mura Gerusalemme Siapace nelletue

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1 Veduta panoramica di Gerusalemme, la città santa dove vivono musulmani, cristiani ed ebrei. Nelle foto piccole, dall alto: carro armato israeliano nei territori occupati; funerale di un palestinese cristiano a Betlemme; una scena di intifada: ragazzo scaglia le pietre con la sua fionda. Siapace Quando la guerra infuria sulla scena internazionale, come in questi mesi, piccoli percorsi di pace ci dicono che un mondo nuovo è ancora possibile. Li troviamo in terre lontane e martoriate dai conflitti, come la Palestina e la Sierra Leone. Ma anche in casa nostra, tra le numerose associazioni impegnate nell educare alla mondialità e alla convivenza pacifica. nelletue mura Gerusalemme Colloquio di Giacomo Grampa con Michel Sabbah stenza dello Stato israeliano, ma la popolazione palestinese dice anche: «Noi abbiamo fatto la concessione del 78% della nostra terra palestinese, ma adesso vogliamo che il restante 22% della Palestina sia nostro». Invece questi territori permangono sotto regime di occupazione militare, e I- sraele vi ha sviluppato degli insediagono da fuori, devono ritornare da dove sono venuti». Nel 1988 l Olp, cioè l organizzazione per la liberazione della Palestina, ha riconosciuto l esistenza di I- sraele sul primitivo 78% di territorio. Tale riconoscimento fu riconfermato col processo di pace iniziato a Madrid nel 1991 e poi a Oslo nel 93. Oggi i Paesi arabi riconoscono l esi- Una vita, quella di monsignor Michel Sabbah, tra Betlemme, Nazaret, Gerusalemme. Lo abbiamo ascoltato e lui ci ha parlato della sua terra, del suo popolo, delle sue sofferenze, ma anche delle sue speranze. Qual è oggi la situazione nella terra dove è nato Gesù? Sulla terra conosciuta con il nome di Palestina, Israele - come Stato - si estende per il 78% del territorio. Nel 1967 dopo la guerra con i Paesi arabi, Israele occupò anche il restante 22% e lo mantiene tutt ora sotto il regime di occupazione militare. I palestinesi e i Paesi arabi nei primi anni dopo il 1948 rifiutarono di riconoscere l esistenza di Israele; dicevano: «Gli israeliani sono conquistatori, ven

2 Campo profughi di Rafa al confine con l Egitto. Un gruppo di tende erette dai palestinesi al posto delle case distrutte dai bulldozer israeliani. In basso, il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah. A destra in basso, alcuni momenti di pacifica convivenza sulla collina di Nevè Shalom - Wahat al-salam. menti che sono diventati un ostacolo a mettere fine a questa occupazione militare. In questi insediamenti - al di fuori dei confini dello Stato di Israele - vivono oggi quasi 300 mila ebrei. Sembra quindi una situazione senza via d uscita... I palestinesi dicono: «Se vogliono gli e- brei possono rimanere, ma devono essere sotto l Autorità palestinese, altrimenti possono rientrare nello Stato di Israele». Gli israeliani controbattono: «Non siamo disponibili a rendere tutto il 22% ma soltanto poco meno della metà dei territori occupati». Questo contrasto è la causa della violenza, per cui gli israeliani ammazzano i palestinesi e i palestinesi ammazzano gli israeliani. I palestinesi dicono: «Noi abbiamo a- spettato sette anni di dialogo, dal 1993 al 2000, dopo il processo di pace iniziato a Oslo, e non vediamo che l occupazione militare sia finita; ci sono stati accordi, ma gli accordi non sono stati riconosciuti da Israele, a cominciare da Rabin, il primo che ha fatto la conversione per iniziare la pace, poi è stato martire per la pace». Lui stesso però aveva cominciato col dire: «Questi accordi di Oslo non sono scrittura santa, dunque possono essere cambiati o ritardati». Questo principio ha prevalso ed è la causa dell attuale violenza. Gli israeliani sostengono: «Ritornate alla tranquillità e al dialogo, poi vedremo». E i palestinesi: «C è stato già un dialogo e non abbiamo visto niente; dobbiamo continuare il nostro cammino fino a ottenere la libertà; Sharon sostiene che lui è pronto a rendere il 42% dei territori occupati; a che serve dialogare, se già è noto che renderà soltanto il 42%? È inutile parlare; se almeno ci Un Patriarca palestinese onsignor Michel Sabbah nasce a Nazaret nel 1933; entra a 16 anni nel semina- maggiore di Betlemme, dove compie gli studi di teologia ed è ordinato sacer- Mrio dote all età di 21 anni. Per due anni esercita il ministero come vicario nella parrocchia di Madabà in Giordania. Due anni dopo viene trasferito a Gerusalemme come cerimoniere del patriarcato e insegnante di lingua araba in seminario. Prosegue gli studi di filologia araba fino alla laurea nell università dei Gesuiti di Beirut. Nel 1965 diventa assistente generale di tutti i movimenti di apostolato dei cattolici di Terrasanta. Nel 1970 viene nominato parroco della chiesa di Cristo Re, a Betlemme; nel 1981 diviene rettore dell università di Betlemme, dopo aver conseguito il dottorato in filologia araba alla Sorbona di Parigi. Nel 1987 è nominato patriarca latino di Gerusalemme e riceve la consacrazione in san Pietro da Giovanni Paolo II. Nel 1999 riceve il premio per la pace Giorgio La Pira. Nell anno del grande Giubileo, accoglie in Terrasanta il Papa e lo accompagna nel suo pellegrinaggio. fosse una promessa chiara, che vengano restituiti tutti i territori palestinesi, ritorniamo alle trattative; diversamente è inutile». In questa situazione i cristiani che ruolo hanno? I cristiani sono palestinesi e dunque sono parte del conflitto, parte della resistenza e parte delle vittime. Non possono i cristiani dire ai musulmani: «Fate la resistenza da soli, noi aspettiamo che tutto finisca e quando ci sarà pace ritorneremo a vivere». Chi non condivide i sacrifici oggi, non avrà alcun diritto a gestire lo Stato futuro. Per far procedere il processo di pace bisogna educare tutta una generazione e poi bisogna preparare un azione intensiva di popolo per realizzare una resistenza non violenta. Noi cristiani crediamo in una resistenza non violenta, ne parliamo con tutti, cristiani o musulmani, proponiamo contestazioni pacifiche, incontri con la stampa mondiale, tramite la quale far conoscere i veri diritti dei palestinesi. Oggi purtroppo le cose stanno così: una situazione di violenza tra le due parti, con conseguenze catastrofiche. In ogni situazione bellica una parte della popolazione (soprattutto giovani) fa la guerra; un altra continua la sua vita normale, proprio per sostenere coloro che fanno la guerra; una terza, scappa, emigra: sono cristiani, musulmani, ma anche ebrei. Anche loro scappano da I- sraele, perché qui la vita offre ormai troppe insicurezze. Noi, però, diciamo ai cristiani che fuggono dalla loro terra: «Dio vi vuole cristiani qui, non altrove nel mondo. Vi vuole cristiani per testimoniare Gesù nella sua terra; non vi vuole cristiani in Europa o in America». Sarà mai possibile la pace? La pace è certamente possibile. Io credo che sia in corso una lunga evoluzione dentro la società israeliana. Lo scorso Natale è venuto da me un ufficiale israeliano - vengono ogni anno per gli auguri - e diceva: «Ho un figlio che ha tredici anni e che mi dice: papà io non voglio diventare soldato come te. Ecco, la gioventù non vuole più fare la guerra». Questo è molto bello; c è questa evoluzione fra il popolo israeliano: i giovani non vogliono più fare la guerra; vogliono molto semplicemente godersi la vita in una società finalmente rappacificata. Oggi ci sono tanti soldati israeliani che fanno disobbedienza civile, rifiutano cioé di andare a combattere nei territori palestinesi. Io credo che si profili all orizzonte una nuova generazione di leader israeliani, con visioni più aperte, in grado di giudicare il popolo palestinese non come un gruppo di terroristi, ma come un popolo con tutti i suoi diritti. Verrà il giorno in cui israeliani e palestinesi potranno vivere in pace? Certamente, perché la miglior sicurezza per Israele è l amicizia con i palestinesi. Violenza chiama soltanto violenza, quindi occorre cambiare rotta. «Io vi darò maggior sicurezza» dice Sharon a- gli israeliani, ma la sua politica non porta affatto maggior sicurezza. Ogni giorno c è un nuovo attentato e quindi crescono paure e insicurezze. Il rimedio non sta nel pugno di ferro, ma in una pace fondata sulla giustizia. La ragione dell insicurezza non è solo il terrorismo, ma è anche l ingiustizia che causa il terrorismo. Questo vale anche per il terrorismo internazionale. Purtroppo nel mondo arabo c è questa identificazione tra politica occidentale e cristianesimo. Ma la politica non è fatta secondo principi cristiani, non dipende dai cristiani, che dicono invece: «Se volete combattere il terrorismo fate una politica di giustizia, non di guerra; aiutate i popoli poveri, aiutate arabi ed ebrei a riconciliarsi; stabilite un vero colloquio tra le religioni e l occidente». A queste condizioni è possibile che un giorno - spero presto - scoppi finalmente la pace tra israeliani e palestinesi, in questa terra martoriata eppur benedetta da Dio. PERCORSI DI PACE/NEVÈ SHALOM - WAHAT AL-SALAM Un oasi dove crescere di Widad Tamimi Ricordo l atterraggio a Tel Aviv: ero piena d emozione e di aspettative. Da anni attendevo quel viaggio nella terra che legava mio padre e mia madre, palestinese lui e per metà ebrea lei, con un vincolo più forte di quello che il matrimonio può costituire. Due popoli in lotta, nella speranza di una pace: ho sempre pensato che fosse questo il senso della mia nascita. Purtroppo dovetti fare quel viaggio da sola; i miei genitori finirono per accettare il senso della mia partenza e della mia attrazione per quel luogo, ma le emozioni erano troppo intense perché decidessero di accompagnarmi. Circa sei mesi prima mi era capitato di conoscere Kamel, palestinese di Taibi, sposato da non molto con Marwa. Stavano aspettando di trasferirsi a Nevè Shalom - Wahat al-salam (NSh-WAS) con la piccola Bisan, nata da lì a pochi mesi. Mi offrirono ospitalità nella loro casa di Gerusalemme e mi permisero così di conoscere la realtà locale e in insieme particolare quella di NSh-WAS. Seguendo la via che congiunge Tel Aviv a Gerusalemme, si imbocca a un certo punto una stradina tra i campi. Sembra difficile poter credere di trovare qualcosa oltre che dei contadini indaffarati, ma improvvisamente compare un piccolo cartello di legno che punta la freccia verso una collina: la scritta dice Nevè Shalom - Wahat al-salam. Fondata nel 1970 da un frate domenicano, Bruno Hussar, la comunità dell oasi di pace (questa è la sua traduzione, dal libro di Isaia Il mio popolo abiterà un oasi di pace ) vuole poter creare una situazione di convivenza e dialogo tra due popoli che da troppo tempo sono accecati dall odio e dal rancore. Il numero delle famiglie residenti in questo villaggio è limitato e questo dipende dall esigenza di selezionare i cittadini sulla base della loro volontà di investire per un progetto tanto delicato. Le famiglie sono indipendenti nella gestione dei loro rapporti intimi, ma è 20 21

3 importante sottolineare la condivisione dei principi educativi secondo cui vengono cresciuti i figli. L esperienza di NSh-WAS vuole essere quella di un piccolo laboratorio (oasi) per la pace: è, in sostanza, un e- sperimento che si propone come obiettivo la generazione di un modello che possa essere d esempio per tutti coloro che credono nella pace. Le attività di NSh-WAS si concentrano in particolare sull educazione dei più piccoli al dibattito e alla tolleranza. Fin dalla scuola materna i bambini incontrano insegnanti che si rivolgono a loro nella propria lingua e questo è senza dubbio un primo elemento che obbliga un individuo ad accettare e riconoscere il diverso da sé. Oltre alle classi scolastiche vere e proprie - frequentate dai residenti del villaggio, ma anche da qualche esterno -, vengono realizzati progetti che prevedono il confronto tra ragazzi e bambini arabi ed ebrei provenienti da realtà diverse del paese. Gli organizzatori e i componenti della comunità non temono di dover ammettere quanto sia difficile e cruciale il loro compito, infatti è proprio la consapevolezza della grandezza del loro lavoro a rendere possibile una concreta realizzazione dei fini pensati fin dagli anni 70 da Bruno Hussar. Il periodo trascorso lì è stato per mia grande fortuna un momento di quiete tra i due popoli. Ho potuto confrontarmi con entrambe le realtà, senza avere problemi di alcun genere. Certo è stata evidente la differenza tra le discussioni in e fuori da NSh-WAS: chi è interno alla comunità è allenato al dialogo ed è quindi maggiormente in grado di trovare delle mediazioni; chi non ha avuto contatti con questa realtà accetta più difficilmente di liberarsi dal pregiudizio. In questo momento di dura prova avverto che la tensione sarà forte anche per chi ha scelto la via della pace, ma ho fiducia nella tenacia di tutti coloro che da anni investono in un progetto che mira a essere molto più d una piccola oasi. Consiglio a chi avesse voglia di conoscere più da vicino la realtà di NSh- WAS di contattare la sede italiana presso l indirizzo È possibile trascorrere periodi di volontariato a NSh-WAS, partendo da un minimo di sei mesi. PERCORSI DI PACE/SAMARITANI TRA I POVERI DEL BRASILE favelas Nelle San di Paolo di Enrico Porcu * San Paolo del Brasile è considerata, dalle Nazioni Unite, una delle città più violente del mondo. Solo nel 2000, si sono registrati più di 12 mila omicidi e circa 900 mila tra aggressioni e furti. Sono la punta di iceberg dell inaudita violenza che scoppia dove l abisso che divide ricchi e poveri raggiunge una distanza da capogiro: qui c è una delle peggiori distribuzioni del reddito del mondo. Sono il segno della morte che regna dove l uomo si allontana da Dio e non edifica la città terrena sul fondamento della Parola. Per questo ho scelto, con un gruppo di sacerdoti e laici, di consacrare la mia vita per essere ponte di misericordia tra poveri e ricchi, tra occidente e sud del mondo, ministro del Signore, del suo perdono e della sua pace. Un giorno u- na signora mi ha detto, riferendosi alla realtà paulista: «Questo era un luogo di tenebre e voi siete la luce che Dio ha acceso perché potessimo vederlo. Voi avete donato la vita a Dio e lui si serve di voi per restituirla a noi, perché possiamo diventare tutti fratelli». Nelle strade di questa megalopoli brasiliana (24 milioni di abitanti), il Signore ci ha inviati come messaggeri di pace ad annunciare la sua misericordia e il suo amore. Per le strade di San Paolo, dove più di diecimila persone dormono sotto i ponti e sui marciapiedi, e dove altrettante migliaia di meninos de rua vivono nella violenza, nella droga e nella prostituzione, abbiamo sperimentato il potere dell amore di Dio, capace di trasformare i peccatori in santi. Qui si è consumata la vita di Nivaldo, qui è nata la conversione di Francisco. Due storie emblematiche, due percorsi di pace. Nivaldo, una vita offerta per troppo amore Nivaldo aveva 26 anni. Il 15 settembre scorso è morto in un incidente stradale mentre soccorreva un menino de rua che si era allontanato dalla nostra casa-rifugio. Nivaldo aveva alle spalle una storia di povertà e di violenza. Era l ultimo di otto figli. Senza padre, a dieci anni era già sulla strada. In poco tempo si è trovato immerso nel mondo della droga e del crimine. A dodici anni ha visto uccidere la sorella, il cognato e tanti suoi amici. Era disperato. Soprattutto da quando un suo amico era stato ucciso al suo posto. Fu allora che si è incontrato per la prima volta con l amore misericordioso di Dio. Venne avvicinato da due ragazze della nostra comunità che, chiamandolo col nomignolo con cui e- ra noto nel quartiere, gli dissero: «Biquinho, sai che Dio ti vuole molto bene? Vieni con noi, nel nostro gruppo di preghiera!». Nivaldo, che non aveva mai messo piede in una chiesa e non si era mai sentito dire che Dio lo amava, le seguì. Cambiò vita e rimase con noi. Rinato alla fede decise di essere a sua volta testimone, tra i giovani, della misericordia di Dio. L ultimo giorno della sua vita era uscito di casa per recarsi nel carcere minorile: «Anch io ho rubato Un immagine di violenza nelle favelas di San Paolo del Brasile, teatro di 12 mila omicidi e 900 mila aggressioni nel Nelle foto piccole: baracche a ridosso dei quartieri del centro; momenti di serenità con i piccoli ospiti di una casa-rifugio; il giovane Nivaldo. ma, come il buon ladrone, voglio andare in Paradiso e non da solo Anche voi potete venire in Paradiso con me! Siamo fatti per il cielo!». La sera appena rientrato, e accortosi che un menino de rua era scappato, uscì di nuovo anche se stanco per cercarlo. Cercai di trattenerlo, era ormai buio e le strade pericolose. Mi disse: «Mi avete insegnato voi che il buon pastore dà la vita per le pecore, lasciatemi cercare il fratello smarrito!» Il fratello fu ritrovato, ma Nivaldo non rientrò. Fu ucciso da un auto pirata. La storia di Nivaldo è la storia del cuore di ogni uomo riscaldato dall amore di Dio. Centinaia, migliaia di Nivaldo possono essere trasformati dall annuncio del Vangelo: da peccatori in santi, da ladri e omicidi in persone che danno la vita per chi la disprezza. Francisco, a volte basta un piccolo gesto Francisco, una vita di strada segnata dal carcere minorile, dalla droga e da molti omicidi. A 27 anni si commuove per un piccolo gesto d amore. L avevamo più volte incontrato dentro il carcere. Gli recapitavamo molte lettere con piccoli doni, come pegno della nostra vicinanza alla sua sofferenza. Ci aveva sempre ignorati. Ma un giorno decise all improvviso di rispondere: «Ho vissuto sempre nell abbandono. Non avevo mai ricevuto, in tutta la mia vita, un solo dono! Mai ricevuto una visita in prigione, mai una lettera! Sino ad oggi avevo solo visto violenza e morte: stragi nelle prigioni, tra i carcerati e da parte dei poliziotti, vendette tra i compagni di cella; teste tagliate e usate come palloni, prese a calci con odio inaudito; regolamenti di conti come esempio per gli altri, violenze senza fine. Mi facevo grande della forza. Avevo rabbia per tutti. Voi mi avete vinto con un piccolo gesto d amore. Quando ho ricevuto la vostra lettera e ho letto che Dio mi a- ma, sono crollato. Ho sentito come un fuoco e qualcosa che si scioglieva dentro di me Ho provato una grande voglia di piangere, di chiedere perdono a 22 23

4 Dio e a tutti. Ho capito che Lui non si e- ra dimenticato di me e che la mia vita può essere da oggi un dono per gli altri. Voglio ricominciare tutto da capo!». Camminando si aprono cammini di pace A un certo punto della nostra vita ci siamo accorti che molte, troppe energie venivano spese per evangelizzare chi è già evangelizzato ma che pochissimi e- vangelizzano per le strade, gli operai dell ultima ora, coloro che ancora nessuno ha chiamato per lavorare nella vigna del Signore. Spinti dall appello del Papa per una nuova evangelizzazione, per un nuovo annuncio della misericordia del Signore, abbiamo dato la nostra povera risposta per le strade di San Paolo. È necessario uscire dalle sagrestie, dagli uffici parrocchiali, dalle case: è necessario mettersi in viaggio! Come ha fatto Gesù per le strade della sua Palestina. Come amava ripetere monsignor Tonino Bello: «Camminiamo poco per annunciare il Vangelo, benché Gesù ci abbia detto Andate!. Abbiamo fatto delle nostre parrocchie degli attendamenti, delle nostre pastorali un attendere, dimenticando che Parrocchia, in greco, significa proprio pellegrinaggio. La Chiesa è per sua natura missionaria». L Arcivescovo di San Paolo, card. Claudio Hummes, il giorno della festa del Corpus Domini ci ha sorpreso con un inattesa telefonata: «Questo pomeriggio, dopo la Messa in cattedrale, voglio venire a pregare nelle favelas, con voi e in 24 mezzo ai poveri!». E così la processione con il Santissimo Sacramento per la prima volta si è snodata lungo strade fangose simili a fogne a cielo aperto, tra i quartieri più poveri della città. Al termine, il Cardinale ha confessato: «Non avevo mai fatto una processione così. Mentre camminavo per quelle scarpate ho pensato al Calvario di Gesù e a quelli che vivono qui! Sicuramente Gesù Sacramento non era mai passato per queste strade e oggi mi sento molto felice per averlo portato con me, tra voi». È bello sentirsi membri di una Chiesa viva che esce per le strade del mondo, portatrice di pace e di misericordia. (*) sacerdote del movimento di «Alleanza di Misericordia» Un alleanza di misericordia a «Alleanza di Misericordia» è un movimento di religiosi e laici nato nel- giubilare attorno a tre missionari italiani e accolto dall arcivescovo Ll anno di San Paolo del Brasile, card. Claudio Hummes, per svolgere servizi pastorali di strada all interno delle favelas pauliste. La Comunità di vita e i gruppi di laici e volontari che formano il movimento si impegnano nella nuova evangelizzazione spinti dall appello del Santo Padre ad essere espressione viva dell amore misericordioso di Dio per i poveri. Evangelizzando nelle strade, prigioni, favelas, i membri della «Alleanza di Misericordia» cercano con ogni mezzo di soccorrere, spiritualmente e materialmente i fratelli di strada, giovani drogati, prostitute. Accogliendo i casi più disperati nelle loro case-rifugio. PERCORSI DI PACE/CON L UNICEF IN SIERRA LEONE Il difficile reinserimento dei bambini soldato di Maddalena e Paolo Palmerini Il 23 marzo 1991 un gruppo di ribelli della Sierra Leone, guidati da Foday Sankoh sotto il nome di Fronte Rivoluzionario Unito (Ruf), dichiara guerra al governo locale, per il controllo delle miniere di diamanti. I ribelli attaccano e saccheggiano interi villaggi. Atrocità di massa insanguinano il Paese per anni: mutilazioni, uccisioni, stupri e rapimenti di bambini. Durante il suo corso, il conflitto attraversa varie fasi caratterizzate da alleanze fra gruppi interni, tentativi di pacificazione e colpi di stato. Il 6 gennaio 1999 il Ruf attacca e conquista la capitale Freetown, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue e delitti. Il clima di terrore è tale da costringere la maggior parte delle agenzie internazionali a lasciare il Paese. Il 7 luglio viene firmato un accordo di pace che prevede il disarmo di 45 mila combattenti fra le varie parti in campo e il rilascio di molti bambini rapiti. Nel dicembre 1999 l Onu invia 11 mila Caschi blu in Sierra Leone. Fin dalle sue prime fasi, il conflitto in Sierra Leone presenta le caratteristiche principali delle nuove guerre moderne, caratterizzate da violenti scontri interni agli Stati e un utilizzo massiccio di bambini come soldati. La moderna tecnologia delle armi da guerra ha prodotto strumenti semplici e leggeri, come i micidiali AK-47, perfettamente adatti a essere maneggiati anche da mani piccole e inesperte. I bambini diventano così l obiettivo principale delle razzie perpetrate dai ribelli nei villaggi. Inizialmente utilizzati come schiavi per il sostentamento e il piacere dei ribelli, i bambini imparano presto le tecniche di combattimento e, sotto l effetto costante di crack e altre droghe, a loro volta diventeranno carnefici e autori di ulteriori delitti. Vengono considerati come i migliori combattenti: obbedienti, incoscienti e plagiabili. Nella foto centrale, grande festa a Mama Beach per il varo di una barca da pesca costruita con il contributo di Cooperazione Internazionale. Qui a lato, alcuni bambini ospiti dei centri gestiti da organizzazioni non governative L intervento dell Unicef A partire dalle condizioni generate in seguito al processo di pace, molti bambini sono stati rilasciati dai ribelli. L Unicef ha messo in atto un programma per il reinserimento di questi bambini, che parte dal disarmo per arrivare fino alla reintegrazione nella società. Il programma è articolato in varie fasi, affidate a varie agenzie governative e non. Responsabile per il reinserimento dei bambini soldato nella zona occidentale della Sierra Leone, è l Organizzazione non governativa (Ong) Cooperazione Internazionale (Coopi), presente nel Paese a partire dal Dopo una prima accoglienza durante la quale vengono fornite cure mediche, vestiti e cibo, inizia il percorso di reinserimento. Si cerca innanzitutto di rintracciare la famiglia o almeno la comunità di provenienza. Per un periodo di alcune settimane i bambini vivono in un centro di transito sotto la tutela di operatori locali che ne gestiscono le attività, finalizzate principalmente alla detraumatizzazione e alla preparazione al reinserimento. Una volta individuata la famiglia, il bambino viene ricongiunto e iscritto a scuola. L inserimento viene seguito per un periodo di un anno. Coopi gestisce quattro centri tramite i quali sono stati accolti, a oggi, oltre 2500 bambini. Uno di questi centri, gestito insieme a una Ong locale dei missionari Saveriani, ospita per periodi più lunghi i bambini di cui non si riescono a trovare i parenti. Qui i ragazzi vengono mandati a scuola o inseriti in corsi professionali e svolgono attività ricreative. Un altro centro, invece, è finalizzato all accoglienza delle ragazze madri che durante il loro rapimento hanno subito sevizie sessuali e si ritrovano oggi incinte o con bambini a carico. In questa casa le ragazze possono vivere con i figli e hanno la possibilità di imparare una professione che faciliti il loro reinserimento nella società. Testimonianze dai villaggi Siamo arrivati in Sierra Leone ai primi di novembre, quando la stagione delle piogge era al termine. Appena scesi dall elicottero ci hanno caricati su una jeep diretta a Mama Beach, un piccolo villaggio Krio vicino alla capitale Freetown. A Mama Beach si festeggiava l inaugurazione di una barca nuova, costruita con l aiuto economico di Coopi per supportare lo sviluppo economico del villaggio. C erano i capi villaggio e i responsabili di Coopi. Come per tutte le attività collettive, si è cominciato con una preghiera. Il cerimoniere ha chiesto quante e quali religioni fossero rappresentate, per non mancare di rispetto a nessuno. In questo Paese che sui nostri libri ab- Ecco come non lasciarli soli nche dall Italia è possibile aiutare i bambini della Sierra Leone. Attraverso il so- a distanza che prevede un contributo annuale di 480 mila lire con cui si Astegno garantisce il finanziamento di un posto per un bambino all interno di uno dei laboratori di Coopi. In questo modo si dà la possibilità concreta ai bambini di imparare un mestiere e di trovare un nuovo inserimento sociale e familiare. Oppure attraverso una donazione una tantum in favore dei progetti di Coopi in Sierra Leone. In entrambi i casi gli estremi per i versamenti sono: c.c. postale , c.c. bancario Credito Italiano Ag. 36 Milano (Abi 2008 Cab 1636), intestati a Coopi, via de Lemene 50, Milano. Per informazioni telefonare allo 02/ ; fax: 02/ ( 25

5 Abituare i giovani a condividere la vita quotidiana con chi è diverso per etnia, religione e provenienza: questo il grande sogno del Centro Kamenge, dei missionari Saveriani in Burundi. Unica regola: l impegno costante a lavorare con gli altri, chiunque essi siano. Nel riquadro, bambini ecuadoregni assistiti dai Salesiani. biamo studiato come in via di sviluppo, ovvero non ancora al nostro livello, la prima cosa che abbiamo visto è la pacifica convivenza di musulmani e cristiani. La cerimonia si è chiusa con un pranzo a base di foglie di cassava, erba con cui si condisce il riso. In uno dei centri di Coopi, per la reintegrazione dei bambini ex-combattenti, abbiamo incontrato Ellis, un uomo di 10 anni. Con voce chiara ci ha detto: «I ribelli sono arrivati il 6 gennaio 1999, dall entroterra. L unica fuga era il mare, ma non abbiamo avuto tempo. Erano in tanti: adulti e bambini. Gridavano, urlavano agitando machete e armi. Non riesco a togliermi di dosso la puzza di kerosene, con quello hanno bruciato le case del mio villaggio. Si divertivano a bruciarle con le persone dentro. Chi tentava di fermarli faceva una brutta fine. I più fortunati li ammazzavano, agli altri tagliavano le mani o i piedi. Ho visto gente a cui hanno tagliato le mani supplicarli di ammazzarli. Io mi sono salvato, ma avrei voluto morire con i miei genitori». Mohamed invece non racconta niente del suo passato. Con occhi dolci e intelligenti, studiava su un libro di matematica. Voleva fare l esame per entrare nella scuola secondaria e sognava di andare all università. Mentre gli altri bambini giocavano a pallone, lui ha detto di aver fatto un sogno. Un angelo gli ha ordinato di continuare a studiare. Si sa, agli angeli apparsi in sogno non si può disubbidire. Con il gesso in mano, davanti a una lavagna, ci chiedeva se anche in Italia esistono le equazioni e se lo potevamo aiutare. Ci siamo messi insieme a studiare sul suo libro per il resto del pomeriggio. Il giorno della nostra partenza abbiamo incontrato Mada. È un ragazzo gentile e parla piano, quasi sottovoce. Ci ha detto che nell attacco dei ribelli a Freetown, il 6 gennaio 1999, ha perso tutto. È dovuto scappare di corsa, suo padre è morto. Non può dire quello che ha visto. Un giorno, quando sarà passato tutto, inizierà a raccontare. PERCORSI DI PACE/IL CENTRO KAMENGE IN BURUNDI Una scuola per imparare a vivere tra diversi di Dario Paladini «Per noi qui in Burundi la pace è saper vivere con gli altri, saper condividere la vita quotidiana con chi è di diversa etnia, con chi abita nel quartiere da sempre nemico del mio». Padre Claudio Marano è un missionario saveriano che, insieme ad altri confratelli, ha fondato nel 1990, nei quartieri nord della capitale Bujumbura, il Centro Giovani Kamenge. «Lo scopo è di educare alla pace - racconta padre Claudio - e ciò vuol dire, in questo paese martoriato da una guerra iniziata nel 1993, abituarsi a vivere insieme agli altri in pace. L idea di fondo è che in Burundi è necessario imparare a vivere nel rispetto reciproco, nell accettazione della diversità. Vogliamo abituare i giovani a condividere la vita quotidiana con chi è diverso per etnia, per religione, per provenienza». È questo il grande sogno del Centro Kamenge. E per realizzarlo il centro offre spazi e occasioni di incontro e di lavoro comune: corsi di ogni genere (dalle lingue all informatica), attività sportive e ricreative (video forum, cinema, gruppi orchestrali, gruppi teatro ecc.), momenti di preghiera e catechesi. Unica regola: l impegno costante e il lavorare con gli altri, chiunque essi siano. I quartieri nord di Bujumbura sono spesso teatro di scontri, più volte sono stati distrutti dai combattimenti fra guerriglieri ed esercito regolare. È una situazione drammatica che è iniziata nel 1993 con l uccisione del presidente Ndadaye: da allora è scoppiata una guerra civile che vede contrapposti, per il controllo politico ed economico del Paese, esponenti hutu e tutzi. Dopo estenuanti trattative, condotte da Nelson Mandela, si è giunti nei mesi scorsi a un accordo per la pacificazione. Sono previsti governi di transizione con l alternanza di primi ministri di etnia tutzi e hutu. Purtroppo i combattimenti non sono in realtà terminati, perché vi sono milizie che non hanno accettato gli accordi. Dal 1993 a oggi le vittime delle guerra sono state oltre 300 mila, in gran maggioranza civili, in un paese di circa sei milioni e mezzo di abitanti. E i quartieri nord di Bujumbura sono i più colpiti. I primi giorni di marzo del 2001 sono stati drammatici, con migliaia di persone che hanno dovuto abbandonare le loro case e fuggire in zone più sicure della città. Ed è per queste ragioni che il Centro Kamenge, pur fra mille difficoltà, sta cercando di rompere la spirale di violenza e odio che serpeggia nella società burundese, così divisa dall appartenenza etnica. Il Centro Kamenge è frequentato da migliaia di giovani. Interessante è poi il metodo Progetto adozioni ggi il termine pace viene facilmente strumentalizzato per interessi di O parte, a volte costretto a coabitare perfino con i carri armati. Molti si illudono che sia una parola da gridare sulle piazze e scandire nei cortei. Pochi si rendono conto che questa parola sacra deve diventare seme nelle profondità del nostro essere, per farci crescere, maturare ed educarci all apertura ai bisogni degli altri. Non c è pace senza giustizia, senza il rispetto degli altri che vengono derubati della loro dignità e costretti a povertà. Per i- naugurare la stagione della pace dobbiamo sconfiggere tutti gli egoismi, anzitutto quelli che si annidano dentro di noi. La pace prima ancora che essere gridata, va irradiata da ciascuno di noi. Percorsi di pace: ne sono possibili molti. Basta imboccare la strada giusta. Quella delle adozioni a distanza è senz altro una strada percorribile da tutti. Questo tipo di adozioni ci educano alla mondialità, alla convinzione che i confini del mondo non si fermano alle pareti del nostro salotto, ma ci allargano il cuore per abbracciare tutti quelli che hanno bisogno di noi. Per sponsorizzare la crescita di bambini lontani che hanno avuto l unico torto di nascere nella parte sbagliata del pianeta, dove anche la vita è un lusso. Dove un piatto di riso, una medicina, un libro rimangono ancora sogni proibiti. Le adozioni restituiscono la dignità rubata a tanti bambini innocenti. Ogni violenza contro i nostri fratelli più poveri è sempre un delitto di lesa maestà. Oltraggiamo il Dio sovrano che c è in ognuno di loro. Ogni sfruttamento è un atto di profanazione. Le adozioni dei Salesiani dell Ispettoria Lombardo-emiliana sono una delle tante forme di aiuto ai Paesi in via di sviluppo. I Paesi interessati da questo «Progetto adozioni - Sostegno a distanza» sono l Etiopia, l Ecuador e il Brasile. La gestione delle risorse è affidata direttamente ai missionari sul campo. Quindi, in buone mani. Tutto viene investito fino all ultimo centesimo a favore dei bambini che vengono aiutati con il vitto, i vestiti, il materiale scolastico, le medicine. Il tutto col valore aggiunto dell affetto e della paternità - nello stile caro a Don Bosco - che i missionari salesiani regalano ogni giorno a questi bambini. Per informazioni: Salesiani di via Tonale 19, Milano - Tel Fax ( Arturo Lorini che i padri saveriani hanno adottato per educare alla pace in una situazione in cui la violenza è il pane quotidiano di tante persone. «In Burundi - spiega padre Claudio - si parla tanto di pace, ma poi ci si spara. Si va in chiesa, ma poi si uccide il vicino che è di etnia diversa. Allora noi abbiamo pensato di u- sare un altro metodo: invece di parlare di pace abbiamo ritenuto che fosse più importante offrire ai giovani la concreta possibilità di sperimentarla attraverso il lavoro e il divertimento condiviso con gli altri giovani. In definitiva i giovani, praticando una qualsiasi attività, fanno un esperienza di gruppo che insegna loro a vivere insieme, a rispettarsi, a condividere le loro esperienze. E così se un giovane in questo centro impara a lavorare, per esempio al compu

6 ter, con un altro giovane di un altro quartiere dove abitano persone di etnia diversa dalla sua, capisce che è possibile vivere insieme agli altri perché lo sta sperimentando. Ed è effettivamente quello che avviene, perché poi ci si continua a vedere fuori dal centro». Oggi questo metodo viene applicato anche dagli animatori del centro inviati nei quartieri: «A un certo punto è stata la gente a chiederci di dar vita a iniziative che coinvolgessero le persone che non frequentano il centro. E anche lì i nostri animatori sono partiti col far lavorare insieme le persone, con l organizzare attività di ogni genere (dalla partita di calcio alla pulizia delle strade) in cui persone diverse per censo, etnia, religione, lavorano insieme». «Tutto questo lavoro - ricorda padre Claudio - ha dato già frutti. Per esempio, quando nel mese di marzo alcuni quartieri sono stati pesantemente colpiti la gente è scappata anche nei quartieri vicini di etnia diversa. Questo perché ormai si conoscono, si è creato un clima di fiducia maturato proprio nel lavorare insieme, nell organizzare momenti di festa che hanno coinvolto quartieri diversi. Ormai la gente ha capito che la guerra è qualcosa che in realtà riguarda solo i giochi di potere di politici e militari, mentre è solo un danno per la gente comune, che sia hutu o tutzi. È un fatto strepitoso quello che vi racconto, perché prima non era così. È un segno incoraggiante, anche se ovviamente i problemi non mancano e le sofferenze sono ancora grandi». Purtroppo ancora oggi nella notte i quartieri nord vivono sotto l incubo degli attacchi, dei colpi di mortai sparati dai ribelli nascosti sulle colline circostanti e sotto l incubo della risposta dei militari dell esercito regolare. Ma l incontro fra le persone, in particolare fra i giovani, grazie al Centro Kamenge, è un segno di speranza, perché dimostra che una vita diversa è possibile. A imparare la tolleranza si comincia da piccoli. In alto, una scolaresca in visita a Celimondo, lo spazio per l educazione alla mondialità aperto dal Celim a Milano. Qui a destra, alcuni alunni delle elementari mostrano orgogliosi i giocattoli che hanno costruito con materiale di recupero, proprio come fanno i bambini africani. PERCORSI DI PACE/MANI TESE, CELIMONDO, CARITAS Educare alla nonviolenza per costruireil futuro di Stefania Cecchetti Parlare con Maria di percorsi di pace allarga il cuore. La sua stessa vita è un percorso di pace. Nel suo paese di origine, il Salvador, ancora bambina ha visto morire i suoi genitori, uccisi nel conflitto interno che ha insanguinato il Paese negli anni Ottanta, lo stesso che è costato la vita a monsignor Romero. Poi una svolta a 180 gradi del destino, e quella bambina oggi è una donna che da ormai molti anni ha un papà e una mamma italiani e o- ra anche un marito e una famiglia sua. In Italia, Maria ha potuto realizzare uno dei sogni della sua infanzia salvadoregna: andare a scuola. Ed è proprio nelle scuole che oggi tenta di «restituire», come dice lei, il tanto che ha ricevuto parlando ai più piccoli del rispetto per l altro: sia esso il povero che vive all altro capo del mondo o il compagno di scuola che siede nel banco accanto. Come volontaria del Cres, il Centro di ricerca ed educazione allo sviluppo di Mani Tese, Maria tiene nelle scuole corsi di mondialità, intercultura ed educazione alla pace. Le richieste sono tante, perché, come spiega Maria, «fra gli insegnanti l interesse è cresciuto. Mentre fino a qualche anno fa erano in pochi a voler parlare ai bambini di pace e sviluppo, magari attraverso la testimonianza isolata di un missionario, oggi in molti chiedono veri e propri percorsi di educazione all accoglienza». E in attesa che la pace diventi materia di studio, per ora si ricorre all esperienza di Ong e associazioni. Con il risultato che ai bambini sono proposti veri e propri laboratori interattivi: «Generalmente cerchiamo di evitare le lezioni tradizionali - racconta Maria -, a cominciare dalla disposizione in aula: niente banchi, ma tutti in cerchio. E poi sperimentiamo diverse metodologie didattiche che puntano molto sulla gestualità e sull uso del corpo». Un approccio, quello centrato sull esperienza e sulla sfera sensoriale, decisamente poco tradizionale, ma molto apprezzato dai bambini, che preferiscono scoprire le cose piuttosto che sentirsele raccontare. Lo conferma anche Mariangela Querin Tosoni, cuore e anima di Celimondo (tel ). Nato nel dicembre 2000, Celimondo è uno spazio e- ducativo per la mondialità aperto a Milano dal Celim, Ong che dal 1954 promuove progetti di sviluppo in Africa. «ACelimondo accogliamo gruppi diversi, dagli oratori alle scolaresche, che qui possono fermarsi anche una giornata intera», spiega Mariangela. «Naturalmente è un uscita diversa dalla solita gita. Si possono visitare le due mostre permanenti sui giocattoli e sugli ambienti naturali dell Africa. Ma soprattutto i ragazzi possono realizzare percorsi educativi di va- rio tipo. Ne abbiamo una quarantina, tutti finalizzati allo stare meglio insieme, che utilizzano modalità diverse: dal linguaggio non verbale, ai giochi di simulazione e di ruolo, agli esercizi sulla percezione di sé e dell altro. Ogni percorso si conclude con un momento di manualità, che può essere la costruzione di un giocattolo con materiale di recupero, come fanno i bambini africani». Percorsi all insegna dell esperienza, insomma. Per cui il bambino può trovarsi a simulare un regresso allo stadio infantile, fino a tornare feto nella pancia della mamma. «A questo punto del gioco - spiega Mariangela -, tutti finiscono sotto una specie di grande pancia (un lenzuolo che mettiamo sopra di loro), ed è un momento di grande ilarità, in cui sentiamo i bambini ridere e chiacchierare. Poi chiediamo loro di simulare il momento della propria nascita: allora c è chi spunta da sotto il lenzuolo con la testa, chi con i piedi, chi una volta uscito vuole rientrare, perché stava meglio insieme alla mamma». Qual è il legame tra questi esercizi di percezione e l educazione alla mondialità? «Lo scopo è quello - spiega Mariangela - di imparare ad ascoltarsi e a percepire che ognuno di noi è un essere unico e irripetibile, con una propria dignità. Solo da qui può partire un vero percorso di pace, per accogliere l altro nella sua diversità, al di là dei pregiudizi e delle etichette». Tra le numerose attività di Celimondo ce ne sono anche alcune che coinvolgono gli adulti, spesso incuriositi dai racconti dei propri figli che li hanno preceduti. Ma il grosso delle energie è rivolto alla formazione dei giovani, perché, aggiunge Mariangela, «dalla scuola passa tutta la società». Se è così, qualcosa deve essere andato storto nell ultimo ventennio, se fra i bambini di allora, giovani oggi, serpeggia una diffusa indifferenza verso questi temi. È quello che rileva Ivan Nissoli, responsabile dell Ufficio pace della Caritas Ambrosiana. Uno che di percorsi di pace se ne intende, visto che lavora tutti i giorni a stretto contatto con gli o- biettori di coscienza. Oggi, spiega Ivan, quasi tutti quelli che svolgono servizio civile, più che dal discorso dell obiezione sono affascinati dalla dimensione del servizio. Nobile impulso, ma il valore della pace, il rifiuto delle armi come mezzo di risoluzione dei conflitti, che fine fanno? «I giovani che scelgono il servizio civile oggi sono molto diversi da quelli che negli anni Settanta si rifiutavano di fare il militare, rischiando anche di pagare con la galera la propria scelta. I ragazzi di oggi non conoscono gli ideali della pace, della non violenza, dell obiezione di coscienza, perché nessuno li ha aiutati a coglierne l importanza». Una situazione del genere è favorita anche dalla nuova legge 64, che nel 2006, quando il servizio militare non sarà più obbligatorio, istituirà il servizio civile nazionale. Spiega Ivan: «Già da ora un giovane in età di leva ha la possibilità di scegliere tra fare il militare, dichiararsi o- biettore di coscienza svolgendo il servizio civile o scegliere il servizio civile senza dichiararsi obiettore di coscienza, cosa 28 29

7 che fino a poco tempo fa era impossibile». La novità non è irrilevante, perché professarsi obiettore significava e significa assumere uno status che durerà tutta la vita: chi lo fa, non potrà mai avere un porto d armi, non potrà mai accedere a un concorso per entrare nelle Forze Armate, non potrà ricoprire ruoli dirigenziali e imprenditoriali nel campo delle a- ziende che producono armi o commerciano esplosivi. Bisogna dire però che i giovani, se sollecitati su questo tema, si svegliano dal torpore. Per questo la Caritas investe molto in formazione sui temi della pace: «Durante il servizio civile proponiamo a- gli obiettori settimane residenziali di riflessione, ma cerchiamo anche di farli venire a contatto con esperienze significative. Lo scorso settembre per esempio, la Caritas Ambrosiana e le Caritas di Bergamo e Brescia hanno organizzato un pellegrinaggio a Barbiana, sulle orme di don Lorenzo Milani. Alla fine dell esperienza abbiamo avuto l occasione di acquistare i libri di don Milani e il testo che è andato a ruba è stato proprio L obbedienza non è più una virtù». Gettare piccoli semi di pace, allora, non è poi così inutile. PERCORSI DI PACE/UN ESPERIENZA SUL TERRITORIO Un ponte tra i nostripaesi eil mondo Se è vero che le sorti della guerra si decidono nelle alte sfere della politica, non è detto, però, che a chi sogna la pace rimanga solo l arma della testimonianza i- solata e simbolica. Ben vengano i digiuni e gli stili di vita alternativi. Ma la pace può avere anche una dimensione politica, legata al territorio nel quale viviamo. Lo dimostra l esperienza del Coordinamento comasco per la pace (tel ), che raggruppa circa 45 associazioni e una quarantina di Comuni della provincia di Como. Obiettivo: lavorare insieme nel campo della cooperazione internazionale, dell aiuto umanitario, della promozione della pace e dei diritti umani. Claudio Bizzozzero, presidente del Coordinamento, ce ne parla con orgoglio: «L idea è maturata cinque anni fa all interno dell Aspem, la Ong che ha sede a Cantù e di cui faccio parte. C eravamo messi in testa di sensibilizzare i Comuni locali sulle possibilità offerte dalla nuova legge di revisione della finanza locale, che consentiva di utilizzare una parte del bilancio comunale per attività di cooperazione internazionale. Cominciammo a sondare la disponibilità dei Comuni, e la risposta fu così generosa da sorprenderci». Una ricchezza che chiedeva di sapersi buttare in progetti ancora più ambiziosi, come spiega Claudio Bizzozzero: «Nel giro di un anno coinvolgemmo più di 80 Comuni del nostro territorio e con essi tutte le associazioni: dai gruppi missionari parrocchiali alle botteghe del Commercio equo e solidale. Nell ottobre del 1997, 15 Comuni e altrettante associazioni si riunirono nel Coordinamento». L unione fa la forza. E così oltre a promuovere progetti di cooperazione exnovo, espressione non di questo Comune o di quell associazione ma di tutto il Coordinamento, la nuova associazione riesce a svolgere un attività di sensibilizzazione sul territorio molto più radicata rispetto a quanto non riuscissero a fare i singoli gruppi. L esperienza è senza dubbio originale (non ne esistono di simili in Italia) e trova il suo punto di forza nell aver unito sotto la stessa forma organizzativa e giuridica enti pubblici e privati, due mondi, che spesso comunicano con difficoltà. Di qui anche il forte radicamento territoriale del Coordinamento, anche se la zona, per tradizione molto sensibile alle tematiche della solidarietà e della pace, costituiva di per sé un terreno fertile. Ce lo spiega Claudio Bizzozzero: «Abbiamo tutta una storia di volontariato, soprattutto in ambito cattolico, attivissimo su questi fronti. Non c è parrocchia, qui, che non abbia un gruppo missionario, magari piccolo e frequentato solo da persone ormai anziane». La componente cattolica fra le associazioni, è preponderante, ma non schiacciante, tanto che, all interno del Coordinamento possono convivere anime molto diverse, dall Arci alle Acli. Oltre al sostegno concreto a progetti internazionali, il Coordinamento è conosciuto per la forte attività di informazione, che trova un momento essenziale nel convegno annuale di novembre, cui sono sempre invitati esponenti di indubbio rilievo internazionale: da monsignor Samuel Ruiz a Rigoberta Menchù, per citarne solo alcuni. Come spiega ancora Claudio Bizzozzero, «il convegno è l occasione per costruire ponti tra la nostra realtà locale e le realtà locali dei Paesi con cui lavoriamo. La cooperazione internazionale non è soltanto costruire acquedotti, che pure sono utili. È fondamentale creare delle relazioni». L ultimo convegno, organizzato ben prima dell 11 settembre, è stato tristemente attuale con il suo titolo «Addio alle armi: la non violenza come progetto e pratica di libertà». Le circa mille persone presenti agli incontri di punta, tra il sabato e la domenica, testimoniano che la famigerata indifferenza della gente è più che altro un luogo comune. (s.c.) PERCORSI DI PACE/CASA MARTA LARCHER COMPIE 10 ANNI Un rifugio per chi è costretto a lasciare la patria di Luisa Bove È difficile parlare di pace per chi a causa di una guerra ha dovuto lasciare tutto: affetti, casa, lavoro. Costretti a fuggire di nascosto, magari di notte, senza neppure il tempo di spiegare, di salutare parenti e amici. Sono i perseguitati per motivi politici, religiosi o etnici, che abbandonano il loro Paese senza la certezza di essere accolti in un altro. Così un rispettabile pakistano, un libanese o un congolese oltrepassa il confine e diventa rifugiato. Oggi nel mondo sono più di 15 milioni e in Italia oltre 14 mila. Seppure il fenomeno non sia recente e negli anni Ottanta le richieste di asilo siano aumentate sensibilmente, solo in questi ultimi tempi, anche grazie alla nuova legislazione, sono nate le prime associazioni di volontariato in aiuto ai cittadini in cerca di patria. A Milano la prima casa di accoglienza, fortemente voluta dalla Caritas Ambrosiana, è nata nel 1992, in via Plinio 5, con sette posti letto e gestita da volontari e obiettori di coscienza. Per essere accolti i futuri ospiti (solo uomini) devono sostenere un colloquio e rispettare alcune regole, contribuire con una piccola somma alle spese e lasciare l appartamento al mattino, dopo colazione, per ritornarvi alle 17. Ora in cui arrivano anche gli obiettori a preparare la cena per tutti. Non mancano le occasioni di festa, con piatti multietnici cucinati dagli stessi ospiti: dal musaka dell Ucraina, a base di carne di maiale, patate, uova e alloro, al plato pakistano, con riso, pollo, piselli e l aggiunta di zenzero, fino al dolce del Kurdistan, halavaa bi giben, con semolino, mozzarella, ricotta e pistacchi. In ogni caso la permanenza in via Plinio non può superare i sei mesi. L architetto Rosangela Larcher è stata una delle prime volontarie della Caritas che per la sua competenza professionale ha realizzato il progetto di ristrutturazione dell appartamento. Due anni prima (1990) un grave lutto aveva colpito la famiglia Larcher: la morte della figlia, appena quindicenne. Fu una morte improvvisa, racconta oggi la madre: «Marta non stava bene in quei giorni, ma nulla lasciava presagire un esito simile». Ultimato l appartamento quando si è trattato di dare un nome al nuovo centro «è stato scelto quello di mia figlia, come angelo custode della casa. Tutti erano d accordo, i più ostili eravamo noi familiari. E invece Marta, senza che lo sapesse, aveva già inciso molto, non solo sull iniziativa di accoglienza ai rifugiati». Oggi chi entra nella casa color salmone, a pochi passi dalla stazione Centrale, non può non notare all ingresso la fotografia di Marta in divisa scout, e ad ogni nuovo ospite viene raccontata la sua storia. Dopo due anni di attività la Casa Marta Larcher, non bastava più, molti giovani infatti pur lasciando il centro a- vevano ancora bisogno di aiuto. È nata così l associazione Amici della Casa Marta Larcher, che il 2 febbraio ha compiuto dieci anni. L anniversario, festeggiato con una tavola rotonda, una preghiera interreligiosa e alcune testimonianze, ha coinciso questa volta con la tradizionale Festa della speranza che di solito si svolge in autunno (nella foto a pagina seguente). L associazione gestisce cinque appartamenti in città, in grado di ospitare 13 persone per nove mesi. «L idea era quella di creare una famiglia - spiega Larcher, presidente della Onlus - con rifugiati che si potessero incontrare e inserire nel nuovo contesto sociale». Fino a oggi sono state realizzate oltre 145 accoglienze, ma in dieci anni la situazione è molto cambiata: all inizio si trattava di persone che non a- vevano alcun riferimento in città, arrivavano senza conoscere nessuno e ai volontari chiedevano anche amicizia e sostegno. I primi ad arrivare sono stati gli africani e i romeni, poi turchi e curdi, e ora c è un ritorno dall Africa. «Nelle nostre case - racconta Rosangela - i giovani fan

8 no esperienza di convivenza. Nel periodo della guerra tra Iran e Iraq, per esempio, avevamo due ragazzi provenienti da entrambi i Paesi, ma con lo stesso problema: la sopravvivenza. Si sono ritrovati qui, in un ambiente diverso, senza conoscere nessuno, sballottati da una nazione all altra. Quello che li accomunava era a- ver lasciato improvvisamente la loro casa e i loro affetti. I turchi che abbiamo conosciuto erano pastori, alcuni anche ricchi, altri invece erano studenti universitari o già laureati». L attuale situazione di conflitto, spiega la presidente, non ha ancora influito sulle richieste di asilo, «anche perché noi siamo l ultimo anello della catena». I nuovi rifugiati, infatti, passano prima dall Ufficio stranieri del Comune, ma quando scoppia una guerra, spiega Larcher, prima o poi arrivano, come è stato per i curdi. «Ma forse l Afghanistan è troppo lontana perché giungano persone anche da lì». Oggi i rifugiati sono più autonomi di un tempo, trovano più facilmente lavoro, seppure saltuario, e riescono a mettersi in contatto con persone della loro nazionalità o etnia. «Così, se prima dovevamo organizzare qualcosa anche il sabato e la domenica, ora non è più necessario perché si incontrano tra di loro». In via Plinio una volta alla settimana i volontari tengono anche lezioni individuali di lingua e cultura italiana. Ma le richieste più frequenti oltre all alloggio e al lavoro riguardano gli aspetti burocratici per ottenere il ricongiungimento familiare o per ristabilire un contatto con il Paese di origine. In fuga dal Pakistan a pace. Chi non ci crede? Ma ora in Pakistan la situazione è peggiorata. L attuale con- ha reso più pesante il clima, anche se non tutti i musulmani sono fondamentalisti. Lflitto Dopo gli attacchi dell 11 settembre ho telefonato a casa, così pure dopo la strage nella chiesa cristiana di Bahawalpur, dove sono morte 18 persone. Da noi è sempre così: quando negli Stati Uniti o in altre nazioni succede qualcosa ai musulmani, i cristiani (che sono una minoranza) rischiano di subirne le conseguenze, con nuovi attacchi e persecuzioni. In Pakistan non c è pace, ma ingiustizia, e soprattutto nei villaggi la discriminazione è più forte. Per noi cristiani per esempio non c è lavoro, se entriamo in un ristorante e scoprono la nostra identità religiosa non ci danno neppure un bicchiere d acqua. Nel mio Paese il 95% della popolazione è musulmana, il 3% cristiana e il 2% appartiene ad altre religioni. Ma su 145 milioni di pachistani il 3% di cristiani è comunque tanto. Anch io come altri ho dovuto fuggire dalla mia città, Faisalabad. Avevo 32 anni e lavoravo nella segreteria della Caritas diocesana da cinque. Per due anni ho collaborato anche con il vescovo, monsignor John Joseph, fino al 6 maggio 1998 quando si è suicidato. Egli si batteva per una legge che riteneva ingiusta: se una persona parla male della religione musulmana viene punito con la pena di morte. (La vicenda del suicidio non è chiaro e molti parlano di esecuzione da parte degli integalisti. Mons. Joseph, vicepresidente della Conferenza episcopale pachistana e presidente della Commissione giustizia e pace, negli ultimi anni aveva infatti guidato manifestazioni, scioperi della fame, veglie di preghiera per chiedere l abolizione della legge sulla blasfemìa, che recita così: «Chiunque pronunciando parole o con gesti o mediante allusioni, direttamente o indirettamente, profani il sacro nome del santo profeta sarà punito con la morte», ndr). Da allora sono aumentati gli scontri in città. Io ho iniziato a ricevere telefonate di minaccia dai fondamentalisti perché lavoravo al computer trascrivendo i documenti contrari alle legge sulla blasfemìa che il vescovo produceva. I musulmani mi chiamavano spesso per ricevere questi testi. Ho subìto violenze due volte e sono anche finito all ospedale. Sono andato a denunciare in Questura le aggressioni, ma quando hanno saputo che e- ro cristiano non hanno fatto nulla. Alcuni preti che conoscevano la mia situazione a quel punto mi hanno consigliato di fuggire. Ho lasciato la mia famiglia, mia moglie, il mio bimbo Dyim, di 11 mesi, i miei amici, la mia casa. Sono arrivato a Roma per il Giubileo il 19 gennaio 2000 e lì mi sono fermato una settimana. Poi sono stato a Parigi per cinque mesi e infine sono tornato nella capitale per un altro mese. In seguito ho raggiunto Milano e ho abitato sei mesi nella Casa Marta Larcher. Con gli altri ospiti ho fatto amicizia, molti erano africani del Camerun, poi c era un palestinese, un curdo. Problemi tra di noi non ce ne sono mai stati e poi non avevamo un altro posto per dormire. Da un anno invece abito a Monluè. Quando a Natale vedevo le luci pensavo che avrei voluto che fosse lo stesso anche in Pakistan. Però qui sono molto contento, mi sento come a casa mia, perché l Italia è un Paese cristiano dove pace e giustizia sono importanti. Dove non c è giustizia, infatti, non c è neppure pace. Ora ho fatto domanda di ricongiungimento familiare, ho già ricevuto il nullaosta e devo solo aspettare la risposta dal Pakistan, ma ci vorranno ancora alcuni mesi. Da allora non ho più visto mia moglie e mio figlio. Anche se qualche volta telefono o scrivo. Yaqoob Ishaq

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