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1 w w w. i l r i b e l l e. c o m Spedizione in abbonamento postale, Testata registrata al Tribunale di Roma n 316 del 18 Settembre 2008 Banche AMERICRACK Intervista ELIO LANNUTTI: DRAGHI? IN TRIBUNALE! Chiave di Lettura TRA USA E RUSSIA MANCA L EUROPA Ultras TUTTA UNA MONTATURA? Culture LA TIGRE CELTICA DICE NO Mensile Anno 1, Numero 1 5 Direttore politico Massimo Fini Direttore responsabile Valerio Lo Monaco

2 Anno I, numero 1, Ottobre 2008 Direttore Politico Massimo Fini Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco Redazione: Ferdinando Menconi, Federico Zamboni Parte Tecnica Elisa Palmieri, Alessandro Maganuco Hanno collaborato a questo numero: Carlo Gambescia, Alessio Mannino, Alessio di Mauro,Tommaso Della Longa Segreteria e comunicazione: Sara Santolini 340/ Progetto Grafico: Antal Nagy Impaginazione: Mauro Tancredi La Voce del Ribelle è un mensile della MaxAngelo S.r.l. Via Trionfale Roma P.Iva Redazione: Via Trionfale Roma tel. 06/ fax 06/ Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n 316 del 18 Settembre 2008 Prezzo di una copia: 5 euro Abbonamento annuale (11 numeri): 50 euro comprese spese postali Modalità di pagamento: vedi modulo allegato alla rivista Stampa: Grafica Animobono sas. via dell Imbreggiato, 71 - Roma Distribuzione: MaxAngelo S.r.l. Io, Talebano di Massimo Fini 1 Banca Rotta di Federico Zamboni 4 Gli Stati Uniti e il Keynesismo militare di Carlo Gambescia 8 I governi fanno i camerieri dei banchieri intervista a Elio Lannutti 12 Usa-Russia atto II (e l Europa?) di Valerio Lo Monaco 16 L ossessione Berlusconi di Alessio Mannino 25 Ultras: tutta una montatura? di Tommaso Della Longa 30 Il vento che accarezza l erba di Ferdinando Menconi 34 w w w. i l r i b e l l e. c o m Pubblicità di settore: MaxAngelo s.r.l. www. Tutti i materiali inviati alla redazione, senza precedente accordo, non vengono restituiti. Spedizione in abbonamento postale, Testata registrata al Tribunale di Roma n 316 del 18 Settembre 2008 Banche AMERICRACK Intervista ELIO LANNUTTI: DRAGHI? IN TRIBUNALE! Chiave di Lettura TRA USA E RUSSIA MANCA L EUROPA Ultras TUTTA UNA MONTATURA? Culture LA TIGRE CELTICA DICE NO Mensile Anno 1, Numero 1 5 Direttore politico Massimo Fini Direttore responsabile Valerio Lo Monaco

3 Io, Talebano di Massimo Fini P erché ci interessa tanto l'afghanistan? Perché là si combatte una battaglia decisiva. Che non è geopolitica come sostengono tutti coloro che, in Occidente, sono abituati a pensare solo in termini di potere militare e quindi economico. Si tratta di una battaglia che, una volta tanto, è davvero lecito definire epocale, fra le ragioni della Modernità e quelle del Medioevo. E noi siamo contro la modernità e a favore delle ragioni del Medioevo. Un Medioevo, ovviamente, riveduto e corretto, collocato nel Terzo Millennio. L'Afghanistan è stato invaso e occupato per vari motivi (la presenza di Bin Laden era solo un pretesto) perché poteva costituire un nuovo mercato, sia pur debole e destinato a rimanere tale nonostante tutti gli stravolgimenti che stiamo tentando di imporre a quella popolazione e quella cultura. E di nuovi mercati, per quanto poveri, l'occidente ha estremo bisogno perché i suoi sono saturi. Perché il mullah Omar si era rifiutato di affidare all'americana Unocal la costruzione del colossale gasdotto che partendo dal Turkmenistan e attraversando l'intero Afghanistan doveva raggiungere il Pakistan e quindi il mare (un affare plurimiliardario cui era interessata mezza amministrazione Usa, da Dick Cheney a Condoleeza Rice) preferendole l'argentina Bridas diretta dall'italiano Carlo Bulgheroni. Perché il mullah Omar si era permesso, nel 2000, di bloccare in Afghanistan la coltivazione del papavero e quindi la produzione dell'oppio mandando in tilt il mercato degli stupefacenti e mettendo in crisi le grandi organizzazioni criminali legate, anche, a insospettabili classi dirigenti di altrettanto insospettabili Paesi Occidentali. Tuttavia le motivazioni economiche non erano, una volta tanto, le più 1

4 importanti nell'aggressione all'afghanistan. La ragione principale era un'altra. Il mullah Omar rappresentava per l'america e per l'occidente l'orrore allo stato puro, l'altro da sé, l'alieno, il mostro, perché alla Modernità trionfante, avanzante e conquistante osava proporre un modello del tutto antitetico, una sorta di "Medioevo Sostenibile", cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche, risalenti al VII secolo arabo-musulmano, non alieno però dal far proprie alcune, mirate e limitate conquiste tecnologiche. Il progetto, e il sogno, di Omar, è ben simboleggiato dal dipinto con cui aveva fatto decorare una parete della camera da letto della sua cosiddetta villa (sette stanze in tutto, per lui, le quattro mogli e i figli): un immenso prato verde attraversato da un'autostrada, con qualche rada ciminiera sullo sfondo. Un'Arcadia appena un po' ritoccata. Perché una cosa il mullah l'aveva capita o intuita: che come certi elementi del mondo occidentale penetrano in una società tradizionale, come quella afgana, questa ne viene inesorabilmente disgregata e ridotta alla miseria più nera, materiale e morale: come è regolarmente avvenuto in tutti i Paesi del Terzo Mondo. In quest'ottica va vista la distruzione materiale degli apparecchi televisivi e il no alla musica rock o pop che tanto hanno scandalizzato gli occidentali (i quali peraltro, almeno sul secondo punto, avevano poco da far le verginelle: quarant'anni fa il governo di Israele, che dell'occidente fa parte a tutti gli effetti, aveva proibito un concerto di Beatles proprio per la stessa ragione: temeva che quella musica avesse effetto negativo sui giovani di quel Paese). Va da sé che, utopico o meno che fosse, l'esperimento talebano, cioè afgano, perché il regime del mullah Omar contava sull'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione, aveva pieno diritto di esprimersi in base al sacrosanto principio dell'autodeterminazione dei popoli che è anche uno dei punti fondanti del "decalogo" di Movimento Zero. Questo esperimento era ideologicamente intollerabile per gli occidentali, e poteva diventare anche estremamente pericoloso se quella visione pauperistica del mondo, basata sui valori e non sul dominio dell'economia, del Denaro, della Tecnologia, avesse contagiato altri popoli, altre menti, altri cuori. Ma proprio per questo dico che la guerra all'afghanistan (e non "in Afghanistan" come ipocritamente la si chiama) è decisiva, poiché è la lotta fra due visioni del mondo e del vivere contrapposte e inconciliabili. Non c'è dubbio che il modello di sviluppo occidentale, nato a metà del XVIII secolo in Inghilterra con la Rivoluzione industriale, abbia creato la società più efficiente che si sia mai conosciuta (anche sotto questo aspetto sta scricchiolando, vedi la recente crisi finanziaria di Wall Street, tamponata, come quella del Messico del 1996 e delle "piccole tigri" del 1997, con l'ulteriore immissione nel sistema di altro denaro inesistente: un processo che non può durare all'infinito). Ma non è affatto detto che sia la più armonica, la più serena, la più vivibile. Al contrario. Qualche dato. I suicidi a metà del 1600 erano, in Europa, 2.6 per 100 mila abitanti, nel 1850, un secolo dopo il "take off" industriale, erano diventati 6.9: triplicati. Oggi, sempre in Europa, sono 20 per 100 mila abitanti: decuplicati, con punte di gran lunga superiori proprio nei Paesi e nelle Regioni che conoscono il maggior benessere economico. E il suicidio, ovviamente, non è che la punta dell'iceberg di un malessere molto più ampio: sono malattie della Modernità. Si affacciano all'inizio dell'ottocento, diventano un problema sociale per i ceti benestanti alla fine del secolo, tanto che 2 LA VOCE DEL RIBELLE

5 nasce la psicoanalisi (Freud), e oggi coinvolgono, senza distinzione di classe e di popoli, tutti coloro che vivono nel nostro modello di sviluppo (in Cina, da quando è scoppiato il "boom" economico, cioè da quando ha aderito a questo modello, il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza per gli adulti). L'alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale. Il fenomeno inarrestabile della droga è sotto gli occhi di tutti. Lo chiamano il migliore dei mondi possibili, ma noi tutti, ricchi e poveri, lo viviamo con un disagio acutissimo e sempre crescente. Per la velocità, le accelerazioni, i ritmi sempre più forsennati e paranoici che impone, per l'alienazione che induce nell'uomo separandolo dagli altri uomini e, alla fine, anche da se stesso, per il fatto che in questo tipo di sistema l'individuo non può mai raggiungere un momento di equilibrio, di armonia, di pace. Colto un obiettivo deve inseguirne immediatamente un altro, salito un gradino farne un altro e poi un altro ancora e così via fino alla morte ("Produci, consuma, crepa") per ciò costretto all'ineludibile meccanismo - ineludibile perché su questo si basa - che lo sovrasta. Questo modello di sviluppo si fonda sulla frustrazione perenne. Come ha detto a chiare lettere - ma considerandola cosa positiva perché economicamente produttiva - Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici dell'industrial-capitalismo (ma il marxismo non è che l'altra faccia della stessa medaglia industrialista). Questo sistema crollerà da solo. Perché si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura. Per cui, quando non potrà più crescere - e il momento non è più tanto lontano - collasserà su se stesso. E poiché si è posto e imposto come modello planetario la catastrofe sarà planetaria. Dice: ma allora non resta altro che attendere? Non è una prospettiva allegra. Ma non è l'unica. Noi, noi umani intendo, possiamo anche riprendere in mano il nostro destino senza aspettare passivamente l'ineluttabile. Dobbiamo fare molti passi indietro sulla strada del cosiddetto sviluppo, sfuggendo al miraggio del futuro orgiastico che ci viene continuamente agitato davanti come la Terra Promessa e che arretra costantemente davanti ai nostri occhi con la stessa inesorabilità dell'orizzonte davanti a chi abbia la pretesa di raggiungerlo. Questo scherzetto atroce è durato anche troppo a lungo. Non si tratta, ovviamente, di scimmiottare il modello talebano. Sarebbe grottesco. I popoli tradizionali, quelli tribali, gli afgani come gli indigeni delle Isole Andemane e gli indios dell'amazzonia, come, per altri versi, il mondo islamico, hanno la loro storia, che va rispettata. E noi occidentali abbiamo la nostra. Per noi si tratta di sottrarci al predominio dell'economia e della tecnologia che ci hanno messi al loro servizio, relegandole al ruolo marginale che avevano prima della Rivoluzione industriale, e di rimettere l'uomo al centro del sistema. Al centro di se stesso. L'Afghanistan, aggredito nel giro di vent'anni dai due Occidenti, prima quello sovietico (perché Marx è nato a Treviri, non a Kabul) e poi da quello propriamente detto, è il simbolo di una possibilità di resistenza al modello egemone. Per questo, oltre che per l'elementare diritto di un popolo di opporsi all'occupazione dello straniero, comunque motivato, noi, pur non essendo Talebani e nemmeno volendo diventarlo, nella battaglia decisiva che si svolge in quel Paese, stiamo con loro. Contro L'Occidente. 3

6 Banca Rotta I derivati di Borsa sono un arma di distruzione di massa (Warren Buffett, multimiliardario Usa, 2002) di Federico Zamboni T sunami. Terremoto. Uragano. Tutti termini fuori luogo, rispetto a ciò che sta accadendo nella finanza statunitense: nei crolli a catena di grandissime società definitivamente fallite come Lehman Brothers o salvate in extremis dall intervento dello Stato come Fannie Mae e Freddie Mac non c è nulla di imprevedibile. E tanto meno di inevitabile.al contrario: ciò che sta scuotendo sino alle fondamenta il sistema creditizio americano è qualcosa che non solo andava avanti da tempo, nell assoluta indifferenza (per non dire complicità) delle autorità di controllo, ma che scaturisce direttamente da determinate premesse. E, innanzitutto, dal dogma del massimo profitto, inteso non già come l utile più elevato che si può conseguire attraverso una sana gestione aziendale, ma come un guadagno esorbitante che si deve perseguire in ogni istante e con qualsiasi mezzo. Lecito e illecito. Produttivo o improduttivo. Che certi comportamenti fossero non solo azzardati ma intrinsecamente scorretti, e destinati perciò, o prima o dopo, ad attorcigliarsi sulle loro stesse contraddizioni, lo poteva capire qualsiasi professionista del settore. I famigerati mutui subprime sarebbero crollati. La corsa al rialzo dei derivati si sarebbe arrestata. La carta straccia travestita da denaro sarebbe tornata, o prima o dopo, a essere carta straccia. Non è un fenomeno inedito: si chiama bolla speculativa. Ed è tipico dell economia finanziaria. Quel economia finanziaria che, basandosi solo o prevalentemente sulle quotazioni di Borsa, finisce con l essere sempre più slegata da qualsiasi valutazione obiettiva di ciò che si compra o si vende. Mentre all origine, infatti, le azioni sono quote della proprietà di un azienda, il cui valore si può determinare con sufficiente approssimazione e con precisi metodi ragionieristici alla luce del patrimonio e delle aspettative di reddito, quelle stesse azioni diventano qualcosa di profondamente diverso nelle mani degli operatori professionali. Lo scopo di questi ultimi, infatti, non è detenere stabilmente i pacchetti azionari per partecipare agli eventuali dividendi, né tanto meno per acquisire il controllo della società e gestirne direttamente l attività; il loro scopo è ottenere un lucro sfruttando a proprio vantaggio le oscillazioni del listino. Il problema è tutto qui: i prezzi dei titoli, dalle azioni alle obbligazioni fino a ogni sorta di ulteriore strumento ideato dalla fervida quanto improvvida 4 LA VOCE DEL RIBELLE

7 inventiva degli specialisti, si alzano e si abbassano per motivi che, di regola, hanno ben poco a che fare con le vicende economiche delle aziende cui si riferiscono. L ascesa e il declino delle quotazioni dipendono invece dai continui tentativi di speculazione di chi investe: e questo, va da sé, sfocia in uno stato di permanente instabilità, che trasforma gli scambi in altrettante scommesse su ciò che accadrà di lì a qualche giorno. O, persino, di lì a qualche ora. Da 66 dollari a 24 cents Il caso Lehman Brothers è esemplare, in questo senso. A marzo 2007 poteva vantare una capitalizzazione intorno ai cinquanta miliardi dollari. Poi, com è noto, è scoppiata la crisi dei subprime e Lehman ha cominciato a subirne i contraccolpi. I venti di tempesta hanno ispirato nuove rotte alla speculazione Si poteva guadagnare sulle difficoltà altrui? Certo che si poteva.e perché non farlo, allora? I predatori si sono trasformati in prede. L inversione di tendenza si è consolidata.ha preso velocità.è diventata precipitosa,massiccia, inarrestabile. Lehman Brothers è venuta giù come un castello di carte. Nel volgere di due sole sedute ha perso l 80% del suo valore.le stesse azioni che un tempo erano scambiate a 66 dollari sono precipitate a 24 centesimi. E finalmente, di fronte all incombere del crac, le magagne della gestione e quelle dei bilanci non hanno più goduto di alcun paravento. Ovvio. Quando tutto va bene, e i profitti fioccano, nessuno avverte il bisogno di andare a verificare se i conti sono davvero in ordine; quando la pacchia finisce, e si rischia di perdere sempre di più a ogni giorno che passa, si accendono i riflettori e si vorrebbe che tutto fosse a posto. Lehman, in realtà, non aveva fatto nulla di diverso da quello che stavano facendo tutti: aveva acquistato enormi quantità di titoli che promettevano rendimenti straordinari ma che non poggiavano su garanzie adeguate; poi, dopo averli acquistati, aveva considerato i guadagni futuri, che esistevano solo sulla carta, come introiti sicuri, che autorizzavano a distribuire a piene mani profitti alla clientela e bonus ai dipendenti, grandi manager in testa. Inoltre, nel falso e quasi delirante presupposto che quei crediti fossero solidi, si era indebitata a sua volta per centinaia di miliardi. Tutto bene, finché il giochino è proseguito senza intoppi. Un disastro quando si è posto il problema di verificare se, sotto quella superficie entusiasmante, ci fosse qualcosa di meglio della sicurezza (sicumera) di cui tutti facevano sfoggio. La credibilità di Lehman, che era stata costruita su oltre 150 anni di storia e che era sopravvissuta alla stessa Crisi del 29, si è dissolta come neve al sole. I suoi crediti erano fittizi e i suoi debiti erano reali. Reali e immensi. Significava insolvenza. Significava impossibilità di avviare nuove operazioni.o si trovava al più presto il denaro (il fiume di denaro) necessario a uscire dalla palude, oppure il destino della banca era segnato. Sappiamo come è andata. La Korea Development Bank, il fondo sovrano che stava trattando l acquisto di una quota, si è ritirata e i soldi non si sono trovati. Lehman ha dovuto alzare bandiera bianca e riconoscere di essere arrivata al capolinea. Fine della corsa. Miliardi di dollari in fumo e migliaia di dipendenti a casa. La malinconica agonia della liquidazione coatta. Con la beffa aggiuntiva, per di più, di rimanere fuori dall epocale piano di salvataggio deciso di lì a poco da George W. Bush. Lehman Brothers era troppo indebitata per salvarsi da sé. Ma essendo solo la quarta banca d affari americana non lo era abbastanza per minacciare col proprio crollo la sopravvivenza dell intero sistema e, quindi, per essere salvata 5

8 anch essa dal colossale intervento di Washington. Eppure, la crisi americana (più che mai made in USA...) un merito ce l ha. Quello di aver accelerato determinate dinamiche fino a renderle macroscopiche. Lampanti. Inequivocabili. All origine di tutto, infatti, non c è solo lo scriteriato avventurismo di broker insaziabili che, per quanto numerosi, potrebbero comunque essere considerati una minoranza impazzita da contrapporre a una maggioranza avveduta. Nient affatto. La chiave di volta è una cultura dell egoismo illimitato, della competizione sfrenata, dell apoteosi degli individui (e delle lobby) che si dimostrano in grado di affermare se stessi a danno degli altri. La vera lezione che si dovrebbe trarre dal disastro statunitense, quindi, è che l intero edificio del liberismo poggia su premesse sbagliate.tanto illogiche quanto immorali. A differenza di quello che si afferma di solito, non è Nei tempi di vacche grasse il top management incassa stock option e bonus stratosferici. Quando le aziende sono rovinate il conto passa alla collettività vero che il libero mercato si regola da sé: il libero mercato, da sé, può solo condurre alle metastasi autodistruttive cui stiamo assistendo in questi giorni. Non è vero che la somma di innumerevoli egoismi si ricompone fatalmente chissà poi perché in un beneficio collettivo generalizzato: la somma di innumerevoli egoismi conduce fatalmente a società dilaniate dalla lotta fratricida tra i suoi stessi membri, che nell ansia di arricchirsi disconoscono ogni altro valore e si preoccupano solo che dalla loro condotta scaturisca un profitto. Anzi: il massimo profitto possibile. E non è vero, infine, che il libero mercato cresce tanto più forte e rigoglioso quanto più lo si affranca da qualsiasi regola. L abusato slogan di epoca reaganiana secondo cui lo Stato non è la soluzione del problema, lo Stato è il problema si è rivelato, appunto, solo uno slogan. Che si spegne di fronte a un osservazione tanto elementare da poter essere assunta come un assioma: non esiste attività di grande rilievo che possa essere sottratta al controllo collettivo. Cioè pubblico. Cioè statale. Ogni fenomeno che investa la società nel suo complesso,coinvolgendo la generalità dei cittadini,non può non essere subordinato al superiore interesse dell intera popolazione, con tutto quello che ne consegue in termine di vincoli e di verifiche. 6 LA VOCE DEL RIBELLE

9 Oltretutto, come dimostrano gli ultimi sviluppi della crisi statunitense, col governo federale che corre in soccorso delle finanziarie a un passo dal fallimento e non esita a scaricare sui contribuenti l immane peso dei loro debiti, i capitalisti d assalto rivendicano la più assoluta autonomia fin tanto che i loro traffici procedono a gonfie vele. Ma anche i più spietati di loro non disdegnano di esseri tratti d impaccio, quando non sanno più uscire dai labirinti che essi stessi hanno creato. L otto settembre, all indomani della decisione del Tesoro Usa di acquisire il controllo di Fannie Mae e Freddie Mac, accollandosene i debiti, un commentatore riassumeva così l essenza di quanto stava avvenendo: È un nuovo scandalo Enron, un altro colpo alla credibilità del sistema finanziario americano. Da un crac all altro, la costante è la socializzazione delle perdite provocate da manager incompetenti e disonesti. Nei tempi di vacche grasse il top management incassa stock option e bonus stratosferici. Quando le aziende sono rovinate, il conto passa alla collettività. Si stravolge così tutto il sistema di incentivi e deterrenti che è l abc dell economia di mercato. Un anonimo blogger di dubbia competenza? Un marginale, irrilevante sopravvissuto alla morte delle ideologie, tuttora pervaso di massimalismo anticapitalista e di pregiudizi antiamericani? Macché. Federico Rampini di Repubblica. E adesso? Sono i giorni del ripensamento. Si contempla il disastro augurandosi con malcelato nervosismo che l infezione esplosa oltreoceano sia realmente stroncata dalla cura shock decisa da Washington, e non degeneri perciò in quella pandemia che non lascerebbe scampo alle fragili economie europee e si auspica una stagione di maggiori tutele e di ritrovato equilibrio. Ancora una volta, si confida che la chiave di volta consista nella rettifica di alcuni aspetti secondari, che ci sollevi dalle spiacevoli turbolenze nelle quali siamo incappati ma che lasci inalterato tutto il resto. E nessuno, proprio nessuno, si azzarda a dire che il problema è nella radice stessa del capitalismo, nella sua pretesa di moltiplicare il denaro rapidamente e all infinito. Nessuno si azzarda a indicare il nemico pubblico numero uno nella finanziarizzazione dell economia, che nulla produce e tutto prosciuga. Nessuno chiede, non foss altro che come provocazione, una moratoria internazionale sulla causa principe della crisi: quei derivati di Borsa che servono solo a facilitare le scorribande degli speculatori senza scrupoli, trasformando gli investimenti in puro gioco d azzardo e mettendo a repentaglio il futuro di tutti noi. 7

10 N Gli Stati Uniti e il keynesismo militare di Carlo Gambescia on c è che dire, la decisione del governo federale americano di nazionalizzare Freddie Mac e Fannie Mae (le due istituzioni semi-pubbliche incaricate di assegnare mutui a buon mercato) è di grandissima importanza. E le conseguenze potrebbero addirittura essere superiori a quelle derivanti dai provvedimenti presi in materia da Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione degli anni Trenta. E nel frattempo è crollata pure la Lehman Brothers, la superbanca Usa. Ne vedremo perciò delle belle. Citare è da pedanti, ma va qui ricordata una pagina del grande storico americano,arthur M. Schlesinger. Il quale scrisse che nel 1933 la regolamentazione finanziaria sembrava essere solo una parte marginale del New Deal (A.M.Schlesinger,L età di Roosevelt. L avvento del New Deal, il Mulino 1963, p. 442). Pertanto il liberista Bush pare essere andato ben oltre lo statalista, se non socialista Roosevelt, come lo si definiva crudamente negli anni Trenta, nei corridoi delle Camere di Commercio. Il provvedimento è importante per almeno tre ragioni. In primo luogo, come detto, perché non ha precedenti. E questo in una nazione dove, da sempre, democratici e repubblicani scorgono in qualsiasi intervento pubblico, anche minimo, un attentato alla libertà economica individuale. In secondo luogo, l inflazione americana, di conseguenza, continuerà a crescere, espandendosi a macchia d olio anche all estero. Certo, potrebbe essere sterilizzato il dollaro come moneta di pagamento internazionale. Cosa che difficilmente accadrà, perché una misura del genere rischia di compromettere i rapporti tra gli Stati Uniti e Ue. Infatti - e non esageriamo - un solo accenno da parte europea di possibile rifiuto del dollaro in favore dell'euro nelle transazioni internazionali, potrebbe addirittura scatenare una guerra con gli Usa, prima economica e poi in senso letterale. Pertanto, vista la mancanza di coraggio delle classi dirigenti europee, pacifiste per partito preso, la crisi economica rischia di farsi più pesante anche in Europa. E senza alcuna concreta contropartita positiva per noi. Se non quella pseudomorale della solidarietà atlantica... Chi si contenta gode. In terzo luogo, gli Stati Uniti, stretti nella morsa dell'inflazione crescente e alle prese con una crisi sociale sempre più grave, potrebbero puntare sul nemico esterno. Nel senso di accentuare l impegno militare nel mondo, come gradita valvola di sfogo economico per il complesso militare-industriale, nonché come risposta ai crescenti problemi occupazionali e di tipo debitorio 8 LA VOCE DEL RIBELLE

11 che attanagliano il popolo americano: arruolarsi anche nelle industrie e nei servizi, indirettamente collegati alle forze armate, potrebbe costituire una ciambella di salvataggio per molti americani falliti, a causa delle crisi bancaria. Non va dimenticato, tra l altro, che per coloro che vanno in guerra - come già avvenne nel la legge americana prevede ancora la sospensione dell esazione coattiva degli eventuali debiti contratti nella vita civile. Si tratta di un'astuta metodologia parabellica che risale a Roma antica, e tuttora in uso anche in altre nazioni. Le intuizioni di Sombart Ma sotto l aspetto dei rapporti tra capitalismo americano e istituzioni statali può essere utile andarsi a rileggere un vecchio ma non superato libro di Werner Sombart, Perché negli Stati Uniti non c è il socialismo? ( Bruno Mondadori 2006): socialismo, attenzione, anche come statalismo arrogante. Un questione che aveva così incuriosito Sombart, reduce nel 1905 da un viaggio negli Stati Uniti, fino al punto di scrivervi sopra un libro, uscito nel Per Sombart il capitalismo americano era già all epoca una specie di spugna, capace di assorbire le menti di uomini e In ogni americano cogliamo un irrequietezza, una brama e una smaniosa proiezione verso l alto e al di sopra degli altri donne di ogni razza e cultura. In che modo? Dando a tutti, ma solo sulla carta, la possibilità di arricchirsi. Ma ascoltiamo Sombart: Se il successo è il dio davanti al quale l americano recita le sue preghiere, allora la sua massima aspirazione sarà quella di condurre una vita gradita al suo dio.così,in ogni americano - a cominciare dallo strillone che vende i giornali per strada - cogliamo un irrequietezza, una brama e una smaniosa proiezione verso l alto e al di sopra degli altri. Non è il piacere di godere appieno della vita, non è la bella armonia di una personalità equilibrata possono dunque essere l ideale di vita dell americano, piuttosto questo continuo andare avanti. E di conseguenza la foga, l incessante aspirazione, la sfrenata concorrenza in ogni campo. Infatti, quando un individuo insegue il successo deve costantemente tendere al superamento degli altri; inizia così una steeple chase, una corsa a ostacoli ( ). Questa psicologia agonistica genera al suo interno il bisogno di totale libertà di movimento. Non si può individuare nella gara il proprio ideale di vita e desiderare di avere mani e piedi legati: L esigenza del laissez faire fa parte perciò di quei dogmi o massime che ( ) si incontrano inevitabilmente quando si scava in profondità nello spirito del popolo americano (p. 17). 9

12 Il lavoratore americano Ovviamente, Sombart colloca queste costanti psicologiche e culturali nell alveo di una società ricca di risorse naturali, lontana anni luce dal feudalesimo europeo, e le cui élite sembravano essere, almeno formalmente, aperte a tutti. Una società, ricca e libera, dove ogni rapporto economico e politico è affrontato in termini di interessi individuali e mai di classe. Da questo punto di vista sono molto attuali le pagine dedicate alla posizione politica, sociale ed economica dell operaio americano, il cui tenore di vita, già a quei tempi, nota Sombart, lo rend[e] più simile al nostro ceto medio borghese, anziché al nostro ceto operaio (p. 125). Ma altrettanto significativo è quel che viene osservato a proposito dell appartenenza politica ai due grandi partiti tradizionali, il repubblicano e il democratico. Scrive Sombart: La natura e le caratteristiche dei grandi partiti ( ), tanto la loro organizzazione esterna, quanto la loro assenza di principi, quanto ancora la loro panmixie sociale ( ) influenzano nettamente le relazioni tra i partiti tradizionali e il proletariato. Innanzitutto nel senso che agevolano oltremodo l appartenenza del proletariato a quei partiti tradizionali. Perché in essi non va vista un organizzazione classista, un organismo che antepone specifici interessi di classe, ma un associazione sostanzialmente indifferente che persegue fini condivisibili anche, come abbiamo potuto vedere, dai rappresentanti del proletariato (la caccia alle cariche pubbliche!) (p. 69). E lo stesso discorso, viene esteso ai sindacati e alle associazioni professionali, dal momento, nota Sombart, che mentre da noi [in Germania] gli individui migliori e più dinamici finiscono in politica, in America, i migliori e più dinamici si dedicano alla sfera economica e nella stessa massa prevale, per la medesima ragione, una supervalutazione dell elemento economico: perché è seguendo questo principio che si pensa di poter raggiungere in forma piena l obiettivo al quale si aspira : il successo sociale. (p. 18). Il keynesismo militare Insomma Sombart ci spiega le ragioni della forza del capitalismo made in Usa: ideologia del successo economico, individualismo concorrenziale, ma anche fame smodata di consumi sociali. Tuttavia il sociologo tedesco intuiva che il socialismo (anche in veste di statalismo, e dunque di controllo pubblico del mercato) si sarebbe prima o poi imposto anche negli Stati Uniti. E quando? Una volta spariti gli spazi aperti, come disponibilità di terre libere (il Grande Ovest), sui quali far sciamare, come liberi agricoltori, i soldati-operai dell esercito industriale di riserva : il futuro ceto medio. Infatti, secondo lo studioso tedesco, la consapevolezza di poter diventare in qualsiasi momento un libero agricoltore riusciva a trasformare da attiva in passiva ogni opposizione emergente a questo sistema economico, troncando sul nascere ogni agitazione anticapitalistica (p.151). Tuttavia le terre libere sono state occupate da un pezzo, gli indiani massacrati, e il capitalismo Usa è ancora lì. E allora? Diciamo, andando oltre Sombart, che l attuale frontiera americana si è enormemente dilatata. E che perciò la crescente espansione economica degli Stati Uniti e l elevato tenore di vita dei suoi ceti medi (ora in discussione a causa della crisi), vengono pagati in dollari sonanti dai paesi più deboli politicamente, ma 10 LA VOCE DEL RIBELLE

13 ricchi di risorse naturali. Si pensi all America Latina, e alle economie dollaro-dipendenti. Se così fosse, i recenti provvedimenti, andrebbero a dare man forte a una specie di capitalismo armato. Che al libero agricoltore ha sostituito il libero finanziere con l indotto che giunge fino a coloro che hanno concesso e acquisito i prestiti subprime... E la cui nuova frontiera è non più il Far West ma il mondo intero. E i cui interessi vanno politicamente difesi a ogni costo, pena il crollo sistemico, anche attraverso le nazionalizzazioni. Perché, attenzione, si tratta di un capitalismo dominato da quel complesso militare-industriale, cui abbiamo accennato all inizio. Un capitalismo a grandi linee keynesiano ma militarizzato, basato, almeno a far tempo dal 1945 e soprattutto dopo il 1991, sul sostegno pubblico all economia interna e l espansione armata esterna. E quindi capacissimo di trasporre il dogma del laissez faire - individuato da Sombart - dal piano individuale a quello collettivo dei popoli, come lotta per la sopravvivenza del più forte. Gli Stati Uniti, ovviamente. Su questa situazione non potrà influire il colore della pelle del prossimo presidente Usa. Un povero burattino nelle mani del complesso militareindustriale ( in argomento si veda dello storico Arno J. Mayer, I presidenti cambiano l impero americano resta, in Le Monde Diplomatique il manifesto, agosto-settembre 2008, n.8/9, pp ). Per parlar chiaro, un oligarchia, quella Usa, che vede di buon occhio la guerra totale esterna, perché preferibile alla guerra civile interna... O comunque, che non disdegna la sua progressiva intensificazione, famelicamente memore degli altissimi profitti incamerati durante la Guerra Fredda. Altro che il soft power di Joseph Nye, politologo liberal, o il nuovo sogno americano a buon mercato, impersonato dal democratico Obama 11

14 I governi fanno i camerieri dei banchieri Elio Lannutti Senatore dell Italia dei Valori Presidente dell'adusbef, ha pubblicato recentemente presso Arianna Editrice il libro "La Repubblica delle Banche" (234 pagine, euro), un durissimo atto d'accusa al sistema bancario e agli altri potentati che vi si collegano (politica e media in primo luogo). Le analisi e le affermazioni di Lannutti sono estremamente forti e interessanti - nonché ampiamente documentate - e passano in rassegna gli abusi e i veri e propri illeciti commessi dalle banche, tutte private anche quando sembrano pubbliche come la Banca di'italia, la Bce e la Fed. Un vero e proprio manuale su un sistema tremendo per i Paesi e i cittadini, con la spiegazione di meccanismi che non sono stati pubblicati altrove (dell'attuale diffusione invece va dato ampio merito all'autore e all'editore). Abbiamo raccolto una sua intervista - il 23 settembre scorso - puntando l'obiettivo, ovviamente, sulla crisi della finanza americana. Per prima cosa un commento su quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Dalla lettura del suo libro, ci sembra, si tratta di un fenomeno ampiamente prevedibile. Certamente prevedibile, bastava capire realmente come funzionano tutti i prodotti astrusi che le banche hanno venduto e di cui si parla in questi giorni, che si chiamino prodotti derivati o altro. E c'è pure da dire che quanto accaduto è il fallimento di un ordine monetario che fa acqua da tutte le parti. È per questo che noi da qualche anno, attraverso l'adusbef ma non solo, chiediamo una riforma dell'ordine monetario, una nuova Bretton Woods. E abbiamo chiesto anche al governo, al ministro dell'economia Tremonti (che ha clonato un pò alcune nostre proposte) che al prossimo G8 che organizzerà l'italia alla Maddalena a Luglio del 2009, si inserisca almeno all'ordine del giorno dei lavori la riforma dell'ordine monetario, per azzerare quello che c'è: centinaia di miliardi di dollari solo in prodotti fuori bilancio. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che ci saranno almeno 3-4 trilioni di dollari di cui la 12 LA VOCE DEL RIBELLE

15 Banca del regolamento internazionale fa fatica a tenere il conto. Queste sono alcune delle questioni che noi abbiamo denunciato da tempo. Ci sarà una mozione per la riforma dell'ordine monetario, al Senato, dal gruppo dell'italia dei Valori, ma anche il PD e anche altri dell'attuale maggioranza che la condividono. Bisognerebbe che le deleghe che i governi (che bene o male sono eletti democraticamente: possono piacere o meno però hanno il suffragio del popolo) hanno dato in bianco a questi banchieri centrali, a questo Super Mario de noialtri, Mario Draghi, l'uomo della Goldman Sachs che gli ha svenduto l'italia ricevendo in cambio la vice presidenza per l'europa - in quella veste indagato per frode fiscale da parte della procura di Pescara nel silenzio tombale di un'informazione di regime in mano alle banche e controllata dalla Banca d'italia - fossero spiegate. Noi un giorno vorremmo arrivare a portare questi signori davanti a un tribunale internazionale: Draghi, Trichet, Greenspan, Bernanke. Insomma questa cricca che governa gli istituti del mondo deve andare davanti al tribunale per crimini economici contro l'umanità. Di Lehman Brothers si sapeva tutto, si sapeva quello che queste banche d'affari facevano.tra l'altro andavano a braccetto con Padoa Schioppa, come con Tremonti, a prescindere dal colore dei governi perchè come raccontiamo anche nel libro citando Ezra Pound, i governi fanno i camerieri dei banchieri. A livello ancora più ampio, il crollo del libero mercato, che abbiamo visto poi libero non essere, non potrebbe rappresentare un pò il crollo di tutto l'occidente dal punto di vista economico? Questa cosa è paragonabile alla caduta del muro di Berlino e questo piano americano che ricade come sempre sui contribuenti, aumenterà il debito e già gli americani sono indebitati con le carte di credito - e, ripeto, l'autore di queste cose si chiama Alan Greespan. Colui che dopo l'11 settembre rilanciò l'economia americana sui debiti, abbassando il costo del denaro, portando il tasso di riferimento all'1%, attirando nella trappola milioni di americani, una decina di milioni che non avrebbero mai potuto comperare una casa, con la complicità delle agenzie di rating. Moody s, Standard & Poor s, Fitch: le tre sorelle del rating americano che hanno analoga responsabilità e che vanno a braccetto con le banche d'affari e con i banchieri centrali. Almeno negli Stati Uniti d'america qualche volta c'è il tintinnio delle manette, in Italia neanche quello: vengono premiati i banchieri, più fanno disastri e più vengono premiati. Poi se lei mi permette questo SuperMario de noialtri che ha impiegato un anno a capire che la crisi c'era: l'ha nascosto al Presidente del Fondo di Stabilità Finanziaria del G8, quindi dei governatori delle Banche Centrali. Draghi ha affermato che l'italia sarebbe immune dalla crisi. Così come le banche, queste grandi banche italiane (Unicredit e San Paolo Imi) le quali 13

16 insieme al Ministero dell'economia hanno detto che le banche italiane sono al riparo: ebbene noi gli abbiamo scovato cinque emissioni di obbligazioni, alcune che scadono a ottobre, 300 milioni di euro, altre che scadono nel 2009, fino al Obbligazioni per 3,2 miliardi che non si sa in mano a chi siano. Questi signori "alla Profumo", che sono abituati a comperarsi l'informazione, a ricattare l'informazione, che purtroppo non è libera, credono di avere tutti a libro paga. Noi non siamo al loro libro paga! Ieri abbiamo fatto una denuncia alle procure della Repubblica di Roma e di Milano perchè Lehman Brothers sapeva da un anno che avrebbe fatto fallimento eppure Unicredit ha infarcito le polizze index/unit vendute nel circuito bancario di bond Lehman Brothers. Guardi, da febbraio lo si sapeva, nella rete bancaria (e abbiamo le prove). Dunque confermo: l'italia non è immune. Draghi non raccontasse frottole, e Tremonti, che pure lui quando è stato Ministro dell'economia ha fatto cartolarizzare alcuni titoli dalla Lehmann, dicesse la verità. Io ho chiesto che venisse a riferire in Parlamento al Senato e faremo anche delle interrogazioni.vogliamo la verità, non bisogna nascondere quella che è la grandissima responsabilità di queste banche, di questi signori. Come commenta la dichiarazione di Massimo Teodori - raccolta ieri sera dal tg la7 (22/09/2008)? Il giornalista che conduceva il telegiornale gli ha chiesto un commento su quanto stava succedendo negli Stati Uniti, ovvero il salvataggio statale di banche in crisi, e Teodori gli ha risposto che questa è l'ennesima prova della grandezza dell'america, che riesce a reinventarsi anche in un momento di grande difficoltà. La grandezza dell'america? Quella che chiamano la grandezza dell'america è in realtà un disastro che non ha paragoni e che aumenterà il debito degli Stati Uniti d'america e lo farà pagare a tutti gli altri. Una volta con la forza del dollaro, quindi con la leva monetaria, una volta con la debolezza del dollaro, a seconda di come vogliono indirizzare le importazioni e le esportazioni. Ma quale grandezza dell America! Il fallimento degli Stati Uniti d'america, della finanza allegra, è il fallimento di un regime. Un consumatore italiano come può difendersi e in quale modo può fare a meno delle banche? E che difesa può attuare? Oltre al fatto che questi signori, come noi diciamo, sono il concentrato di mafia, camorra e ndrangheta messi insieme - anzi, il sistema mafioso ha delle regole che rispetta, questi neanche le rispettano: Bertolt Brecht scrive che non c'è differenza tra chi fonda una banca e chi la svaligia - bisogna anche aggiungere che quando un mutuatario che non ce la fa più a pagare fa una rapina in banca, per pagare la rata di mutuo, ebbene è giustificato. I banchieri invece non hanno neanche questa giustificazione, perché alleggeriscono le tasche degli italiani, dei consumatori, non rispettano le leggi, dettano le loro condizioni - per esempio l'azione di classe che doveva entrare in vigore dal primo luglio, è stata rimandata alle calende greche per l'intervento diretto della Banca d'italia, di Draghi, dell'abi di Faissola, dell'ania. Ania e Abi sono un concentrato di mafiosità allo stato puro per intendere quello che le ho detto prima, questi fanno quello che vogliono, le polizze non scendo- 14 LA VOCE DEL RIBELLE

17 no, dettano le loro regole. Gli italiani che possono fare? Hanno subito mutui a tasso variabile - io lo racconto - loro hanno messo le mani sui tribunali, con Asteimmobili (società che gestisce le aste immobiliari delle case pignorate posseduta dalla banche stesse N.d.R.), dettano le loro condizioni ai governi. I mutuatari devono pagare il 60% più caro: 3 milioni e 200 mila famiglie su 3 milioni e mezzo sono in crisi: che si può fare? Bisogna informarsi, bisogna battere i pugni sul tavolo, bisogna ribellarsi alla repubblica delle banche. Adesso i correntisti sfruttati devono imparare a ribellarsi, a essere consapevoli, a unirsi, a battere i pugni sl tavolo, ad andare dal direttore, non dico a prenderlo al cravattino, ma a informarsi, a non subire passivamente le angherie di un sistema paramafioso come quello bancario. L'ultimo consiglio,non so se lei è d'accordo ma suppongo di sì,visto che è nella prefazione al suo libro firmata da Beppe Grillo, è sostanzialmente quello di non indebitarsi. Come si può fare al giorno d'oggi? E questa è l'altra cosa. Perchè a fare debiti si fa un favore agli usurai e gli usurai sappiamo chi sono. Io quando lavoravo in banca mi ricordo che c'erano signori che erano funzionali alle banche stesse e lavoravano nel cuore di una grande banca di una grande filiale a 200 metri da Montecitorio. Ebbene, quando, poniamo il caso, a un correntista arrivava un assegno in scadenza e non c'era la copertura, o la cambiale da pagare, ebbene allora c'era lo strozzino pronto, che era funzionale, che faceva il prestito. Oppure, il malcapitato, veniva consigliato, magari, di andare da alcune agenzie sopra le banche stesse a rivolgersi a questi cravattari. Allora non indebitiamoci. È una cosa difficile dopo quello che è accaduto, me ne rendo conto. Io ho scritto un altro libro, La rapina del secolo, dove ho documentato quello che è accaduto con il pretesto dell'euro: 140 miliardi di euro scippati dalle tasche dei consumatori da coloro che hanno avuto la possibilità di fare prezzi e tariffe, comprese le banche, le assicurazioni ecc. Quindi bisogna evitare i debiti. Non ascoltiamo queste Cassandre, questi consigli interessati che dicono compra oggi pagherai fra due anni : i tassi d'interesse in Italia sono altissimi. Un credito, il più garantito, la cessione del quinto dello stipendio, è a tasso di interesse del 20%, un tasso da usuraio. Tassi da vero e proprio strozzo. E quindi bisogna ribellarsi a questi signori, cercare di non indebitarsi e magari evitare di mettere i soldi in banca. Che cosa intende per evitare di mettere i soldi in banca? Piuttosto che depositare in banca i mille euro, che ti danno un tasso di interesse uguale a zero, prestateli agli amici quando serve. Si può ritornare a quelli che eravamo una volta, a quello che si faceva una volta: quando una famiglia aveva bisogno c'era la solidarietà. Ebbene, se abbiamo mille euro in più, quei mille euro magari prestiamoli ai nostri amici fidati, ai nostri parenti, più che versarli in banca e darli agli strozzini autorizzati. 15

18 Usa-Russia atto II (e l Europa?) Siamo certamente in una fase di passaggio epocale, ma la Russia non è una alternativa agli Stati Uniti, sia chiaro. Il nodo rimane il nostro continente. M di Valerio Lo Monaco entre la maggior parte delle persone era in vacanza, mentre più di qualcuno ancora si entusiasmava nel seguire il baraccone delle Olimpiadi pechinesi e qualcun altro seguiva la cronaca delle convention spettacolo d oltre Oceano per le nomination alla guida della Casa Bianca alcuni addirittura con una euforia ingiustificata per Barack Obama 1 gli accadimenti nel Caucaso si incaricavano di segnare una svolta epocale: smentire clamorosamente e definitivamente tutti gli adepti della fine della storia e Fukuyama (la cui capacità e il suo libro famoso possiamo definitivamente considerare come sovrastimati); rendere manifesta ancora una volta la incapacità e il declino dell Amministrazione Bush e più in generale degli Stati Uniti d America; evidenziare l inconsistenza dell Unione Europea e l ipocrisia delle amministrazioni dei maggiori paesi che ne fanno parte; confermare che un cambiamento sensibile di rotta, nel mondo, è ancora molto al di là dal venire. A questo aggiungiamo che anche negli ambienti generalmente ostili al mondo unipolare dell ideologia Usa, tra i reduci della caduta del muro di Berlino e in senso lato anche tra la maggior parte di quelli che in un modo o in un altro si auguravano e si augurano un cambiamento delle carte in tavola rispetto al dominio del modello liberista statunitense 2,è mancata a nostro avviso la capacità di mettere in evidenza un aspetto fondamentale di ciò che è accaduto e delle prospettive che questo comporta. Sempre che, beninteso, si voglia guardare le cose da un punto di vista differente rispetto alla direzione che il mondo intero, o quasi, ha preso dalla rivoluzione industriale a oggi e in particolare modo dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Cercheremo di puntare l obiettivo soprattutto su quest ultimo argomento, che è naturalmente quello più importante ai fini della messa in prospettiva di chi vuole capire ciò che accade e in particolare si adopera, mediante attività culturale e politica, per un sensibile cambiamento del sistema nel quale stiamo vivendo. La situazione odierna Al momento nel quale stiamo andando in stampa naturalmente le cose sono in divenire di ora in ora, e sarebbe superficiale, oltre che in fin dei conti superfluo, cercare di ipotizzare gli sviluppi imminenti della situazio- 16 LA VOCE DEL RIBELLE

19 ne. Almeno per quanto riguarda la cronologia delle possibili mosse a breve e medio termine. Così come è difficile tuttora e probabilmente lo resterà - sapere con esattezza ciò che realmente è accaduto il 7 Agosto, i giorni precedenti e quelli immediatamente seguenti. Quel che è certo riguarda il fatto che quel giorno, il leader Saakashvili ha mosso le sue truppe alla riconquista della provincia ribelle dell Ossezia, dando il pretesto a Putin di intervenire e annettersi Abkhazia e Ossezia del Sud. Stabilendo diretta conseguenza - delle teste di ponte in Georgia. Questa guerra lampo ha di fatto inflitto un colpo a tutte le volontà angloamericane di mantenere e consolidare i corridoi energetici Asia-Europa, tra Caucaso e Mar Nero, alternativi a quelli già sotto controllo russo. Cosa che di fatto ha riaperto le ostilità tra America e Russia. Ipotetiche teorie riguardo lavori sotterranei americani, attestanti un sollecito a Saakashvili nel compiere l impresa con promesse di appoggio da parte delle forze statunitensi (che poi non ci sono state), così come quelle che si sostengono da più parti indicando il beneficio che la campagna attuale di McCain potrà avere dalla situazione che si è venuta a creare oggi, possono essere fantasiose quanto veritiere ma rientrano nel campo, appunto, delle ipotesi. Ad avallare tali ipotesi, però, si potrebbe avere conferma considerando lo scatenarsi di apocalittiche campagne mediatiche relative all annuncio di una nuova guerra fredda. Cosa che, come sempre accade (e come abbiamo avuto modo di appurare anche nella storia americana molto recente) avvantaggia con tutta evidenza la penetrazione nell opinione pubblica della paura, con benefici politici per chi propone una azione decisa dal punto di vista militare (e dunque con incremento di commesse per le aziende del settore ) come, appunto, il candidato Repubblicano alla guida della Casa Bianca. Se come detto è impossibile conoscere la verità e probabilmente, in merito, non la si conoscerà mai pienamente, ciò non toglie che alcuni effetti si siano verificati e possano essere messi abbastanza facilmente a fuoco. Molto più interessante e doveroso è infatti segnalare alcuni dati che sono emersi e che possono essere archiviati ormai come acquisiti, sia per focalizzare con buona approssimazione ciò a cui si sta andando incontro sia per capire e questo è il punto se ciò che è avvenuto e ciò che da quanto avvenuto potrà avvenire è potenzialmente in grado, o meno, di cambiare sensibilmente le cose. Capire ciò che è successo comporta l analisi delle motivazioni di quanto fatto dalla Russia, di come hanno reagito gli Stati Uniti, i suoi paesi satelliti, l Unione Europea e, da ultimo, citare i recentissimi sviluppi dell America Latina: Bolivia e Venezuela in primo luogo. Ma andiamo per ordine. Nel Caucaso si evidenzia il cortocircuito di un impero frustrato e pronto alla riscossa, ovvero quello russo, quindi di quello americano in declino oltre che in questo frangente, anche per motivi di politica interna (la fine del disastroso mandato Bush) di fatto assente, e infine di quello europeo incompiuto, vuoto ed esangue. Russia Il tentativo della Russia di sedersi nuovamente al tavolo dei grandi del mondo, di contare sul piano geopolitico ed economico e ciò che ha indotto Putin a farsi eleggere come Primo Ministro da Medvedev (dopo averne favorito l elezione a Presidente) in quanto impossibilitato dalla legge a ricevere un terzo mandato, è evidente già da tempo. La Georgia 17

20 e i fatti di Ossezia e Abkhazia, quindi, hanno un valore particolare per quanto riguarda il posizionamento geografico e il passaggio dei gasdotti verso l Europa e un valore generale, simbolico ma evidentissimo, per quanto concerne invece le relazioni internazionali e più nello specifico i messaggi che tali azioni rivolgono agli Stati Uniti e al mondo intero. Insomma il dopo guerra fredda è concluso così come la volontà di espansione libera dell Occidente all interno dell ex impero sovietico senza che Mosca si faccia sentire. La Nato ora sa che più in là di quanto si è già spinta non potrà fare, a meno di dover fare i conti seriamente con Putin. La Russia vuole dettare una linea dove al centro sarà posizionata Mosca e non Washington, e quanto successo in Georgia è non solo un segnale ma soprattutto un test: il vero obiettivo strategico di medio periodo, oltre a quello di voler mostrare I corridoi americani sono ormai un lontano ricordo, e a meno di altri colpi di scena, l unica alternativa resta Teheran, con tutto il corollario che questa operazione comporta... nuovamente la volontà di avere una sua area di influenza, è l Ucraina, che ha un valore decuplicato rispetto alla Georgia. Test, al momento, peraltro ampiamente riuscito. Debolissima e ininfluente la risposta americana (non pervenuta affatto quella europea ), Mosca ha vinto nel Caucaso, tornando alla ribalta dal punto di vista militare e geopolitico, dimostrando che gli Usa non sono in grado di difendere realmente i propri stati satelliti e che Putin non ha affatto timore di non poter partecipare alla Organizzazione mondiale del commercio. Quest ultima cosa, semplicemente perché, se non l una l altra cosa: sa perfettamente di quanto l America abbia bisogno della Russia stessa nel braccio di ferro con l Iran e nel posizionamento strategico delle vie per i rifornimenti alle truppe Nato in Afghanistan senza dover passare dal pericoloso Pakistan; può tranquillamente pensare a un nuovo inedito G8, o meglio, a un G4 con altri protagonisti emergenti, ovvero Cina, India e Brasile. Senza considerare, cosa ancora più determinante, l aspetto legato agli idrocarburi: in questo caso, Mosca ha fatto strike. I corridoi strategici americani sono ormai un lontano ricordo, e a meno di altri colpi di scena, l unica alternativa resta Teheran, con tutto il corollario che questa operazione comporta: convivere con l Iran nucleare o annientarlo. L errore Atlantico, dal punto di vista strategico e politico, nella gestione del dopo guerra fredda, è stato quello di pensare che l area che va dall Ucraina all Azerbaijan ovvero ciò che 18 LA VOCE DEL RIBELLE

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