Ringrazio Flora, mia moglie, per la generosa collaborazione che ancora una volta mi ha dato.

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2 Ringrazio Flora, mia moglie, per la generosa collaborazione che ancora una volta mi ha dato.

3 Mario Manieri Elia DAL RELATIVO ALL EVENTUALE il progetto architettonico

4 Copyright MMX ARACNE editrice S.r.l. via Raffaele Garofalo, 133/A-B Roma (06) isbn I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell Editore. Nell impossibilità di prendere contatto con tutti gli aventi diritto, l Editore si dichiara disponibile ad assolvere i propri impegni per quanto riguarda eventuali pendenze relative alle illustrazioni pubblicate I edizione: novembre 2010

5 Indice 7 1. Il progetto come soglia ontologica L invenzione dell Architettura La crisi nel mondo della durata e della durezza Dal soprassalto di Occam alle soglie del con tem po raneo Lo spazio storico relativista Metalinguaggio lapidario e decostruttivismo ridondante L approdo al mondo dell eventuale e le nuove re spo nsabilità 5

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7 1. Il progetto come soglia ontologica L invenzione dell Architettura Partiamo dal corpo: un avvio che pare ragionevole e generalmente condiviso, preferenziale, per noi, nella prospettiva globale e relativistica verso la quale ci dirigiamo: questa sede materiale, mentale/viscerale (per dirla con Nietzsche) della nostra identità, che ha subito una programmatica svalutazione nelle prime fasi del moderno ma che oggi si candida a fornire un utile approccio di ricerca, per raggiungere poi, come è nei nostri presupposti, l architettura, da intendersi, a sua volta, con una contrazione analogica esposta ai rischi del banale, come una sorta di proiezione esterna e contestuale della nostra corporeità. Il tragitto concettuale tra le due fisicità, quella oggettuale biologica e quella contestuale ambientale, può essere breve (e forse non banale) se congiungiamo l aforisma: «Il corpo è per noi una tomba», risalente a Platone, con la notissima suggestione di Adolf Loos, pioniere dell Architettura moderna, che suona così: «se in un bosco troviamo un tumulo lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dentro di noi dice: qui è sepolto qualcuno. Questa è ARCHITETTURA» 1. Due temi lontanissimi tra loro 1. A. Loos, Parole nel vuoto, , Adelphi, Milano 1972, p. XXVII. 7

8 8 Dal relativo all eventuale quanto a situazione spazio temporale, che presentano, tuttavia, una profonda attinenza. Richiamano: da un lato, l autorità dell affermazione platonica, che pone solidissime e imperiture basi a quel processo ideologico epocale che ha prodotto la riduzione del corpo a un mero contenitore; il quale, in sé, senza l anima, sarebbe inerte, alla stregua di un cadavere (mentre all anima viene riservato il ruolo esaltato che conosciamo). Dall altro, rileggiamo il testo di Loos, la cui folgorante, inattesa immagine, identifica nella tomba, assunta tout court come architettura, l arido involucro di una vita non più presente (trasferitasi altrove?). In entrambe le proposizioni: quella riferita al corpo, nella impostazione classica solo apparentemente univoca, e quella allusiva all architettura non priva, a sua volta, di altrettanto inquietanti ambivalenze, la vita è intesa come condizione esterna, eteroreferenziale, come essenza non intrinseca al proprio involucro corporeo, eventualmente mortuario: significato scisso e, se si vuole, liberato dal significante. Una tendenza rischiosa alla de semantizzazione, che l architettura di tutti i tempi è stata impegnata, con uno scrupolo talora persino eccessivo, a fronteggiare. Ma se noi, lontani ormai da una filosofia tradizionale tendente a fondare verità assolute, siamo giunti alla attuale concezione del corpo come corpo vivente e dell ar chitettura come dimora, predisposta alla funzione e al senso dell abitare il mondo da parte degli uomini, la scissione si elide e significato e significante tornano uniti, come nella realtà sono. Pertanto, ripartiamo dal corpo inteso nella sua piena contestualità (Fig. 1), tenendo a sfondo il richiamo all architettura e la già suggerita attinenza dei due concetti, rilevando come, il primo, meriti una prioritaria attenzione, in quanto diamo per acquisito, con Derrida, che esso si costituisca come un «casuale rapporto conflittuale di forze» e conservi il valore

9 i. Il progetto come soglia ontologica 9 Figura 1. Creazione dell uomo. vitale di tale conflitto, altrimenti sottaciuto ed espulso dalle istituzioni della politica e dalle pratiche ideologiche di manipolazione esistenziale 2, tra le quali non potremo non includere la gestione ambientale e il suo precipitato formalizzato: l architettura. Intanto, assunto che il mio corpo sono io e che non esiste un corpo diviso dalla mente, dall anima e dal carattere, possiamo riflettere sul motivo della costituzione di una così influente e duratura scissione Corpo/Anima. È stato, come è noto, l effetto di una cultura post antica fondata sulla presupposta separazione delle due essenze; separazione che rendeva il corpo, nella sua materialità isolata, più utilmente esposto allo sfruttamento e, anche, alla distruttibilità; con tutta l ambivalenza del progetto ideologico medievale di rinuncia al corpo che Le Goff 2. M. Ilardi, riguardo a questo orientamento cautelativo, richiama Hobbes. Cfr. Negli spazi vuoti della metropoli, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 115,

10 10 Dal relativo all eventuale ha così limpidamente denunciato 3. La stessa separazione, del resto, che presiede agli sviluppi, dal XVII secolo in poi, di un pensiero scientifico, sospinto dal preciso mandato a una conoscenza analitica oggettivante, in coerenza con l altrettanto deterministico linguaggio architettonico classicista; esasperando fino alla piena autoreferenzialità le metodiche e le strumentazioni d analisi, di diagnostica e di intervento: diagnostico terapeutico, riguardo al corpo; tecnico costruttivo, riguardo allo spazio architettonico. Ora, se assumiamo il corpo come entità che si integra naturalmente nel rapporto con il mondo e con le cose, senza isolarne la fisicità anatomica o la meccanica fisiologica, e cogliamo la variabilità dei suoi ritmi e delle sue dinamiche oggettuali e contestuali, nonché il senso relazionale che presiede a tutto ciò; e se rapportiamo questa realtà corporea integrata ed evolutiva a un contesto ambientale altrettanto mobile per l imprevedibile dinamica dei processi e dei fenomeni determinati dall irrompere degli eventi 4, si perviene a una valutazione ermeneutica del mondo, sostanzialmente diversa da quella della tradizione scientifica classica. L imprevedibilità dell evento, che spezza la continuità contestuale, unita all idea del corpo, inteso come identificazione consustanziale dell individuo nella sua piena soggettività, introduce, infatti, a una dimensione che esula radicalmente dalle concezioni tradizionali, classica e neoclassica; concezioni che risalgono all egemonia di una logica che, per due millenni, si è mantenuta strumentale all uso della natura da parte di uomini, decisi a colonizzare l ambiente per abitarlo, facendo uso del potere snaturante e possessivamente identitario del linguaggio: cioè, di quella grande intesa comunicazionale 3. J. Le Goff, Il corpo nel Medioevo, Laterza, Bari 2005, pp. 22 ss. 4. È Martin Heidegger a introdurre il sapere dell eventualità.

11 i. Il progetto come soglia ontologica 11 Figura 2. Torre di Babele nell immagine di Bruegel. conseguita tra gli abitanti del mondo, della cui presunta e resistibile potenza sarà formidabile allegoria la parabola biblica della Torre di Babele (Fig. 2), la cui orgogliosa erezione, fino al cielo, viene temuta da Dio stesso e autoritariamente contrastata con l improvviso interdetto della confusione dei linguaggi. Interdizione oltremodo destabilizzante e, al momento, efficace, per l interruzione, appunto, dell intesa tra gli uomini e l archiviazione, con effetto immediato, del loro ingenuo ma per Dio insopportabile progetto d egemonia trasformativa; progetto il quale, ancorché fallito, si rivelò portatore, tuttavia, di

12 12 Dal relativo all eventuale un altro, forse imprevisto dalla divinità ma di fatto provvidenziale effetto, che la Bibbia non rinuncia a riferire: quello di provocare la diaspora pervasiva degli uomini, in cerca di nuove intese e nuovi linguaggi e di produrre, pertanto, una lenta, ma concreta e inesorabile occupazione del pianeta, da parte di un genere umano tendente, naturalmente, a emanciparsi dalla originaria soggezione al trascendente. A questo punto, par quasi di poter individuare in tale vicenda mitica un deciso passaggio, significativamente riferibile al nostro discorso: dalla mancata identificazione degli uomini con la divinità celeste, a un insicuro ma responsabile ritorno al rapporto con la terra e con le cose. Passaggio liberatorio, curiosamente attribuito dalla Scrittura stessa ma la sua importanza è decisiva a un fatale errore divino, che segna la svolta dall ambizione degli uomini a una costruttività onnipotente progetto ideologico orgoglioso quanto improbabile, a una più sommessa ma realistica gestione operativa umana, intrinseca alla necessità di abitare nella natura e tra le cose del mondo in qualità di soggetti responsabili e capaci di relazionarsi tra loro. Venendo, quindi, al progetto umano e alla nascita dell architettura, si sarebbe trattato, nella coscienza di una ancora recente uscita dal caos primordiale o, che è lo stesso, dell incombente pericolo di un nuovo Diluvio, di scegliere, per rapportarsi con il mondo all alba dell era moderna, tra i due grandi modelli comportamentali: quello istintuale, energetico e propulsivo, assunto in presa diretta dalla vitalità corporea, che risale al mito di Dioniso; e quello pre meditato, garantito da forme stabilite una volta per tutte, per un controllo indiretto dell azione umana sull ambiente, concesso dall illuminante potere di Apollo. La scintilla del pro getto sembra scattare al punto di incrocio tra queste due costitutive valenze. Ma per rapportare, nell allegoria della fondazione abitativa,

13 i. Il progetto come soglia ontologica 13 come nell osmosi del respiro, «il piccolo corpo di ogni singolo essere vivente e il grande corpo dell universo infinito» o, in altre parole, per rendere corporeo il cosmo e cosmico il corpo 5, occorrono i numi. Ed è Apollo l Hegemõn battistrada, fondatore a guidare l azione dell abitare. Ma la fondazione della città mantiene i due diversi modelli mentali, avviati, comunque, a una piena integrazione nel tessuto insediativo: la denotazione apollinea, nel tracciamento ordinato dell impianto urbano sul suolo dissodato, con il taglio delle strade e la predisposizione geometrica del luogo centrale per l assemblea che, in termini di tessuto, possiamo definire come l ordito. Mentre la trama, si muove sospinta dalla naturalità del dionisiaco nella danza rituale, che attraversa e fluidifica le divisioni con imprevedibile gestualità, misurata solo dallo scandire del ritmo, coinvolgendo tutti in un movimento libero da ogni schema culminante nella circumambulazione dell altare e nel sacrificio alimentare cruento, momento di sintesi della diade ordito/trama, segnato dal fuoco: vettore terminale lanciato verso il cielo. Ma è ancora Apollo archegeta a dare il punto di innesco dell operazione fondativa, con l ubicazione dell altare a supporto della fiamma di Hestia un ceppo ardente proveniente dal luogo di origine, e a conferire a tutto il rituale tonalità e ritmo giusti, con il suono seduttivo e direttivo della sua cetra. Due sono insomma i topoi architettonici primari ed emblematici della città di fondazione: l altare, con il suo recinto nel luogo più alto; e la soglia: la pietra più grande del Tempio, la cui collocazione, tra il fano e il pro fano, è cura degli architetti. Nel caso di Delfi, Trofonio e Agamede sono i designati alla collocazione dell enorme lastra litica di ben sei metri per due. 5. Cfr. G. Pasqualotto, Estetica del vuoto, Marsilio, Padova 1992, p. 29.

14 14 Dal relativo all eventuale Ma la città è tale proprio nel suo eccettuarsi dal territorio na turale in cui si situa e la sua identificazione si determina per differen za. Per assumerla, de ve de limitar si, di staccarsi e di Figura 3. Troia e le sue mura alle soglie dell Occidente. fendersi dall altro da sé: l architettura della città non si de termina senza la conferma delle mura: altro elemento denotativo apollineo. A Troia, fondata da Dardano e Ilo, presiedono alla costruzione delle mura gli stessi Poseidone e Apollo (Fig. 3); a Tebe, troviamo Anfione e Zeto a occuparsi della cinta difensiva. Gli architetti, sempre curiosamente in coppia, conquistano un ruolo rituale e storico nel Gotha dei nomi tramandati. Anche per Roma, i nomi sono due: Romolo e Remo. Non sono architetti; però, nell essere allattati da una lupa vengono posti in una chiara relazione (sfuggita ai più) con Apollo stesso, nutrito anche lui da una lupa o, almeno, da sua madre Latona con cui Giove l aveva generato, trasformatasi in lupa per sfuggire alla gelosia omicida di Giunone. Fedele ai canoni, Romolo traccia il segno quadrato delle mura sulla base di un fatale mandato fondativo e di un paradigma sacrale di cui si fa garante. Ma anche in questo caso il modulo apollineo subisce, nella sua ferma regola, uno strappo trasgressivo 6 : è Remo a fare la differenza e a introdurre la 6. Trasgressivo in senso proprio, etimologico, trans gredi= passare al di là, superare.

15 i. Il progetto come soglia ontologica 15 dinamica del rischio. Possiamo interpretare il salto del fatidico solco scavato dal vomere eburneo di Romolo come un evento necessariamente pro vocatorio, dinamizzante e organico al gioco rituale complessivo. Quasi un passo di danza, assimilabile a quelli del ballo dionisiaco nei riti primordiali di fondazione. Romolo e Remo, insomma, a succhiare dalle stesse mammelle belluine e a fondare la dialettica di un dualismo genetico che resterà caratterizzante la Città dei sette Colli. E sarà la dualità tra Palatino, colle di Romolo, e Aventino, di Remo, che si rinnoverà con Silla e Mario, fronteggiantisi dalle stesse postazioni contrapposte, nello scacchiere binario delle classi sociali rivali. Così, la Roma repubblicana e poi quella imperiale forense, a sud del Campidoglio si confronteranno diadicamente, col Campo Marzio augusteo. Romolo stesso, del resto, viene fatto morire, o smaterializzarsi tra i viventi, in due luoghi divaricati: nel Foro, ai Comizi Curiati, e in Campo Marzio, ai Comizi Centuriati. Mentre, ai due lati del Tevere, Roma stessa si ritrova sdoppiata fin dal tempo di Giano e di Saturno, tra Gianicolo e Campidoglio; così come, da ultimo, in era volgare, lo sarà tra Vaticano e Laterano, per sopravvivere in un confuso policentrismo diadico nella contemporaneità. Ma la tradizione storiografica non è stata equanime, riguardo a questa ricorrente dualità; e ciò, in ossequio all impostazione interpretativa più accreditata: quella di affidare dominanza al polo alternativo vincente e conservatore. Per Romolo, l opzione preferenziale delle fonti antiche, fondamentalmente augustee, è pressoché unanime nell attribuzione, a lui solo, della fondazione di Roma. Dionigi di Calcide, storiografo dell Eubea, che la attribuisce a Remo, pare un caso isolato: per la maggior parte delle fonti antiche tramandate, il rito fondativo della Città aeterna è saldamente nelle mani di Romolo, con una partecipazione solo marginale e perdente del fratello gemello,

16 16 Dal relativo all eventuale che resta ai margini della linea storica augustea. Ma che, invece, oggi per noi potrebbe impersonare la figura base su cui fondare una più penetrante e aperta lettura. Remo infatti, il cui stesso nome qualificherebbe come riluttante, non allineato 7, dopo un infanzia avventurosa e solidale con il fratello, si troverà a disputargli la non trascurabile questione del luogo topologico in cui fondare Roma. La sua scelta, orientata sull Aventino (il colle che la storia assegnerà a Mario, cioè, in termini usuali moderni, a una posizione di sinistra ), risulterà, però, perdente in base a una discutibile competizione assegnata a Romolo, solo per aver quest ultimo dichiarato di aver visto volare sul suo Colle dodici avvoltoi, contro i sei dichiarati da Remo dalla propria postazione. Immaginiamo questo Remo, scettico e contrariato, assistere all impegnativo rituale fondativo, ampollosamente, messo subito in atto dall egemonico fratello, giungendo a interromperlo con la nota provocazione 8 sacrilega, per la liturgia accreditata del salto del solco magico. Un gesto incontenibile, che possiamo oggi leggere come critico o, persino, ironico rispetto al tabù. Un gesto di tonalità trasgressiva, ancorché prescritto come negli scacchi la sbieca mossa del cavallo che la storiografia allineata riterrà punibile con la morte: siamo a un calco della vicenda biblica di Caino e Abele, il primo dei quali, non a caso, è dato dalla Scrittura quale precursore dei fondatori di città. Per la cultura classica, insomma, l intervento trasformativo, ancorché orientato ritualmente dagli appositi numi da essa inventati, era ancora nelle mani del genere umano. E la creazione dei templi e delle 7. Il nome di Remo deriverebbe dal fatto che il bambino era lento in tutto, ma la fonte di questa notizia è isolata e tardiva. Cfr. P. Grimal, Enciclopedia dei miti, Garzanti, Brescia 1987, p Pro vocare = chiamare fuori, spingere avanti.

17 i. Il progetto come soglia ontologica 17 città, inaugurata e Delfi «ove nasce l architettura in pietra tagliata» 9, comportava una prestazione immanente, sia pure nutrita di orgoglio e dismisura (= hýbris) 10. Ma tutto o quasi tutto cambia, dopo la nascita di Cristo, con il clima ideologico indotto dall antico Israele che, con il suo Yahweh, promuove l idea di un creatore unico ed esaustivo, avido di creazione e poco disposto a cedere l iniziativa per ogni nascita materiale corpo umano o architettura che sia declassandola a priori a evento secolare, intrinsecamente destinato alla morte e alla dissoluzione. Caino infatti, nominato ufficialmente nella Bibbia come il responsabile per ogni forma di azione umana volta alla trasformazione stabile dell ambiente, è malvisto dalla divinità; come, del resto, mutatis mutandis, il patronato della progettualità risulta affidato, fin dal tempo dei miti ellenici, a un altro trasgressore: Prometeo (il cui nome pró mêthos evoca, evidentemente, proprio l idea di progetto), il quale pone in atto, con il furto del fuoco, la massima iniziativa volta all emancipazione di un operatività autonoma degli uomini. Vi è una significativa e consolidata convergenza mitica a stabilire, per il progetto architettonico, il curioso destino di dover riconoscere le proprie origini nei due miti che vedono gli uomini in posizione più orgogliosamente antagonista: un assassinio, quello di Caino, e un furto, quello di Prometeo, entrambi ribelli nei confronti della divinità. A questo colpevolizzante condizionamento ideologico deve adeguarsi, volente o nolente, l architettura dell era cristiana. Ma l obbligata ammissione di colpa e la conseguente sottomissione non manca di trovarla riluttante, in quanto le impone una rinuncia alla pregressa 9. Cfr. M. Detienne, Apollo con il coltello in mano, Adelphi, Milano 2002, p Ivi, p. 161.

18 18 Dal relativo all eventuale Figura 4. L iperdeterminazione formale del tempio dorico di Segesta. onnipotenza, implicita nell assertività del linguaggio classico (Fig. 4), nato nella fatidica congiuntura alla quale uno storico del lavoro intellettuale come Leonardo Benevolo attribuì il senso di invenzione dell Architettura 11 : quella, cioè, della definizione canonica e intramontabile degli Ordini architettonici. Solo un implicito quanto irresistibile interdetto confrontabile con quello di Babele potrà infatti indurre all abbandono, ma non all oblio, della rassicurante iperdeterminazione linguistica dell architettura, inventata dagli uomini dell età di Pericle e, poi, di quella imperiale romana, dedotta dalla prima e innestata sulle radici etrusche; materializzata, infine, nella monumentalità degli impianti ipotattici sacrali republicani e, poi, in epoca imperiale, forensi. Riemerge insomma, con forza, in situazioni storiche votate alla stabilità, la questione del linguaggio, come 11. L. Benevolo, Introduzione all architettura, Laterza, Bari 1960, pp. 16 ss.

19 i. Il progetto come soglia ontologica 19 Figura 5. Il Caos originario e immanente. strumentazione vol ta, dalle origini, al controllo degli e venti, sempre imprevedibili e confusi se lasciati fuori del controllo umano, quasi per un ricorso da parte di una umanità spaventata, a una rievocazione periodica, a far bar riera all azione destabilizzante del Caos (Fig. 5). Si riconferma, quindi, il linguaggio come ordine, al quale, uomini dotati di autonomia intellettuale, hanno aderito e replicano, con il Classico, il senso della regola ma che, in epoca protocristiana, appannatosi il pregresso ruolo egemone del pensiero umano, tende a perdere efficacia normativa, mantenendo, nel tardo antico, funzioni residuali di stilistica puramente connotativa, cioè ridotta ai commenti linguistici secondari, in attesa di nuove sperimentazioni formali strutturalmente e tipologicamente denotative. La memoria dell Antico continuerà a garantire un sostegno limitante e legato a significazioni non più attuali, alle quali resterà, comunque, affidato un fondamentale, ambivalente senso: di richiamo nostalgico a un solidissimo passato e di denuncia della sua fatale obsolescenza. Un senso riscattato dagli antichi modelli, nel quale

20 20 Dal relativo all eventuale è già attivo il cauto ma tenace emergere di una filosofia della vita, volta a sviluppare quel rapporto chiasmatico tra soggetto e oggetto 12. Un rapporto paleomoderno che, fondandosi sul dialogo, aprirà contro l ipostatizzazione di verità oggettivanti, cui Platone e Aristotele e l architettura classica avevano conferito imperitura fermezza molteplici varchi per l approdo problematico ai nuovi modelli. Socrate, del resto, aveva anticipato questa apertura all eventualità del reale. Ma sarà Ludwig Wittgenstein, due millenni e mezzo dopo, a diagnosticare la indomabile resistenza della mente umana alle certezze assolute che lo indurrà a scrivere: «La filosofia è una battaglia contro l incantamento della nostra intelligenza che il linguaggio comporta» 13. E la battaglia continua dal periodo postantico al moderno, interrotta dalle reiterate e indomite insorgenze platoniche e classiche, ma sospinta da una inesausta tensione socratica alla ricerca, attraverso la contestualità inesauribile degli eventi. E l architettura? Se vogliamo mettere al centro del discorso questa parola, di cui abbiamo contribuito a mascherare la genesi arbitraria e il ruolo inventato, ci rendiamo subito conto di come il termine tenda a indicare non già un attività umana quanto, piuttosto, l esito di tale attività: non un processo, insomma, ma l oggetto che ne risulta. Non è superfluo attirare l attenzione su questo aspetto solo apparentemente terminologico, stante una tradizione culturale che, in pieno accordo tra gli attori del processo e i fruitori dei suoi esiti, ha regolarmente polarizzato l attenzione storiografica e critica sulla contemplazione non a caso: con templare 12. Cfr. M. Merleau Ponty, Senso e non senso, con introduzione di E. Paci, Il Saggiatore, Milano 2004, pp. 11 ss. 13. Citato in L. Wittgenstein, Conversazioni e ricordi, Neri Pozza, Vicenza 2005, p. 38.

21 i. Il progetto come soglia ontologica 21 dei prodotti finiti, meglio se monumentali, assumendoli entro un rapporto gratificante di rappresentazione, più che di interrelazione soggetto/oggetto. Se ora, invece, fedeli a un ottica fenomenologica, spostiamo il nostro discorso sulla progettazione, dobbiamo assumere quest ultima come attività profondamente innervata dall energia vitale degli uomini che, per ciò stesso, più che come un fare si qualifica come un essere. Intendendo la parola essere non già come uno stare (nel mondo) ma come un divenire (con il mondo). Così che il progettare divenga la forma primaria dell abitare il nostro pianeta, sia adattandosi all ambiente che adattando l ambiente (a se stessi), secondo modalità connesse all eventualità dei mutamenti ambientali. Ed ecco che l architettura diviene la forma linguistica di tali processi vitali, inducendoci a formulare una forse inattesa definizione: quella di architettura come epifenomeno dei processi di adattamento degli uomini all ambiente mutevole. Non a caso, abitare 14 allude a un possedere, un costruire, un coltivare e soprattutto a un intesa tra gli uomini, che presuppone fondamentalmente il comunicare: per interrompere l azione costruttiva dell uomo, a Babele, Dio manda un angelo a confondere i linguaggi. Comunicare significa, infatti, conoscenza attiva: un com prendere che si realizza, anzitutto, nominando le cose e donando loro, con il nome, una essenza identitaria. Nel memorabile saggio Costruire, abitare, pensare, Heidegger 15 usa il termine centrale del titolo: abitare, per connettere e organizzare gli altri due. E potremmo dedurre che il terzo termine pensare 16 implichi qualcosa che assomiglia molto a un progetto. 14. Da habeo, come abitudine, abilità. 15. M. Heidegger, Costruire, abitare, pensare, 1957, in Id., Saggi e discorsi, Mursia, Milano Da cogere, legare insieme (come: intelligenza), intrecciare, costringere.

22 22 Dal relativo all eventuale La comunicazione rende operanti processi intersoggettivi e questo è il passaggio fondamentale nella costruzione e condivisione di un linguaggio. Da cui discende che la formalizzazione di un progetto può divenire linguaggio nella misura in cui realizzi quest intesa: quando giunge a trasmettere intersoggettivamente. Parafrasando una locuzione di Roland Barthes, si può, forse, proporre un altra definizione: architettura come rito della comunicazione 17. Ed ecco un movente formidabile per quella che è stata definita l invenzione dell architettura. Figura 6. La scena fissa come soglia architettonica. Vicenza, Teatro di Palladio. Ma come si realizza, nella continuità dell ambiente mutevole, il reciproco adattamento degli uomini e delle cose? La progettazione, stabilendo confronti, limiti e mediazioni, produce di volta in volta le intese comunicazionali e linguistiche. L essere e il divenire degli uomini si accorda all essere e al divenire dell ambiente mutevole. I limiti divengono confini: con fine = limite con diviso. 18 L architettura assume così il ruolo di luogo del confine: di soglia. E ciò può dar luogo a un ulteriore, ambiziosa definizione, più implicita e sintetica: architettura come soglia ontologica. Torna qui la fondamentale importanza della soglia templare, come iniziazione alla esperienza cultuale e palcoscenico del rito (Fig. 6). 17. Cfr. R. Barthes, I miti d oggi, Einaudi, Torino 1974, p. 194, nota G. Marramao, Confini dell identità e della differenza, in «Gomorra», 1, 1998, pp Cfr. anche E. Kant, Critica della ragion pura, nozione di Grenzbegrieff = concetto limite, con il senso di barriera ).

23 i. Il progetto come soglia ontologica 23 Va anche detto molto esplicitamente che qui si intende assumere il progetto e in particolare il progetto architettonico non tanto come atto generativo, quanto trasformativo; e questa è un opzione che va storicizzata. Di solito le origini dell architettura, come disciplina di dominio dello spazio ambientale, vengono localizzate dalla storiografia tradizionale negli atti originari dell abitare umano: la fondazione della città con il suo rituale geometrico e il paradigma ordinato delle mura e delle porte, costituisce un atto imperativo, sacrale ed esorcistico. Ma, come si è visto, Romolo non agisce da solo e già nel mitico tracciamento dei sacri limiti dell Urbe, interviene dinamicamente lo strappo di Remo, a introdurre la differenza, il rischio. E questa, in un ottica moderna, costituisce un opportunità, un apertura produttiva. Infatti, se il proiectum classico, totalmente assertivo, si pone nell edizione classico romana in una dimensione forte (ed è purtuttavia specialmente nell edizione ellenica intessuto di differenze e di microtrasgressioni), il progetto moderno, invece, si collocherà naturalmente in una dimensione filosofica debole, ingestibile in termini prescrittivi. Presupporrà atteggiamenti che definiamo dialogici 19 ; misurati, cioè, su una realtà come la nostra, nella quale, per dirla con Nietzsche, sia solo possibile «continuare a vivere sulla base di ipotesi, lanciandosi, per così dire, su di un mare infinito, piuttosto che sulla base di una fede». Nel mondo dell urgenza e dell eventualità, costretti come siamo in un presente detemporalizzato, che non appare abilitato a divenire passato, l atto progettuale 19. G. Vattimo ha assunto «le verità come dialogo» aggiungendo che «una delle ragioni della fecondità dei dialoghi è il fraitendimento reciproco». Cfr. La filosofia: un tramonto, in «Rivista italiana di gruppoanalisi» 2, 2003, pp

24 24 Dal relativo all eventuale può tendere a fluidificarsi. Assistiamo da più di un secolo a questi tentativi messi in gioco dal Moderno basti ricordare il cielo e il ponte dell Urlo di Munch; o, altrimenti, il linguaggio può arroccarsi difensivamente in forme deterministiche di autoreferenzialità semantica, con il potenziamento arido del significante, a scapito del significato, o con un significato bloccato sul sorprendente e sulla spettacolarità. Una spettacolarità portata, oltretutto, su un referente debole, agonizzante. Occorre insinuarsi, per dirla con Prigogine, ne lo stretto passaggio tra un determinismo alienante e un universo governato dagli eventi. E ciò per evitare che la geometria del progetto, inteso come determinazione prescrittiva, divenga interdittiva della nostra capacità di com prendere e che il significante, agganciato alla zattera della condivisione intersoggettiva, prevalga su un significato che soccombe nel prevalere ormai normale del momento compositivo su quello progettuale. Intendendo sempre che, con progettazione, si alluda soprattutto alla fase induttiva e creativa, tale, cioè, da fondare concettualmente e iconicamente l immagine e le idee formali del progetto; mentre con composizione, ci si riferisca a un lavoro di scrittura che presuppone un codice linguistico preordinato, scelto e perfezionato in ragione dell attuabilità delle intenzioni progettuali. Se il senso di queste due azioni, di solito confuse tra loro e per la verità spesso confondibili, può essere utilmente divaricato, il momento progettuale può intendersi anticipatore del senso e del contenuto: prodotto, potremmo dire, da un collage di ritagli informali, colti nel tessuto del grande patrimonio della memoria; assunti, cioè, da un processo associativo in continua rielaborazione tra oblio e ricordo. Usando con M. Cacciari ri cordare come un «riporre al centro del cuore».

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