PALAZZO DE SIMONE SERENA DE FAZIO

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1 Vicende socio-culturali e stratificazioni architettoniche PALAZZO DE SIMONE SERENA DE FAZIO

2 Presentazione Indice Serena De Fazio laureata in Architettura e Ingegneria Edile presso la Seconda Università degli Studi di Napoli ha conseguito la tesi in Storia dell architettura presso il Dipartimento di Architettura con la prof.ssa Danila Jacazzi rivolgendo il lavoro di ricerca alle trasformazioni che hanno interessato Palazzo De Simone nell attuale centro storico di Benevento. Un lavoro metodologicamente molto significativo pertinente a una realtà pluri stratificata come quella di Benevento che ripercorrendo quindici secoli della storia dell insula di Palazzo De Simone attraverso un approfondimento delle fonti letterarie e una valida ricerca fotografica incrementa i precedenti studi rivolti all area con delle notizie inedite. Cap.1 Dalla via Appia alla via Sacra Langobardorum. Cap.2 Lo Xenodochium di San Benedetto. Cap.3 Le trasformazioni dell insula di San Benedetto dall età moderna al progetto del Raguzzini. Cap.4 Trasformazioni novecentesche: il collegio De La Salle. Bibliografia.

3 Capitolo 1 Dalla via Appia alla via Sacra Langobardorum.

4 1. Lo Xenodochio di San Benedetto Nell insula di palazzo De Simone, nel VII secolo è documentata nelle fonti uno Xenodochium volto a offrire ospitalità e servizi ai pellegrini in viaggio nell Italia meridionale. Strutture gestite da monaci di appoggio, dunque, ai viaggi nel Medioevo, poste lungo il percorso di una via di pellegrinaggio, su preesistenti strutture, statio o mansiones, dislocate lungo le vie consolari romane ai margini della maglia urbana. Per la sua posizione geografica Benevento è sempre stata un importantissimo nodo di comunicazione tra Roma e la Puglia. Principale asse stradale era la via romana Appia, che attraversando il capoluogo sannita giungeva poi fino a Brindisi 1. Una ricca e preziosa ricostruzione del tracciato della via Appia, basata su fonti letterarie, è quella proposta nel 1745 da Francesco Maria Pratilli nel volume Della via Appia descritta e riconosciuta da Roma a Brindisi. In particolare l archeologologo e antiquario settecentesco dedica il Libro III Capo IV alla descrizione del tratto Via Appia da Caudio a Benevento 2. L autore nota altresì la presenza di una notevole quantità di ruderi, di templi ed edifici e di iscrizioni antiche. «Rendon tra questi luoghi certo il corso dell Appia le ontinue rovine di monumenti, di ville, e di ostelli, che tratto tratto s incontrano a destra e a sinistra» 3. Dopo una lunga disgressione sulla città di Benevento e sui differenti itinerari stradali che collegavano la città a Roma, ilpratillu ricorda in particolar modo l itinerario di Antonino che, seguendo la Casilina, conduceva a Venafro seguendo le seguenti tappe: «Casinum Venafrum M.P. XVI. Teanum M.P. XVIII. Alifas M.P. XVII. Telesiam M.P. XXV. Beneventum M.P. XVIII» Nelle pagini seguenti il Pratilli riprende la descrizione del tratto dell Appia da Benevento a Brindisi: «Usciva questa via dalla parte settentrionale della città per di sotto il rinomatissimo arco Traiano, che porta aurea volgarmente si appella» 4. «Or da quest arco la nuova via Traiana, congiunta fino ad Eclano coll Appia menava in Puglia. Partiva ella da Benevento, ed avvanzandosi tra settentrione, e oriente, conduceva verso il fiume Calore» 5. Nella mappa allegata e nel testo descrittivo il Pratilli segna anche il percorso della via Egnatia o Traiana da Benevento a Troia. Il tratto stradale appare costellato dalla presenza di numerose mutatio e stazioni di sosta riconoscibili anche dai toponimi dei luoghi. Ricorda, in particolare, l osteria volgarmente detta delle noci 6 e i luoghi riportati nell Itinerario Gerosolimitano. «[L itinerario Gerosolomitano] descrisse certamente quella via per Buonalbergo poco lontano da Ariano, e al suo fianco verso ponente, per Cervacuore, e per Troia così: Benevento Mutatio vicus Foronovo Mutatio ad Equum Magnum Mutatio Aquilonis Civitatis Aecas Civitatis Herdonis M.P.X. M.P.XII. M.P.VIII. M.P.VIII. M.P.XVIII. La Via Appia, in Della Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, F. M. Pratilli, G. Di Simone, Napoli Mutatio ad Undecimum M.P.XVI. Civitatis Canusio M.P.XI.» 7.

5 L asse di collegamento tra Roma e la Puglia attraverso Benevento è documentato Via Appia e Via Traiana. anche da altre fonti. Tra il 108 d.c e il 110 d.c. l imperatore di Benevento, Traiano, fece costruire una nuova strada che da lui prenderà il nome, nata per l esigenza di invio rapido e diretto di truppe romane verso la Grecia e l Oriente che, partendo da Benevento, raggiungeva le coste orientali pugliesi 8. La via Traiana rappresentava una grandiosa opera di ingegneria civile, unica a quel tempo, che invece di evitare gli Appennini e più facilmente seguire l orografia del territorio come faceva l Appia, li attraversava in maniera diretta e quindi più veloce; costituita principalmente da ponti e viadotti si inseriva perfettamente nel disegno radiale di comunicazione che caratterizzava le province romane. Monumento celebrativo di questa eccellente opera stradale è l arco di Traiano, ancora oggi presente, eretto nella città di Benevento nel 114 d.c. che segnalava l inizio del tracciato 9. La via Appia e la via Traiana continueranno nelle varie epoche ad essere i maggiori itinerari dei flussi a lunga percorrenza di natura religiosa, militare, civile, pur se talvolta con lievi modifiche sul tracciato. A testimonianza del buono stato della viabilità romana nel IV sec d.c. vi è l Itinerarium burdigalense, un diario di viaggio scritto nel percorrendo un itinerario cristiano, da un anonimo pellegrino partito da Bordeaux, Burdigala, per giungere in Terra Santa. Il testo è straordinariamente arricchito dalla trascrizione dei toponimi usati al tempo per denominare città e località minori incontrate durante il viaggio e dalle descrizioni dei luoghi e delle strutture di sosta lungo il cammino: mansiones centri minori con locanda, mutationes strutture per il cambio dei cavalli. Il ritorno sul tratto italiano prevedeva lo sbarco ad Otranto proseguendo inizialmente per la Traiana Calabra, da Otranto fino a Brindisi, poi per la via Traiana, da Brindisi a Benevento 10, per poi giungere a Roma seguendo da Capua la via Appia. L itinerarium burdigalense non è l unico documento a testimonianza dei flussi religiosi che attraversavano l Italia: per diversi secoli le strade della penisola italiana, senza subire grandi trasformazioni né per le vicende belliche greco-gotiche, né per l invasione longobarda, hanno rappresentato le principali arterie per la transumanza di pellegrini di ogni estrazione sociale che dall Occidente volevano raggiungere la Terrasanta 11. Nell Italia del Meridione Benevento è tra i maggiori nodi stradali attraversati; l Appia è la direttrice viaria preferenziale e la via Traiana rappresentava un veloce modo di raggiungere le coste meridionali della penisola. Inoltre, verso la fine del V secolo d.c., un altro fenomeno di rilevante importanza sia per l aspetto religioso che, di riflesso, per quello viario fu la diffusione del culto dell arcangelo Michele, venerato nel santuario sul Gargano a Monte S.Angelo 12. Note bibliografiche 1 A. Stazio, Via Appia: da Roma a Brindisi attraverso Capua e Benevento, Napoli, Ed. del Sole, F. M. Pratilli, Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi Napoli, G. di Simone, Ivi, p Ivi, p Ivi, p Ivi, p Ivi, p Renato Stopani, La via Francigena del Sud: l Appia Traiana nel Medioevo, Le lettere, Via Appia e via Traiana. 9 Ivi. 10 Antoninus Augustus, op.cit. p P. Dalena, Vie di pellegrinaggio nel Sud Italia verso Gerusalemme nel Medioevo. In Roma- Gerusalemme, Civita A.eds, Roma: Civita, Ivi.

6 Capitolo 2 Lo Xenodochium di San Benedetto.

7 2. Lo Xenodochium di San Benedetto Col diffondersi della fede Cristiana l Europa intera iniziò ad essere attraversata da flussi di pellegrini alla ricerca della ritrovata patria celeste. Le tre principali mete religiose erano Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme 1. Tra gli itinerari seguiti dai pellegrini fin dal Medioevo era la via Francigena che partendo da Canterbury giungeva in Terra Santa. La tappa più importante del percorso era la città di Roma. Il cammino da Roma proseguiva verso i porti pugliesi, seguendo talvolta tracciati diversi, ma confluendo comunque in alcuni punti nodali. Per ragioni penitenziali il cammino era compiuto prevalentemente a piedi, articolato in km al giorno, e veniva scandito dalle visite ai luoghi Santi della religione Cristiana, snodandosi tra i centri minori di pellegrinaggio che si incontravano lungo le rotte del culto micaelico 2. Il primo centro cristiano del culto di San Michele nacque in Asia Minore intorno al II- III secolo d.c. Rapidamente dall Oriente il culto si diffuse anche in Occidente. In Italia i Bizantini fecero dell Arcangelo uno dei loro santi patroni e protettori. In particolare il culto micaelico si affermò principalmente sul Gargano in seguito all apparizione del Santo al Vescovo di Siponto al quale chiese gli venisse dedicato il Santuario 3. Fin dai primi secoli del Medioevo un flusso ininterrotto di pellegrini iniziò a percorrere le strade di tutta Europa verso Monte Sant Angelo sul Gargano. I principali diffusori della devozione a San Michele, però, furono i Longobardi 4. La conversione ufficiale al cristianesimo dei Longobardi del ducato di Benevento si ebbe nel VII sec. ad opera della duchessa Teoderada, moglie di Romualdo duca di Benevento, fautrice dell avvicinamento del marito alla religiosità cattolica 5. I Longobardi furono poderosi promotori del culto micaelico: in particolare Grimoaldo I ( ) e Romualdo I ( ), duchi di Benevento, tra le iniziative legate alla diffusione e alla promozione del culto nella Langobardia Maior, si impegnarono nella realizzazione di luoghi di ricovero per i pellegrini per garantire la sicurezza lungo le strade di viaggio 6. Il culto micaelico continuò ad essere professato per secoli, durante i quali crebbe l importanza del tratto viario Benevento-Troia-Siponto-Monte Sant Angelo denominato via Sacra Langobardorum o più comunemente via dell Angelo. La diffusione del culto venne favorita anche dalle apparizioni del Santo sul Gargano, la cui grotta divenne il santuario ufficiale dei Longobardi; il culto di San Michele per i Longobardi assunse anche un importanza tattica per le loro strategie di conquista: Via Francigena Apparizione di San Michele Arcangelo sul Monte Gargano, Nebbia,

8 I Longobardi vedevano nella diffusione del culto di San Michele la principale protezione del loro ducato a favore di una potenza politica espansiva. I santuari, inoltre, fornivano anche dei punti di raccolta di ex voto che divenivano una ricchezza per le casse regali del ducato. In relazione alla fitta rete di percorsi devozionali, in parte anche riferibili al culto di San Michele, sorse a Benevento con ogni probabilità lo Xenodochium di San Benedetto con annesso monastero, un insediamento monastico di regola benedettina, non a caso trasferito proprio dal centro della cittadina in un area extraurbana lungo il tracciato della Via Sacra Langobardorum. «La storia del monachesimo in Benevento è intessuta e si snoda in una compatta trama di insediamenti, per lo più maschili, che appaiono prevalentemente inclusi nell angusta cerchia della città murata. Compresa in un arco temporale di ben 12 secoli, essa si denota e si articola nelle vicende alterne di ciascuno dei detti insediamenti, che trovano però il loro denominatore comune nell adesione e osservanza della regola benedettina.» 7. San Benedetto ad Xenodochium, planimetria: ipotesi ricostruttiva, M.Lepore in Monasticon Beneventanum Studi Beneventani volume 6. Le fonti documentarie esaminate in relazione al monastero di San Benedetto rimandano, infatti, all esistenza di uno Xenodochium sito nel luogo allora chiamato ad Caballum, riportato nei documenti alto-medioevali. Il primo tra questi è l Italia Sacra nel quale vengono ricordati tutti i monasteri beneventani fondati da Teodorada, ricordando anche quello di S.Benedetto al quale Teodorada concesse «alcune terre con coloni e servi». Nel testo all interno della sezione del Chronicon Beneventani Monasteri, sotto la data del 672 d.c., si legge che «Exstabat tunc temporis intra muros Beneventi monasterium Sancti Benedicti cum adjiuncto xenodochio, sed incerti conditoris: cui monasterio bonae recordationis domina Theodorada, cum domino Gisolfo filio suo, quodam possessiones cum colonis seu servis obtulisse memoratum. Hoc monasterium postea unitum suit Beneventano Sanctae Sophiae monasterio: cujus loci abbas Mauricius eosdem colonos, quos Zacharias abbas Sancti Benedicti contra canonicam regulam libertatem donaverat, monasterio suo denuo afferuit» 8. Anche il codice di Santa Sofia nel X tomo dell Italia Sacra pubblicata dall Ughelli ed edita nel 1722, riporta contenuti di particolare interesse per lo studio dell insula di San Benedetto. Nel codice lo Xenodochium viene ricordato per la prima volta in un documento con il quale Gisulfo, duca della gente Longobarda dal 687 al 706, conferma la donazione fatta dal padre Romualdo all Abate Zaccaria e ai suoi successori dello «Xenodochium, ubi monasterium Sancti Benedicti Domino auxuliante tenere videris, tam domo rum aedificia cum corve, & omnibus ad pertinentibus, vel omnem censum quem ibidem praedecessores parentes nostri concesserunt, & quid quid in eodem venerabili loco ad pertinere videtur» 9. Successivamente, la chiesa di San Benedetto viene ricordata sotto il ducato di Liutprando (751 al 758) con l individuazione di Sancti Benedicti in Xenodochio 10. Nel Chronicon del Monastero di Santa Sofia di Benevento è riportato nell elenco delle chiese fondate da Arechi II, principe di Benevento dal 774 al 787, la presenza di uno xenodochium puellarum annesso alla Chiesa di Santa Sofia. Anche San Benedetto è ricordata tra le chiese fondate dal Principe, nel luogo chiamato Xenodochium che risulta posto nelle vicinanze della struttura monastica. «In primis Ecclesiam

9 S.Benedicti, loco qui vocatur Xenodochium quod positum est juxta ipsum Monasterium, cum omnibus sibi pertinenti bus» 11. In un altro documento coevo redatto sempre sotto il ducato di Arechi II viene ricordato Maurizio, Abate del Monastero di S.Benedetto, sito dentro la città di Benevento, dove si trova lo xenodochium «Mauritius venerab[ilis] Abb[at]is, Monasterium S.Benedicti, quod situm dignoscitur esse intra civitatem nostram Beneventanam, ubi Xenodochium esse invenitur» 12. Il Monastero di San Benedetto è ancora menzionato nel codice di S.Sofia sotto il ducato di Radelchi, figlio di Adelchi II, principe Longobardo dal 839 al 851, che concede al Monastero di Santa Sofia al quale è pertinente l ospedale del Palazzo Ducale del quale sono registrati i confini: «de duabus partibus, usque terram praedicti Monasterii Sanctissimae virginis Sophiae, de tertia parte usque ad parietem ex casa Monasterii Sancti Benedicti quod vocatur Xenodochium, de quarta parte usque ad trascenda publicam praedictae nostrae civitatis» 13. Successivamente un atto del 961 prodotto durante il principato congiunto di Landolfo e Pandolfo ripercorre sinteticamente la storia della Chiesa e Monastero di San Benedetto. Inizialmente presso la Chiesa nel luogo dove si dice ad Caballum fu costruito uno Xenodochium a mò di ospizio. La struttura sorgeva nei pressi del Palazzo Longobardo di Benevento, soggetta al Monastero di Santa Sofia nelle cui pertinenze sorgeva. In seguito lo Xenodochium e l ospizio vennero danneggiati da continui saccheggi e abbandonati, per la qual cosa furono spostati dopo che i Principi Pandolfo e Landolfo concessero il permesso per l edificazione e la costruzione di un nuovo xenodochium e ospizio nella Chiesa di San Michele Arcangelo posta fuori le mura della città oltre la Porta Aurea, nei pressi del ponticello fra le due vie pubbliche, ad uso dei pellegrini e degli stranieri. I due Principi autorizzarono inoltre la realizzazione di un mulino da parte della stessa Chiesa di San Michele Arcangelo da posizionare nel luogo dei mulini dopo la via pubblica. Lo Xenodochium di San Michele con tutte e le sue strutture, superiori e inferiori, con le sue vie, acque e tutte le cose esistenti nelle pertinenze vennero dichiarati esenti da ogni dazio e da ogni servitù 14. Note bibliografiche 1 V. Pontolillo, La via Francigena del sud, p.9 2 Ivi, p.9 3 P. M. Mainolfi, Querere Deum, Solfanelli, Chieti 2009, p G. Tardio, La Via dell Angelo Michele ovvero la Via Sacra Langobardarum o la via Francigena 5 C.La Rocca, I silenzi dell agiografia: la mancanza di sante in età longobarda, Viella, Roma 2011, p C.La Rocca, op.cit 7 C.Lepore, Monasticon Beneventanum in Studi Beneventani, vol 6, Ass.ne Istorica Beneventana, Pag 25 8 Ughelli, Italia Sacra - S.Sophia Ord. S.Benedicti Col tomo (Stava in quel tempo entro le mura di Benevento un Monastero di S.Benedetto con annesso Xenodochium ma di incerto fondatore al cui Monastero si tramanda che Theodorada col figlio Gisulfo abbia concesso alcune terre con colonie e con servi. Questo monastero fu unito a quello Beneventano di S.Sofia. Maurizio l abate di questo luogo, asservì al suo monastero gli stessi coloni che l abate di S.Benedetto, Zaccaria, aveva liberato, contrariamente alla regola canonica ). 9 Ivi, Col 433 (composto di una struttura di case con corte e con tutte le sue pertinenze e tutto il censo che i parenti predecessori nostri concessero e qualunque cosa sembra essere pertinente a questo luogo venerabile) 10 Ivi, Col Italia Sacra, op. cit., Col Ivi, Col Ivi, Col 454 (delle due parti fino alla terra del predetto Monastero della Santissima Vergine di S.Sofia, dalla terza parte fino alla parete esterna del Monastero di S.Benedetto che è chiamato Xenodochio, dalla quarta parte fino all ingresso pubblico della predetta nostra città). 14 Italia Sacra, op.cit. Col

10 Capitolo 3 Le trasformazioni dell insula di San Benedetto dall età moderna al progetto del Raguzzini.

11 3. Le trasformazioni dell insula in età moderna. La Chiesa di San Benedetto che nel corso del XII secolo è ancora menzionata come dipendenza di Santa Sofia, appare recensita come parrocchiale negli ultimi anni dello stesso secolo 1. Come tale risulta nuovamente attestata nei decreti della visita apostolica del 1581, ma già allora era così mal tenuta, che ne fu decretata la demolizione e la sconsacrazione. «Profanatio Ecclesiarum - Ecclesiae Parrocchiales S.Benedicti, & S.Andreae ad portam Auream, propter earum indecentiam et superfluitatem demoliantur, aut profanentur juxta Decret. Concil, si ita videbitur V.R.D. arbitrio cujus remictimus, sin minus, Ecclesia S.Andreae resarciatur» 2. In un manoscritto del 1628 della Biblioteca Capitolare di Benevento tra le chiese parrocchiali viene ricordata San Benedetto come una struttura ormai diruta: «Sanctus Benedictus ad Caballum fu chiesa parrocchiale fu profanata et l anime forono unite alla suddetta chiesa di San Pietro ad Caballum, la chiesa si va pensando che sia de Santa Sofia poiché sta essa dentro al orto di Santa Sofia et davanti confina con la via publica et sta da rimpetto alle casi del Signor Antonio Panella via publica mediante sta in forma di chiesa ma diruta» 3. Di lì a poco la struttura venne acquistata dai marchesi De Simone che nel 1641 la fecero demolire per creare uno slargo davanti al loro palazzo 4. La famiglia de la Roche de Simon originaria della Contea di Angiò in Provenza si trasferì in Italia nel 1266 in seguito all incoronazione di Re Carlo I d Angiò. L insediamento nella penisola italiana trasformò conseguentemente il loro cognome in De Simone. Stemma della famiglia De Simone dei Marchesi de Corvacchini, in Il Feudo dei Marchesi de Simone e la chiesina di S.Rosa L.Ingaldi De Toma, Benevento E nel XVI sec. che la famiglia si insediò nel regno napoletano ed in particolare a Benevento acquistando beni e proprietà nella città. All inizio del XVII sec. la famiglia acquisì la proprietà che diventerà il Palazzo dei Marchesi De Simone nella Parrocchia del San Salvatore. A distanza di qualche anno, nel 1630, la famiglia acquistò la masseria dei Corvacchini nei dintorni di Benevento, sita su un terreno collinoso a una decina di chilometri a nord-est dalla città: una proprietà destinata prevalentemente a culture erbacee, ulivi, viti, all allevamento di bovini marchigiani e alla caccia, alla quale la famiglia era particolarmente dedita 5. Nell ultimo ventennio del XVII secolo Francesco ampliò la proprietà dei Corvacchini acquistata dal padre Giovanni facendone una sontuosa dimora. Il desiderio di conferire lustro, decoro ed eleganza al palazzo di famiglia sito nella città di Benevento, si tradusse in numerosi e continui interventi di abbellimento e ampliamento della originaria proprietà. Tra i beni di Vincenzo De Simone, fratello di Francesco, in un atto notarile del 1674 la proprietà di famiglia all interno della città è riportata come una struttura in cattivissimo stato sviluppata su due livelli con orto adiacente sita tra le mura urbane e la strada pubblica: «Domus Magna ( ) sita et posita intra Beneventum: in Parrocchia San Petri ad Caballa, sive Sancti Salvatoris Porta Summa, confinata iusta moenia Civitatis a parte posteriori; via publica a parte anteriori» 6. Vincenzo intervenne sulla cadente struttura dell antico palazzo, trasformandolo nel tempo attraverso una serie di interventi in una sede degna di ospitare una famiglia ormai insigne, arricchendo le sale e gli ambienti interni con stucchi, marmi e sobrie rifiniture. Al termine dei lavori per la sistemazione del grande giardino-terrazzo che videro la piantazione di un pino, simbolo della famiglia, Vincenzo nel 1679 fece murare una lapide sulla parete nord del palazzo che delimita il terrazzo, recante questa iscrizione: «VIRIDARIUM HOC D. VINCENTIUS DE SIMONE FRUCTUS REPONES SIBI NEPOTIB. AT AMICIS PROPAGAVIT A. D. MDCLXXIX» 7.

12 Nel 1686 le fonti archivisti ivistiche registrano nuovi lavori eseguiti dai m mastri muratori Vito Intanto la proprietà della casa dei De Simone era passata da Vincen incenzo al fratello Fenco e Domenico de Mai Maio nella casa «sita nella parrocchia di Sa San Pietro a Cavallo, Francesco nel e success ccessivamente da Francesco al figlio Giovann vanni nel oggi San Salvatore Porta rta S Summa»8. Con Giovanni i progetti di ricost icostruzione, abbellimento e ampliamento si a arricchirono di Dopo solo due anni, prima rima nel 1688 e poi nel 1702, il territorio o san sannita venne colpito ambizioni, interessando oltre al palazzo, il riassetto dell intera area urban rbana. da significativi eventi sism sismici. Infatti, contrariamente agli altri palazzi signorili della città che si aprivan rivano sulle piazze Per ben due volte, infat infatti, l arcivescovo Vincenzo Maria Orsini rsini si impegnò «con o si affacciavano sul corso so p principale, palazzo De Simone, posto to su uno slargo generosità sconfinata e co con la tenacia ferrea di chi non conosce osce avvilimenti»9 nella lambito da una stretta stradina dina pubblica e dall orto di Santa Sofia, non on g godeva affatto ricostruzione della città ittà di Benevento «distrutta quasi comp ompletamente da un di visibilità. Alcuni atti nota notarili conservati all Archivio di Stato to d di Benevento 10 terremoto che funestò ò tut tutta la regione». Secondo una stima red redatta in seguito da testimoniano diversi lavori eseg eseguiti per dotare il palazzo dei necessari sari servizi: lavori Monsignor Venanzio Vari più dei due terzi del patrimonio abitativ itativo venne distrutto. «per condurre l acqua delle lle fo fontane dalla Porta del Castello a ques questa ( ) casa «In Benevento, salvo o po poche case, neppure le strade si disti distinguevano, perché palaziata ( ) per portare l acqu acqua alla base delle cisterne»15; lavori dii rifi rifiniture interne ricoperte dalle macerie. e. Cu Cumuli di rovine e di calcinacci si vedevano vano ovunque»11. commissionati al mastro falegn legname Matteo D Abeta circa «otto porte rte e una bussola I danni causati dal terre terremoto riguardarono soprattutto la parte occidentale della ( ) e che la serratura debba ebba essere simile alle porte che stanno anno nel Palazzo città; come visibile dalla mappa il Palazzo De Simone venne nne classificato come dell Ill.mo Sig. Card. Coscia»16. fabbricato irreparabile. In un atto notarile del 1857, 7, rec recentemente versato all Archivio di Stato tato d di Benevento, Sulla base dei precedenti enti lavori di ricostruzione gli architetti giunt giunti a Benevento per viene risolta la questione dii un grande debito di famiglia, ripercorrendo endo a partire dal riparare i danni del terrem erremoto del 1702, riprogettarono la città ittà ccon una più ampia 1717 volontà, oneri e beni che i De Simone tramandarono alle future re ge generazioni. visione urbanistica interve ervenendo in primo luogo sulle reti stradali, dali, sulle piazze e sugli slarghi, nel rispetto della ella vvecchia città senza stravolgerne lo schem hema urbano12. I Danni causati ai fabbrica bricati del terremoto del 1688, secondo una Valutaz lutazione di Venanzio Vari. Palazzo del Marchese Giovanni ni De Simone, Ristretto della Parrocchia di SS.Angelo e Stefaano, in ASB, nota notaio Francesco Baccari, 1857, prot.44, f.353.

13 Nell interessante ed elaborato atto notarile nel quale vengono menzionati diversi antecedenti documenti, di cui alcuni membri presenti ne smentiscono la veridicità, sono riportate le stime fondiarie dei beni della famiglia; in allegato è annessa anche una planimetria del palazzo di proprietà di Giovanni De Simone che risale presumibilmente alla prima metà del XVIII secolo 17. Per quasi una quindicina d anni, dal 1729 al 1743, Giovanni e poi suo figlio Filippo si impegnarono tenacemente nell acquisto di terreni e nell ottenimento di permessi comunali volti alla realizzazione di uno slargo adeguato davanti al palazzo 18. Tra i più determinanti permessi ottenuti da Giovanni è, nel 1729, l acquisizione di uno spicchio del giardino di Santa Sofia a ridosso della stretta stradina adiacente al palazzo e del relativo permesso di edificare con un altezza maggiore della casa confinante di proprietà della medesima Santa Sofia, casa del parroco Bartolomeo Impronta. Dall atto notarile risulta che «possedendo Don Giovanni in questa città nel distretto della Parrocchia di San Salvatore, una casa palaziata la quale ha il prospetto nella strada, che sebbene pubblica, pure è molto angusta, non meno per lo miglior commodo della medesima, che per lo maggiore suo ornamento terrebbe bisogno di farvi uno spiazzo à lungo à lungo la sua facciata, e per ciò fare gli bisognerebbe porzione del giardino della Can.ca di S. Sofia, posto dirimpetto alla casa suddetta. ( ) Più li suddetti Padre Abbate e Padri danno facoltà al detto Sig. De Simone che in una porzione del suddetto Largo possa edificarvi passando l altezza delle Case di detta Can.ca che tengono a censo li suddetti Impronta e Pavone, ed infine danno facoltà al medesimo Sig.D.Giovanni d appoggiare la fabrica nuova alle suddette Case d Impronta e vice versa il presente de Simone dà facoltà alla suddetta Can.ca anche senza pagamento di appoggiare nella nuova fabbrica, che si farà, volendoci far casette nel restante giardino, e ciò s intende nel muro divisorio, che farà il presente de Simone fra il giardino e detto edificio delle stanze nuove che dallo medesimo si faranno sopra il detto muro del predetto» 19. All atto è allegata una planimetria dell area dell orto assegnato a Giovanni De Simone per realizzare il largo dinanzi al palazzo. Nella planimetria, redatta dall Agrimensore D. Mattia Riccio, sono individuati i confini dell area dell orto sito nella contrada detta Lo Trescene e dell estensione di tomolo uno, e misura cinque, dal quale se ne distacca una porzione di 7 misure e passatelli 7 e ½ che per ordine Pontificio viene assegnato in uso al De Simone. Dieci anni dopo, nel 1739, lo stesso Bartolomeo Impronta, proprietario della casa confinante con l orto, congiuntamente con Giovanni Pavone, rilascia, il consenso e il beneplacito per l edificazione di una nuova ala del palazzo, e il prolungamento della facciata 20. Questi interventi di ampliamento ed abbellimento saranno tra i più significativi della storia del palazzo De Simone, perchè conferiranno alla struttura quell aspetto tardobarocco dovuto all intervento di Raguzzini 21. Purtroppo, a causa della distruzione di intere raccolte di materiale archivistico, non risultano documenti che attribuiscano inequivocabilmente il progetto a Raguzzini. Chiamato a Benevento per volere dell arcivescovo Vincenzo Maria Orsini per contribuire alla ricostruzione della città Raguzzini, architetto napoletano di cui è celebre l intervento per la sistemazione scenografica della piazza di Sant Ignazio a Roma, è ritenuto tra i più originali architetti del Settecento. Per Mario Rotili infatti Raguzzini si caratterizza «per la fresca inventiva che rivelano le sue opere e per il suo linguaggio architettonico agile e spiritoso, appare come l originale iniziatore del roccocò romano e perciò, indubbiamente, come uno degli architetti italiani del Settecento più significativi» 22. Lo storico beneventano, infatti, suppone che la corrente tardo-barocca, affermatasi a Roma nel terzo decennio del Settecento, nasca proprio dalla visione raguzziniana e non, come più comunemente si ritiene, dall arte di Francesco Borromini ( ). Proseguendo con l analisi cronologica delle trasformazioni riguardanti Palazzo De Simone, risale all anno 1740 l approvazione dei Consoli di Benevento della richiesta, risalente al 1729, di utilizzare la «via pubblica [contigua al lato lungo del palazzo, via Mario La Vipera] alquanto stretta ( ) ritrovata larga palmi 12, e tortuosa ( ) che corrisponde alla via pubblica vicino alla Porta del Castello per la quale cosa detto Sig.re Don Giovanni De Simone qui presente nella faccia del luogo ha designato a questi Ill.mi Consoli volersi servire della detta strada pubblica per mettere in semetria il suo Palazzo, incominciando a servirsi della medesima strada dal principio del suo edificio fino a canne diciotto di lunghezza sopra ed all incontro comprarsi parte del giardino della Canonica di Santa Sofia, ed in quella parte formare una nuova strada il tutto a sue proprie spese, la quale nuova strada non fosse minore di palmi dodici come è questa presentemente, la quale cosa viene a risultare un utile ed ornamento

14 di questo pubblico; primo perché questo nuovo edificio, che dovrà da lui farsi con servirsi della presente strada pubblica viene ad esser situato con buona geometria e per linea retta; secondo, perché la strada, che conduce alla porta di Castello, ove presentemente è tortuosa, e che non corrisponde al suo principio, facendosi nel modo da lui designato viene anche ad avere la sua semetria per linea retta; terzo che ove presentemente la strada è stretta larga non più di dodici palmi detto Sig.re D. Giovanni De Simone s offerisce farla maggiore di detta larghezza; quali cose essendo state ben vedute, osservate e riconosciute attentamente dalli detti Ill.mi Sig.ri Consoli comunemente hanno giudicato e stimato esservi il pubblico utile, et ornamento concedere al detto Sig. D. Giovanni De Simone la presente via pubblica nella lunghezza di canne diciotto verso sopra, incominciando dal nuovo edificio, incominciato in quanto alle fondamenta, purchè la nuova strada, come ha designata detto Sig.re D. Giovanni De Simone il tutto si faccia a sue proprie spese, e la larghezza non sia minore di palmi dodici, e non altrimenti, ne in altro modo» 23. Dopo un anno questa stessa concessione venne riconfermata arricchendosi dell autorizzazione di poter prendere qualsiasi provvedimento legale contro la Canonica di Santa Sofia qualora questa ostacolasse i lavori e la vendita del sito in questione, assicurando quindi che l ambizioso progetto potesse venire perfettamente eseguito: la disagevole stradina che soffocava l edificio cessò di essere un limite al progetto che prevedeva il prolungamento della facciata. Un altro interessante ritrovamento archivistico risale al 1741 e riguarda una perizia dell architetto Gaetano Zoppoli, unitamente ad altre maestranze e muratori, per uno dei muri che circonda l orto di Santa Sofia, cascato «per la sua fracitume e vecchiaia» 24. Tutte le maestranze sono riunite presumibilmente per i lavori di Palazzo De Simone. Definito come ingegnere della città, Gaetano Zoppoli rappresentò una figura di notevole riguardo nel territorio beneventano, continuamente presente nella realizzazione delle più importanti opere architettoniche. L ipotesi che egli stesso abbia diretto e coordinato i lavori per l esecuzione del progetto di Raguzzini è avvalorata dalla comprovata attività di Zoppoli di condurre e dirigere i lavori per la realizzazione anche di altri progetti di Raguzzini sul territorio sannita, così come per la Basilica di San Bartolomeo e la Collegiata di Pietradefusi. Proseguendo tra le fonti archivistiche che scandiscono la storia del palazzo emergono quattro disegni che mostrano i temi della questione tra Giovanni De Simone e la Chiesa di Santa Sofia che riguardano la vendita dello spicchio dell orto con la strada ad essa tangente, il nuovo e il vecchio percorso della stradina pubblica, l ampliamento di Palazzo De Simone 25. Attraverso un atto del 1743 che definisce la vendita e la stima dell orto possiamo dedurre che una parte dei lavori sulla struttura del palazzo fossero conclusi. Nell atto si legge: «Asseriscono esse parti: come la detta canonica, ò sia Monastero di S.Sophia avere, tenere, e possedere un Orto, sito e posto dentro questa città, aderente dalla parte di dietro del Monastero suddetto; che si è tenuto e si tiene per uso di affitto: confinato colli beni del Duca di Castelpoto, via publica, e col largo, ò sia spiazzo del Palazzo del detto Sig.re Giovanni de Simone; qual orto prima si trovava tutto murato; recentemente però parte di detto muro per esser di mala qualità e assai antico, si ritrovava cascato a terra, e parte sta cadente, come ocularmente si vede. Ed avendo il detto Sig. D. Giovanni ampliato in nuova forma il detto suo Palazzo, e tenendo bisogno di altro sito per terminarlo, altrimenti resterebbe imperfetto, e recarebbe disformità alla città, detto Sig. D.Giovanni diede pertanto supplica a questa Illustrissima Comunità, affinchè l avesse conceduto il sito di detta via pubblica, ch è fra il detto Palazzo e l orto suddetto; e considerandosi, che la perfezione di detto Palazzo sarebbe di ornamento alla medesima Città, precedente licenza della Santa Congregazione del Buon Governo di Roma, condiscese la suddetta Comunità à concederlo il sito di detta via, colla condizione però, che avesse dovuto il detto Sig. D. Giovanni trasportare la via suddetta per dentro il dett orto dell accennato Monastero di S. Sofia, mediante compra da fare ( ). Come il detto Sig.re D.Giovanni a fine di potere trasportare detta via, e ridurre a perfezione il detto suo Palazzo, e servirsi di tutto quel sito, che li bisogna, richiese il detto Padre Abbate Lepore, e Canonici dell accennato monastero, affinchè si fussero compiuto di vederli a stima de Periti quella porzione di detto Orto che li necessitava, importante una misura, e due terzi incirca, e conoscendo il medesimo P. Abbate, e Canonici esser la domanda suddetta equa, e giusta, ne diedero pertanto il loro consenso. E fattasi stimare ed apprezzare detta porzione d Orto alienanda, fu valutata ducati

15 ventiquattro, ciò però nonostante il detto Sig.re D. Giovanni de Simone, si offerì 26 Nel 1759 segue l acquisto dii «una «u casa sita nella Parrocchia di questa ta ci città di quattro pagarli ducati venticinque». membri due membri terreni, e d due solariati con scala di pietra, larga palm palmi trentasei e In realtà era prevista nel progetto, oltre l ampliamento del palazzo, anche la lunga palmi diciotto, e cortile, ile, o sia orticello, due sua capacità mezzo zo qu quarto in circa, realizzazione di una chiesa gentilizia, che fu però realizzata solamente in un secondo con pergole, un albero di fico, ico, et alberi di nocelle»28, confinante con on la proprietà De momento. Il nuovo aspetto dell edificio e l asseto dello slargo si deve comunque Simone che verrà utilizzata ta n nell edificazione della chiesa come doc documentato in soprattutto a Giovanni De Simone, il cui figlio Filippo successivamente concluderà i seguito in un atto del notaio io Ga Gaetano Nardoneo del 1829 nel quale «par «pare che la casa lavori secondo la volontà del padre che desiderava ardentemente la conclusione della suddetta sia inserita una porzio orzione nella Chiesa fatta da esso Sig.Marc Marchese, ed una chiesa in linea con il progetto originale. porzione nel largo avanti la me medesima, per essere stato impossibile ind individuarla, non Nel 1756 Filippo acquista la casa tenuta in enfiteusi da Angela Intorcia, vedova di esistendo i confini nell istrumen umento di concessione e in quello di riconn connessione; esso Bartolomeo Impronta, per demolirla e «per allargare lo spiazzo davanti il suo Sig.Marchese nel caso che dett detta casa sia in detta Chiesa si obbliga a ma mantenere nello 27 palazzo». stato attuale la Chiesa detta a sen senza che venga in minima parte deteriorat iorata»29. Contemporaneamente ai lavori che vedevano al centro della questione lo slargo Nel 1774 fra i possedimenti di Filippo è menzionata una «Casa Palazia alaziata di propria dinanzi il palazzo e il prolungamento della facciata, continuavano anche all interno abitazione restaurata, abbellita llita e ampliata da Don Giovanni De Simone one con la spesa lavori di abbellimento. di più di migliaia di ducati». Risale infatti al 1757 la datazione della fontana in pietra calcarea addossata al muro E con Filippo che l illustre famig famiglia ottiene, da Pio VI nel 1781, il titolo tolo n nobiliare sulla del cortile interno: l acqua, che sgorga da una testa di marmo appoggiata alla parete tenuta dei Corvacchini, facendo endo di Filippo il primo Marchese della famigl miglia. verticale, si riversa prima in una piccola vasca per traboccare poi in una vasca più Attraverso l accurata planimetria etria di Benevento redatta da Saverio Casse asselli nel 1781 si grande appoggiata su di un rialzo a terra. Gli elementi scultorei della fontana sono un riconosce perfettamente il pal palazzo, cos come si nota che la chiesa esa n non è ancora richiamo allo stemma della famiglia De Simone: pini, serpi e rose. stata costruita. Fontana nel cortile di Palazzo De Simone. Topogra ografia della Pontificia tificia città di Beneven evento, Saverio Casselli, selli, 1781

16 I lavori della chiesa risultano già avviati nel 1791 da Filippo De Simone come si evince dall atto che accorda Filippo De Simone con i coniugi Augustino Varricchio e Andreina Impronta per la cessione di un immobile, confinante con il palazzo. Nell atto è riportato che «Asseriscono ambe esse parti spontaneamente avanti di Noi, come ritrovandosi al presente esso Sig.r Marchese costruendo una nuova Chiesa accanto al suddetto suo Palazzo nella detta Parrocchia del SS.mo Salvatore Porta Somma per maggior commodo della sua famiglia ha bisogno di più spiazzo, e possedendo i suddetti coniugi il dominio di una casa posta nel recinto ed accosto alla suddetta incominciata Chiesa consistente in una stanza sottana, un altra soprana, ed un piccolo suolo di diretto dominio della insigne Canonica di Santa Sofia di questa città paga annuo canone di grana novantacinque, sono perciò venuti alla presente convenzione, cioè essi coniugi di vendere liberamente e perpetuamente alienata l utile dominio della suddetta casa, e suolo al Sig.r Marchese per quel prezzo che sarà valutato da due Periti comunemente eligendi e all incontro detto Sig.r Marchese di comprarselo ed apprezzo, come sopra, e di pagarli il prezzo che sarà stimato, e che detti coniugi a loro spese dovettero impetrare l assenso della suddetta Canonica padrona diretta con pagare la dovuta quartina e volendo esse parti su di tal convenzione vicendevolmente cautelarsi, che però oggi suddetto giorno essi coniugi Varricchio ed Impronta, promettono e si obbligano di vendere liberamente e perpetuamente alienare al menzionato Sig.r Marchese l intero dominio della suddetta casa per qual prezzo che sarà valutato come sopra da Periti e pagare altrasi ad essi coniugi in moneta d argento ( ). [Nell atto si procede con un ulteriore accordo tra] Francesco Antonio Verdino di S. Leucio Castello compreso in questo contado di Benevento, il quale non per forza, o dolo alcuno, ma di sua libera e spontanea volontà promette, e si obbliga a dare, e consegnare a sua Ecc.a il Sig.r D. Filippo de Simone dell ordine de Patrizj di questa città di Benevento Marchese de Corvacchini, e Colonnello di queste Pontificie Milizje presente accettante e stipulante, qui in Benevento nel di lui Palazzo tutta quella quantità di tufi bianchi di buona qualità e di misura, secondo si costuma che occorreranno al predetto Sig.r Marchese nella fabrica della nuova Chiesa, che stà costruendo accosto il suo Palazzo, con far la numerazione, a consegna de medesimi settimana per settimana, con principiare fare la prima consegna da oggi avanti, e così continuare fino a che avrà esso Sig. Marchese terminata la Chiesa suddetta, e questo al convenuto prezzo di carlini ventidue per ciascun migliaro di questi tufi, senza però numerare i tufarelli, i quali dovranno andare senza pagamento, perché così si sono esse parti convenute. Ed all incontro il menzionato Sig.r Marchese promette e s obbliga pagare al detto Verdino presente l importo de tufi sud.i alla ragione, come sopra di carlini ventidue per ciascun migliaro di essi col prezzo di tanta quantità di grano, grano d india, ad elezione di esso Verdino e per parte de tufi sud.i detto Francesco Antonio confessa e dichiara di aver avuto e ricevuto dal riferito Sig.r Marchese un tomolo di grano, un altro di grano d india e carline dieci di denaro contante, ed altri carlini quattro anche di moneta d argento per la fida di quattro bestie che dovranno trasportare detti tufi» 30. Filippo era così animato dal desiderio di ultimare la Chiesa che nel 1792 rilasciò un testamento nel quale dichiara: «avendo sempre io desiderato sommamente di erigere un Oratorio publico aderente a questa Casa mia Abitazione per la gloria di Dio insieme, e per una maggiore comodità della mia Famiglia non meno che dei Cittadini; pure non essendomi riuscito negli anni più verdi, e freschi di mia vita soddisfare tal mio ardentissimo desiderio diretto al maggior culto del Signore, finalmente ora attempato mi son risoluto gettar le fondamenta, alzar le mura, e pareti della Chiesa, e ridurre pressocchè a qualche termine e fine un opera tanto pia ch e tutta Ecclesiastica. Ma poiché siccome quanto è certa la morte altrettanto si scorge incerta l ora che viene; perciò Dio volendo e costituendo prevenirmi con la morte, sicchè l opera restasse imperfetta, in tal preciso caso voglio, ordino e comando, che il mio Cadavere secondo che ho disposto al di sopra, sia portato nella sovraccennata Cappella Gentilizia della mia famiglia sita nella Chiesa de PP. Domenicani di questa città. Ma con legge e condizione espressa, che ivi il mio corpo debba stare, come in luogo di deposito e dei Padri del Convento Suddetto, e coll obbligo d averlo a consegnare, e restituire ad ogni richiesta del mio erede ( ). Che però ordino e comando, che il mio erede debba fra il termine di anni cinque da numerarsi dal giorno della mia seguita morte, debba dico fare che il detto Oratorio e Chiesa sia interamente compiuto ( ). E con preciso ordine al mio secondogenito, o in mancanza al terzogenito, e così a chiunque de miei figliuoli, che il mio erede non eseguendo, o procrastinando questa mia unica e precisa volontà, prima degli anni

17 cinque preventivamente e temporaneamente possa, e debba interpellarlo, ed in ogni modo costringerlo al finale compimento» 31. Il successore di Filippo fu suo nipote Oratore che nel 1817 riprese i lavori della chiesa, che tanti anni di incuria l avevano mal ridotta destinandola ad uno stato di abbandono, tanto che per il ripristino dei lavori fu necessaria un ingente somma di denaro chiesta con un prestito regolato da un atto redatto dal notaio Francesco Antonio D Aversa il quale ricorda che «il fù Marchese Filippo de Simone suo avo ingiunto a suoi eredi l obbligo di terminare una Chiesa incominciata, contingua al Palazzo, e minacciando questa un imminente rovina, per esser stata nel corso di tanti anni trascurata; volendo pertanto il Marchese Oratore evitare un maggior male e togliersi ogni scrupolo di coscienza, brama di riattarla, ed adempire all avito Precetto, ma per riuscire a tutti li divisati impegni, rappresentano tanto il Marchese ricorrente di età ancor minore, quanto il marchese Giuseppe Pacca suo suocero, ed amministratore del patrimonio de Simone, essere indispensabili la somma di Ducati cinquemila» 32. I lavori seguirono la linea dell originale progetto raguzziniano, che conferirono alla chiesa un aspetto settecentesco: la facciata a doppio campanile, l ingresso incorniciato con due coppie di lesene che sorreggono la trabeazione la quale si interrompe nel mezzo, in prossimità del portale d ingresso e della finestra che trova spazio nel timpano curvilineo. Terminati i lavori anche sull ala occidentale, il palazzo acquistò finalmente l aspetto di quella nobile residenza ideata da Raguzzini quasi un secolo prima. Una ricca e sensibile descrizione di quello che divenne il palazzo viene resa da Mario Rotili nel suo libro dedicato a Raguzzini: «col suo prospetto ad angolo retto, il palazzetto offrì all architetto - per quel che si desume dalle fotografie che lo ricordano - la possibilità di creare una di quelle deliziose costruzioni borghesi settecentesche così piene di grazia nella loro intimità e così suggestive nel loro completo ambientamento che purtroppo appaiono in tutta la loro fresca bellezza solo quando su di esse si abbatte il piccone demolitore. Le due facciate divise in scomparti regolari da lesene e da fasce marcapiano appena profilate, culminavano con un cornicione frastagliato tipicamente raguzziniano e se il primo ordine, semplicissimo, presentava solo, al centro di ogni riquadro, un occhio finemente delineato da una cornice di stucco, il secondo era decorato più riccamente, ma senza eccessi, con un sano equilibrio tra gli elementi plastici e quelli lineari. Difatti, al capriccioso disegno degli ornati dei balconi, delle finestre e dei bizzarri occhi che davano luce alla soffitta, facevano riscontro grotteschi busti inseriti in ognuno di questi e pittoreschi medaglioni di stucco posti a riempire, ora con lo stemma gentilizio ed ora con volti di paffuti puttini, i sottarchi degli inflessi ed arricciati frontoni delle finestre stesse. E se questi elementi movimentavano la parte superiore della facciata, la parte centrale era ravvivata dai panciuti balconi di ferro che si alternavano armonicamente con i prospetti rigonfi delle finestre, certamente suggeriti dagli ondulati basamenti Foto del Palazzo De Simone, prospetto con Chiesa, primi anni del XX secolo. Archivio fotografico, Museo Del Sannio. Foto del Palazzo De Simone, prospetto con Chiesa, primi anni del XX secolo. Archivio fotografico, Museo Del Sannio

18 degli altari e realizzati dall architetto con sobrietà suggestiva e promettente. Non è difficile, infatti, riscontrare poi nelle successive opere romane del Raguzzini gli sviluppi di questi motivi ( ). Quello che invece e purtroppo, non ritroveremo più, è il motivo dei busti inseriti negli occhi in alto, motivo che realizza effetti chiaroscurali veramente felici e che fu creazione originale dell architetto ( )» 33. Un idea dell atmosfera che si doveva respirare in questo sontuosa residenza ci viene data anche dallo storico Salvatore De Lucia, il quale interessandosi alla storia del Palazzo e di riflesso incuriosito dalla nobile famiglia ne tramanda le sue conoscenze all interno del suo libro Passeggiate Beneventane: «Questo palazzo secentesco ( ), già dei De Simone, era celebre per i ricevimenti fastosi; ed i suoi appartamenti splendevano per lumi e per artistico mobilio. Ricchi, di abitudini galanti, dediti qui alla caccia, e a Napoli o a Roma a tutte le bizzarrie del lusso, i De Simone sovente ospitavano in questa loro casa gli amici perseguitati dalla polizia borbonica, come, più tardi, il marchese Giovanni offrì magnifica ospitalità all ultimo Delegato Apostolico mons. Eduardo Agnelli (durante quel breve periodo turbinoso il Palazzo De Simone godeva della immunità), prima di allontanarsi definitivamente, concedendogli anche la propria carrozza pel viaggio» 34. De Lucia ricorda Gennaro De Simone il quale sostenne innanzi alla Corte di Roma il diritto della città di Benevento di eleggersi il Pro-Governatore, che venne concesso nel 1745, da Benedetto XVI. Questo potere venne attuato dal nipote iniziando a far parte di un Governo che era l emanazione del volere popolare ribaltando i vecchi sistemi governativi. Nel 1823 la conformazione della piazza caratteristica per il suo spicchio mancante dell orto di Santa Sofia è resa dalla la Pianta Pontificia e dalla pianta di Mazzarini dove compare anche la struttura architettonica della Chiesa. Nel decennio successivo, a cavallo tra i due secoli, sono registrati degli atti che rivelano che il periodo di splendore della illustre famiglia dei marchesi andava concludendosi: nel 1893 con un atto del notaio Stefano Capilongo un ala del palazzo è ceduta alla Marchesa Carmela Orsolupo; nell atto è riportata una descrizione della porzione di palazzo: «ha un fronte che ha principio da Vico Niccolò Franco, e gira fino a comprendere il secondo vano di finestra che resta a sinistra del portone d ingresso principale. Lo stesso confina con la Piazza De Simone, con i muri partimentali della scala principale e della sala d ingresso al piano superiore, con un cortile scoverto, con giardino, con case tenute da Cosimo Caputo, e col Vico Niccolò Franco. Oltre di che si è aggiunto un quartino al secondo piano che guarda nel giardino che si trova sovrapposto all altra porzione del Palazzo. Comprende: il pian terreno, 5 ampi sottani, 2 dietro sottani oscuri, il portone con gradinata di accesso al piano superiore, con cortile scoverto con ingresso al Vico Niccolò Franco; nel piano superiore comprende 8 ampie stanze, un salone col balconi che riescono nel giardino, due cucine, due retri e vari corridoi di disimpegno; nel secondo piano comprende 4 stanze e 1 loggia scoperta. Inoltre comprende la Cappella gentilizia, ancora il diritto di attingere l acqua nel cortile principale il diritto di passaggio per la scala principale, il diritto di tenere aperti i 2 vani di balcone che sono nel salone oggi tenuto dalle Monache Battistine, i quali riescono nel giardino» 35. Nel 1904 la pubblicazione del bando di vendita dell intero palazzo ela sua descrizione: «Palazzo posto alla parte orientale della città di Bn, confinante ad oriente con la via di circonvallazione, a ponente con Largo De Simone, a settentrione con la via Manfredi, e a Mezzodì col fabbricato del Sig. Ferrannini già De Simone, composto di 2 vani, e dei 2 quartini al primo piano, composto quello a destra del ballatoio, di 9 stanze oltre la cucina, dispensa, 3 stanzini e piccolo giardino; quello a sinistra del detto ballatoio, di 13 stanze e loggia scoverta con vani di luce prospicienti sul Largo De Simone, sull atrio e sul pomerio della città». Nel 1904 l intero palazzo e lo slargo già intitolato ai De Simone sono venduti ad Alessandro Maria Grillon che si impegna ad estinguere il mancato pagamento per l ipoteca che gravava sul palazzo e ad offrire vitalizio a Onofrio De Simone e sua moglie. Anche in questo caso gli atti di vendita si completano di una ampia descrizione della restante parte non ipotecata dell immobile: «Sottano al quale si accede per vano sito a sinistra entrando nell androne del portone. Detto sottano è sottoposto alla prima finestra a sinistra del portone, ed al medesimo sono aggiunti in continuazione un altro sottano sottostante alla seconda finestra ed un dietrosottano oscuro, l uno e l altro pur compresi nella seguente cessione. I seguenti sottani che hanno l entrata nel cortile stesso, cioè: 4 sottani in continuazione con l ingresso a sinistra entrando dal cortile, dei quali sottani il 1 è separato dagli altri con muro finto, e gli altri 3 sono messi in continuazione mercè grandi archi. Detti sottani hanni

19 2 finestre nel cortile stesso, e un altra sulla via del Pomerio. Nonché un altro sottano attiguo al secondo dei sottani or ora descritti, e nel quale sporge mercè finestra a cancella avendo pure altra finestra sul piccolo cortile interno scoverto appartenente alla Marchesa Orsolupo. Piccolo sottano ove si accede a sinistra del vano d ingresso del quartino attualmente abitato dal Sig.Domenico Perrillo, quale sottano ha una finestra sul cortile e un altra sulla via del Pomerio. Grande sottano che ha doppio ingresso, uno a destra entrando nell androne del portone, l altro su Largo De Simone a destra del portone stesso. Questo ingresso è segnato dal n.civ.60, ed il sottano che risulta di 4 vani comunicanti tra loro mercè pilastro ha 2 finestre, una sul largo e l altra sul cortile. Tre sottani attaccati al Palazzo De Simone e siti alla via Manfredi, già la Vipera distinti coi n civ.54,56,58. Detti sottani confinano col Palazzo De Simone, via Manfredi e la vinella. Il giardino grande del Palazzo De Simone sito a livello del primo piano nobile fiancheggiato da proprietà della Marchesa Orsolupo da due lati, e con esposizione aperta a levante. Al lato del detto giardino è il torrione al quale è sottoposto un sottano che pure si cede con ingresso al vico Torrione con pozzo d acqua piovana ed altri accessori» 36. Grillon chiese il permesso alle entità comunali di poter recintare lo slargo antistante il palazzo per poterne ricavare un giardino. Il comune respinse questa richiesta imponendo, inoltre, un diritto di proprietà sulla piazza imputando ai proprietari di averlo abbandonato per un periodo superiore ai trenta anni, dal 1814 al A completare lo studio rivolto alla famiglia De Simone è l incrementazione dell albero genealogico della nobile famiglia grazie alle informazioni attinte dall atto notarile del 1856 sopracitato conservato all Archivio di Stato di Benevento e che finora non risulta menzionato in nessuna delle ricerche redatte da altri studiosi da me analizzate. Nell atto figurano tra le parti presenti moti dei membri dell illustre famiglia e ne viene menzionata la memoria di altri; attraverso la lettura del documento mi è stato possibile, estrapolare le informazioni utili per completare l albero genealogico della famiglia partendo da uno schema redatto da Lamberto Ingaldi in Il Feudo dei Marchesi de Simone e la chiesetta di Santa Rosa. ALBERO GENEALOGICO DELLA FAMIGLIA DE SIMONE OLIVIERO DE SIMON (1266) OLDERICO OLIVIERO GIOVANNI RINALDO capostipite ramo capostipite ramo capostipite ramo mazzarese trapanese palermitano ORLANDO GIOVANNI OLIVIERO RINALDO GIOVANNI GIROLAMO Sposa Eleonora Filacin nobile trapanese Sposa Perna di Ferro nobile trapanese GIOVAN NICOLA -portano la famiglia a Napoli- OLIVIERO RINALDO Sposa Angela Calenda nob. Napoletana NICOLA OLIVIERO (VINCENZO) Sposa Ippolita Gargano si stabilisce a benevento GIOVANNI m.1643 NICOLA comprando il Palazzo Sposa Camilla Colella di Rieti sposa Ippolita Maurone nob. Beneventana FRANCESCO Sposa Diana Tricarlenio NICOLA Sacerdote VINCENZO sposa Vittoria Panella GIOVANNI sposa Anna dell Aquila del Baroni di Ginestra DOMENICO BENEDETTO GENNARO 1714 FRANCESCO 1716 FILIPPO Marchese Senior Cardinale sposa Vincenza Capece Scondito nob.napoletana NICOLAm.1805 GIOVANNI FRANCESCO DOMENICO1768 VINCENZO senza figli maschi sposa Emanuela Marchesi della rosa sacerdote prete ORATORE FILIPPO 1797 MADDALENA GIUSEPPA GIOVANNA NICOLA sposa Marianna Pacca sposa Rosaria Orsolupo dei Marchesi di Matrice nob.beneventana CRISTINA MARIANNINA EMANUELE GIOVANNI GIUSEPPE Sposa M.Agnese Quiroga Nob.spagnola ONOFRIO 1848 FILIPPO sposa Lucrezia dei Conti Capasso delle Pastene Sposa D.Carmela Orsolupo ALESSANDRO sposa D.Maria Caolina di Somma del Principi del Colle e Marchesi di Circello MARIO 1932 FABIO 1935 GUGLIELMO 1938

20 Note bibliografiche 1 A.Zazo, L Obituarium Sancti Spiritus della Biblioteca Capitolare di Benevento, Napoli, Decreta a Reverendis Dom. Petro Lunelloepiscopo Cajetano apost. Visitatore urbis, ac diocesis confecta, et ad archiepiscopum de Palumbaria directa, in V. M. Orsini, Synodicon s.beneventanensis ecclesiae, Beneventi 1695, p Benevento 354 f.18v «sta in forma di Chiesa ma diruta». 4 C.Lepore, Monasticon Beneventanum in Studi Beneventani, vol 6, Ass.ne Istorica Beneventana, 1995, pag Ivi, p.49 6 ASB (Archivio Statale di Benevento) Fondo Notai Antichi, notaio Giuseppe Pompeo, 1674, prot 2475, f 650, riportato in D.Stroffolino, Benevento città d autore, Filippo Raguzzini e l architettura nel XVIII secolo, Electa Napoli, Napoli M. Rotili, L arte del Sannio, Benevento, 1952, p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Pier Paolo D Auria, 1686, prot 2897, f 115, riportato in D.Stroffolino, op cit, p M.Rotili, Raguzzini e il Rococò romano, p Ivi, p V.Vari, Benevento, funzioni urbane e trasformazioni territoriali tra XI e XX secolo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli V.Vari, I terremoti di Benevento e le loro cause, Edizioni Scientifiche Italiane, Benevento ASB Fondo Notai Antichi, notaio Ignazio D Auria, 1711, prot 4083, f 171, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB Fondo Notai Antichi, notaio Pier Paolo D Auria, 1717, prot 2939, f ASB, Fondo Notai antichi, notaio Giovanni Palumbo, 1722, prot 4928, f 85, riportato in D.Stroffolino, op.cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Giovanni Palumbo, 1726, prot 4931, f 7, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB, notaio Francesco Baccari, 1857, prot.44, f D. Stroffolino, op.cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Ignazio D Auria, 1729, prot 4102, f 2188, riportato in D.Stroffolino, op.cit, p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Ignazio D Auria, 1739, prot 4943, f 799, riportato in D.Stroffolino, op. cit, p M.Rotili, op.cit, p Ivi, p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Nicola Bruno, 1740, prot 5642, f 56-65, riportato in D.Stroffolino, op.cit, p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Giovanni Battista Faenza, 1740, prot 4412, f.637, riportato in D.Stroffolino, op.cit. p Archivio Provincia Romana dei Fratelli delle Scuole Cristiane, Comunità Centrale di Roma, fondo Benevento, fasc Processo Società Anonima di Beni Stabili con Sede in Metz contro il Comune di Benevento, documentazione estratta in D.Stroffolino, op cit. 26 ASB, Fondo Notai antichi, notaio Giovanni Palumbo, 1743, prot 4974, f , riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Nicola Fiorenza, 1756, prot 7745, f 18, riportato in D.Stroffolino, op.cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Nicola Fiorenza, 1759, prot 7747, f 156, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Gaetano Nardoneo, 1829, prot 15047, f 507, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Tommaso Bruno, 1791, prot 9820, f 55-62, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Tommaso Bruno, 1791, prot 9820, f 55-62, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p ASB, Fondo Notai antichi, notaio Tommaso Bruno, 1791, prot 9820, f 55-62, riportato in D.Stroffolino, op. cit., p M.Rotili, op.cit., p S.De Lucia, Passeggiate beneventane, G.Ricolo Editore, Benevento 1983, p ANB, notaio Nicola Bruno, 1893, prot.2305, f.466, riportato in D.Stroffolino, op.cit.,p ANB, notaio Nicola Bruno, 1893, prot.2305, f.466. riportato in D.Stroffolino, op.cit.,p.53.

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