The Godfather. Robert Walser. Un po tutti, almeno una volta, si sono chiesti com è la vita di un grande. di JACOPO CIRILLO

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1 n.17 La citazione del mese 5 Le vite ortogonali 6 Mitomania 7 Il Finzionario 8 Trilogie 9 Letto e mangiato 10 Pillole di scienza 11 Donne & Compressori 12 Eccezioni 13 Me lo copre il prezzo? 14 Interferenze 15 Metaletterari di carta 16 Devo ancora finirlo 17 La lettera che muore 18 Megaviaggi! 19 Biografie edulcorate 20 La posta dei lettori 21 Interpretazioni non ufficiali 23 Ghost World 24 Iperboloser 25

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3 The Godfather Robert Walser di JACOPO CIRILLO Un po tutti, almeno una volta, si sono chiesti com è la vita di un grande scrittore, di uno che come unico lavoro scrive libri. Cosa succede nella sua quotidianità. Compone tutto il giorno o solo quando ne ha voglia? Quando non parla di libri, con gli amici al bar commenta le moviole di calcio? Se è in crisi di ispirazione va a pesca o sta in casa sul divano a bere birra? Oppure fa il bullo come Conrad che non sapeva «come spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando»? Robert Walser, che è un genio, nella sua Passeggiata spiega in maniera sottile e molto profonda cosa significhi il lavoro intellettuale: cos è, davvero, la vita per uno scrittore. Il libricino, di suo, consiste semplicemente nella descrizione dell autore che, stanco di stare in casa, va a fare due passi nella sua piccola cittadina svizzera e inizia a fare incontri molto particolari e divertenti: giganti, librai, artisti, cantanti, cani e sarti attaccabrighe. A un certo punto passa un automobile e Walser, impetuosamente, esclama: «è davvero incredibile la villania con la quale mi s impedisce di dedicarmi a studi raffinati e d immergermi nelle più nobili profondità. Sebbene abbia motivo di essere indignato, voglio invece comportarmi con mansuetudine e tollerare con garbo: per quanto dolce possa essere il pensiero di ciò che di bello e di eletto ci è passato dinanzi, e il pallido quadro di una gentilezza remota, certamente non v è ragione, per questo, di voltare le spalle al nostro mondo e al nostro prossimo». Nella coerenza del libro queste cose lui non le scrive a posteriori, riportando ricordi frammentari. Lui le pronunzia. Immaginarsi un distinto signore che, berciando contro un automobile puzzolente, scandisce, a braccio, queste esatte parole. Walser parla come un libro stampato. Letteralmente, tanto da abolire la metafora (che ha senso solo se c è uno scarto tra termine metaforizzato e termine metaforizzante) e trasformare una similitudine in una sovrapposizione. Walser parla davvero come un libro stampato. Questo è sicuramente il modo più intelligente possibile per far capire, almeno di sfuggita, come dev essere la vita per un vero scrittore: portarsi la letteratura i libri stampati, appunto nella quotidianità più lontana possibile dalle biblioteche: la passeggiata. 3

4 Sommario La citazione del mese 5 Le vite ortogonali 6 Mitomania 7 Il Finzionario 8 Trilogie 9 Letto e mangiato 10 Pillole di scienza 11 Donne & Compressori 12 Eccezioni 13 Me lo copre il prezzo? 14 Interferenze 15 Metaletterari di carta 16 Devo ancora finirlo 17 La lettera che muore 18 Megaviaggi! 19 Biografie edulcorate 20 La posta dei lettori 21 Interpretazioni non ufficiali 23 Ghost World 24 Iperboloser 25 Editoriale Benvenuti all ultimo numero di Finzioni così come l avete sempre visto. La copertina, l impaginazione e la grafica che ci ha accompagnato fin da quando eravamo piccolini si fa da parte per un rinnovo totale di tutta la rivista. Nuova copertina, nuove immagini, nuovo tutto. Speriamo vi piaccia! Ma basta con i proclami: il numero 17, che volevamo fare uscire di venerdì ma insomma, editorialmente non era una grande idea, parla di una delle storie più belle mai sentite: il diritto al mugugno dei pescatori genovesi, quella cosa per cui ti fai pagare di meno ma puoi lamentarti quanto ti pare. Poi la nuova incredibile rubrica di Andrea Sesta, Letto e mangiato, da cui Benedetta Parodi ha retroattivamente copiato il suo bestseller Cotto e man- giato. Purtroppo nei tribunali l inversione temporale è molto difficile da provare, quindi per adesso continueremo a far finta di niente. Fabio Paris, quello che fa le pillole di scienza, esordisce su Iperboloser e lo fa davvero bene, raccontando la triste storia di due bamba che si sono presi il merito della struttura del DNA senza sapere nemmeno allacciarsi le scarpe. Ci sarebbero tante altre cose ma siamo troppo eccitati per continuare, dunque vi lasciamo il piacere di scoprirvele da voi. Ci vediamo il mese prossimo, tutti diversi ma sempre uguali a noi stessi (cit.). La redazione 4

5 Quelli che si lamentano di più sono quelli che soffrono di meno. Tacito La citazione del mese di JACOPO CIRILLO C è una storia bellissima, quella del diritto al mugugno. Succede che in Liguria, qualche secolo fa, i proprietari di pescherecci offrivano ai marinai la possibilità di scegliere tra il diritto di lamentarsi (mugugnà) e un supplemento di paga. Ora, nonostante la risaputa tirchieria simil-scozzese di quei porti, la maggior parte delle persone declinava l offerta monetaria e sceglieva, fieramente, di mugugnare. Mugugnare un po per tutto: il beccheggio, il rollìo, la puzza di pesce, il mal di mare, il proprio stesso mugugnare, eccetera. E poi c erano i marinai di Camogli (che, sì, è anche il panino dell Autogrill), reputati i migliori al mondo, che avevano l indiscutibile privilegio di meritare una paga più alta rispetto agli altri e, contemporaneamente, anche il diritto al mugugno. E, paradossalmente, erano quelli che si lamentavano di meno. Adesso che si avvicina Natale e dunque si va un po più spesso in libreria, succedono cose molto simili. I grandi libri della storia della letteratura o le piccole perle misconosciute ma imperdibili, insomma, i libri di cui non ci si lamenta e, dunque per cui si sarebbe disposti a spendere un po di più, seguendo la dinamica ligure, sono sempre imboscati chissà dove e costano due lire. I mattoni cartonati, con copertina rigida e faccione dell autore in terza o addirittura in quarta, i libri di cui tutti un po si lamentano, costano uno sproposito e sono impilati in torri dall architettura complicatissima proprio davanti alla cassa. Facendo sociologia spicciola, proponiamo allora una divisione tra lettori: i marinai liguri e i Camogli. I marinai liguri sono quelli che scelgono di pagare di più per avere il diritto di mugugno: insomma Ken Follett, fai due copertine diverse, bianca e nera, mi costi trenta euri e alla fine mi trovo un mattonazzo che non si capisce niente; suvvia Dacia Maraini, non puoi titolarmi un libro La seduzione dell altrove (che io mi aspetto, con quel nome, di fare un regalo culturale), parlare solo dei tuoi viaggi e farmelo pagare venti euri, che poi è cartonato con la costa nera e sta male in libreria. Poi ci sono i Camogli, che pagano di meno toh, La passeggiata di Walser a sette euro e non si lamentano mai ma pensa, Oggetto quasi di Saramago a sei e settanta e, per loro, è sempre Natale. Toh, Finzioni di Borges nel cestone dei DVD in sconto in Autogrill a tre e novanta. Quello, un Camogli e la cochina, e con dieci euro sono a posto tutto il giorno. 5

6 Le vite ortogonali Henry D. Thoreau vs Chris McCandless di JACOPO DONATI Plutarco scrisse una serie di 24 biografie che prese il nome di Vite parallele. Per ognuna prese una figura greca ed una romana, le mise una affianco all altra e ne cercò le similitudini. Ma qui si parla di finzione, mica di realtà!, e così i miei grandi saranno i personaggi d inchiostro dei libri. Lavoro ben più umile il mio che, oltre a esaminare solo una parte della vita di questi personaggi, ne sottolineerà le differenze. Henry David Thoreau Mentre il governo degli Stati Uniti continua la guerra contro il Messico siamo a metà del XIX secolo un tale di Concord, MA, per protesta si rifiuta di pagare le tasse e finisce in prigione. Quando un amico va a trovarlo gli chiede: Henry, perché sei lì dentro? e lui risponde: Piuttosto cosa ci fai tu là fuori, nell ipocrisia di quella guerra e senza prendere posizione. Thoreau è uno di quei filosofi che non ti fanno studiare al liceo. Uno dei libri per cui ancora oggi viene ammirato e preso da esempio si intitola Walden, ovvero: vita tra i boschi, pochi capitoli in cui Thoreau racconta i due anni passati sulle rive del lago Walden, qualche miglio lontano dalla civiltà. Le sue pagine sono un miscuglio di filosofia, politica ed economia, ma anche di poesia e di sogno. Certe considerazioni suonano come premonizioni delle crisi economiche, sociali e ambientali a cui siamo andati incontro. Thoreau costruisce la casa con materiali di recupero e per due anni e due mesi cercherà di essere il più possibile autosufficiente; poi lascerà il suo capanno e tornerà nella Concord che criticò così aspramente. Chris McCandless Ogni generazione ha più difficoltà nel trovare la natura incontaminata, e più andiamo avanti, più sembra un obiettivo impossibile. A metà degli anni 90, un ragazzo finisce l università e fa perdere le proprie tracce; come destinazione ha l ultimo angolo di natura selvaggia degli Stati Uniti: l Alaska. Noi questo lo sappiamo perché Jon Krakauer ci racconta la storia di Chris McCandless nel libro Into the wild. Chris McCandless è un idealista deluso dalla società contemporanea, troppo impegnata a collezionare assegni e troppo distratta da ciò che conta davvero vivere. Abbandonata l auto e bruciati gli ultimi soldi, Chris percorrerà gli Stati Uniti in lungo e in largo adottando lo pseudonimo di Alexander Supertramp; dopo due anni di vagabondaggi raggiungerà l Alaska. Rifugiatosi in un vecchio autobus abbandonato, Chris vivrà l avventura che aveva sognato per molto tempo. Qualcosa però andrà storto, e il ragazzo si ritroverà imprigionato nell Alaska innevata. Quando troveranno l autobus abbandonato, il corpo di Chris peserà solo 30 kg. Nello Zen esiste un opera chiamata Dieci tori, dieci illustrazioni che rappresentano il cammino verso l illuminazione. L ultima incisione si intitola Ritorno alla società, ed è un passaggio senza il quale nessun cammino spirituale può dirsi davvero concluso. Thoreau riesce a tornare e dà alle stampe un libro che, nel suo piccolo, cambierà la vita di molti; McCandless, invece, si spinge troppo oltre senza poter concludere il suo viaggio. 6

7 Mitomania Dove si parla delle matte storie inventate dagli antichi Greci e mutuate dai moderni. di VIVIANA LISANTI Alcesti : Euripide Vs. Yourcenar Parte Seconda La scorsa volta parlavamo di Alcesti, l unica donna al cui cospetto i greci si dimenticano di essere misogini; colei per la quale hanno speso parole di stima profonda, la più nobile e saggia tra le donne e che a detta di Platone è addirittura superiore ai colleghi maschi, o almeno ad un loro rappresentante. Orfeo infatti a parità d impresa fa la figura del cagasotto, perché scende agli inferi per amore di una donna ma lo fa da vivo, ingannando Ade grazie alla melodia incantatrice della sua lira. E così sono capace anch io. Per fortuna c è una giustizia divina che non risparmia i furbetti e Orfeo finirà dilaniato e decapitato da un branco di baccanti ubriache mentre la coraggiosa Alcesti sarà premiata con la straordinaria concessione di tornare dal regno dei morti. La regina di Fere avrà impressionato favorevolmente gli dei, ma ad una mortale un pò cinica come me lascia molto perplessa. E umanamente possibile andare incontro alla morte senza mai dare segno di un cedimento o lasciare trapelare un ripensamento, un dubbio, una ragionevole paura? E giusto sacrificarsi per un marito frignone e spergiuro? Alcesti è una donna tutta d un pezzo e mantiene fino in fondo compostezza e lucidità. Entra in scena attaccando con la solita lagna che ci si aspetterebbe da un personaggio euripideo ma non lascia tempo ai patetismi e si lancia dopo poche battute in una tirata raggelante, intrisa di autocompiacimento. Il suo congedo dal marito Admeto suona, anzi stona, come un consiglio di politica domestica: non ti sposare mai più cosicché i nostri figli possano mantenere la casa e non subire le angherie di una matrigna. Hai una moglie della quale ti puoi di certo vantare. Addio e muore. Che abbia fatto quel che ha fatto per amore o per gloria non importa, resta una super-donna, inarrivabile, un precedente ingombrante per tutte noi. Ci si sente più a proprio agio confrontandosi con la rilettura che della tragedia ha dato Marguerite Yourcenar nel suo Il mistero di Alcesti (Tutto il teatro, Bompiani, 367 pp.). La regina si trascina per il palazzo angosciata, terrorizzata, non facendo affatto mistero della sofferenza che sta patendo anzi gridandola in faccia al marito Admeto, il quale la vorrebbe invece docile e silenziosa. Il copione è quello classico di una coppia vecchia e stanca: lei che si abbandona ad una sfuriata isterica durante la quale non perde occasione per rinfacciare le colpe del marito, da quella volta che indugiò un po troppo con lo sguardo su una mendicante dai capelli rossi, alle notti in cui la lasciava sola per dedicarsi alle sue passioni (le stelle, Apollo ); lui che l accusa di aver sempre avuto in odio i suoi amici e di voler morire soltanto per attirare l attenzione. Ma la stoccata finale all Alcesti di euripidiana memoria arriva quando ci prova spudoratamente con Ercole rinnegando i sei anni di matrimonio trascorsi ad annoiarsi ascoltando Admeto accordare la lira. Davanti alle resistenze del dio non può che piangere a dirotto e pronunciare la verità che Euripide, dietro il mutismo della sua rediviva eroina, aveva solo fatto intuire Ed eccomi di nuovo obbligata a ricominciare a morire per Admeto! 7

8 Il Finzionario Dove non ti trovi. Le mille inside della georeferenziazione di EDOARDO LUCATTI Nel pianeta sul quale un uomo si sniffa le ceneri del padre morto, è difficile stabilire la soglia oltre la quale qualcosa diventa eccezionale, strana o semplicemente non convenzionale. Prima di tutto a noi di Finzioni, che siamo tanto scafati, l unconventional non ci prende per il culo, volgare pieghetta cool di una convenzionalità di secondo livello, appena più muta della prima. Inoltre le narici attraverso le quali sono state aspirate quelle ceneri appartengono a Keith Richards, viziosissima chitarra dei Rolling Stone, alla quale non si può muovere alcun rimbrotto uticense senza apparire immediatamente incongrui. Varrà dunque la pena di sgomitare fra le nuove normalità, dove l evèrso si annida nel cuore del verso come il controcanto del nostro ossessivo upload tecnologico. Dopo esserci aggiornati per diventare eco, ad esempio, abbiamo cominciato ad aggiornarci per diventare geo. Senza mai smettere, ovviamente, di essere net. Ed è fondamentale, in ogni caso, non superare mai le tre lettere perché la quarta ci apre alla vertigine del respiro e il respiro, permettendoci di pensare, non è un cazzo cool. Lo dice la Diesel: be stupid. Ci è concesso, al limite, di combinare coppie di triplette e diventare così teo-dem o neo-con, ma in questo caso si finisce per essere ancora dei gran sfigati. Poco importa, comunque, perché al momento siamo tutti presi dal geo. Geosensibili, geotargettizzati e, soprattutto, georeferenziati. Il che vuol dire che attraverso il tuo mirabolante smartphone puoi dire a tutti non soltanto quello che pensi ma anche dove lo stai pensando. Se poi divenuto finalmente cool e diesel smetti anche di pensare, puoi lasciarti invadere dall ideologia puntiforme della tua disseminazione e comunicare a tutti, semplicemente, la tua mera posizione. Sono qui, sono là, ah ah ah. A quel punto diventi il terminale di una serie futuribile di azioni incrociate, la più spettacolare delle quali non riguarda però la tua posizione bensì tutte quelle in cui tu non sei, a cominciare da casa tua. Se risultasse infatti che stai facendo lo sborone al vernissage di qualche artista stronzo e tisico vestito di viola, una sola cosa sarebbe veramente certa: casa tua è libera e può essere derubata. Si tratta, anzi, di un vero e proprio invito o, come dicono i fantasmi del marketing, di una call to action. E così, non a caso, è nato il primo sito di degeoreferenziazione, che ci mette tutti in guardia dai rischi del ciao mamma guarda come mi diverto qui al vernissage del tisico. Molte le domande che possono scaturire da un interfaccia che rende nota a tutti la tua ubicazione: Cosa ci facevi davanti a una clinica per aborti? Perché eri in un gay bar? Ti piace dare appuntamenti davanti alle moschee? e via dicendo. Ma c è un altra domanda, forse ancora più importante: Quanto ci metti a tornare a casa tua se parti adesso?. Nel caso la tua risposta conceda un margine sufficiente, la tua maison diventa il terreno di caccia ideale per ogni ladro che si rispetti. Non si georeferenzia mai soltanto il posto in cui siamo, ma anche tutti quelli in cui non ci troviamo. Occhio, ragazzo: fatti tre belle sorsate di vecchio luddismo e rimetti il culo in carreggiata perché, appena fuori dal vernissage del tisico, c è un intera pletora di geo-ladri pronta a net-tarti di ogni avere. Estrarre il tuo smartphone dal nuovissimo astuccio in coordinato appena acquistato su e-bay non ha ovviamente prezzo, ma potrebbe averlo nel giro di due ore, quando rincaserai e saranno spariti tutti gli aggeggi stilosi che a quell astuccio, per l appunto, avevi coordinato. Finzioni si preoccupa di te, del tuo piccolo universo fatto di lussi assolutamente non convenzionali. Sono due le strade possibili: o la pianti di dire a tutti dove ti trovi oppure scegli i lussi inamovibili, che non possono essere rubati. Il tuo modello diverrà, allora, Sim Jae-duck, presidente della World Toilet Association, associazione mondiale dei produttori di toilette. Il vecchio Sim (nota bene, tre lettere!) abita in una casa di 420 metri quadri a forma di water (o WC, due lettere!), al centro della quale è in bella mostra una toilette gigante e completamente trasparente, costata 1,6 milioni di dollari. Lo zio Sim, a differenza di te, può andarsene in giro per il mondo gereferenziandosi a piacimento: spostare quel water sarà un problema per chiunque. Please, rob me. If you can, s intende. Edo, tre lettere. 8

9 Trilogie J.R.R. Tolkien Il Signore Degli Anelli di Stefano Fanti La storia è nota a tutti, soprattutto perché l adattamento cinematografico della trilogia diretto da Peter Jackson (tra l altro, sono attesi per i prossimi anni si dice 2012 e 2013 i due film tratti dal prequel della saga di Frodo & company, ovvero Lo Hobbit) lo ha visto praticamente ogni essere umano che, almeno una volta, è entrato in un cinema, quindi più che de La Compagnia dell Anello, Le Due Torri ed Il Ritorno del Re nella loro veste di incontro-scontro (in pratica, oltre mille pagine in due parole, per essere i più banali possibile), è interessante sottolineare alcuni punti focali dell opera mastodontica ed irraggiungibile di Tolkien. E nota, ai lettori di J.J.R., inoltre, la polemica tutta italiana (dal Bunga Bunga ad Aragorn, non ci facciamo mancare proprio niente!), che vede lo scrittore britannico inserito, da alcuni studiosi, tra le fila del pensatori di destra, alla stregua di un Evola qualsiasi. Si è scritto molto negli ultimi tempi a riguardo, su Carmilla, sul blog Lipperatura e soprattutto su quello dei Wu Ming (oltre al diverbio cartaceo tra Arduini su L Unità e De Turris su Il Giornale), e altrettanto se ne è parlato al convegno di Modena di qualche mese fa Tolkien e la filosofia : interventi che hanno, finalmente, smosso la patina ingiustificata che si era posata sugli scritti di un maestro senza tempo. Ciò che se ne trae è che stiamo parlando di un erede del Romanticismo - per alcuni, ispirato da un retaggio cattolico analizzato ed analizzabile - da più punti di vista strettamente letterario, politico, storico ed in grado di imbastire, grazie alla sua complessità e stratificazione (universale e non allegorica) dibattiti a 360. Soggettivamente, la grandezza di Tolkien sta nella capacità, che solo un grande può avere, di renderti parte della narrazione, senza distoglierti da ciò che accade in essa, nonostante così lontana dalla realtà per come è. Proprio la negazione di una natura allegorica è la chiave per leggere la saga della Terra di Mezzo senza cadere nella semplicista relazione con il nostro mondo, al contrario, il fatto di sentirsi (nel limite della sanità mentale, in tempi in cui astrarsi da questa realtà non è poi così ingiustificato) a Mordor, sede dell Oscuro Signore Sauron, o a Gondor, nel bel mezzo della battaglia è quanto di più corretto ed allo stesso tempo avvincente. Questo comporta decisamente anche una certa dose di interesse verso il fantasy, che non tutti i lettori presentano purtroppo, (addirittura c è chi pensa ancora che la letteratura di genere sia di serie B, povera Accademia ) ma se il realismo tritatesticoli è quanto di più seguito in questa Italia in concorso per la nazione più ignorante della Universo (escludendo, purtroppo, il Terzo Mondo, la cui forzata ignoranza, è proprio uno dei fattori di maggiore influenza per la miseria a cui sono soggetti), ben vengano elfi ed anelli maledetti. Ma dove troverò il coraggio necessario?, chiese Frodo. E ciò di cui ho più bisogno. Lo troverai nei luoghi più impensati, disse Gildor 9

10 Letto e mangiato Non date da mangiare a Henry Chinaski di ANDREA SESTA Un libro si legge, lo si sfoglia, lo si sente e lo si annusa: l odore della carta, dell inchiostro, della polvere. Quello che al libro proprio non si può chiedere, con buona pace di certi fenomeni da baraccone, è quello di gustare. Ma alcuni ci fanno venire l acquolina: esistono libri di cucina, manuali per cuochi e ricettari per ogni palato. Nessuno di quegli autori ha ancora vinto un premio Nobel, né un Pulitzer. Non è un peccato? Un artefatto che chiama in causa tutti i nostri bei sensi merita una qualche forma di riconoscenza. Ed è per questo che su Finzioni redimiamo la letteratura culinaria, perché a pancia piena si vive meglio e soprattutto: si legge meglio. Ora ho in mente una ricetta: Bocconcini di manzo alla birra. La penso adatta per introdurre il libro Factotum, di Charles Bukowski. Infarinare i bocconcini di manzo, 800 g per 4 persone, tritare lo scalogno (alcuni usano la cipolla, ma lo scalogno è meglio, perché ha un gusto più delicato ed è facile da digerire) e il prezzemolo. Riporre lo scalogno e il prezzemolo in una padella, con dell olio d oliva e lasciar soffriggere finché lo scalogno non cambia colore. Mettere quindi i pezzetti di carne infarinati nella padella e farli rosolare bene da ogni parte, girando i pezzetti con l aiuto di un cucchiaio, comunque evitando di forarne la superficie. Quando la carne starà rosolando, salare un po e versare la birra (una lattina da 33 cl è la dose perfetta). Come sa chi ama la birra, non esistono due birre uguali. Io propongo (e utilizzo) una birra dorata nostrana. Va versata un po per volta, in modo da evitare che la schiuma goccioli fuori dalla padella. Aggiungere, se si crede, delle foglie di salvia e del rosmarino. Continuare la cottura a fuoco molto lento per 1 ora circa. Come contorno si può pensare a dei funghi trifolati, o a delle patate. Volete stare leggeri? Allora un insalata mista. Factotum, secondo romanzo dell autore, pubblicato nel 1975, parla di Henry Chinaski, alterego dell autore, che vivacchia tra un lavoro e un altro, subito dopo la seconda guerra mondiale, provando a sopravvivere in un America ancora alle prese con quello che rimane della Grande Depressione. Il tono è divertito e autoironico. Il protagonista spende pagine a lamentarsi di tutti i lavori che prova; lavori dei quali conosce e lamenta la vacuità. Va alla sede del Los Angeles Times, compila un modulo per lavorare come reporter. Lo chiamano e gli propongono un posto da uomo delle pulizie. Accetta subito. Ma sia chiaro: non c è mai una riga di lagnanza, odia indistintamente i suoi colleghi e i suoi superiori; un po ricorda Nelson Algren, e il suo Le notti di Chicago. Dove trova un po di pace? Nel bere, nelle donne e nel cibo. Ok, ma perché proprio i bocconcini? Scrive: Quando avevamo qualche soldo andavamo giù ai mercati generali e comperavamo un po di carne a buon mercato, carote, patate, cipolle e sedano. Mettevamo tutto in un pentolone e restavamo seduti a chiacchierare, sapendo che avremmo mangiato, annusando il profumo del cibo le cipolle, le verdure, la carne ascoltandolo cuocere. ( )Poi ci alzavamo e ci mettevamo a cantare. (Factotum, p.74-75, Tea). Gli negano il cibo: viene licenziato (l ennesima volta) e sperando di non essere notato va alla mensa del personale. Fa la fila e nota un cartello: NON DATE NIENTE DA MANGIARE AD HENRY CHINA- SKI. Il rapporto di Bukowski-Chinaski con il cibo è, tuttavia, invidiabile: si magia quando si può. Mossi da un solo motivo, quello che lo spinge ad non utilizzare la corda che ha comprato per impiccarsi (cifr. da Taccuino di un vecchio sporcaccione): la speranza. Un giorno vedrà qualche suo racconto pubblicato. Chinaski rivela Mi alzai in piedi con il bigliettino di accettazione in mano. IL PRIMO. Dalla rivista letteraria numero uno d America. Il mondo non mi era mai sembrato così bello, così pieno di promesse. 10

11 Pillole di scienza Come i cavoli a merenda di FABIO PARIS Il 14 ottobre è morto Benoit B. Mandelbrot, il babbo della geometria frattale. Ricordiamolo tutti con una bella zuppa di cavolo. Già, perché i cavoli sono un bell esempio naturale di frattale, una classe di figure geometriche che davvero descrive la natura. Infatti la classica geometria euclidea (quella che facciamo a scuola e tanto ci annoia) non descrive poi così bene il mondo esterno come ci fanno credere. Citando Benoit una delle ragioni [per cui la geometria classica ci appare fredda e arida] risiede nella sua inadeguatezza a descrivere la forma di una nuvola, una montagna, la costa o un albero. Le nuvole non sono sfere, i monti non sono coni, le linee di costa non sono circonferenze e la corteccia non è liscia. Neppure il fulmine corre in linea retta. In effetti è vero. Mandelbrot partì proprio dalla natura per definire questa nuova geometria: presentò infatti un giorno un metodo per misurare la lunghezza della costa inglese. L idea era di fare avanzare sulla costa un compasso con apertura nota in modo che ogni nuovo passo cominci dove finisca il precedente. La lunghezza della costa viene così calcolata dal numero di segmenti tracciati dal compasso moltiplicata per la sua apertura. È lampante come diminuendo l apertura del compasso il numero dei passi aumenti ed anche la lunghezza della costa, tendendo all infinito con passi infinitamente piccoli. Eccolo il frattale: una figura geometrica che ingrandita si ripropone uguale a se stessa. Ciao Zenone. Matematicamente si dice che un frattale presenta una omotetia interna (ahah... omotetia... ahah). Di figure frattali la natura è piena. Prendiamo un abete ad esempio, passando dall albero ad un ramo principale, poi ai rami secondari fino ai ciuffi di aghi la forma geometrica non cambia tanto. La differenza tra una figura euclidea ed un frattale è comunque tanta. Una linea (o qualsiasi altra figura) è descritta da un equazione, un frattale da un algoritmo. Quindi un frattale rappresenta un metodo. Ecco perché descrive così bene la natura. Torniamo all esempio della linea di costa. Noi non sappiamo quali siano stati i processi geomorfologici che hanno portato alla modellazione della costa. Sicuramente sono stati tanti e incasinati, ed in questi pro- cessi il caso occupa senza dubbio un ruolo determinante. Solo ricorrendo ad un approccio statistico possiamo avere una descrizione dell oggetto in esame. Il caso infatti può generare irregolarità, anche così grandi come quelle della costa. Ma con un processo iterativo possiamo arrivare ad un ottima descrizione, lo possiamo calcolare. Mica male, no? Uno strumento capace di descrivere qualcosa che non si conosce... Non pettinava mica le bambole Mandelbrot! Il bello è che come approccio funziona: si possono introdurre anche variabili aleatorie (casuali, che seguono una distribuzione statistica) et voilà: ci si modella l erosione del suolo ed i movimenti di faglia, così da capire i meccanismi intrinsici dei terremoti. Bravo Mandelbrot, ti ricorderemo con una zuppa di cavolo romanesco! 11

12 Donne & Compressori Tourettismi di ALEX GROTTO Ci sono situazioni ricorrenti che mi appestano i sogni da qualche anno ed hanno tutte in comune i banchi del liceo e Igor Bonetti detto Zapping. Zapping era un mio compagno di classe, uno di quelli che si vedeva lontano anni luce che lo vestiva sua madre, perchè sarebbe apparso fuori luogo persino negli anni Ottanta quando non c era limite al peggio negli abbinamenti sopra-sotto aprendo l armadio. Nonostante la cosa che gli succedeva ad intervalli regolari e nell ordine dei minuti, lo Zapping si stimava a prescindere: aveva la passione della pittura, parlava correttamente il russo per via della suddetta madre, praticava il tiro con l arco. Come fa a non essere ganzo uno che fa tiro con l arco? In un buco di provincia dove ti offrivano da bere solo se giocavi a calcio e le ragazzine accettavano di uscire il Sabato pomeriggio solo se indossavi la tuta da allenamento, uno che si presentava in classe con faretra di cuoio e frecce andava idolatrato. Però io mi sono sempre chiesto come facesse a praticare un arte del genere con quella cosa che lo seguiva ovunque, insomma doveva essere difficilissimo e soprattutto pericoloso, ma proprio roba da lasciar perdere e provare tutt altro tipo il rap. Quella cosa, come spiegò il primo giorno di scuola davanti a tutti, con un sorriso d ordinanza ed un tono di scuse preventivo, era un glioma cerebrale che gli causava la sindrome di Tourette. Usò queste stesse parole, ma non ce n era davvero bisogno visto che il mattino l avevo visto fare una serie di scatti rapidissimi con le braccia e dare dell idiota al segretario del preside. E senza dubbio l individuo più punk che abbia mai incontrato in vita mia pur non avendo tatuaggi, cresta e chiodo borchiato con il logo degli Exploited cucito sopra, ma il suo umorismo cinico, le uscite sincere e politicamente scorrette, anche se forzate dal suo cervello malato che si comportava come una specie di sceneggiatore drogato (anche queste furono le sue parole nello spiegarmi la malattia) lo rendevano sì tormentato, ma a suo dire vicino all ideale che noi poveracci avevamo di libertà. Ho pensato proprio al buon Zapping (così soprannominato per via della faccia che cambiava smorfia ed espressione in un batter di ciglia durante gli attacchi di tourettismo) quando ho scoperto l incredibile bibliografia di Oliver Sacks, mio attuale mito letterario. In uno dei racconti de L uomo che scambiò la moglie per un cappello (Adelphi, 320 pagine, dieci euro) si parla proprio di tourettismo ed io ho potuto bullarmi un casino con il mio ego per essere già altamente preparato sull argomento. "Ray dai mille tic" raccontato (e curato davvero) da Sacks è l esperienza di una malattia neurologica a cui il paziente arriva addirittura ad affezionarsi, ad identificarsi con essa, ad apprezzare il proprio essere in virtù degli scatti di vitalità e lampi di genio che essa apporta nonostante l infinito fardello di problematiche nella vita quotidiana. Zapping era proprio come Ray, arrabbiato col proprio lobo parietale, ma grato ad esso per averlo reso un dritto. Ehi Zapping, hai mai pensato a cosa rimpiangeresti di più se dovessero curarti? Come no: la possibilità di invocare le attenuanti generiche e l infermità mentale se dovessi ferire qualcuno con l arco!. 12

13 Eccezioni Aldo Dieci - Route 66 di Filippo Pennacchio Nessuno vi costringe, ci mancherebbe, ma recandovi in una qualsiasi biblioteca o più comodamente consultando on-line il database del Sistema Bibliotecario Nazionale potreste imbattervi, passando in rassegna i titoli dei volumi indicizzati alla voce Aldo Nove, in un curioso libricino recante in copertina l immagine, grottescamente ilare da Stephen King in poi, di un anonimo clown nonché, in quarta, l indicazione, fintamente apposta a mo di etichetta promozionale, «Aldo Nove compatibile!». Il libricino in questione, edito nel 1999 cfr. l odiosamente puntiglioso SBN dal mitico autore di Viggiù dovrebbe poi intitolarsi Route 66, sottotitolarsi (e attestarsi genericamente come) Romanzo di formattazione e precisare, infine, di essere la storia di un teologo che viveva in un gross-market. Detto ciò, per quale motivo, consultandolo prendendo fisicamente in mano questo libricino, dico, potremmo invece identificare, quale suo effettivo autore, tale Aldo Dieci? nientemeno cioè apriamolo intanto e leggiamone poche righe, ciniche ed esilaranti come da tradizione Castelvecchi prima maniera (1.0, facciamo) che l upgrade dell autore di memorabili short-stories quali Moltissima acqua e un po di sangue e Video Catalogo Italia 95, o di efferati romanzihaiku à la Puerto Plata Market, di cui piace ricordare la dichiarazione rilasciata in limine dal suo paradigmatico italo-protagonista: «Parlando generico, le cose che mi piacciono di più sono: Beautiful, i porno con le sborrate in bocca, la Juve di Lippi»? Forse perché no? per un banale errore d archiviazione, Aldo Dieci d altra parte essendo, potenzialmente, nient altro che uno spin-off di Aldo Nove stesso. È in fondo cosa risaputa, d'altra parte: lo stesso A9, a ben vedere, sarebbe poco più che un fake: a esistere per davvero è semmai l Antonello Satta Centanin delle poesie di Musica per streghe o di Tornando nel tuo sangue; anzi no, è l Antonio Centanin tramandato dalla vulgata (sì, ma quale versione?) e di cui su Wikipedia the real one. Oppure no. Poco importa, in fin dei conti. Anche perché qui, strizzatine d occhio a parte, occorre dare retta ai due ghostwriter (NL e AP le iniziali dei loro nomi, qui debitamente oscurati) titolari della sigla A10: il vero autore di Route 66 sarebbe in realtà un software, cioè un «Aldo Construction Kit» con il quale qualsiasi editor può «divertirsi un po» a manipolare e formattare una serie di file pre-esistenti. Non che la cosa, intendiamoci, sia da subito chiaramente esplicitata: per imbattersi nel dialogo, rivelatorio e cinicissimo, tra Castelvecchi himself e ½ di A10 occorre perlomeno oltrepassare provvisori titoli di coda e codici a barre disseminati random tra le pagine, ma soprattutto familiarizzare con un aspirante scrittore tedioso e un po patetico come tutti i suoi colleghi che per sedurre la commessa di una libreria Feltrinelli si inventa autore del libro di cui invece è (co)protagonista R66 stesso, ovviamente. Il teologo che vive in un gross-market e che, come la sua virtuale compagnia di ribelli, cannibali e bad girls, fa delle merci esposte veri e propri feticci è, evidentemente, proprio lui, un Io taroccato similissimo ai protagonisti della fiction targata A9: così come tipicamente aldonoviano è il desiderio di ricoprire il corpo nudo dell amata commessa feltrinelliana di marmellata (di quella con i pezzettoni di frutta, si intende), ma anche, a ben vedere, il tentativo di campionare, parodiare in chiave po-mo, sfottere o remixare drasticamente ciò che di meglio riposto la letteratura italiana di dieci anni fa aveva da offrirci: motivo per cui riprenderlo oggi in mano è anche l occasione per versare qualche lacrimuccia ricordando quanto all epoca era bello, si fa per dire, leggere Nove Ammaniti Scarpa Labranca e innamorarsi di micidiali incipit come questo: «L ideale della mia vita è andare nella casa di un mio amico e farmi un sacco di seghe guardando giù dalla finestra le persone che passano per andare dove cazzo vogliono. Allora mi butto e dal balcone cado giù. Poi mi sveglio con la testa spaccata mi alzo da lì e vado a comperare delle cose da Pam». 13

14 Me lo copre il prezzo? Scacchi d'ottobre e francofoni in Quebec di LICIA AMBU - Bonjour. - Bonjour. (una delle uniche sei parole francesi che conosco) - Vengo a nome di un artista canadese, vorrei sapere se potete reperire questi testi in francese Non saprei. Volendo ridurre il tutto all'osso ci si aspetterebbe che il potenziale cliente entra spinto da curiosità o in cerca, con certezza assoluta, di un libro. Punto. Ora, si metta agli atti che questo non esaurisce per nulla lo spettro di possibilità o variazioni sul tema che si presentano in una libreria. - Cercavo una scacchiera. - Mi dispiace non vendiamo articoli da regalo, può provare al negozio di giocattoli. - Sì, lo so, ma io ne cercavo una di un certo livello. D'accordo ridiamoci su lì per lì. Ma poi a pensarci è un gran complimento, non vi pare? Insomma, da un certo punto di vista è come sentirsi dire che da una libreria, luogo per eccellenza di cultura, ci si aspettano cose di livello..forse..se per caso fosse previsto un prestito cioè prendo un libro poi lo leggo e te lo riporto, ecco Se può fa? Non fa una piega. Almeno la materia prima è la stessa. Altra declinazione è la cartoleria vera e propria. -Possibile che non abbiate dei semplici biglietti bianchi o della carta da regalo? -No mi dispiace, se vuole posso darle un po' della nostra carta per fare il pacchetto. -Va bene, grazie, dieci fogli li ha? Ma tutto questo non scompensa più di tanto, quello che più manda in furia il potenziale lettore è non poter avere un libro. Sì, giuro! Per una libreria è impossibile, quando non inammissibile, non poter avere un libro. E sia chiusura piuttosto. (Telefono) - Buonasera sono un cliente, volevo sapere se avete questo libro bla bla... - Guardi mi dispiace non possiamo averlo, è un editore che non trattiamo. - PERCHè? - Il nostro magazzino non ha contatti, posso al limite richiederlo in casa editrice con le spese di spedizione a carico però. - Che vuol dire!? Io l'ho visto sul giornale. Impossibile. Allora è bello sapere che per un determinato ordine di desideri o richieste, talvolta ottimali, talvolta da calibrare, alcune volte strane un bel po', qualcuno entra in una libreria, rinomata espressione depressa da studente in cerca di libro/i di lettura o sguardo spento del commensale implicato nel presente da galateo. Lo sconforto li affligge, talvolta la libreria li salva. - Signora i testi in francese si possono avere in contrassegno. - Benissimo me li spedite in Quebec? Quebec. Numero testi francesi reperibili in loco: non pervenuto. I dialoghi e gli esempi citati sono rimasticazioni pindariche il cui spunto deriva da fatti forse accaduti o forse no. E comunque non così. 14

15 Interferenze La Madre di Cristina Farneti Il dramma greco ci offre un credito inesauribile, è uno straordinario assegno in bianco nel quale ognuno, a turno, può permettersi di leggervi la cifra che preferisce (M. Yourcenar) Forse perché di te l unico ricordo che abbiamo è l immagine contraffatta dall odio di una figlia rifiutata che ci dimentichiamo la ragione del tuo dolore, Clitennestra. O forse perché la coscienza non ha mai perdonato alla donna di farsi vendicatrice lucida del proprio uomo per amore di un figlio. Io non ricordo madri che uccidono per difendere gli agnelli dall altare dei padri. Io ricordo piuttosto di pasti sacrileghi (e la schiatta dell uomo che sposasti ne sa qualcosa), di carni bianche insanguinate di bambino, violenza per violenza, forse memoria di un epoca in cui non era scandalo il sacrificio di chi non ancora possedeva la dignità empia dell uomo. Anche Abramo avrebbe abbassato la sua scure su Isacco per ordine di Dio e così fece il tuo uomo con il tuo primo frutto Ifigenia, obbediente a un ordine divino, quell Agamennone per cui da allora perdesti quel poco di affetto, se ancora c era, che gli dovevi, lui reo solo di vivere nel mondo degli uomini, dove nessuna mano scende dal cielo a salvarci dalle nostre scelte. Tu non hai potuto perdonarlo. Con il tuo amante Egisto ti sei fatta strumento di vendetta di troppi figli immolati, ma a te, invece, non si perdona questo, di aver piuttosto ucciso l uomo, che pianto di dolore. Non lo capiscono i figli tuoi superstiti, Elettra e Oreste, criminali di una famiglia criminale. Lo capiamo noi? Lo racconta anche la cronaca: quante madri sacrificano la prole all ingordigia del proprio uomo, piuttosto che perdere il compagno? Un antica legge di natura guida la scelta tra l uccisione del maschio riproduttore e della prole debole, che ancora non serve a nulla: le leonesse azzannano forse il leone che ne uccide i cuccioli? E allora non ci urta l apoteosi del sacro amore materno? Clitennestra, tu sei diventata solo l archetipo di tutte le amanti, la quintessenza di una femminilità straripante, mai sazia di letto, tu sei solo una madre scandalosa anche da vecchia, tutta istinto e bisogni sensuali, tranne nell attimo di sbarazzarti dello sposo ingombrante. Leonessa a letto col lupo, infida, cattiva: questo ti rinfaccia Elettra, la figlia meno amata, che nutre l odio di cui si infiammerà Oreste per ucciderti. Solo la tua natura di mantide ti riconoscono: sai cosa ha detto di te Egisto, tuo tenero amore, illusa? «Io la mente, lei solo il braccio: tramare, d altra parte, è il compito delle donne.» E quando, vecchia, cerchi un varco verso quella figlia ostile e le parli del tuo amore proibito, degli occhi delle donne aperti nel pianto e chiusi nel godere e le confessi che un grande amore può contenere anche i delitti, Elettra resta sorda e si fa giudice, con la sua ragione maschia e senza sconti: è giusto, madre, uccidere chi è ingiusto? E tu rispondi con una voce che la figlia frigida non può comprendere: Lui, quell uomo violento, immolò mia figlia, frutto doloroso del mio parto. Io ho reso giustizia a mia figlia. Tu rivendichi un legame viscerale di dolore, che il dolore sacralizza: l amor di madre, un amore che nasce dalla sofferenza del corpo. Strano gioco di amori mal corrisposti, o forse la famiglia è solo l illusione dell amore: Oreste dice che non può amarti, perché l amor filiale è solo ricordo di sensazioni piacevoli e disgusto di quelle spiacevoli. Nulla di meno spirituale e di meno casuale. Come doveva bruciare il tuo cuore, Clitennestra, quando hai accolto il padre assassino recitando con la bocca schiusa e gli occhi senza sorriso le parti della sposa trepidante e nelle orecchie, come vero, quel grido tante notti immaginato, di Ifigenia sbattuta sul ceppo, col collo teso, a urlare Padre, aiutami!, forse a invocare il tuo nome di madre inutile e lontana! Non è questo che un figlio attende da una madre? Una protezione istintiva che non fa scelte. Una protezione brusca come quella con cui la Madonna dei Pellegrini avvolge nell incavo del suo abbraccio il figlio: non porge certo il suo piccolo alle mani sozze dei mendicanti. Ha lo sguardo bruno e sospettoso, che forse fu anche tuo, Clitennestra, quando accogliesti l assassino di tua figlia. E fu, il farti a tua volta assassina, il tuo tardivo tributo di Madre. Libera lettura da : Eschilo, Agamennone; Sofocle, Elettra; M.Yourcenar, Elettra o la caduta delle maschere 15

16 Metaletterari di carta Afrikaans di ALESSANDRO POLLINI In controtendenza come al solito parliamo del Sudafrica quando non ne parla più nessuno. Perché va bene essere sul pezzo, ma qui a Finzioni ci siamo già da un pezzo e quindi anche basta. Ci sono stati i mondiali, siamo usciti, oh che peccato eccetera eccetera, Shakira ci ha sbomballati di Waka Waka tutta l estate e Finzioniman ha trasformato in un nerd d altri tempi il tifoso medio. Passato un po di tempo, possiamo tornare a parlare di Sudafrica. In Sudafrica si parlano undici lingue, tante quante le etnie. Nell ottocento la creazione di una letteratura boera (In lingua afrikaans) era interpretata come affermazione dell indipendenza culturale rispetto all Europa. Il secolo successivo ha invece visto uno sviluppo della letteratura in lingua inglese, fino al Premio Nobel per la letteratura assegnato nel 1991 a Nadine Gordimer. La lingua è una delle cose più importanti rispetto all identità di un popolo. È il motivo per cui Ivano Marescotti recita Dante in romagnolo e per cui i Sud Sound System mischiano dancehall e pizzica cantando in salentino. In 1984 George Orwell ipotizzava la creazione di una Neolingua dove le parole venivano modificate nella forma e ridotte di numero, la struttura grammaticale veniva stravolta e non erano ammessi sinonimi o doppi significati. Il fine era impove- rire il pensiero, ridurre la possibilità anche solo di concepire pensieri diversi da quelli voluti dal Partito. Non sempre serve creare lingua nuove per cancellare una identità: in Tibet (attualmente occupato dalla Cina) è proibito parlare Tibetano. Per fortuna la lingua -tornando al Sudafrica- marca una identità culturale anche nella contaminazione dei generi: decine di anni dopo la letteratura boera i Die Antwoord rappano in Afrikaans. Ignazio Buttitta scrive in siciliano «Un populu / diventa poviru e servu / quannu ci arrobanu a lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri. / Diventa poviru e servu, / quannu i paroli non figghiano paroli / e si mancianu tra d iddi». 16

17 Devo ancora finirlo Così, in pura perdita di SIMONE ROSSI Sto leggendo Il limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni e nel momento in cui devo consegnare questo pezzo la scadenza è scaduta da una settimana e il direttore mi ha detto "Tranquillo vecchio, se per questo mese non fai Oh, Scena! fa niente, davvero, scriverai il mese prossimo", ma io ho detto "No, qualcosa scrivo", anche se questo mese non ho letto testi teatrali e l'unico libro su cui mi sembra di avere qualcosa da dire questo mese è Il limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni, Quodlibet, un libro che tra l'altro non ho ancora finito, e allora ho pensato che Oh, Scena! è finita il mese scorso con il libro di Davide Enia che è stato un po' un salto dello squalo visto che quel libro non era mica un testo teatrale, ciao ciao rubrichetta, è stato bello. E insomma inizia oggi una nuova rubrica che si chiama Devo ancora finirlo, in cui parlo dei libri che non ho ancora finito di leggere in ossequio alla solita mossa epistemologica secondo cui la trama non conta un tubo e quello che conta è il tono di un libro, le sue idee, il suo intorno, blablà. Il limbo delle fantasticazioni sembrano gli appunti che la tua compagna di corso secchiona-ma-figa ha preso alle lezioni del prof intelligentissimo-ma-non-noioso, e quello che viene fuori sono dodici miniconferenze che si possono leggere in qualsiasi ordine. Magari è consigliabile iniziare dalla prima, in cui Cavazzoni spiega cos'è questo "grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni, dove (...) lo scrivere è un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni, anche di egocentrismo, di esibizione, riscatto, ma anche bisogno di espiare i propri peccati e confessare, o tirare il bilancio di una vita intera; uno piglia la biro e si mette a scrivere; così, in pura perdita, per fare aumentare il pattume". Questa cosa di scrivere in pura perdita, senza temere il giudizio della gente, senza soprattutto temere il giudizio della gente-chese-ne-intende, dei critici, ecco, è una cosa che ho sempre cercato di dire e ci voleva Cavazzoni per dirla meglio di come l'avrei detta io: i giovani scrittori di 'sta ceppa, i cosiddetti outsiders, gli emergenti insomma, quelli che fino a ieri non si cagava nessuno, quelli che vogliono "venire fuori" fanno di tutto per essere diversi, per emergere appunto, per farsi notare nel grande mare della scena letteraria italiana che signora mia lei non può capire quant'è zozzo, e per venire a galla bisogna conoscere il mare, e a furia di scrivere-per-essere-pubblicati, scrivere-per-essere-diversi, insomma, finisce che uno pensa alla pubblicazione e alla diversità e non pensa più alla scrittura. "Un principiante può venir rovinato, convincersi di essere scrittore, e inoltre scrittore outsider, e così incomincia a tener d'occhio gli altri, con i critici che lo tengono d'occhio mentre simultaneamente si tengono d'occhio l'un l'altro. Il principiante può essere così molto rapidamente rovinato. E finirà in quell'angolo del limbo dove le fantasticazioni sono a comando e dove si sta pigiati, col fiato degli altri sul collo. Invece se il principiante resta innocente, dice sì tanto per dire ai critici, pur che lo lascino in pace, e si aggira senza alcuna frenesia di distinguersi, perché tanto il limbo non chiede niente, perdura, per il fatto che non si è battezzati e non c'è altro posto in cui stare; allora il principiante continua a restar principiante, cioè sta lì e ricomincia sempre da capo, e più passa il tempo, più arretra e più si fa principiante in senso assoluto. Ciò non significa che sia felice. Ma questo è un altro discorso". Ciò non significa nemmeno che sia bravo: non basta essere innocenti per essere bravi (non basta essere sregolati per essere dei geni), e la retorica dello "scrivo solo per me stesso" è ancora più fastidiosa di "scrivo perché non sono come gli altri". No che non scrivi solo per te stesso, certo che sei come gli altri, certo che scrivi per farti leggere. Ora smettila di pensare agli altri, smettila di pensare a farti leggere, e scrivi. Lo dico a me per dirlo a tutti, eh. 17

18 La lettera che muore La lettera che uccide di MICHELE MARCON Bentornati a La lettera che muore, la rubrica di Finzioni che, se letta attentamente, può salvarvi la vita. Eh sì, perché la lettera moribonda e rancorosa che finisce six feet under il più delle volte è così bastarda da aggrapparsi alle caviglie di quei poveretti che incrociano la sua discesa. E finisce che li trascina giù con sé. In letteratura sono numerosi gli esempi di tale furia omicida. Possiamo risalire all Antico Testamento, dove la lettera che uccide è la legge antica di Mosè, prima della redenzione cristiana. Proseguendo con la Bibbia troviamo San Paolo (Corinti 3, 6) che ammonisce: «Sono uccisi dalla lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano le sole parole e spiegarle agli altri». C è da credere che Umberto Eco avesse bene a mente i passi biblici quando ha scritto Il nome della rosa. Qui un assassino decide di giocare un brutto scherzo ai frati che si avventurano a leggere l ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica di Aristotele. Le parole vergate con inchiostro avvelenato uccidono misteriosamente i confratelli dello sperduto monastero benedettino, ma per fortuna che c è 007 ad investigare sulle morti... Ah! Certo, è facile scherzare di fronte a uno schermo, a un foglio Word o a un pdf, senza che la propria incolumità sia messa a repentaglio dal semplice contatto con una sostanza tossica e letale. È facile sghignazzare di fronte a una tastiera lucida e accomodante, quando la lettera è innocua come un gattino. C è chi non lo troverebbe così divertente. Pensate a Hester Pynne l adultera de La lettera scarlatta di Hawthorne. La poverina si trova costretta a portare addosso una grande A rossa come il fuoco solo perché colpevole di una scopatina extra-coniugale (voglio dire, suo marito non si faceva vivo da anni... per quanto ne sapeva poteva anche essere morto!). Lei non muore, ma l ossessione di quella lettera uccide il suo amante, quel pavido del reverendo Dimmesdale, vittima della passione e della sua sfortunata condizione di pastore in una comunità super-puritana. Ci sono poi scrittori che ne fanno una questione personale. Burroughs per esempio riteneva che la Parola fosse letteralmente un virus, e che «non è mai stata riconosciuta come tale perché ha raggiunto uno stato di relativamente stabile simbiosi con il suo ospite umano». Allora decide di prendere d anticipo la lettera prima che sia troppo tardi, ed eccoti il cut-up! Burroughs uccide la lettera prima che lei possa uccidere lui. Anche oggi c è chi si è trovato faccia a faccia con la temibile lettera che uccide. Babsi Jones (che da molti è considerata la Burroughs italiana) nel 2007 ha scritto Sappiano le mie parole di sangue, un romanzo pieno di lettere-sanguisughe che si sono nutrite della sua linfa vitale. Il virus è penetrato fin dentro l organismo della scrittrice e in un accesso di parossismo ne ha completamente corrotto la carne. A mali estremi Babsi Jones giunge ad estremi rimedi: per debellare definitivamente il virus bisogna agire sul corpo che lo ospita. L unica azione possibile è terminale, è la morte dell organismo ospitante. Ovviamente Babsi Jones non si è ammazzata, ma ha commesso quello che potremmo definire un suicidio mediatico. Dopo slmpds non ha più scritto nulla, perciò la sua morte corrisponde ad una definitiva uscita dal medium letterario. Vi state cagando addosso dalla paura, eh?! Non temete, le lettere di questa rubrica sono assolutamente innocue e, anzi, possono essere addirittura taumaturgiche. Insomma, ora dovreste essere preparati agli attacchi che vi potrebbe sferrare la lettera che uccide. Uomo avvisato mezzo salvato: se volete leggere un libro, o se avete addirittura l ardire di scrivere, state bene attenti, calcolate i rischi di farvi male o di fare del male a qualcun altro, perché, come insegna il Cyrano di Guccini, una penna può uccidere tanto quanto una spada: «infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio, perché con questa spada vi uccido quando voglio». Tiè! 18

19 Megaviaggi! Della virtù di ALESSANDRO POLLINI Senza volerlo una mia collega dice alla nostra responsabile: «Sì, quell educatore carino, sempre vestito bene ed abbronzato. Però è bravo.» Ma da cosa si riconosce chi? Dai vestiti, se è vestito male, se lavora in tuta, se è uno da centro sociale, se indossa la camicia non stirata. In quel caso, lavorando nel sociale e vestendosi male, dimostrerebbe di avere grandi ideali e lavorare bene? Tanti ideali che la sua testa ed il suo cuore ne sarebbero pieni, fino ai polmoni. Soffocare di ideali. Allora anche io non posso curare l'aspetto in maniera eccessiva. Un po' freak, un po' left prog stile parliamo coi giovani di Repubblica. Perché se, lavorando nel sociale, vestissi fighetto, fossi abbronzato e facessi il surfer, boo. Pioverebbero i fischi (e me li meriterei) perché non ci sta, a questo punto, che chi abbia grandi ideali curi anche l'immagine di sé. La questione è, per dirla da intellettuali, perché noi siamo gente che ce n'è a pacchi, la virtù e il piacere coincidono? Se coincidessero, io godrei dalla mattina alla sera, oppure non sarei assolutamente virtuoso. Ma del maiale non si butta via nulla, e ha un orgasmo di mezz'ora. Nel suo caso virtù e piacere coincidono. I maiali però raramente muoiono di vecchiaia. È dimostrato che i vegetariani vivono più a lungo, se non li ammazzano prima, infatti il maiale è vegetariano ma campa meno del mio vicino di casa, che mangia lo stesso maiale virtuoso di cui sopra e campa tanto a lungo da infastidire più d una generazione di vicini di casa, tra cui la mia persona - che considerazioni manzoniane! Verrà un giorno anche per lui? Speriamo, e in fretta. Quindi virtù e piacere coincidono? Non saprei, ne parla Seneca nel De vita beata, ma finisce ad inveire contro chi lo accusa di predicare bene e razzolare male. Non siamo comunque ancora arrivati a dire nulla. Woody Allen docet, come sempre: «Il mondo si divide in buoni e cattivi. I buoni dormono meglio ma i cattivi, da svegli, si divertono molto di più.» Anche S c hopen hauer ricevette la stessa accusa di Seneca. Facile, del resto, proclamare a destra e a manca che la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia e poi fare la bella vita. Sarebbe come se ai giorni nostri venisse fuori che alcuni (molti?) dei politici moralisti che abbiamo passassero le notti tra droga e mignotte. Per fortuna non accade (beh) e del resto ogni popolazione ha la classe politica che si merita. Altro che virtù e piacere! illustrazione: GIUDITTA MATTEUCCI 19

20 Biografie Edulcorate Jorge Luis Borges di ANDREA MEREGALLI Da Tempo e cristallo, di Gianpaolo Cortozzi, (primo e, finora, unico autore in lingua italiana palesemente e dichiaratamente borgesiano), (cortozzi.tumblr. com). Ieri sera, verso le 22, con la mia ragazza, eravamo al cinema, a Milano, paganti e sprofondati in enormi poltrone, a guardare un film. Com era prevedibile, la pellicola finisce e la gente si alza, qualcuno applaude, qualcuno dice Ah, era tutto un sogno, qualcuno dice Capolavoro; la mia ragazza, di grazia, non dice niente e si limita a sbadigliare un po, (forse non ha digerito). Ieri sera, verso le 22, con la mia ragazza, eravamo a mangiare etnico, a Milano, paganti e sprofondati in delle specie di buche definite, dai camerieri, creative. Com era prevedibile, la cena finisce e io, non senza qualche difficoltà, mi alzo dalla trincea e dico, Dai che andiamo; la mia ragazza, di grazia, non dice niente e si limita a sbadigliare un po, (forse non ha digerito). Da Creazione, di Gianpaolo Cortozzi, (primo e, finora, unico autore in lingua italiana palesemente e dichiaratamente borgesiano), (cortozzi.tumblr.com). Ogni parola, ogni situazione esiste solo se, e quando, viene condivisa. A creare, in verità, nella penom- bra di una camera da letto o alla luce di un camino assopito, siamo capaci tutti, o quasi. Fu Cortozzi, indirettamente, anni fa, coi suoi libri, a farmi conoscere Jorge Luis Borges. La prima volta che lessi Jorge Luis Borges, lessi un racconto, lessi Le rovine circolari, che, cosa te lo dico a fare, è contenuto nella raccolta Finzioni, che, cosa te lo dico a fare, oltre ad avere ispirato tutto l ambaradan qui, è semplicemente il migliore titolo possibile per un libro di letteratura; e, niente, cosa te lo dico a fare, a diventare dipendenti da Jorge Luis Borges ci vuole un attimo (grazie Cortozzi). Che sottile è la linea che traccia i contorni della realtà o, forse, sarebbe più opportuno scrivere che sottile è la linea che traccia i contorni del sogno; che è sottile la consapevolezza che ci crede coscienti in un determinato momento, in un determinato tempo: tutto, a tutti, accade adesso, in questo istante e in questa verità che, di riflesso, abbiamo accettato; la letteratura può essere dannatamente inutile, le trame romanzesche fine a loro stesse, e Borges pare averlo capito talmente che ci plasma i presenti sotto il naso, sotto la bocca aperta e sotto gli occhi impegnati, increduli, a leggere di libri immaginari e infiniti, di autori inesistenti e inesistiti, di universi possibili, di poesie duplici e di saggi anacronistici, di specchi, di labirinti, di spade, di tigri. Nessuno può avere letto quanto Borges, ma Borges ha finto, e ce lo ha scritto, ce lo ha scritto con parole quanto mai eleganti e puntuali, eppure Borges è riuscito, altresì, a essere terribilmente serio, nella finzione stessa e nel simulacro dei segni convenzionali; d altronde, anche un clown professionista, dico io, dovrà, (se lo ritiene necessario), essere spigolosamente ragionevole nello scherzo e nel gioco. Borges giunse al centro, alla chiave, all algebra, allo specchio, ormai cieco, il 14 giugno 1986, e vi giunse da uomo immortale. Un hombre que se obstina en ser inmortal / y que ahora ha vuelto a su batalla, / a la violenta luz de la victoria, / hermoso como un leon al mediodia. 20

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