ogli Quando l invidia è al femminile di Mariolina Ceriotti Migliarese Lionel Messi: manca un sogno, anzi due La perfezione non è di questo mondo

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1 Novembre ITINERARI MENSILI DI COSTUME ogli RISPONDE LA PSICOLOGA Quando l invidia è al femminile di Mariolina Ceriotti Migliarese Lionel Messi L INTERVISTA Lionel Messi: manca un sogno, anzi due di Claudio Pollastri LA SFIDA EDUCATIVA La perfezione non è di questo mondo di Saverio Sgroi NON SOLO VIDEOGIOCHI Paure del buio antiche & nuove di Giuseppe Romano CASALINGHITÀ Strumenti giusti & idee regalo di Giovanna Armani Fogli - Via A. Stradivari, Milano Supplemento a Studi Cattolici n. 633 Novembre 2013 Poste Italiane Spa - Spedizione in a. p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB Perugia

2 ogli in collaborazione con Novembre Andrea Beolchi EDITORIALE Mariolina Ceriotti Migliarese RISPONDE LA PSICOLOGA Quando l invidia è al femminile Claudio Pollastri L INTERVISTA Lionel Messi: manca un sogno, anzi due Sergio Fenizia A SCUOLA Per non scordare la «lingua natìa» Saverio Sgroi LA SFIDA EDUCATIVA La perfezione non è di questo mondo Eugenio Monaco EDU.LIBRI Dal comunismo ai «Cristeros» Francesco Napoli TACUIN SPORTIVO Da Dario Marchetti a Garrincha Giuseppe Romano NON SOLO VIDEOGIOCHI Paure del buio antiche & nuove Giovanna Armani CASALINGHITÀ Strumenti giusti & idee regalo FAES CHANNEL DIRETTORE RESPONSABILE: Andrea Beolchi SEGRETARIO DI REDAZIONE: Fabio Ferrarini REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE: Edizioni Ares - Via Stradivari, Milano Tel fax sito internet STAMPA: Tipografia Gamma S.R.L. - Città di Castello (Pg) PROGETTO GRAFICO: Alkimia Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Milano il 10 maggio 1986 con numero 244 Edizioni Ares

3 Novembre 2013 RISPONDE LA PSICOLOGA Quando l invidia è al femminile di Mariolina Ceriotti Migliarese L INTERVISTA Lionel Messi: manca un sogno, anzi due di Claudio Pollastri LA SFIDA EDUCATIVA La perfezione non è di questo mondo di Saverio Sgroi NON SOLO VIDEOGIOCHI Paure del buio antiche & nuove di Giuseppe Romano CASALINGHITÀ Strumenti giusti & idee regalo di Giovanna Armani E D I T O R I A L E 3 di Andrea Beolchi 399 Fogli - Via A. Stradivari, Milano Supplemento a Studi Cattolici n. 633 Novembre 2013 Poste Italiane Spa - Spedizione in a. p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB Perugia ITINERARI MENSILI DI COSTUME ogli «Sono sempre dell idea che i risultati prima si portano a casa e poi si annunciano»: parole pronunciate un mesetto fa dal ministro dell Istruzione Maria Chiara Carrozza, alla vigilia del consiglio dei ministri che avrebbe varato quel decreto scuola approvato la scorsa settimana alla Camera; ricorderete il senso di soddisfazione con cui quel decreto venne poi annunciato. Peccato che i risultati portati a casa siano i seguenti. Primo: è finita che i 41 milioni di euro previsti per gli atenei «virtuosi», la cui copertura era peraltro già disponibile presso il ministero delle Finanze, non verranno erogati trattandosi di risorse destinate agli investimenti e che pertanto non possono essere dirottate sul fondo per le università; Manuela Ghizzoni, relatrice del provvedimento alla Camera, ha spiegato: «Abbiamo invano cercato una soluzione contabile che ci permettesse di usare quei fondi, che altrimenti rischiamo di perdere. Ma non è stato possibile»; insomma, si è detto, c è stato un problema «tecnico». Uno dice: e lo scoprono adesso? O non sarà mica un escamotage per tirare un bel colpo di spugna su quel riconoscimento del merito che in nessun settore, ma tantomeno nel reparto istruzione, pare gradito né ai politici nostrani né alle nostrane lobby scolastiche (ricordiamo, en passant, come i test Invalsi siano stati apertamente boicottati da un manipolo di docenti che hanno invitato i loro alunni a copiarli, non ritenendo evidentemente plausibile di vedere indirettamente valutato il loro lavoro). Chissà se qualcuno si degnerà di farci sapere perlomeno che ne sarà del lavoro svolto (per davvero, questo, ed è costato soldi) dall Anvur, l Agenzia di valutazione delle Università, in vista di un provvedimento che non c è più. Chissà se a qualcuno verrà in mente di dire scusate, qui si discute di responsabilità civile dei medici, dei magistrati... e va bene, ma di responsabilità dei politici, ne discuteremo mai? Secondo: la beffa del bonus maturità che prima c è, poi non c è più e adesso c è ancora ma solo per questa volta (e gli studenti che hanno passato la loro regolare ammissione con la loro regolare graduatoria si arrangino, e facciano il favore di stringersi un po per far posto agli iscritti in sovrannumero). Terzo: durante la discussione finale del decreto la Camera ha approvato un emendamento che stabilisce che i 10 milioni stanziati per la formazione dei docenti dovranno essere usati non solo per «migliorare le competenze degli studenti», ma per rendere i suddetti docenti idonei a educarli «al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere» (la ciliegina sulla torta è un ordine del giorno, accolto dal governo, che introduce il rispetto del codice delle pari opportunità nei libri di testo). Finalmente qualcuno ci ha pensato, e ha stanziato anche un po di soldi per la relativa formazione del corpo docente, a fare in modo che la scuola insegni il rispetto; finalmente da domani i bulli (per fare l esempio più soft) non saranno più bulli perché la maestra o il professore gli ha detto che non si fa (solo se è discriminante il genere, però). Mica come prima, che magari li incitava anche, al bullismo. Ci voleva questo decreto illuminato.

4 R I S P O N D E L A P S I C O L O G A Q U A N D O L I N V I D I A di Mariolina Ceriotti Migliarese Cara Dottoressa, forse il contenuto della mia lettera le sembrerà poco importante, ma il piccolo episodio che le voglio raccontare mi ha messo in difficoltà e desidero conoscere la sua opinione. Ho 32 anni e faccio l avvocato; la scorsa settimana sono stata invitata a tenere un piccolo incontro per un ciclo di conferenze organizzato da amici: era la prima volta che mi esponevo in pubblico e mi sentivo perciò emozionata e un po in ansia. Per questo motivo ho provato un grande piacere vedendo entrare in sala una delle mie amiche più care, avvocato come me, e ho pensato che fosse lì per sostenermi e condividere con me questa esperienza. La conferenza è andata benissimo, mi sono divertita e ho avuto l impressione che il pubblico avesse davvero apprezzato il mio intervento. Finita la serata mi sono subito messa a cercare Anna, curiosa di conoscere la sua opinione, ma contrariamente alle mie aspettative mi è sembrata un po fredda e mi ha dedicato pochissima attenzione: mi ha salutato, sì, ma senza entusiasmo e continuando a chiacchierare con questo e con quello. Le ho chiesto se mi dava un passaggio, sperando che una volta sole saremmo riuscite finalmente a parlarci, ma anche in macchina non ha detto una sola parola sul mio intervento: ho condotto io la conversazione chiedendole notizie del suo bambino, del marito, del lavoro, senza avere da lei non dico un complimento, ma almeno un osservazione, un commento, una critica Sono scesa dalla macchina ferita e incredula. Eppure sono certa della sua amicizia, che mi ha dimostrato in molte occasioni. Cosa è successo? Perché questa specie di freddezza e di distanza? Anche se non vorrei pensarlo, mi viene il dubbio che forse Anna si sia sentita invidiosa del mio successo. Davvero potrebbe essere così o è la mia mente contorta a inventarsi una improbabile rivalità? (Lucia 1981).

5 5 È A L F E M M I N I L E Cara Lucia, la questione che mi poni non è affatto marginale, ma va al cuore di un tema importante e che mi sta particolarmente a cuore: quello del rapporto tra donne, con le tante potenzialità ma anche difficoltà che possiamo quotidianamente sperimentare, talvolta senza riuscire a darcene piena ragione. È un rapporto che attiva dinamiche potenti, spesso sotterranee e segrete, secondo codici complessi di alleanze e rivalità del tutto ignoti al mondo maschile. Come tu hai ben intuito, il vero nemico del rapporto tra donne è proprio il sentimento invidioso, un pericolo sottile, una presenza invadente ma misconosciuta e negata perché a nessuna di noi piace riconoscere di portare questo nemico dentro di sé. Negarla però ottiene come unico risultato quello di non poterla combattere; io credo invece che dovremmo imparare a parlarne, a farci i conti, a guardarla bene in faccia e magari a riderci su, per poterla poi davvero neutralizzare. Ma che cos è l invidia? Secondo la psicoanalista Melanie Klein, l invidia è «un sentimento di rabbia perché un altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode. L impulso invidioso mira a portarla via o a danneggiarla. Inoltre l invidia implica un rapporto con una sola persona ed è riconducibile al primo rapporto esclusivo con la madre». Si tratta di una definizione molto precisa, che descrive il sentimento invidioso e lo collega alla sua origine, legata alle vicissitudini del fondamentale rapporto che ciascuno di noi ha con il suo primo oggetto d amore: la madre. Le cose però non sono affatto semplici: l invidia infatti è anche tradizionalmente collocata tra i sette vizi o peccati capitali, chiamati così «perché generano altri peccati, altri vizi». Il vizio viene inteso come «ripetizione dei medesimi atti, da cui derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male» (v. Catechismo della Chiesa cattolica, n ). Di che cosa stiamo dunque parlando nel parlare dell invidia? Come possiamo collocare la persona invidiosa? In che modo la conoscenza psicologica e le valenze morali si intersecano tra loro? Per rispondere a questa domanda è molto importante prestare bene attenzione alle parole. La Klein parla di un «sentimento di rabbia»: un emozione, dunque, un moto della sensibilità, una passione. Ma le passioni, in sé stesse, non sono né buone né cattive, come è sempre il Catechismo della Chiesa cattolica a ricordarci: «[le passioni] non ricevono qualificazione morale se non nella misura in cui dipendono effettivamente dalla ragione e dalla volontà» (n ). Nella misura in cui è un sentimento e un impulso, dunque, l invidia non è ancora in quanto tale un vizio né un peccato. È però un impulso che «mira a portare via o a danneggiare» quello che l altro ha e io non ho o penso di non avere. Per questo, se non viene riconosciuto, capito e affrontato, può spingere la persona a coltivare in sé pensieri di ostilità o ad agire comportamenti più o meno scopertamente distruttivi nei confronti dell oggetto invidiato. L invidia dunque è un inclinazione dell animo che origina con diverso grado di intensità dalle vicende storiche della persona, e si trasforma in vizio solo nella misura in cui viene coltivata e poi agita ai danni dell altro.

6 R I S P O N D E L A P S I C O L O G A Q U A N D O L I N V I D I A In caso contrario, il sentimento invidioso è un sentimento molto doloroso in primo luogo proprio per la persona che lo prova, perché nasce sulla base di un antica e profonda angoscia di esclusione che viene riattivata quando qualcosa che avviene nel presente richiama anche inconsciamente all animo la stessa dolorosa sensazione. Come si spiega però l esistenza di questo sentimento, e in che modo possiamo collegarlo con l esperienza del rapporto tra il bambino e la mamma? Possiamo intuirlo solo considerando che nella relazione primaria il bambino molto piccolo vive la madre come una entità onnipotente da cui dipende la sua sopravvivenza, perché la madre dispone a suo piacimento della possibilità di dare cibo, sicurezza, sollievo da ogni male, o al contrario quella di abbandonare il bambino nell angoscia e in balìa del bisogno. Per questo motivo, è la stessa asimmetria di potere e di posizione tra il neonato e la madre a essere fonte di una idealizzazione della madre da parte del bambino, che vede in lei la detentrice assoluta di ogni ricchezza e capacità. A causa della immaturità della sua struttura psichica e cognitiva, il neonato non è in grado di prevedere se e quando ciò di cui ha bisogno gli verrà dato e solo il ripetersi sufficientemente regolare di gratificazioni adeguate permette di sviluppare progressivamente in lui la fiducia nell esistenza di un oggetto buono, capace di dare con generosità e verso il quale provare gratitudine. Ma anche la più attenta e amorevole delle madri non può in alcun modo evitare che ci sia una discrepanza tra il desiderio di totale benessere del neonato (che nell esperienza intrauterina aveva tutto il necessario sempre a

7 7 È A L F E M M I N I L E sua disposizione ) e la nuova realtà in cui è necessario non solo imparare a chiedere, ma anche imparare ad aspettare La frustrazione è perciò inevitabile, e con essa l esperienza di un primo rudimentale sentimento invidioso. Se poi, a causa dei motivi più disparati e non sempre dipendenti dalla volontà della mamma, il neonato fa l esperienza di cure inadeguate, irregolari, incostanti o fornite con troppa ansia, si generano in lui sentimenti particolarmente intensi di frustrazione e di angoscia, accompagnati da un profondo sentimento di rabbia nei confronti dell oggetto-madre: questa infatti possiede tutto ciò di cui il bambino ha bisogno e desidera, ma nello stesso tempo, secondo il sentire del bambino, tiene queste ricchezze solo per sé lasciandolo solo e privo di ciò che desidera: l esperienza del bisogno e della privazione accrescono l avidità e creano angoscia, e sono fonte di rabbia contro un oggetto vissuto come onnipotente, che tutto possiede e niente dà. Questo tipo di ricostruzione storica delle primitive vicende psichiche trova la sua conferma nell analisi del vissuto di numerosi pazienti adulti in psicoterapia. È sempre un esperienza di grandissima intensità quella di venire a contatto, nelle relazioni di transfert terapeutico, con sentimenti così profondi e così antichi: il loro ricomparire alla superficie della coscienza comporta sempre per il paziente un grande dolore, una grande rabbia e spesso anche una profonda vergogna. L invidia, dunque, è potenzialmente ubiquitaria, nessuno di noi ne è immune, proprio perché tutti abbiamo fatto in qualche misura l esperienza di questa asimmetria di forze e di potere e ci siamo trovati nella situazione di

8 R I S P O N D E L A P S I C O L O G A Q U A N D O L I N V I D I A dover dipendere totalmente da qualcuno che aveva a sua disposizione il bene che a noi mancava; questa esperienza lascia in noi una traccia inconsapevole, pronta a riattivarsi quando un esperienza vissuta nel presente fa risuonare una sorta di «somiglianza» emotiva: l altro che ha/è qualcosa che io non ho/non sono e che desidero molto fa risuonare in me le corde di quell antico sentimento, facendomi nuovamente soffrire. Perché però le donne sono così particolarmente vulnerabili a questo sentimento? Il motivo sta nel legame specifico che unisce la mamma con la figlia femmina. La mamma infatti costituisce per la sua bambina non solo l oggetto d amore primario (così come per il maschio), ma anche l oggetto di identificazione: è confrontandosi con lei che la bambina definisce poco alla volta il proprio modo di essere nel mondo al femminile. Per diventare grande una bambina deve fare un percorso nel quale diventare donna come la madre, ma insieme differenziarsi da lei, e la madre appare alla sua bambina non solo come una persona molto amata, ma anche come una rivale temibile nel regno del femminile. La madre è rivale anche semplicemente perché è adulta mentre la bambina è piccola e donna mentre la bambina è bambina Ciò che la riguarda appare alla sua bambina come molto prezioso e spesso inarrivabile, soprattutto se e quando il rapporto tra loro si presenta per qual- che motivo conflittuale. Ecco allora che alla potenziale presenza ubiquitaria del sentimento invidioso si unisce nel femminile un di più sempre in agguato, soprattutto nel confronto con le altre donne. Saperlo non deve spaventarci, ma può al contrario esserci di grande aiuto. Dobbiamo imparare serenamente ad accettare che può capitarci di essere invidiose delle altre donne e dobbiamo soprattutto imparare a riconoscere i segnali indiretti di un invidia inconsapevole, perché le conseguenze emotive di un invidia non riconosciuta sono spesso uno schermo spiacevole tra donne che si vogliono bene. Provare un sentimento invidioso e non riconoscerlo comporta infatti una sorta di ottundimento della risposta emotiva all altro: malgrado le migliori intenzioni diventa impossibile partecipare pienamente alla sua gioia o condividere i suoi sentimenti e si sperimenta nei suoi confronti una specie di sgradevole distanza che non si riesce a colmare con la sola volontà, accompagnata da una altrettanto sgradevole percezione di sé. Questo ottundimento emotivo e questa distanza sono un movimento psichico inconsapevole, che vuole difenderci dal sentimento ancora più doloroso dell invidia, disapprovato dalla parte più consapevole di noi e ricacciato indietro là nell inconscio dal quale proviene.

9 9 È A L F E M M I N I L E Riconoscere questa trappola è mettersi sulla buona strada per superarla, rendendo più piacevoli, ricchi e buoni i rapporti tra donne e aprendo la porta ad amicizie più serene. Ogni donna sa che l amicizia al femminile, quando è autentica, può regalare cose che in quella maschile sono molto difficili da trovare, perché le donne possono essere capaci di una collaborazione e di uno scambio davvero alla pari, al di là di ogni differenza formale. Sono certa che se diventeremo capaci di viverci l una con l altra come potenziali alleate piuttosto che come potenziali rivali, riusciremo finalmente a sviluppare straordinarie e inedite reti di solidarietà in ogni campo, da quello della famiglia a quello del lavoro, e riusciremo a produrre risultati davvero sorprendenti per la loro creatività. M.C.M. RISPOSTE ALLE «FAMIGLIE IMPERFETTE» Dopo due libri di successo, La famiglia imperfetta e La coppia imperfetta, Mariolina Ceriotti Migliarese è stata sommersa da uno tsunami di lettere (alcune pubblicate in questa rubrica di Fogli) di genitori che vogliono migliorare il loro modo di educare. Come parlare di sesso con i propri figli? Che cosa fare se si scopre di avere in famiglia un piccolo «bullo» o un adolescente che «spinella»? C è ancora spazio per i nonni nelle nostre case? Discoteca sì o discoteca no? In Cara Dottoressa... (Ares, pp. 160, 14) l autrice ha raccolto le risposte alle questioni più urgenti, dalle crisi adolescenziali alle fratture della comunicazione, dall invasione di facebook alle sfide (e anche agli insuccessi) della scuola. Consigli in positivo, all insegna della fiducia nell altro e di una speranza ancorata a un solido realismo. Un vademecum che non dovrebbe mancare sullo scaffale di ogni «famiglia imperfetta».

10 L I N T E R V I S T A L I O N E L M E S S I : M A N C A di Claudio Pollastri Scusi, Messi, ma perché non ha parlato col Papa come ha fatto Balotelli? Balo è stato più furbo. Ha parlato col Papa per cinque minuti. Non è riuscito a dribblare le body-guard? Erano in troppi. Si è sentito per la prima volta sconfitto? Non ho nemmeno tentato. Com era durante l udienza? Di pietra. Non riuscivo quasi a respirare. Avrà vissuto altri momenti come questo. No. È stata una giornata unica. Che ricordo porterà del Papa? Il suo sorriso. Il suo tono di voce. Le parole. L ha conquistata? Sono sempre stato cattolico, anche se poco praticante. Non va a Messa? Poco. Ma Papa Francesco mi ha rafforzato nella fede. E poi... E poi? Papa Francesco si chiama Jorge, come mio padre. Cosa fa suo padre? Il falegname. Mia madre è casalinga. Tutti italo-argentini? Tutti. Anche mia moglie Antonella. Che cosa pensava davanti al Papa? La mente era paralizzata. Lo guardavo ed ero commosso. Se fosse riuscito a parlargli come ha fatto Balotelli? Gli avrei portato i saluti della mia famiglia e chiesto una benedizione speciale per il mio piccolo Thiago di dieci mesi.

11 U N S O G N O, A N Z I D U E 11 Ricorda quel 2 novembre 2012? Ero l uomo più felice della terra. Avevo assistito al parto e avrei voluto raccontarlo al Papa. Che cos altro avrebbe detto al Pontefice? Di continuare il suo impegno per i più vulnerabili e per chi soffre. Soprattutto per i bambini che abbraccia appena può. Anche lei si occupa di bambini. Ho sempre amato i bambini. Infatti collabora con l Unicef. Ero andato per l Unicef ad Haiti dopo il terremoto. Uno shock? Al ritorno, è nata la LeoMessi Foundation. Scopo? Restituire ai bambini un po della fortuna che ho avuto. Ha uno slogan? Scegli di credere. In che cosa? Che si può farcela. Il suo ruolo? L ho capito dopo una visita in un ospedale per bambini. Qual è? Aiutarli moralmente con la mia presenza. Funziona? Il sorriso che mi regalano lo conferma ogni volta. Che cosa gli dice di particolare? Non servono tante parole. Quando mi vedono scoprono la forza di continuare a lottare.

12 L I N T E R V I S T A L I O N E L M E S S I : M A N C A Una presenza terapeutica? Gli do la carica interiore per sperare. Lei ne sa qualcosa. Ho lottato molto per realizzare il mio sogno. Lotta ancora? Sempre. Ogni giorno. Perché lo fa? Per mettere la mia popolarità al servizio di chi è più debole. Che cosa riceve in cambio? La certezza di avere aiutato un bambino malato a sperare nella guarigione. Quanto tempo dedica alla Fondazione? Quello che mi lascia il calcio. Ma l impegno e l energia sono gli stessi. Hasta siempre, come diceva il Che? So poco di Guevara anche se è nato a Rosario come me. Però lo spirito è lo stesso. Continuerò a lottare per rendere più felici i bambini. Il progetto a cui tiene di più? Una scuola di calcio a Rosario, nella mia città natale. E in Spagna, dove vive? A Barcellona abbiamo costruito un parco giochi nell ospedale Vall de Hebrón. Finanzia anche la ricerca? Ci occupiamo della lotta contro il mal de chagas, una malattia tropicale. Borse di studio? Per i medici argentini che vengono a Barcellona a imparare a curare i tumori dei bambini. Che bambino era? Un po piccolino. Già innamorato del calcio? Come tutti in Argentina. Prima partita? A cinque anni contro quelli più grandi. Avevo fatto due gol. L aveva accompagnata suo padre? No, mia nonna. Portava anche mio fratello Rodrigo. Quello bravo? Più di me. Un incidente gli ha fermato la carriera.

13 U N S O G N O, A N Z I D U E 13 La sua vita comunque cambia. Avevo 13 anni. E da quel momento le mie giornate a Barcellona erano fatte di allenamenti e ospedale. Nostalgia della famiglia? Era con me. Mi seguiva in tutto. Tanto calcio, e la scuola? Ho fatto le elementari e il primo anno delle medie a Rosario, gli altri in Spagna. Ma non ha finito. Mi mancano gli ultimi due anni delle superiori per andare all università. Anche lei, in quanto a sfortuna, non ha scherzato. A 11 anni mi consideravano già molto bravo. Ma all improvviso avevo smesso di crescere. Colpa di un ormone, la somatotropina. Il sogno di diventare un grande calciatore s infrangeva. Serviva una cura costosissima. La mia famiglia era modesta, non povera, ma non poteva permettersi la cura della crescita. Ed ecco il miracolo! Arriva il direttore sportivo del Barcellona, mi vede giocare e mi fa firmare subito il contratto. Il famoso contratto sul tovagliolo di carta. Mai esistito. È una leggenda giornalistica. Qual era l ingaggio? Duemila euro. Un giorno li farà? Magari quando smetto col calcio. Non riuscivo a fare le due cose assieme. Intanto, è diventato il numero uno al mondo, meglio di Maradona. Maradona è unico. Però il paragone mi lusinga. È vero che gli unici libri che legge sono sulla vita del Pibe? Non sono molto amico dei libri. Che cos altro l ha letto? Cent anni di solitudine. Gabriel García Márquez resta una guida. I libri non li legge però li fa. Domenico Dolce mi ha convinto a fare un libro di fotografie. Il ricavato andrà in beneficenza. Con chi si è consigliato? In famiglia. E con Maradona.

14 L I N T E R V I S T A L I O N E L M E S S I : M A N C A Siete molto amici? Ci sentiamo spesso. Mi dà dei consigli. Beh, su certi argomenti non è un buon maestro. So dove sbaglia e glielo dico in faccia. Segue i suoi consigli anche sulla famiglia? Ho sposato la ragazza che avevo incontrato a sei anni. In questo sono molto diverso da Diego. Che figlio è? Sono molto attaccato ai miei genitori. Che mi trattano ancora come un bambino. Dove abitano? Mia madre non ha mai voluto lasciare la sua casa al Barrio dove sono nato. Un giorno vi tornerà? Mi piacerebbe. Non l ho mai dimenticato. In casa parlavate italiano? No. Però mio padre e mia madre qualche volta ricordavano i loro paesi d origine, in Italia. Cucina italiana o argentina? Metà e metà. Piatto preferito? Le milanesas. Però devo stare attento. Sono sempre a dieta. Che papà è? Premuroso e apprensivo. Cambio i pannolini a Thiago, gli faccio il bagnetto. A casa, riesce a staccare col calcio? Mi costringe mia moglie. Non capisce il calcio e non lo vuole nemmeno guardare in tv. Che cosa guardate? Thriller e storie d amore. Si commuove? Qualche volta. Piange? Quasi mai. L ultima volta? Quando è nato Thiago dopo un parto difficile. Lacrime di gioia. E quelle di dolore? Quando è morta mia nonna.

15 U N S O G N O, A N Z I D U E 15 Quella che l accompagnava alle partite? Sì. A lei dedico i miei gol. Qualche dedica anche ai bambini che assiste? Il mio pensiero è sempre con loro. Lei è un esempio per molti giovani. Me ne rendo conto quando vado per strada. Si sente prigioniero del successo? Un po. Ma cerco di dare il buon esempio ai giovani. Come? Dimostrando che i soldi non sono tutto. E la casa? Semplice. Confortevole. Normale. Niente pose da divo? Non sono il tipo. A questo punto, ha realizzato tutti i suoi sogni? Manca sempre l ultimo. Quale? Vincere i Mondiali in Brasile. A chi dedicherebbe la vittoria? A Papa Francesco. Così potrò parlargli. Che cosa conta? La famiglia. L onestà. La fede. Come Balotelli? Molto di più. C.P.

16 A S C U O L A P E R N O N S C O R D A R E di Sergio Fenizia «Leggere, scrivere e far di conto». Quante volte, ascoltando queste brevi parole, sarà scappato un sorriso benevolo verso la presunta ingenuità e limitatezza di obiettivi di una scuola ormai passata. In verità, però, quando con questa espressione ci si riferiva in modo sintetico ai fini della benemerita antica scuola elementare, si voleva sottolineare l essenziale di una delle dimensioni dell attività scolastica, senza voler negare anzi dandola per scontata quell altra più ampia nella quale la prima era (è) inscritta: la dimensione educativa. Era ovvio, infatti, che nessuna società ha un particolare interesse ad accrescere le competenze linguistiche e logico-matematiche di chi un domani se ne sarebbe servito per realizzare meglio eventuali progetti dannosi per la società medesima. E che quindi la scuola, così come puntava ad aiutare i genitori nell istruzione dei figli, li aiutava anche e soprattutto a educarli, cioè a renderli capaci di saper apprezzare ciò che di bello esiste nel mondo materiale e in quello spirituale, di saper distinguere il bene dal male, di saper riconoscere il vero e il falso come tali, di saper chiamare le cose con il loro nome. Una concezione della scuola che si rifaccia a questi canoni, non può certamente essere imposta a chi non la condivide. E, viceversa, chi non la condivide non può certo impedire ad altri di giovarsene. Concetti basilari come questi vanno ogni tanto ribaditi per evitare una forma di analfabetismo di ritorno al quale tutti siamo esposti. I più vulnerabili sono forse coloro che non colgono gli effetti di certe strategie ben orchestrate a livello internazionale. Che, forse, non percepiscono i rischi che alla nostra società possono derivare dall azione

17 L A «L I N G U A N A T Ì A» 17 sistematica di lobby ben determinate a sradicare dalla coscienza collettiva verità originarie legate alla natura umana. Ribadiamolo, quindi: quel sintetico e simbolico «leggere, scrivere e far di conto» non è mai stato fine a sé stesso, né avrebbe potuto esserlo. E tanto meno lo è l attività dei cicli scolastici successivi. Neppure dovrebbe servire, come è stato sapientemente scritto, ad alimentare un insana curiosità in cui il sapere è desiderato «al solo scopo di sapere», o a quello di primeggiare sugli altri, o di essere dagli altri ammirati. Quel simbolico «leggere, scrivere e far di conto» non può essere finalizzato a creare un esercito di consumatori acritici, privi come qualcuno ha sottolineato di vere capacità creative e imprenditoriali, che sono tanto necessarie al benessere e al progresso della società. Si tratta invece di uno strumento, tra i tanti, che può favorire la crescita armonica delle persone, che può ridurre i rischi di omologazione dei cittadini. Ma ciò è possibile a condizione che l attività scolastica sia davvero libera, che sia fondata sulla verità delle cose, che sia rispettosa della sacralità di ogni essere umano (anche di quelli lo diciamo per inciso ai quali per venire alla luce manca qualche ora... o qualche mese). All indomani delle tragedie di Lampedusa, coloro che concepiscono una scuola di questo tipo, una scuola in cui si dia ragione della solidarietà che deve stare alla base di ogni società, avranno certamente accolto con piacere le parole del Capo del Governo, Enrico Letta, e il commento che ne ha fatto il giornalista Francesco Ognibene in un recente editoriale di Avvenire. Scrive Ognibene: «Che Lampedusa non sia più l estrema appendice dell Italia ma il primo lembo d Europa non è solo una bella espressione, ma una constatazione imposta dall evidenza dei fatti e un criterio per le scelte sull immigrazione. A questa immagine [...] Enrico Letta ha affidato il senso di un urgenza che come si va dicendo da tempo non è più solo affare dell Italia, ma deve far sentire coinvolta l intera Unione. Lo impone l entità dei numeri, con le migliaia di donne e uomini che cercano rifugio e futuro in Europa [...]. Ma lo esige soprattutto la materia prima della quale è impastata l anima europea, la civiltà che ha plasmato ciascuno di noi, l umanesimo cui sono ispirate le istituzioni comunitarie, e la cultura della dignità umana di cui profuma la terra d Europa da Stoccolma all Isola dei Conigli». Una terra in cui vige, ricorda Ognibene, «un codice condiviso di rispetto della vita e di solidarietà efficace che detta legge nelle coscienze e nelle strutture pubbliche». E aggiunge che il premier italiano «sente che è un dovere per il primo ministro del Paese nel quale è stato firmato il Trattato costitutivo dell Unione dire con energia che l Europa per la sua stessa storia non può stare a guardare, se lo fa muore insieme alle centinaia di uomini, donne e bambini che perdono la vita mentre cercano un occasione di riscatto lontano da casa». Ma, si domanda Ognibene, «i mattoni di cui è costituita la casa comune europea, princìpi che hanno dettato la scelta di un cammino comune tra Paesi a lungo ostili tra loro [...], qualcuno è ancora in grado di intenderli? O evocare la solidarietà tra Paesi membri dell Unione è solo un nobile appello a ideali alti quanto logori destinato a perdersi nel gioco di specchi delle miopie nazionali? [...] Quanti sono ancora in grado di intendere questa lingua natìa?». Ecco, questa «lingua natìa» che orienta ancora il cuore e la mente di molti cittadini europei, non può esulare dall orizzonte di chi nel suo lavoro quotidiano, a ogni livello scolastico, mira a realizzare in modo ampio e autentico quel «leggere, scrivere e far di conto». S.F.

18 L A S F I D A E D U C A T I V A L A P E R F E Z I O N E N O N È di Saverio Sgroi «Anche il sole ha le sue macchie». Così recita un proverbio, che sembra sia molto diffuso in Friuli. Si dice che sia stato Napoleone Bonaparte a coniarlo. Ora, non sappiamo a che proposito il celebre imperatore francese abbia pronunciato queste parole. Ma l idea che esse ci trasmettono è assolutamente adeguata per parlare oggi di quello che è il quinto consiglio del decalogo dell educatore, che stiamo snocciolando da alcuni mesi a questa parte: Ricorda che anche tu hai il diritto di sbagliare e di mostrare i tuoi limiti. Nascondere le ferite non ti darà più autorevolezza. Quello del confronto con i propri limiti è un problema con cui da sempre ogni educatore ha dovuto fare i conti: come aiutare i ragazzi ad acquisire abitudini buone se essi soprattutto se sono adolescenti vedono i nostri difetti e spesso ci giudicano in maniera impietosa, accusandoci di predicare bene e razzolare male? Questa domanda, che parrebbe inchiodarci alle nostre responsabilità, in realtà sembra mal posta. Il problema vero, infatti, non è che gli altri non vedano i limiti che a volte, senza che noi lo vogliamo, sconfessano quello che sosteniamo a parole. Sarebbe impossibile, per il semplice fatto che ciascuno di noi comunica il proprio modo di essere con le azioni e i gesti, prima ancora che con le parole. Per capire chi siamo, basterebbe che gli altri ci osservassero con un minimo di attenzione per un po di tempo, guardando come ci comportiamo abitualmente. In questo modo, prima o poi, a partire soltanto dal nostro atteggiamento trasparirebbe che accanto alle luci trova spazio una buona dose di ombre. Ma c è di più. Il fatto che gli altri vedano i nostri limiti, non solo è inevitabile ma mi sembra addirittura auspicabile, se vogliamo che la nostra azione educativa abbia un minimo di credibilità. Presentare modelli ideali, perfetti, privi di opacità, significherebbe probabilmente togliere ai ragazzi la convinzione che essi possono aspirare a essere migliori; se la meta che si presenta loro è percepita così perfetta da risultare troppo lontana, la cosa più probabile è che perdano la speranza di raggiungerla. Già accade con molti dei modelli che vengono presentati loro dalla tv, dal cinema, dal mondo dello spettacolo e, ahimè, a volte anche dello sport. I ragazzi sono ammaliati da corpi perfetti, carriere fulminanti e facili, prodotti che sembrano promettere la felicità assoluta. Con il risultato che, quando sperimentano personalmente che la realtà che non è fatta solo di corpi longilinei e scolpiti, di strade libere da ostacoli, di paradisi artificiali, di relazioni idilliache, il risveglio dal sogno è spesso

19 D I Q U E S T O M O N D O 19 molto doloroso. Quanti ragazzi, per esempio, sono affetti da cosiddetta «ansia da prestazione» nel rapporto con le ragazze? E se poi la cosa non andasse come succede in tv, dove tutto sembra bello e facile? E quante ragazze sono letteralmente ossessionate dall obbligo di avere una linea assolutamente perfetta? Tutto ciò non è facile, poiché viviamo in un mondo in cui è molto diffusa la pretesa che ogni cosa debba essere perfetta. E se non è così si getta e si sostituisce. È la cultura dello scarto, citata spesso da Papa Francesco, che porta a non tollerare che qualcosa non funzioni come noi vorremmo. Anche le relazioni, che se vanno male si cambiano piuttosto che cercare di aggiustarle. Anche i figli, che ci illudiamo di poter ordinare quasi su misura attraverso le tecniche di fecondazione artificiale, peraltro spesso fallimentari. Che noi cerchiamo di essere felici sta nella nostra natura. Che lo facciamo attraverso le relazioni è un fatto incontrovertibile ed evidente: ogni uomo aspira a rapporti umani che lo rendano felice. Ma la felicità passa necessariamente da relazioni imperfette. Illudersi che le persone che amiamo non abbiano difetti è irrealistico e conduce inevitabilmente alla delusione. Queste riflessioni si applicano benissimo al nostro lavoro di educatori. Noi non siamo immuni dal clima in cui viviamo e ci muoviamo, dal quale, volenti o nolenti, veniamo condizionati. E per questo dobbiamo vigilare sulla nostra formazione. Ancora una volta, quindi, l efficacia dell educazione passa in buona parte dal lavoro che facciamo su noi stessi; dal realismo che ci caratterizza, potremmo dire in questo caso. Un realismo che consiste in primo luogo nella consapevolezza di non essere strumenti perfetti; in secondo luogo nella capacità di accettare questa realtà. Non è sufficiente, infatti, essere consapevoli dei nostri limiti se poi non siamo in grado di convivere con essi. E infine il realismo che ci deve caratterizzare consiste nello sforzo che gli altri vedranno necessariamente, se siamo sinceri che mettiamo per superare questi limiti. Che gli altri vedano i nostri difetti non è quindi un ostacolo all educazione. Il vero problema è un altro: fare di essi la misura della nostra proposta educativa. Questo sì che è un rischio costantemente dietro l angolo. Potremo commettere errori, e anche non riuscire a oltrepassare i nostri limiti nonostante tutto lo sforzo che mettiamo; ma non possiamo scendere a patti con la mediocrità. Sarebbe un errore che i ragazzi non ci perdonerebbero mai. E avrebbero ragione. S.S.

20 E D U. L I B R I D A L C O M U N I S M O A I di Eugenio Monaco Chi ha fatto cadere il comunismo nell Europa dell Est? Lech Wałęsa, fondatore e presidente del sindacato Solidarność fino al 1990 e Presidente della Polonia dal 1990 al 1995, non ha dubbi: «Il merito va per oltre il 50% a Giovanni Paolo II, per il 30% a Solidarność e per il resto a Reagan, Kohl, Gorbaciov». Lo scrive nella prefazione al libro di Luigi Geninazzi, L Atlantide rossa. La fine del comunismo in Europa (Edizioni Lindau, Torino 2013, pp. 288, 19). Il punto debole dei regimi comunisti era costituito dal loro basarsi sulla menzogna. Erano questi i piedi di argilla del gigante del quale nessuno avrebbe immaginato la fine, e tanto meno una fine così veloce e pacifica. Nessuno tranne Giovanni Paolo II che, come dice l autore, aveva uno sguardo lungo sulla storia e aveva sempre creduto che Solidarność avrebbe vinto. Geninazzi, giornalista e scrittore, ha seguito le vicende nelle aree più calde del mondo, con una particolare attenzione all Europa dell Est, per il settimanale Il Sabato e per il quotidiano Avvenire. È uno di coloro che con maggiore acume e coraggio «ha parlato per i polacchi» quando non era loro consentito. Questa è l opinione di Piotr Nowina-Konopka, attuale ambasciatore della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede. Quello di Geninazzi è stato un osservatorio privilegiato, perché la Polonia è stata il fulcro della rivoluzione non violenta che ha spazzato il comunismo europeo. Con il Papa polacco si è scoperto che c era qualcosa di più forte dei carri armati e dei missili atomici. «Giovanni Paolo II ha fatto appello alle risorse spirituali e alla fede del nostro popolo», scrive Wałęsa. «Ogni volta che organizzavo uno sciopero mi ritrovavo attorno non più di dieci persone e poi, all improvviso, nel 1980 furono 10 milioni di persone. La gente era cambiata, era diventata più cosciente, più matura, più determinata». È l inizio di quello che è stato definito un «miracolo» dal «laico» drammaturgo Václav Havel, divenuto primo presidente democratico della Cecoslovacchia postcomunista e morto nel dicembre Una lotta pacifica e dignitosa ha abbattuto dittature che sembravano invincibili. Un fenomeno incredibile, sottolinea Geninazzi: gente che manifestava senza odio verso il potere, senza slogan violenti, senza tirare un sasso. Un esempio per tanti popoli che oggi si ribellano in vari Paesi. Solidarność ha insegnato che ciò di cui c è bisogno sono idee forti e princìpi morali. La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, è frutto di un cammino verso la libertà di cui l autore è stato testimone diretto e lo racconta anche con piccoli aneddoti. «Il generale Jaruzelski, ripensando agli anni 80, si dice pentito e sofferente e ammette: Non era possibile discorrere con Giovanni Paolo II senza sentire per lui una grande simpatia: era maestoso, eppure semplice e cordiale». «Estate 1983, tre giorni con Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo». L occasione è un incontro a Luigi Geninazzi con Lech Wałęsa

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