Viaggio nella Tuscia, erede della civiltà etrusca

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2 Viaggio nella Tuscia, erede della civiltà etrusca SPECIALE VITERBO di Ivo Carezzano Vice Direttore Vicario de Il Messaggero Una ragione c è, se i ricchi inglesi e americani stanno scendendo lentamente dalla Toscana, dal Chiantishire e dalla Maremma, verso la Tuscia: quella vasta area compresa (oggi) tra il Tirreno, al confine tra le province di Viterbo e Grosseto, e l entroterra di colline ora dolci ora orride che corrono fino e oltre il Lago di Bolsena, il più grande di origine vulcanica d Italia, per arrivare alle selve profonde nel cuore verde dell Umbria, esattamente a metà strada tra i due mari che profilano la Penisola... 3

3 Tombe etrusche di Castel d Asso, vicino a Viterbo. Xilografia dal volume Viaggio Pittoresco dall Alpi all Etna di W. Kaden, Stoccarda, Collezione della Galleria genovese San Lorenzo al Ducale. Alle pagine precedenti Italia Antica. Incisione su rame con coloritura d epoca di Georg Matthäus Seutter, Augsburg, 1730 ca. Collezione della Galleria genovese San Lorenzo al Ducale. La parola tra parentesi - oggi - sta a indicare che ieri, e cioè tra l VIII e il V secolo avanti Cristo, la Tuscia - come la chiamarono i Romani - rappresentava il cuore dell Etruria, e comprendeva anche gran parte della Toscana, dell Emilia Romagna, del versante umbro della Valle del Tevere, con puntate espansionistiche fin verso la Liguria spezzina. Dunque, Tuscia. Nome che scivola in bocca e accende la fantasia ed eccita soprattutto loro, gli inglesi, che furono fra i primi a scoprire quel che restava della straordinaria civiltà etrusca: fu infatti lo scozzese Thomas Dempster, vissuto a cavallo tra cinque e seicento, a dare sistemazione nel De Etruria Regali alla consapevolezza, tutta medioevale, che nell Italia preromana erano esistite civiltà importanti diverse da quella classica greco-romana, le quali, nella logica della conquista e dell impero, Roma aveva teso a cancellare. Allora, da dove erano spuntati, gli Etruschi? Come spiegano gli studiosi Antonio Giuliano e Giancarlo Buzzi le ipotesi sono tre. In sintesi: popoli arrivati in Italia attraverso le Alpi Retiche; popoli discendenti dai protoitalici, che abitavano la penisola prima ancora delle invasioni indoeuropee; popoli, infine, emigrati in Italia via mare dall Oriente. Per tante ragioni noi siamo per questa terza ipotesi e per avere spiegazioni maggiori ci lasciamo prendere per mano da Erodoto, storico greco nato nel 484 avanti Cristo ad Alicarnasso. Nelle sue Storie (I, 94) racconta che al tempo di Atìs, figlio di Mane, diciamo noi intorno al XIII o XII secolo avanti Cristo, un po dopo la fine della Guerra di Troia, una tremenda carestia si sarebbe abbattuta sulla Lidia. La Lidia si trova nella parte meridionale della penisola anatolica: luoghi straordinari dove bisogna recarsi per vedere quel che i Romani lasciarono in quella loro Asia Minore, dove, nella purezza della Turchia profonda che si affaccia verso Cipro e la Siria e le coste dell Africa settentrionale, spuntano ovunque resti archeologici situati in modo tale che il viaggiatore ha ancora oggi la sensazione di scoprirli lui, più che vederli da turista. La stessa sensazione che si ha anche qui nella Tuscia, oggi, scoprendo gli insediamenti etruschi di Bolsena o Ferento, Vulci o Grotte di Castro, Tarquinia o Blera, Norchia o Tuscania, eccetera eccetera. Così i Lidi, dopo aver cercato di resistere alle disgrazie - pensate un po - inventando pas- 4

4 SPECIALE VITERBO satempi per sfuggire la fame, come i dadi, gli astragali, persino il gioco della palla, dopo 18 anni, decisero di dividersi in due gruppi: uno sarebbe rimasto per continuare comunque la stirpe, l altro avrebbe preso il mare. A capo della flotta che doveva partire dal porto antenato dell odierna Smirne, fu messo Tirreno, figlio del re. Partirono, dunque, e dopo tante peripezie degne di un altra Odissea, giunsero secondo Erodoto tra gli Umbri, e lì si fermarono, cambiando il loro nome da Lidi in Tirreni. In questa metamorfosi, a dare una mano a Erodoto arriva niente meno che Virgilio, il quale - nell Eneide (VIII libro, 478 e seguenti) - identifica i Tirreni nei Lidi. E molti storici greci e romani confermarono, in base a infiniti riscontri più o meno mitici, che i Tirreni sono chiamati Etruschi e Tusci dai romani; gli Elleni li denominarono Tirreni da Tirreno, figlio di Ati, uno dei discendenti di Ercole..., così Anticlide, citato da Strabone ( Geografia, V, 2, 4). Allora è in questo contesto, che continua a essere avvolto dalle suggestioni della leggenda, che americani e inglesi arrivano da Nord a comprarsi casali sperduti nella campagna o case negli infiniti centri storici della Tuscia, a due passi, non va mai dimenticato, da Roma. E che strada usano e che tappe fanno nelle loro moderne migrazioni? Per scendere dalla Toscana, ormai per loro già troppo frequentata dal jet set che abusa di notorietà e mondanità, i nostri pionieri a bordo delle Suv seguono l antica Via Francigena. Anche loro, come i pellegrini a cavallo del Mille, vanno alla ricerca della perduta Patria Celeste. In quel tempo, e da allora fino all altroieri per secoli e secoli, prìncipi e preti, cardinali e monaci, popolo grasso e bifolchi in grazia di Dio, in tanti cercarono di salvarsi l anima con un pellegrinaggio nelle capitali della cristianità. Per i musulmani, la Mecca era e resta una sola, ma per i cristiani, soprattutto quelli dei secoli bui dell alto medioevo, i poli di attrazione erano tre: Santiago de Compostela, estrema punta dell Europa occidentale che finisce nell Atlantico della Spagna gallega, dove l apostolo Giacomo aveva scelto di riposare in pace; la Terra Santa, sui luoghi della passione di Cristo; infine Roma, dove erano stati martirizzati Pietro e Paolo, fondatori della comunità ecclesiale cristiana e dove risiedeva il Papa, vicario di Cristo in Terra. Giuseppe Morozzo, carta del Patrimonio di San Pietro,

5 SPECIALE VITERBO In un reticolo impressionante di strade, basato su quell autentico capolavoro insuperato che restano gli assi viari dell Impero romano, i pellegrini si avviavano verso la pianura padana arrivando da Nord. Partivano magari dal Vallo di Adriano, ai confini scozzesi della Britannia, superavano la Manica e scendevano lungo il Reno o per altre vie e oltrepassavano le Alpi Occidentali: itinerari standard, secondo le memorie che ci ha tramandato Sigerico, arcivescovo di Canterbury, che tornando nel 994 alla sua diocesi da Roma, scrisse il diario del suo viaggio. Così, dopo più di mille anni, torniamo noi a seguire le tappe di quell avventura rivissuta milioni di volte lungo almeno sette secoli, sulle tracce della Via Francigena, che nella Tuscia si sovrappone per tratti considerevoli alla Via Cassia. E scopriamo che già i romani avevano approntato lungo questa come le altre vie consolari il sistema delle mutationes, ovvero i posti di cambio (dei cavalli) dislocati a intervalli compresi tra 7 e 12 miglia: cosicché i tabellarii, o corrieri a cavallo, potevano già all epoca percorrere 50 miglia al giorno, e un dispaccio inviato da Brindisi a Roma impiegava con l Appia circa una settimana, più o meno quanto ci mette anche oggi per posta normale. Ma le consolari, e quindi le vie maestre come più tardi la Francigena, prevedevano anche luoghi di sosta notturni, situati a un giorno di viaggio l uno dall altro, chiamati mansiones, forniti di ogni Le famose vasche d acqua termale a Bagno Vignoni. genere di comfort: locande, stalle, rimesse, che fornivano l assistenza di personale specializzato, quali stallieri, fabbri, maniscalchi, carpentieri per i carri, veterinari, cocchieri, per non dire degli stationarii, autentici agenti di polizia della strada, che dovevano regolare il traffico e presidiare le consolari contro ladri e briganti che le infestavano. Sulla Cassia è possibile vedere il sito di una di queste mansiones nella Valle di Baccano, verso Roma. Moderni pellegrini, che troviamo noi, a fianco di sofisticati lord inglesi e magnati americani, lungo la Francigena? Dalla Padania abbiamo valicato l Appennino presso Berceto e siamo scesi lungo la Toscana sulla Cassia, partendo da Siena e fermandoci magari a Montalcino, sulle colline del mitico Brunello, o a San Quirico d Orcia, nei suoi splendidi Horti Leonini, tra i primi esempi di giardini all italiana, o a Bagno Vignoni, dove ci si immerge nelle meravigliose vasche di acqua calda che sgorga dal sottosuolo, oppure infine a Radicofani, la celebre rocca che sovrasta da 900 metri la Val d Orcia e dalla quale il Ghino di Tacco di craxiana memoria taglieggiava quanti di lì dovevano passare. Ci siamo affacciati sul viterbese a nord, attraversando il fiume Paglia sul ponte a cinque arcate che fece costruire Gregorio XIII nel 1580 per sfuggire alle insidie delle frequenti piene che travolgevano i vetusti ponti di barche. Siamo all esterno della cinta craterica del 6

6 SPECIALE VITERBO Lago di Bolsena e incontriamo Acquapendente. E la città medioevale dei Pugnaloni. Niente paura, niente paurose storie gotiche. Si tratta solo di una festa di Mezzo Maggio collegata al miracolo del ciliegio fiorito e alla cacciata del Barbarossa nel 1166, ricordata con la processione della Madonna del Fiore, in cui gli acquesiani, divisi in gruppi, realizzano degli stupendi mosaici istoriati utilizzando fiori e foglie: si chiamano i Pugnaloni e vengono portati in corteo lungo il centro storico nella giornata governata dal Signore di Mezzo Maggio. Vince il quartiere che ha creato il Pugnalone più ricco e stupefacente. Ma non ce ne possiamo andare da Acquapendente prima di aver fatto un escursione alla Riserva naturale del Monte Rufeno, tremila ettari di boschi dove sono di casa nibbi, caprioli e cinghiali e dove, soprattutto, crescono le rarissime orchidee: provare per credere. Ora siamo a Bolsena, la città dei miracoli, la patria del Corpus Domini. E la Volsinii dei romani, l erede dell etrusca Velzna (Orvieto): adagiata sulla riva nord-orientale del lago, al centro del complesso dei monti Volsini, è esattamente a metà strada tra Siena e Roma. Un tempo questo gigantesco specchio d acqua, che arriva a 151 metri di profondità, un vero mare interno posteggiato dagli dei nel cono del vulcano, si chiamava Lacum Christinae, in ricordo di una bambina di 11 anni, figlia del prefetto Urbano. Accadde che Diocleziano avesse deciso uno dei tanti pogrom contro i cristiani e accadde che lei, proprio lei figlia del legato dell imperatore, avesse abbracciato la fede. Il padre, implacabile, ordinò di metterla a morte, ma i carnefici non riuscivano a eseguire la sentenza per tante miracolose ragioni. Allora Urbano ordinò: legatele una macina al collo e gettatela nel lago. Il lago di Bolsena. Bolsena: un particolare dell infiorata del Corpus Domini, lunga tre chilometri. 7

7 SPECIALE VITERBO Un tipico casale della Tuscia. Così fu fatto, ma l enorme pietra, invece di trascinare a fondo la sventurata, la tenne a galla e la riportò a riva, salva. Fatela a pezzi: fu la soluzione finale. E morte, finalmente, fu. Il povero corpo finì sull Isola Martana (una delle due splendide isole del lago), da dove lo fecero traslare a Bolsena nientepopodimenoche Gregorio VII e Matilde di Canossa, campioni della fede quant altri mai. Il feretro della santa finì nel 1078 nelle catacombe cristiane (ancora oggi in gran parte inesplorate) sottostanti quel tempio che è diventato in seguito la collegiata di Santa Cristina, una chiesa romanica dell XI secolo, con un superbo campanile del XIII, che svetta aperto su tre piani di bifore. E qui arriviamo al secondo miracolo che si intreccia in maniera inestricabile col primo. La cappella di Santa Cristina è nella navata a sinistra: lì sono custodite le sue reliquie, compresa la pietra che doveva ucciderla e invece la salvò dall annegamento trasformandosi in salvagente, e nella pietra ci sono le impronte dei suoi piedini. Che cosa volere di più come segno del trascendente? Sotto una splendida opera policroma di Giovanni della Robbia, è stata dunque posta quella sacra pietra ed è lì che nel 1263 avvenne il Miracolo del Corporale. Successe che un prete boemo - Pietro da Praga - mentre celebrava la messa venne colto dal dubbio sulla transustanziazione, ovvero l effettiva trasformazione in sangue e carne del vino e dell ostia consacrati. Allora la particola che il sacerdote aveva in mano cominciò a sanguinare e bagnò il corporale e macchiò il marmo del pavimento: il corporale, ovvero il telo di lino su cui vengono posti il calice e l ostia, segnato dal miracolo fu portato in processione a Orvieto, dove risiedeva Papa Urbano IV, che l 11 agosto 1264 promulgò la Bolla che istituiva la festa del Corpus Domini, immortalata nello splendido duomo di Orvieto e nell insuperabile affresco di Raffaello nelle Stanze in Vaticano. Naturalmente, se per il Corpus Domini vi capita di passare da queste parti, non perdetevi la solenne processione che si snoda per le vie del borgo fronte lago, sopra un tappeto di fiori di ben tre chilometri: ovvero siamo davanti all infiorata più lunga del mondo. Ma non di soli miracoli si vive. E infatti Bolsena vive di turismo ed è meta di villeggianti, molti stranieri, che affollano nelle giornate di sole, tutto l anno, i piccoli bar in riva al lago. Tanti giovani preferiscono d estate il lago al mare e i loro sorrisi spensierati e i loro corpi, costellati di piercing e orecchini - come ha ben notato Corrado Augias in un suo reportage sul numero dei Meridiani del luglio scorso dedicato alla Cassia - concorrono a togliere ai luoghi quell aura di misticismo esagerato che rischierebbe altrimenti di soffocare questi splendidi paesaggi. Così per ritrovare la gioia di vivere basta lasciarsi prendere dall envie de flaner dans le soleil o di navigare fino all Isola Bisentina, che abbiamo giusto di fronte, lontana sull orizzonte verso sud e ovest: allo sguardo si presenta con le pareti a picco sull acqua e per raggiungerla in barca bisogna chiedere il permesso ai prìncipi del Drago. Sull isola potrà essere orrendamente affascinante visitare il carcere, scavato nel tufo, riservato agli ecclesiastici eretici. E poi salire alla Rocca, costruzione ottagonale opera di Antonio da Sangallo il giovane, e ascendere al Monte Tabor seguendo le cinque cappelle del XV secolo, affrescate dai seguaci di Benozzo Gozzoli, immaginandosi che sull isola, nel IX secolo, in seguito alle incursioni dei Saraceni, trovarono rifugio stabile per più di cent anni tutti gli abitanti di Capodimonte. 8

8 Sarà un autentico strazio, per chi è sceso nella magia del lago vulcanico, abbandonarlo. C è una calamita che vi trattiene. E vi obbligherà forse a fermarvi sulla penisola lavica dove si stende il magico centro urbano di Capodimonte, una piattaforma sulla sponda meridionale che si incunea nel lago. Né riuscirete a non esplorare al tramonto i cinque chilometri di costa del lago lungo i quali si stende la necropoli etrusca di Bisenzio, con tombe a pozzetto addirittura della precedente civiltà villanoviana e con colombari di età romana. Tutto concorre a documentare quel grande e fiorente insediamento urbano, esistito ininterrottamente dall età del ferro fino a noi, una miniera inesauribile di reperti sparsi in tutti i maggiori musei del mondo, che ancora oggi ci regala sorprese come i sandali snodabili di età etrusca, inventati dagli abili artigiani bisentini e ritrovati intatti e usabili, oppure le piroghe recentemente individuate a dieci metri di profondità, e quindi visibili, che hanno la caratteristica di essere monossili, ovvero scavate in un unico albero, di notevoli proporzioni: lunghe fino a 10 metri, larghe 80 centimetri, alte 60, spesse 3 centimetri. Era Bisenzio, dall VIII al V secolo avanti Cristo, la vera capitale del lago e controllava i commerci per terra e per acqua, che incrociavano da Vetulonia a nord, da Tarquinia a sud, da Vulci da ovest verso il mare, e da est dalle valli del Tevere e dei Monti Cimini. La sua successiva decadenza è legata, semplicemente, alla conquista romana del lago: nel III secolo, i Romani creano sulla sponda opposta a Bisenzio la città di Volsinii, trasferendo lì forzatamente i superstiti di Orvieto, la Velzna degli etruschi diruta dalle legioni, e di lì faranno più tardi transitare la Cassia, che concentrerà i traffici sulla sponda orientale. E sulla Cassia torniamo anche noi per fare una breve tappa a Montefiascone, ormai sulla via di Viterbo, ma anche sulla Strada dei Vini dell Alta Tuscia. Questa strada è a Denominazione d origine supercontrollata e superprotetta: si dice dei vini, ma in realtà - come spiega l assessore alla Cultura e al turismo della Provincia di Viterbo, Giovanni Maria Santucci, riassumendo la Legge 90/85 della Regione Lazio - vuol dire una ventina di comuni dove si intende valorizzare i percorsi turistici e gastronomici, individuare botteghe del vino, aziende agricole che producono colture tipiche, trattorie con cucine caratteristiche, botteghe del pesce del Lago, aziende e casali dedicate all agriturismo, negozi e laboratori artigiani, eccetera. Il territorio è stato diviso in tre aree di produzione dei tre vini Doc: Est!!Est!!Est!!, Aleatico e Orvieto. A noi, adesso, interessa solo il primo. Perché ha una storia particolarissima, da raccontare. Caprarola: l imponente palazzo-fortezza realizzato su disegno del Vignola. Il suggestivo casale Fornovecchino. SPECIALE VITERBO 9

9 SPECIALE VITERBO Il lago di Vico. Entriamo a San Flaviano, chiesa romanica del XII secolo fondata su un tempio preesistente del Mille. Lì è collocata la pietra tombale del barone tedesco Giovanni Fugger o Defuck che reca un iscrizione: Est Est Est! propter nimium est hic joannes de fuk dominus meus mortuus est. Cos era successo? Successe che nel 1111 il barone tedesco era sceso al seguito dell imperatore Enrico V ed essendo un appassionato degustatore di vini di qualità, usava mandare avanti un suo furbo servitore con il compito di assaggiare i vini locali, contrassegnando la singola osteria con la scritta Est, se c era del vino buono. Arrivato a Montefiascone e assaggiato il vino dell oste del Moscatello (65% Trebbiano, 20 Malvasia e 15 Rossetto, tutti rigorosamente vitigni toscani), contrassegnò la mescita con tre Est!! Il barone tanto apprezzò la qualità del vino che ne bevve per due anni di seguito, così da morirne nel Comunque, riconoscente per il godimento che gli avevano fornito, il barone lasciò i suoi beni al municipio, con la precisa clausola che ogni anno sulla sua tomba doveva essere versato un barile di quel vino. Se volete assaggiarlo anche voi andate a Montefiascone la prima quindicina d agosto: il nettare scorre a fiumi, ed è gratis, offerto dal barone, che se la ride da lassù e brinda alla salute di tutti quelli che vogliono bene al vino buono. Ormai siamo a 20 chilometri da Viterbo: un attimo e sulla Cassia entriamo da Porta Fiorentina per uscirne da Porta Romana. Lasciamo la città dei papi, ampiamente descritta in altre parti de La Casana, 80 chilometri ci dividono dalla Capitale. Ma non cadiamo nella trappola della Cassia. Puntiamo decisamente su San Martino al Cimino e aggiriamo il Lago di Vico lungo l impareggiabile Via Cimina: la soluzione ci permette di viaggiare in pizzo del cratere a 500 metri d altezza, di scoprire colpi d occhio sul lago assolutamente insperati, di percorrere chilometri solitari a ogni ora in mezzo a faggete e castagneti che l autunno accende di colori straordinari, che non hanno nulla da invidiare al foliage dell indian summer bostoniana. Ed ecco subito, già in vista di Ronciglione, la deviazione per Caprarola. La cittadina è inserita - spiega l assessore Santucci - nell Itinerario Farnesiano della Tuscia. Sono infatti qui le radici della grande famiglia dei Farnese, da qui l illustre ca- 10

10 Acquapendente: la Riserva Naturale di Monte Rufino. SPECIALE VITERBO Alcune varietà di orchidee della Riserva Naturale di Monte Rufino. sato partì per la sua rapida e felice scalata al potere, che tanto dominio conquistò in Italia e in Europa, a cominciare dal soglio pontificio a cui assurse Alessandro con il nome di Paolo III. E fu certamente lui che rivelò quella vocazione al mecenatismo che qualificò per sempre i Farnese tra i maggiori protettori delle lettere, delle arti, della musica. Ne beneficiarono Roma, Parma, Piacenza, la Tuscia stessa. Da qui l invito al viaggiatore curioso e sofisticato a questo Itinerario farnesiano che ha la sua capitale proprio a Caprarola. Qui il Palazzo Farnese toglie davvero il respiro: edificato da Alessandro, nipote di Paolo III, su disegno del Vignola, il gigantesco palazzo-fortezza è nato insieme al paese che gli è stato per così dire spalmato tutt intorno, secondo un preciso progetto urbanistico. Le fondamenta ciclopiche insistono su una rocca eretta da Antonio da Sangallo il Giovane. Si tratta di uno dei più preziosi gioielli del Rinascimento ed è amatissmo da Carlo d Inghilterra, che per anni ha qui soggiornato, ponendovi pure la sede del suo Istituto di studi di architettura dell ambiente, poi trasferita all Est. Comincia la discesa verso Roma. Arriviamo, sempre viaggiando in una stupenda campagna dominata dai Cimini, al quadrivio di Ponterotto e da lì precipitiamo ai piedi di Sutri. No, non entriamo in città, non varchiamo le mura possenti e ancora affioranti. Stiamo fuori. Entriamo piuttosto nel magnifico anfiteatro ai margini della Cassia. Si apre inaspettato, tutto scavato a gradoni alti nelle pareti di tufo: è bello camminare sul suo prato verde, riposante, dà il senso e il gusto degli spettacoli che lì dovevano svolgersi dall inizio del I secolo avanti Cristo in poi. Ma come si arrivò alla costruzione di quest opera indubbiamente sorprendente in questo luogo perduto nelle gole delle ultime propaggini della Selva Cimina? Per scoprirlo ci facciamo aiutare da Paolo Giannini, autore di un opera profonda e affascinante sui Centri etruschi e romani dell Etruria meridionale. Immaginiamo un altipiano tufaceo lungo 500 metri e largo 200, profondamente eroso ai lati, orientato nordovest sud-est: era già abitato nel X secolo, età del Bronzo finale, e dominava le vie commerciali che legavano i centri costieri etruschi con le popolazioni falische dell entroterra del Tevere. Quando la minaccia di Roma si avvicina, Sutri - che deriva il suo nome da Saturno - si dota di una cinta di poderose mura (ancor oggi ben visibili sul lato che guarda la Cassia) più tardi incorporate nelle fortificazioni medioevali. Se la guardate dall alto, Sutri sembra la punta di una lancia: e davvero ha a lungo balenato in battaglia, almeno da quando i Romani conquistano Veio nel 396 avanti Cristo, avamposto etrusco a due passi dall Urbe, e puntano su Sutri che investono poco dopo. La conquistano, poi la perdono, la riconquistano. Furio Camillo la perse e la riprese in un solo giorno, battendo infine gli Etruschi di Tarquinia nel 380. Da qui venne il detto latino: Ire Sutrium, per dire detto fatto. 11

11 SPECIALE VITERBO A metà del II secolo a. C. la costruzione della Cassia, della quale resta tuttora un importante stazione, restituisce a Sutri tutta la sua importanza strategica e un diffuso benessere che l accompagna da sempre. Così la città diventa municipio romano dopo la guerra sociale a.c. - e con Augusto diventa Colonia Coniuncta Iulia Sutrina e, secondo Strabone, cresce fino a diventare fra le cittadine più popolose dell Etruria, come Arezzo e Perugia. Ed è allora che si costruisce l anfiteatro, e l arcano è svelato. Due curiosità, per finire. La prima: narra la leggenda che in una grotta-casa di Sutri sia vissuto con la madre Berta il paladino Orlando, prima di essere riconosciuto dallo zio Carlo Magno. La seconda: in un grande frammento marmoreo ritrovato in loco, che reca ben ordinato l elenco dei pontefici della Colonia di Sutri, compare anche il nome di Ponzio Pilato, che pronunciò la condanna di Gesù. Da Sutri a Roma solo Veio si pone come un baluardo. La città, tanto nemica di Roma da essere definita l altra e più antica Cartagine, dista solo 17 chilometri da Ponte Milvio, tradizionale punto d arrivo della Cassia e della Clodia che scendono dalla Tuscia. Dunque, Veio va vista e digerita per capire quanto i Romani l abbiano odiata fino a che non l hanno distrutta. Veio, urbs opulentissima Etrusci nominis è la città la cui sconfitta fece prendere coscienza ai Romani della loro forza militare e della possibilità di dare il via a quella espansione che culminerà nell Impero. L etrusca Vei, la greca Uentia, la latina Veii, era costruita su un ripiano tufaceo triangolare grande 190 ettari: i veienti, dal X secolo in poi, imbrigliarono le acque del Cremera e del Piordo, rivi In questa pagina Acquapendente: la realizzazione di un pugnalone, mosaico di foglie e fiori. A fronte Particolare di un pugnalone (in alto) e un tratto della via Francigena (in basso). 12

12 che nei millenni avevano eroso le pareti di tufo della piana rendendola praticamente imprendibile. Cominciano subito a litigare con le tribù di Romolo: le tombe di Veio dell VIII secolo (Roma fu fondata del 753 a. C.) restituiscono reperti di origine greco-euboica, colonie della Campania, il che significa che Veio commercia lungo il Tevere con i greci degli empori a sud dell Etruria Campana e che Veio è padrona del Tevere, presso le cui foci ci sono le saline e il cui controllo sarà il perno della politica veiate negli anni futuri e motivo di conflitto perenne con la nascente Roma. L Urbe, infatti, i veienti l aveva in casa: i sentieri che passano sotto la sua acropoli diventano infatti rapidamente strade commerciali che da Veio partono verso Formello a nord, verso Capena e Fidene a nord-est, a nord-ovest verso Vulci, Tarquinia, Nepi e Caere. A ovest, passando presso il tempio di Portonaccio dedicato a Giunone Regina, si arrivava a Roma e alla foce del Tevere e al Tirreno. Veio coi commerci cresce cresce, fino a 32 mila abitanti nel V secolo, e fino a controllare tutta la riva destra del Tevere e buona parte della sinistra, spingendo i suoi avamposti a Monte Mario e al Gianicolo. In una parola, Veio può e vuole strangolare la giovane Roma, anche se talvolta le offre il ramoscello d ulivo. Tuttavia è lo scontro che prevale, prima con la singola famiglia dei Fabii, che aveva interessi in zona, poi con l esercito romano: nel 474, dopo una battaglia vinta dai consoli Valerio e Manlio, prevale un armistizio che si spera durerà 40 anni. Ma nello stesso anno nelle acque di Cuma la flotta etrusca subisce una tremenda disfatta, che segna il tramonto della sua talassocrazia e l inizio della crisi economica dell Etruria intera. Di questa crisi Veio fa le spese, perché quando chiederà aiuto alle dodici città etrusche convocandole al Fano di Voltumna, si sentirà dire di no. E ciò che aspettava Furio Camillo, che nel 396 la conquista e la rade al suolo e trasporta a Roma la statua e il culto di Giunone Regina, venerata sulla rocca della città sconfitta, e a lei dedica un tempio sull Aventino. Il console non mancherà inoltre di ringraziare anche l Apollo di Delfi, al cui santuario invierà un grande cratere d oro. Veio vale una visita. Per la sua storia e per quello che è rimasto: anche se il mitico Apollo di Veio oggi è possibile vederlo solo al Museo di Villa Giulia. Abilmente restaurato, se ne sta solitario come lo generò Vulca, l unico artista etrusco di cui le fonti ci abbiano tramandato il nome, autorevolissimo rappresentante di una scuola di coroplasti che illustrava in quel periodo non solo Veio, se è vero che la tradizione attribuisce a Vulca anche la statua acroteriale del tempio di Giove Capitolino. Vulca, dunque, cotanto artista da essere chiamato anche all estero. Ed è giusto in questa saletta del ninfeo di Villa Giulia a Roma, alle falde di Villa Borghese, dove l Apollo ci sorride immortale, che finisce il nostro lungo viaggio. SPECIALE VITERBO 13

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