Rivelazioni su virtù e vizi (i mali: maleducazione sportiva di genitori, atleti e qualche allenatore) del dietro le quinte del mondo agonistico

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1 Versione integrale TUTTO IL BENE DELL'AGONISMO Rivelazioni su virtù e vizi (i mali: maleducazione sportiva di genitori, atleti e qualche allenatore) del dietro le quinte del mondo agonistico Intervista a cura di Marco Tornatore Happy Aquatics quasi mai tocca argomenti afferenti l'agonismo, trattati con ben più autorevolezza da testate specializzate (Mondo del Nuoto su tutti). Tuttavia, l'abbrivio dato dall'articolo di Federico Gross e i successivi commenti più o meno edificanti di alcuni lettori, ma soprattutto il valore altamente educativo, quindi socialmente rilevante, che ha nei ragazzi l'esperienza agonistica, ci hanno indotti a chiedere il parere ad allenatori molto esperti, completando il confronto con l'opinione di alcuni componente la Redazione (Linda Marabello ex azzurra di syncro e allenatrice-istruttrice; Elena Piatto, ex azzurra di nuoto, e prima allenatrice di Federica Pellegrini; Marco Tornatore, ex nuotatore ed ex allenatore di buon livello). Stefano Candidoni Ex nuotatore, manager fra i più capaci e presidente di Amatori Nuoto Perugia; nonostante il suo carico d'impegni, con passione allena da oltre vent'anni il suo club. Corrado Sorrentino Ex campione e primatista nazionale, per anni nella nazionale maggiore e riferimento del movimento natatorio sardo; più volte primatista e campione mondiale master; allenatore emergente e molto capace, alla guida di Atlantide Elmas (CA). Massimo Giuliani Colonna della Nazionale, ha portato a medaglie olimpiche e iridate i migliori atleti di fondo dell'italia. Ex atleta, apprezzatissimo allenatore di club, è da anni guida insostituibile del Fondo Azzurro, conciliando tale impegno con quello di assessore del Comune di Piombino. Gianni Nagni Ex campione e primatista italiano, per anni azzurro; allenatore di levatura internazionale, già componente del Team Azzurro e guida inarrivabile dello storico club CC Aniene Roma. Oggi è il general manager di Aquaniene e supervisiona il settore agonistico del suo club. Cosa si sentirebbe di suggerire ad un genitore per non danneggiare e penalizzare un figlio che vive l'esperienza agonistica? Stefano Candidoni - Suggerirei di assecondare l attività agonistica del figlio, con un linguaggio adatto ad ogni fascia del bambino/ragazzo. Tutti i passaggi sono sfumati, bisogna seguire la crescita della persona nell attività agonistica, come nel resto della vita. Corrado Sorrentino - Ai genitori dei miei atleti dico sempre: se mi state affidando i vostri figli è perché vi fidate di me, perciò lasciatemi FARE anche quando non condividete certe mie scelte. Il tecnico dev essere libero di FARE il proprio lavoro, con invito esplicito ai genitori a non atteggiarsi ad allenatori dei propri figli: non sarebbero riconosciuti come tali causando solo confusione nella testa dell atleta. Aggiungo che nel momento in cui fallisco sono pronto ad assumermi le responsabilità e conseguenze del caso. Nuoto o altro sport non fa differenza, in un epoca sociale come questa in cui cadere in errore è facilissimo abbiamo l obbligo morale di tenere i ragazzi nei contesti sportivi a prescindere dalle loro capacità o prospettive agonistiche; come già detto, un ragazzo che frequenta un centro sportivo è un ragazzo che non frequenta la strada. Massimo Giuliani - Premetto che il dialogo con i genitori è fondamentale: impensabile comportarsi con l atleta come se non avesse una famiglia, tanto più se questa mi ha criticato o se ritengo non abbia ben educato il figlio. L Allenatore è un educatore che deve integrare il suo ruolo in una comunità e in una rete educante, di cui la famiglia rappresenta il nodo più importante. Ecco perché se ci definiamo anche educatori non possiamo che ricercare il giusto dialogo e la collaborazione della famiglia, comprendendo non solo l'atleta, ma anche il nucleo familiare cui appartiene. Un piccolo suggerimento ai colleghi: anche noi sbagliamo e, talvolta, un colloquio con i genitori aiuta a correggere nostri possibili errori. Suggerimenti ai genitori: incoraggiare il ragazzo, senza sostituirsi all istruttore o all allenatore; valutare i risultati del proprio figlio in funzione alle sue possibilità e capacità, esaltando ed incoraggiando l impegno profuso. Dare equilibrata importanza alle cose: alle vittorie e, soprattutto, alle sconfitte, il tutto

2 programmando insieme gli obiettivi: si può perdere ed essere ugualmente soddisfatti delle proprie prestazioni o performances. Gianni Nagni - I genitori che si accingono ad affrontare l'esperienza agonistica del proprio figlio, devono essere informati che avranno l'opportunità di vivere momenti appassionanti nel percorso della loro crescita, ma allo stesso tempo di essere pronti a sopportare grossi sacrifici senza però farli pesare ai figli stessi. Nella vita è ovvio che i genitori si sacrifichino per loro. Pertanto rinfacciare ai propri figli i sacrifici fatti si ritorcerà contro i ragazzi nel futuro, nello sport come nella vita. Redazione - Che si limiti, da genitore, ad apprezzare impegno e determinazione profusi (mancando i quali è lecito qualche rimbrotto), assolutamente senza considerare il risultato agonistico immediato: dalle sconfitte si impara molto di più che dalle vittorie (facili). Rispettando sempre le regole, anche se non sempre piacciono. Nella sua carriera pluriennale di allenatore, quali sono i modelli più negativi di genitori che portano i figli a nuotare o praticare altre discipline acquatiche? Stefano Candidoni - Sono quelli che non si accontentano, che vedono per forza la malafede nei comportamenti degli allenatori, che non osservano i figli ed il loro comportamento, che pensano sia sempre vera l equazione allenamento = risultato = tutto bene. Quelli che non si confrontano civilmente, che tramano alle spalle, che hanno la supponenza di sapere nella loro immensa ignoranza del settore. Corrado Sorrentino - Quelli che hanno la presunzione di sapere ciò che è giusto a livello sportivo per il proprio figlio, senza averne le conoscenze e le esperienze. Massimo Giuliani - Purtroppo sono molte famiglie in cui uno o entrambi i genitori non vivono in modo equilibrato l attività agonistica dei propri figli; alcuni esempi di genitore che: - proietta nel figlio i propri desideri, imponendogli di entrare nell'ambiente piscina e di continuare anche se il ragazzino non gradisce. - vuole essere sempre l'artefice delle scelte del figlio, precludendogli quell'autonomia che metterà a repentaglio il senso di responsabilità del figlio, rendendolo un eterno insicuro; - introietta nel figlio le proprie aspirazioni, vivendo l'esperienza agonistica del ragazzo come se fosse lui il protagonista; - eccesso opposto è il genitore che si disinteressa completamente dell'esperienza sportiva del figlio: il fanciullo apparirà come uno sbandato o si rivelerà uno spavaldo, ineducato, sgarbato e irresponsabile. Gianni Nagni - Purtroppo il modello negativo per eccellenza è quello del genitore frustrato da insuccessi personali nello sport o nella vita, che riversa enormi responsabilità sul proprio figlio quale riscatto per il proprio fallimento. La cosa peggiore è quando si sente dire io ho investito su mio figlio. Redazione - Coloro che proiettano le proprie aspirazioni di successo nell avventura sportiva dei figli. Nove volte su dieci l'atleta diventa un perdente (spesso anche nella vita) o è destinato all'abbandono precoce. Quali, invece, le motivazioni alla base di una scelta agonistica di un bambino e i punti cardine che questi deve osservare per una buona educazione sportiva? Stefano Candidoni - Un bambino non sceglie l attività agonistica consapevolmente. All inizio le basi debbono essere il gruppo, il divertimento, il riferimento allenatore, la felicità dei genitori che credono in quello che fa. Poi verrà tutto il resto, la parte più tecnica e legata ai risultati ma salvaguardando le basi con le quali tutto è nato. Corrado Sorrentino - Nella mia filosofia sportiva c'è prima di tutto l'obiettivo sociale, inteso come integrazione in gruppi di persone con principi di vita puliti, quindi la prima motivazione è quella dell educazione alla condivisione e all integrazione, anteposta a qualsiasi obiettivo agonistico. I punti cardine sono la disciplina, il rispetto per se stessi nonché delle persone con le quali si condivide il progetto sportivo, senza dimenticare una buona dose umiltà e positiva considerazione degli avversari. Massimo Giuliani - L agonismo è un utile mezzo di auto ed etero educazione, e questi sono i punti cardine: nulla è sempre facile o sempre poco faticoso. La fatica, l applicazione, la perseveranza saranno necessari nello sport quanto nella vita: imparare il rispetto dei ruoli, delle figure e delle regole; instaurare, nel rispetto dei ruoli, complicità, fiducia, amicizia con il proprio allenatore;

3 imparare a perdere, ma anche a saper vincere senza umiliare l avversario: il vincitore, che ha di più deve condividere le proprie vittorie con coloro che hanno di meno. Gianni Nagni - Per poter affrontare un giusto percorso agonistico le motivazioni ci devono essere sia per i genitori che per gli atleti. Per i primi, le motivazioni sono poche e sempre le stesse: ambiente, salute, formazione del carattere, principi e valori dello sport quali il rispetto del prossimo e delle regole, oltre che l impegno per il raggiungimento dell obiettivo. Per i giovani, invece, le motivazioni maggiori sono il gruppo e il confronto; difficilmente, almeno all'inizio, prevale la passione per il nuoto. Comunque la motivazione genitori e figli è necessaria finché il giovane non raggiunge una certa maturità, che sia anche sinonimo di autonomia. A questo punto la famiglia può, anzi deve, farsi da parte lasciandolo sciolto alle sue esperienze. Redazione - Alla base di ogni attività sportiva, agonistica e non, ci dev essere al primo posto il divertimento del bambino. Anche la scelta dell'allenatore e della società, intesi come educatori e non necessariamente forgiatori di campioni, è premiante. Che dire di atleti e genitori che pensano gli uni di essere dei campionissimi e gli altri di avere diritto di eccedere nello spalleggiare derive negative dei figli e/o pronunciarsi su decisioni tecnico-metodologiche-programmatiche degli allenatori? Stefano Candidoni - Se un allenatore è in gamba i suoi atleti non cresceranno avendo mire irragionevoli, frutto solo di voli pindarici. I genitori spesso s intromettono nelle scelte tecniche ed in questo caso sono un ostacolo nella crescita agonistica dei ragazzi, soprattutto accentuando la sovrastima o sottostima delle potenzialità oggettive degli atleti. Corrado Sorrentino - C'è sempre qualcuno migliore pronto a dare l'anima per battere l'avversario: colui che pensa di essere il migliore presto prenderà sonore batoste, con scarsa attitudine a superare l'insuccesso. Come al punto uno, i genitori che si intromettono senza competenze determinano l'effetto di disorientare l'atleta. Ripeto: NON devono fare gli allenatori ma affidarsi al professionista (l'allenatore, appunto) e al suo operato; questo per assicurare il meglio ai propri figlioli, che vivranno bene l'esperienza sportiva. Massimo Giuliani - Imprescindibile che si rispettino ruoli e regole ed è fondamentale il corretto rapporto di responsabilità e competenze della terna Allenatore, Atleta, Famiglia. L'allenatore deve essere autorevole, professionale a tal punto da infondere fiducia; e deve sapere che il suo comportamento fuori e dentro la piscina non può essere disgiunto dal lavoro che svolge. Forte di tale retta posizione, avrà il diritto/ dovere di spiegare all'atleta campioncino i propri limiti, fissando con lui obiettivi commisurati alle sue possibilità, agendo alla stessa stregua con i genitori. Se non ci fosse la piena condivisione di obiettivi e metodi, mai forzerei per continuare la strada insieme. Redazione - Un genitore che pontifica su tematiche tecniche, dimostra la sua ignoranza e danneggia irrimediabilmente l'atleta. Noi stessi siamo genitori e, pur avendo competenza in ambito natatorio, non ingeriamo assolutamente su scelte del tecnico. Gianni Nagni - Una delle prerogative degli atleti di alto livello è l autostima estremamente accentuata. Di conseguenza ai giovani che credono di essere i migliori o che hanno l'ambizione di diventarlo non si può rimproverare molto, sempre che si insegni loro il concetto di umiltà e spirito di sacrificio. È fondamentale nella crescita del giovane agonista che ambizione ed umiltà vadano di pari passo. Ai genitori invece bisogna insegnare a non invadere il campo. Oggigiorno questo succede sempre più frequentemente nello sport come nella scuola. Troppo spesso sento che la colpa è dell'allenatore o del professore, giustificando sempre il proprio figlio. Per avere successo ognuno deve ricoprire il proprio ruolo. L'allenatore deve fare il proprio mestiere prendendosi le sue responsabilità e soprattutto non si deve sostituire ai genitori cosa che potrebbe accadere molto facilmente per il grande ascendente che ha sui ragazzi. L'atleta deve impegnarsi senza mettere in discussione la proposta d'allenamento del suo allenatore. I genitori anziché prevaricare occupandosi di tecnica e metodologia dovrebbero concentrarsi su un aspetto fondamentale e allo stesso tempo difficilissimo: trasmettere equilibrio al proprio figlio! Sovente osserviamo genitori esaltarsi in tribuna a fronte delle prime vittorie così come la volta dopo amareggiarsi o imprecare in caso di sconfitta. In pratica dovrebbe succedere l'esatto contrario. Incitare il proprio figlio nei momenti difficili, standogli vicino nelle sconfitte e allo stesso tempo non esaltarsi più di tanto ma gioire con la giusta moderazione per l'eventuale vittoria. Quali responsabilità effettive ha un allenatore sulla crescita progressiva, pedagogica e fisiologica di atleti in erba, perché possano avere un carriera natatoria positiva, prescindendo dalla grande performance, che in genere, è riservata solo ai grandi talenti?

4 Stefano Candidoni - Gli allenatori hanno un ruolo sempre più importante nella crescita dei ragazzi, visto che è in aumento la tendenza, scorretta, di scaricare su di esso responsabilità tipiche dei genitori. Sapere dell andamento della scuola, come di quello delle storie personali prima dei genitori è per me cosa normale. Un ottimo rapporto di fiducia con l atleta è alla base di qualsiasi risultato: il pianto, la delusione e lo sconforto, come la gioia, l esultanza e la soddisfazione non appartengono solo a coloro che lottano per le medaglie ai campionati italiani: sono sentimenti che accomunano tutti i ragazzi che fanno attività agonistica, a qualsiasi livello. Corrado Sorrentino - Il primo obiettivo è l'integrazione sociale, corroborato da educazione sportiva dell'atleta; con calma il tempo ci dirà chi diventerà un campione e chi resterà comunque un bravo atleta o si rivelerà una grande persona; aspetto, quest'ultimo, che conta molto di più di qualsiasi vittoria sportiva, ancor più se colta in tenera età. Massimo Giuliani - L allenatore ha responsabilità tecniche, ma anche affettive nella sana crescita della personalità di un giovane atleta; però l enfasi, soprattutto nei primi anni, va posta non tanto sugli obiettivi finali, quanto sulla strada, sul percorso intrapreso che rappresenta un basilare passaggio educativo. Vanno spiegati al ragazzino i giusti obiettivi e per fare questo è indispensabile chiarire 1) obiettivi personali dell'atleta (dove vuole arrivare) 2) come può arrivare a certi traguardi: in primis attraverso l'allenamento, la dedizione, la motivazione Solo con l applicazione, la pianificazione degli sforzi può arrivare a migliorarsi: ogni atleta dovrebbe puntare a superare i propri limiti e, quando non può farlo, ad esaltare comunque le proprie capacità e doti, attraverso l aiuto dell allenatore. Un percorso educativo passa anche attraverso la gestione delle fasi motivazionali negative e, tra queste, troviamo appunto la sconfitta. Quando si perde, la sconfitta deve essere vissuta come una tappa inevitabile nel cammino di ogni atleta, qualunque obiettivo egli abbia. Tutti prima o poi perdiamo, nel gioco, nello sport, nella vita possiamo insieme capire gli errori e con fiducia applicarci con maggiori forza e determinazione. Lo sport deve essere un'esperienza il cui obiettivo è di migliorarsi e non vincere a tutti i costi. Gianni Nagni - Un allenatore ha molte più responsabilità di quanto si possa pensare. Il suo ruolo sulla crescita pedagogica, fisiologica e non solo è determinante. Essendo i giovani atleti in età evolutiva, malleabili come terracotta, errori in questa fase possono essere condizionanti per l'eventuale carriera sportiva. La funzione dell'allenatore dei giovani deve essere quella del "maestro" che insegna loro gli elementi base su cui porre le fondamenta per il futuro. È aihme, troppo frequente l'applicazione di metodologie esageratamente avanzate per le categorie giovanili. Nelle fasi evolutive l'allenamento non deve mai essere finalizzato alla prestazione bensì alla costruzione del giovane nuotatore. Redazione - Il ruolo dell allenatore è fondamentale, talvolta ancor più per i meno bravi : trascorre molte ore con i ragazzi. Dev essere un EDUCATORE, magari anche una guida ferma, ma giusta (ci sono delle regole e vanno rispettate - questo vale il doppio per i genitori), con la corretta dose di autorevolezza, capacità di ascolto, comprensione, imparzialità, ironia e simpatia. Senza dimenticare la passione, che non si declina con spremitura dei ragazzi, ma con rapporto amichevole e di guida credibile. In cosa i genitori possono risultare più negativi per l'equilibrio dei figli in ambito natatorio? Stefano Candidoni - a) pretendere risultati dei quali non si conosce nemmeno la portata effettiva; b) minare costantemente il rapporto di fiducia tra allenatore e atleta; c) persuadere il figlio che l attività agonistica è positiva solo a seguito di risultati positivi continui. Un esempio: si sente spesso dire ai propri figli, dopo una gara andata male, che non capiscono nulla o che non hanno gli attributi. Sarebbe veramente interessante essere in quel momento nelle testa dei ragazzi e comprendere la devastante portata di tali affermazioni. Corrado Sorrentino - Qualche anno fa un mio ex esordiente A, dopo i 400 stile libero in cui perse contro un compagno di squadra, alla mia domanda sul perché stesse piangendo lui mi disse: piango perché mio padre adesso mi fa nero : il padre non tollerava che il figlio perdesse da un compagno di squadra che reputava "inferiore". Il bambino aveva terrore della reazione del padre e non si curava nemmeno un po' della sua gara fatta male; quel ragazzino, dopo le nostre costruttive reazioni, cambiò società convinto di scoprire l'america, ma purtroppo non solo non si migliorò, ma in pochi anni smise di nuotare. Massimo Giuliani - Se non sono chiare le motivazioni per cui i figli si avvicinano allo sport, l'intervento dei genitori sarà sempre negativo. Motivazioni ed obiettivi (molto personalizzati) dovranno essere assolutamente condivisi da Genitori, Atleta, Allenatore. Un esempio? Fra i più frequenti e tristi la progressiva delusione del genitore convinto, dai successi giovanili del figlio, che questi sia un campione: alle prime sonore sconfitte - frequenti in età adolescenziale -, insinuerà nel figlio sfiducia nell'allenatore, nella

5 società, nelle metodologie; il ragazzo, disamorato dell'ambiente in cui è cresciuto, verrà abbagliato, complice l'incauto genitore, dalle sirene dell'allenatore di grido; una scelta di cambiamento che comporta anche disagi di viaggi lunghissimi o di trasferimento in nuova sede abitativa e di studio. In genere, tempo uno o due anni, l'atleta smette. Gianni Nagni - Solitamente all'inizio la spinta motivazionale per affrontare l'attività agonistica viene più dai genitori che dai figli. Di questo gli addetti ai lavori se ne devono fare una ragione, in quanto i giovanissimi nuotatori difficilmente inizierebbero questo impegnativo percorso. Io non sono convinto, come diceva Counsilman, che la squadra ideale potrebbe essere quella di un orfanotrofio. Anzi sono del parere che il nostro movimento non può fare a meno dei genitori. Il bravo allenatore è quello che tenendoli a debita distanza riesce ad educarli (agonisticamente parlando), coinvolgendoli fattivamente nel percorso del proprio figlio. Purtroppo è anche vero che i genitori così come sono importanti nella fase di avviamento, diventano spesso determinanti per la fase di abbandono. Questo succede quasi sempre per le aspettative riversate come un macigno sulle spalle dei propri figli. Tali aspettative trasmettono ansia e paura del confronto portando inevitabilmente a delusioni che rischiano di sfociare nell'abbandono precoce visto da parte dei ragazzi come una liberazione. [versione integrale sul sito] Redazione Il giudizio è inopportuno se basato sulla valutazione prestativa, perché comunque l'atleta cerca di dare il massimo e se non riesce ad esprimere il suo potenziale è il primo ad essere deluso: va incoraggiato perché si migliori o, se è andato bene, va compiaciuto con equilibrio. Punto. Le vere, buone, corrette ragioni per nuotare o praticare qualsiasi attività agonistica. Stefano Candidoni - Un vero atleta è colui che: 1) ha le lacrime agli occhi dopo aver migliorato la propria prestazione, pur lontanissima da criteri eccellenza; 2) chiede di poter fare un allenamento ridotto, pur di non perderlo, per esigenze di studio; 3) gioisce sinceramente per un buon risultato del compagno di squadra o si preoccupa di consolarlo per una delusione; 4) dialoga con l allenatore, sia quando le cose vanno bene che quando vanno male; 5) accetta senza riserve e alibi, nel bene e nel male, ciò che la gara testimonia; 6) ha un allenatore che, nella professionalità del suo operato, è capace sempre di mettersi in discussione; 7) si diverte facendo sport; 8) offre e chiede rispetto. Corrado Sorrentino - Nuoto o altro sport non fa differenza, in un'era sociale come questa, in cui cadere in errore è facilissimo, abbiamo l'obbligo morale di tenere i ragazzi nei contesti sportivi a prescindere dalle loro capacità o prospettive agonistiche; come già affermato un ragazzo che frequenta un centro sportivo eviterà esperienze negative che altri ambienti facilitano, predisponendosi ad un futuro di adulto equilibrato, retto e capace di affrontare a testa alta le sfide della vita. Massimo Giuliani - La pratica sportiva si compenetra profondamente all opera educativa delle scuole e genitoriale. Educare significa quindi tendere alla formazione quanto più completa e stabile della personalità, aiutando il fanciullo ad interagire con l ambiente e la comunità in modo libero. L agonismo va inteso come metodo educativo e quindi con un RUOLO FORMATIVO ricco di valori intrinseci e estrinseci. In sintesi, un'educazione che porti alla piena accettazione delle differenze, al rispetto delle regole, all'opportunità di socializzare e conoscere tante persone diverse, favorendo il tutto un arricchimento interiore. Gianni Nagni - La filosofia corretta, non solo per il nuoto, ma per lo sport agonistico in genere è quella che punta al miglioramento di se stessi indipendentemente dalle medaglie o dalla vittorie. Insegnando questo ai giovani avremo sicuramente meno abbandoni in caso di qualche piazzamento deludente e sicuramente grandi atleti più capaci di reagire di fronte a cocenti sconfitte. L'attività agonistica insegna ai nostri ragazzi a sacrificarsi quotidianamente per superare se stessi, investendo sul proprio impegno per il raggiungimento dei risultati. Cosa invece sempre più rara nella nostra società odierna che, in maniera fuorviante, premia subito l'apparire (senza sacrifici) e poco i contenuti: alla lunga è la sostanza che conta e sono sicuro che i nostri ragazzi, indipendentemente dalle loro vittorie, nella vita riusciranno ad avere più successo degli altri. Perché sarà retorico dirlo ma "LO SPORT è SCUOLA DI VITA"...! Redazione - Stare bene, credere in valori autentici che lo sport insegna e crescere sereni, sapendo che si può - deve - anche perdere (per primi dovrebbero saperlo i genitori), rispettando sempre l avversario.

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