L architettura come compito civile. Intervista ad Antonio Monestiroli

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1 38_44_CIL79_intervista :50 Pagina 38 Igor Maglica L intervista L architettura come compito civile. Intervista ad Antonio Monestiroli Luigi Moretti. Casa albergo, Per cominciare l intervista vorrei sapere come nasce la tua passione per l architettura? Se non sbaglio, tuo padre era un costruttore... Sì,mio padre era un costruttore e negli anni Cinquanta ha realizzato a Milano quasi tutti gli edifici di Luigi Moretti. In quel periodo io avevo anni, una fase importante della formazione. Moretti veniva a Milano da Roma, per visitare i cantieri, soltanto la domenica. E questa per me è stata una fortuna; infatti mio padre, Moretti ed io andavamo in cantiere la domenica mattina, quando gli operai non c erano e quando il cantiere era vuoto. Il cantiere vuoto, la grande costruzione che si sta compiendo, era un fatto particolarmente affascinante.in questo luogo,per me insolito, ascoltavo le conversazioni tra Moretti e mio padre. Questa cosa mi ha naturalmente molto colpito. Ricordo soprattutto la costruzione della Casa albergo di via Lazzaretto e le spiegazioni di Moretti. Moretti faceva fare i modelli dei suoi progetti; nella baracca del cantiere c era sempre un modello e io potevo vederlo. Il cantiere è stato per me un luogo di grande suggestione. La cosa curiosa è che da parte di madre mi si offriva un altro mondo immaginario della cui importanza mi sono reso conto soltanto più tardi. Mia madre apparteneva ad una famiglia di cantanti lirici,anche bravi. Sempre in quel periodo, avevo la possibilità di accedere con lei al retropalco della Scala. Da dietro le quinte vedevo tutto l apparato tecnico del teatro, che è una cosa straordinaria;vedevo il montaggio e lo smontaggio delle scene; assistevo alla prova dei costumi, ecc. Le due immagini, quella del cantiere e quella del teatro, alla fine si sono mescolate e mi hanno lasciato un forte ricordo. L aspetto della costruzione in architettura e quello della messa in scena, della rappresentazione, vanno sempre insieme.con gli studenti insisto sempre su questi due aspetti dell architettura che considero molto importanti. E poi, come hai deciso di iscriverti ad Architettura? Mi sono iscritto alla Facoltà di Architettura dopo una discussione con mio padre durata molti mesi.io volevo fare scenografia a Brera, ero molto interessato al teatro, ma mio padre non era d accordo. Come vedi i due mondi si sono toccati. Dopo lunghe discussioni siamo arrivati alla conclusione che avrei fatto lo scenografo attraverso l architettura; una volta laureato avrei potuto occuparmi di teatro o di altro. Mio padre sapeva benissimo che mi sarei appassionato all architettura e non avrei più pensato alla scenografia. Così è stato. Ti sei laureato nel 1965 con Franco Albini a Milano; sei stato assistente di Aldo Rossi, per poi proseguire la carriera universitaria, per un breve periodo, a Pescara. Puoi descrivere il rapporto tra voi giovani, laureati da poco, e il mondo accademico in quegli anni? Sono stato iscritto alla Facoltà di Architettura dal 1959 al 1965, in anni in cui la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano era molto mal frequentata. C erano professori legati alla professione,non a quella nobile della Ricostruzione del dopoguerra, ma a quella della speculazione edilizia della fine degli anni Cinquanta. In questo contesto però c erano alcune figure speciali che sono state per me dei veri e propri maestri,che mi hanno convinto (e lo sono ancora oggi) della necessità di una Scuola, ma non solo di una Scuola, della necessità di un maestro.auguro a tutti gli studenti di architettura di trovare durante la propria formazione un maestro. Che può non essere un loro contemporaneo,che può anche essere di un altro tempo. 38 CIL 79

2 38_44_CIL79_intervista :50 Pagina 39 Antonio Monestiroli (con P. Rizzatto, J.Campanella, E. Hammond, C. Manzoni, J. Siegel, J. Stark). Concorso per il quartiere delle Halles a Parigi, Antonio Monestiroli (con A. Di Leo, P. Rizzato). Progetto per un asilo nido a Segrate, Milano, Un maestro in quegli anni era Franco Albini, una figura particolare che ha insegnato attraverso la sua esperienza, più che dalla sua cattedra. Un altro maestro era Ernesto Rogers.Dopo essermi laureato con Albini,Rogers mi ha fatto conoscere Aldo Rossi, che in quel periodo insegnava a Venezia, e mi sono appassionato alla sua idea di architettura. In un momento di grandi difficoltà teoriche,aldo Rossi coniugava architettura e impegno civile che è stato il tema su cui la mia generazione si è formata. Erano gli anni delle agitazioni studentesche,dell occupazione delle Università, gli anni della politica. Gli anni in cui i migliori di noi cercavano di non distinguere la politica dalla cultura, cercavano di capire qual era il risvolto politico del lavoro dell architetto. Questo era l argomento su cui noi cercavamo di costruire il nostro pensiero teorico.aldo Rossi ha chiamato il gruppo che dirigeva la Tendenza per mettere in evidenza l aspetto progressivo che pensava ci fosse o ci dovesse essere nella cultura del gruppo. Rossi in quegli anni studiava l Illuminismo, un momento dell architettura in cui la questione dell impegno civile è centrale. Per gli illuministi l impegno civile dà senso alla ricerca sulle forme.la questione del mestiere come impegno civile contro il mestiere come servizio, come risposta tecnocratica ai problemi della costruzione della città, è stato il punto di partenza della ricerca della mia generazione, della ricerca di Giorgio Grassi, della mia, ma anche degli amici in giro per l Italia,Agostino Renna e Salvatore Bisogni a Napoli, alcuni amici veneziani, ecc. La scuola di Pescara è stata un esperienza straordinaria perché tutti noi, giovanissimi, ci siamo incontrati lì. Una Scuola tutta da costruire, tutta da inventare. Una Scuola che non esisteva prima. Formata nel 1968,in piena contestazione studentesca,era diretta da un comitato tecnico e praticamente affidata ad un gruppo di giovani professori. Il comitato tecnico era composto da professori napoletani che avevano chiamato Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Agostino Renna e altri. Questo gruppo di giovani, riuniti in una nuova Scuola, ha consolidato la propria cultura in quell occasione e in quei luoghi. L Abruzzo era ancora un territorio in cui si poteva sperare di dar forma alla città moderna.a Pescara abbiamo tenuto le nostre prime lezioni, abbiamo fatto i nostri primi progetti, abbiamo sperimentato, attraverso il nostro lavoro, il rapporto fra impegno civile e architettura. L esperienza è durata qualche anno, poi ognuno è tornato nella propria città. Credo che questo gruppo oggi sia ancora riconoscibile, anche se disperso nelle diverse scuole italiane, e che si possa ancora disegnare una specie di mappa degli architetti attenti alla questione dell impegno civile. I tuoi primi progetti sono di quel periodo? Si,i miei primi progetti sono degli anni Sto pensando ad alcuni concorsi fatti nel , come il concorso per piazza Fontana a Milano. Mi ha incuriosito la cosa che dici nel tuo libro-intervista, L architettura secondo Gardella, a proposito dell opera prima, quando sostieni che l opera prima di un architetto contiene già un po tutta la ricerca che viene dopo. Anche per te è stato così? Di solito credo sia così. Dipende anche da quale si decide sia l opera prima. Molti architetti hanno avuto un periodo di pre-formazione (pre-opera prima) di cui non parlano mai. Sto pensando per esempio ad Albini che diceva di essere stato per un certo periodo un architetto accademico, poi di aver scoperto, di colpo, il razionalismo; oppure Mies van der Rohe che ha fatto progetti anche questi un po accademici,come quello per il monumento a Bismarck del 1910, prima di scoprire veramente la sua vena. Preferisco però parlare di ciò che un architetto considera la sua opera prima riuscita.allora posso dire che il primo progetto, a cui sono ancora adesso affezionato, è l asilo nido di Segrate, del Posso dire che da allora ad oggi (sono passati ormai quasi 39 L INTERVISTA

3 38_44_CIL79_intervista :51 Pagina 40 Antonio Monestiroli (con M. Ferrari, T. Monestiroli; strutture: D. Castiglioni). Progetto per il palazzo dello sport di Limbiate, Milano trent anni) il mio metodo di lavoro non è cambiato. Forse si è arricchito un po il repertorio di forme,oppure la capacità di tradurre un idea in una forma architettonica, ma il procedimento è ancora quello di allora. Carlos Martí Arìs, nell introduzione all ultima edizione del mio libro,l architettura della realtà,dice che i miei progetti migliori sono l asilo nido di Segrate e il progetto per le Halles di Parigi del Il progetto per le Halles è il mio primo progetto urbano. Entrambi contengono i temi di una ricerca che si svilupperà successivamente. Posso dire che non ho mai cambiato direzione. Questo può essere anche un aspetto negativo. Gardella dice che nella sua opera prima c è gran parte della ricerca che verrà dopo. Lo dice sapendo che il suo metodo di lavoro è quello di rimettere in discussione ogni volta tutte le sue scelte. Si tratta quindi di una dichiarazione in qualche modo contraddittoria. Gardella, nella sua lunga carriera, è come se avesse fatto tante opere prime. Parliamo del tuo modo di progettare. Prima vorrei dire ancora una cosa sul progetto,in quanto il modo è legato ad un idea di progetto e a un idea di architettura.quindi se non si parte da quello che si crede debbano essere il progetto e l architettura è difficile parlare del metodo.sono certo,ancora adesso,che ogni volta che si fa un progetto ci si assuma una responsabilità civile, nel senso che il nostro lavoro è un lavoro legato ai problemi della città e quindi della società. Sono convinto che nel progetto non si possa evitare di esprimersi criticamente nei confronti di questi problemi. Credo anche che la cosa più importante in ogni progetto di architettura sia che il suo impianto generale contenga la risposta a tutti i problemi messi in campo (problemi che riguardano il motivo per cui si fa un progetto, che riguardano il ruolo del progetto nella costruzione della città).tutto questo viene prima della costruzione tecnica dell architettura e, soprattutto, qui lo dico polemicamente, viene prima delle scelte di linguaggio.dico questo perché oggi il mestiere dell architetto è inteso in modo diverso: o come risposta tecnica a una domanda di cui non ci si pone il problema del senso (una visione tecnocratica del mestiere dell architetto) oppure, dal lato opposto, il nostro mestiere si riduce a puro linguaggio. Non si riconosce più una struttura degli edifici ( qui per struttura intendo la struttura costitutiva), ma soltanto l approccio linguistico dell architetto che considera l edificio un pretesto per raccontare qualcosa. L edificio non ha più valore in sé ma ha valore soltanto come veicolo di comunicazione, come un giornale o un tabellone pubblicitario, o qualsiasi altro luogo dove si possa raccontare un proprio personale punto di vista sul mondo. Questi due aspetti, diametralmente opposti, quello dell architetto che costruisce a partire dalla tecnica e quello dell architetto chiamiamolo del linguaggio, sono i due aspetti dominanti oggi. In questa falsa alternativa c è un altro modo di lavorare che si fonda nella ricerca del carattere degli edifici. L architetto si deve porre il problema generale del senso degli edifici. È una ricerca complessa che coinvolge anche argomenti esterni all architettura. Una ricerca che parte da lontano, mai dall architettura come fatto tecnico, ma da un ambito più generale che conduce alla formazione di un idea dell edificio.vi è poi una parte della ricerca più strettamente disciplinare, altrettanto difficile, che consiste nel trasformare (nel tradurre) l idea in una forma. Allora, due sono i grandi capitoli del progetto di architettura: la definizione dell idea e la trasformazione dell idea in una forma. Naturalmente non si tratta di un procedimento lineare, meccanico; sono necessari degli aggiustamenti. Si lavora sul rapporto tra idea e forma, sulla costruzione dell idea e sulla costruzione della forma relativa all idea. La prima idea è sempre la migliore? Non lo so, però devo dire che nel mio lavoro la prima idea, salvo qualche eccezione, si conferma sempre più durante il processo di approfondimento. Io credo che sia dovuto al fatto che impiego molto tempo ad arrivare a questa prima idea di progetto.non parto mai da un idea a priori 40 CIL 79

4 38_44_CIL79_intervista :52 Pagina 41 Antonio Monestiroli (con M. Ferrari, M. Landsberger). Concorso per la chiesa di Santa Maria di Loreto a Bergamo, ma, approfondendo le questioni che stanno alla base del tema di progetto, cerco sempre di allontanare il più possibile il momento in cui l idea compare. Una volta definita l idea generale mi pongo il problema di tradurla, anche se con qualche difficoltà, qualche ripensamento, in una forma. Una forma che deve non solo contenere l idea di base,ma anche renderla esplicita,farla riconoscere. Si dirà che questo procedimento è seguito da tutti. È vero, questo procedimento è seguito da tutti, anche da quegli architetti che chiamavo prima formalisti.la differenza fra un architetto formalista e uno non formalista consiste proprio nella qualità dell idea.nel fatto cioè che l idea sia realmente fondata sul senso, sul significato generale che si attribuisce a un edificio, e non sia invece un idea superficiale, senza rapporti con la realtà, che non sia un idea pubblicitaria come capita nel caso di molti architetti alla moda di questo periodo. La modernità è la qualità di ciò che si riferisce o appartiene al tempo presente. Ogni momento storico ha una sua modernità; qual è la modernità del momento storico in cui viviamo? Quella di Frank O. Gehry, Zaha Hadid, Norman Foster, o c è qualcos altro? Per rispondere a questa domanda bisogna distinguere fra la modernità come obiettivo di chi lavora e la modernità come risultato di un epoca. Uno storico oggi direbbe che l attuale modernità è quella rappresentata, come dici tu, dagli architetti più famosi, Gehry, Zaha Hadid e altri; ma a me questo interessa relativamente poco e inoltre non sono certo che sia così.non mi interessa il punto di vista dello storico, ma capire cosa vuol dire, per chi lavora, essere moderno, domandarmi se vale la pena porsi questa questione. Io credo di sì dal momento che è impossibile pensare all architettura senza legarla ad un momento della storia.credo che non esista l architettura sovrastorica. L architettura è valida in tutti i tempi; però ogni tempo costruisce la propria architettura. L architettura può essere legata alla tradizione ma deve contenere un motivo della sua costruzione che sia proprio del tempo in cui è costruita. Questo è un punto a cui non ho mai rinunciato. Se per costruire un edificio non abbiamo una ragione legata al nostro tempo non facciamo una vera architettura. Possiamo fare della critica dell architettura o della letteratura attraverso l architettura, ma per fare una vera architettura abbiamo bisogno che ci sia uno stato di necessità storico. Ecco perché penso sempre che la modernità non sia una scelta ma una condizione. Noi non scegliamo di essere moderni,noi siamo moderni,nel senso che la condizione del nostro lavoro è quella di costruire gli edifici della città del nostro tempo. Dobbiamo porci il problema di come si costruisce questa città,di che rapporto c è tra le istituzioni del tempo in cui viviamo e gli edifici in cui queste istituzioni si collocano. Ancora una volta insisto sul fatto che la questione del linguaggio è fuorviante,nel senso che non si riconosce la modernità di un architettura dal linguaggio che l architetto usa. La modernità di un architettura si riconosce dalla corrispondenza di un edificio alle necessità del tempo; il linguaggio con cui si costruisce dev essere un linguaggio rappresentativo di questa corrispondenza. In questo modo essere moderni diventa inevitabile. Cosa pensi del fatto che troppo spesso le forma tecniche vengono associate alle forme del moderno e, come unica alternativa valida, vengono indicate delle forme che traggono riferimento dalla storia. Si tratta solo di un problema di formalismo dell architettura contemporanea o di una questione più ampia che coinvolge anche i mass media dell architettura che propongono un immagine stereotipa dell architettura moderna? Oggi si considera moderna, come dici tu, l architettura delle forme tecniche, quella costruita con enfasi tecnologica.questo è un esempio dell equivoco su cui si fonda l idea di modernità. Moderno non è l edificio, la sua struttura, il suo impianto; moderno, per il senso comune, è soltanto l aspetto dell edificio, la sua parte esterna, apparente, che in quanto tale deve corrispondere ai valori della modernità, che sono l alta tecnologia, ecc. Questo 41 L INTERVISTA

5 38_44_CIL79_intervista :52 Pagina 42 è l equivoco in cui noi lavoriamo. Non sarebbe grave se appartenesse soltanto alla committenza. Purtroppo molti architetti contemporanei aderiscono perfettamente a questo equivoco. Ci sono anche quelli che traggono i loro riferimenti dalla storia... Si, gli storicisti. Si tratta del punto di vista opposto a quello dei tecnicisti, una specie di opposizione meccanica, la scelta più facile, più comoda, di opporre ad un punto di vista conosciuto un altro punto di vista altrettanto noto. Credo che anche qui l errore stia nel trattare l architettura come espressione del solo linguaggio. Al linguaggio tecnico si oppone un linguaggio storicista. Ripeto, non ci si pone il problema della struttura costitutiva dell edificio. Nel momento in cui ci si pone questo problema non è più necessario scegliere tra un linguaggio e un altro, perché l unico linguaggio possibile è quello che rappresenta quella struttura.solamente se non ci si pone problemi di struttura si può scegliere liberamente (l high-tech o il new historic,o qualcos altro).ciò rende tutto molto superficiale. L architettura della città di Aldo Rossi, La costruzione logica dell architettura di Giorgio Grassi e il tuo L architettura della realtà sono testi teorici (della cosiddetta tendenza ) che hanno fatto parte della formazione della mia generazione. Cosa pensi del fatto che negli ultimi anni ci sono stati pochissimi nuovi libri di teoria? A questa domanda devi rispondere tu. La mia risposta non può che essere coerente con quello che ho detto fino ad ora. Gli scritti di teoria dell architettura sono scritti di coloro che credono che l architettura si fondi su una teoria, cioè che abbia uno statuto, un corpo disciplinare, che non sia un fatto di semplice adeguamento alle mode, ma che abbia una propria tradizione e quindi che svolga un proprio ruolo nella cultura generale. In sintesi chi scrive un libro di teoria pensa che la città e l architettura siano le forme manifeste di una cultura radicata e generale. Convinti di ciò, si cerca di costruire i percorsi necessari al progetto di architettura e quindi si scrive un libro di teoria. Aldo Rossi, come Carlo Aymonino e Guido Canella, anche loro architetti scrittori, ha creduto necessario ristabilire i rapporti fra architettura e città, che negli anni Sessanta si erano interrotti. Chi costruiva pensava all architettura come un corpo estraneo senza credere che fosse parte di un fenomeno più complesso qual è la città. Giorgio Grassi, nel suo libro, parte dalla constatazione che l architettura ha un suo corpo teorico. L architettura esiste prima di noi, soprattutto nelle città europee,e la si può conoscere attraverso i modi della conoscenza che sono propri delle scienze positive. Nel mio libro ho cercato di mettere in evidenza come sempre, nella storia della città, la collettività abbia posto dei temi all architettura e come la capacità degli architetti sia quella di trasformare tali temi in forme riconoscibili. Questo passaggio, dalla cultura della collettività alle forme dell architettura, mi ha sempre interessato molto. Io credo che l architettura altro non sia che una forma della realtà e che vada costruita perché la realtà si renda riconoscibile. Negli anni successivi sono usciti libri totalmente diversi, come Complexity and Contradiction in Architecture e Learning from Las Vegas di Robert Venturi, che hanno avuto un ruolo importante. Libri costruiti in un modo completamente diverso, che attribuiscono molta importanza, forse giustamente, ai mutamenti del paesaggio urbano, a tutto quello che accade nella città contemporanea, governata o meno dall architettura.non è l architettura che governa una città come Las Vegas, ma una cultura piena di contraddizioni, che in qualche modo costruisce la forma del suo contesto. Sei stato per tanti anni il direttore del Dipartimento di Progettazione dell Architettura a Milano e in quel periodo hai promosso tante iniziative importanti: Progetti per Milano, il progetto per il nuovo Politecnico alla Bovisa, e altre. Ricordo che i Progetti per Milano erano promossi secondo lo spirito dell autocommittenza; invece, il progetto del nuovo Politecnico alla Bovisa è stato un incarico pubblico affidato ad alcuni Dipartimenti del Politecnico. A distanza di anni, come giudichi l esperienza di queste iniziative e perché credi non se ne facciano più? Perché troppo spesso la ricerca universitaria, il sapere, è relegata al ruolo di semplice spettatore nella trasformazione della città? Ho sempre creduto che l impegno critico fosse l aspetto più importante del progetto. Ho sempre pensato che la Scuola e soprattutto il Dipartimento in cui la ricerca si svolge,intesi come luogo della formazione degli studenti e come luogo della ricerca sull architettura,dovessero diventare gli ambiti in cui questo punto di vista potesse consolidarsi. Per questo ho accettato di fare il direttore del Dipartimento di Progettazione. Ho cercato di far sì che il Dipartimento si assumesse nei confronti della città l impegno di mostrare un modo possibile di costruire la città e l architettura. Non ho mai creduto che il Dipartimento fosse al servizio di una committenza anche se pubblica, ma che un Dipartimento universitario dovesse confrontare il suo punto di vista con quello di chi gestisce la città, dovesse proporre autonomamente un modo di costruire la città. Devo dire che è stato faticoso ma sono contento di quel periodo perché le iniziative organizzate hanno avuto un certo successo. Le iniziative sono state due, come tu ricordavi. La prima Progetti per Milano, una serie di progetti in luoghi 42 CIL 79

6 38_44_CIL79_intervista :52 Pagina 43 Antonio Monestiroli (con R. Castiglioni, M. Landsberger, T. Monestiroli; per il Comune di Voghera: Luigi Zonca, Massimiliano Carrapa). Quinto ampliamento del Cimitero Maggiore di Voghera, (foto Stefano Topuntoli). 43 L INTERVISTA

7 38_44_CIL79_intervista :52 Pagina 44 strategici, scelti direttamente dai singoli progettisti senza alcuna richiesta precisa da parte di amministratori. Sempre in quel periodo, nello stesso Dipartimento, abbiamo fatto il progetto per l insediamento del Politecnico alla Bovisa. Il progetto, fondato sull ipotesi del policentrismo della costruzione, cioè di un luogo strategico dotato delle principali infrastrutture di trasporto, mostrava come questa istituzione universitaria avrebbe potuto trasformare non soltanto quella parte di città, ma tutta la città. È stato un progetto importante,sia dal punto di vista teorico,ma, anche in parte,dal punto di vista pratico,perché sulla base di quel progetto è stato portato avanti il programma successivo. Credo che i Dipartimenti debbano svolgere un ruolo propositivo all interno della città. Non devono essere solo luogo della sommatoria delle ricerche dei singoli docenti,ma una specie di grande istituto di ricerca in cui vengono formulate delle proposte e dei progetti. Io mi auguro che cresca sempre più questa volontà che deve essere libera da ogni vincolo e da ogni interesse particolare. Il Dipartimento di Progettazione dev essere il luogo in cui la città riconosce la propria cultura.dirigere un Dipartimento è una responsabilità molto delicata, un compito molto difficile, che tuttavia offre grandi possibilità. Per finire, vorrei usare un altra delle domande che fai nell intervista a Ignazio Gardella. Quali sono i progetti, fra i tuoi, a cui sei più affezionato? C è qualche progetto che non ti piace, che vorresti non aver fatto, o qualche altro che pensi di non aver ancora fatto? Sono contento che tu ti riferisca spesso all intervista che ho fatto a Gardella.È un esperienza a cui sono molto affezionato, una cosa che ho fatto con grande piacere perché avevo molta simpatia e stima per Gardella.Purtroppo io e Gardella non siamo confrontabili, non soltanto per differenza di età e di talento, ma anche per la diversità delle occasioni che abbiamo avuto. Solo chi riesce a realizzare i propri progetti è in grado di dare un giudizio e dire che cosa gli piacerebbe fare.il mio lavoro è molto diverso da quello di Gardella, proprio per le condizioni in cui si svolge. È un lavoro prevalentemente teorico.i progetti che ho fatto appartengono tutti a una ricerca. Soltanto pochissimi sono stati costruiti. Per consolarmi faccio i modelli. In fondo non mi dispiace costruire questa specie di città di legno al posto della città di pietra. Anche se in realtà attraverso il modello non si riescono a verificare tutte le potenzialità di un progetto di architettura. Lo dico perché nel progetto per il Cimitero di Voghera,che ora stiamo terminando di costruire, io stesso ho scoperto dimensioni, distanze, rapporti fra le cose che rimanevano nascosti nei disegni e anche nel modello. Devo dire che non c è nessun progetto che in realtà mi abbia nel tempo veramente deluso o addirittura mi abbia fatto pensare che avrei preferito non averlo fatto, anche perché fare un brutto progetto è un peccato veniale, fare un brutto edificio è un peccato mortale. Concludo dicendo che la mia condizione, non soltanto mia ma credo degli architetti della mia generazione, è una condizione obbligata di architetti che devono accontentarsi della ricerca teorica di cui il progetto è solo una verifica, anche se importantissima. Nei tuoi progetti hai quasi sempre usato il laterizio. Da cosa nasce questa scelta di utilizzare un materiale che unisce così bene la modernità e la tradizione? Nei pochi progetti che ho costruito ho usato sempre il mattone faccia a vista. È un materiale, una tecnica costruttiva antichissima, senza tempo, che consente di costruire un edificio senza affidarsi alle novità di un sistema costruttivo. Io non credo al virtuosismo costruttivo, quindi questo è già un motivo.il secondo è che trovo che un muro costruito in mattoni,in cui si leggono i corsi di malta,il modo in cui i mattoni sono sovrapposti,sono legati fra loro,sia di per sé una lezione di architettura.nella tessitura di un muro in mattoni è possibile riconoscere la sua costruzione. Il muro così è finito, non ha bisogno di altri accorgimenti, non ha bisogno di intonaci, è duraturo nel tempo, anzi migliora invecchiando. Quanto più è vecchio tanto più è bello. Ogni tuo progetto è un po un progetto ideale. C è il progetto del Teatro, il progetto dell Ospedale..., e forse, in quel senso, c è la ricerca delle forme, che tu chiami corrispondenti, essenziali, che danno significato all edificio. Credo che vi sia un rapporto reciproco, e addirittura inverso a quello che si crede comunemente, tra la semplicità delle forme e la loro espressività.secondo me,quanto più una forma è essenziale tanto più è aderente al senso di ciò che deve raccontare. Una forma complessa è una forma che distrae dal significato; una forma essenziale è una forma che esprime direttamente il suo senso. È un po come il Less is more miesiano. Esatto,che però a volte non viene letto nel suo giusto significato.non capisco perché molti dicano che Mies van der Rohe, soprattutto alla fine della sua carriera, sia diventato un architetto inespressivo. Io penso che la Galleria Nazionale di Berlino sia tutto tranne che un edificio inespressivo. È un edificio che pur nella semplicità delle sue forme ha una grande forza espressiva. Si ringrazia Martina Landsberger che, per lo Studio Monestiroli,ha collaborato con sensibilità e intelligenza alla revisione del testo registrato. 44 CIL 79

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