LOUIS DE BERNIÈRES L IMPOSSIBILE VOLO

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1 LOUIS DE BERNIÈRES Un invito alla lettura In anteprima alcune pagine del romanzo L IMPOSSIBILE VOLO UGO GUANDA EDITORE IN PARMA

2 1 Prologo di Iskander il Vasaio Coloro che sono rimasti si domandano spesso come mai Ibrahim sia impazzito. Io sono l unico a saperlo, ma ho sempre mantenuto il silenzio poiché egli mi chiese di rispettare il suo dolore, o, come disse anche, di avere pietà della sua colpa. Ora che lui è impazzito, che da molto tempo il sole ha asciugato la pioggia venuta a lavare le rocce insanguinate e che quasi più nessuno serba ricordo dell incantevole Philothei, credo di non tradire alcuno rendendo infine nota la verità. Tanto è il sangue scorso tra noi, da apparire a posteriori addirittura impossibile, e non potrà fare molta differenza se narrerò l ultima disgrazia di Philothei, dolce, cristiana, vanitosa e bella. Arriva un momento nella vita in cui chi sopravvive comincia a sentirsi un fantasma che ha dimenticato di morire a tempo debito, e molti di noi in gioventù erano certo più allegri. A quanto pare l età ripiega il cuore su se stesso. Alcuni di noi procedono assenti, continuando a sognare il passato, altri comprendono di aver perso la capacità di tirare avanti. Per molti il pensiero del futuro è cagione di stizza, anziché di ottimismo, come se delle novità ne avessimo ormai abbastanza e desiderassimo solo il lungo sonno che smussa i contorni della nostra esistenza. È una stanchezza che provo anch io. 2

3 A ogni modo siamo gente austera, qui. All epoca in cui i cristiani erano ancora tra noi la vita era più lieta, non ultimo perché ogni giorno per loro era la festa di qualche santo. Forse si lavorava poco, ma almeno quell allegria era contagiosa. La nostra religione ci rende gravi e pensosi, solenni e malinconici, mentre la loro non imponeva tanta disciplina. Forse era per via del vino. Per loro quella bevanda era sacra e preziosa, poiché la credevano affine al sangue di Dio, mentre per noi è un piacere da sempre guastato dalla proibizione del Profeta. La pace sia con lui, ma spesso ho rimpianto che non avesse deciso altrimenti. Anche noi beviamo, ma ci disprezziamo per questo. Certe volte bevevamo insieme ai nostri cristiani, e la loro euforia ci prendeva come la malaria in una notte d aria fresca; ma ora che siamo rimasti tra noi, dalle pietre di questa cittadina semideserta emana solo una particolare tristezza. Da giovane Ibrahim il Folle era uno dei nostri ragazzi più divertenti. Dicevano fosse nato col sorriso sulle labbra, e sin da bambino si rivelò un esperto di esclamazioni inappropriate. Per essere precisi, mise a punto un repertorio di belati che imitavano alla perfezione gli sciocchi commenti di una capra nei suoi più vari stati mentali: una capra sorpresa, una capra che cerca il suo capretto, una capra che protesta, una capra affamata, una capra perplessa, una capra in calore. Ma il suo belato più riuscito era quello di una capra che non ha niente da dire. Un belato che era una parodia perfetta dell ebetaggine, della vacuità, della stoltezza e dell innocuità. Se volete scoprire com era spingetevi oltre le antiche tombe, fino alla cava di calcare, dove tra la sterpaglia Ibrahim il Folle 3

4 bada ancora alle capre, sebbene abbia perduto la ragione. Però fate attenzione al cane. È una bestia grossa e intelligente, capace ogni sera di riportare le capre al padrone senza che Ibrahim debba muovere un dito, ma pronta a mostrare i denti e a fiutare subito un forestiero. Se non lo trovate lì, allorametteteviin ascolto del suo kaval e seguitene il suono. Ibrahim ne trae note così tristi da paralizzarvi e immalinconirvi sino al pianto. Ormai ha smesso di belare, ma a- scolta sempre le capre mentre vagano tra gli arbusti, e anche voi riconoscerete il verso di quella che non ha niente da dire. Lo faceva all improvviso, nel bel mezzo di una conversazione o nel momento solenne di qualche cerimonia, e per questo da piccolo le prendeva da suo padre. Un giorno osò persino interrompere l imam, Abdulhamid Hodja, possa egli riposare in Paradiso, impegnato come d abitudine in un interminabile dissertazione sulla legge. Accadde sotto i platani della meydan, dove siedono i vecchi. Ibrahim aveva circa otto anni arrivò di soppiatto fin dietro un albero e, mentre tutti ascoltavano tranquilli e rispettosi, emise d improvviso il suo belato. Calò allora un silenzio attonito, Ibrahim ridacchiò e fuggì di corsa. Gli uomini si scambiarono un occhiata e il padre di Ibrahim balzò in piedi, il volto paonazzo di rabbia e di vergogna. Ma Abdulhamid, che era di indole buona e aveva sufficiente dignità innata da non temere attentati al suo onore, gli posò una mano sul braccio. «Non picchiarlo» disse. «In fondo anch io stavo belando; era giusto che qualcun altro prendesse la parola.» Il padre di Ibrahim era soprannominato Ali Naso-rotto. 4

5 Gli uomini rimasero disorientati dalla tolleranza dell imam nei confronti di una simile mancanza di rispetto, ma presto corse voce che egli vedesse qualcosa di provvidenziale nell irriverenza del ragazzo, e da quel momento le sue sortite furono accettate come normali incidenti di percorso. A quel tempo Ibrahim era amico di mio figlio Karatavuk, e posso in tutta sincerità affermare che non era assolutamente folle, ma solo plasmato da Dio in modo un po comico. Se volete vedere com è adesso, ora che ci penso, non avete nemmeno da salire fino alle tombe. Aspettate invece che ritorni con le capre, e che il cane le scorti all ovile per la notte. Ibrahim il Folle le conosce per nome una per una, ma a parte questo la sua zucca è vuota come una casa abbandonata. Dicono che per i matti ogni giorno sia festa, ma anche che la pazzia abbia settanta cancelli. Vero è che molti sono felici, come gli scemi di questa cittadina che vedete seduti sui muretti a sorridere e pisciarsi addosso, ma io so che il cancello varcato da Ibrahim è il cancello della sofferenza indomabile, e che la sua mente resta una cateratta di dolore. Credo che in quei giorni molti di noi avessero la mente ottenebrata dall odio per via della guerra coi greci, e in tutta onestà io ero tra questi, ma Ibrahim era l unico impazzito per amore. Si diede la colpa, e fossi stato uno dei fratelli o dei parenti di lei sarei tornato dall esilio per ucciderlo. La cosa assurda, invece, è che nulla sarebbe accaduto a Philothei se altre cose non fossero accadute nel vasto mondo. Sono dunque persuaso che la colpa sia stata di molti, non solo di Ibrahim ma di tutti noi che 5

6 vivevamo in questo posto, così come di coloro che in altri luoghi erano assetati di sangue e ambizione. In quei giorni sentimmo parlare per la prima volta di paesi che mai erano entrati nella nostra vita. Fu un corso accelerato, e molti di noi ne sono tuttora confusi. Sapevamo che i nostri cristiani venivano talvolta chiamati «greci», anche se per noi erano più «cani» o «infedeli», ingiurie che pronunciavamo come semplici formalità, o col sorriso sulle labbra, proprio come quelle che loro lanciavano contro di noi. Per insultarci ci davano dei «turchi», in un tempo in cui noi ci chiamavamo «ottomani» oppure «osmanli». In seguito saltò fuori che eravamo davvero «turchi», e ne fummo orgogliosi come si può esserlo di un paio di stivali nuovi, all inizio un po scomodi ma che presto si adattano al piede facendo un figurone. Sia come sia, un giorno scoprimmo che esisteva realmente un paese chiamato «Grecia», che voleva impadronirsi di questo posto, liberarsi di noi e rubarci la terra. I russi li conoscevamo già, per via di altre guerre, ma questi italiani chi erano? Chi erano questi altri cristiani? Di colpo sentimmo parlare di «tedeschi» e di «francesi», e di una certa «Gran Bretagna» che aveva dominato mezzo mondo senza che noi ne sapessimo nulla, ma nessuno ci spiegò mai per quale ragione avevano scelto di venire qui a seminare tribolazioni e fame, a spargere sangue e lamenti, perché stessero giocando con noi e martoriando la nostra pace. Io accuso questi popoli franchi, e accuso potentati e pascià di cui probabilmente non saprò mai i nomi, e accuso gli uomini di Dio di entrambe le religioni, accuso tutti coloro che permisero ai soldati di comportarsi come lupi e dissero loro che era nobile e 6

7 necessario. A causa di ciò che involontariamente feci a mio figlio Karatavuk, nel mio piccolo anch io mi comportai come un lupo, e la vergogna oggi mi consuma. Nei lunghi anni di guerra troppi impararono, qui, a lasciarsi infiammare il cuore dall odio, a tradire i propri vicini, a violare le donne, a rubare ed espropriare, a invocare il nome di Dio commettendo l opera del Diavolo, a coltivare la rabbia e l amarezza, ad accanirsi persino sui bambini. Gran parte delle atrocità fu compiuta a vendetta di atrocità identiche, ma io vi dico oggi che anche se la terra fosse sepolta dalla neve e la colpa fosse un mantello di zibellino, preferirei congelare piuttosto che portarlo sulle spalle. Tuttavia non accuso solo me stesso, i potenti, i miei compatrioti d Anatolia, o i greci sanguinari. La colpa è anche della sfortuna. Il destino accarezza i pochi e tormenta i molti, e alla fine l agnello pende per la zampa dal gancio del macellaio, e il chicco di grano, ovunque sia cresciuto, approda al mulino. È strano, ma se mi chiederete di raccontare per quale caso una giovane cristiana morì in un posto anonimo come questo, dovrete ascoltare anche la storia di grandi uomini, come Mustafa Kemal, e di piccoli uomini, come me, e il resoconto di guerre e tumulti. Un innata perversità sembra insita nella natura del destino, così come in noi. A volte mi chiedo se in certi momenti Dio non dorma o non distolga il Suo sguardo, o se non esista addirittura una perversità divina. Chi sa per quale motivo un giorno, guadando un fiume in cui si è aperta una buca profonda, un uomo debba affogare là dove per secoli altri sono transitati indenni e non vi sono mai state buche? 7

8 Parlando da egoista, vi dirò che quanto mi è rimasto, e mi tormenta, dopo aver accantonato il ricordo di crudeltà e follie, è il dolore di aver storpiato il mio figlio prediletto, Karatavuk. Le circostanze dell incidente continueranno a perseguitarmi, poiché fui io a causarlo per mia stessa irruenza, e questo dopo otto anni di guerra da cui era uscito incolume! È stupefacente che io non sia impazzito come Ibrahim. Penso in continuazione a mio figlio, alla sua natura retta, alla sua grande lealtà e al suo umore sempre eccellente, e ora che non potrà seguire le mie orme di vasaio sono fiero che abbia trovato un modo dignitoso di guadagnarsi da vivere. Molti qui dicono che senza i cristiani stiamo meglio, ma la vecchia vita di questa città mi manca, e mi mancano anche loro. Senza i cristiani la vita è meno varia, e stiamo disimparando a vedere noi stessi guardando gli altri. E da quando hanno portato via la loro icona di Maria Madre di Gesù, qualcuno pensa che la nostra fortuna sia diminuita ancora. Io faccio il vasaio, ma ho una certa fama anche come inventore di proverbi. Mi sono accorto che quando i cristiani erano qui mi venivano proverbi allegri, e che da quando se ne sono andati me ne vengono solo di malinconici. Da quell epoca turbinosa il mondo ha scoperto e riscoperto che le ferite degli avi fanno sanguinare i nipoti, e non so se qualcuno verrà mai perdonato, o il male compiuto annullato. Ma ora basta, comincia la storia, e chi da solo si schiaffeggia risparmi il pianto. 8

9 2 Iskander il Vasaio ricorda la nascita di Philothei L imam rese omaggio a Philothei il giorno in cui nacque, all inizio dell estate del milleduecentosettantottesimo anno dall arrivo del Profeta a Medina, che se ben calcolo nel calendario cristiano dovrebbe corrispondere al Philothei era la più bella della città, e questo nell arco della sua breve esistenza le procurò più dispiaceri che gioie. A volte mi è capitato di pensare che Dio dona grande bellezza proprio a coloro cui riserva maggior sfortuna. Il parto si svolse, suppongo, in modo abbastanza consueto. La madre aveva bevuto da una ciotola con sopra incisi alcuni versi del Corano, e in cui altri erano stati immersi a maggior garanzia, e per almeno una settimana aveva dormito con una croce sul ventre. Inoltre, una donna era andata a chiamare Mihrimah Efendim con largo anticipo. In quei giorni Mihrimah Efendim era la nostra levatrice, e nessuno più di lei era versato nelle arti del parto. Alta e grassa, aveva una certa età, come si suol dire, e una discreta peluria sul labbro superiore, e sua madre e le sue nonne erano state le nostre levatrici fin dalla notte dei tempi. Tutti noi eravamo arrivati qui sani e salvi grazie a loro. Quando Mihrimah Efendim, la sua assistente e le 9

10 sue due aiutanti comparivano in strada con la sedia del parto, sapevamo subito che stava per nascere qualcuno. Io stesso sono nato su quella sedia, e così i miei figli, e oserei dire che molti altri vi nasceranno per mille anni ancora, a Dio piacendo. Fatta in noce, legno propizio, aveva un bordo solido lucidato da centinaia di cosce di donne, e molti uomini facevano battute oscene su ciò che quel sedile aveva visto. I braccioli erano robusti, perché nei dolori del parto una donna diventa forte come un uomo e rivela una sorprendente conoscenza d improperi. Philothei venne al mondo una notte in cui il vento del sud portava dall Arabia insonnia e pensieri lascivi. Lo ricordo perché neanch io riuscivo a dormire, in parte a causa dell irrequietezza di mia moglie e dei miei figli, coricati su pavimenti e divani, e in parte perché fuori i cani ululavano all unisono con la madre di Philothei. In cortile, avvolto nel mantello, giacevo insonne a guardar le stelle, così alla fine decisi di fare quattro passi. Era una notte in cui l agitazione sembrava recar scompiglio fin negli angoli più tranquilli. Avvertivo nell aria una presenza maligna, come se uno spirito sbucato dalla Geenna si aggirasse per la città. In questo posto molti muoiono senza aver assolto ai loro obblighi, e continuano a vagare senza pace come ombre. Non riuscii a trattenermi dal seguire i richiami sonori del parto, e così passai davanti alla finestra del maestro di scuola, il cristiano Leonidas Efendi, che a ritmo forsennato scriveva alla grama luce di uno stoppino galleggiante in una ciotola d olio d oliva. Questo maestro era un brutto soggetto, un piantagra- 10

11 ne. A quei tempi tutti parlavamo turco, ma chi sapeva scrivere lo faceva in greco. Leonidas invece era tra quelli che si agitavano e prendevano la cosa molto sul serio, convinto che i cristiani dovessero parlare greco, non turco. Costringeva i bambini a studiare una lingua per loro dura come sassi, e fomentava l astio raccontando in che modo noi osmanli avevamo strappato la terra ai greci, a cui apparteneva di diritto. Ho sentito dire che un tempo questo luogo era del popolo dei lici, e che i greci l avevano strappato a loro, dunque perché il maestro non spiegava ai bambini che in origine ogni terra è rubata? Perché non diceva: «Andiamo a cercare i lici, e ridiamogliela?». All epoca, come il maestro ce n erano fin troppi, tutta gente capace di gettare acqua su una padella d olio fumante e di ustionare, oltre a se stessa, anche gli altri. Mi sovviene la storiella di Nasreddin Hodja, che possedeva un bufalo dalle corna enormi. Aveva sempre sognato di sedersi tra quelle corna, convinto che fossero una specie di trono, ma si era sempre trattenuto dal farlo. Fino al giorno in cui, mentre la bestia riposava in mezzo all erba, lui non resistette oltre alla tentazione e convinse la moglie ad aiutarlo nell impresa. Il bufalo allora si alzò e lo proiettò in aria, e lui piombò di peso sulla moglie sventurata, così che entrambi si fecero male. Al che Nasreddin le disse: «A volte, moglie, dobbiamo soffrire entrambi per i miei desideri». Oltre che un piantagrane, il maestro di scuola era un tipo segaligno, veniva da Smirne e dunque non era dei nostri, portava gli occhiali, si dava delle arie e non si sposò mai. Ma torniamo a Philothei. Quando le grida cessa- 11

12 rono e il parto si concluse, accadde dunque che mi trovassi davanti alla casa dei suoi genitori insieme a molti altri curiosi. Udimmo la gioia e il sollievo nella voce di Mihrimah Efendim che tagliava il cordone ombelicale e in tono profondo esclamava: «Dio è grande, Dio è grande, Dio è grande». Era nostra usanza dare a ogni bambina come primo nome quello della compagna di Adamo in Paradiso, così quando Mihrimah annunciò che la creatura si chiamava «Havva» capimmo tutti che si trattava di una femmina, «una mano in più per zappare», come dicevano alcuni. Nell istante preciso in cui la levatrice diede il suo annuncio, giuro, la notte subì una trasformazione. I cani smisero di ululare, la luna sbucò da dietro le nuvole, nell aria si sparse un aroma d incenso e zafferano, e un bulbul prese a cantare sul platano centrale della meydan, dove di giorno siedono i vecchi. Fui felice che quella nuova vita fosse cominciata tanto bene, ma, lo confesso, allo stesso tempo non potei fare a meno di riflettere che quanto nasce è destinato a morire. Me ne stavo dunque lì a chiedermi quanto a lungo sarebbe vissuta, e come sarebbe morta, quando il padre, che di nome faceva Charitos, uscì di casa a ristorarsi con una boccata d aria. Gli andai incontro, gli diedi una pacca sulla spalla e gli offrii una sigaretta che in verità avevo appena rollato per me. «Salaam aleikum» dissi porgendogli l acciarino. «La pace sia con te» rispose lui, per poi aggiungere in tono quasi preoccupato: «È la creatura più bella che abbia mai visto». «Allora saranno guai» replicai io. «Le donne stanno appendendo ovunque Bibbie e 12

13 Corani, e perle azzurre e teste d aglio» continuò Charitos, con un sorriso ironico, «ma io credo che saranno guai lo stesso. Nazar deymesin.» «Che il Signore ci protegga dal malocchio» ricambiai. Più tardi, dopo che all alba il muezzin ebbe intonato l azan e tutti ebbero recitato le preghiere, dalla casa dei genitori di Philothei cominciò a diffondersi una voce, come il cerchio di un sasso gettato nell acqua, e ben presto una nuova folla di curiosi si radunò per vederla, per recare doni e augurare alla madre una felice ripresa, ma anche per accertare la decantata bellezza della bimba. Era una di quelle cittadine dove tutti si fanno gli affari di tutti, dove le donne si ritrovano a spettegolare al pozzo e nelle cucine, e lo stesso fanno gli uomini nei caffè. La famiglia di Philothei era cristiana, ma a quel tempo stavamo tutti insieme e, a parte le farneticazioni sul Diavolo di qualche testa calda che si riempiva la pancia di rachi, la nostra era una convivenza piuttosto armoniosa. Non c era quindi da stupirsi che gente d ogni sorta si presentasse alla porta di quella casa con piccoli doni di caffè, lokum, calicanto e tabacco, nella speranza di intravedere la bimba che, prima ancora di aprire gli occhi, stava già diventando leggenda. Che non era stato un parto dei più facili l avevamo capito tutti dai lamenti della madre, e ciononostante un letto sontuoso era già stato allestito nel selamlik, e la madre, Polyxeni, sedeva con la schiena sostenuta da cuscini e sorrideva, col mignolo infilato in bocca alla piccola per consolarla della temporanea mancanza del seno. 13

14 Avevo indossato il mio abito migliore, avevo portato una moneta d oro e del tè al bergamotto che mia moglie aveva aromatizzato con le sue mani. Studiai con attenzione la neonata, bevvi il mio sherbet e scambiai ulteriori convenevoli con Charitos, il padre, che dopo quella terribile notte d ansia era ormai stanco morto. «Che il Signore benedica il latte della madre» dissi, e ancora una volta mi chiesi come potesse una donna attraversare un simile inferno e poi esserne soddisfatta. «La chiameremo Philothei» m informò Charitos. «Che significa?» «Èun nome greco» rispose lui. «Credo significhi Amata da Dio o Amante di Dio, o qualcosa del genere. Comunque sia è un bel nome, e l ho scelto in memoria di mia madre. Anche lei lo portava.» «Dovresti chiedere a Leonidas Efendi, il maestro, lui ha sempre tanta voglia di parlar greco» suggerii. «Ti dirà cosa vuol dire.» «No, chiederò al prete» dichiarò Charitos. Anche lui, come me, mal tollerava i sapientoni dogmatici dalle spalle curve che non sapevano nemmeno cogliere una mela su un albero. Poi, guardandomi con gli occhi stanchi, mi chiese in tono serissimo: «Iskander Efendi, me lo fai un favore? Vai ad appendere un fazzoletto al pino rosso?». «Vuoi che esprima un desiderio per te?» «Sì. Questa figlia...» Indicò con un cenno del capo la bambina. «Quando hai detto che con la sua bellezza saranno guai, hai detto una brutta cosa. Spero che Satana non ti abbia sentito e non si sia messo strane idee in testa, anche se devo confessarti che io 14

15 stesso nutrivo brutti presentimenti. Dunque fammi questo piacere e aiutami a trovare pace: vai a legare un fazzoletto al pino rosso e augura a mia figlia una vita facile.» «Lo farò, Charitos Efendi. Anzi, ne legherò due e raddoppierò l augurio. Ma prima fammi guardare ancora la creatura.» Polyxeni scostò lo scialle e scoprì la neonata Philothei. «È davvero bellissima» confermai. Devo dire tuttavia che, secondo me, questa faccenda dei neonati belli o brutti, o che assomigliano tanto al padre o alla zia, non è che una fastidiosa invenzione di menti illuse. I bambini sono tutti uguali e, nella fattispecie, quella mi parve una bambina molto bambina. Anch io ho avuto dei figli, e non ricordo affatto che aspetto avessero nell istante in cui videro la luce per la prima volta, tranne che tutti erano neonati e non somigliavano a un bel niente e a nessuno. Fu proprio allora, mentre mi sforzavo di essere onesto sulla bellezza di quella bambina così bambina, che l imam entrò in casa. All epoca il nostro imam era nel pieno della vita. Aveva suppergiù quarantacinque anni, era forte e scattante, con una barba lunga, brizzolata e accuratamente pettinata, e gli occhi neri e acuti da uccello che si accompagnavano al naso adunco, da arabo. Aveva ancora quasi tutti i denti e la bocca sottile, col labbro inferiore più sporgente di quello superiore. Aveva compiuto l haj due volte, perciò era doppiamente hodja, e aveva studiato a Stambul, dove si era specializzato in tradizione sunnita. Era capace di recitare tutto il Corano a memoria, dunque non era solo un hodja, ma anche un hafiz. Come se non bastasse, 15

16 aveva ricevuto l iniziazione di ben quattro confraternite sufi, ragion per cui era ampiamente titolato al ritorno e al ricongiungimento con Dio. Nel complesso era un uomo straordinariamente erudito, che conosceva più parole in arabo e in persiano di tutti gli arabi e i persiani messi insieme. A volte toccava rassegnarsi e capire ben poco di quel che diceva, perché era in grado di parlare ininterrottamente per cinque minuti, infarcendo le frasi di «ciononostante», «imperocché», «quantunque» e «per converso», senza lasciarti intendere dove stesse andando a parare fino all ultimissima parola del discorso. Sono i vantaggi di una buona educazione. Per quale motivo l imam avesse scelto di essere un semplice imam quando avrebbe potuto diventare qadi in un tribunale, nessuno di noi lo seppe mai. Girava il sospetto che potesse aver fatto proprie le idee sgradite agli inflessibili anziani delle scuole, ma io credo che avesse deciso di essere soltanto la guida delle nostre preghiere perché desiderava trascorrere la maggior parte del tempo con le mani affondate nella terra. Il nostro imam era un appassionato coltivatore di ortaggi. Si chiamava Abdulhamid Hodja, e le due grandi gioie della sua vita erano la moglie e una giovane cavalla, benché fosse difficile dire quale venisse per prima. Riguardo a sua moglie, gli piaceva citare l ennesima storiella di Nasreddin Hodja, che alla domanda su quando sarebbe arrivata la fine del mondo aveva risposto: «Il mondo finirà due volte: una, quando morirà mia moglie, l altra quando morirò io». Non posso dire di aver mai conosciuto la moglie del nostro imam. Non era di qui, e in quei giorni l usanza proi- 16

17 biva anche solo di informarsi circa la salute della consorte di un altro, o delle sue parenti di sesso femminile, cosicché spesso non se ne sapeva nulla, a meno di non ricevere notizie spontanee. Oggi tutto è cambiato, e non sempre per il meglio. Ora che le donne non si coprono più il volto col çars af, un uomo con una brutta moglie non è più libero di vantarsi della sua bellezza nei caffè. Naturalmente le donne cristiane girano da sempre a volto scoperto, perciò i loro mariti non hanno mai avuto questa possibilità, e molte di loro non si sono mai sposate. Quanto alla cavalla, invece, era una creatura argentea straordinariamente amabile e leggiadra, che l imam, devotissimo, aveva chiamato «Nilufer» e fornito di un piastrone decorato con versi del Corano che lui stesso provvedeva a lucidare. Intrecciava la criniera della sua puledra con nastri verdi alle cui estremità erano appesi minuscoli campanelli d ottone, e aveva una sella alta e pregiata acquistata da certi nomadi yörük in viaggio sui monti Bey. Lavava e spazzolava la sua bestia, la ungeva di profumi per allontanare gli insetti e spesso lo si scorgeva intento a sussurrarle parole affettuose, con un braccio intorno al collo e la mano che le accarezzava il naso vellutato. La cavalla si comportava di conseguenza con la capricciosità e la mancanza di umiltà di un amante circassa, ma vedere l imam cavalcare al piccolo galoppo, con il turbante bianco avvolto intorno al fez e la tunica verde che gli sventolava alle spalle, era sempre una gioia per il cuore. Abdulhamid Hodja era un cavallerizzo degno dei nostri antenati giunti da Oriente, e dicono che un uomo sia veramente tale solo quando monta la moglie o il cavallo. 17

18 Come stavo dicendo, egli comparve improvvisamente sulla porta, lasciò le scarpe accanto a quelle degli altri ed entrò nella stanza col suo solito incedere distinto e vigoroso. «Salaam aleikum» ci salutò, e noi di rimando, senza pensarci un istante: «Aleikum salaam». Naturalmente era venuto per lo stesso motivo per cui eravamo venuti noi, portare un dono, ed era curioso di vedere la bella bambina. Si chinò e prese la neonata, la sollevò in aria e ne scrutò i lineamenti quasi a divinarne qualcosa. Emise infine un sospiro soddisfatto e recitò i primi versi del Corano, che io riconobbi perché, nonostante la mia ignoranza della lingua araba, un tempo li avevo studiati. Quindi rimise giù Philothei, si chinò di nuovo, si portò la manina alle labbra e gliela baciò. In seguito la madre trovò sulla mano destra della bimba una piccola macchia rossa, che credette di riconoscere come il punto esatto in cui l imam aveva posato le labbra. Persino i cristiani, come vedete, lo consideravano un santo. Di sicuro ne aveva tutta la pazienza, e non c era volta in cui reagisse alle oscenità e alla strafottenza di certi cristiani stolti e maleducati, che gli tiravano bucce di limone in segno di disprezzo e poi correvano a nascondersi per non essere riconosciuti. Avrebbe potuto farli impiccare, invece li puniva ignorandoli. Nella sua saggezza, aveva capito che il castigo peggiore è passare inosservati. Prima di andarsene disse a Charitos: «Ti auguro grande felicità con questa figlia», quindi uscì, montò in sella all argentea puledra e partì con i nastri vivaci che ondeggiavano dalla sella e i campanelli d ottone che tintinnavano sulle briglie. 18

19 «Chissà cos ha visto» commentò Charitos, e io mi strinsi nelle spalle. Probabilmente aveva reagito come me, e pensato che ogni nascita contiene in sé una morte. Ora la stanza era molto affollata e gli ospiti cominciavano a soffiare dense nuvole di fumo dai loro narghilè e a fare un tremendo baccano per tener lontani gli spiriti maligni. Avendo sempre detestato quel fumo e quel chiasso, porsi a Charitos le mie scuse: «Il lavoro mi aspetta» gli urlai all orecchio, «ho un mucchio d argilla da impastare, quindi forse è meglio che vada. Voglio regalarti una bella caraffa per l acqua». Poi ricordai. «Ma prima andrò a legare due fazzoletti al pino rosso.» A quell ora la città si era risvegliata di colpo e io dovetti farmi strada su per viuzze ripide e acciottolate, larghe a malapena per far passare un asino. Sembravano concepite prima dell invenzione dei carretti, dunque quanto tempo prima? A ogni buon conto mi feci largo tra donne con orci d acqua sulla testa, cani che se la dormivano incuranti del viavai, venditori ambulanti, bottegai, mendicanti e artigiani, scavalcando le gambe degli accattoni il cui unico scopo in questa vita era rendere migliore l anima di chi li sfamava con le elemosine necessarie a perpetuare la loro inattività. Questi tendevano la mano a occhi bassi, giacché è meglio per tutti noi che certi doni restino anonimi. Andai dunque in bottega, dove presi uno degli stracci che usavo per lavare la ruota del tornio alla fine di ogni giornata di lavoro. Ametàdel pendio che portava alla cima della scogliera, nei pressi del punto in cui estraevano la pietra per fabbricare la calce, cresceva una macchia 19

20 di pini rossi. Erano alberi bellissimi, dalla corteccia robusta, con rami che si aprivano a ventaglio come ansiosi di regalare ombra a chi stava sotto. Di tanto in tanto mi piace inventare proverbi, e quel giorno, mentre sollevavo lo sguardo ai rami, me ne venne uno che diceva: «All ombra del pino rosso ti caga in testa il colombo grigio». Ce n erano sempre almeno dieci o dodici, piccoli e con l anello nero intorno al collo, molto graziosi ma anche generosi di rifiuti corporali. Le cose belle, nella vita, hanno sempre un risvolto negativo. I rami più bassi erano abbondantemente ricoperti di stracci e fazzoletti, anni di desideri di un intera città, e trovare un po di spazio per legarne un altro era ogni volta una sfida. Capitava che, avveratosi un desiderio, colui che l aveva espresso venisse a riprendersi il fazzoletto, così da riutilizzarlo per uno nuovo. A mio parere ciò dimostra una certa meschinità di spirito, perché trovare un brandello di tessuto non è poi tanto difficile. In quei giorni ero ancora abbastanza giovane per arrampicarmi con agilità, così salii fino in cima al più alto dei pini, dove legai il mio straccio per farlo sventolare come il gagliardetto di una nave. Il sole splendeva già forte e luminoso, e cardava dalla corteccia un profumo di resina. Avevo i palmi ricoperti della pellicola nera e polverosa che, tenace e appiccicaticcia, si deposita sulle mani quando si scala uno di quegli alberi. Era fastidiosa, ma poi pensai che con il lavoro al tornio sarebbe sparita in un baleno. Si sollevò un po di vento, e mi calcai meglio il turbante in testa. Vidi dei bambini che giocavano nelle pozze del tem- 20

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