Direttore responsabile: Mario Marchi Testata depositata al tribunale di Milano in attesa di registrazione Editore: Biancarosa Onlus

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1 Direttore responsabile: Mario Marchi Testata depositata al tribunale di Milano in attesa di registrazione Editore: Biancarosa Onlus Chi potrebbe raccontare, chi dovrebbe ascoltare Ci sono storie che rimangono chiuse nel cassetto del dolore intimo, personale. Si sa, si sospetta che esistano, ma si accetta che non vengano mai raccontate per rispetto verso il sicuro dolore. Ma poi ci sono regole, parametri, norme che si nel migliore dei casi si sforzano, nel peggiore si piccano di essere giuste. E nella loro giustizia universali. Capiamoci: la missione di chi deve produrle è difficile e carica di responsabilità. Per questo va rispettata, se perseguita onestamente. Ma spesso si ha il sospetto che qualcosa manchi. Capita in genere quando le regole, le norme stridono spaventosamente a confronto delle storie private. Quasi si sente il rumore delle due realtà che appena si toccano fanno scintille. Leggi per quanto auspicate ed evolute che mostrano debolezze davanti ai casi concreti. Serviva nel nostro paese qualcosa che andasse a colpire il reati persecutori. Avere una legge specifica è di sicuro un bel passo avanti verso la civiltà del diritto. Ma a volte le storie sono altro. tanto da indurre anche la persona piu' sensibile, attenta, fiera a rifugiarsi altrove, nel dolore. Al di fuori dalle possibilità che la legge offre.

2 Ci sono materie spaventosamente complicate come l'adozione. Leggi necessariamente complesse che devono formare un muro contro l'infelicità di bambini e potenziali genitori. Eppure qualche mattone in quel muro manca sempre. E a volta pare mancare nei punti cardine. E ancora una volta dai vuoti lasciati passa un vento gelido di sofferenza. Ecco, questa volta parliamo di leggi, ma soprattutto di storie. E scegliamo di farcele arrivare nel profondo, fino forse- a farci capire quanto grandi nell'intento, ma mediocri nel risultato possano essere gli sforzi di creare regole, norme, se non si sa ascoltare. Se non si da modo di raccontare. Mario Marchi adozioni internazionali tante aspettative, poche garanzie il divieto di scegliere un bambino e quel che ancora manca per un percorso giusto. "Il giudice oltre ad escludere la legittimità delle limitazioni poste dai richiedenti alla disponibilità all'adozione in funzione dell'etnia del minore, dovrà porsi il problema della compatibilità della relativa indicazione con la configurabilità di una generale idoneità all'adozione" una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell'adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria". Con il sostegno psicologico - aggiunge la Suprema Corte - si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere "un bimbo che non sia a propria immagine" Sono passaggi della sentenza con la quale la Corte di Cassazione si è espressa sul caso di una coppia di genitori che avendo scelto di adottare un bambino avevano posto una precisa condizione: che fosse europeo. La Corte come sempre decide su un caso e ne fa giurisprudenza, traccia una via, giuridica e culturale, determina precedenti spesso indispensabili in materie difficili. Chi decide di adottare ha aspettative istintive tutto simili a quella dei genitori naturali: la classica frase l importante è che sia sano già trova poco riscontro nei sogni di una madre o di un padre che si accingono a nove mesi di attesa. Se il figlio è adottato in teoria nemmeno la perfetta salute dovrebbe essere una discriminante. Anzi, la spinta di altruismo, di generosità che sta dietro la scelta comunque coraggiosa, dovrebbe essere ancor più forte davanti a certe difficoltà.

3 Facile capire come non sia cosi. Facile immaginare come anche il genitore adottivo non solo desideri un figlio sano, ma lo faccia oggetto anche i desideri insoddisfatti, di aspettative disattese. La Cassazione ferma la barra in direzione dei diritti del bambino, non di quelli presunti della coppia adulta. Eppure il rischio è di scivolare su un terreno puramente teorico e mettere fuori legge e fuori morale qualcosa di molto reale, anzi di inevitabile. Partiamo dal presupposto che le adozioni ormai sono praticamente solo internazionali: il bassissimo tasso di natalità nel nostro paese esclude di fatto la possibilità di adottare bambini connazionali. Gli enti, le associazioni accreditate preso le autorità italiane, autorizzate insomma a condurre un progetto di adozione internazionale sono attualmente una quarantina. Enti, associazioni, che si sono necessariamente specializzate stringendo rapporti con nazioni in determinate aree geografiche. C è chi cura le adozioni in ex Unione Sovietica, chi in Sudamerica, chi in Africa. Una precisa necessità: stabilire rapporti stretti, di fiducia di collaborazione con governi, strutture pubbliche, autorità giudiziarie, laddove gli istituti accolgono bambini adottabili. Il tutto per poter garantire un percorso il più possibile veloce, sicuro e garantito. Ma ecco chiara la debolezza di quanto stabilito dalla Corte di Cassazione. E sufficiente appoggiarsi ad una associazione invece che ad un altra per poter di fatto scegliere se adottare un bambino di colore, presumibilmente biondo con gli occhi chiari o moro con gli occhi scuri. Certo una contraddizione che andrebbe evitata, magari immaginando una sorta di registro generale della adozioni. Ma forse i problemi veri sono altri. Restano sul piano pratico, ad esempio, adottare una bambino straniero costa. A volte anche molto. Costano i viaggi, i soggiorni, l assistenza legale sul posto Il Brasile stabilisce che ogni soggiorno di coppie straniere interessate ad adottare un bambino, debba durare almeno 40 giorni e sono 40 giorni in cui può capitare di tutto dice l avvocato Gian Ettore Gassani presidente dell Ami, l Associazione Italiana degli Avvocati Matrimonialisti: si presentano intoppi, ostacoli burocratici, veri o presunti malintesi, in quello come in altri paesi. E alla fine la soluzione che viene prospettata per risolvere i problemi è solo una: pagare Le spese legali sul posto però sono inevitabili. Certo, ma qui la domanda è un altra: perché per quello che è un gesto d amore, una volontà di costruire una famiglia manche in soccorso di un bambino solo al mondo non si può immaginare un gratuito patrocinio? L istituto della rappresentanza legale a carico dello stato esiste perfino per i sospettati di crimini di mafia. Basta che dimostrino la nullatenenza e ottengono un legale a carico della collettività. E quasi sempre i tratta di avvocati di alto rango. Limitare certi privilegi spostandoli a favore di chi forse ne ha maggior diritto sarebbe vera giustizia. L attenzione sembra tutta sul fronte dei diritti dei genitori adottivi.

4 Anche le coppia che si accinge a fare questa scelta importante ha precise responsabilità. Spesso, troppo spesso si decide di adottare per salvare un legame matrimoniale in crisi. Non è e non deve essere questa la spinta ideale. Il risultato è che in molti casi le difficoltà, la faticosità del percorso di adozione provocano addirittura la fine della coppia che oltretutto non è preparata ad accogliere un bambino con giusto spirito. Subentra la separazione e il bambino passa da un istituto nel suo paese d origine a una situazione traumatica qui da noi: inizia a passare da una casa all altra, se non addirittura per venir affidato ai servizi sociali. Serve una svolta culturale generale che coinvolga le istituzioni e quindi le procedure, le coppie che decidono di adottare e non da ultimo i giudici: non c è univocità nel modo di valutare le situazioni. Un adozione rifiutata da un tribunale dei minori potrebbe tranquillamente essere accolta da un altro. L adozione è un percorso di responsabilità nei confronti del soggetto debole per eccellenza, il bambino. Le leggi e le persone devono tenerne conto, sempre. Mario Marchi La storia difficile di un adozione Il tempo è il nemico. Il cuore l'alleato Abbiamo presentato la richiesta di adozione nazionale e internazionale con relativi documenti al Tribunale dei minori di Milano e al Tribunale di Brescia nel lontano novembre Dopo un anno di attesa (motivato dalla maternità dell assistente sociale che, unitamente alla psicologa, ci doveva giudicare) abbiamo iniziato l iter burocratico con ben 8 colloqui. A luglio 2003 è stata inviata la nostra relazione firmata dalla psicologa e dall assistente sociale al Tribunale dei Minori di Milano e per conoscenza a quello di Brescia. A settembre siamo stati convocati dal Giudice del Tribunale di Milano perché la relazione era risultata alquanto sibillina (si metteva in dubbio la nostra capacità di farci carico di un bimbo adottivo). Fatto il colloquio a 360 gradi lo stesso Giudice ci rassicurava che portate la sue osservazioni sullo stato reale delle cose alla Commissione giudicante, la stessa ci avrebbe dato l idoneità non solo per un minore

5 ma per più minori. E così il 29 dicembre il sospirato decreto. Eravamo stati considerati idonei ad essere genitori di più bambini. Naturalmente si trattava di adozione internazionale perché di bimbi italiani neanche l ombra. Abbiamo dovuto rifare per due volte tutti i documenti per l adozione nazionale senza essere mai stati presi in considerazione. Nel febbraio 2004 siamo stati convocati da un Giudice del Tribunale di Brescia (l iter burocratico prevede la chiamata di tutti i Tribunali ai quali è pervenuta la richiesta di adozione) che molto carinamente ci ha tolto ogni speranza di adozione nazionale e ci ha consigliato di preoccuparci soprattutto di dare il mandato per quella internazionale a una Associazione seria (cioè che potesse dimostrare il lavoro svolto con altre coppie in tempi ragionevoli) e così dopo aver preso informazioni attraverso incontri di cinque associazioni abbiamo optato per una di Napoli. Una volta avviata la pratica all Associazione, in un primo tempo abbiamo prodotto i documenti per l Ucraina ma ahimè con la guerra civile del la speranza di partire andava sempre più scemando e così abbiamo prodotto i documenti anche per la Federazione Russa. Il 16 marzo del 2006 ci hanno contattato per la partenza. Siamo partiti il 29 marzo per Mosca dove il giorno dopo abbiamo incontrato per la prima volta nostro figlio Jacopo Slava. Da quel momento la nostra vita è cambiata..l abbiamo dovuto lasciare dal 3 aprile 2006 al 30 maggio 2006, poi dal 6 giugno 2006 al 2 luglio 2006 e finalmente siamo arrivati con lui in Italia (dopo la sentenza del tribunale russo, i visti ecc. ecc.) l 8 luglio L iter burocratico non è ancora finito. Dall estate 2006, per due volte l anno, abbiamo incontrato) la psicologa dell Associazione e consegnato foto e questionario debitamente compilato sull andamento dell inserimento in Italia del bambino come disposto dagli accordi internazionali. Il sentimento che ci ha spinto ad adottare è stato quello di volere a tutti costi trasmettere affetto, gioie, conoscenze, esperienze e anche, perché no, cose materiali a un bambino che ha iniziato la vita in modo crudele. Oggi ne siamo coscienti veramente. Non c è giorno che Jacopo non dimostri questo malessere. Ci vuole molto tempo (così ci ha sempre assicurato la nostra psicologa che lo sta seguendo dal giorno del suo arrivo in Italia) e piano piano sarà meno presente. La prima difficoltà è stata la lingua anche se mio figlio, nel giro di due mesi parlava quasi correttamente l italiano. La seconda difficoltà è stata riuscire in breve tempo a trasmettergli sicurezza. La paura dell abbandono è profonda in lui. E un bimbo che è stato lasciato dalla madre alcolizzata a 14 mesi in condizioni sanitarie disastrose. Il padre non lo ha riconosciuto e i parenti non hanno voluto prendersi cura di lui.

6 La terza difficoltà è stata il fargli capire le regole del vivere insieme, dalla necessità di ascoltare i consigli degli adulti, dal non dire sempre no, comportarsi in maniera adeguata a seconda delle circostanze Di ostacoli ce ne sono stati tanti. il continuare a riprodurre documenti in carta bollata, le giornate perse in fila alla Procura della Repubblica, alla Prefettura e all Asl, gli innumerevoli accertamenti diagnostici, l attesa della partenza con l incognita di ritornare in Italia con un bambino sano. Avere avuto in abbinamento un bimbo di sette anni e non di tre anni come promesso dal referente russo dell Associazione. Nonostante tutto questo non abbiamo mai pensato di arrenderci. Il meccanismo delle adozioni internazionali è devastante. Basta pensare a come ci si può sentire dopo aver conosciuto il tuo futuro figlio a doverlo lasciare per ben tre volte in Istituto prima di riuscire a risolvere tutti i problemi burocratici. Il bambino rivive l abbandono. Jacopo dopo cinque mesi che era con noi in mi chiese: Mamma perché non sei venuta a prendermi all orfanotrofio prima? E perché quando sei venuta poi te ne sei andata per due volte? Non eri certa di volermi portare con te? Perché la direttrice dell Istituto mi ha detto che forse non potevi venire più a prendermi? Il genitore adottivo è un genitore con doppia responsabilità perché ha sulle spalle un pesante fardello di problematiche scaturite dal dolore dell abbandono che ogni bimbo adottato ha nel dna. Tutti i bambini sono un incognita sia per i genitori naturali che per quelli adottivi ma il genitore adottivo deve adattarsi maggiormente alle esigenze di queste piccole creature e costruire mano a mano una nuova storia di vita, creare loro le radici, dare certezze, infondere grande amore. Il genitore adottivo deve essere sempre pronto ad affrontare problematiche che partono dal passato. Ogni bimbo ha un suo passato più o meno doloroso ma certamente privo di affetto. Non sono in grado di suggerire meccanismi migliori per l adozione internazionale ma certamente sono in grado di valutare che basterebbe adoperare anche il cuore oltre alle leggi. Il è tempo il peggior nemico di questi bambini. Un giorno, un ora, un minuto in Istituto sono giorni, ore e minuti di infelicità che lasciano segni profondi, forse per sempre. Elisabetta Graziani La storia Una vittima di stalking ci scrive

7 Quell ombra che rimane denunciare è una prova di dignità C è una cosa che ancora fa male: Non l ho denunciato. Per paura. Per evitare di dover dare altre spiegazioni a quei pochi che ancora non sapevano. Per nascondermi. Come se fossi io la colpevole. Non l ho denunciato e lo vivo come una mancanza di coraggio. E brucia. Perché nessuno, nessuno ha il diritto di condizionare così la tua vita. Nemmeno un amore sbagliato. Nemmeno un amore malato. Si deve denunciare, si deve chiedere aiuto. E' una prova di forza. E' un pugno sul tavolo per dire: "Ora basta". E' un rivendicare la propria dignità. Sono riuscita ad allontanarlo ugualmente. Ma sono stata solo fortunata. Ho dovuto farmi violenza. Lavoravamo nello stesso campo. Ho dovuto colpirlo sull attività. Farlo minacciare dai superiori. Ho dovuto informare il mio capo e il suo. Ho dovuto entrare in quegli uffici e raccontare la mia vita. E stato uno sforzo enorme, una costrizione dolorosa. Sono stati loro a imporgli di starmi lontano. Mi hanno aiutato, sì. Ma ho consegnato a loro dettagli della mia vita privata che non avrei mai voluto raccontare. E passato tempo, ma ancora adesso quando qualcuno nomina quel nome mi sale l angoscia. Lo chiamano stalking, per me è stata una prigione. Chi non l ha vissuto, non può capire. Non può immaginare la sensazione di impotenza, la paura, la rabbia, la voglia di scappare. Una storia sbagliata. Con un uomo sbagliato. Messa in piedi senza pensarci troppo, per rimarginare la ferita di una delusione. Poi la consapevolezza. Non è quello che voglio e la decisione di troncare. L incubo.

8 Lui ovunque. Sotto casa, sotto l ufficio. Ogni giorno sulla macchina una rosa e un messaggio. Come sei pallida, sembri morta. Centinaia di telefonate, a ogni ora, nel cuore della notte. Anche sul cellulare aziendale, quello che deve sempre rimanere acceso. E lui lo sa. Amici e nemici contattati, importunati, fermati per strada per mettere in piazza la mia vita, le mie debolezze, la mia intimità. Bugie su bugie, su quello che c è stato, su quello che facevo e che dicevo. Anche sul posto di lavoro, dove sono sempre stata una persona riservata. Uno stillicidio, ogni giorno una goccia di cattiveria, una goccia di violenza. E poi quel senso di solitudine. Sola, piegata dalla vergogna di aver fatto entrare nella mia vita un uomo così. Sola, per proteggere i miei genitori anziani. Sola, perché molti si sono allontanati per non finire nel vortice. Chiunque uscisse con me, il giorno dopo si ritrovava su facebook, con tanto di foto ed epiteto rovina famiglie. Accerchiata, con lui di notte dietro la porta di casa a suonare, a bussare, a dare calci, a cercare di farsi aprire. E nessuno, nessuno in tutto il condominio che mi chiedesse se avessi bisogno di aiuto. Con le amiche che cercavano di convincermi a dormire da loro, e io che mi facevo forza. No quello la mia vita non la cambia. E durata sei mesi. Ricordo il primo pensiero la mattina, appena aperti gli occhi, la sensazione di essere di nuovo un bersaglio. Cosa mi succederà oggi? Da cosa dovrò difendermi? A chi dovrò dare spiegazioni?. E lui sempre sotto casa. La sagoma dell auto sempre lì. Il suo sguardo fisso addosso, sporco, violento. E colpa tua mi diceva quello che succede è solo colpa tua. Mi hai lasciato. Se sto male io, devi stare male anche tu. Le chiavi di casa sempre in mano, pronta a scappare, a liberarmi da quell ombra che si materializza davanti al portone all improvviso. Che non rispetta più nulla di me. Che se la prende con chiunque. Con qualunque persona di sesso maschile in mia compagnia. Specchietti divelti, tergicristalli piegati, insulti scritti sui vetri. E allora allontani tutti. Non puoi permetterti di coinvolgerli nei tuoi errori. E poi le password del computer rubate. Le foto delle vacanze sbattute su face book a mio nome. Commenti sui profili dei miei amici, dei colleghi. Ancora oggi mi spia, su internet. Lo so. Si stancherà mi dicevano spegni i telefoni. Ignoralo. Non mi sembra una persona violenta. No, non è stato violento in senso fisico. Eppure mi sono sentita violata. Ne parlo per la prima volta. Dentro, ho quel malessere, quella sensazione di essere messa all angolo, di non poter gestire la mia vita. Non va via. Mi guardo ancora intorno quando sono fuori, quando rientro la sera. E ancora adesso, se non lo vedo parcheggiato a spiarmi, tiro un sospiro di sollievo. Certe sere però ancora squilla il telefono: Volevo solo sapere come stai. Metto giù senza rispondere. E sto male. redazione, via Montelungo, 4 Milano amministrazione presso l editore: Biancarosa Onlus, Via Gramsci 26, Verona

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