Giovanni Scavino. Fra Langhe e Città

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1 Giovanni Scavino Fra Langhe e Città

2 Fra Langhe e Città Racconti e foto Copyright Giovanni Scavino, 2010 Questo libro è stato creato da Giovanni Scavino ed è rilasciato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommerciale-Non opere derivate 2.5 Italia, per cui non sono consentiti gli usi commerciali dello stesso così come la modifica senza previa autorizzazione dell autore. E consentita la riproduzione totale dell opera senza variazioni di alcun genere. E consentita la diffusione tramite web, carta stampata o altro mezzo purché si citi il nome dell autore. Il testo integrale della licenza è disponibile alla pagina Web

3 In copertina: Superga da Mongreno Giovanni Scavino è nato nel 1951 a Cossano Belbo (CN), piccolo paese delle Langhe. Nel 1962 si trasferisce con i suoi genitori a Torino, città dove attualmente risiede. Prosegue i suoi studi fino alla laurea in Scienze dell Informazione che consegue, a pieni voti, nel Studente lavoratore fin da quando frequentava l Istituto Tecnico, ha lavorato per un lungo periodo come tecnico informatico e per vent anni è stato insegnante di Informatica nelle scuole medie superiori. Giovanni Scavino Sito web

4 Presentazione L incontro con Giovanni Scavino è nato dalla nostra comune passione per la corsa. Una domenica mattina, infatti, mi ha affiancato mentre correvo al Valentino e abbiamo percorso alcuni chilometri insieme. Poi, altre domeniche e altri tratti di strada assieme. Correndo mi ha parlato del suo libro, di cui me ne ha regalato una copia. L ho letto con piacere perché attraverso i suoi racconti e le foto dei luoghi più suggestivi di Torino e delle Langhe, Scavino ci porta al tempo stesso nel calore del suo mondo e nella storia di un territorio a cui è (e in molti lo siamo) profondamente legato. Queste terre sono oggi giustamente meta di turisti che ne apprezzano tanto la bellezza quanto la ricchezza di sapori e tradizioni enogastronomiche, ma non bisogna dimenticare che sono anche luoghi intrisi di valori, da quelli della resistenza a quelli del lavoro e della natura. Valori che ritroviamo sublimi nelle pagine toccanti ed aspre di Pavese e Fenoglio. Per non disperdere questo patrimonio è importante mantenere viva la memoria e la storia di un territorio. Questo è uno dei meriti del libro, che offre in modo piacevole la possibilità di ripercorrere un epoca e di riscoprire fra le righe anche altri importanti valori, forse oggi un po trascurati, quali l appartenenza alla propria terra e alle proprie tradizioni. Sergio Chiamparino

5 Premessa Questo lavoro è composto da una raccolta di racconti corredati da alcune immagini e da una piccola collezione di fotografie a tema: luoghi caratteristici della città di Torino. L autore tiene a precisare di non essere uno scrittore professionista, e di non essere neanche un fotografo di mestiere. La sua professione era quella di insegnante di Informatica nelle scuole medie superiori (oggi è in pensione). L hobby della fotografia, la voglia di scrivere e la speranza di trasmettere emozioni, anche con la scrittura, lo hanno spinto a realizzare questo piccolo libro. La raccolta dei racconti comprende in particolare: La festa è la storia di una gita in bicicletta: due bambini si recano ad una festa di paese, nelle Langhe degli anni 60. La partita di pallone a pugno è l attrazione principale della festa. La bicicletta ha come protagonista Guido, un corridore professionista degli anni a cavallo fra la prima e la seconda guerra mondiale (Guerra, Bartali e Olmo sono tre corridori, ben più famosi di lui, citati nel racconto). Milio e la sua moto racconta la storia di Milio, un meccanico di motociclette un po speciale. Una corsa in salita è il breve racconto di una delle tante Sassi- Superga di diversi anni fa. Un giorno a Monza è il racconto di una giornata passata ad assistere alle prove del Gran Premio di Formula Uno a Monza (inizio anni 70). E un racconto che ha un epilogo drammatico: Jochen Rind è il pilota austriaco che perse la vita durante le prove di quel Gran Premio. Motori è un racconto che presenta un po il mondo dei rally. Non è la storia di una corsa, ma i luoghi che sono stati lo scenario d importanti rally e un auto da competizione sono i protagonisti di una bellissima giornata. Ci sono poi altri tre racconti: Il negozio, Pietre e La corriera in cui sono presentate vicende di parecchi anni fa. Il periodo a cui ci si riferisce è

6 quello della seconda guerra mondiale e degli anni che l'hanno preceduta. L ambientazione è nelle Langhe: Cossano Belbo, in particolare, paese d origine dell autore. Altri due racconti, La piazza e Il cortile sono ambientati rispettivamente nelle Langhe e nella Torino degli anni 60. Lilli e Berta è un breve racconto che narra la storia di due animali: un cagnolino e una gazza, che sono vissuti, parecchi anni fa, nella casa dei nonni dell autore. Un Pittore di Langa ha come scenario il Santuario della Madonna della Rovere, luogo di culto dove sono raccolti i quadri ex voto di Cichinin, un pittore vissuto a Cossano Belbo, nelle Langhe. Infine, L'epilogo e L'inganno sono racconti che narrano episodi del periodo resistenziale. In particolare si riferiscono allo scontro di Valdivilla e a quello in cui furono coinvolti i fratelli Negro durante la Resistenza nelle Langhe. G. S.

7 Il negozio Quella mattina, mio padre, che non era ancora mio padre, stava aprendo il suo nuovo negozio. Il mestiere di calzolaio l aveva imparato a Torino al collegio dei Salesiani, e poi, per molti anni, come garzone dal piú importante artigiano del paese. Da lui viveva, vitto e alloggio, un po di salario e tanto lavoro. Finalmente, messo da parte qualche risparmio, aveva preso in affitto una stanza e un piccolo negozio nella casa vicino alla pompa, sullo stradone. Al collegio dei Salesiani era arrivato pochi anni dopo la morte di suo padre, quando aveva poco piú di dieci anni. La mamma l aveva persa molto prima, e lui stesso, quasi, non ricordava la sua figura. Dopo la morte del padre, sua sorella maggiore aveva continuato a fare da mamma; ma poi non fu piú possibile rimanere tutti insieme e lui e i suoi fratelli dovettero, ognuno, pensare per sé. Per mio padre il collegio di Don Bosco fu la soluzione migliore. Lí imparò a far di conto, un po di latino, ma soprattutto, dopo il ginnasio, il mestiere che il Santo stesso aveva insegnato ai suoi allievi. Cominciò cosí con i primi lavori, per i suoi compagni o per i preti del collegio. Ritornato a Cossano Belbo, vicino al paese da cui era partito, trovò il lavoro presso l artigiano che aveva il grande negozio e che vendeva i suoi prodotti alle fiere. Arrivò garzone, portando il mestiere e tanta voglia di lavorare Quella mattina, la postina del paese non osava, o meglio, non avrebbe mai voluto consegnargli quella cartolina, di quel colore, recapitata, forse, già troppe volte. Proprio adesso, dopo tanti sforzi, bisognava lasciare tutto per recarsi a Cuneo a fare il soldato. A malincuore, chiedendo scusa, la postina fece il suo dovere e mio padre indossò quella divisa che era stata di mio nonno e di tanti altri. Fortunatamente, per gli alpini le calzature erano importanti, e il suo richiesto mestiere lo trattenne. Lui non seguí i suoi compagni in Grecia, in Albania o in Russia, ma fra Borgo San Dalmazzo e Cuneo continuò a fare il calzolaio. Venne l 8 settembre e lo sbandamento nelle caserme, e per i soldati, senza ordini, il ritorno a casa fu l'unico obiettivo da raggiungere. Saltare giú dal treno, prima che ad una stazione fosse perquisito dai soldati tede-

8 schi, fu per mio padre e per i suoi compagni la salvezza; poi il ritorno a piedi, quando le colline erano ormai vicine. A Cossano Belbo, di nuovo garzone, dallo stesso artigiano, la sua tàbja con gli attrezzi era vicino alla portafinestra prospiciente l'edificio delle scuole elementari che mi hanno visto bambino, allievo con i miei compagni Sembrò, per un momento, che la guerra potesse non esistere piú, ma nelle Langhe, come in altri luoghi, qualcuno pensò che non era stato sufficiente mandare a morire tanti ragazzi in paesi lontani e che, adesso, era venuto il momento di morire anche nel proprio paese, fra le proprie case. Molti ragazzi salirono in collina. Anche per mio padre poteva essere la cosa da fare, la camicia nera non gli era mai piaciuta, ma lui aveva solo sempre lavorato. Continuò cosí ad aggiustare scarpe e scarponi e, in momenti diversi, anche qualche soldato tedesco o qualche repubblichino si recò nel grande negozio per farsi riparare una fondina o una cinghia di mitra, e mio padre, a malincuore, lavorò anche per chi non avrebbe mai voluto. Poi, un mattino, fu svegliato da un rumore violento. Tre o quattro Partigiani cercavano salvezza ed erano arrivati alla sua stanza. Gli occhi di Dante, che brillavano nel buio come quelli di un gatto, lo fecero trasalire. Su da quella porta, verso il tetto! a saltare sulla casa vicina, a dieci metri da terra, con un salto da non sbagliare. Dante e i suoi compagni si salvarono, e le colline furono, di nuovo, il loro rifugio. Per mio padre un mitra puntato nello stomaco, qualche ceffone, nella convinzione di avere, da lui, i nomi di quei ragazzi. Il ricordo di un elenco di ricercati e l'intervento del Sindaco del paese servirono a salvargli nuovamente la vita. Dante, molto tempo dopo, mi chiese scusa per lo spavento arrecato. Tu sei il figlio di Guido, quella volta ce la siamo vista brutta... mi spiace che tuo padre non ci sia piú... Poi, un giorno, arrivarono molti camion con lugubri marchi uncinati. Fu rastrellamento. Nella grande piazza, contro il muro di tufo che tante volte era stato sponda del pallone, erano tutti in fila davanti alle mitragliatrici pronte a

9 vomitare i caricatori, uomini e ragazzi. Qualcuno riuscí a non farsi prendere e, salito sulle colline, dove altre mitragliatrici erano appostate, ad impedire la strage e la fine del paese. Dante sapeva tutto questo e anche se mio padre non lo aveva seguito, quel giorno, lo riconosceva suo compagno. Un uomo è Partigiano, se morire contro un muro, per altri Partigiani, è ciò che può essere. Una giornata felice: il mio papà, sullo sfondo mio nonno.

10 Pietre In quei giorni c'era la festa del paese e tutti, abitanti del concentrico e gente delle campagne, avrebbero interrotto per qualche giorno il loro lavoro, almeno quello che si poteva interrompere, e si sarebbero dedicati all avvenimento che, per il paese, è il piú importante dell anno. La festa si celebra in occasione della ricorrenza del Santo Patrono, la Madonna del Carmine per quei luoghi, e di gran lunga supera, per partecipazione e numero di giorni in cui si consuma, tutte le altre. Anche la gente dei paesi vicini, come oggi, vi avrebbe partecipato; ai tempi, però, lo stradone che segue la valle e porta al paese, sarebbe stato percorso a piedi, magari in bicicletta o su un biroccino trainato da un cavallo, e non sarebbero state le automobili, il cui raro passaggio destava quasi stupore, il mezzo di trasporto piú comunemente utilizzato. Le strade, da quelle parti, non erano ancora asfaltate ed erano percorse nei giorni di lavoro dai carrettieri, che con i loro carri trainati da grossi cavalli da tiro, facevano la spola fra la bassa e l alta valle, per trasportare il legname e tanti altri prodotti. Per la festa qualcuno sarebbe anche venuto in paese dalle vallate vicine, risalendo e scendendo le colline. Le fiere erano allora un valido motivo per percorrere tanta strada e, a volte, per arrivare in tempo, si partiva anche la notte, al chiaro della luna e delle stelle. Dalle campagne, su in collina, tutti sarebbero certamente venuti a piedi, con l abito della festa ma con le solite scarpe pesanti, di tutti i giorni, percorrendo strade e sentieri pieni di polvere e di pietre, di fango in caso di pioggia. Polvere e fango particolari: il tufo di cui sono fatte quelle colline, si sfalda facilmente e la polvere è polvere di tufo, bianca e sottile, e il fango che si crea con la pioggia, è quasi come colla. Nessuno avrebbe indossato le scarpe della festa per il tragitto: si sarebbero distrutte anche in un solo viaggio. Appena arrivati in paese, uomini e donne avrebbero lasciato le loro scarpe pesanti in un luogo appartato, per poi riprenderle per il ritorno a casa, e, solo allora, avrebbero indossato le scarpe migliori. Su per le colline, l unico mezzo di trasporto era il carro trainato dai buoi, ma serviva per trasportare l uva, il fieno, il legname e non le persone. I cavalli, in campagna, quasi nessuno li aveva: si sarebbero dovuti

11 mantenere e non sarebbero serviti per i lavori nelle vigne e nei campi. Solo il medico condotto, in paese, ne possedeva uno e lo montava a sella, o ci attaccava il calessino quando la strada che doveva percorrere per le sue visite lo permetteva, ed era solo giú nella valle. Come in tutti i giorni di festa, durante la bella stagione, dopo aver partecipato alla messa, che per l'occasione sarebbe stata particolarmente solenne, gli uomini si sarebbero fermati in piazza a discorrere fra loro; le ragazze da marito avrebbero percorso piú volte lo stradone in piccoli gruppi, per mettersi in mostra e per far vedere, con un po' di civetteria, il loro abito piú bello. Il gelataio, poi, avrebbe fatto buoni affari e avrebbe venduto tutto il gelato preparato. Anche le osterie avrebbero aumentato il loro numero d avventori; ce n'erano diverse in paese, e gli uomini le frequentavano, specialmente la domenica e nelle occasioni come questa, per ritrovarsi fra loro, giocare a carte o bere in compagnia qualche bicchiere di vino. Il ballo pubblico a palchetto, dove con un'orchestrina che suonava si sarebbe ballato la sera, non poteva certo mancare e per l occasione era stato collocato nel cortile delle scuole elementari, per non ingombrare la piazza principale, allora ancora da ampliare, che sarebbe servita per la partita al pallone elastico, per la fiera del bestiame e per i banchi del mercato. Alla fine dei festeggiamenti, come sempre, ci sarebbe stato lo spettacolo pirotecnico dei fuochi d artificio, con la figura finale dedicata alla Madonna del Carmine a rimandare tutti al prossimo anno, per una nuova festa. Il periodo a cui ci si riferisce è quello antecedente, di qualche anno, lo scoppio della seconda guerra mondiale. Ai tempi, come per molti anni in avvenire, le condizioni di vita erano particolarmente dure. Il lavoro nei campi e nelle vigne veniva fatto senza l'ausilio di macchine agricole a motore, non ancora diffuse all epoca, ed era molto piú gravoso di oggi. Erano utilizzati i buoi per arare, trasportare l uva. La vendita dei prodotti della campagna, la cui produzione non era certamente intensiva come ai giorni nostri, offriva scarsi redditi e non era certamente agevolata dalle difficoltà di trasporto e forse anche dalla miseria che c era. Anche per i piccoli artigiani del paese le difficoltà non mancavano; la difficile situazione economica dei loro clienti limitava le loro possibilità di guadagno e

12 li costringeva spesso a concedere crediti che erano saldati con notevoli sforzi e solo in tempi molto lunghi. Come oggi, comunque, la gente non avrebbe pensato troppo ai problemi quotidiani e, per tre giorni, avrebbe partecipato alla festa. Allora era al potere il regime fascista e nel programma dei festeggiamenti c'era anche un raduno-comizio, che alcune «camicie nere», venute da fuori, a- vrebbero dovuto tenere sul ballo a palchetto, la domenica pomeriggio. Al momento dell'evento, dopo aver constatato che nel luogo prescelto non c'era quasi nessuno, alcuni fascisti entrarono nell'osteria, il cui proprietario era una specie di gerarca del paese, per sollecitare gli uomini presenti a fare il loro dovere, e loro, costretti, si recarono nel luogo del raduno. Il comizio iniziò con un rimprovero a tutti i presenti, per la poco sentita partecipazione, e proseguí con le solite frasi di repertorio. Ad un certo punto, uno degli uomini, vicino a Gioanin, non riuscí piú a trattenere la propria insofferenza e, approfittando di un momento di pausa, gridò <<Viva il Socialismo!>>. La tensione aumentò e il peggio fu per poco evitato, anche perché intervennero subito i carabinieri, venuti dal paese vicino per garantire l ordine pubblico, i quali, sollecitati dalle «camicie nere», si apprestarono ad arrestare il "provocatore". Un carabiniere, a forza, spingendo violentemente, arrivò vicino al suo obiettivo. Davanti a lui c'era solo piú Gioanin che, quasi travolto e in un tentativo istintivo di difesa, gli sferrò un pugno. Immediatamente si mossero anche gli altri carabinieri e l'arresto, esteso anche a chi aveva colpito il loro collega, fu attuato. Poco dopo, il raduno fu sciolto e i due arrestati furono portati nel paese vicino, a cinque chilometri di distanza, nell attesa del procedimento che ci sarebbe stato a loro carico. La moglie di Gioanin, avvisata del fatto, il giorno dopo si recò a Santo Stefano, a piedi, portando con sé un cestino con un po' di polenta per il marito rinchiuso e senz'altro a digiuno. Arrivata alla caserma, chiese di poter vedere il marito e, dopo il controllo del cesto da parte del carabiniere che aveva ricevuto il pugno e che per questo aveva la mascella gonfia, ottenne il permesso.

13 Dalla porta socchiusa dietro di sé, ebbe anche modo di sentire ciò che il carabiniere diceva ad un suo compagno: Guarda questi contadini, mangiano solo polenta, ma danno dei pugni che stordiscono! Gioanin era un mastro-muratore, ex combattente della prima guerra mondiale, e aveva quattro figli, di cui due in tenera età. Due dei suoi fratelli, il fratello maggiore e la sorella, erano emigrati, qualche anno prima, in Uruguay. Anche lui era stato sul punto di seguire la stessa sorte: aveva già il biglietto per il lungo viaggio, lo aveva comprato con i soldi che gli avevano inviato i suoi fratelli dall'america, ma poi lo restituí, avendo deciso di non partire e di sposarsi con la ragazza a cui era promesso. Allora era molto giovane e particolarmente agile e forte. Faceva il muratore, e nel tempo libero andava a giocare al pallone con il bracciale nella piazza che aveva a lato l antico muro del castello medioevale, i cui ruderi sono ancora visibili in paese. Spesso andava anche a pescare in Belbo, e lo faceva collocando la nassa sul fondo del lago, poco distante da casa, dove il torrente aveva scavato contro le rocce una profonda buca di quattro o cinque metri di profondità. La lontra, che allora era presente nel torrente, gli contendeva i pesci, e lui, spesso, non poteva far altro che recuperare quello che restava della nassa. Un giorno d estate, tanti anni fa, era andato al torrente per pescare, accompagnato dalla sua futura moglie; si era tuffato, ma poi aveva avuto difficoltà a recuperare il suo attrezzo di pesca. Non vedendolo riemergere, dopo diversi minuti, e non immaginando che si potesse stare tanto sott acqua, la sua fidanzata si spaventò e corse per chiedere aiuto. Lui, riemerso, non la vide piú sulla riva, la chiamò, ma non ebbe risposta. Lei tornò poco dopo, accompagnata da gente che aveva trovato nei campi vicini, ormai già quasi convinta di non rivederlo piú vivo. Lui, invece, era sulla riva, tranquillo ad armeggiare con la sua nassa Dopo sposato ebbe il problema di trovare, per sé e per la sua famiglia, una casa piú grande in cui vivere. Sulla strada per il paese, poco sopra la bialera e a pochi passi dal paese stesso, c'era una casa in vendita che faceva al caso suo. I soldi non bastavano, ma il proprietario, che lo conosceva e sapeva di potersi fidare, gli concesse un'ampia dilazione nei pagamenti. Lui tagliò tutti gli olmi che erano nel piccolo appezzamento di

14 terra unito alla casa che aveva comprato, e la loro vendita gli permise di pagare una buona parte del debito; avrebbe poi saldato quello che restava lavorando intensamente, anche per il vecchio proprietario, negli anni a venire. Aveva per pochi anni evitato la guerra di Libia, ma poi, a quasi trent'anni, era stato richiamato per la Grande Guerra. Era partito per il fronte che aveva già due figli piccoli (poi morti qualche anno dopo per una polmonite e un'otite). Era stato impiegato in prima linea, dove gli scontri erano stati molto cruenti e spesso ancora all'arma bianca. Aveva visto molte volte gli arditi italiani andare all'attacco con la baionetta, e si era anche difeso da assalti nemici in cui si usavano gli stessi "sistemi". Aveva partecipato a conquistare posizioni che poco dopo erano perse poi riprese, in un tragico gioco al massacro. Fortunatamente non era mai stato ferito seriamente ed aveva potuto continuare a combattere una guerra terribile, dove la vita dei soldati era sempre legata ad un filo fragilissimo. Molti suoi compagni non erano riusciti a sopportarne i momenti piú duri e si erano feriti volontariamente, o avevano trovato degli espedienti, con lo scopo di essere mandati nelle retrovie. Spesso però, dopo essere stati scoperti, per questo erano stati pesantemente puniti, e a volte anche fucilati. Anche lui, una volta, si era messo in una situazione del genere. Aveva saputo da un compagno che il suo plotone avrebbe dovuto partecipare ad uno dei tanti assalti che parevano senza alcuna possibilità di successo. La montagna da conquistare aveva già fatto registrare, nei precedenti combattimenti, un gran numero di vittime e tutti gli attaccanti erano stati irrimediabilmente falciati dalle mitragliatrici austriache. Ogni giorno si procrastinava un nuovo attacco e un nuovo fallimento. Sapeva che non avrebbe potuto salvarsi: troppe volte aveva già avuto fortuna, ma quella volta neanche piú la fortuna avrebbe potuto salvarlo. L'unico modo per conservare la pelle era quello di procurarsi una ferita, perlomeno per saltare un turno d attacco. Conseguentemente, durante la marcia di trasferimento per raggiungere la base della montagna, si era colpito di nascosto piú volte al ginocchio

15 con il calcio del fucile. Il risultato fu verosimile e saltò il turno. Quegli attacchi poi, fortunatamente, non furono piú ripetuti... Altre volte aveva potuto constatare che molte delle azioni che erano state ordinate si dimostravano dei veri e propri disastri e che, spesso, era solo il prestigio militare di qualche alto ufficiale, l obiettivo da salvaguardare. Nell'ultimo anno di guerra, poi, aveva visto tutti quei ragazzi, di appena diciotto anni, arrivati al fronte e subito coinvolti in scontri durissimi e con perdite gravissime... La guerra, nonostante tutto, non gli aveva procurato danni fisici, e lui era potuto tornare a casa, dalla sua famiglia, per riprendere la vita civile. Come molti altri soldati, che avevano vissuto una cosí tremenda esperienza, possedeva un carattere duro, ma sentiva anche particolare solidarietà per chi si trovava in difficoltà. Pensava, come molti altri suoi compagni, che il Socialismo, almeno per il concetto che ne aveva, sarebbe dovuta essere la politica giusta per la gente, e vedeva nel Fascismo solo il proseguimento della violenza e dei soprusi vissuti in guerra. Il lavoro che svolgeva era molto pesante e i luoghi in cui prestava la propria opera, su per le colline o anche nei paesi vicini, erano spesso distanti e da raggiungere sempre a piedi. Tutti gli attrezzi del lavoro dovevano essere trasportati a mano, in diversi viaggi, e anche l'alimentazione non era sempre adeguata agli sforzi che doveva sostenere. Quando poteva, sua moglie gli portava da casa un po' di minestra o di polenta, magari con un paio d uova sode o una frittata, ma il piú delle volte doveva accontentarsi di quello che si portava, il mattino, da casa. Diversi erano i lavori che gli venivano commissionati: la riparazione dei tetti o la costruzione delle volte sostenute da travi di ferro, che servivano a sostituire le travi di legno, ancora utilizzate nelle vecchie case di campagna, erano fra questi. A volte, il lavoro commissionato poteva essere addirittura l'edificazione di un intera casa. In queste e in altre occasioni, aveva bisogno di alcuni aiutanti, e per questo c era sempre qualche ragazzo di campagna o del paese, che era disponibile e che lavorava con lui. Spesso costruiva muri a secco, per il sostegno di strade o di terreni. Lastricare strade e costruire muri in pietra erano anche stati i lavori che

16 aveva fatto suo padre, che era venuto da Bergamo per costruire lo stradone, e che poi, dopo aver conosciuto e sposato una ragazza del luogo, la sua futura mamma, si era stabilito in paese. Gioanin spesso definiva le proprie questioni di lavoro la domenica, prima o dopo la messa, con i suoi giovani aiutanti ad aspettare un pagamento per poter essere poi pagati loro stessi. ( Dante del racconto precedente, era stato uno di quei giovani aiutanti.) La sua famiglia era composta da sua moglie, dalla sua mamma, dalla granda mamma di sua mamma e da quattro dei sei figli che aveva avuto. Allora il rapporto genitori-figli non era certo quello dei giorni nostri e in alcune famiglie, nei confronti del capofamiglia, c'era quasi soggezione. Erano forse la vita dura, l educazione, i tempi, ma l esistenza non era certo serena; inoltre, nei giorni di riposo lo svago era spesso costituito da qualche bicchiere in osteria, e questo non aiutava certo i rapporti famigliari...

17 Gioanin, quella volta, dopo un breve dibattimento di fronte al Pretore, fu rimandato a casa. Avevano preso informazioni su di lui e avevano ritenuto che quel gesto fosse stato solo istintivo. Qualcosa, però, nelle carte gli era rimasto, e uno dei suoi figli, al momento della leva militare, si vide rifiutare la richiesta di poter effettuare il servizio come ausiliario presso l Arma dei Carabinieri. Cossano Belbo (Langhe)

18 La corriera La corriera, oggi quasi sempre vuota, continua a percorrere la stessa strada di un tempo. Da Canelli fin su a Niella, piú volte al giorno, a risalire e ridiscendere la valle. La osservo, fermarsi e ripartire, adesso che sono ormai adulto e molto tempo è passato da quando, bambino, la vedevo avviarsi per il mercato, carica di uomini e donne, e con sul tetto ogni genere di animali da cortile, uova e prodotti della terra. Tornava riportando gli stessi uomini e donne, ma con altre mercanzie, ottenute in cambio di quelle vendute. Oggi per lo stradone principale non è piú la regina: troppi e diversi sono i mezzi di trasporto. Anche dalle campagne, su in collina, percorrendo le strade di un tempo, che però adesso sono asfaltate e senza polvere, pietre e fango, è l automobile, che ormai tutti posseggono, il mezzo utilizzato dai contadini per recarsi al mercato. Loro non scendono piú in paese, a piedi, ad aspettare il suo passaggio, e neppure piú nessuno la utilizza per trasportare gli animali da cortile. Un ruolo particolare la corriera l ha però ancora conservato: come un tempo, il suo passaggio indica l ora, come un orologio o come il suono delle campane del campanile della chiesa del paese. Certo, forse occorre avere una certa età, per ricordare quando le automobili erano rare e il suo passaggio non poteva non essere notato. C è poi un racconto, una storia di tanti anni fa, in cui la corriera ha dovuto compiere un servizio particolare: Quella mattina tanti ragazzi di vent'anni, raccolti su per la valle, avevano già occupato tutti i posti. Altri dovevano ancora salire e trovarono sistemazione sul tetto. Anche Maurizio era fra loro. Quando la corriera partí incrociò mia madre, davanti alla grande casa sullo stradone, di fronte alla chiesa. Maurizio dal tetto la salutò, agitando le braccia per farsi meglio vedere; lei rispose al suo saluto, poi un greve presagio la pervase.

19 Quei ragazzi sul tetto della corriera erano cosí festosi; eppure quei volantini, che aerei inglesi avevano lanciato qualche giorno prima e che tutti avevano raccolto, in cui s invocavano le loro madri <<Non dovete lasciarli partire, non torneranno piú!>>, dicevano un altra cosa rispetto a chi voleva far credere che quella guerra sarebbe stata rapida e sopportabile. Per Maurizio mia madre nutriva un profondo affetto. Bambini avevano giocato, spensierati, con gli altri compagni nella piana, a pochi passi da casa: ogni gioco era semplice e inventato con l'ingenuità di quell'età. Maurizio era venuto padrino con lei, quel giorno, quando fu battezzato suo fratello piú piccolo, e questo era servito a rendere piú forte il suo sentimento nei suoi confronti Quel presagio si trasformò in angoscia, e la corriera sparí con il suo carico, oltre la curva. Alla stazione del paese vicino, un treno sbuffante, nell attesa di sostituirsi al mezzo gommato, era pronto a partire verso la grande caserma di raccolta. Poi un altro treno. Quei ragazzi si sarebbero avviati verso un paese molto lontano e per loro ci sarebbe stato un tremendo destino. Qualcuno, a quei tempi, aveva deciso che seguire la follia omicida di un uomo, e dei suoi seguaci, doveva essere la cosa da fare. Quei ragazzi, e tanti altri, furono le vittime di quella tragica scelta. Dove andarono non c'erano le colline con i filari; i fiumi erano cosí grandi da far sembrare il Belbo un insignificante rivolo. C era la steppa, il fango, la neve, il freddo tremendo. Altri soldati, in altri tempi, avevano già percorso quei luoghi, fino a Mosca; ma poi, anche per loro, la tragica ritirata. La corriera non li riportò piú, tutti insieme, a casa. Forse, in tempi diversi, qualcuno tornò; anche uno per tutti in una piccola bara di zinco. Maurizio e gli altri riposano in cimiteri chissà dove; oppure le loro ossa saranno disperse Quanti ragazzi di vent'anni avranno condiviso la loro stessa sorte. Ti ha portato la corriera delle sette, mi disse la mia mamma quando le chiesi, da bambino, come fossi venuto al mondo.

20 Sono nato proprio mentre transitava, sotto casa nostra, la corriera, al suo passaggio delle sette della sera. Pensare alla corriera, come al mezzo che porta qualcosa di caro, è forse un modo per rimuovere il ricordo di quel giorno, quando Maurizio e i suoi compagni partirono, per non tornare piú. La corriera a Cossano Belbo (anni 50) La lapide posta sulla facciata della chiesa di San Lorenzo. Ricorda i caduti e i dispersi sul Fronte russo

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