già patron della discarica di Malagrotta Manlio Cerroni e l ex prefetto Giuseppe Pecoraro. Secondo il presidente della «29 Giugno», doverosamente intercettato e registrato, il primo avrebbe passato al secondo un milioncino per garantire l egemonia di Malagrotta sulle discariche romane. Immediata la denuncia del prefetto, corredata da smentita: «Io Cerroni lo ho sempre contrastato». S infuria, s indigna e considera le vie legali anche il chiacchieratissimo imperatore della spazzatura romana. Il problema è che raccapezzarsi nel diluvio di intercettazioni sulle quali si basa questa inchiesta è impossibile. Come un fiume in piena, la straordinaria mole di chiacchierate registrate un po ovunque porta con sé di tutto. Informazioni preziose, ma anche millanterie, pareri spacciati per certezze, ipotesi che vengono rilanciate e amplificate dai titoloni e diventano fatti. Buzzi nega tutto. Finanziava i politici, questo sì, e lavorava a spettro amplissimo, ma sempre alla luce del sole. E in effetti quei soldi prestati a un Pd in crisi di liquidità che per un po hanno tenuto banco, erano solo quello che sembravano: un prestito pattuito alla luce del sole. Le stesse motivazioni della sentenza con cui, il 10 aprile scorso, la Cassazione ha respinto i ricorsi di parecchi imputati legittimando così l accusa di associazione mafiosa, chiariscono al momento ben poco. «Emerge un associazione di stampo mafioso», scrivono i togati: «Anche i rapporti politici sono intimidazione». In questa giungla di parole spesso ma non sempre in libertà, spesso ma non sempre vere, non può che diffondersi a macchia d olio una sensazione di incertezza e minaccia incombente, come la possibilità, di cui si parla peraltro sin dal primo momento, nel novembre scorso, che l ondata di melma arrivi a toccare la Regione Lazio, sinora solo lambita. Nell impossibilità di orientarsi con qualche precisione, la sola certezza, quella davvero indiscutibile, è che a Roma la corruzione fosse ovunque. La stessa decisione se commissariare o meno la Capitale, sulla quale inevitabilmente gravano considerazioni non strettamente legali, rischia così di aprire spazi immensi alle forze politiche che mirano a sfruttare la ghiotta occasione per sferrare il colpo di maglio. Il sindaco Ignazio Marino conferma di non avere alcuna intenzione di andarsene, «sarebbe il mondo al contrario». La decisione del Pd di blindarlo è giustificabile, anche se lo stesso sindaco dice, nemmeno troppo fra le righe, intervistato da La 7, che nel partito il marcio c era eccome: «Mentre dal Pd nazionale ho avuto un grande aiuto, ho avuto un ostacolo chiaro che derivava da una parte del Pd romano, quella che non si riconosce nelle persone perbene ma in quelli che io chiamavo in modo dispregiativo capibastone. Con la giunta Marino i capibastone non hanno toccato palla». CIRCOLO PD Imprevisti alla regione Lazio: salta l incontro con Orfini, militanti delusi Hanno aspettato, i militanti del Pd, ma invano. Si erano presentati al circolo romano di San Lorenzo per la presentazione del libro di Giovanni Moro «Contro il non profit». «Un occasione per riflettere sulle vicende che stanno tuttora interessando la nostra città e che hanno posto in evidenza il legame troppo spesso poco trasparente tra amministrazione pubblica e mondo del non profit, fino ad arrivare a vicende perverse come quella di Mafia Capitale», spiegava l altro giorno Teresa Petrangolini, consigliere regionale dem del Lazio. Attesi al circolo del Pd Rita Visini, assessora regionale alle politiche sociali, Francesca Danese, assessora capitolina al welfare, e il presidente del partito e commissario romano, Matteo Orfini. «Sarà anche un occasione per riflettere sulle regole e sulle modalità corrette per valorizzare l enorme patrimonio che viene dall associazionismo, dalla cittadinanza attiva e dal mondo cooperativo, evitando scorciatoie pericolose», proseguiva Petrangolini. Ma l incontro è saltato proprio per l inchiesta Mafia Capitale, per una riunione urgente del gruppo regionale del Pd, il cui presidente Marco Vincenzi ieri si è dimesso. Delusi i militanti arrivati al circolo: «E un grave errore, si dà un segnale di debolezza»; «un messaggio sbagliato», i commenti. Per la presentazione del libro bisognerà aspettare il 18 luglio, l incontro si svolgerà alla festa cittadina dell Unità. Campidoglio/ MANIFESTANO M5S, CASAPOUND, FDI E NCD Nominati i nuovi consiglieri nel palazzo blindato. In piazza proteste e caos ROMA S triscioni, cori, «te ne vai o no, te ne vai sì o no», spintoni, urla e insulti. Qualcuno si sente male per il caldo. Nel palazzo Senatorio, blindato, si vota la surroga dei consiglieri comunali arrestati. Fuori, in piazza del Campidoglio, manifesta il Movimento 5 Stelle, ma c è anche Casapound, ci sono esponenti di Fratelli d Italia, i comitati Noi con Salvini e una delegazione di Ncd. Tutti chiedono le dimissioni del sindaco. E in piazza protestano i dipendenti della Multiservizi. Le transenne e le forze dell ordine in tenuta antisommossa tengono risolutamente tutti a distanza, anche consiglieri, dipendenti comunali e cronisti restano fuori, respinti dal blocco. Il sindaco Ignazio Marino è in aula, e anche lì i 5 Stelle (quelli entrati perché altri rimangono fuori, in piazza o sulla scalinata fin dove qualcuno riesce a spingersi, ci sono consiglieri comunali ma anche regionali e parlamentari) lo contestano. Hanno cartelli con scritto «onestà» (uno finisce pure sulla statua di Giulio Cesare che domina l aula) e «onestà» scandiscono nella seduta lampo sui nuovi consiglieri tra urla e applausi, mentre Marino sorride, manda baci, alza le braccia e fa il segno della vittoria in risposta ai contestatori. I quattro arrestati di Mafia Capitale sono Mirko Coratti e Pierpaolo Pedetti del Pd, Massimo Caprari del Centro democratico, Giordano Tredicine, Pdl. Le loro funzioni verranno esercitate pro tempore dai primi dei non eletti: Liliana Mannocchi e Cecilia Fannunza (Pd), Daniele Parrucci (Cd) e Alessandro Cochi (Pdl), che però non è in aula, non è riuscito a arrivare in tempo, rimasto bloccato nel caos della piazza. La protesta va avanti anche a distanza: #occupycampidoglio è l hashtag lanciato da Beppe Grillo. Per il leader dei 5 Stelle «il comune di Roma va resettato, i legami con la mafia recisi il Campidoglio disinfestato». Il grillno Alessandro Di Battista incalza: «Prima che questo comune venga sciolto per mafia mettendo la capitale in una situazione drammatica meglio che Marino si dimetta». Più brutale il deputato Danilo Toninelli: «Lo scandalo mafioso si allarga e tocca i vertici del Pd in regione. Orfini, Zingaretti e Marino se ne vadano in fretta se non vogliono essere cacciati a calci dai cittadini onesti»». Al commissario del Pd romano, Matteo Orfini, il compito di rispondere a chi chiede le dimissioni del sindaco, ripetendo quando già detto al Nazareno nel giorno dell esplosione di Mafia Capitale 2: «Buzzi e i suoi sodali parlavano di Marino come di un nemico, auspicando addirittura che i loro amici lo facessero cadere. Non stupisce che quotidianamente le destre protagoniste della vergognosa gestione Alemanno alimentino una indegna gazzarra per nascondere le proprie immense responsabilità. Non stupisce nemmeno che un partito il cui padrone ha dichiarato che la mafia non esiste chieda ripetutamente quello che chiedeva Buzzi, la cacciata di un sindaco che sta ripulendo la città. E il deputato dem Emanuele Fiano twitta: «#CasaPound a #Roma tenta l assalto al Campidoglio con i 5Stelle. #Sorial 5S da #Sky invita tutti a raggiungerli. Neofascismo in diretta». Prova a tenere i nervi saldi il capogruppo Pd in Campidoglio, Fabrizio Campidoglio. Che difende Marino e lamenta una cattiva gestione della piazza, ma riconosce: «Se qualcuno mi chiedesse se adesso voterei il Pd, probabilmente anche io da cittadino avrei qualche dubbio».

3 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 3 CLOACA MASSIMA Capitale «La fortuna del "mondo mezzo" inizia con la gestione commissariale delle emergenze. Non tutti hanno "munto la mucca", noi eravamo l ostacolo» toia SI DIMETTE LETTA: HO FATTO QUELLO CHE HO PROMESSO Enrico Letta si è dimesso da parlamentare. Lo ha annunciato lui stesso ieri sera alla trasmissione Ballarò, su La7. «Ho fatto quello che avevo promesso», ha spiegato l ex presidente del consiglio. Ma lo ha fatto in anticipo rispetto a quanto non avesse annunciato lui stesso ad aprile quando aveva rivelato che dall autunno avrebbe guidato la prestigiosa scuola di affari internazionali dell università di Parigi, la Science Po. Da lì, dopo un anno di silenzio, fra Letta e Renzi la polemica è stata diretta e ruvida. Sulla legge elettorale, che Letta non ha votato, sulle riforme, soprattutto sulle politiche per i migranti e sulla chiusura dell operazione Mare Nostrum. Lunedì sera in direzione Renzi è tornato sull episodio tuttora oscuro della defenestrazione del suo predecessore da parte della direzione del Pd (con l astensione di Fassina e il no dei civatiani). «Si sta dimostrando che la legislatura ha un senso», ha detto Renzi, «Io sono qui perché chi guidava allora il governo sosteneva un orizzonte di legislatura di due anni. Se avessimo insistito con quel percorso non so se al G7 ci sarebbe stato uno del Pd». Una frase rivelatrice: i parlamentari del Pd non vollero la fine anticipata della legislatura, anche convinti che gli italiani li avrebbero puniti. MOVIMENTI PER LA CASA Parla Andrea Alzetta, ex consigliere comunale tirato in ballo dalle intercettazioni «Occupazioni, l antidoto ai Buzzi» Eleonora Martini S econdo un certo scenario, costruito a partire da alcune intercettazioni dei Ros, alla cricca di Salvatore Buzzi avrebbero fatto comodo le occupazioni dei movimenti per il diritto all abitare. Tanto che, stando alla ricostruzione degli inquirenti, il presidente della coop 29 giugno e i suoi sodali si riproponevano nel luglio 2014 di contattare Andrea Alzetta, ex consigliere comunale di Action, per convincerlo a non cedere all imminente sgombero dello stabile di via Tuscolana. «Che qualcuno pensasse di speculare sui residence sicuramente sarà vero ma quello a cui si riferisce l informativa dei Ros è un edificio occupato e non un residence, perciò non produce alcun profitto per nessuno, perché non vi è alcun finanziamento su cui puntare», smentisce Alzetta. Che si riserva di querelare certi giornali «che capovolgono la realtà e gettano fango sulle vere vittime ROMA F inirà con un forte ridimensionamento del codice antimafia, approvato con grandi suoni di trombe lo scorso autunno, o almeno con l introduzione di una sua «interpretazione autentica», se non direttamente con la sua cancellazione, che però coprirebbe il partito democratico di ulteriore ridicolo e sarebbe un altro bel regalo al- Movimento Cinque Stelle. Ieri pomeriggio è andato in scena il primo round della guerra (di nervi e non solo) contro la presidente della commissione Rosy Bindi. La riunione dei commissari del Pd è servita a provare a lavare in casa i panni sporchi. Il renzianissimo Ernesto Carbone, che nei giorni della «lista degli impresentabili» è stato duro e molto sopra le righe (aveva twittato: «Bindi sta violando la Costituzione, allucinante che si pieghi la commissione antimafia a vendette interne di corrente partitica») ieri è tornato alla carica. La curva renziana, di cui è una prima fila, sostiene che la lista dei cosiddetti impresentabili «ha danneggiato il partito». Ma il fronte non è compatto. Alla vigilia del voto il capogruppo dem in comissione, Franco Mirabelli, aveva solidarizzato con Bindi. E più tardi Alessandro Naccarato, anche lui in maggioranza nel Pd ma di rito turco, aveva persino voluto associarsi alla presidente quando Vincenzo De Luca le aveva annunciato querela. «Una cosa del tutto fuori luogo» aveva detto, Bindi «si è limitata a fare una cosa normalissima: ha posto una questione che tutti sapevano e facevano finta di ignorare, quella della applicazione della legge Severino». Oggi il nuovo match, con un altro round interno prima della seduta plenaria convocata per la sera. All ordine del giorno ci sono le comunicazioni della presidente. Che rischia anche un voto di sfiducia. Nel Pd lo scontro sulla «black list» è ancora forte. Lo si è visto alla riunione della direzione, dove De Luca è intervenuto fra gli applausi, come una star. Mentre il presidente Orfini twittava: «Il codice non prevede liste di proscrizione. Che sono l unica cosa indegna di questa vicenda». Al netto delle botte da orbi fra renziani e minoranze, il nodo starebbe proprio nel codice: che lascia ampi margini di interpretazione all operato della presidente. Forse troppo ampi. All art. 4 infatti recita: «La Commissione parlamentare di inchiesta, nell ambito dei poteri ad essa conferiti e dei compiti previsti dalla legge istitutiva, verifica che la composizione delle liste elettorali presentate dai di un sistema criminale che ha sottratto risorse al welfare, sovrapponendo l illegalità delle occupazioni per bisogno e necessità all illegalità di Mafia capitale». Lei conosceva Buzzi. È mai venuto a parlarle di occupazioni? Non solo lo conoscevo, ma da consigliere comunale ho difeso e aiutato la coop 29 giugno, come quelle che si occupano di soggetti svantaggiati, quando all inizio della consiliatura l allora sindaco Alemanno voleva sostituirli con le cooperative della sua area. In altri casi invece mi scontrai ferocemente con Buzzi, come quando si mise insieme all Aiab e a Integra, cooperativa vicina a Fabio Rampelli, per vincere l appalto per la Città dell altra economia. Ma io sono forse uno dei pochi che da Buzzi non ha avuto un euro per la campagna elettorale. Buzzi però effettivamente venne a parlarmi, quando girava voce che lo stabile di via Tuscolana sarebbe stato sgomberato, Antimafia/ DAI RENZIANI GUERRA DI LOGORAMENTO: HA SBAGLIATO Pd, processo a Bindi (e alla minoranza) Ma nessuno osa chiedere le dimissioni partiti, dalle formazioni politiche, dai movimenti e dalle liste civiche che aderiscono al presente codice di autoregolamentazione corrisponda alle prescrizioni del codice stesso». Margini di interpretabilità, nei modi e nei tempi, che però non avevano suscitato nessun dubbio nei combattivi garantisti di questi giorni. Che adesso vorrebbero correre ai ripari, con il rischio però di infilarsi in un ginepraio. «Penso che sia sbagliato l uso che è stato fatto del codice di autoregolamentazione», spiega Mirabelli, «e quindi va valutato se e come la commissione antimafia deve intervenire sulla valutazione delle liste prima delle elezioni. Sicuramente non va ripetuta l esperienza di queste settimane». L argomento può rivelarsi un boomerag alla vigilia del decreto governativo su De Luca e nei giorni in cui il Pd di Roma si scopre sempre più prigioniero della rete di Mafia Capitale. Per questo nessuno, a quanto si capisce, arriverà a chiedere le dimissioni di Bindi. «Il tema non è stato posto», riferisce Mirabelli, per ora «la discussione è stata positiva», giura Naccarato. E si capisce: il Pd non può sostenere troppi fronti di fuoco contemporaneamente. Tanto più con i numeri ballerini al senato, che ieri hanno già fatto andare sotto il governo in commissione sul ddl scuola. L uscita più indolore dalla polemica sarebbe un aggiustatina al codice. Mirabelli ne è certo: «Non è lo strumento adatto. Ma su questo punto discuteremo». La verifica delle candidature dunque verrà effettuata a elezioni avvenute. Ai cittadini verrà spiegato chi hanno eventualmente votato. E ormai eletto. d.p. dicendomi che lo avevano incaricato di occuparsi dell assistenza alloggiativa delle famiglie sotto sgombero, ma io gli risposi che non ci sarebbe stato alcuno sgombero perché avevamo un accordo che ci permetteva di restare. Un accordo con chi? Quell edificio fa parte della trattativa pubblica e trasparente tra movimenti, comune e Regione Lazio per realizzare uno studentato in collaborazione con l Università La Sapienza. Non un residence. Sia chiaro che nelle occupazioni il proprietario non viene mai risarcito, se non in sede legale. In un solo caso, negli stabili requisiti da Sandro Medici, si costituì un piccolo fondo risarcitorio ma pagato dagli stessi inquilini Un "rimborso" che va dai 150 ai 250 euro al mese, per appartamenti affittati di solito anche a mille euro. Ma secondo la ricostruzione degli inquirenti le occupazioni erano perfino funzionali a chi speculava sull emergenza abitativa. D altronde con la debacle del mercato immobiliare tanti stabili rimangono vuoti e a qualche costruttore può far comodo il "risarcimento". Abbiamo denunciato tante volte le cosiddette occupazioni bianche ma erano redditizie durante il boom economico degli anni 60, non ora che i costruttori non pagano nemmeno l Imu sugli stabili invenduti. Se così fosse, non ci denuncerebbero ogni volta. Altra storia sono i residence, ma non ci riguardano. Semmai, come nel caso di via Castrense, lo stabile occupato è stato trasformato in Centro di assistenza domiciliare temporanea, attraverso un contrattazione con il comune e con un minimo rimborso per il proprietario Vaselli. Ma Action ha sempre sostenuto che la via d uscita alla mancanza di alloggi popolari sta nell acquisto al prezzo di costo da parte del comune dei fabbricati invenduti e dei palazzi occupati. Sarebbe «Sovrapporre la nostra illegalità a quella di Mafia capitale infanga le vere vittime» P arte oggi da Reggio Calabria la Carovana Internazionale Antimafie promossa da Arci, Libera, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl e Uil. Tema di quest anno: «Le periferie al centro». La Carovana sarà infatti «nelle periferie dove forti sono le spinte all illegalità, per supportare le realtà positive che fanno quotidianamente resistenza». Coinvolti, nelle varie tappe, magistrati, sindaci, operatori sociali, cittadini. La partenza è prevista subito dopo la conferenza stampa di presentazione a Reggio Calabria, con il sindaco Giuseppe Falcomatà. Il viaggio proseguirà per tutto giugno, attraversando Calabria, Basilicata, Campania, Lazio, Umbria, Marche, Emilia Romagna, Toscana, per anche un modo per risarcire la città ferita dalla speculazione immobiliare. Perché siete sempre stati contrari al "buono casa" che invece l attuale assessora Danese vorrebbe estendere il più possibile considerandolo un efficace strumento e un buon antidoto a pericoli del genere? Per due motivi: perché il meccanismo di rimborso del canone d affitto funziona talmente male che spesso le famiglie vanno sotto sfratto per morosità perché non ottengono i soldi dal comune, e perché gli stessi proprietari non si fidano e dunque non danno in locazione le abitazioni con il buono casa. Lei è stato il primo eletto che per effetto della legge Severino, quando ottenne il secondo mandato da consigliere, non ha potuto rivestire la carica... Appunto. Ho centinaia di accuse penali a causa delle mie lotte, mi hanno accusato di tutti i reati, ma nessuno ha mai nemmeno ipotizzato che io abbia intascato un euro. I movimenti romani si divisero molto quando Action decise di candidarla, con una parte che preferiva non sporcarsi le mani rimanendo fuori dalle amministrazioni. Col senno di poi, non sarebbe stato meglio sottrarsi al calderone che vorrebbe tutti nella stessa mangiatoia? No. È esattamente quello che qualcuno vorrebbe far credere, che tutti abbiano "munto la mucca". Ma Buzzi ha cominciato a fare soldi con la gestione commissariale. E mica lo abbiamo chiesto noi il piano straordinario per i rom che è costato 30 milioni di euro e che non era di competenza del consiglio comunale ma della prefettura. Io come tutti i consiglieri non sono mai riuscito nemmeno a vedere i bilanci, per capire come erano stati spesi quei soldi. Dunque non si rimprovera niente, anche oggi ripercorrerebbe la stessa strada? Sì, penso sia ancora l unico terreno possibile, e ce lo dimostrano Podemos, Syriza o lo Sinn Fein. L unico strumento di cambiamento e io mi auguro che la Coalizione sociale vada in questa direzione. La scommessa è di trasformare le elaborazioni sociali del territorio in una proposta politica con ambizioni elettorali per un nuovo modello di società. È un tema che si pone anche con una certa urgenza: dappertutto ci sono movimenti che si accollano la responsabilità di costruire una prospettiva politica, solo in Italia siamo fermi alla litigiosità degli anni 70. Col risultato di una frammentazione totale. REGGIO CALABRIA Il viaggio dedicato quest anno alle periferie Parte oggi la Carovana antimafie concludere la prima parte a Bruxelles il 30 giugno e ripartire a settembre. A settembre e ottobre sarà nel resto d Italia e poi in Belgio, Spagna, Malta, Romania, Germania, Francia. Due le iniziative curate dal progetto internazionale Cartt (Campaign for Awareness Raising and Training to fight Trafficking): il campo a Rosarno dal 4 al 10 giugno e la tappa a Bruxelles. Alla Carovana partecipa il gruppo Parto delle Nuvole Pesanti, che presenterà il libro-cd «Terre di musica. Viaggio tra i beni confiscati alla mafia».

4 pagina 4 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 NON HA I NUMERI Scuola Cinque Stelle: «Una riforma da buttare». Sel: «L esecutivo discuta in parlamento». Epifani (Pd): «Qual è il significato delle aperture di Renzi?» Tonfo clamoroso di Renzi al Senato Piccole avvisaglie di un Vietnam parlamentare: governo bocciato sul parere di costituzionalità del Ddl Scuola. Il voto determinante di Mauro (Gal) rivela la debolezza del presidente del Consiglio e del Pd Roberto Ciccarelli N ella direzione Pd di lunedì sera si era mostrato sicuro, immotivatamente tronfio vista la china che hanno preso le cose. Matteo Renzi ha sostenuto di «avere i numeri in Senato. Se vogliamo approvare la riforma della scuola così com'è lo facciamo domani mattina, anche a costo di spaccare il Pd. Ma è importante discutere». Spacconate. Ieri il governo è andato sotto sul parere di costituzionalità sul Ddl scuola. In commissione Affari Costituzionali al Senato è finita 10 a 10. Il Pd le ha provate tutte. Ha fatto votare Anna Finocchiaro che, in quanto presidente di commissione, per prassi non dovrebbe farlo. Invece il provvedimento non è passato per il voto determinante di Mario Mauro di Gal, fresco di cambio casacca dalla maggioranza alla terra di mezzo centrista all'opposizione. E ha voluto così dare una sonora smentita alle sicurezze di Renzi: «La riforma è scritta male dal punto di vista costituzionale» ha detto. È l'anticipazione di quanto potrebbe accadere, in commissione Istruzione dove il Pd potrebbe non avere la maggioranza. Le sorprese verranno dalla palude centrista. I dissidenti Dem Tocci e Mineo potrebbero votargli contro. Si resta in attesa di capire il reale contenuto delle «aperture» alla minoranza Pd ipotizzate da Renzi.Sul punto, Guglielmo Epifani, ex segretario Pd e Cgil, è stato tranchant: «Che cosa voglia dire di preciso questa apertura, come si cambiano in pratica le norme sulla scuola, resta del tutto impregiudicato. Se a furia di fare le riforme perdi parti importanti del tuo elettorato e rompi il rapporto con milioni di cittadini è chiaro che il problema non è più se fare le riforme, ma capire se le riforme si fanno nella direzione giusta». Nell ultima settimana Renzi ha adottato la tecnica dello struzzo sulla scuola. Si è mostrato «dialogante», ora vuole passare i prossimi 15 giorni a discutere la riforma «nei circoli Pd». Pensa così di recuperare credito ribadendo la bontà del suo Ddl, ha detto un ironico Alfredo D Attorre.Invece, più il tempo passa, più la situazione peggiora per Renzi. Nella società, come in parlamento dove ieri i senatori alfaniani non erano presenti al voto in commissione. Nel caso di Quagliarello, Augello e Torrisi la richiesta è di rivedere l'italicum. Il messaggio però è chiaro: sono iniziate le grandi manovre, la scuola è il fianco debolissimo dell'ex partitone del 41 per cento. Si sente l'odore del sangue, il Vietnam di cui ha parlato il capogruppo di Forza Italia Brunetta è iniziato. Altro effetto: è slittato ad oggi il parere sul Ddl scuola da parte della commissione Bilancio al Senato, propedeutico all'inizio del voto per le modifiche in commissione Istruzione. «È ora che il governo si decida a discutere le sue scelte e a correggere i suoi errori in un democratico confronto con il parlamento» sostiene Loredana De Petris, presidente del gruppo misto-sel al Senato. Può darsi che siano fuochi fatui. Per il presidente della VII commissione Marcucci «non c'è alcuna battuta di arresto». Nei fatti qualcosa non funziona se lo stesso Marcucci ammette: «Impossibile sapere quali saranno le modifiche che arriveranno». La richiesta di stralciare l'assunzione dei precari dal Ddl è stata rifiutata. Il loro destino è in ostaggio del Ddl. L'ipotesi è estendere le assunzioni ai precari di seconda fascia. L'emendamento è dei relatori Puglisi (Pd) e Conte (Ap) e raccoglierebbe una delle richieste delle minoranze Pd avanzate da Miguel Gotor. Sono accorgimenti che non affrontano i problemi di fondo. «Il governo si riscrive il testo da solo sostengono i parlamentari dei Cinque Stelle ora vediamo se Renzi farà finta di non sentire nemmeno il clamoroso tonfo della sua maggioranza in Senato. L'unica parte da preservare è quella delle assunzioni. Il resto va gettato nel cestino». Il governo continuerà invece sulla sua strada. Imperterrito. Non vuole cedere nulla sul ruolo del superpreside. Fin ora le ipotesi di emendamento circolate non eliminano il potere monocratico attribuitogli dal Ddl e contestato dal mondo della scuola. In più sembra esclusa la modifica dell'altro pilastro ideologico della riforma: le scuole paritarie. A luglio il Ddl tornerà alla Camera. Spostando tutto in estate, il Pd spera di sfiancare l'opposizione straordinariamente vigorosa ed efficace, come si vede dal successo dello sciopero degli scrutini. Renzi teme la scuola, un avversario impensabile ai suoi occhi. E molto coriaceo. Non bisogna trascurare un altro elemento. Il Ddl scuola doveva essere approvato da entrambe le camere a fine aprile. Il «cronoprogramma» renziano porta almeno due mesi di ritardo. La riforma sulla quale Renzi ha messo la faccia è stata presentata dieci mesi fa, il 3 settembre Da allora l'esecutivo ha perso tempo, in più è stato sonoramente battuto dalla consultazione online eterodiretta sull'abolizione degli scatti stipendiali di anzianità (il 60% ha detto no a favore di un «sistema misto»). Con la consultazione dei circoli Pd Renzi si è inventato un altro sistema grottesco per logorarsi. Sta di fatto che non parlerà con i docenti, gli odiati sindacati o con il parlamento. Un altro errore in una vicenda che non ha saputo gestire sin dall inizio. Università/ QUINTA INDAGINE ANNUALE DELL ADI SULLA RICERCA IN ITALIA Giovani, sfruttati, senza carriera Ecco chi sono i dottorandi N on sono docenti, ma fanno lezione. Non sono lavoratori, ma le università li tassano, indipendentemente dalla capacità economica delle loro famiglie. Non sono studenti, perché hanno già una (o più) lauree, senza contare eventuali master o altre esperienze di lavoro. Sono i dottorandi di ricerca, svolgono una delle attività di ricerca più bella che ci possa essere: quella di base, nel momento in cui l intelligenza è più viva, come la curiosità di scoprire il mondo della propria disciplina, e quello che esiste al di fuori dei confini, all estero. Lo scempio dell università italiana si ha ridotti ad un silente proletariato dove per fare il proprio lavoro bisogna pagare. E il reddito che comunque si guadagna - perché la ricerca è un lavoro - è tra i più bassi in Europa. Questo, in sintesi, è il ritratto fornito dalla quinta indagine annuale dell associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi) che è stata presentata ieri alla Camera dei Deputati. Alcune cifre possono rendere l idea: il numero dei posti di dottorato banditi annualmente a livello nazionale è diminuito del 25% per effetto del decreto ministeriale 45 del 2013 e della nota ministeriale 436/2014. Una realtà sulla quale si abbatterà il Jobs Act annunciato da Renzi per i ricercatori precari in autunno. Dalla riforma Gelmini dell0università ad oggi, il nostro paese ha deciso di restringere al massimo il numero di chi inizia a lavorare da ricercatore in Italia. La tendenza è chiara dal 2012 quando l Italia era il quinto paese europeo per numero di dottorandi (34.629), distaccata enormemente dagli altri paesi industrializzati simili dal punto di vista demografico: la Francia, al terzo posto, aveva più del doppio dei dottorandi italiani (70.581); il Regno Unito quasi il triplo (94.494);la Germania In pochi anni l Italia è precipitata al terzultimo posto nell Eurozona. Oggi la situazione è addirittura peggiorata, Senza un immediata inversione di tendenza, nel 2016 la situazione diventerà insostenibile, in particolare negli atenei del Sud. Al momento esiste una forte sperequazione tra atenei del Nord e del Sud: per il XXX ciclo nazionale del dottorato, infatti, 10 università (in 8 città) garantiscono il 44% dei posti a disposizione, mentre 7 regioni (una sola nel Sud) coprono il 74,5% delle posizioni bandite. Molti di questi dottorandi non hanno una borsa di studio. Lavorano gratis. Anzi, devono pagare. A questo scandalo, unico in Europa, si aggiunge l aumento della tassazione fissa. Nel passaggio dell ultimo ciclo, avverte l Adi, la percentuale degli atenei che opperano una tassazione sui dottorandi senza borsa parametrata sull Isee si è ridotta dal 60% al 53%, In altri 10 atenei la tassazione minima è aumentata, mentre si è ridotta la massima. In questo periodo, gli atenei che hanno aumentato la tassazione per chi non ha un reddito da lavoro di ricerca, sono saliti da 9 a 15. Siamo già oltre il lavoro gratis, come per l Expo. Lo stato italiano si fa pagare da chi studia e produce ricerca. Soprattuto al Sud. Allo stesso tempo non riconosce lo «status» giuridico del dottorando come lavoratore, al contrario di quanto accade negli altri paesi. «C è una concentrazione e polarizzazione delle risorse che esclude le aree deboli e penalizza il Sud - afferma Antonio Bonatesta, segretario Adi - Il sistema accademico, privo di risorse e sotto organico, si rivolge ai dottorandi per le attività accademiche. Lo sfruttamento del loro lavoro è chiaro. Bisogna riconoscere il diritto al reddito e di maggiori tutele sociali» ro. ci.

5 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 5 NON HA I NUMERI Movimento Un duro colpo a Renzi e alla sua visione della società: solo il 38% di chi sta aderendo allo sciopero è iscritto ai sindacati GIANNINI, RENZI E BOSCHI ALLA CAMERA FOTO LAPRESSE GLI ULTIMI «SI DICE» SULLE MODIFICHE AL DDL SCUOLA La settima Commissione Istruzione al Senato continuerà a lavorare su queste proposte di emendamento al testo: si dovrebbe intervenire sulla valutazione del preside. Tra i parametri che lo renderanno «produttivo» sarà contemplato il «successo formativo» degli studenti e il modo in cui farà lavorare il corpo docenti. I relatori del Ddl al Senato, Puglisi (Pd) e Conte (Ap) pensano di eliminare, per le scuole superiori, i rappresentanti degli studenti e dei genitori dal comitato per la valutazione dei docenti. Quello che decide sull aumento degli stipendi al 5% dei docenti «meritevoli». Si pensa di affiancare il collegio docenti e il consiglio d'istituto al «super-preside». Sugli «albi territoriali»: limitarli ai docenti dal secondo anno in poi. Confermata l idea di limitare gli incarichi triennali dei presidi per tre anni, rinnovabili per altri tre. Poi cambierà scuola. SCIOPERO In Lombardia, Lazio, Emilia Romagna i docenti aderiscono al 90% Expo non fa rima con i diritti B isogna urgentemente rompere quella insopportabile cappa di conformi- punta sul contratto di apprendistato, ma Luciano Muhlbauer zio e nel tempo. Anche in questo caso si smo e ipocrisia che impedisce ogni il tutto appare terribilmente strumentale con l aggiunta di un pizzico di dumping sul serio dibattito pubblico su come l evento Expo tratta, o meglio, maltratta i diritti dei lavoratori. E non mi riferisco soltanto alla vicenda dei controlli preventivi di polizia che decidono chi può e chi non può lavorare sul sito, poiché questo è semplicemente l ultimo caso di una lunga serie, che nel suo insieme esplicita una visione del mondo del lavoro tutto low cost e senza diritti. Il Governo ha presentato Expo come un «fiore all occhiello del nostro paese», come una finestra sul futuro dell Italia. E quindi non è solo lecito, ma e finalizzato unicamente ad abbassare i livelli salariali. Ma si va anche oltre, permettendo l uso degli stage, a 516 euro al mese, e soprattutto ricorrendo massicciamente al lavoro gratuito. Beninteso, il Protocollo parla di «volontariato», ma il fatto che non si dumping, cioè l «apprendistato in somministrazione». Abbiamo citato questi due accordi non perché siano gli unici fatti di rilievo, ma perché fissano nero su bianco la logica con la quale Expo guarda al lavoro. Carta canta, come si suol dire, e questa vale anche per il sindacato confederale, che per convinzione o per debolezza si è ritagliato il ruolo poco esaltante del limitatore dei danni. Se queste sono le premesse è evidente che non dobbiamo meravigliarci che i lavoratori della Scala siano persino doveroso interrogarci stati sottoposti a un ignobile sull idea di futuro che ci viene proposto. Cominciamo dall inizio, cioè dal Protocollo del 23 luglio 2013, firmato da Expo 2015 S.p.A., società a totale controllo pubblico (Ministero, Comune, Regione, Provincia, Camera Commercio), e da Cgil, Cisl e Uil. Un accordo altamente significativo, poiché rappresenta essenzialmente un operazione di dumping sociale. Infatti, la tipologia contrattuale prevalente non è il normale contratto a termine, bensì un apprendistato dove gli obblighi formativi sono ridotti all osso, potendo essere assolti con la formazione «a distanza» e «on the job», e dove le qualifiche professionali appositamente introdotte, come quella di «Operatore di Grandi Eventi», assomigliano più a una foglia di fico che a una prospettiva professionale credibile. Insomma, citi nemmeno la legislazione in materia e che si regolamenti invece l attività dei volontari in un accordo sindacale la dice lunga sulla sua natura più che ambigua. Nel giugno 2014 arriva poi l Avviso comune, voluto da Regione Lombardia e firmato dalle associazioni padronali e dai sindacati confederali, che estende la possibilità di deroghe contrattuali nello spa- linciaggio mediatico o che sia stato messo in moto un sistema di controlli di polizia, come se fosse la cosa più normale del mondo, sebbene la violazione dei diritti costituzionali sia palese. Ovviamente, il low cost e l assenza di diritti vale solo per quelli in basso. Tutt altra musica suona per quelli in alto, dove sugli stipendi non si risparmia e dove essere indagati per evasione fiscale e appropriazione indebita non costituisce certo un impedimento per continuare a fare il Presidente di Expo 2015 S.p.A. Expo finirà, ma non necessariamente la sua visione del lavoro. Anzi, se questa ne uscirà indenne, senza contrasto significativo e persino senza dibattito pubblico, allora diventerà un modello da imitare e moltiplicare. È la posta in gioco e per questo non sono più ammissibili i troppi silenzi. Le ragioni della mobilitazione: contro il «preside-manager» e la chiamata diretta dei docenti Dal fronte degli scrutini L a marea del «No» alla riforma della mata in una comunità scuola del partito democratico si è iper-verticistica diretta alzata. I primi dati dell adesione allo sciopero unitario degli scrutini indetto va che non piace a nes- dal Miur. Una prospetti- da Flc-Cgil, Cisl e Uil scuola, Gilda e suno. Snals, e poi da Cobas, Unicobas, Usb, Il passaggio a vuoto Cub, attestano un gigantesco consenso del governo ieri in commissione affari costitu- dell opposizione contro Renzi. Nelle prime due giornate di sciopero in Emilia-Romagna e in Molise, e nella prima giornata stato bocciato un parezionali al Senato, dov è nel Lazio e in Lombardia, circa il 90% degli scrutini sono stati bloccati in maniera del Ddl, ha rinvigorito re di costituzionalità compatta. A Bologna, dove continua lo l opposizione negli istituti, studenti e tra i sin- sciopero della fame a staffetta tra docenti, studenti e genitori contro il Ddl, la dacati. «La scuola è il Flc-Cgil conferma l adesione allo sciopero in moltissime scuole secondarie di se- governo arretra - affer- primo tema sul quale il condo grado. Quasi tutti gli scrutini programmati sono stati rinviati. Piero Ber- (Unione degli studenti) ma Danilo Lampis nocchi dei Cobas prova a tratteggiare un -Auspichiamo che si primo bilancio: «Gli iscritti ai vari sindacati della scuola non superano il 38% - affer- Ddl, c è bisogno di uno continui a osteggiare il ma - e in questi giorni solo il 10% dei docenti ha collaborato, svolgendo gli scruticrazia per fermare l au- scatto di sincera demoni, all eutanasia della propria professione». Le ragioni di un eccedenza rispetto no». Quanto all «apertutoritarismo del gover- al personale scolastico sindacalizzato vengono spiegate così dal leader dei Cobas: discutere nei circoli Pd ra» di Renzi sul Ddl, da «La sciagurata prospettiva di un preside e non con la scuola e padrone che assume, licenzia, premia e sindacati, le reazioni sono ispirate al principio: punisce a suo insindacabile giudizio è il motivo prevalente dell attuale mobilitazione». Viene espressa anche una preocdrà da nessuna parte». «Faccia pure, non ancupazione rispetto alla degenerazione Di chiamata diretta dei della professionalità del dirigente scolastico: «La concessione dei super-poteri dito, i sindacati non ne CONTRO IL DDL SCUOLA A ROMA SOPRA FRANCESCA PUGLISI (PD) docenti, questo è il punstruggerebbe ogni collegialità negli istituti e un proficuo lavoro comune - conti- dal Pd non semplificano la situazione Andiente per fiaccare la protesta, Renzi sbatà». Le ipotesi di emendamenti proposte vogliono sentire parlare. «Se è un espenua Bernocchi - La nostra impressione zi. C è la possibilità che siano costretti a glia - afferma Domenico Pantaleo prevalente è che la maggioranza dei presidi non voglia questi super-poteri e ne tesi che demolirebbe i loro progetti sulle zioni dei precari e sul resto del Ddl si cambiare sede ogni tre o sei anni. Un ipo- (Flc-Cgil) - Stralci il decreto sulle assun- comprenda l inapplicabilità e la negativi- scuole dirette. La scuola verrebbe trasfor- prenda tempo per modificarlo radicalmente. Il testo è anche, per certi versi, incostituzionale». «Dubito che ci saranno grandi novità - sostiene Rino Di Meglio (Gilda) - Comunque se approvano la riforma ci daremo da fare per un referendum GRANDI EVENTI abrogativo e ci rivolgeremo alla corte costituzionale». Sorride, invece, Massimo Di Menna (Uil scuola), davanti «alla favola dell ascolto» raccontata da Renzi. «Le ragioni di questa protesta così diffusa sono assolutamente chiare, così come sono chiare le proposte di modifica radicale dell impianto. Questa "Buona scuola" è una storia nata male che rischia di concludersi peggio». Francesco Scrima (Cisl) chiede un nuovo confronto con il governo per affrontare le criticità del provvedimento. L Unicobas, che ha convocato presidi di protesta il 15, 16 e 17 giugno in Piazza delle 5 Lune, davanti al Senato, approfondisce gli elementi dell «incostituzionalità» riscontrate ieri anche in commissione: «C è una palese disparità di trattamento sulla titolarità d'istituto tra docenti e personale Ata - afferma il segretario Stefano d Errico - nonchè rispetto al diritto alla permanenza sul posto di lavoro fra docenti e resto del pubblico impiego». «Intervenire per legge su molti istituti economici, normativi e di stato giuridico, significa anche violare unilateralmente, contro ogni norma del diritto del lavoro, il contratto nazionale vigente e tutte le norme poste costituzionalmente a garanzia della funzione docente in ordine alla salvaguardia della libertà di insegnamento». Quanto al preside-manager, gli viene attribuita «una discrezionalità assoluta che ricorda quei sistemi totalitari che mettono i docenti al proprio servizio». ro. ci. LANDINI/COALIZIONE «Scalzone e Piperno non li conosco. Il genio di Firenze ci rispetti» Q uella di Renzi è «una mascalzonata politica pura», e così «quella del Corriere della sera» che ieri ha messo in prima pagina un corrosivo commento di Maria Teresa Meli sui «compagni di strada» che però sarebbe «meglio perdere» per strada appunto. Finisce così, per lo meno ci si augura che finisca, la polemica fra il segretario del Pd e quello della Fiom a proposito delle vecchie conoscenze di movimento che nello scorso week end hanno fatto capolino alla due giorni della Coalizione sociale. Garantista e noncurante nei confronti dei discutibili personaggi che affollano le liste del suo partito, e anche di quelli che frequentano da ospiti paganti le cene di finanziamento, il segretario del Pd se l è presa con due ex della sinistra extraparlamentare anni 70, Oreste Scalzone e Franco Piperno, che l Huffington Post ha riconosciuto fra i mille della platea dei Frentani. Gli appositi «cattivi maestri», vecchi fondatori di Potere operaio, sono una manna per Renzi in cerca di espedienti per liquidare l iniziativa di Landini. Che infatti per l occasione ribattezza in «coalizione asociale», con quel vezzo di storpiare i nomi in cui il caposcuola contemporaneo è Beppe Grillo. «Quello», dice Renzi all indirizzo delle sue sinistre interne, «non è neanche il vostro passato. Ma se qualcuno pensa che il proprio futuro sia con Landini, Piperno e Scalzone, auguri». Una «mascalzonata», è la replica di Landini, «Renzi deve imparare ad avere più rispetto delle persone». Però aggiunge: «Scalzone e Piperno non li conosco e non so quanti di quelli che erano lì li conoscano. Era un assemblea aperta e non cacciamo via nessuno». Quanto alla neanche tanto velata insinuazione di essere stato vicino ai due ai bei tempi, il leader Fiom la stronca sul nascere: «Io ho cominciato a lavorare nel 77 da apprendista saldatore, e già allora ho scioperato contro il terrorismo, non mi deve insegnare niente nessuno». Se fosse una obiezione seria andrebbe anche aggiunto, ad esempio, che Piperno, oggi professore di fisica della materia all università della Calabria, è stato assessore alla cultura del comune di Cosenza in una giunta a guida Ds. E che Scalzone è stato spesso ospite degli operai di Pomigliano d Arco in lotta senza alcuno scandalo. E che i due si sono sottoposti al week end della coalizione sociale da uomini liberi, quali sono, e osservatori politici, muti e in ascolto in mezzo a centinaia di giovani (ma anche no), certo forse inconsapevoli del fatto che il loro passato costituiva la portata perfetta per la cucina dei nemici di Landini. Il quale dal canto suo ieri ha fatto sapere che dopo l assemblea sono arrivate «centinaia di adesioni, vuol dire che nel paese c è una domanda di partecipazione e di richiesta di cambiare». E che se il leader Pd non ha trovato altro modo di confutare le sue proposte se non lo scherno e la denigrazione, vuol dire «che è preoccupato ed in difficoltà. Il genio di Firenze sia più umile e voli più basso, così dimostra di non essere capace di ascoltare: invece di creare beghe interne al Pd ascolti la società, perché non ascoltandola sta perdendo consensi. E in questo momento non ha maggioranza». d.p.

6 pagina 6 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 Anna Maria Merlo PARIGI L Europa non riesce a dare nessuna risposta comune alla tragedia dei rifugiati e così gli sbarchi MILIZIANI DAWN ANTIGOVERNATIVI NELLA REGIONE DI TRIPOLI FOTO XINHUA-LAPRESSE Chiara Cruciati L Isis procede vittorioso tra le macerie dello Stato libico. Dopo la conquista di Derna e Sirte, lungo la costa est, il califfato ha occupato venerdì la città di Harwa, a est di Sirte. Presi gli edifici governativi, simbolo dell unità che fu e del vuoto politico che attanaglia la Libia dall operazione anti-gheddafi ordita dalla Nato 4 anni fa. E ieri a cadere in mano agli islamisti è stata una centrale elettrica, poco fuori Sirte, che rifornisce il centro e l ovest del paese. I repentini punti segnati dal califfato negli ultimi giorni fanno da cassa di risonanza alla sconfitta della diplomazia delle Nazioni Unite e all incapacità di previsione di quella comunità internazionale che rimugina sul desiderato intervento esterno. Ieri l inviato Onu per la Libia, Bernardino Leon, è stato preso a schiaffi dal parlamento eletto, ovvero l autorità considerata dall Occidente l interlocutore privilegiato. Dopo la formazione di un secondo parlamento islamista a Tripoli, fu costretto lo scorso anno all esilio a Tobruk. L incontro tra i due parlamenti si sarebbe dovuto tenere oggi a Berlino. A fare da ombrello la quarta versione della bozza di accordo stilata da Leon, che dopo aver avvertito della crisi finanziaria in cui la Libia sta sprofondando sperava di raggiungere un intesa entro l inizio del mese sacro di Ramadan, il 17 giugno. La proposta Leon, consegnata lunedì alle parti, prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale, della durata di un anno, con un consiglio dei ministri guidato da un premier e due vice, un triumvirato rappresentativo delle fazioni avversarie; il riconoscimento di una sola Camera dei Rappresanti con potere legislativo; e la creazione di un Alto Consiglio di Stato (ovvero l attuale parlamento islamista di Tripoli) con poteri consultivi sia sul piano esecutivo che legislativo. Il braccio libico della Fratellanza Musulmana, parte dell operazione Fajr Libya che governa a Tripoli, ha accolto con favore la bozza di accordo: «Così si realizza un positivo miglioramento che va preso seriamente per porre fine alla divisione politica», ha REGIONE STRANIERA LIBIA L Isis conquista un altra città a est di Sirte insieme a una centrale elettrica Tobruk dice no al piano Onu Respinta la proposta di un governo di unità nazionale guidato da un triumvirato commentato il leader Sawan, del partito islamista Giustizia e Costruzione. A dire no è stato proprio Tobruk che ha vietato ai propri delegati di partire per la Germania: «La maggioranza dei deputati ha rigettato la bozza», ha detto da Tobruk il parlamentare Tareq al-jouroushi alla Reuters. Parlando con l Ap, il portavoce del team di negoziatori, Essa Abdel-Kaoum, ha aggiunto che il rifiuto è figlio della scelta di Leon «di piegarsi» alle richieste islamiste che con la bozza in questione avrebbero ottenuto più potere e, di conseguenza, maggiore controllo delle risorse energetiche, vere prede dei due parlamenti rivali. Così crolla il castello di carte dell Onu che fino a poche ore prima si diceva «ottimista»: «Abbiamo distribuito una nuova proposta aveva detto lunedì Leon Tutto quello che posso dirvi è che la reazione è stata positiva». Ed invece proposta bocciata: alla porta resta quell Europa che da tempo indica nella Libia la causa del rafforzamento di gruppi islamisti radicali in Nord Africa e delle stragi nel Mediterraneo e strepita per intervenire. Dimenticando chi quel rafforzamento lo ha provocato: il rovesciamento del colonnello Gheddafi, il cui pugno di ferro aveva saputo tenere insieme le tante anime libiche, ha fatto esplodere la latente divisione del paese, frammentato in autorità diverse e rivali. Oggi i gruppi armati attivi in Libia sarebbero almeno 1.700: milizie laiche, islamiste, tribali, intenzionate a ritagliarsi il loro angolo di potere economico e politico e non certo vogliose di abbandonare le armi generosamente distribuite dall Occidente durante l attacco Nato. Tra chi smania per intervenire c è il premier italiano Renzi che al G7 ha ritirato fuori dal cilindro l opzione militare come soluzione agli sbarchi di profughi disperati. Lo stesso ha fatto sabato il ministro della Difesa spagnolo, che giustifica l attacco con la presenza dell Isis nel paese. Così la fortezza Europa, che da metà maggio secondo i documenti pubblicati da WikiLeaks discute di azioni militari, pensa di fermare le stragi. Andando al valle, invece che a monte. LIBIA Liberato medico catanese rapito a gennaio Ignazio Scaravilli, il medico catanese sequestrato in Libia in gennaio, è stato liberato con il concorso delle autorità di Tripoli ed è in buone condizioni di salute. A rendere nota la notizia è stata ieri l'unità di Crisi della Farnesina in contatto con gli altri apparati dello Stato. Scaravilli si trova presso gli uffici delle autorità di Tripoli «per gli adempimenti di rito», in attesa di poter «rapidamente» tornare in Italia dopo cinque mesi dal sequestro. Scaravilli sarebbe stato liberato una settimana fa ma poi trattenuto in segreto dalle autorità di Tripoli che in cambio del suo rientro avrebbero preteso dall'italia il pieno riconoscimento politico del governo filo-islamico, al pari di quello che Roma ha concesso al governo di Tobruk. Versione che al momento non trova conferme ufficiali. FRANCIA Il prefetto di Parigi: «Chi non chiede asilo non ha nessun diritto di restare» Mano dura contro i rifugiati in Italia si ripercuotono negli altri paesi. E il caso della Francia, dove il governo ha deciso di intervenire con la mano pesante. Da anni dura il dramma di Calais, senza che venga trovata una soluzione. Adesso, anche a Parigi si sono formati dei veri e propri «campi profughi» improvvisati, che le autorità vogliono smantellare. Ieri nel tardo pomeriggio c è stata una manifestazione di protesta nel XVIII arrondissement della capitale, in seguito allo sgombero brutale della vigilia: alla Halle Pajol la polizia è intervenuta per cacciare i migranti che erano tornati non lontano dalla stazione del métro La Chapelle, da dove erano stati portati via il 2 giugno. Quel giorno, l operazione di era svolta in un clima relativamente calmo, l evacuazione di circa 450 persone era stata preparata, la prefettura aveva spiegato che tutti i migranti erano stati sistemati in hotel o in centri di accoglienza, che coloro che avevano diritto a un titolo di rifugiato (eritrei, ma anche in parte sudanesi e somali) erano stati informati e aiutati per le pratiche amministrative. Le famiglie, con donne e bambini, sono state accolte in modo più o meno decente. Ma gli uomini soli si sono trovati spiazzati, isolati, sistemati lontano dai centri di aiuto. Per loro, sono state garantite prima 3 poi altre 4 notti negli hotel, ma una settimana dopo si sono ritrovati in strada. Più di 200 tra coloro che avevano diritto a presentare una domanda d asilo hanno rifiutato, perché vogliono andare altrove, in Germania, Gran Bretagna o Svezia, dove hanno dei legami. Così, queste persone sono tornate nel XVIII arrondissement, dove negli ultimi giorni ne sono arrivati altri, molto probabilmente dall Italia. E a questo punto, la polizia è intervenuta senza guanti. Lo sgombero di lunedì pomeriggio è stato violento, dei cittadini hanno cercato di opporsi all assalto della polizia. Alexis Corbière, del Parti de Gauche, paragona l intervento attuale allo sgombero violento di 19 anni fa, alla chiesa Saint-Bernard, da parte del governo Juppé, che aveva sollevato una grande indignazione e un forte movimento di solidarietà in seguito allo sciopero della fame di un gruppo di rifugiati. Pierre Laurent, segretario del Pcf, si è detto «indignato» dal comportamento del governo Valls, che «manda la forza pubblica contro i rifugiati». La segretaria di Europa Ecologia, Emmanuelle Cosse, ha espresso «vergogna». Ma il prefetto di Parigi, Bernard Boucault, non ha nessuna intenzione di cedere: UNHCR Al via raccolta fondi per i rifugiati Si chiama «Casa dolce casa» ed è la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi lanciata dall Alto commissariato dell Onu per i rifugiati (Unhcr). Obiettivo dell iniziativa è di accendere i riflettori sulla condizione vissuta da oltre 50 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case per fuggire dalla guerra, in particolare sulle emergenze in corso in Siria, Iraq, Repubblica Centroafricana e Sud Sudan. Fino al 28 giugno si può contribuire alla campagna con un sms al Numeri drammatici, quelli relativi ai profughi, e senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. Vedere la propria casa bombardata o bruciata vuol dire vivere un trauma profondo, a cui segue la fatica e il pericolo della fuga forzata e la paura di non sopravvivere per la mancanza di un rifugio sicuro. A loro è dedicata la campagna di comunicazione e raccolta fondi «Casa Dolce Casa». Fino al 28 giugno si può contribuire alla campagna con un sms al MIGRANTI Ue, slitta il summit dei ministri degli Interni Maroni scrive ai prefetti ma nessuno gli dà retta Luca Fazio MILANO C ari prefetti vi scrivo. E così il governatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni, si è messo in ginocchio e ha scritto la lettera che avrebbe dovuto far tremare le Prefetture di mezza Italia. La risposta, garbata, è arrivata quasi subito: un alzata di spalle generale. Questo il livello del dibattito in Italia, mentre da Bruxelles proprio ieri sono arrivate voci di un probabile slittamento della decisione sulla distribuzione in Europa dei 40 mila profughi sbarcati tra Italia e Grecia. Una decisione che avrebbe dovuto essere presa martedì prossimo durante il consiglio Affari interni del 16 giugno. Segno, ancora una volta, che l Europa non c è e che i paesi sono uno contro l altro mentre migliaia di persone ogni giorno rischiano di morire nel Mediterraneo. La non decisione conferma il rifiuto di molti governi che non hanno alcuna intenzione di accettare la ripartizione dei profughi (Inghilterra, Francia, Ungheria e Spagna). E dire che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, proprio due giorni fa è andato in Europa anche per dire che quella quota di profughi prevista comunque non sarebbe stata sufficiente per affrontare la situazione. Chiedeva più impegno. Rischia di ricevere l ennesimo schiaffo. Per ora dovrà accontentarsi della dichiarazione fumosa di un portavoce della presidenza lettone di turno. Questa: «Ci sarà un ampio dibattito politico sull agenda europea e uno scambio di vedute sugli aspetti legati ai rimpatri, compreso lo stato dell arte dei negoziati in corso. Dopo quella fra i ministri, ci sarà una discussione anche al Consiglio europeo di giugno, che darà «adesso applichiamo la legge, chi non vuole chiedere l asilo non ha nessun diritto di restare sul territorio» francese e quindi verrà espulso. Il governo Valls risponde così all assalto del Fronte nazionale, che soffia sul fuoco dal punto di vista politico, mentre degli energumeni di estrema destra molestano fisicamente i migranti che vivono nei campi di fortuna. «A che cosa serve evacuare per poi alloggiare meglio a spese dei contribuenti? chiede retoricamente il segretario generale del Fronte nazionale, Nicolas Bay bisogna espellere dal territorio nazionale tutti i clandestini». Le associazioni si sentono impotenti, i campi improvvisati sono invivibili e pericolosi per la salute, ma La polizia sgombera con violenza i richiedenti asilo tornati a La Chapelle. Associazioni e Pcf: «Vergogna» l espulsione è una tragedia. La Francia che taglia i programmi pubblici è anche oggetto di critiche da parte dell Unicef. Secondo un rapporto diffuso ieri, più di 3 milioni di bambini vivono in Francia sotto la soglia di povertà, 30mila sono senza tetto, 9mila abitano in bidonville (sono soprattutto i rom). Una «situazione inaccettabile per i bambini migranti», sottolinea l organizzazione dell Onu che difende l infanzia. le linee guida per l ulteriore lavoro». Detta così, qualcosa meno di nulla. Considerata l entità del problema, poche righe ancora più irritanti di quelle vergate ieri da Roberto Maroni. Almeno, a lui, qualcuno ha risposto per le rime. «Attendiamo gli invii del governo, certamente Milano è ancora pronta a fare la sua parte in termini di solidarietà», aveva già detto il prefetto Tronca. Poi la nota ufficiale: «I prefetti della Lombardia non rispondono certo al governatore, con tutto il rispetto per Maroni. La materia è di competenza dello Stato e i prefetti si attengono alle direttive del ministero dell Interno e del governo» (Sinpref). Però Maroni ha scritto lo stesso: «Vi chiedo di sospendere le assegnazioni nel comuni lombardi in attesa che il governo individui soluzioni di accoglienza temporanea più eque, condivise e idonee, che garantiscano condizioni di legalità e sicurezza». Insomma, non proprio una dichiarazione di guerra. Il governatore snocciola dati, per dire ai prefetti che la Lombardia è la terza regione italiana, dopo Sicilia e Lazio, come percentuale di presenze di immigrati nelle strutture di accoglienza (6.599, contro e 8.611). Non ha torto in numeri assoluti, ma la realtà è un altra: le regioni non sono tutte uguali per dimensioni e popolazione visto che la Lombardia accoglie 66,7 profughi ogni 100 mila abitanti, mentre il Molise, per dire, 396,8. Dunque, è evidente che sono le regioni del sud a dare il maggiore contributo all accoglienza dei 73 mila migranti che in questo momento sono ospitati nelle strutture sparsi sui territori. Ma Maroni non demorde e rilancia altre idee strampalate, come una sorta di «lista di proscrizione» dei comuni che accoglieranno i migranti e, per contro, un premio per i comuni che diranno no ai profughi. Il contrario della promessa di Renzi: «Voglio utilizzare i fondi del patto di stabilità per premiare i comuni che rifiutano di prendere clandestini». Intanto, il suo capo indiscusso, Matteo Salvini, nel giro di 24 ore è passato dall assalto alle prefetture all apologia della telefonata molesta. «I prefetti cercano casa per migliaia di clandestini? Facciamogli sentire cosa ne pensiamo!» L invito all insurrezione, twittato con tanto di numeri di telefoni, si limiterebbe ad inviate i cittadini a chiamare le prefetture. Poi, se fosse per lui, come ha maramaldeggiato su Radio24, i prefetti li eliminerebbe, «diamo i poteri di ordine pubblico ai sindaci e risparmiamo 500 milioni che possiamo dare ai disabili». Un altra boutade, degna dello sconsolante balbettio di un Europa che si sta scavando la fossa.

7 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 7 INTERNAZIONALE ISRAELE La denuncia di Haaretz: dal 2010 venti ogive esplose nel Neghev «Testate bombe radioattive» Michele Giorgio GERUSALEMME S ono «Provate contro il terrorismo». Ma tutti pensano all impiego delle «armi sporche» contro l Iran bombe che piacciono molto ai fanatici, come quelli dell Isis, ma che potrebbero essere usate in determinate circostanze anche da uno Stato vero e proprio contro i suoi avversari. Parliamo delle cosiddette «bombe sporche», armi pensate per spargere materiale radioattivo, utilizzando esplosivi convenzionali. Non sono vere armi nucleari, né hanno lo stesso potere distruttivo, in ogni caso sono pericolose. Israele le ha testate per quattro anni, nel deserto del Neghev, nel quadro del progetto «Campo Verde», a breve distanza dalla centrale nucleare di Dimona dove, secondo esperti internazionali, produrrebbe il plutonio per il suo arsenale atomico segreto. Lo ha scritto un paio di giorni fa il quotidiano Haaretz e le sue rivelazioni non sono state confermate ma neppure smentite da fonti ufficiali. Nessuno inoltre ha sentito il dovere di rassicurare la popolazione civile, tenuta per anni all oscuro di tutto. Dal 2010 sono stati eseguiti nel Neghev una ventina di test, «di carattere difensivo», ha precisato Haaretz, volti a verificare gli effetti delle esplosioni delle «bombe sporche». Gli ordigni più piccoli erano di 250 grammi e quelli più grandi di 25 chilogrammi. Le detonazioni sono avvenute in zone aperte e in ambienti chiusi. In alcuni casi il materiale radioattivo è rimasto abbandonato sul terreno, in modo da accertare, nel corso del tempo, la diffusione e l intensità delle radiazioni. In un altro caso gli scienziati israeliani hanno provato a verificare se fosse possibile disperdere il materiale radioattivo misto ad acqua nel sistema di ventilazione di un edificio. Esperimenti rischiosi per il quale è stato usato il Technetium 99m, perchè facilmente rilevabile dai sensori e per la sua rarefazione rapida. A monitorare le detonazioni sono stati piccoli droni. Dopo quattro anni di esperimenti, ha concluso Haaretz, la sensazione è stata che l esplosione di «bombe sporche» in zone aperte ha un impatto soprattutto psicologico sulla popolazione mentre in un ambiente chiuso potrebbe provocare una contaminazione seria e i successivi lavori di bonifica richiederebbero un lungo periodo. Da un lato, stando al resoconto fatto da Haaretz, gli esperimenti hanno avuto un carattere difensivo, per la protezione dei civili di fronte alle minacce lanciate da gruppi terroristici. Dall altro non è affatto escluso l impiego delle «bombe sporche» anche da parte delle forze armate di uno Stato. Ad esempio, un attacco all Iran con questo tipo di armi, oltre a quelle convenzionali, contro siti di ricerca e basi militari, ossia ambienti chiusi, avrebbe il risultato di rendere inutilizzabili per un lungo periodo edifici e strutture di importanza strategica. D altronde negli stessi anni in cui nel Neghev si sperimentavano gli effetti delle «bombe sporche», il governo israeliano, anche allora guidato da Benyamin Netanyahu, era sul punto di lanciare un attacco contro le centrali atomiche iraniane. La vicenda è ritornata alla ribalta proprio nelle ultime ore, in occasione di un dibattito alla conferenza annuale negli Stati Uniti del giornale israeliano The Jerusalem Post, quando la editorialista ultranazionalista Caroline Glick, ha accusato frontalmente l ex capo del Mossad Meir Dagan e l ex capo di stato maggiore Giuseppe Acconcia DIYARBAKIR T ensione SOLDATI ISRAELIANI A BORDO DEI TANK DELL ESERCITO (ACP) /LAPRESSE Gabi Ashkenazi di aver respinto l ordine ricevuto dal primo ministro di preparare e attuare entro un mese un raid militare contro gli impianti atomici iraniani. Il fatto che l Iran e le potenze del 5+1 (i membri permanenti del CdS dell Onu più la Germania) siano vicini ad un intesa sul nucleare - attesa per la fine del mese - non ha in alcun modo spinto il governo Netanyahu a chiudere in un cassetto i piani di attacco israeliani. E nel contesto dei contatti al livello più alto sulle questioni regionali, gli Stati Uniti hanno inviato in Israele il capo dello stato maggiore congiunto Martin Dempsey e il capo della Cia John Brennan. Dempsey è arrivato un paio di giorni fa, su invito dell omologo israeliano Gadi Eisenkot. Brennan invece ha compiuto la scorsa settimana una missione segreta durante la quale è stato ricevuto da Netanyahu. TURCHIA Al via il caos politico. Sparatorie tra kurdi a Diyarbakir, 3 morti. Demirtas condanna Anche i movimenti in parlamento alle stelle per le strade del capoluogo del Kurdistan turco. A Diyarbakir sono tre i morti di una duplice sparatoria nel centro urbano. Un tentativo di spaccare i partiti kurdi all indomani della vittoria elettorale di Hdp: lo hanno bollato dalla sede del partito. Uomini armati hanno attaccato la sede di un associazione islamica Ihya-Der della galassia degli Hezbollah kurdi in Turchia. Ucciso nella sparatoria il leader del gruppo, Aytac Baran che aveva subito minacce alla vigilia delle elezioni. I sostenitori di Hezbollah per vendetta hanno assaltato un caffé nel quartiere di Sheitik frequentato da sostenitori Hdp. Un giornalista è morto e tre persone sono rimaste ferite tra cui un poliziotto e alcuni sostenitori del partito che protestavano contro l assalto. Selahattein Demirtas ha subito condannato le violenze. Secondo Hdp, in questa fase il tentativo dei Servizi segreti turchi (Mit) sarebbe di incolpare il Partito dei lavoratori kurdi (Pkk) degli attacchi e di provocare un conflitto tra kurdi. Poche ore prima il leader del partito di sinistra che ha superato lo sbarramento e ottenuto 80 seggi in parlamento aveva accusato lo Stato islamico (Isis) di essere responsabile delle esplosioni che lo scorso venerdì hanno causato 4 morti e centinaia di feriti. Stessa mano sarebbe dietro alcuni degli attacchi alle sedi di partito alla vigilia del voto per il ruolo che i guerriglieri kurdi turchi hanno avuto nelle battaglie in Siria contro i jihadisti. Nella città del Kurdistan turco di Sanliurfa (e anche ad Hatay), dove il partito islamista moderato Akp ha trionfato, sarebbero decine i sostenitori di Isis che hanno trovato rifugio dopo i combattimenti che hanno visto prevalere in alcune aree i combattenti kurdi. I jihadisti godono anche di un certo sostegno da parte della popolazione locale di origine siriana. Questi episodi allontanano la possibilità che si formi un governo di coalizione con a capo il premier uscenteahmetdavutoglu chepossa in qualche modo contare sul sostegnoesterno di Hdpin cambiodi grandi concessioni sul tema del processo di pace. E avviano in Turchia una stagionedi instabilità politica. Borsa elira turca continuano a perdere sui mercatifinanziarieseentro 45giorni non si trovasse una soluzione alternativa si andrebbe ad elezioni anticipate. Per questo Borsa e lira turca continuano a macinare perdite sui mercati finanziari. HONDURAS Indignados in piazza contro la corruzione In Honduras, tornano in piazza gli «indignados». Protestano contro la corruzione e l impunità che caratterizzano il mandato del presidente Juan Orlando Hernández. Chiedono i conti ai responsabili della grande truffa ai danni dell Instituto Hondureño de Seguros Sociales (Ihss). Attraverso le reti sociali hanno convocato la «marcia delle fiaccole», alla quale - hanno premesso - non sono graditi rappresentanti dei partiti politici: perché «prima di tutto deve emergere la richiesta di giustizia. «Il nostro non è un partito politico, ma un movimento, qui nessuno chiede di portar acqua al suo mulino», ha dichiarato Ariel Varela, uno dei coordinatori. Gli indignados hanno già convocato una riuscitissima manifestazione lo scorso 2 giugno, dal tema «La notte dell Ihss». Ora, assicurano che manterranno la mobilitazione finché non verranno riformate le strutture statali che hanno permesso questo livello di corruzione. Per venerdì è stata convocata una grande manifestazione per chiedere alla comunità internazionale di fare pressione sul governo honduregno per la creazione di una commissione contro l impunità. I FESTEGGIAMENTI DEI KURDI IN TURCHIA DOPO LE ELEZIONI /LAPRESSE CALIFFO Un anno fa il proclama. Mosul, video choc L Is avanza in Iraq e Siria È scontro Obama-Baghdad Sarà già l elezione del presidente del parlamento il primo test per i partiti turchi. Entro i prossimi quattro giorni verranno presentati i nomi dei candidati e poi si procederà al voto a scrutinio segreto. Nelle prime due votazioni, l elezione richiede i voti dei due terzi dei deputati. Solo un accordo tra islamisti di Akp e kemalisti di Chp potrebbe permetere di raggiungere il quorum necessario. Alla quarta votazione si procederebbe al ballottaggio tra i due candidati più votati. Il voto che ha permesso al partito filo-kurdo di entrare in parlamento ha prodotto un terremoto politico senza precedenti in Turchia. Il leader di Hdp Demirtas ha saputo andare oltre i sostenitori tradizionali del Pkk. Hdp si è dimostrato non solo un partito kurdo ma anche un partito urbano, con componenti marxiste, e sostenitore dei diritti di tutte le minoranze. Si tratta di un avvertimento in senso inclusivo che dalla Turchia arriva a tutti i partiti combattenti kurdi dall Iran all Iraq fino alla Siria. La sconfitta di Erdogan che continua però ad essere il leader del primo partito turco avrà delle conseguenze rilevanti in politica estera. Prima di tutto si potrebbe ridurre nei prossimi mesi il sostegno turco alle opposizioni siriane in funzione anti-assad dopo le recenti rivelazioni del quotidiano di opposizione Cumhuryiet sull invio di armi in Siria. Eppure il governo turco è uno dei pochi nella regione ad aver saputo condannare il golpe militare in Egitto e a continuare a sostenere gli islamisti di Tripoli in Libia. E così questa sconfitta elettorale di Akp non segna la fine dell islamismo politico ma rappresenta una richiesta che viene soprattutto dalle classi disagiate di meno liberismo e clientelismo. In altre parole i partiti islamisti moderati dovrebbero ascoltare di più la loro base elettorale anziché assecondare gli interessi del grande capitale. È importante ricordare che negli anni di governo di Erdogan le disuguaglianze sociali in Turchia sono diminuite (vedi indice di Gini da 0,42 a 0,38 in dieci anni). L ingresso della sinistra filo-kurda è in ultima analisi un bene per la democrazia turca. I movimenti di Gezi sono finalmente approdati in qualche modo in parlamento e hanno prodotto permeando il nuovo Hdp qualcosa di più originale dei movimenti giovanili nati dalle proteste di piazza in Egitto e Tunisia del I kurdi continuano a reagire alle bombe con grande civiltà e proprio la loro inclusione in parlamento avvicina la Turchia all Europa come mai prima d ora. UN JIHADISTA DELL ISIS CON LA BANDIERA NERA DEL CALIFFATO U n anno fa, il 10 giugno 2014, lo Stato Islamico ha occupato la seconda città irachena, Mosul. Sono bastate 24 ore per veder sventolare le bandiere nere sui tetti della città. Da Mosul è partita la vittoriosa marcia di al-baghdadi, che di lì a poco si sarebbe proclamato «nuovo califfo». È trascorso un anno: oggi l Isis controlla un terzo dell Iraq e quasi metà della Siria, minaccia la Libia, compie attentati in Yemen e Arabia saudita e gode della fedeltà dichiarata di 35 gruppi in Africa e Medio Oriente. Eppure, dopo 12 mesi, la comunità internazionale non ha strategie. A subirne le conseguenze, in Iraq, è la popolazione. Migliaia di morti, 3 milioni di sfollati e intere comunità governate dal terrore dell Isis. Soprattutto Mosul, che con la siriana Raqqa condivide la triste etichetta di capitale del califfato. Ieri la Bbc ha reso pubblici video girati in segreto in città e che raccontano la barbara applicazione delle cosiddette «leggi del califfato»: scuole chiuse, moschee in macerie, punizioni corporali per chi non rispetta la folle interpretazione dell Islam dei miliziani (dalla lapidazione al taglio delle mani), proprietà di minoranze religiose (cristiani e sciiti) confiscate dai jihadisti, imposizioni contro le donne, costrette a coprire completamente i propri corpi. Ma il video mostra molto di più: la preparazione dei miliziani alla minacciata controffensiva governativa su Mosul. Da mesi Baghdad promette un fronte ampio per riprendere la città, dopo la riconquista di Tikrit e la perdita di Ramadi. E l Isis prende precauzioni: muove l artiglieria pesante, raduna gli uomini, fa arrivare i rinforzi dalla Siria, costruisce barricate e mina il terreno. La sfida a Baghdad e alla comunità internazionale è palese, fatta di attacchi continui nella provincia di Anbar, che il premier al-abadi preme per riprendere: ieri tre miliziani travestiti da soldati hanno ucciso 8 persone in un ufficio governativo a Amiriyat al-fallujah, una delle poche comunità nella provincia ancora in mano al governo centrale. E se qualche piccola vittoria Baghdad la registra a Baiji (c è la più grande raffineria di greggio irachena), è l assordante assenza di tattiche di ampio raggio a dettare l anno di califfato appena trascorso. Il presidente Obama lo ha ammesso di nuovo, lunedì, al G7 in Germania, ma per lui la responsabilità è di Baghdad: «Non abbiamo ancora una strategia completa perché questa richiederebbe l assunzione di impegni da parte irachena». Una dichiarazione giunta a poche ore da quella dell ex segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, che pianificò l invasione dell Iraq e oggi, da novello Pilato, se ne lava le mani: in un intervista al Times, Rumsfeld addossa la responsabilità della seconda guerra del Golfo all ex presidente Bush. Solo questo sa dire un segretario alla Difesa che sostenne una guerra in cui morirono 500mila iracheni e aprì la strada al disfacimento del paese, allo scoppio dei settarismi interni e in definitiva all avanzata trionfale del califfo. A poco serve, allora, il ritornello di Obama: che Baghdad coinvolga i sunniti, la comunità che l invasione Usa ha messo all angolo, imponendo il governo di Maliki e epurando istituzioni e esercito della sua presenza. Ecco perché una strategia non c è: la coalizione anti-isis insiste a operare con i soli raid e a non discutere con chi, sul campo, registra le migliori vittorie. Ovvero, l asse sciita di Damasco-Teheran-Hezbollah. Ieri i combattenti libanesi hanno respinto un attacco Isis nella regione di confine di Qalamoun, tra Libano e Siria. Dopo mesi di scontri con le opposizioni islamiste siriane, Hezbollah ha ripulito quasi l intera zona della presenza di al-nusra, il braccio siriano di al Qaeda che all Occidente fa stranamente meno paura dello Stato Islamico, ma che avanza silenzioso a nord e sud del paese. Così come avanza in Yemen, nel disinteresse totale dell Arabia saudita e della sua personale operazione militare contro gli sciiti Houthi. Le conseguenze di tanta libertà di movimento sono palesi: la rete qaedista ha il controllo di buona parte della provincia sud yemenita di Hadramaut e del suo capoluogo Mukalla. Si muove con intelligenza, sfruttando il timore sunnita per l avanzata sciita e evitando barbarie inutili. E, compiendo attacchi contro gli Houthi, si è guadagnata l immunità. Se fino a qualche mese fa lo Yemen era laboratorio modello alla guerra dei droni Usa, oggi al Qaeda fa meno paura. Perché fa il gioco di Riyadh. chiara cruciati

8 pagina 8 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 S AGGIRA PER L EUROPA ALEXIS TSIPRAS AD ATENE. SOTTO A SINISTRA IL PARLAMENTO GRECO. A DESTRA VLADIMIR PUTIN /REUTERS La Grecia presenta un documento di 4 pagine, ma per il Brussel Group è ancora «insufficiente». E la «Piattaforma di sinistra» di Syriza si schiera contro un eventuale «compromesso onorevole» Piano greco e gelo Ue Pavlos Nerantzis ATENE T ra l ottimismo di Atene e Parigi e il pessimismo di Berlino e Bruxelles il momento è delicato per il negoziato tra il governo greco e i suoi creditori internazionali. Poche ore prima dell incontro di oggi in cui Alexis Tsipras dovrà discutere con Angela Merkel e Francois Hollande ancora una volta su come porre fine alla crisi del debito di Atene, è utile ripetere che per il governo greco il nodo è venuto al pettine, tenendo conto i sempre più pesanti problemi di liquidità; ma anche per i creditori internazionali le opzioni non sono migliori. A questo va aggiunto che Tsipras, malgrado l inesperienza di governo, è un interlocutore difficile e sicuramente non è, al contrario dei suoi predecessori, uno «yes man». La Grecia ha presentato ieri un testo aggiuntivo di quattro pagine che riguardano il nuovo piano di riforme che aveva promesso ai suoi creditori dell Ue e del Fmi, ma fino alla tarda serata di ieri non c è stata una reazione ufficiale da parte delle «istituzioni». Secondo l agenzia Bloomberg alti ufficiali del Brussels Group che hanno visto le contro-proposte greche le hanno caratterizzate ancora una volta come «insufficienti». Da notare che i creditori «si accingono ora a studiare» Atene rifiuta di adottare misure restrittive per le pensioni e per il diritto del lavoro. Oggi incontro Tsipras-Merkel il testo ellenico due giorni dopo che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si era lamentato del fatto che Tsipras non aveva adempiuto all impegno di inviare a Bruxelles il piano assuntosi in una riunione della scorsa settimana. In questo ambito verso una soluzione politica, come vorrebbe Tsipras e tecnicamente corretta, come vorrebbero i creditori, è utile valutare il momentum, - un passo dall intesa finale oppure dalla rottura- perché nonostante nessuno sembri disposto a far marcia indietro, ambedue le parti escludono l eventualità di un «Grexit», che sembra quasi l ovvia conseguenza di una rottura delle trattative. Perché in realtà nessuno, né la leadership dell Ue, né il premier greco la vorrebbero. Le conseguenze di un tracollo finanziario, che sia «Grexit» o «Grexident» come è già stato notato, sarebbero gravi per Atene, per tutta l eurozona. Già oltre il 50% della popolazione in Grecia, secondo un sondaggio presentato martedì scorso dal canale televisivo Sky, esprime timori per l uscita del Paese dall Ue, nonostante oltre il 60% abbia sostenuto di appoggiare la tattica negoziale di Tsipras. Non a caso Barak Obama preme Angela Merkel e compagnia per una soluzione immediata. Del resto il patto sta dietro l angolo: sembra che sia un intesa sulla riduzione del surplus primario, sull aumento delle imposte indirette (Iva), mentre sono ancora sulla tavola del negoziato argomenti, non certo trascurabili, anzi di primaria importanza, che riguardano soprattutto il sistema delle pensioni e le riforme al mercato del lavoro. Le misure proposte mirano al blocco delle prepensionamenti, l aumento dell etá pensionabile, la riduzione dell ammontare di tutte le pensioni (e non solo delle più elevate), la progressiva fusione dei fondi pensione che sono rimasti ancora indipendenti. Argomenti sui quali c è soltanto una parziale intesa (Atene rifiuta di adottare misure restrittive per le pensioni e per il diritto del lavoro, come chiesto dai creditori) e per i quali a livello finanziario la differenza tra le due proposte, quella greca e quella dei creditori, è pari a 700 milioni di euro, per altri risale ai 2,5 miliardi di euro, equivalente al 1,5% del Pil greco. Vale a dire che le due parti sarebbero pronte a firmare l accordo completo, che sia ponte, di prolungamento dell attuale programma o altro, nel caso che trovino un intesa su come coprire questo «buco economico». Ciò nonostante è meglio evitare un altra previsione anche se negli ultimi giorni la stampa internazionale mette la prossima scadenza il 14 giugno, perché un (eventuale) accordo dovrà essere ratificato dai parlamenti dei paesi dell eurozona. Ma più cresce l eventualità di un intesa, più si intensificano le reazioni dentro a Syriza, a tal punto che si esprimono timori che un accordo basato su un «compromesso onorevole», come vorebbe Tsipras, non potrà essere ratificato con i voti della maggioranza parlamentare. Il portavoce governativo, Gabriel Sakellaridis e il nuovo segretario del Syriza, Tassos Koronakis considerano ovvia l esistenza di voci diverse, ma è altrettanto evidente la preoccupazione perché le interpretazioni su cosa vuol dire «compromesso onorevole» sono diverse. La «Piattaforma di Sinistra», la più forte tra le componenti di Syriza, ha sempre avuto una posizione critica, parlando addirittura di un ritorno alla dracma. «Se la Grecia esce dall eurozona non sarà la catastrofe» scrive nel suo sito la «Piattaforma di sinistra». Il suo leader, Panayotis Lafazanis, ministro della Ristrutturazione e dell Energia non perde occasione per sottolineare che «abbiamo alternative anche senza accordo». E l alternativa secondo Lafazanis sarebbero Mosca, Pechino, New Delhi. Già a questo proposito la Russia si accinge a effettuare un pagamento anticipato per la costruzione del gasdotto Turkish Stream che passerebbe dal territorio ellenico verso il resto dell Europa, provocando la netta reazione di Washington che senza mezzi scrupoli ha chiesto pochi giorni fa da Atene di annullare tali progetti. Clima di preoccupazione per il contenuto dell eventuale accordo anche al gruppo parlamentare. Già 44 dai 149 parlamentari si erano espressi contro la nomina di Elena Panaritis al posto di rappresentante della Grecia presso il Fondo monetario internazionale. La proposta era stata fatta dal ministro delle finanze, Yanis Varoufakis (Panaritis, ex deputato socialista è consigliere del ministro) e approvata da Alexis Tsipras, ma dopo le proteste, «in quanto le sue opinioni sono in conflitto con il programma del partito», Panaritis si é dimessa. L INTERVISTA DEL PREMIER GRECO Lo choc per il lettore del Corsera I mmagino lo choc del povero lettore del Dimitri Deliolanes mercati con un economia competitiva». Anzi, il premier greco ha esteso il suo ottimismo Corriere della Sera quando ieri ha aperto il suo giornale preferito, magari sperando è «fallita» e «le istituzioni devono riconoscere anche sul tema spinosissimo del debito greco, di leggere un altro articolo di Francesco Giavazzi su «Perché i greci sono idioti», e invece, si è scontrato contro una cosa mai vista: un intervista di Andrea Nicastro ad Alexis Tsipras, il capo dei banditi antieuro. Ospitare in ben due pagine il nemico numero uno della nostra amata Merkel è sicuramente un atto grave. Ma c è di peggio: nella lunga intervista Tsipras non si è minimamente preoccupato di confermare le notizie che per quattro mesi lo stesso giornale ha autorevolmente propinato ai suoi lettori. Quindi non ha dichiarato guerra all eurozona e non ha insultato Juncker, non si è messo a cantare Bandiera Rossa né ha esibito il Kalashnikov nascosto sotto la scrivania. Da buon premier europeista («solo sostenendoci nella nostra lotta contro l oligarchia l Europa potrà rilegittimarsi agli occhi dei cittadini europei, ma anche dei greci») si è mostrato preoccupato della stabilità dell eurozona («Il fallimento della Grecia sarebbe anche il fallimento dell euro. Sarebbe l inizio della fine dell eurozona. Se la leadership politica europea non può gestire un problema che rappresenta il 2% della sua economia, quale sarà la reazione dei mercati per i problemi più grandi?») e alla ricerca di una soluzione concordata. L esatto contrario della caricatura circolante. Tsipras ha ripetuto al giornalista italiano questo fallimento». Altrimenti svanisce ogni speranza di accordo. Il premier greco annuncia che si accinge all incontro odierno con Merkel e Hollande con un testo «vicino all accordo sull avanzo primario (0,6% per Atene, 1% per la troika)» e con proposte da parte greca «alternative lì dove ci sono richieste illogiche e non accettabili». L accordo è possibile a condizione che non siano proposti tagli e «misure recessive»: l accordo deve segnare «l alba di un nuovo giorno», quando la Grecia potrà «tornare sui 177% del Pil, che ora sembra sia incluso nell agenda dei negoziati: «Ci sono soluzioni tecniche che possono evitare un terzo programma di aiuti e contemporaneamente fornire una prospettiva sostenibile a medio termine per quel che riguarda la restituzione del debito greco». Il fine è «porre definitivamente termine a questa orrenda discussione sul Grexit che rappresenta da anni un freno alla stabilità economica in Europa». Il rischio di destabilizzazione della Grecia è «un arma negoziale»? chiede il giornalista. «Non vogliamo mettere paura o ricattare», risponde Tsipras. Ma la Grecia rimane «un paese sovrano che ha il dovere di discutere con tutti la stabilità economica e geopolitica. Voglio essere chiaro: la Grecia riceve prestiti, nessuno le regala i soldi». Quindi, se serve, ci sono interlocutori anche fuori dall Ue. Il giornalista chiede anche un commento sulla gaffe di Renzi, quando, sulla base della disinformazione del Corriere stesso, il premier italiano aveva accusato Atene di difendere i baby pensionati. Ovviamente Tsipras (che non legge il Corriere) è caduto dalle nuvole: «Spiegherò a Matteo che su questo ha sbagliato. Ci siamo impegnati ad abolire le baby pensioni». Quelle che vuole tagliare la troika non sono le baby ma le altre, già ridotte del 44% in questi ultimi quattro anni. quello che aveva detto appena venerdì nel Nella chiacchierata Tsipras Parlamento greco: la recente proposta di Juncker e Dijsselbloem di tagliare le pensioni e non si è preoccupato re dell ordine costituito europeo che teme In conclusione: è questo il terribile everso- aumentare indiscriminatamente l Iva «non riflette affatto gli accordi già raggiunti nei nego- di confermare le notizie che «Tsipras: le nostre condizioni» e che ha avuto tanto il Corriere da titolare in prima pagina ziati con il Brussels Group». Sono misure di per quattro mesi sono state la temerarietà o l incoscienza di scegliere tra una politica di austerità che per Tsipras e per tutti i giornali italiani proprio quello che gli è la stragrande maggioranza del popolo greco, propinate dallo stesso giornale più nemico.

9 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 9 S AGGIRA PER L EUROPA PARLAMENTO UE RICONOSCE MATRIMONI OMOSESSUALI Con 341 voti favorevoli, 281 contrari e 81 astensioni il Parlamento europeo di Strasburgo per la prima voltaha approvato a larga maggioranza un rapporto sull uguaglianza di genere in Europa. «Il Parlamento - si legge nel testo - prende atto dell'evolversi della definizione di famiglia». Il Parlamento europeo nel testo raccomanda di rendere più completo e comprensivo il diritto della famiglia e del lavoro, «tenendo conto delle famiglie monoparentali e dell'omogenitorialità» e «visto che la composizione e la definizione di famiglia cambiano nel tempo». È uno dei passaggi contenuti in una risoluzione non vincolante approvata ieri dall Aula di Strasburgo, che chiede che la nuova strategia post-2015 dell Ue per la parità di genere sia dotata di obiettivi chiari, azioni concrete e un monitoraggio più efficace per progredire nella lotta alla discriminazione nel mercato del lavoro, nell'istruzione e nel processo decisionale. Il Parlamento europeo evidenzia, inoltre, che sono necessarie azioni specifiche per rafforzare i diritti delle donne disabili, migranti, appartenenti a minoranze etniche, delle donne rom, delle donne anziane, delle madri single e della comunità Lgbt. «Un altro passo in avanti in Europa, grazie al rapporto votato oggi al Parlamento Europeo, sui diritti di tutte le persone. In Italia invece la politica balbetta», ha twittato Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà. TTIP La «coalizione» non è d accordo. Slitta il voto Luca Tancredi Barone BARCELLONA S abato la Spagna volta pagina. O almeno, così sperano gli spagnoli che ha tolto al Partito popolare la maggioranza assoluta nella gran parte dei comuni e delle comunità autonome del paese. Secondo la legge, i nuovi comuni si costituiscono il ventesimo giorno dopo le elezioni, cioè il 13 giugno. I consigli comunali votano a maggioranza assoluta il nuovo sindaco. Nel caso in cui nessuno ottenga la maggioranza, automaticamente viene nominato sindaco il capolista della lista più votata. Per le comunità autonome la situazione è più complicata. Ognuna delle 13 comunità in cui si è votato stabilisce la data in cui si riunisce il proprio parlamento. A partire da quella data, ci sono due mesi di tempo (in Navarra sono tre) perché la maggioranza dei membri voti il nuovo presidente. Se non si raggiunge la maggioranza, una volta scaduti i termini, vengono convocate nuove elezioni. Proprio ieri si è riunito il parlamento della comunità di Madrid, e nei prossimi giorni si riuniscono i parlamenti di tutte le altre comunità rinnovate. Un caso a parte è quello del parlamento andaluso, eletto a marzo e che già ha votato varie volte a vuoto. In molti comuni, la situazione delle alleanze è ormai abbastanza chiara. A Madrid i socialisti appoggeranno Manuela Carmena, a capo della coalizione Ahora Madrid, che in questo modo impedisce alla popolare Esperanza Aguirre di raggiungere il governo. A Barcellona la situazione è più complessa. Ada Colau sarà certamente sindaca, ma nonostante i tentativi di Barcelona en comú di tendere ponti alle forze di sinistra, per ora è ferma ai suoi 11 consiglieri (su 41). Il movimento della Cup non ha voluto entrare in maggioranza, anche se ha promesso un appoggio puntuale sui provvedimenti. Esquerra republicana (Erc) ha negato il suo appoggio perché Colau si è ri- Putin in Italia/ IL PRESIDENTE RUSSO INCONTRERÀ ANCHE RENZI E MATTARELLA Russia e Vaticano, nuovo asse diplomatico per l Ucraina DALLA PRIMA Simone Pieranni Senza volerlo, o più probabilmente prevedendo le obiezioni, Putin rispondeva alle accuse lanciate da Obama all ultimo G7 in Germania un paio di giorni fa, circa le mire imperialistiche «alla stessa stregua della vecchia Urss» - del presidente russo. Sembra però giunto il momento di accantonare le legittime perplessità sul metodo di gestione del potere putiniano (più asiatico, che europeo) e ragionare davvero su quanto sta accadendo nel mondo, valutando nella loro esatta consequenzialità provocazioni e reazioni. Al papa, secondo quanto trapelato da Mosca, Putin spiegherà la posizione di Mosca nella crisi ucraina. È quello, benché la grancassa del premier italiano proverà a dire il contrario, l incontro importante di oggi. Lo ha specificato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, citato dalla Tass. «Se il papa mostra interesse non ho dubbi che il presidente sarà pronto a chiarire dettagliatamente la posizione della Russia». Al vaglio - pare - c è anche una visita del papa in Russia, o almeno in questo modo potrebbe tradursi quell espressione circa «futuri contatti» espressa dal portavoce del Cremlino, dato che la questione «riguarda non solo lo Stato» ma anche la Chiesa ortodossa russa. E proprio quest ultima (e quella «separata» ucraina) potrebbero costituire un nuovo asse diplomatico per provare a risolvere la questione. L incontro tra il Papa e Putin non è il primo: il 25 novembre 2013 si erano già visti in Vaticano e al centro del loro colloquio c era stata la discussione per trovare una SPAGNA Nelle prossime ore si riuniscono i parlamenti usciti dalle elezioni Alleanze, si volta pagina soluzione pacifica alla crisi siriana. Da quella data ad oggi, la vera novità è la questione ucraina, che tira in causa anche la chiesa ortodossa di Mosca. «Tutti e due vogliamo incontrarci, vogliamo andare avanti», aveva detto Bergoglio riferendosi al Patriarca di Mosca Kirill, a novembre Meno di un mese fa a Londra, all International Institute for Strategic Studies (Iiss) monsignor Antonio Mennini, veterano della diplomazia vaticana (e già nunzio apostolico a Mosca) aveva sottolineato che la Santa sede «non considera l imperialismo russo più pericoloso di quello occidentale». E sul dossier Ucraina Putin non è mai stato additato da papa Francesco come «aggressore». Al riguardo è bene ricordare, come ha I FESTEGGIAMENTI POST ELETTORALI DI PODEMOS /LAPRESSE fatto ieri il giornalista canadese Gwyne Dyer su Internazionale, in che modo è cominciata la crisi ucraina. In linea con la genesi del conflitto tracciata sul manifesto e che i nostri lettori conoscono bene Dyer ricorda come «la sera del 21 febbraio 2014 i leader dei manifestanti (di Majdan, ndr) accettarono l accordo delineato dalla Russia e dall Unione europea, in base al quale Yanukovic si sarebbe dimesso e ci sarebbero state nuove elezioni entro un mese». Eppure le potenze occidentali forzarono la mano alla piazza, con il risultato del regime change. Anche altri media internazionali sono ormai concordi nel riconoscere importanti responsabilità occidentali, in primo luogo Usa e Nato, su quanto accaduto in Ucraina. E ora la prospettiva presentata da Putin sembra l unica realmente percorribile: innanzitutto nuove elezioni municipali e il via libera ad un amnistia. Anche perché le popolazioni e la dirigenza delle repubbliche ribelli, secondo lo stesso Putin, sarebbero pronte ad accettare di rientrare territorialmente in Ucraina, a patto di realizzare una riforma costituzionale che garantisca i diritti d autonomia ai territori delle Repubbliche dell est del paese non riconosciute. L importante, per Mosca e per la popolazione del Donbass, è non finire nelle grinfie di neonazisti o di politici pilotati dalla Nato, senza correre così il rischio di avere basi atlantiche al confine con la Russia. Ora tocca agli occidentali forzare e provare a convincere Kiev ad accettare gli accordi di Minsk, anziché supportare l oligarca Poroshenko addestrando i suoi soldati e minacciando lo schieramento di missili contro Mosca o aizzando l Europa dell est in funzione anti russa. A Madrid i socialisti appoggeranno Manuela Carmena, a capo della coalizione Ahora Madrid fiutata di firmare l accordo per arrivare all indipendenza firmato dalla stessa Erc e da Convergència i Unió, il partito di destra che governa la Catalogna. Ma le posizioni si sono avvicinate dopo che Colau ha promesso di appoggiare l ormai tradizionale manifestazione pro-indipendenza dell 11 settembre (giorno della festa catalana). Rimangono infine i socialisti, i più propensi a formare governo con Colau, per la quale però potrebbe essere un boomerang politico questa alleanza per rimanere comunque in minoranza. La strada di Colau questi 4 anni si prospetta tutta in salita. A Valencia, terza città per popolazione, invece si è arrivati faticosamente a un accordo: nella città feudo dei popolari sarà sindaco un ex comunista ecologista, Joan Ribó, del movimento valenziano Compromís, che appoggeranno sia i socialisti che la marca locale di Podemos. Nella quarta città in ordine di grandezza, Siviglia, i socialisti potrebbero tornare al potere, dopo la parentesi popolare, grazie all appoggio di Izquierda Unida e del movimento in cui è presente anche Podemos: ma i patti qui come altrove non sono chiusi. Un caso interessante è quello della città di Zamora, la città più vecchia d Europa (con il 29% della popolazione con più di 65 anni), dove Francisco Garrido, di Izquierda Unida, ha ricevuto ben il 30% dei voti e dopo 17 anni di opposizione al Pp diventerà sindaco con l appoggio dei socialisti. Nelle comunità la situazione è ancora poco chiara. Ciudadanos (C) era l ago della bilancia in due comunità chiave, Madrid e Andalusia, e in puro stile cerchiobottista ha finalmente appoggiato la socialista Susana Díaz in Andalusia (proprio l ultimo giorno che lei aveva fissato prima di riconvocare le elezioni) e la popolare Cristina Cifuentes a Madrid. Se «C» avesse voluto, avrebbe potuto scippare la presidenza ai popolari a Madrid facendo diventare presidente Gabilondo, ex ministro dell istruzione e università, con l appoggio di Podemos. L altra comunità simbolo è quella valenziana. Lì la partita a tre per la sinistra è fra i socialisti, Compromís e Podemos. Il socialista Ximo Puig pretende la presidenza, in quanto partito più votato dei tre, ma Compromís e Podemos gli preferiscono Monica Oltra, di Compromís. E i negoziati sono stati rotti proprio ieri, nonostante la firma di un patto di programma fra i tre partiti. La settimana prossima dovrebbero chiudersi tutti i patti nelle comunità: sembra che il Pp manterrà solo il governo di Madrid, ma i giochi sono ancora aperti e dipenderanno soprattutto dalla volontà di socialisti e Podemos di arrivare ad accordi. Eleonora Forenza* È stato rinviato il voto sul Ttip previsto oggi a Strasburgo. La motivazione? Se la grande coalizione non è d accordo, non si vota. Le larghe intese tra Socialisti, Popolari e Liberali che costituiscono la maggioranza nel Parlamento europeo rischiavano di vacillare in aula. Di fronte al «rischio» di una crisi della grande coalizione, il Presidente Schulz ha scelto (forzando il suo ruolo) di rinviare sine die il voto a seguito del grande numero di emendamenti arrivati in aula: oltre 60 quelli presentati come Gue/Ngl, tra cui uno, di cui sono prima firmataria, che avanza la richiesta di abbandonare i negoziati. Abbiamo redatto gli emendamenti consultandoci con le reti di attivisti ed esperti (tra queste, il network Stop-Ttip Italia) che da tempo fanno informazione su quello che non è un «semplice» accordo di commercio bilaterale tra Ue e Usa, bensì una ulteriore e radicale trasformazione in chiave neoliberista della costituzione materiale e formale dell Ue. L alternativa è tra Ttip e democrazia: il Ttip è un tassello fondamentale nel processo globale di deregolamentazione che mira a sancire il primato dei diritti degli investitori sui diritti delle cittadine e dei cittadini, su ogni residuo di sovranità popolare. Non a caso uno degli esiti dello scorso G7 è stata la sollecitazione a una rapida approvazione del Ttip. Tra le cause del «rischio» di una maggioranza diversa dalla grande coalizione, il voto in aula su uno dei punti più critici del trattato: la clausola Isds che istitituirebbe la possibilità di ricorso a corti private di arbitrato internazionale per risolvere le controversie fra investitori e Stati. Il 28 maggio la votazione in Commissione Commercio Estero sul Ttip si era conclusa con una riaffermazione della maggioranza tra socialisti e popolari e con un accordo proprio sulla clausola Isds. L'Isds rischia di dividere la maggioranza ma non è l'unico strumento attraverso cui il Ttip agisce sulla democrazia: ad esempio, attraverso il meccanismo della cooperazione regolatoria, lobby e multinazionali saranno legittimati a incidere sulla produzione normativa per allineare gli standard tra Ue e Usa. Il Ttip è un cavallo di troia che consentirebbe alle multinazionali di influire sul processo legislativo ex-ante ed ex-post, istituzionalizzando il potere delle lobby nel processo democratico. Abbiamo più volte segnalato come il Ttip mini alla base il principio di precauzione, aumentando i rischi per la salute alimentare. Ancora, come dimostrano diversi studi di impatto (tra cui quello di Jeronim Capaldo) causerebbe la perdita di circa 600mila posti di lavoro in Europa. Forse è questa la ragione per cui il governo Renzi è fortemente a favore del Ttip. Chiediamo, dopo questo ennesimo strappo agito ai danni del Parlamento e della sovranità popolare, che si sospendano le negoziazioni, almeno finché non vi sarà un pronunciamento democratico. È della massima importanza che a partire da oggi si intensifichino le mobilitazioni contro il Ttip. La sinistra politica, per darsi unità può partire dal darsi contenuto: la lotta contro il Ttip è sicuramente un contenuto fondamentale. *Parlamentare Europea - Altra Europa con Tsipras - Gruppo GUE/NGL

10 pagina 10 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 CULTURE ROBERT MCLIAM WILSON Guido Caldiron «L a Storie di emarginazione e di straordinaria sopravvivenza in una guerra a bassa intensità. Un intervista con lo scrittore nordirlandese, autore del romanzo «Eureka Street» che sarà presente venerdì al Festival delle letterature di Roma L indomabile vita ai bordi delle strade UN OPERA SU UN MURO DI BELFAST DELLO STREET ARTIST MTO. SOPRA UN RITRATTO DELLO SCRITTORE ROBERT MCLIAM WILSON prima cosa che devo conoscere di un personaggio è cosa lo fa ridere. Voglio ascoltare il gorgoglio del suo humour interiore, come se si trattasse della sua stessa digestione. Questo mi racconta moltissime cose di lui. Sono incapace di resistere al riso delle persone. Se vedo il mio peggior nemico ridere, è certo che non potrò più detestarlo fino in fondo». Per capire l opera di Robert McLiam Wilson si deve partire da qui, da queste riflessioni che lo scrittore di Belfast, ci comunica da Parigi, la città dove vive da una decina d anni, alla vigilia della sua partecipazione al Festival Letterature di Roma (il suo reading è in programma venerdì alle 21 in Piazza del Campidoglio). Lo humour, insieme al desiderio di vivere ad ogni costo una vita normale anche in mezzo alle bombe, rappresentano infatti le chiavi con cui McLiam Wilson, nato in Irlanda del Nord nel 1964, ha saputo leggere ed esorcizzare almeno in parte l universo tenebroso e violento in cui è cresciuto: quello del conflitto sanguinoso tra protestanti e cattolici che fa da sfondo al romanzo che gli ha dato notorietà internazionale, Eureka Street, uscito nel 1996 e appena ripubblicato da Fazi (pp. 392, euro 18,50) e considerato, a ragione, uno dei libri più significativi mai scritti su Belfast e tra i più importanti della narrativa britannica degli ultimi decenni. Dopo qualche altra prova letteraria, i romanzi Ripley Bogle (Garzanti) e Il dolore di Manfred (Fazi) e il reportage sulla povertà nel Regno Unito, The Dispossessed (Picador) l autore aveva però interrotto la sua attività, spostandosi in Francia ed iniziando a collaborare con Libération. A Roma annuncerà i temi del suo nuovo romanzo che uscirà nel 2016 dopo oltre 15 anni di silenzio, con il titolo, provvisorio, di The Extremist. Tra gli elementi di maggiore forza di «Eureka Street» si potrebbe indicare la consapevolezza che la vita possa scorrere in qualunque caso, anche nel bel mezzo di una guerra civile come quella che ha a lungo insanguinato l Irlanda del Nord. È una chiave valida per comprendere anche il suo rapporto con la scrittura e con la letteratura? Ho sempre ritenuto che Belfast incarnasse un esempio potente di un nuovo genere di guerra a bassa intensità, durante la quale le persone continuano ad occuparsi soprattutto delle loro faccende quotidiane e considerano gli effetti del conflitto politico e paramilitare che è in corso allo stesso modo dei problemi legati al traffico o al maltempo, vale a dire come se facessero soltanto parte dello sfondo. Qualcosa del genere a quanto è successo anche durante l assedio di Sarajevo: molte persone continuavano a vivere «normalmente» mentre le bombe piovevano sulla città dalle colline circostanti. Addirittura, tra un bombardamento e l altro si celebravano dei matrimoni. Credo di essere veramente sensibile a questa «vita malgrado tutto», ad ogni costo, a questa bellezza indomabile che emerge dal quotidiano, dal semplicemente umano. In questo, assomiglio un po a certi personaggi di Eureka Street, nel senso che anch io quando vivevo lì avevo assunto delle abitudini tipiche di una tale atmosfera: cose paradossali come il farsi cullare dal rumore degli elicotteri che svolazzano sopra la città per prendere sonno. Tutto ciò ha reso ai miei occhi Belfast come una città letteraria. Dirò di più: il mio rapporto intimo con la città è stato sempre mediato dai libri. Sono cresciuto grazie alla letteratura, ho osservato il mondo attraverso i libri che hanno governato il mio universo - insieme al calcio. In un certo senso ho sempre filtrato la realtà che mi circondava attraverso il prisma dei grandi spiriti di cui sentivo di condividere il pensiero. Tolstoi e Balzac mi sembravano molto irlandesi, quando ero piccolo. Quanto al ruolo che possono avere uno scrittore o la letteratura stessa in un tale clima, ho sempre pensato che le cose fossero piuttosto semplici: che scrive deve fare l esatto contrario di quanto in genere una madre consiglia ai propri figli, vale a dire che deve farsi gli «affari degli altri» e ignorare i propri tormenti interiori. Per questa ragione, dopo il successo ottenuto con i suoi primi romanzi, all inizio degli anni Novanta ha scelto di attraversare il Regno Unito insieme al fotografo Donovan Wylie per raccontare, «The Dispossessed» («Gli espropriati»), le nuove povertà e l emarginazione che erano sorte nel paese durante l era Thatcher? La scelta di scrivere quel libro la prendemmo in un periodo, quello dell amministrazione di Bush senior negli Stati Uniti, durante il quale i teorici neoconservatori avevano cominciato a dominare il dibattito pubblico in tutto l Occidente con le loro affermazioni sul fatto che la povertà non esisteva più, che le ricette economiche ultraliberali l avevano debellata della nostre società. Ciò che veniva ripetuto ogni giorno era davvero insopportabile: erano solo bugie. E perciò ho pensato che in fondo anche come scrittore potevo avere delle armi da mettere in campo per far sentire un opinione diversa: raccontare di quanti avevano perso il lavoro o si erano ammalati o erano stati obbligati a sopravvivere per strada. Spesso si trattava di persone completamente disperate che avevano perso casa, lavoro, affetti e si erano ritrovate sole a causa delle scelte economiche e sociali che erano state fatte nel corso di tutti gli anni Ottanta dai governi della Thathcer. La cosa più orribile che descrivemmo era la condizione in cui versavano le istituzioni psichiatriche dopo tutti i tagli alla sanità pubblica che erano stati fatti: era una situazione degna dell Ottocento, disperata, senza alcuna via d uscita. Molti malati finivano per diventare «barboni» che si consolavano con la bottiglia e dormivano per strada. Ricordo quell esperienza come la più dura di tutta la mia vita, un vero inferno. Molto più difficile e alienante che tentare di sopravvivere alla violenza di Belfast. Quello dell emarginazione e delle disuguaglianze sociali non è un tema estraneo anche alle sue opere più squisitamente narrative: un elemento imprescindibile per la letteratura di un paese così segnato dai confini di classe come la Gran Bretagna? Devo ammettere che malgrado io abbia vissuto un infanzia molto povera e, più tardi, abbia passato alcuni mesi a vivere per strada, non mi ero mai imbattutto in situazioni paragonabili a quelle che ho incontrato nei mesi che ci sono voluti per mettere insieme i materiali di The Dispossessed. Solo allora ho capito che non avevo mai sperimentato una tale disperazione, una totale assenza di prospettiva o di futuro come quella che descrivevano le traiettorie esistenziali di coloro che incontrai in quel periodo a Londra, Birmingham, nel Galles o nel nord dell Inghilterra. I miei strumenti di scrittore erano messi al servizio di un disegno che mi apparteneva solo in parte. Credo infatti ci siano due modi per pensare a quanto si sta scrivendo: come ad una propria esclusiva proprietà o come a qualcosa che appartiene prima di tutto ai lettori. I veri proprietari di quanto avevo scritto erano i protagonisti delle storie che il libro raccoglieva: era tutta roba loro, solo loro. Però, si, in fondo ritengo che l impegno politico e sociale sia molto radicato nella tradizione della letteratura britannica. La descrizione delle povertà, degli ultimi e degli invisibili ricorre spesso, senza dubbio anche grazie alla grande popolarità di cui gode l opera di Charles Dickens che di questi temi e di queste persone si occupò in tutta la sua carriera. Dickens aveva avuto un infanzia molto povera e, a ben guardare, non ha mai scritto davvero d altro che di questa povertà. E le sue pagine hanno avuto un tale effetto sulla società dell epoca che hanno spinto ad un cambiamento reale della situazione, in particolare quella dei quartieri proletari di Londra: le leggi e gli ordinamenti urbani furono cambiati in virtù del fatto che i suoi libri ebbero un enorme diffusione e provocarono uno shock nell opinione pubblica. Pur vivendo a Parigi dal 2005, lei continua a seguire le vicende britanniche: ritiene che la Gran Bretagna di Cameron sia diversa da quella di Thatcher, la lady di ferro a cui l attuale premier conservatore dice di ispirarsi? Si, ma nel senso che da molti punti di vista le cose vanno ancora peggio rispetto a quell epoca e temo che il paese sia destinato a conoscere nel prossimo futuro diseguaglianze ancora più selvagge e pericolose. Il vero problema è che tutto ciò non accade per colpa della destra che continua semplicemente a fare il suo «lavoro». È piuttosto il lungo suicidio della sinistra britannica ad aver reso possibile tutto ciò. Tony Blair ha fatto scelte talmente di destra che nessuno avrebbe potuto pensare in precedenza che il Labour subisse una tale torsione: per molti versi con lui al potere le cose per i più deboli si sono fatte ancora più difficili che con la Thatcher. Tutto ciò ha finito per squilibrare completamente gli equilibri politici tradizionali e ha contribuito a danneggiare lo stato britannico e le sue funzioni, mettendo in crisi l idea stessa che lo stato si debba occupare in qualche modo dei suoi cittadini. Per Cameron è più facile far finta che i poveri o gli emarginati non esistano, che è poi la vecchia ricetta della Thatcher che descriveva un paese inesistente appoggiandosi sui pochi che traevano beneficio dalla sua politica di tagli e liquidazione del welfare state: qualcuno ha legittimato anche a sinistra questo tipo di discorsi. Per il resto, la destra al potere fa quello che ha sempre fatto. Ormai divenuto per la stampa francese «il parigino di Belfast», dopo la strage di «Charlie Hebdo» lei ha ricordato sulle pagine di «Libération» i giorni del sangue in Irlanda del Nord: la violenza cieca cambia solo maschera ma si tratta del medesimo fenomeno? Sì. Non ho il minimo dubbio al riguardo. Potrei darvi la ricetta per fabbricare uno di questi cretini assassini nella vostra cucina. Facile e poco caro. Prendete un grande mestolo di stupidità e uno altrettanto grande di arroganza. Mescolate bene e fate un passo indietro e voilà, avrete creato la cosa peggiore nata in seno alla storia dell umanità. Su Libération ho ricordato come da bambino a Belfast, dovevo avere 7 o 8 anni, ho visto un poliziotto morire in mezzo alla strada, senza che nessuno degli adulti presenti cercasse anche soltanto di coprirmi gli occhi: era uno spettacolo considerato abituale. Di quel giorno ricordo ancora oggi la pioggia e il sangue: la pioggia che batteva sul viso dell uomo ucciso e l enorme quantità di sangue che usciva dal suo corpo. Fui preso dal panico, ero terrorizzato, incredulo. Mi ci sono voluti degli anni per comprendere davvero cosa fosse successo. Il giorno della strage di Parigi mi sono sentito nello stesso modo. E ho cercato di dire che conoscevo le persone che avevano fatto tutto ciò, li avevo già incontrati, più volte, a Belfast come in tante altre parti del mondo: ovunque gli stessi stupidi, arroganti, privi di empatia e di immaginazione. Quel giorno, a Parigi, le persone complesse, divertenti, appassionanti che sono state uccise si sono trovate faccia a faccia con il loro contrario.

11 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 11 CULTURE oltre tutto «ERMETICA» ALLA BIBLIOTECA NAZIONALE Alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, domani con una conferenza di Yarona Pinhas, s inaugurerà la mostra «Ermetica. Le lettere della creazione e i libri alchemici. Opere di Vittorio Fava e Letizia Ardillo» (visitabile fino al 11 luglio). «La produzione dei due artisti è per molti versi complementare a una biblioteca - sottolinea in catalogo Giorgio Di Genova - luogo deputato alla lettura e alla memoria. Mentre Vittorio Fava è un infaticabile costruttore di libri d artista, la matrice del discorso artistico di Letizia Ardillo è l alfabeto ebraico. E se l uno si spinge con le sue creative scorribande, fino all alchimia, l altra per estensione giunge alla Cabala, con cui a partire dal XII secolo nell ebraismo fu diffuso l insieme di insegnamenti esoterici e mistici, intesi a spiegare il rapporto tra l infinito immutabile e misterioso, e l universo mortale e finito» STORIA «Pro Armenia. Voci ebraiche del genocidio armeno» a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti Un racconto polifonico presagio di futuri stermini Lia Tagliacozzo C i sono almeno due modi di leggere Pro Armenia Voci ebraiche del genocidio armeno edito da Giuntina (pp. 130, euro 12): il primo riguarda la valutazione dei testi che vi compaiono in quanto fonti storiche: si tratta infatti degli scritti di tre diplomatici testimoni diretti del Metz Yeghérn, il «grande male», l espressione armena per il genocidio perpetrato dai Giovani Turchi a cavallo dell inizio della Prima guerra mondiale e del quale si è commemorato in questi mesi il centenario. A loro va aggiunto un giurista che contribuì a coniare la definizione del reato di genocidio. Vi è però un altro crinale, che mette in gioco categorie interpretative diverse e che è dato dal criterio con cui nasce il volume curato da Fulvio Cortese e Francesco Berti: gli autori infatti sono tutti ebrei, un catalogo ebraico ha la casa editrice, e dalla tradizione ebraica proviene l esergo: «Non restare inerte davanti al sangue del tuo prossimo», tratto dal libro biblico del Levitico. Era il 1915, mancavano alcuni decenni allo sterminio industrializzato nazista, eppure, diversi per formazione, identità, cultura, nazionalità e provenienza alcuni ebrei assistono alla strage e ne comprendono lo sconcio. Le pagine di Pro Armenia riportano un inconsueto miscuglio di linguaggio diplomatico e reportage letterario, di saggio storico e testimonianza: elementi del volume che si offrono alla riflessione sugli ambigui e difficili confini tra storia e memoria che caratterizzano larga parte della discussione sulle fonti della ricostruzione storiografica in età contemporanea. Narrazioni da brivido Lewis Einstein iniziò la sua carriera proprio presso l ambasciata statunitense a Istanbul nel 1903 e vi rimase durante la Rivoluzione dei Giovani Turchi, del genocidio armeno descrisse prodromi, contesto politico internazionale e testimonianze: «L umorismo macabro della sollecitudine paterna che di solito maschera i più brutali massacri in Turchia - scrive nel 1917 con la prima guerra mondiale ancora in corso - fu abbandonato per una politica armata di deportazione, e per la sua implicita conseguenza: lo sterminio» ( ) e prosegue alcune pagine più avanti: «La terribile tragedia si estende in tutta la sua ferocia sull intera Asia Minore. I suoi dettagli sono infiniti, perché dove centinaia di migliaia perirono, per quanti molti morissero nel silenzio, i racconti degli altri continuarono a librarsi come fantasmi». André Mandelstam è invece ambasciatore russo a Costantinopoli. Fugge dalla Russia verso Parigi nel 1917 dove si dedica al diritto internazionale: si occupa soprattutto di diritti delle minoranze e fu fautore di una dichiarazione «sui diritti internazionali dell uomo» che promuove a New York nel 1929 senza successo. Il suo racconto fa venire i brividi : «Voi non capite cosa ci proponiamo - riporta Mandelstam nel disse il presidente di un comitato per la deportazione a un tedesco - Noi vogliamo cancellare la perfino il nome degli armeni, proprio come la Germania vuole lasciare in vita solo i tedeschi, noi vogliamo lasciare solo turchi». È una testimonianza terribile, precisa, nel linguaggio e nelle indicazioni dei luoghi e dei modi del SEMINARI A Rio de Janeiro un importante forum di studi sull intellettuale sardo Cittadinanza brasiliana per Gramsci Questo singolare libro sul «grande male» viene presentato oggi, alle 18, presso la libreria Koob di Roma LA MARCIA DEGLI ARMENI NEL 1915 Gianni Fresu L a fortuna internazionale dell opera di Antonio Gramsci è un fatto noto, trattandosi, come si dice ritualmente, dell autore italiano più tradotto e studiato nel mondo insieme a Dante e Machiavelli. Ma al di là di questa informazione generale, quasi autoconsolatoria vista la condizione attuale di disarmo culturale nazionale, le ragioni di tale fortuna sono ai più ancora poco conosciute o, meglio, ignorate. Il Brasile è da diversi anni una delle realtà più attive a livello internazionale negli studi gramsciani, qui l intellettuale sardo fin dai primi anni Sessanta fu oggetto di un interesse crescente e di studi specialistici. La traduzione e pubblicazione della sua opera cominciò nel 1966 e solo l inasprirsi della dittatura nel 1968, frutto del colpo di stato militare del 64, riuscì a interrompere temporaneamente un processo di diffusione e interpretazione creativa come quella brasiliana. Negli anni Settanta, alla vigilia della crisi finale del regime, Gramsci tornò prepotentemente non solo nel dibattito politico-sociale, ma anche e soprattutto nelle università, dando vita a un fenomeno che alcuni definirono vera e propria «moda intellettuale». Dalla storia alla filosofia politica, dalla pedagogia all antropologia, dalla geografia alle relazioni internazionali, dalla critica letteraria alla teologia, praticamente nessuna disciplina delle scienze sociali e umane fu immune dal contagio di questo interesse crescente. Non si trattò di una moda passeggera, perché tale processo si intensificò nei decenni successivi e, oggi, nelle principali università pubbliche esistono gruppi di ricerca interdisciplinari, corsi di laurea, specializzazione post laurea e di dottorato dedicati a Gramsci o nei quali comunque l intellettuale sardo è l autore di riferimento essenziale. A coronare questo percorso progressivo di studio, diffusione e applicazione concreta delle categorie del «nostro» in Brasile è intervenuto un avvenimento destinato a segnare la storia degli studi gramsciani nel mondo. Trai il 27 e il 29 maggio, nel Collegio di alti studi del forum di scienza e cultura dell Università federale di Rio de Janeiro, si sono riuniti gli studiosi gramsciani di tutto il paese. Un seminario intenso, finalizzato a mettere in relazione i risultati delle ricerche scientifiche, scambiare informazioni e esperienze tra i diversi rami disciplinari, conclusosi con la nascita dell International Gramsci Society Brasil. L Igs Brasil nasce con lo scopo di favorire le relazioni tra gli studiosi operanti nel paese e sviluppare le iniziative scientifiche, editoriali e di confronto legate al pensiero di Antonio Gramsci. L intellettuale sardo è oggi uno degli autori fondamentali in Brasile, come nel resto dell America Latina, non solo nell accademia, ma nella lotta politica e nella vita di realtà sociali come il Movimento Trabalhadores Sem Terra. Alcune sue categorie come «rivoluzione passiva», «egemonia» e «sovversivismo reazionario delle classi dirigenti», hanno trovato un applicazione analitica sorprendente in una realtà storicamente dominata da processi di modernizzazione dall alto con ricorrenti sospensioni delle libertà costituzionali e colpi di Stato autoritari come quella brasiliana. Le analisi contenute nella Questione meridionale e nei Quaderni sui rapporti di sfruttamento semicoloniale tra Nord e massacro, il testo presentato al Ministero della guerra a Londra il 16 novembre 1916 da Aaron Aaronshon, sionista, agronomo importante e uomo che in Palestina lavorò al servizio dei britannici contro l impero ottomano: «I massacri armeni conclude Aaronshon il suo reportage - sono frutto dell azione praticata con cura dai turchi e i tedeschi certamente dovranno per sempre condividere con loro l infamia di questa azione». Il loro racconto è tanto più significativo perché allora furono tra le poche voci che cercarono di attirare l attenzione su quanto stava accadendo: non ci riuscirono. Non è invece un testimone diretto Raphael Lemkin, giurista di fama internazionale, polacco, che riesce a raggiungere gli Usa nel 1941, primo autore della definizione giuridica di «genocidio» accolta oggi dalla «Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio» approvata dalle Nazioni Unite il 5 dicembre Sul primo fronte, quello della storia e della ricerca, «si tratta di quattro voci diverse, di quattro distinti punti di vista sul grande genocidio armeno scrivono Fulvio Cortese e Francesco Berti nella Postfazione - sui suoi presupposti e motivazioni; sulla continuità storica con altri episodi simili; sulle terribili modalità operative, sul delicato rapporto che a proposito è intercorso tra le istituzioni ottomane e le diplomazie europee; sulla questione della responsabilità politica cui imputare la commissione di queste atrocità, sia il tentativo di nasconderle al dibattito internazionale come al cuore e alla memoria di ogni uomo». Cupi riverberi Sul significato da attribuire invece alla comune ebraicità degli autori sono le pagine della Prefazione della scrittrice Antonia Arslan: «Questo non è un romanzo: è una storia di armeni e di ebrei. Qui sono raccolte le parole, le descrizioni, le impressioni, il grido di dolore di alcuni degli ebrei che hanno seguito in prima persona il procedere del genocidio armeno». Vi tornano anche Cortese e Berti: «Tutti gli autori sono ebrei. E la circostanza non può che far riflettere, visto che il loro corale lamento Pro Amenia può essere traguardato anche come triste presagio di chi, essendo sempre stato perseguitato, intravede in quel caso un angosciante salto di qualità, un precedente violentissimo capace, da quel momento in poi, di abbattersi anche su altri popoli, in primis, quello ebraico». Pro Armenia. Voci ebraiche sul genocidio armeno è un libro singolare, in cui si incontrano voci e sentimenti, ragioni e culture, di chi ha evidente memoria di persecuzioni collettive e si misura con il genocidio di altri, scoprendo che gli è impossibile rimanerne indifferente. A «Izmit ( ) - scrive Einstein - il vescovo rivestito dei suoi più bei paramenti sacerdotali, guidò il suo gregge, cantando l inno che si dicesse cantassero i figli d Israele quando fuggirono dall Egitto». E aggiunge: «E così partirono, quasi sempre verso la morte». Mancavano ancora oltre venti anni alla Shoah, cento a oggi. L incontro ha sancito la nascita di un progetto in sinergia con le università del paese sudamericano Sud nella storia d Italia, quelle sui subalterni e la funzione degli intellettuali negli assetti di dominio ed egemonia, sono oggi utilizzate per rileggere le vicende della sua storia coloniale e comprendere le contraddizioni sociali e culturali ancora oggi presenti in questo paese. In tutto questo si inserisce la nascita dell Igs Brasil con programmi molto ambiziosi e l idea di ospitare qui, nel 2017, un grande evento internazionale attorno alla sua opera, valorizzando il lavoro sinergico di tutte le realtà universitarie e degli studiosi che a Rio si sono incontrati. L obiettivo è chiaro, far compiere un salto di qualità agli studi a lui dedicati e intensificarne le connessioni internazionali. Se, grazie alla ricchezza e la diffusione internazionale del suo pensiero, possiamo considerarlo un cittadino del mondo, oggi (più che in passato), con l atto di nascita del 29 maggio dell Igs Brasil, l intellettuale sardo ha anche conseguito definitivamente la piena cittadinanza onoraria di questo caleidoscopico paese sudamericano. SCAFFALE «Resort Italia», chiuso per ferie Andrea Fabozzi I n un recente giovedì mattina, alcune sorprese attendevano il turista in visita al museo di Capodimonte. Le sale dedicate alla pittura dell 800 e all arte contemporanea risultavano chiuse per mancanza di personale. Anche molte stanze della galleria delle «arti a Napoli» erano chiuse, per lavori dovuti (pare) a qualche infiltrazione. Per scoprirlo, l incauto visitatore del giorno feriale aveva avuto bisogno di arrivare davanti alle porte sbarrate: nessuno aveva pensato di avvertirlo nel momento in cui pagava il biglietto. Lorenzo Salvia, nel suo Resort Italia (Marsilio, pp. 150, euro 17) racconta di una spedizione di imprenditori italiani negli Emirati Arabi nell ottobre Per promuovere il made in Italy e invogliare gli arabi ricchi a venire in Italia, niente di meglio di un filmato proiettato nella sede della camera di commercio di Abu Dhabi dove si mostrano le nostre bellezze, e tra queste la Gioconda di Leonardo. I ricchi arabi, commenta l autore, venivano così «invitati caldamente a prendere il primo volo per Parigi». Per organizzare quella spedizione si erano messi assieme ministero degli esteri e Confindustria. Spiega l autore, giornalista del Corriere della Sera, che il turismo internazionale cresce più velocemente dell economia mondiale, in media il 5% l anno. L Organizzazione mondiale del turismo - un agenzia delle Nazioni unite - calcola che nel 2030 quasi due miliardi di persone faranno un viaggio all estero per turismo. Vale a dire il doppio rispetto ad adesso. L Italia ospita il maggior numero di siti tutelati dall Unesco. Ma è scivolata al quinto posto nella classifica dei paesi più visitati dai turisti stranieri, dietro Francia, Usa, Cina e Spagna. Ed è insediata da vicino da Turchia, Gran Bretagna e Germania. Qualche altro dato pescato dai tanti raccolti da Salvia: investiamo meno dell 1% del Pil in cultura e il bilancio del nostro ministero dei beni culturali è passato dagli oltre due miliardi del 2000 al miliardo e mezzo del Ciò nonostante il turismo in Italia continua a valere un decimo del prodotto interno lordo e impiega una percentuale appena maggiore della forza lavoro. E, tornando ai musei, in Italia sono 4.588, ma il 54% di questi funziona in assenza di personale o con un solo addetto. Per venire fuori da questa situazione - «diventare il villaggio turistico del mondo e uscire dalla crisi», così recita il sottotitolo del libro - Salvia propone il sistema delle concessioni ai privati, almeno per quei beni che non attirano abbastanza visitatori. Anche se racconta bene i non esaltanti precedenti di alcuni capolavori: Ponte Vecchio affittato dall amministrazione Renzi alla Ferrari, il Colosseo sponsorizzato da Della Valle e il Circo Massimo affittato dalla giunta Marino ai Rolling Stones per quattro soldi. A proposito di favoritismi, l autore accende un faro sulla gestione dei servizi aggiuntivi nei musei (bar, librerie, biglietterie) che nel nostro paese sono tradizionalmente in mano a tre soli gruppi. Concessioni, queste, eternamente prorogate. Nel libro non mancano idee per la soluzione dei problemi riconosciuti del turismo italiano, come la concentrazione dei flussi nelle città d arte. Allungare gli itinerari oltre la stagione estiva e allungarli moltiplicando le mete, potrebbe essere una soluzione. Proposta però con molto realismo, anche a seguito dell esilarante e insieme triste visita doppia che Salvia conduce al parco di Pinocchio a Collodi, 60 chilometri da Firenze, e alla casa di Pippi Calzelunghe a Vimmerby, 300 chilometri a sud di Stoccolma. Il primo ha dalla sua la maggior fama del burattino e il beltempo che permette l apertura tutto l anno. Il secondo ha i turisti, in misura quattro volte maggiore.

12 pagina 12 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 Documusical VISIONI Esce nelle sale italiane il film che racconta la vita, le opere e l eredità del più rivoluzionario musicista africano. «Finding Fela», di Alex Gibney Da Lagos a Broadway. Storia dell inventore dell afrobeat e della sua sfida ai regimi militari nigeriani Marco Boccitto U n film su Fela Kuti. Ma come, uno solo? La notizia comunque è che arriva anche in Italia - nelle sale da domani, distribuzione Wanted - dopo essere stato premiato all ultimo Sundance film festival. Il "documusical" Finding Fela è il racconto orchestrato dal regista statunitense Alex Gibney sulla vita e le opere del musicista più geniale, politico e ispirato che sia uscito dalla scena dell Africa post-coloniale. Ma lo è un po anche del musical made in Broadway che lo ha preceduto, Fela!, affidato alla regia e al tocco magico del coreografo Bill T. Jones. Che ha raccolto sia polemiche sia incassi e riconoscimenti, presumibilmente per il coraggio dimostrato nell affrontare una figura così complessa, esaltante, controversa, senza l ausilio di alcuna "autenticità" e con in più una scrittura supponente come quella del co-autore Jim Lewis. Bill T. Jones almeno ci sentiva dentro «un fuoco», qualcosa di misterioso che lo costringeva a «muovere il culo», ma entrambi si ritrovano uniti nella bizzarra convinzione che la musica di Fela non avesse forma, non un capo né una coda. L'antitesi di un musical insomma. Che ha però portato a conoscenza di un pubblico ignaro dei suoi dischi, delle sue battaglie e delle sue disavventure, la grandezza lirica di un personaggio così rivoluzionario. Forse che il titolo del film, Scoprire Fela, era più adatto al musical? In parte, perché il film inizia e finisce a Broadway e dunque racconta anche di come artisti che avevano una conoscenza superficiale della materia finiscono per venirne risucchiati. Quel punto di partenza e di arrivo sembrerebbe un limite, un voler imporre una cornice alla cornice, laddove ne basterebbe già una a trasmettere un senso di oppressione, a negare il giusto respiro a tutta la vicenda e soprattutto alla musica di Fela. Ma c è esaltazione nel contrasto che si crea tra le immagini del musical e quelle d archivio, con l originale in pista. Malgrado le composizioni di Fela, le sue proverbiali durate, la costruzione pezzetto dopo pezzetto di maestosi affreschi sonori, tutto il processo creativo che Fela ha sempre difeso con i denti dai tentativi di formattazione dell industria discografica, ne risulti oggettivamente mortificato. Adriana Pollice NAPOLI U n anno di laboratori o meglio incontri-concerti in giro per locali e università, circa ottanta brani raccontanti nel loro contesto socioeconomico, sono stati la materia da cui Daniele Sepe ha tratto il suo ultimo cd A note spiegate (MVM, distribuzione Goodfellas). Per produrlo ha lanciato una sottoscrizione in internet: un solo giorno di crowdfunding e aveva già la cifra sufficiente, a dimostrazione che l industria impone prodotti ma non sa cosa vuole il pubblico. «Ho dovuto sottopormi a un intervento alla mano racconta il sassofonista partenopeo e non sapevo se sarei stato in grado di suonare ancora. Così ho deciso, prima di farlo, di entrare in sala di incisione e registrare un lavoro dedicato al sax. Ho scelto i brani a cui sono più legato. Accanto ci sono i racconti dei protagonisti. Durante le serate A note spiegate il pubblico impara a riconoscere gli elementi base della musica e delle canzoni, ma scopre anche le storie dietro le note: «Raccontiamo il jazz per quello che è: suono legato all emotività dell animo umano, una musica popolare nata nei bordelli, il linguaggio del proletariato e sottoproletariato La musica è l arma, Fela Kuti il suo profeta Per ottenere giustizia in questo senso ci sono i dischi, sarebbe disonesto non considerarlo. Il film s impenna quando segue l eloquio di Fela nel suo tempio, lo Shrine, nei frammenti del fantastico concerto del 1978 a Berlino che segnò anche il DANIELE SEPE Arriva «A note spiegate», frutto di incontri nelle università e concerti «Racconto il linguaggio popolare del jazz» urbano Usa, di cui si sono poi impossessati i bianchi tirando fuori più soldi per loro che per chi la faceva. Molti oggi invece la considerano materia esoterica, per pochi eletti. Io scrosto la patina radical chic che piace tanto ai critici». In studio con Daniele Sepe, Pietro Santagelo, Alessandro Tedesco, Pietro Festa, Franco Giacoia, Tommy De Paola, Davide Costagliola, Robertinho Bastos e Paolo Forlini, il viaggio comincia con Fables of Faubus di Charles Mingus e termina con Round midnight, l unico brano che ha un vocalist: Sepe ha chiesto a Paolo «Shaone» Romano di scrivere un testo in napoletano sulle armonie notturne di Thelonius Monk. Nel mezzo Charlie Mingus, Sonny Rollins, Bill Evans, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Miles Davis, Gato Barbieri, Frank Zappa e poi Led Zeppelin, Jimi Hendrix e Bob Marley. «Criminali spesso, di sicuro gente da bassifondi, ladri, magnaccia, truffatori, a volte ex assassini racconta Sepe -. Una musica nata nel peggior quartiere di New Orleans, Storyville, l unico in cui bianchi e neri avessero contatti, il quartiere delle bische e dei lupanari. Storie di gente che a volte è morta poverissima, pur avendo creato una musica magnifica che suoniamo ancora oggi». Monk componeva in un monolocale, condividendo il poco spazio con moglie e figli: «Il piano proprio accanto al frigorifero, mentre i figli guardavano i cartoons e dalla finestra arrivavano i rumori della strada. Tutti quei suoni dissonanti sono finiti nella sua musica. Mingus per vivere faceva anche il pappone, mestiere molto in voga nelle grandi orchestre». Ci sono le storie dietro le canzoni: «Nel 1957 racconta ancora - il governatore dell Arkansas, Orval Faubus, spedisce la guardia nazionale a impedire l ingresso di nove ragazzi afroamericani nella scuola superiore locale. Ci volle l intervento dell esercito per garantire un diritto elementare come l istruzione. Mingus scrisse subito un pezzo ma nel 59, quando lo inserì nel suo album Mingus Ah Um, la Cbs gli vietò di usare il testo così ne registrò una versione strumentale. Però poi ruppe il contratto con la Cbs e registrò la versione originale con l etichetta indipendente Candid». E i personaggi oltre la stessa musica: «Zappa conclude Sepe - si auto candido a presidente degli Stati uniti. Preferirono Nixon. L umanita è masochista». disfacimento della sua orchestra, gli Africa 70. E nella carrellata di personaggi che il regista chiama a testimoniare, i figli e i musicisti, il produttore Rikki Stein, il compagno di scorribande giovanili J.K. Braimah, il giornalista cubano Carlos Moore, suo primo e forse unico biografo ufficiale. Poi il batterista Tony Allen e Lemi Ghariokwu, autore delle iperboliche copertine dei dischi di Fela, che sono stati forse i più intimi complici di quel che il musicista nigeriano aveva in mente. Fela Anikulapo Kuti ( ), l uomo che portava la morte nella sua borsa. Ha inventato l afrobeat, una musica che prima non c era e oggi pulsa in una miriade di devote eppur vane rappresentazioni, dal Brasile al Giappone alla New York degli Antibalas, che surrogano appunto la musica di Fela nel musical. Ha irriso, denunciato e sfidato le dittature militari che si sono alternate al potere in Nigeria durante gli anni 70 e 80 senza mai cedere terreno, incassando e ripartendo ogni volta a volume ancora più alto con le sue analisi, le provocazioni, l attivismo spinto, le roboanti convinzioni. Ha irriso e sfidato anche l Aids, in modo altrettanto spavaldo e persino politico, se vogliamo, per finirne però sopraffatto. E qqui più che toccare una corda sensibile lascia affranto e arrabbiato Cd/ È USCITO «PASSION WORLD» Stefano Crippa D a sempre interprete capace di confrontarsi con il passato alternando una sicura capacità di scrittura, il quarantasettenne Kurt Elling da Chicago è per molti il vero erede della tradizione vocale lasciata vacante dopo Sinatra per troppo tempo. Una messe di album - dieci - ai quali si aggiunge ora - appena pubblicato dalla Concorde - un undicesimo capitolo: Passion world. L ennesima dimostrazione di un talento multiforme che gioca - questa volta - a muoversi fra i ritmi del mondo, scegliendo di ogni luogo e nazione una rappresentazione musicale fatta di note, di umori diversi che siano pop, rock, agganci classici regalandogli una veste che a volte richiama il jazz e più spesso gioca con le contaminazioni. Come nella ripresa di Where s the street have no name degli U2 dove riesce a mantenere il vigore di Bono e soci pur mutando completamente l arrangiamento, affidato al suo chitarrista John Mc Lean. Passion fruit si avvale di un nutrito parterre di ospiti, come Richard Galliano che è autore - oltre che musicista con il suo accordion - di Billie, dedicato alla Holiday, a cui Elling ha aggiunto il testo reintitolandolo The Tangled Road. E non manca la Francia con la classica La vie en rose dilatata a oltre otto minuti, Cuba con Si Bill T. Jones, che sulla compenetrazione tra malattia, amore, arte ha costruito una parte significativa della sua poetica di danzatore e coreografo. Per lui è troppo. Quasi quanto l atteggiamento a dir poco ambivalente che Fela aveva con le donne. Il regista del film ci sa fare nel cogliere l indignazione, ma anche il senso di quel limite che il regista del musical decide di non valicare. Nutrendosi piuttosto del rapporto che Fela aveva con una figura di intelligenza muscolare come quella materna, una femminista africana ante-litteram, una statista ombra, una fonte politica di conforto e confronto costante. La sua scomparsa in seguito alle violenze subite nell assalto dell esercito al compound che faceva da base alla comunità di Fela, sarà il primo serio k.o. per il musicista. Più libero di spaziare con letture a fronte, Alex Gibney si sofferma sulle 27 ragazze del gruppo sposate all unisono, perché i giornali la smettessero di chiamarle «puttane minorenni» e le riconoscessero come «regine». Le sue regine. E ovviamente non omette gli aspetti machisti e le considerazioni sulla questione femminile derivanti dai cascami di una presunta tradizione yoruba. «Era un figlio di puttana, un insieme di figli di puttana», sentenzia in fondo con amore Sandra Izsador, la donna che aggiunse un tocco Black Panther alla sinfonia panafricanista che rimbombava nella testa di Fela. Quando c è di mezzo lui persino la malinconia che si prende la scena da un certo punto in poi sprigiona potenza. Il delirio spirituale, l ennesimo arresto e l indurirsi di un corpo a corpo già furibondo con il regime che attirerà anche l attenzione di Amnesty International (sotto il cui patrocinio il film esce), la follia che s impadronirà anche del suo funerale. «Verrà veramente compreso tra 30, forse 40 anni», si rammarica il corrispondente del New York Times dell'epoca, John Darnton, che Fela avrebbe voluto come ministro dell'informazione nella sua ipotetica squadra di governo. Lo diceva anche lui, del resto: «La musica è l arma». Ma poi aggiungeva «del futuro». Le sfumature del mondo nella voce di Kurt Elling te contra e l Islanda di Bjork della quale riprende Who Is it. Un disco eterogeneo, frutto anche della scelta di sciogliere - amichevolmente - la quasi ventennale collaborazione con il pianista Laurence Hobggood che, quasi a testimonianza del passaggio di testimone, firma qui solo l arrangiamento del brano che apre la raccolta, The Verse, scritto da Pat Metheny e riscoperto da Elling grazie a un lavoro comune con la cantante polacca Anna Maria Jopek. Il vocalist chicagoano vi ha aggiunto il testo commissionando al musicista John Clayton di creare una nuova introduzione. Un alternanza di atmosfere, sulle quali svetta il suo inappuntabile timing, il senso del ritmo e la perfetta intonazione sia nelle note più basse che nei crescendo e nelle armonizzazioni. C è spazio anche per il Brasile con una piccola gemma di Dorival Caymmi Você Já Foi a Bahia? - sulle cui note duetta con la con la jazz vocalist losangelina Sara Gazarek. Passion fruit testimonia ancora una volta la necessità di Elling di cercare sempre materiali che stimolino la sua voglia di creare altri mondi sonori, senza limitazioni di genere. Perché come ha sottolineato lui stesso: «Le mie orecchie sono sempre aperte, e Passion world potrebbe avere un seguito; non ho infatti ancora sperimentato la musica del Medio Oriente, Asiatica e africana...».

13 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 13 VISIONI BIENNALE COLLEGE Sono 117, su 240 richieste pervenute, la maggior parte non ancora di 30enni, gli artisti provenienti da tutto il mondo selezionati per le attività della Biennale Danza 2015, dedicate ai giovani danzatori di Biennale College. «Nella consueta alternanza - sottolinea il presidente della Biennale, Paolo Baratta - il programma del settore danza di quest'anno è concentrato attorno a Biennale College e non su un festival vero e proprio. Il progetto, che mira a portare i giovani a lavorare con maestri per realizzare opere, alla fine dà però vita ad un mini festival, con la presentazione degli esiti finali dei laboratori». Lavori inediti e non solo, si potranno inoltre vedere tre coreografie di Sharon Fridman, Marina Giovannini e Michele Di Stefano per 31 interpreti compresi tra i 10 e i 15 anni. Il programma prevede altre tre parti: la performance «Buan» di Annamaria Ajmone, la riproposizione del «Vangelo Secondo Matteo» di Virgilio Sieni e la premiazione con il Leone d'oro alla carriera ad Anne Teresa De Keersmaker. ANTEPRIMA Orso d argento alla Berlinale arriva domani in sala «Vulcano» La rivoluzione di Maria è fare l amore nel bosco VULCANO DI JAYRO BUSTAMANTE, CON MARÍA MERCEDES COROY, MARÍA TELÓN,MANUEL ANTÚN, GUATEMALA/FRANCIA, 2015 Cristina Piccino O ltre la cima scura del vulcano c è l Eldorado. Pepe, ragazzo maya che si spezza la schiena nella piantagioni di caffè consumando i pochi soldi in «pagherò» di liquore prima di incassarli ci crede davvero. Il suo Eldorado è l America coi soldi e le ville con piscina, il Messico che sta dall altra parte e li separa dal confine è un piccolo pezzetto di terra, poca cosa. Ma Pepe non sa nemmeno parlare lo spagnolo come quasi tutti i maya della regione, come farai gli chiede Maria che di quel ragazzo ribelle è un po innamorata, e nella sua insofferenze vede il passaporto anche per la sua libertà. Ixcanul il nome del vulcano dà il titolo (orginale) al film d esordio di Jayro Bustamante guatemalteco, quasi quarantenne (è nato nel 77) cresciuto nei luoghi del film che da ragazzino ha imparato a conoscere seguendo la madre nelle campagne sanitarie di aiuto alle comunità maya. Discriminate, sfruttate, massacrate dal colonialismo spagnolo che ha continuato come in tutta l America latina a cancellare le tracce dei nativi nei secoli. In Guatemala poverissimi, devastati dal genocidio della dittatura imposta dagli Stati uniti, visto che gli indios erano la maggioranza delle DUE IMMAGINI DA «VULCANO«F acciamo finta che sia stato istituito un premio per il miglior padiglione Expo Se così fosse, da parte nostra andrebbe a chi ha pensato e realizzato lo spazio della Svizzera. Si chiama Confooderatio Helvetica, e si basa su quattro torri dedicate ciascuna ad acqua, caffè, sale, mele. Ogni torre è colma di tali materie prime e loro derivati. Il visitatore può prendere ciò che vuole senza nulla dover pagare. Ma via via che le quattro torri si svuotano di cibo, il livello delle piattaforme su cui poggiano si abbassa, e l aspetto del padiglione si modifica. Nello specifico: attenzione perché state dimenticando i visitatori che verranno dopo di voi, state pensando soltanto a soddisfare la vostra pancia. Uscendo dallo specifico per ampliare il discorso: guardate al mondo e riflettete sulla scarsità del cibo, sugli squilibri alimentari del pianeta, sulle disparità nella distribuzione delle risorse alimentari. I sinceri complimenti agli artefici dell opera attenuano il loro calore quando si entra negli spazi di SanaMente Girato in una comunità maya, ne racconta la vita quotidiana attraverso la sfida della protagonista forze guerrigliere (marxiste) di opposizione, che è continuato anche finita la guerra civile. La minoranza spagnola al potere gli toglie tutto, a cominciare dai figli, ci dice il regista che il commercio di bimbi fiorisce complici le istituzioni, la polizia, i giudici, i medici. Ma non è questo, non solo almeno il cuore del film che anzi quando esplicita il suo intento «politicamente impegnato» appare più rigido. Il punto di forza è la sensibilità delle sue immagini, l uso del piano sequenza controllato e senza compiacimenti che si tratti di filmare i contadini al lavoro mentre danno da bere al maiale dell alcol perché si accoppi, o quando si vede la giovane protagonista fare l amore col ragazzo dopo essersi «esercitata» su un tronco d albero. E il suo sguardo sui corpi dei personaggi nel loro rito quotidiano, i momenti più belli del film sono nella complicità che unisce Maria e sua madre, del resto il femminile è la scelta narrativa del film. Un legame quello tra le due donne teneramente fisico, fatto di carezze e di una sapienza antica tramadata nel tempo, contare le lune e saltare sul vulcano. Di una tattilità che del corpo coglie gli umori e i cambiamenti, di confidenze, mani che si toccano, che accarezzano senza imbarazzi. Bustamante lavora dunque sul paesaggio, emozionale e fisico al tempo stesso, sulla terra, sulla vita quotidiana dei suoi contadini scandita dalla disperata e continua fatica di sopravvivere. Per questo ha organizzato laboratori di recitazione con la comunità maya in cui ha raccolto storie, esperienze, violenza subita. La cultura e la lingua e soprattutto il segno esistenziale, e poetico, del loro rapporto con la natura,e con il vulcano che li sovrasta. Maria,la bravissima María Mercedes Coroy ha diciassette anni e il mistero di una bellezza antica. Vorrebbe ribellarsi alla sua condizione ma è schiava e dunque le è proibito. I genitori l hanno promessa al capo piantagione, uno che li ricatta col lavoro e con la catapecchia in cui vivono, la sua rivolta comincia con l arma che ancora le appartiene il corpo, l unico strumento rivoluzionario rimasto prima che le tolgano anche quello. Non era del resto la sua scoperta e la sua liberazione al centro di ogni movimento rivoluzionario, oggi più che mai visti gli integralismi e la nuova schiavitù della globalizzazione. Fa l amore con Pepe nello scarico del bar, tra le voci ubriache degli altri ragazzi, rimane incinta e difende questo suo bambino a cui non sembra avere diritto. Maria crede troppo alle cose la rimprovera la madre, non devi credere a tutto quello che ti dicono ma quella bimba che sta per nascere, e che la salverà dal matrimonio combinato anche se non dalla miseria è l unica cosa che ha e la fa sentire immortale. C è una durezza quasi implacabilenella messinscena di Bustamante, costruita sull opposizione dei due spazi: la natura poco idilliaca dove vivono i suoi protagonisti in cui i sogni di un altrove, il cielo invisibile oltre il vulcano, non soffocano antiche credenze, riti che li tengono anch essi in qualche modo prigionieri e che sembrano di pazzi visti con l occhio di oggi. E il mondo «fuori», una modernità straniera ugualmente rapace, forse persino più subdola nell averli già condannati per sempre. Resta il gesto solitario di una fuga, come quella di Pepe, il punk della comunità che dice al servo dei padroni: «Perché sei dalla loro parte?». E la consapevolezza confusa di Maria (che non è credulona come sembra) che al ragazzo quando vaneggia dell America vista solo sulle riviste - replica che lui non sa parlare inglese, e dove andrà, cosa farà? Dovresti imparare lo spagnolo prima dell inglese, gli dice mentre raccolgono il caffé, e lui cattivo: «È la gente come te che rovina questo Paese». Ecco la sua consapevolezza sapere, conoscere, non farsi derubare. Lei ci prova, con quello che ha, e il regista le restituisce una potenza il cui urlo silenzioso nelle due immagini che aprono e chiudono il film risuona universale. La morale svizzera Luciano Del Sette CINEMA Autore per Truffaut e Resnais Addio Jean Gruault, penna nouvelle vague C.Pi. L ultima apparizione è stata poche settimane fa, sugli schermi del festival di Cannes, nella fiaba incestuosa di Valerie Donzelli. È lui, infatti, Jean Gruault, l anziano e severo giudice che condanna i due giovani amanti incestuosi al patibolo. Marguerite et Julien, l amore assoluto tra i due fratelli che sfida tabù e proibizioni lo aveva scritto per François Truffaut con cui Gruault ha diviso per anni l onda della Nouvelle vague (e non solo). La sceneggiatura non era però mai stata realizzata fino a quando Donzelli, ritrovando i fili di quella lunga storia l ha portata sullo schermo (e in concorso sulla Croisette). Jean Gruault è morto ieri a Parigi a novant anni, era nato nel 1924 a Fontenay-sous-Bois. Drammaturgo, scrittore, attore di teatro, librettista d opera e soprattutto grandissimo sceneggiatore, forse uno dei più importanti della modernità, autore per Roberto Rossellini, Jacques Rivette, François Truffaut, Jean-Luc Godard, Alain Resnais, André Téchiné, Chantal Akerman - per citarne solo alcuni. Senza di lui non sarebbero nati film come Jules et Jim, Les Carabiniers, Suzanne Simonin, la religiosa, Le due inglesi, Mon Oncle d Amérique e tanti altri ancora. L avventura nel cinema di Gruault comincia negli anni Quaranta, a Parigi, dove lo troviamo nel gruppo di giovani cinefili che animano i cineclub tra il Quartiere latino e lo Studio Parnasse. Nel gruppo ci sono Rivette, Godard, Chabrol, Truffaut, Suzanne Schiffman, Labarthe, Jean Douchet, Claude de Givray, e sarà lì che cominciano a diffondersi irriverenze e pensieri di quella che sarà la futura Nouvelle Vague. Nel 1958 l incontro con Jacques Rivette, Gruault scrive la sua prima sceneggiatura, il film è Paris nous appartient. Da lì non si fermerà più. Poco dopo lo ritroviamo accanto a Rossellini sul set di Vanina Vanini (1961), col quale lavorerà ancora in La presa del potere di Luigi XIV. Intanto Gruault ha iniziato la sua collaborazione con Truffaut che durerà molti anni, e molti film: Le due inglesi, Adele H., La camera verde, Il ragazzo selvaggio... Il loro incontro avviene per Jules e Jim, Truffaut era stato sedotto dal romanzo di Henri-Pierre Roché, e per portarlo sullo schermo chiama Gruault. Nel 67 esce Suzanne Simonin, la religiosa, dal libro di Diderot, Gruault firma la sceneggiatura insieme a Rivette. Il film scatena uno scandalo per il suo sguardo critico sulle istituzioni religiose (che comunque arriva da un testo del Settecento), sfida la censura e ottiene un grandissimo successo. A partire dal 75 scrive per Resnais Mon Oncle d Amérique, La vita è un romanzo, L Amour à mort, ma la sua curiosità continuava a essere vitalissima, al punto che nel 2007 fonda una casa di produzione per produrre Mafrouza, straordinario doc in cinque parti di Emmanuelle Demoris. Casa Svizzera e si visita l Esposizione Scientifica Nestlé. Si, proprio lei, la multinazionale al centro di infiniti scandali alimentari. Frammento dalla presentazione della mostra «L esposizione interattiva di Nestlé» parte con la narrazione dei primi mille giorni di vita di un essere umano. Un periodo fondamentale, quello dalla nascita al secondo anno di età, per il corretto sviluppo del corpo e del cervello, in cui la nutrizione gioca un ruolo centrale nella salute del feto e della madre». È la classica zappa sui piedi, se si pensa che il colosso, fin dagli anni 70 del secolo scorso, è stato messo più volte sotto accusa per la fornitura gratuita agli ospedali del Terzo Mondo di latte in polvere. Tale sostanza, secondo l UNICEF, porterebbe alla morte di circa un milione e mezzo di bambini ogni anno, legata a problemi di sterilizzazione dell acqua e dei biberon, che accrescono il rischio di mortalità post-neonatale rispetto all allattamento naturale. Nel 1981, l OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) adottò l International Code of Marketing of Breast-milk Substitutes, regolamento internazionale sulla promozione di surrogati del latte materno, legalmente non vincolante. A dispetto dell adesione nel 1982, successivi controlli verificarono che la Nestlé si era resa autrice di numerose violazioni. Un test effettuato da Greenpeace nel 2004 rilevò la presenza di OGM in una confezione di Nesquick. Nel 2005, l azienda si oppose alla decisione della Svizzera di bandire gli OGM. Nel 2009, in Italia, alcuni accertamenti portarono alla scoperta di tracce di inchiostro Itx, usato per le confezioni Tetrapack, nel latte per bambini Nidina 2. La Nestlè e le Tetrapack furono condannate. Altra condanna, aprile 2015, per «Falsità nell analisi dei campioni dell acqua Nestlé - Vera», attinta dal bacino del comune di Santo Stefano Quisquina, Agrigento, da anni in lotta perché la multinazionale mette a rischio la capacità idrica locale. Dulcis in fundo, la denuncia ufficiale dell industria, nel 2005, per traffico di minori dal Mali alla Costa d Avorio: circa trecentomila, ridotti in schiavitù nelle piantagioni di cacao, 12/14 ore di lavoro al giorno. Il padiglione svizzero non crollerà certamente sotto il peso di queste e altre accuse alla Nestlé. Ma la sua immagine potrebbe subire qualche scossa tellurica. Di ordine morale.

14 pagina 14 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 RI-MEDIAMO Diffamazione, si cambia Vincenzo Vita A partire dal prossimo 22 giugno tornerà per la terza lettura nell aula della Camera dei deputati la proposta di legge sulla diffamazione a mezzo stampa, terminologia riduttiva perché il reato riguarda anche la radiotelevisione. Proprio il manifesto lanciò insieme ad Articolo 21 lo scorso dicembre un appello, volto a sottoporre alla presidente della Commissione giustizia di Montecitorio Donatella Ferranti e al relatore Walter Verini taluni emendamenti migliorativi del testo. Si trattava della messa a punto dell istituto della rettifica, ora a rischio di diventare un corpo estraneo rispetto alla testata; dell assurdità di sanzioni pecuniarie assai esagerate a fronte di una professione impoverita e composta in maggioranza da giornalisti autonomi o precari senza le dovute tutele; della debolezza del contrasto alla perniciosa tendenza ad utilizzare le querele temerarie come forma di censura e di condizionamento. Comunque, passi avanti sono stati fatti, proprio nelle ultime settimane, grazie all accoglimento di alcuni emendamenti, richiesti tra l altro dalla Federazione della stampa e dall Ordine dei giornalisti. Finalmente, ad esempio, è stata estrapolata la materia dei blog e dei siti, impropriamente omologati alle regole di movimento dell editoria tradizionale. Su tale materia, anzi, sarebbe importante che il parlamento passasse dalla felice elaborazione della commissione insediata da Laura Boldrini e presieduta da Stefano Rodotà al varo di una normativa moderna. Sui diritti e sui doveri di Internet, vero e proprio bene comune da innalzare alla soglia della Costituzione. Ciò che serve non è qualche bavaglio in più, bensì un corpo legislativo volto ad assicurare il libero accesso alla rete e la neutralità di quest ultima, la pratica del free software e la revisione della bardatura del copyright. È stato depositato utilmente, poi, dal relatore Verini uno specifico emendamento teso a risolvere la drammatica vicenda delle querele soprattutto per quanto attiene alle azioni di risarcimento economico- nei casi ormai numerosi delle aziende in stato fallimentare. L Unità, ma non solo. L inserimento dopo i dipendenti - dei giornalisti destinatari dell azione giudiziaria (in assenza degli editori di riferimento) tra i creditori privilegiati è doveroso, per evitare situazioni abnormi e assolutamente inique. Purtroppo, la crisi in corso rende necessario inserire tale argomento, onde evitare che l istituto della diffamazione, nato per proteggere i cittadini semplici e senza potere, si tramuti definitivamente in un arma devastante contro chi opera nell informazione. L utilizzo massivo della diffamazione significa snaturare il senso di una figura giuridica che oggi spesso si accompagna alle altre centinaia di intimidazioni avvenute in questi anni. Dati inquietanti si ritrovano sul sito di «Ossigeno informazione». Anzi, come è stato sottolineato da diversi avvocati specializzati sul tema, il legislatore potrebbe rivedere la vecchia legge sulla stampa del 1948 nel senso di prevedere la colpa (negligenza, disattenzione) oltre al dolo. Per esempio, un giornalista che si occupa di criminalità organizzata e non riesce a leggere con cura l insieme di un ordinanza magari di pagine non va messo sullo stesso piano di chi mente sapendo di mentire. È vero, il carcere è tecnicamente cancellato, ma l essere a piede libero non vuol dire essere veramente liberi. Se non si è in grado agire il diritto di cronaca. Non ci vuole poi molto: «basta un poco di zucchero», per dirla con Mary Poppins. LAZIO Mercoledi 10 giugno, ore SINISTRA IMPERIALE Guerra, imperialismo, mass media, in un convegno pubblico dal titolo «Sinistra imperiale». Con Michel Collon, Geraldina Colotti e Vladimiro Giacchè. Organizzano Gruppo Tanas Noi Saremo Tutto Aula Conversi, Facoltà di Fisica, La Sapienza, Roma Sabato 13 giugno, ore 17 FESTA PER LA CULTURA Controchiave ritorna con la Festa Per La Cultura! Con concerti, spettacoli teatrali, action-painting con grandi fumettisti tra cui Zero Calcare, bande itineranti, spettacoli e laboratori per bambini, il nostro grande mercato solidale tra cui ospiteremo Emergency ed un concorso fotografico a premi sui Instagram «Uno scatto per la Festa» Roma Venerdì 12 giugno RISPETTO DEGLI ANIMALI «Doveri e diritti. L educazione al rispetto degli animali» sarà il tema portante della tre giorni organizzata dalla LAV, per il Congresso nazionale dell Associazione, convocato da venerdì 12 a domenica 14 giugno. Villa Aurelia, via Leone XIII 459, Roma LOMBARDIA Mercoledì 10 giugno, ore 21 STRIP LIFE Proiezione del documentario «Strip life» ovvero come si vive oggi a Gaza. Come si vive dentro una prigione a cielo aperto. Cinema Nuovo Eden, via Nino Bixio, 9, Brescia PIEMONTE Martedì 16 giugno, ore SEBBEN CHE SIAMO DONNE In collaborazione con Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile e Collettivo Indignate Rosse, per smontare lo stereotipo che vuole le donne disarmate, quiete, non violente e vittime, raccontand storie di donne che si schierano in guerra. Terminiamo con Ezel Alcu rappresentante Uiki onlus, che ci parlerà della lotte delle donne kurde nel Rojava per ottenere il riconoscimento del Kurdistan e per costruire una società egualitaria attraverso l educazione permanente. Cosa comunicano a noi oggi le scelte di queste donne? Donne eccezionali o donne comuni? Maurice Glbtq, via Stampatori, 10, Torino SICILIA Venerdì 12 giugno A TUTTO VOLUME Tre intense giornate dedicate ai libri con gli scrittori che, tra i monumenti barocchi divenuti patrimonio dell umanità, si alterneranno nella presentazione delle loro ultime pubblicazioni. Ragusa è pronta a vivere la sesta edizione di «A Tutto Volume» (12-14 giugno). Dal pomeriggio a tarda sera, il festival promosso dalla Fondazione degli Archi e ideato da Alessandro Di Salvo animerà il centro storico di Ragusa Superiore e quello di Ragusa Ibla con un programma ricco di iniziative e articolato in quattro sezioni: in dialogo, in cucina, in scena, in favola. Ad aprire sarà Gherardo Colombo che presenterà il suo libro su Mani Pulite, l inchiesta che diede il via a tangentopoli. Info e orari: Ragusa Tutti gli appuntamenti: INVIATE I VOSTRI COMMENTI SU: Controllori un po razzisti Sono un pendolare e viaggio spesso sui treni. Negli ultimi tempi mi è capitata due volte una cosa strana. Due controllori diversi, in due occasioni diverse, hanno sorpreso degli zingari che viaggiavano senza aver fatto il biglietto. In tutti i due i casi invece di limitarsi a contestare agli zingari l infrazione commessa hanno detto «E poi vi lamentate se gli altri fanno i razzisti!!» Ciò mi fa sospettare che quella di manifestare il proprio razzismo sia un abitudine abbastanza diffusa tra i controllori dei treni. Invito pertanto i vertici di Trenitalia a raccomandare ai propri dipendenti, quando incontrano uno zingaro o un nero che non ha fatto il biglietto, di limitarsi a contestare l infrazione commessa e di evitare di fare commenti razzistici. Franco Pelella, Pagani (SA) Pappagalli di breve durata New entry. Ci risiamo con la Coalizione sociale. Chi la promuove si ostina cocciutamente a non fare un bilancio della parabola discendente (a picco) degli ultimi 10 anni di liste, cartelli, coalizioni dalla sinistra arcobaleno alla Tsipras, passando per la rivoluzione civile, illudendosi di copiare le realtà altrui come Podemos, all euforia della Linke in Germania, all estasi per Syriza in Grecia, e persino del 68 francese. Pare che nessuno dei promotori di questi cartelli, che sfrutta la buona fede di tante persone, si preoccupi di schierarsi definitivamente contro questa feccia di politicanti e di governanti di destra, ma soprattutto sinistrati che attualmente stanno guidando il Paese verso la distruzione totale. O si sta Da qualche anno, in modo erroneo e superficiale, quando si parla di costi standard in Sanità si fa l esempio di una spesa standard: la siringa. E così, alla quasi totalità dei servizi piemontesi che lavorano per il contenimento delle patologie droga correlate, tre anni fa è stata cambiata la fornitura delle siringhe. Effettivamente il costo delle nuove siringhe è significativamente minore e le schede tecniche presentano i prodotti come equivalenti. Però, la qualità del prodotto non è affatto equivalente! I servizi coinvolti hanno prontamente segnalato il problema e i Dipartimenti, attraverso relazioni dettagliate, hanno ripetutamente chiesto il ripristino della fornitura precedente. Le richieste non hanno avuto esito positivo. Questo problema è grave e mette a rischio l efficacia di questi interventi di prevenzione. Pragmaticamente, le Unità di Strada e i Drop In hanno sempre promosso comportamenti di consumo sicuro attraverso messaggi chiari e la fornitura di materiale sterile adeguato. Queste siringhe, invece, non sono affatto adeguate per i consumatori di sostanze per via iniettiva, che ormai da anni segnalano aghi che si staccano, stantuffi che non funzionano e aghi spuntati, con le ovvie ricadute in termini di uso non sicuro. I comportamenti a rischio sono ricomparsi in COMMUNITY le lettere FUORILUOGO da una parte, o si sta dall altra. Moreno Alampi Se la scuola non è buona C'è un aspetto che non riesco a capire, da insegnante, nella ribellione del corpo docente alla riforma cosiddetta della Buona Scuola, che pur condivido. Eravamo partiti bene, da giuste rivendicazioni contro l'idea di istituti pubblici gestiti come aziende private, con tanto di preside amministratore delegato, segnalando i rischi di alimentare un sistema di raccomandazioni che poco ha a che fare con il merito; lo avevamo fatto, bene, scendendo nelle piazze e riempiendole. Oggi quella battaglia si è ridotta a una guerriglia su scrutini ed esami - previamente concordata con i sindacati, che a loro volta strizzano l'occhio al governo - che vengono sospesi «per sciopero» e poi rimandati di qualche giorno, magari di sabato e all'alba. A farne le spese non certo il governo, né gli utenti - alunni e genitori - ma soltanto i docenti stessi e soprattutto quelli precari. Chi, come me, magari ha lavorato poche ore al mese per tutto l'anno, guadagnando meno degli altri in proporzione, pur essendo abilitata (come non tutti lo sono) e in prima fascia, ora si trova a dover essere reperibile e disponibile tutti i giorni di giugno, senza nemmeno poter protestare perché gli stessi Obietta Siringa, la salute e i costi Gigi Arcieri Occupazione, c è qualcosa che non torna L esplosione del part time A proposito dei dati sull occupazione, «c è qualcosa che non torna» suggeriscono Paolo Pini e Roberto Romano su «il manifesto» del 4 giugno, sulla base della lettura di alcuni indicatori economici. Andando nel concreto, poiché in questi giorni si stanno concludendo gli ultimi cinque mesi della C.I.G. in deroga per tutti i settori che non hanno la C.I.G. ordinaria (oltre all artigianato anche il commercio e non solo), la resa dei conti è la seguente: laddove non modo allarmante, anche perché se alla fine si ricorre all acquisto di una siringa di buona qualità, si rischia di usarla più volte e di scambiarla. Senza contare i costi del materiale sprecato perché difettoso, che alla fine diminuiscono sensibilmente il risparmio. Le ricadute di tutto ciò sono nuove infezioni e nuove sieroconversioni. I consumatori hanno subìto questa situazione lamentando quotidianamente problemi con le siringhe fino a che, dopo l ennesimo tentativo di raccolta firme non riuscito anche perché citare il proprio documento di identità non è privo di rischi - hanno chiesto di poter organizzare presso il Drop In un assemblea per confrontarsi, con utenti e operatori di altri servizi, e per individuare una strategia condivisa finalizzata al cambiamento della fornitura di materiale sterile. Abbiamo ritenuto importante accogliere la richiesta ed è nata così l «Assemblea Obietta Siringa, una siringa diversa è possibile». Malgrado il rischio che diventasse un brontolio collettivo sterile e frustrante, l iniziativa, promossa anche attraverso la rete, scattano i licenziamenti per riduzione del personale, da molto tempo si susseguono in tutti i territori del nostro paese trasformazioni dei rapporti di lavoro full-time in part-time involontari a 3, 4 o 6 ore di lavoro giornaliere. Quando le aziende avranno dei carichi di lavoro superiori, a questi lavoratori e lavoratrici sarà richiesto di prestare lavoro sino a un massimo di 40 ore settimanali, retribuite tramite la voce «lavoro supplementare» (con una maggiorazione prevista dai colleghi censurano proprio i più deboli. Insomma: uno sciopero che penalizza gli stessi lavoratori che lo indicono, che sciopero è? Una scuola che non solidarizza con tutti i propri componenti, che «buona scuola» può invocare? Piera Scognamiglio, Roma A Ponte Mammolo, Roma L effetto delle lettere pubblicate cortesemente dai giornali, segnalanti il degrado alla stazione metro di Ponte Mammolo a Roma si è esaurito nel giro di poco tempo. In realtà prima durava solo di giorno, giacché la macchina della Polizia Municipale non faceva in tempo ad andar via, che frotte di venditori abusivi occupavano ogni centimetro del largo marciapiede antistante la stazione. Lenzuola matrimoniali sozze piene zeppe di scarpe e mille cianfrusaglie adesso regnano indisturbate dalla mattina presto alla sera tardi. La sporcizia abbonda tutt intorno, cartacce, mozziconi di sigarette, bottiglie vuote, e tanti tanti graziosissimi grossi ratti dalla lunga coda. I cespugli qua e là servono da water per i raffinati vu cumprà. E tutta una festa, una delizia per chi si reca al lavoro la mattina presto, e dal lavoro torna stanca la sera, dopo il viaggio in vetture vecchie, senza aria condizionata e piene all inverosimile. Commissariare Roma a causa di Mafia Capitale? No. Io la commissarierei per avere ridotto così una delle città contratti nazionali del 10%). E questa una delle tante facce della flessibilità all italiana, che anche chi redige l inserto «Sbilanciamoci» dovrebbe indagare, in quanto computando chi è a part-time involontario (oltre un milione di persone in più nell ultimo quindicennio) si comprenderebbe meglio la vera composizione dell occupazione complessiva, smontando i castelli di carta sulla sua presunta crescita. Gian Marco Martignoni, Cgil di Varese più belle del mondo. Elisa Merlo, Roma Il mare a Roma, sconosciuto In pochi sanno che Roma è tra le rare capitali europee che affacciano sul mare. Spesso a Ostia capita di intercettare turisti spaesati, appena scesi dal trenino Roma-Lido perché qualcuno ha detto loro che a mezz ora dal centro della Capitale c è la spiaggia. E loro vagano, al di qua di stabilimenti imponenti come i casino di Las Vegas, senza vedere il mare. Del resto, gli stessi cittadini del X municipio difficilmente riuscirebbero a notare un onda, nemmeno se alta come quelle di Hokusai, o si accorgerebbero che il dio Nettuno ha appena deciso di sorgere dalle acque. A meno che non paghino il biglietto per oltrepassare il lungomuro! Oggi, però, l inchiesta su Mafia Capitale arriva a lambire Ostia dall interno, lasciando presagire o forse auspicare che la terza tranche delle indagini si focalizzi proprio sul litorale romano. E chi combatte quotidianamente per abbattere il doppio lungomuro di cemento e di illegalità, laicamente scettico rispetto a divinità marine che si palesino d improvviso, può soltanto sperare che una nuova onda di legalità e di trasparenza stia finalmente per allargare le piccole brecce che pochi Radicali e cittadini sono riusciti ad aprire negli ultimi anni. Paolo Izzo, Roma ha avuto una partecipazione elevata ed è stata proficua. Il confronto è stato ricco e vivace e le diverse ipotesi hanno portato a tre linee di sviluppo condivise. Sarà elaborato un documento da inviare a tutti i Dipartimenti per le Dipendenze regionali. I consumatori hanno chiesto alle associazioni Indifference Busters e Isola di Arran, come organizzazioni di consumatori, e a Cobs (Coordinamento Operatori di Bassa Soglia dei Servizi del Piemonte) e a Operatori non Dormienti di farsi portavoce per poter essere rappresentati. Poi, a due Responsabili di Struttura è stato chiesto di farsi promotori di un incontro che coinvolga i referenti istituzionali regionali. Infine, diffondere e dare visibilità al problema utilizzando diversi strumenti comunicativi. Noi del Drop In accompagneremo questo processo, sperando che contribuisca alla risoluzione del problema. Perché per noi queste iniziative sono riconducibili alle finalità fondanti della riduzione del danno, favoriscono atteggiamenti propositivi e partecipativi, sono qualificanti per i Servizi e rappresentano emblematiche esperienze di empowerment per i consumatori. * Responsabile Drop In del Dipartimento Dipendenze 1 dell ASLTO2

15 MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 il manifesto pagina 15 COMMUNITY LA SCOSSA DEL VOTO E adesso la Turchia dei democratici nell Unione europea Tonino Perna L o straordinario risultato elettorale in Turchia rappresenta un occasione storica. Malgrado la repressione dei movimenti sociali ed ambientalisti, l eliminazione di scomodi giornalisti, una strategia della tensione- fatta di bombe messe nelle piazze e di terrore mediatico- malgrado tutto ciò il partito curdo è riuscito ad entrare, per la prima volta, nel parlamento turco (con oltre il 13%) e il partito di Erdogan ha perso quasi il 10% dei voti. Doveva essere un plebiscito per l Akp- il partito della Giustizia e del Progresso- che da tredici anni detiene il potere in questo grande paese, doveva essere un momento di gloria per Erdogan che puntava alla maggioranza assoluta dei seggi parlamentari per cambiare la Costituzione ed imprimere una svolta autoritaria definitiva all interno di un processo di islamizzazione del più antico Stato laico del mondo musulmano. Ed invece il popolo turco e curdo, soprattutto le fasce giovanili, hanno voltato le spalle, sia pure parzialmente, al presidente con forti aspirazioni autoritarie, contribuendo a salvare una immagine democratica del paese che conta oltre settantacinque milioni di abitanti, un tasso di crescita economica triplo di quello della Ue negli ultimi dieci anni, e, soprattutto, un ruolo fondamentale nel rapporto tra mondo cristiano ed islamico, tra oriente ed occidente. Turchia ed Ue hanno instaurato delle relazioni particolari dal 1963 quando la Comunità Economica Europea (Cee) firmò il Trattato di associazione con lo stato turco chiamato "Accordo di Ankara", seguito dal protocollo addizionale del Poi tutto è stato congelato. Con la caduta del muro di Berlino e l unificazione delle due Germanie, lo sguardo e le strategie di Bruxelles hanno virato verso l est europeo, abbandonando il sud ed i paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo. In particolare, nel 2005 si è giunti in un vicolo cieco: si rimandano sine die i negoziati per la piena adesione della Turchia al consesso europeo. Questo diniego di Bruxelles ha spinto il governo turco verso posizioni religiose più radicali e allontanato la prospettiva culturale che da oltre un secolo proietta la Turchia verso l Europa. Un errore politico gravissimo, che ha trovato varie giustificazioni (dal mancato rispetto dei diritti del popolo curdo al non riconoscimento del genocidio degli Armeni compiuto durante la prima guerra mondiale), ma che non ci porta da nessuna parte. Certo che il negare il genocidio del popolo armeno, come ha fatto il presidente Erdogan non è accettabile, così come finché non si risolve la «questione cipriota» non è facile convincere due partner della Ue come Grecia e Cipro all ingresso della Turchia nella Ue. Eppure, non c è altra strada che quella dell inclusione, la sola che possa farci uscire da una situazione di stallo diventata insostenibile. L Unione europea ha bisogno di includere la Turchia per dare una svolta al suo rapporto col mondo islamico,per costruire una Europa multiculturale, per offrire ai giovani ed alle donne che lottano coraggiosamente da anni per i diritti fondamentali della persona e la tutela dell ambiente (vedi il caso emblematico delle lotte a Piazza Taksim per difendere il Gezy Park) di avere un punto di riferimento forte su cui contare. D altra parte, la Turchia ha ancor più bisogno dell Ue per sostenere il suo modello di sviluppo (il 44% dell export va verso i paesi Ue ed è in crescita), al riparo dalla concorrenza cinese che ne ha eroso gli spazi di mercato nel Medio Oriente, nei Balcani e nel Nord-Africa. Ma, soprattutto ne hanno bisogno quella massa di giovani (il 73% della popolazione ha meno di 35 anni!) che senza rinunciare alle loro tradizioni ed identità vogliono vivere liberi dai diktat imposti dalle teocrazie e da tutte le forme di dittatura più o meno illuminate. Sono questi giovani i soggetti sociali con cui costruire la strada che porta l Unione europea ad aprirsi ai popoli del Mediterraneo, a ritornare alle proprie radici culturali che in questo bacino hanno il fondamento. Rilanciare l Unione europea facendo entrare questo grande paese, la cui storia si è sempre intrecciata con la nostra, è oggi un obiettivo irrinunciabile. Evapora il partito della nazione N ella direzione Pd abbiamo visto il solito Renzi, quasi come se nulla fosse accaduto. Le ragioni per lui, i torti per gli altri. Nessuna apertura alla minoranza interna, che anzi viene crocifissa sui cattivi risultati. Sulle riforme avanti, ne va della credibilità in Europa (ancora?). Per la scuola, che ha terremotato il paese, la graziosa offerta di ben 15 o 20 giorni di riflessione. Per pensare cosa? Colpisce la mancanza di analisi del punto centrale. Emerge con evidenza dalle cifre elettorali e dai commenti post-voto il fallimento del disegno strategico di un partito della nazione volto ad essere la Dc del millennio. Si disvela finalmente il gioco di prestigio messo in piedi con le europee con l ormai mitico 40% di voti sul 58% degli aventi diritto. Su quella base Renzi ha abilmente manovrato, sfruttando la forza parlamentare data da un premio elettorale incostituzionale e controllata tramite un partito scalato con le primarie. Ora, tutto frana per la dimostrata incapacità di inverare nei consensi reali l egemonia fittizia così costruita per il Pd. Renzi poteva scegliere come affrontare il tema. Non poteva ignorarlo, per l evidente impatto proprio sulle sue riforme. Non crediamo che Renzi sia tanto sciocco da pensare davvero che il problema non esiste. Sarebbe come se Marchionne sapesse di costruire pessime auto, ma si convincesse del contrario guardando i propri spot in Tv. Per questo è ingannevole la certificazione che esistono tre opposizioni, disegnate come incomponibili e inconcludenti: la destra, M5S, e Landini. Proprio il fallimento del disegno strategico del partito della nazione omologa il Pd a quelle forze. Il sistema politico si orienta verso un modello multipolare di soggetti sostanzialmente equivalenti. Un paese fatto di minoranze. Tra queste, il Pd è oggi una minoranza che deve difendere per quanto possibile il margine di seggi che ha in parlamento grazie a un sistema elettorale truccato (il Porcellum). Il nuovo sistema elettorale (l Italicum), ancor più truccato, Massimo Villone non garantisce il risultato. Dunque il problema di Renzi è come e dove trovare consensi nuovi, veri e duraturi. È però interessante che includa tra le opposizioni Landini, che qualifica senza appello come perdente. Viene il sospetto che lo ritenga pericoloso. E avrebbe certo ragione, visto che per lui il punto non è se Landini sia o meno vincente, ma se possa contribuire alla sua sconfitta. Su questo, merita qualche considerazione l assemblea della Coalizione sociale da ultimo tenuta. Ampia partecipazione, entusiasmo, e L autoinganno di Renzi che nell analisi del voto salta il punto centrale. Parla di tre opposizioni (destra, M5S e Landini), ma il voto certifica che anche il Pd è una minoranza molti giovani. Questi sono gli elementi positivi che colpiscono l attenzione. Suggeriscono un appeal e un potenziale di crescita importanti. Sussurri di corridoio dicono che potrebbero valere un consenso elettorale a due cifre. Se così fosse, per il Pd minoranza tra minoranze potrebbero essere indispensabili una strategia coalizionale e un radicale cambio di rotta. Ma l entusiasmo e lo spontaneismo volontaristico vanno bene per uno stato nascente, e per un tempo limitato. Se durano troppo a lungo, sono destinati ad affievolirsi progressivamente, e a dissolversi. Quindi la Coalizione sociale deve presto procedere a una nuova fase. Due sono i passaggi necessari: organizzazione, e gruppo dirigente. Landini ripete ancora che non vuole fare un partito, e ne capiamo le ragioni. Ma è indispensabile una forma, diversa quanto si vuole da un partito tradizionale, purché stabile e organizzata. Ed è qui il vero problema. Per sua genesi la Coalizione sociale vede partecipare tanti soggetti diversi, gruppi, associazioni, persone singole. Quale modello organizzativo può tenerli insieme, in modo che tutti sentano di incidere, di partecipare alle scelte, e nessuno si senta emarginato, ingabbiato? Quale procedimento può consentire a una galassia di tanti frammenti sparsi di darsi una leadership da tutti riconosciuta, e che parli per tutti? I modelli che l esperienza ci consegna non si mostrano utili. E anche l ultimo esperimento M5S non sembra offrire elementi. C è una riflessione in corso, speriamo rapida. Se la Coalizione sociale non vuole essere solo un simpatico happening, dovrà scendere in campo in un turno elettorale. Probabilmente non sopravvivrebbe se mancasse le prossime politiche. Né certo sopravvivrebbe come supporto a Landini per una sua personale strategia limitata al sindacato. Ma alle battaglie elettorali non si partecipa in ordine sparso. E i tempi della prossima competizione sono anzitutto in mano al premier. Infine, un osservazione sul senato. Pare che ora basterebbe a Renzi un senato che non desse la fiducia, e non si riunisse tutti i giorni. Se è un apertura su un recupero dell elezione diretta, ben venga. Molti gufi hanno fino alla noia sostenuto che si poteva superare il bicameralismo paritario mantenendo il carattere elettivo. Non vorremmo però alla fine sentire che purtroppo non c è più nulla da fare, perché sul senato non elettivo c è la doppia lettura conforme delle due camere. Per bontà d animo, gli vogliamo suggerire di verificare la via dello stralcio. Si potrebbero in tal modo espungere le norme che costruiscono un assemblea imbottita dei peggiori cascami che la politica italiana esprime, e procedere con il resto. Forse è una forzatura del regolamento. Ma è di certo minore, e molto meno pericolosa come precedente, di quanto abbiamo già visto succedere. il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco DESK Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320e semestrale 180e versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. Bargoni 8, Roma REPIDEE-CASO DIAZ-ZUCCA Le tre prove che mancano a Pansa e alla polizia Patrizio Gonnella C è un modo attraverso il quale il ministro degli interni Alfano e il capo della polizia Alessandro Pansa potrebbero rispondere efficacemente alle osservazioni critiche e dure del pubblico ministero Enrico Zucca, ovvero dimostrando con fatti e parole di essere lontani anni luce dalla sottocultura che ha prodotto Genova Enrico Zucca, pubblico ministero per le brutalità alla Diaz, in un convegno pubblico ha in modo circostanziato proposto il suo punto di vista rispetto alla tortura e alle violenze di Polizia. Il ministro degli interni e il capo della polizia hanno chiesto al ministro della giustizia di intervenire nei suoi confronti disciplinarmente. Supponiamo che si finisca davanti a una commissione che dovrà giudicare se Enrico Zucca ha diffamato o vilipeso il corpo di polizia, accusato di non essersi immunizzato dai rischi di violenza. Per poter vincere quella causa i vertici della sicurezza dovranno dimostrare che tra il 2001 e il 2015 sono successe cose importanti e in contro-tendenza. Ecco tre prove che dovranno essere portate in giudizio, in mancanza delle quali le chance di vittoria sono scarse. La prima prova consiste in dichiarazioni pubbliche fatte a sostegno di una legge che codifichi il delitto di tortura così come definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite del Sarebbe questo un argomento forte che consentirebbe a tutti di distinguere in modo netto fra chi opera nel solco della legalità e chi invece no. Il reato di tortura, così come ricorda in ogni occasione Luigi Ferrajoli, è l unico ad avere un avallo normativo costituzionale. Quando l Assemblea Generale dell Onu elaborò un codice di condotta per tutti gli esponenti delle forze di polizia nel lontano 1979 all articolo 5 affermò che «Nessun appartenente alle forze di polizia infliggerà, istigherà o tollererà atti di tortura o altri tipi di trattamento o pena crudeli, inumani o degradanti, né potrà invocare attenuanti come ordini superiori». Dunque l intollerabilità della tortura fa parte della deontologia di chi riveste un delicato compito di sicurezza. La Corte per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia nel caso Furundzjia ha affermato che nell ipotesi di mancata codificazione del crimine di tortura la responsabilità del singolo torturatore si espande fino allo Stato. Nel caso Diaz la Corte europea dei diritti umani ha ricordato all Italia quali fossero le sue responsabilità di fronte alla comunità internazionale. Lo aveva fatto qualche settimana prima il Consiglio dei Diritti Umani dell Onu. La seconda prova da portare è che il governo abbia dato mandato all Avvocatura di costituirsi parte civile nei processi per violenze nei confronti di persone detenute, fermate o arrestate. Infine la terza prova consisterà nel dimostrare di avere autorizzato l uso dei numeri identificativi per i poliziotti impegnati nelle funzioni di ordine pubblico. Senza queste tre prove la causa la vince Enrico Zucca. Del reato di tortura che non c è parleremo oggi in una conferenza stampa al Senato con Luigi Manconi e Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International. * presidente Antigone IBAN: IT 30 P COPIE ARRETRATE 06/ STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130, Roma - litosud Srl via Aldo Moro 4, Pessano con Bornago (MI) CONCESSIONARIA ESCLUSIVA PUBBLICITÀ poster pubblicità srl SEDE LEGALE, DIR. GEN. via A. 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16 pagina 16 il manifesto MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2015 L ULTIMA Marco Omizzolo e Roberto Lessio T re anni fa il Summit G8 del 2012 proclamava la nascita della «Nuova Alleanza per la sicurezza alimentare e la nutrizione». L accordo faceva leva sulla retorica strumentale e ipocrita dell aumento della produzione di cibo per salvare dalla povertà e dalla fame 50 milioni di persone. Il solito slogan usato cinicamente per incentivare forme di speculazione, anche finanziaria, che sembrano aver trovato un nuovo Eldorado nell accaparramento di terra agricola in Africa, Sud America e Asia. In quell occasione, una sorta di antipasto del Ttip, si trovarono allo stesso tavolo dieci paesi africani, non certo tra i più poveri, tra i quali Ghana, Nigeria, Mozambico, Tanzania, e centinaia di multinazionali dell agro-industria tra cui le più grandi nella produzione di pesticidi, sementi ibride e Ogm (Yara, Cargill, Monsanto). storie Per il G7 le associazioni per la difesa della sovranità alimentare hanno chiesto ai governi de mondo di dotarsi di una piattaforma sociale che metta al centro le organizzazioni contadine in lotta contro il land-grabbing ARUSHA (TANZANIA), UNA CONTADINA AL LAVORO LA TERRA rubata a imprese multinazionali delle «terre comuni» utilizzate Più mercato, più privatizzazioni Dietro le proclamazioni ufficiali si nascondeva in realtà, senza un velo di imbarazzo, il tentativo di aprire nuovi mercati in Africa alle imprese europee e americane che, in cambio di un impegno vago ad investire denaro contante nei dieci paesi africani interessati, ricevettero impegni precisi da parte di quegli stessi governi africani per l avvio di processi di privatizzazione della terra. In particolare fu prevista la concessione da sempre dai villaggi per il sostentamento collettivo delle comunità (land-grabbing), incluse politiche volte alla legalizzazione degli Ogm e di sementi brevettate con contestuale criminalizzazione di pratiche di scambio di sementi operate dai contadini. Prevista anche la trasformazione della produzione agricola di tipo familiare su piccola scala, che in Africa riguarda ancora il 60% dei contadini e l 80% della produzione totale di cibo, verso sistemi di produzione industriale ispirati ad un modello che nel mondo ha già mostrato i suoi limiti: inquinamento, cambiamenti climatici, problemi di obesità e malnutrizione. I contratti imposti alle popolazioni locali prevedono, tra le altre cose, il pieno ed esclusivo utilizzo di tutte le risorse sottostanti e sovrastanti la terra acquistata. Questo significa che senza un limite contrattuale, qualsiasi sia la coltura che quell azienda decide di coltivare, oltre al terreno può disporre di tutta l acqua che ritiene necessaria senza versare alcun canone aggiuntivo. Le popolazioni locali dovranno lasciare quel luogo ormai non più loro, dopo di ché tutto quello che insiste su quel suolo diventa di proprietà delle aziende locatarie o dei fondi pensione occidentali che hanno avviato enormi operazioni di investimento e speculazione su quelle terre. Si consideri che negli ultimi anni sono stati accaparrati terreni per 87 milioni di ettari. Significa cinque volte la superficie arabile d Italia, che nel suo complesso è di circa 30 milioni di ettari: si tratta del 2% delle terre coltivabili nel mondo. È lo stesso meccanismo finanziario adottato in Inghilterra dal governo della signora Margaret Thatcher circa trent anni fa con il fallimentare slogan «meno Stato, più mercato». Per il report dell associazione Terra Nuova e del Transnational Institute, i benefici promessi dal settore privato e dai donatori evaporano quando le organizzazioni contadine più critiche e i loro sostenitori cercano di determinarne gli impatti. Ciò che rimane è un sistema organizzato con lo scopo di penalizzare i piccoli produttori a beneficio delle multinazionali attraverso la privatizzazione dei beni pubblici e collettivi dai quali dipendono le condizioni di vita delle popolazioni rurali. Privatizzazione infatti in primo luogo significa privare tutti di beni comuni quali il suolo agricolo e l acqua. Privati delle terre e dei mezzi di sostentamento, le comunità rurali non hanno altra scelta che integrarsi a condizioni svantaggiose in sistemi di produzione di cui perdono completamente il controllo. L alternativa per la sopravvivenza è migrare verso le città o altri paesi. Giù le mani dalle sementi È per questi motivi che in occasione del G7 le associazioni impegnate nella difesa della sovranità alimentare hanno chiesto ai Governi dei paesi che hanno sottoscritto la Nuova Alleanza alcuni impegni precisi, a partire dalla predisposizione in ogni nazione di una piattaforma sociale che comprenda i diversi attori interessati da queste politiche. Tra questi ci dovranno essere le organizzazioni contadine e gli altri gruppi emarginati, insieme a quelle che si occupano della difesa del diritto al consenso libero, preventivo e informato di tutte le comunità vittime della speculazione economica sulla terra, oltre a quelle che garantiscono la loro piena partecipazione al governo del territorio e delle risorse naturali. L impegno continua con la richiesta di rispettare i diritti dei contadini a produrre, proteggere, utilizzare, scambiare, promuovere e vendere le proprie sementi e aumentare il sostegno al sistema delle banche contadine dei semi. Fondamentale è la richiesta dello stop con contestuale revisione di tutti i processi sulla legislazione sulle sementi basati sulla convenzione Upov del La richiesta riguarda tutti i brevetti e le leggi che minacciano i diritti dei piccoli agricoltori. Sono previste infine politiche pubbliche di sostegno per questa categoria di produttori, incluse le organizzazioni della società civile e dei consumatori a livello regionale e nazionale per sviluppare un dibattito sulla sovranità alimentare, sul diritto al cibo e sull agro ecologia. Le organizzazioni che hanno sottoscritto la dichiarazione a livello mondiale sono numerose e tra queste si contano oltre a Terra Nuova anche ActionAid International, Africa Europe Faith and Justice Network, Grain, Greenpeace Africa, La Via Campesina Southern and Eastern Africa, Oxfam, Transnational Institute, Unión Solidaria de Comunidades - Pueblo Diaguita Cacano, Réseau Maerp Burkina Faso, Coalition of Women s Farmers, Cnop Mali, Global Justice Now e molte altre. Un iniziativa che vuole unire le associazioni di tutto il mondo per combattere contro la fame, la miseria e soprattutto i grandi affari delle multinazionali, dell agro-finanza e dei loro governi amici.

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