Tremonti: «Il posto fisso meglio della mobilità» La mobilità del lavoro e la precarietà non costituiscono un valore in sé, anzi, per

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1 RASSEGNA STAMPA 20 OTTOBRE Banche. Bini Smaghi. La BCE ha fatto il suo dovere SAN CASCIANO VAL DI PESA (Firenze). La Bce ha fatto molto per sostenere l'economia dell'area euro e il settore bancario. È difficile che possa fare di più. Ora tocca alle banche avviare il necessario processo di ricapitalizzazione per sostenere la crescita. Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, lo ha detto chiaramente, stamani, rivolgendosi alla platea di addetti ai lavori e banchieri nel suo intervento a San Casciano per le celebrazioni dei 100 anni di vita della Banca del Chianti Fiorentino. Bini Smaghi è partito da una considerazione confortante, con un'incognita però. "Innanzitutto - ha esordito - la situazione del settore bancario dell'area dell'euro è migliorata nella prima metà del Tuttavia, permangono alcuni rischi non trascurabili, alcuni dei quali potrebbero essere addirittura aumentati". In primo luogo, ha spiegato a questo proposito, "la minore crescita delle attività detenute dalle banche dell'area euro limita la loro capacità futura di generare proventi da interessi e investimenti. In secondo luogo, il deterioramento della qualità creditizia dei mutuatari può influire negativamente sulla capacità futura delle banche di produrre i titoli". Bini Smaghi ha poi ricordato il ruolo svolto dalla Bce a sostegno dell'economia e del mondo bancario e ha invitato le banche a "sfruttare appieno gli interventi messi a disposizione del settore pubblico e a sostegno delle banche, soprattutto per quanto riguarda la ricapitalizzazione. Una strategia di uscita dovrà inevitabilmente essere messa in atto a tempo dovuto". "Secondo le previsioni dei principali organismi internazionali - ha spiegato - la ripresa economica dovrebbe procedere in modo graduale e discontinuo, in un contesto caratterizzato dal perdurare di un'elevata incertezza e da una possibile ulteriore riduzione della leva finanziaria da parte delle banche. Su un orizzonte temporale più lungo, man mano che si rafforza la ripresa economica, le banche dovrebbero essere in grado di migliorare i rispettivi coefficienti patrimoniali, aumentando la propria capacità di erogare prestiti". Tremonti: «Il posto fisso meglio della mobilità» La mobilità del lavoro e la precarietà non costituiscono un valore in sé, anzi, per

2 l'italia, come per molti Paesi dell'europa Occidentale, il posto di lavoro fisso è preferibile, dal momento che costituisce la base per la stabilità della società. A dirlo è il ministro dell'economia Giulio Tremonti che, intervenendo a Milano a un convegno sulla partecipazione dei lavoratori all'azienda, sottolinea le conseguenze negative che la globalizzazione ha prodotto sull'organizzazione del lavoro. La globalizzazione ha portato al "passaggio dal fisso al mobile, dal posto fisso e ciò che non è più fisso, ma è variabile e mobile", sottolinea Tremonti. "Io non credo che la mobilità sia di per sé un valore, credo che per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso sia la base su cui [ognuno] organizzi il proprio progetto di vita, crei la propria famiglia". "La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la precarietà... possono essere un pezzo della realtà che non puoi modificare, ma per me l'obiettivo fondamentale è ancora, se possibile, la stabilità del lavoro, base della stabilità sociale... la possibilità di tirare su la famiglia, comprare la casa...". Il ministro, che più volte ha sottolineato gli aspetti critici della nuova organizzazione internazionale del lavoro che ha portato a delocalizzare una fetta importante della produzione nei paesi emergenti, sottolinea che la globalizzazione ha trasformato il posto fisso e creato tipologie di lavoro diverse. "Credo che sia stata fondamentale e costruttiva la legislazione che ha tenuto conto di questo processo cercando di organizzarlo nel modo migliore possibile", dice Tremonti. I segretari generali dei sindacati confederali italiani, presenti al convegno organizzato dalla Popolare di Milano, hanno commentato con sorpresa e incredulità le parole del ministro. "Parla come se fosse un nostro iscritto, forse a lui non fa piacere, ma è così" ha detto Luigi Angeletti, segretario della Uil. "Chiedete un commento sul tema a Confindustria", ha detto, invece, Guglielmo Epifani, segretario della Cgil. Ho fatto un sogno, italiano Tra amicizia e polemiche 20 ott :02 di GIANCARLO DILLENA - Ho fatto un sogno. Ho sognato un Paese che amo, che sento profondamente vicino, nel quale affondo le mie radici culturali. Che sa farmi sognare. Ma anche darmi da pensare. Ho sognato un Italia in cui la politica non sia ridotta alla delegittimazione e alla criminalizzazione dell avversario, ma sia un confronto costruttivo per risolvere i molti problemi che costellano la vita quotidina dei suoi cittadini. Un Italia repubblicana che sappia finalmente essere tale e affrancarsi della ossessiva contrapposizione «viva il re! abbasso il re!». Un Italia in cui chi governa non si comporti come un signorotto rinascimentale, che mescola disinvoltamente e confusamente vizi privati e pubbliche virtù, idee nuove e inveterati capricci, barzellette e scatti d ira. E in cui chi sta all opposizione sappia scegliere quando e come dire «no» e non si senta condannato a ringhiare ininterrottamente. Ho sognato un Italia in cui la giustizia non sia una scure brandita contro gli avversari politici ma una bilancia fondata su un autentico equilibrio; che non si precipiti sotto i riflettori delle Tv prima ancora di andare in aula ma non condanni neppure i cittadini comuni ad attendere per decenni una sentenza. Un Italia in cui la certezza del diritto non sia solo uno slogan, plasmabile di volta in volta a misura degli umori del ministro o del magistrato di turno. Un Italia in cui regni una libertà di stampa intesa non come violazione sistematica di ogni garanzia per il cittadino (a cominciare dal segreto istruttorio), come voyeurismo, come irrinunciabile scelta di campo fra Guelfi e Ghibellini, ma come vera indipendenza e senso di responsabilità. Ho sognato un Italia in cui il Nord e il Sud siano soprattutto un espressione

3 geografica, che rimandi ad un senso di solidarietà nazionale, non ad un gioco a scaricabarile. Un Italia in cui ci si interroghi seriamente sul federalismo non come modo per liberarsi degli altri ma come modo per cercare insieme, con fatica e nel reciproco rispetto, una strada comune di crescita e sviluppo. Un Italia in cui la fiscalità possa cominciare ad essere guardata come un dovere ragionevole e non come una forma di oppressione da parte di uno Stato pronto a spiare e colpire i propri cittadini-sudditi con non ogni mezzo. Un Italia in cui i soldi dei contribuenti poiché loro sono e restano anche dopo essere stati raccolti dal fisco siano utilizzati con senno e parsimonia. Un Italia in cui l apparato amministrativo non sia considerato solo la riserva di consenso cortigiano del potere partitico, sindacale, corporativo che sia ma possa essere davvero al servizio del cittadino. Un Italia in cui il piccolo imprenditore che rischia del suo e costruisce benessere non sia perseguitato e il grande manager che altro non fa che attingere a piene mani alle risorse pubbliche sia invece applaudito e ossequiato. Ho sognato un Italia che smetta di cullarsi fra l autoflagellazione vittimista e i sussulti d orgoglio patriottico da stadio, per diventare finalmente fiera dei suoi innumerevoli pregi e qualità, senza dover per forza far leva sull altrui denigrazione. Un Italia che si ricordi dei legami d amicizia con i suoi vicini, anche quando tutto sembra oscurato dall ansia di mettere qualche soldo nelle tasche drammaticamente vuote del proprio erario. Un Italia capace di essere civile e dignitosa anche in questi frangenti, attenta più a quel che potrebbe far proprio dell esperienza dei vicini, più che a cercare pecche e colpe in casa d altri. I sogni, per loro natura, svaniscono all alba. Ma ci sono cose, nei sogni, che si possono anche ritrovare nella realtà. Magari come tracce di un mondo diverso, che sta sotto quello più appariscente e fragoroso. Un mondo fatto di persone che ogni giorno si impegnano, controcorrente, per far sì che l Italia diventi sempre di più quella che ho sognato (e che anche loro sognano). Le incontro spesso, le persone che incarnano quest Italia, di là e di qua dal confine. Posso dire loro che li stimo e sono loro vicino. E che è soprattutto per merito loro che amo e continuo ad amare l Italia. Nessuna battaglia di retroguardia È difesa di un Business fatto di discrezione e solidità 20 ott :00 Commenti CdT / Commento di LUCA SONCINI - La qualità e l autorevolezza delle analisi dell ambasciatore Sergio Romano sono note e indiscusse, ma nell articolo di domenica 18 ottobre sulla prima pagina del Corriere della Sera (Svizzera: se ne può parlare male? Sì) mi sembra che sia un po scivolato sulle conclusioni. Nulla da eccepire sulla lettura storica, cui farei solo un aggiunta: la Svizzera e il Ticino hanno beneficiato come rileva il professor Romano dello sviluppo economico del Dopoguerra di quell incredibile bacino di produzione di ricchezza che è stato soprattutto il Nord Italia, ma hanno anche rappresentato un rifugio sicuro per persone e patrimoni di quello stesso bacino che, volendo reagire, cercavano di ripararsi da fenomeni quali le continue svalutazioni della lira, la forte inflazione, l instabilità politica, l insicurezza giuridica, i terrorismi di vario colore, i rapimenti. Si è, insomma, verificata una classica win-win situation in cui la componente fiscale ha sì giocato un ruolo, ma non determinante. Ora, se è vero che per tanti svizzeri gli ultimi mesi di ostilità hanno costituito un brusco e amaro risveglio, non si può però concludere, come fa Sergio Romano,

4 che quando i suoi critici hanno messo in discussione il segreto bancario, la risposta della Confederazione è stata un ostinata battaglia di retroguardia. In realtà lo stesso concetto di segreto bancario, seppur ancorato in un articolo della nostra Legge sulle banche che ne chiarisce i contorni penali ove violato, ha conosciuto mutamenti e adeguamenti nel tempo. L ultimo, di chiara rilevanza internazionale, risale alla fine degli anni 90, quando la Svizzera, anche su pressioni politiche ed etiche esterne, stabilì che la sua piazza non si sarebbe (più) prestata a qualsivoglia uso da parte di persone e/o organizzazioni che si fossero resi colpevoli di reati di natura penale. Il segreto, da allora, cadde di fronte alle esigenze di inchieste di carattere penale, riconosciute tali per il diritto svizzero. La Svizzera non ha più smesso di lanciare un messaggio forte e chiaro: il nostro Paese, il nostro sistema finanziario, le nostre banche, non si vogliono far utilizzare in alcun modo dalla criminalità, da quella di Stato (caso Marcos, caso Abacha), come da quella individuale. Gli standard compliance e antiriciclaggio introdotti oramai da un decennio in Svizzera hanno fatto scuola, tanto che, gradualmente, sono stati adottati dai principali Paesi (piazze finanziarie off e onshore), tra i quali, solo recentemente, anche l Italia. L unica critica che ho sentito in questi anni da alcuni magistrati è stata circa i tempi di evasione delle rogatorie penali, ma è facile rispondere, per chi conosce la puntigliosità elvetica, che il più delle volte si trattava di gestire la sommarietà di talune inchieste svolte all estero. Il mondo continua a cambiare e con esso il concetto di segreto bancario. Nel 2001 l introduzione delle regole Qualified Intermediary fissate dal fisco USA, nel 2005 l euroritenuta e poi gli accordi di collaborazione tra autorità di sorveglianza dei mercati. Tanti cambiamenti, qualche errore (come il contenuto e l applicazione dell accordo bilaterale Svizzera UE sulla tassazione del risparmio). Poi il botto di questi mesi: mutamenti epocali, e può darsi che non tutti gli svizzeri se ne siano accorti (magari i leghisti cui si riferisce Romano), ma non penso che sia in gioco la credibilità di un Paese. È in gioco certamente il posizionamento della Svizzera nel contesto europeo ed internazionale e per quanto attiene al segreto bancario la decisione è praticamente già presa: il cursore si sposta ancora un pochino e si collaborerà anche nel caso di precise, documentate e specifiche inchieste fiscali. In quei casi, il segreto bancario cadrà. La crisi della finanza, la crisi economica, la grande e nuova sete dei governi di fondi per finanziare il salvataggio delle banche e la ripresa dell economia (e che non può certo essere soddisfatta con un aumento delle tasse all interno) e le pressioni politiche (il G20 del 2 aprile a Londra ha scritto, pare su pressione di Sarkozy, The era of banking secrecy is over ) hanno accelerato un processo che è in corso da oltre 10 anni, guidato dal Global Forum on Transparency and

5 Exchange of Information dell OCSE, e che inevitabilmente ci costringe (banche, politica, diplomazia) a continui mutamenti per salvaguardare un nostro Business che si vuole caratterizzato dalla discrezione, dalla performance, dalla serietà e dalla solidità. Parlo dell attività bancaria svizzera, specie la gestione di patrimoni privati e istituzionali, che esiste da oltre 200 anni e vorrà continuare ad esistere. Non c è, nei più, nessuna linea Maginot; anzi, c è una gran voglia di riposizionarsi, di affermarsi in questo grande mercato mondiale dove la componente onshore, perlomeno nei Paesi occidentali, tende a crescere maggiormente. Non è un caso, al riguardo, che molti dei rimpatri nell ambito dello scudo ter vogliano continuare ed essere gestiti come prima, dalle stesse persone e istituzioni. Ma alla luce del sole. È una delle risposte, non di retroguardia, date in queste settimane dalla Svizzera. Luca Soncini, direttore generale PKB Privatbank e docente Banking & Finance all Università di Lugano FRANCOFORTE CLAUDIO MAGRIS HA RICEVUTO IL PREMIO PER LA PACE PUBBLICHIAMO UN AMPIO STRALCIO DEL SUO DISCORSO Diritti e valori: i confini dell Europa Le strade dell integrazione e della pace Pubblichiamo un ampio stralcio del discorso che Claudio Magris ha pronunciato ieri alla Paulskirche di Francoforte, in occasione della consegna del «Friedenspreis». Magris, primo italiano a vincere il prestigioso premio per la Pace (assegnato in passato anche a Hermann Hesse, Vaclav Havel e Susan Sontag), ha ricevuto le congratulazioni del presidente Napolitano. Lo scrittore ha letto il discorso in tedesco dopo la «laudatio» pronunciata da Karl Schlögel. Alla cerimonia, che si svolge nel giorno di chiusura della Buchmesse, hanno partecipato circa mille invitati fra i quali il Nobel per la Letteratura Herta Müller. A Trieste, nei grandi capannoni e cortili di una vecchia caserma abbandonata, si possono vedere, affiancati o sparsi in disordine come carcasse di mostri marini lasciati su una spiaggia dal riflusso di un maremoto, carri armati, sommergibili squarciati, cannoni anticarro, autoblinde, aeroplani dall ala fracassata; in altri vani si allineano relitti guerreschi più piccoli, gavette sfondate, cornette telefoniche da campo strappate, bossoli, elmetti, manifesti di guerra. Un tempo quello era il regno di un personaggio bizzarro, Diego de Henriquez, il quale aveva dedicato tutta la sua esistenza sacrificando spietatamente a tale missione se stesso e la propria famiglia alla raccolta di un immenso e delirante materiale bellico, al sogno di costruire, come aveva scritto, un «Museo Storico di Guerra per la pace», un «Centro per la lettura e modifica del passato e del futuro»; quell esposizione universale della guerra avrebbe dovuto creare un orrore tale per quest ultima da sradicarla nei cuori, creando così la pace perpetua.

6 Il professore poliglotta, oberato di debiti astronomici come quelli di una grande potenza militare, morì in un misterioso, forse doloso incendio nel 1974, che devastò il Museo e bruciò anche lui nella bara adattata a letto in cui egli dormiva, fra i suoi Sturmgeschütze e le sue littorine blindate. Ci fu anche un processo, che non giunse ad alcuna conclusione, perché pare stesse raccogliendo e ricopiando dei graffiti incisi sulle luride pareti di vecchi cessi pubblici vicino alla Risiera, il campo di sterminio l unico in Italia che i nazisti avevano installato a Trieste; graffiti in cui alcune vittime avrebbero denunciato le complicità di alcuni personaggi dell alta società triestina di quel tempo nella denuncia di ebrei finiti nella camera a gas. Comunque siano andate le cose, le pareti di quei vespasiani sono state imbiancate con la calce. Dopo la guerra, viene la pace, che ha pure il bianco colore del sepolcro e di tanti cuori ridotti a sepolcri imbiancati. Non so se il febbrile collezionismo bellico di de Henriquez nascondesse, nonostante il suo certo sincero intento pacifista, una segreta, ossessiva fascinazione per la guerra. Per cercare di saperlo, occorre la letteratura, che diceva Manzoni non accerta i fatti, come la storia, ma cerca di immaginare come gli uomini li hanno vissuti. È per questo che da tempo convivo con l ombra di quest uomo, che le fiamme del suo rogo hanno proiettato anche sulla mia mente e sulla carta su cui cerco di scrivere. Quell ombra mi interessa forse perché è pure una grottesca parabola di uno dei tanti abbagli che insidiano la pace già nelle nostre teste prima ancora che nella realtà. Una di queste insidie è essere ossessionati dall universalità della guerra e credere che essa sia inevitabile, inseparabile dalla vita, come nella Grande illusione di Renoir. Non dimenticherò mai il discorso di un anziano leader nordvietnamita, ascoltato per caso molti anni fa alla televisione francese, durante il conflitto nel suo Paese. Per gli uomini della sua età, disse parlando con affabile e ferma malinconia, la vita si era quasi identificata con la guerra, combattuta in quelle terre per tanti decenni e in quel momento ancora in corso; è questo, aggiungeva, il pericolo per noi più insidioso, l abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita e il respiro, l incapacità di pensare la vita senza la guerra. Tutto congiura a farcelo credere e a cedere rassegnati a questa necessità; non a caso la letteratura occidentale inizia con un grande poema di guerra, l Iliade, e grandi libri sacri che fondano il mondo, come il Mahabharata e in parte l Antico Testamento, sono pure libri di guerra. Ma il senso della vita consiste nel resistere alle seduzioni idolatriche di ciò che si proclama fatale, nello sperare contra spem. «Was darf ich hoffen?» (che cosa posso sperare?, ndr ), si chiede Kant, dinanzi al Male radicale che si presenta vittorioso, e risponde che proprio la vista della devastazione esige che essa non sia l unica realtà e giustifica la speranza, esperta di disperazione. La speranza è la più grande virtù, incalza Péguy, proprio perché è così difficile ma appunto perciò necessario vedere come vanno le cose e sperare che ciononostante domani andranno altrimenti. Talvolta una speranza di luce balena perfino nel cuore di tenebre che sembrano definitive. Nel 1943, dal treno che lo sta portando ad Auschwitz, Aron Lieukant il quale, a differenza di altri, è ben consapevole del suo destino trova il modo di inviare una lettera ai figli, Berte e Simon, nella quale raccomanda loro di non bere bevande ghiacciate quando sono sudati. Rispetto a lui e ad altri come lui, a questa forza e a questa umanità indistruttibile, il Terzo Reich, che si proclamava millenario appare soltanto «una banale Medusa», come scriveva Joseph Roth, destinata alla sconfitta; non è durata mille anni, ma dodici, meno del mio scaldabagno.

7 C è un altra insidia alla pace reale, che si annida nella timorata, progressista convinzione che il progresso sia già realizzato, che la civiltà abbia vinto la barbarie e che la guerra, almeno nel nostro mondo, sia stata debellata, come la febbre gialla o il vaiolo lo sono stati dai vaccini. La guerra non si nomina, neanche quando c è; non la si dichiara, neanche quando si gettano le bombe. Quando la Nato e dunque pure l Italia bombardava Belgrado e la Serbia, i giornali italiani, annunciando il ritiro dell ambasciatore italiano da Belgrado, esprimevano la preoccupazione che tale misura potesse pregiudicare le buone relazioni fra la Serbia e l Italia. Questa paura di guardare in faccia la realtà in questo caso la guerra aiuta l orrore, che non si vuol vedere, a diffondersi, come un cancro di cui il malato non voglia accorgersi. Ci si vuole ingannare, in orrida buonafede. C è un terribile aneddoto, non so se vero o falso, su Nelson: interrogato perché avesse continuato a bombardare per due ore, anche dopo che i danesi si erano arresi, la loro flotta e Copenaghen, egli avrebbe risposto: «I m damned if I have seen it! Avevo messo il cannocchiale sull occhio bendato». Vero o falso, l aneddoto mostra come non si veda, non si voglia vedere la violenza. La Terza Guerra Mondiale c è stata, anche se la maggior parte degli europei ha avuto la fortuna di non pagarne il prezzo di sangue. Venti milioni di morti dopo il 1945, più o meno; a differenza delle vittime della Seconda, pressoché ignorati e dimenticati, esposti all ulteriore violenza dell oblio. Indulgiamo all illusione di vivere senza guerra, perché il Reno non è più un confine conteso con ecatombi di soldati o perché sul Carso non c è più quella frontiera, vicina a Trieste, che era l invalicabile Cortina di Ferro e una miccia accesa. (...) Sono altri oggi i confini che minacciano la pace, confini talora invisibili all interno delle nostre città, fra noi e i nuovi arrivati da ogni parte del mondo, che stentiamo perfino a vedere perché, come dice la canzone di Mackie Messer, sono al buio. Nel 2000 un noto uomo politico italiano, divenuto poi Ministro della Repubblica, si recò a Lodi, in Lombardia, nel luogo in cui si doveva costruire una moschea, tirandosi dietro al guinzaglio un maiale per offendere gli immigrati musulmani che chiedevano quella moschea. Pure questo è un piccolo atto di guerra. Ora nel mio Paese c è una legge che viola un fondamentale principio democratico, in quanto autorizza gruppi di privati cittadini a controllare l ordine e la sicurezza beni certo essenziali e da difendere con fermezza specialmente nei confronti degli immigrati. Spero, da patriota italiano, che il mio peraltro incantevole Paese non sia, ancora una volta, all avanguardia in senso negativo: il fascismo, dopotutto, in Europa, lo abbiamo inventato noi, anche se poi altri ci hanno ben superato nello zelo. Un nuovo populismo, oggi serpeggiante un po dovunque in Europa, sta creando, ha scritto Massimo Salvatori, democrazie senza democrazia. Esso è una minaccia a quest ultima e alla pace ogni minaccia alla democrazia è minaccia alla pace, qualsiasi forma essa assuma e non ha nulla a che vedere col classico fascismo, termine tirato in ballo a sproposito come uno stupido ritornello. Questo populismo è una gelatinosa totalità sociale, che distrugge alcuni valori fondamentali, ogni sentimento del lecito e dell illecito, del rapporto tra il bene dell individuo e il bene comune. Sentimento che non è sufficiente ma è necessario avere, per poter almeno sperare di costruire giustizia e dunque pace. Senza la prima, non c è la seconda; l insofferenza crescente per la legge che persegue i reati e la limitazione del potere della magistratura che li persegue esprimono il torvo sogno di una vita senza legge o con meno legge possibile, ossia di una giungla, di una condizione di bellum omnium contra omnes, in cui i forti trovino pochi ostacoli nello schiacciare i deboli. In un intervista televisiva del 3 maggio

8 2003, riportata due giorni dopo sul «Corriere della Sera», il professore di filosofia Toni Negri delle cui elucubrazioni pseudo rivoluzionarie si sono verosimilmente nutrite le Brigate Rosse sotto il cui imbecille piombo reazionario sono caduti molti rappresentanti dell Italia migliore, quella più aperta e volta ad una società diversa e più libera ha dichiarato pubblicamente la propria solidarietà a Berlusconi, in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura. Ma questi rischiano di essere discorsi soltanto morali, come se le minacce di guerra derivassero solo dall indegnità di alcune, anche numerose, persone. La guerra è nell aria come una minaccia o una realtà oggettiva. (...) Quest ultima sta assumendo tanti volti; si insinua e si mimetizza nelle più diverse manifestazioni; non è solo la strage del Biafra, l 11 settembre a New York o le tonnellate di isocianato di metile a Bhopal, che hanno fatto tanti più morti. Guerra è il traffico di organi strappati a bambini assassinati a tal fine, è l ininterrotta catena di assassinati dalla mafia per difendere il suo fatturato di grande multinazionale. Oggi la guerra è «senza limiti», come dice il capolavoro di Qiao Liang e Wang Xiangsui, un vero Clausewitz del Duemila. Dinanzi alle dimensioni mondiali di tali possibili catastrofi, l attuale debolezza e sconnessione dell Europa appaiono doppiamente penose e colpevoli. Solo un Europa realmente unita, un vero Stato naturalmente federale, decentrato potrebbe avere la capacità (e avrebbe il dovere) di affrontare problemi che non sono più nazionali. All Europa spetta il grandioso e arduo compito di aprirsi alle nuove culture dei nuovi europei provenienti da tutto il mondo, che vengono ad arricchirla con le loro diversità. Si tratterà di mettere in discussione noi stessi e di aprirsi al massimo dialogo possibile con altri sistemi di valori, ma tracciando le frontiere di un minimo ma preciso quantum di valori non più negoziabili, da considerare acquisiti per sempre e da rispettare come assoluti che non vengono più messi in discussione. Pochi ma netti valori, come ad esempio l uguaglianza di diritti fra tutti i cittadini a prescindere da ogni differenza di sesso, di religione o di etnia. Ma finché l Europa sarà ancora un Azione parallela, la nostra realtà, come quella musiliana, sarà campata in aria. (Traduzione di Ragni Maria Gschwend) Claudio Magris ISTRUTTORIA AVVIATA DOPO LE DENUNCE DI TNT POST ITALIA Poste: Antitrust avvia indagine per abuso di posizione dominante L'autorità spiega che si dovrà verificare se la società abbia attuato strategie per ostacolare i concorrenti ROMA - L'Antitrust ha avviato un'indagine nei confronti di Poste Italiane per abuso di posizione dominante. In una nota l'autorità garante della concorrenza spiega che si dovrà verificare se la società abbia attuato strategie per ostacolare i concorrenti nell'ambito dei servizi liberalizzati, sfruttando i vantaggi della rete esistente per il servizio universale. L'istruttoria è stata deliberata alla luce di una serie di denunce presentate dal concorrente Tnt Post Italia, relative alla posizione dominante di Poste nel settore del servizio universale, e all'offerta di servizi postali liberalizzati alla pubblica amministrazione e ad altri enti. L'istruttoria dovrà concludersi entro novembre Finanza islamica: Area Research Mps, nel 2015 ipotizzabile una raccolta

9 di 4,5 mld -2 Finanzaonline.com /18:42 Sulla base dei dati relativi alla crescita delle banche già avviate in Inghilterra, lo studio dell Area Research di Mps effettua delle stime sul potenziale di crescita della finanza islamica in Italia. I clienti islamici secondo l Istat potrebbero salire a 1,3 mln nel 2015: in caso di avvio di filiali islamiche o di islamic windows sarebbero in grado di generare per il sistema bancario italiano una raccolta potenziale di circa milioni di euro nel 2015 e ricavi superiori a 150 milioni. I numeri evidenziano, secondo gli esperti della banca, dunque, l esistenza di un potenziale sviluppo del mercato finanziario islamico in Italia, la cui diffusione però è ancora ritardata da un contesto fiscale e regolamentare non ancora implementato. La crisi ha dimezzato in Borsa il monte dividendi, si torna al /10/ Con la crisi il monte dividendi delle società quotate alla Borsa Italiana si è dimezzato cadendo a 16,6 miliardi nel 2009 dai 31,4 miliardi del 2008, tornando così ai livelli del E' quanto emerge dalla pubblicazione "Indici e Dati" di Mediobanca. L'erosione è evidente soprattutto nel settore bancario, con una caduta dell'88% a 1,3 miliardi da 11,1 nel "ricco" 2008, pari solo all'8% del totale, mentre sfiorava il 40% nel Dimezzato per le assicurazioni (1,67 miliardi da 3,2), il monte dividendi ha tenuto meglio nell'industria con 13,6 miliardi (-20%), l'82% del totale. La crisi ha riportato la capitalizzazione della Borsa Italiana indietro di 11 anni, alleggerendo il peso della finanza rispetto all'industria. Le turbolenze dei mercati, in base ai calcoli di "Indici e Dati", hanno non solo ridotto il valore della Borsa Italiana allo scorso giugno a 390 miliardi di euro, poi risaliti a metà ottobre a 480 miliardi, ovvero più o meno come nel 1998, ma ha anche ridotto al 25,4% il peso del settore bancario per capitalizzazione (da oltre il 30%) e all'8,8% l'assicurativo (metà rispetto al 1998). Secondo il rapporto, in Borsa prevale la monetizzazione dell'investimento rispetto alla raccolta di denaro fresco. Le mid cap, nel lungo periodo, rendono assai più delle big. Dal gennaio 1996 al 14 ottobre 2009, il rendimento complessivo (total return) delle azioni a media capitalizzazione (Mid70) risulta del +286%, cioè il

10 10,2% medio annuo, mentre la Borsa nel suo complesso ha reso l'8,4% annuo e il Top 30 il 7,7%. La palma va comunque alle azioni di risparmio, con +342% nel periodo e + 11,31% medio annuo. Il segmento meno redditizio è quello delle assicurazioni (4,54% medio annuo), mentre le Small-cap sono al +8,68%. Da notare che l'investimento in titoli bancari, premiante fino all'ottobre 2008, è stato poi sopravanzato dai titoli industriali. Per entrambi comunque la variazione è del + 9,2% annuo. Negli ultimi 25 anni e mezzo le blue chips quotate a Piazza Affari hanno superato di 8,9 punti i titoli di Stato in termini di rendimento complessivo, dividendi inclusi. Inoltre è ormai un testa a testa tra i titoli obbligazionari domestici quotati e quelli emessi da Governi esteri. In base alla pubblicazione di Mediobanca, a fine 2008 l'ammontare complessivo delle obbligazioni quotate era cresciuto a 2.674,9 miliardi di euro da 1.066,5 miliardi nel Se però 10 anni fa i titoli di Stato italiani rappresentavano il 93,5% del totale e il resto erano obbligazioni per lo più corporate (6%), il mix attuale vede i titoli statali domestici al 49% e gli esteri in ascesa al 47%. Le preferenze vanno ai Bund tedeschi (56%), seguiti dai titoli francesi (31%) e spagnoli (7%). Ai bond corporate resta poco più del 2% del totale. Il 2009 sarà ricordato come un anno boom per gli aumenti di capitale. Nei primi sei mesi ne sono stati realizzati per 15,2 miliardi di euro, la cifra più alta da 10 anni a questa parte. Bisogna infatti risalire al 1999 per trovare un dato più elevato (16,9 miliardi) e relativo all'intero anno. E' stata soprattutto l'industria a fare appello al mercato (12,2 miliardi), con le operazioni lanciate da Enel (12,2 miliard) e Snam Rg (3,5 miliardi), cui vanno aggiunti i 3 miliardi di Unicredit. Assenti invece le assicurazioni. La Borsa italiana conferma nel 2008 il 18esimo posto tra i 24 principali mercati azionari mondiali, superando la Russia, ma venendo a sua volta superata da Johannesburg. Il peso della piazza finanziaria italiana è ridotto sia per capitalizzazione (solo l'1,6% del totale mondiale) sia per incidenza sul Pil (25,3% come nel 1997, contro il record del 70% toccato nel 2007). Solo 20 titoli possono vantare una performance positiva nei quasi 2 anni che vanno dal gennaio 2008 a metà ottobre 2009, in cui la Borsa Italiana ha lasciato sul terreno quasi il 38% del proprio valore e tra questi vi sono le società di calcio quotate. Per la Roma il bilancio è un brillante +33%, davanti alla rivale Lazio (+ 31%), mentre la Juventus si ferma a +1%. In assoluto la performance migliore è di Bastogi (+123%), seguita da Diasorin (+ 81%) e Gemina rnc (+76%) e Ansaldo Sts (+58%). Di rilievo, per performance legata alla valenza industriale, anche Landi Renzo (+36%). Fondo classifica per Seat (-89%) e Risanamento (-87%). Le sliding doors del listino italiano registrano più uscite che entrate. In base alla pubblicazione "Indici e Dati" di Mediobanca, nel 2009 ci sono stati 10 delisting e i 39 ingressi registrati sono in realtà la "migrazione forzosa" sul listino principale dovuta alla chiusura del Mercato Expandi. Al netto dei movimenti relativi all'ex- Nuovo Mercato e all'ex-expandi, il bilancio dal 1990 tra delisting e debutti sull'mta è negativo per 28 unità. Alberto Bolis

11 Pmi, Intesa aderisce per 600 mln a convenzione Cdp per credito 19/10/ Intesa Sanpaolo ha sottoscritto il contratto di finanziamento con Cassa depositi e prestiti (Cdp) a valere sulla convenzione Abi-Cdp che regola la nuova iniziativa di finanziamento alle Piccole e medie imprese (Pmi) da parte del sistema bancario italiano. Lo rende noto un comunicato della banca nel quale si specifica che Intesa attingerà per 600 milioni alla prima tranche messa a disposizione da Cdp e che "il prodotto che verrà offerto alle Pmi con finalità di investimento e/o incremento del capitale circolante, godrà dell'esenzione dall'imposta sostitutiva ed avrà condizioni competitive rispetto ai finanziamenti bancari ordinari". Banca Sud: Epifani, c'è rischio che diventi un carrozzone 19/10/ "Il rischio" che la Banca del Sud proposta del ministro dell'economia Giulio Tremonti "diventi un carrozzone c'è. Nel mezzogiorno spesso gli istituti di credito non hanno dato buona prova di sè". Così il segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani, a margine di un convegno sulla partecipazione dei lavoratori organizzato dall'associazione dei dipendenti soci della Bpm. Le motivazioni dietro all'idea della Banca del Sud, secondo Epifani, "sono giuste: il bisogno di trattenere nel mezzogiorno il risparmio che si accumula nel mezzogiorno". "Mi domando - prosegue Epifani - se questo è lo strumento. Uno strumento che richiederà due anni per entrare in funzione, mentre noi ne abbiamo bisogno adesso". "Fare una banca - ha concluso - non è come costruire un castello di carte. La banca è qualcosa che ha a che fare col mercato e con una logica organizzativa. Non vorrei che diventasse lo specchietto per le allodole". Crisi ci insegna che gli squilibri vanno aggiustati 19/10/ La crisi finanziaria ha fatto emergere l'importanza di affrontare gli squilibri commerciali e dei flussi di capitali. Lo ha detto domenica il governatore delle Federal Reserve, Ben Bernanke, ad una conferenza sull'asia. "La crisi ha evidenziato che servono molte riforme per migliorare la regolamentazione dei mercati finanziari e per affrontare gli squilibri globali", ha detto Bernanke in introducendo brevemente i lavori. "La crisi finanziaria globale e la recessione degli ultimi due anni hanno messo alla prova politici ed economisti e creato una forte consapevolezza dei legami tra America, Europa e Asia" ha aggiunto. Il posto fisso di Tremonti Su Il Foglio è stata ripubblicata in prima pagina una lettera apparsa sul il manifesto martedì scorso. Il nostro lettore (a proposto delle previsioni economiche, dei guru e dei teorici che spesso ci ripensano) scriveva che sicuramente «giustificheranno domani la stabilità del lavoro così come oggi la flessibilità». A sette giorni di distanza Giulio Tremonti, superministro dell economia, sembra aver fatto sue quelle osservazioni e ci ha ripensato. Ieri nel corso di un convegno a Milano ha sostenuto: «La mobilità non è un valore, il posto fisso è la base per progetti di vita». Poi ha incalzato: «Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso sia la base su cui si organizza il progetto di vita e la famiglia». Per Luigi Angeletti, megasegretario della Uil dimentico di aver aver siglato tutti i protocolli che favorivano la flessibilità, «Tremonti parla come un iscritto alla Uil». Guglielmo Epifani, invece, non lo ha iscritto al suo sindacato ma si limita a un più

12 banale: «Sulla mobilità chiedete un commento alla Confindustria». Che da sempre non brilla per coerenza. Ultimo esempio: la posizione sull innalzamento dell età pensionabile, su cui a viale dell Astronomia sono (a livello di organizzazione) concordi. Salvo poi assistere a livello di singole imprese, ma nel complesso tantissime, a licenziamenti di massa. Espulsioni che riguardano in particolare i lavoratori più anziani (oltre i 50 anni) e le donne. Si potrebbe obiettare: è il profitto che lo impone, le imprese fanno quello che devono fare e, semmai, è lo stato che non provvede con una legislazione adeguata che garantisca ammortizzatori sociali e formazione permanente. Vero, ma a questo punto la palla torna al governo: a Tremonti e al ministro Sacconi su tutti. Per anni hanno sostenuto come la flessibilità - in tutte le sue forme - fosse propedeutica allo sviluppo, per contrastare la concorrenza globale. Il risultato è stato un impoverimento del lavoro, il ritorno alle vecchie regole del dominio del capitale sul lavoro. Senza contare che un lavoro ipersfruttato e sempre ricattabile ha condotto a una esaltazione del profitto e alla compressione dei salari a livelli di sussistenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, esemplificato dalla crisi attuale. Il punto è che se solo alcuni paesi adottano forma di lavoro precario e flessibile, quei paesi vanno economicamente bene. Ma quando le precarizzazione e i bassi salari sono pratica comune, a rimetterci sono tutti. Perché - lo insegna anche l economia liberista - non c è equilibrio tra offerta di merci e domanda. E questo fa inevitabilmente esplodere la recessione. E quello che è accaduto negli ultimi anni: profitti crescenti e consumi calanti, col precipitare nella povertà (assoluta e relativa) di milioni di persone. Sicuramente si potrebbero bilanciare gli squilibri con una intensa operazione di distribuzione del reddito sotto forma di maggiore welfare. Ma anche questa ricetta semplice non è stata seguita. Anzi con le privatizzazioni (perfino di monopoli naturali) si è data nuova «ciccia» al profitto. Tremonti ci pensi. A meno che la sua vera intenzione non sia quella espressa dalla vignetta di Vauro su il manifesto di oggi. Tremonti: «Credo nel posto fisso La mobilità per me non è un valore» Il ministro: «Costituzione ancora valida, ma poco applicata» Epifani: «Ripresa lenta, il problema è l'occupazione» ROMA (19 ottobre) - Basta precarietà, il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famgilia. L'elogio del contratto a tempo indeterminato, spesso molto malvisto dagli imprenditori, arriva questa volta non da un sindacato ma dal ministro dell'economia, Giulio Tremonti. «Non credo che la mobilità di per sè sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia», ha detto il ministro dell'economia. «La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità - ha aggiunto il ministro - per alcuni sono un valore in sè, per me onestamente no». La Costituzione è «ancora molto valida per la parte dei principi» e un ritorno allo spirito originario può portare «a concrete e non poco remote applicazioni», ha sostenuto ancora il ministro dell'economia chiudendo i lavori di un convegno sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese organizzato dagli Amici della Bpm a Milano. «Nella nostra Costituzione - ha argomentato il ministro - che considero ancora molto valida per la parte dei principi, c'è il confronto tra le tre diverse culture chiave che animarono lo spirito di quel tempo: quella cattolica, quella comunista e quella liberale». Tremonti ha poi indicato l'articolo sulla «proprietà industriale» come «la sintesi delle tre diverse visioni».

13 Il ministro ha proseguito spiegando che «a parte alcuni passaggi che possono sembrare un po' ingenui, come quando si parla ancora di carbone, ce n'è uno fondamentale ossia che la repubblica tutela e regola il risparmio e favorisce l'accesso alla proprietà dell'azionariato popolare dei grandi complessi produttivi del Paese». L'evoluzione delle cose, secondo Tremonti, ha fatto sì che «la Costituzione non sia stata pienamente applicata» in quanto «c'è stata una rotazione rispetto ai principi formulati allora che ha portato ad un grande favore per i titoli di debito sfavorendo quelli di proprietà». Un fatto che ha portato al «controllo del sistema bancario sulla grande proprietà industriale». Il ministro ha concluso il suo ragionamento affermando che «un ritorno alla Costituzione attraverso queste riflessioni ci può portare a concrete e non poco remote applicazioni». Epifani: «Chiedete un commento a Confindustria». Questa la risposta del segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani a chi gli ha chiesto un commento sulle parole di Tremonti a tutela della Costituzione e del posto di lavoro fisso. «Dobbiamo abituarci all'idea, purtroppo, che da questa crisi l'economia si riprenderà piano piano», ha poi aggiunto il segretario generale della Cgil, sottolineando che «i problemi dell'occupazione adesso cominceranno a diventare più pesanti». «Per l'occupazione tornare ai livelli richiederà molti e molti anni e, questo, è il punto più pesante», ha aggiunto. In particolare Epifani ha detto che «si tratta del punto più pesante anche dal punto di vista morale per coloro che non hanno nessuna responsabilità di questa crisi e ne pagheranno il peso più grande». La Uil: è come se fosse un nostro iscritto. «So che la cosa può non fargli piacere ma è come se fosse un nostro iscritto». Così il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, commenta le parole del ministro. Statali, Brunetta: «Assenteismo in risalita Ho sbagliato su reperibilità, correggerò» ROMA (19 ottobre) - «Purtroppo in agosto e settembre è tornato ad aumentare» l'assenteismo da parte dei dipendenti pubblici. A sostenerlo è il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che confessa di essersi pentito della recente scelta fatta in materia. «Avevo tentato di dare fiducia - spiega Brunetta a La Stampa - riducendo da 11 a 4 le ore della reperibilità giornaliera per i controlli medici. Ora riscontriamo il 20-22% di assenze in più. Ho sbagliato - rimarca - e mi dovrò correggere». Poi, a proposito della voci che lo vogliono candidato del Pdl a sindaco di Venezia dice: «Chiunque faccia politica sogna di diventare sindaco della sua città. Ma io ho preso un altro impegno, di fronte a sessanta milioni di italiani, e lo porterò a termine». Vecchio vizio che premia chi ha torto di Daniela Marchesi La litigiosità in Italia è elevata, diffusa e in continua espansione. Sembrerebbe un paradosso: la giustizia non funziona perché lentissima, ricorrere in giudizio è una

14 scelta economicamente svantaggiosa, perché farlo? Il caso si risolverà in un futuro lontano, con spreco di energie e denaro in spese legali che potrebbero essere ben più utilmente impiegate per accordarsi con la controparte e risolvere rapidamente la questione. Così è certamente per larga parte dei casi che coinvolgono questioni di contenuto economico, che sono il grosso del contenzioso che intasa tribunali e autorità con funzioni paragiurisdizionali. E invece un paradosso non è. L'aspetto terribile della domanda di giustizia in Italia non è tanto il suo volume, quanto le scelte che ne sono alla base e che la determinano. La nostra domanda di giustizia civile è gonfiata da una componente patologica, per la quale il ricorso in giudizio non è volto a dirimere una questione giuridica incerta, ma invece è il risultato della scelta opportunistica di chi ha torto ed è consapevole di esserlo che a causa dei tempi biblici dei processi trova economicamente conveniente non ottemperare e farsi trascinare in giudizio, per spuntare un abbandono della controparte, o una transazione favorevole. Un sistema giudiziario funziona efficacemente quando assicura la stessa forza contrattuale a chi ha ragione e a chi ha torto. È un equilibrio difficile da raggiungere e ancor più da conservare. Tutti i paesi avanzati si confrontano quotidianamente con la necessità di raggiungere questo obiettivo. Pensiamo alle difficoltà che incontrano gli Stati Uniti nel conservare una massima tutela del consumatore e al contempo evitare che le class action si traducano in forme di esagerata aggressione alle imprese. Nessuno dei paesi avanzati ha però il livello spaventoso di disequilibrio che affligge il sistema italiano, dove chi ha torto è largamente più in vantaggio di chi ha ragione. È proprio questo squilibrio non solo il sintomo, ma la causa principale del dissesto della giustizia italiana e in generale della seria compromissione della certezza dei contratti e del diritto. Non vi è un colpevole, una categoria responsabile individuabile. Non è colpa degli avvocati, né dei magistrati e nemmeno dei cittadini. E al contempo è il risultato della combinazione dei comportamenti di tutte e tre queste categorie che costituiscono i principali protagonisti delle contese. Infatti la lentezza della giustizia non è causata in Italia da carenza di risorse destinate al settore, né da una caduta nel tempo della produttività dei magistrati, né da un numero di avvocati basso, né da riti processuali arretrati. La causa principale dell'inefficienza della nostra giustizia risiede in una serie di incentivi di comportamento perversi, che la normativa produce sui soggetti protagonisti delle contese: i litiganti, gli avvocati e i magistrati. Incentivi di comportamento che non rendono vantaggiose, ma addirittura a volte scoraggiano, le scelte che servono ad alleggerire i fascicoli, a raggiungere un transazione, in generale a sveltire i tempi di risoluzione della controversia. Pensiamo ad esempio alle regole per la determinazione dell'onorario degli avvocati, che fanno dipendere il compenso dal numero di attività svolte. Le riforme che si sono succedute negli anni hanno prevalentemente mirato a riorganizzare i riti processuali in modo da renderli più spediti. Riforme sensate. Ma sistematicamente svuotate dalla prassi processuale, dato che nel nostro diritto non vi sono efficaci incentivi che rendano conveniente alle parti e ai loro difensori non abusare delle garanzie che il diritto processuale offre. Si è cercato in diverse occasioni di spostare all'esterno della giustizia ordinaria parte del contenzioso, incentivando le varie forme alternative di risoluzione delle controversie. Intervento utile. A patto però che la giustizia ordinaria si sveltisca sensibilmente; diversamente le questioni decise fuori dai tribunali vi rientrano attraverso le impugnazioni, perché a chi ha torto conviene: non a caso il tasso di crescita delle impugnazioni dei lodi arbitrali italiani presso la giustizia ordinaria è cresciuta in tre anni (dal 2004 al 2007) di oltre il 16%. La recente riforma del

15 processo civile è ricca di interventi che vanno nella giusta direzione; la riforma della professione forense, in discussione, avrà un peso cruciale nel renderla o meno un successo. Introdurre regole che premino gli avvocati che alleggeriscono i fascicoli e inducono i clienti alle transazioni potrebbe davvero rendere finalmente efficaci le molte innovazioni sul rito e portare il sistema fuori dalle secche. 19 ottobre 2009 Cinque ombre sull'economia globale di Fabrizio Galimberti A ogni giorno la sua pena, recita l'antico detto. Ma c'è anche una deprecabile abitudine a proiettare sul presente le pene del futuro. E in questa brutta crisi le preoccupazioni del presente si imbrogliano con quelle dell'avvenire, creando una matassa che è difficile districare. Vediamo allora di guardare una per una, alle cinque "pene" che più affliggono chi sia pensoso dei destini dell'economia. Oro e inflazione La prima è il nodo oro/inflazione. Il prezzo dell'oro è balzato a massimi storici, almeno come prezzo nominale (come prezzo reale, cioè tenendo conto dell'aumento del costo della vita, siamo ancora molto al di sotto dei massimi toccati all'inizio degli anni Ottanta); e secondo molti questa impennata del prezzo del metallo giallo, tradizionale baluardo contro l'inflazione, segnala timori diffusi di pressioni inflazionistiche in arrivo. Paure alimentate anche dalla massiccia creazione di moneta che, di qua e di là dell'atlantico, si è resa necessaria per sanare le ferite inferte dalla crisi ai bilanci delle banche. Ora, che ci sia nei mercati una certa fetta di patiti dell'oro è cosa certa; ed è altrettanto certo che c'è un certo numero di speculatori che, magari non credendo all'oro, credono però che la prima "fetta" ha paura dell'inflazione e spingono sul metallo giallo, amplificando la tendenza. Ma l'inflazione non passerà: le banche centrali hanno gli strumenti per "prosciugare" in futuro la moneta che hanno pompato nel sistema, e i determinanti fondamentali dell'inflazione - concorrenza dei paesi emergenti, moderazione del costo del lavoro, guadagni di produttività ancora da sfruttare - negano l'involata dei prezzi. Petrolio La seconda preoccupazione è quella legata al petrolio (e, perché no, anche alle altre materie prime). Qui il timore non sta tanto negli effetti sull'inflazione (per i quali vale il punto precedente) quanto negli effetti sui costi delle imprese e sul reddito delle famiglie. Non sono tuttavia da attendersi strappi analoghi a quelli dell'anno scorso, sui quali aveva influito molto la speculazione ( come avrebbe potuto altrimenti il prezzo dell'oro nero passare in pochi mesi da 140 dollari al barile a 35?). E sono partiti, stimolati dai passati eccessi, i programmi di risparmio energetico, mentre le nuove scoperte di giacimenti e le nuove tecniche di estrazione dovrebbero mantenere in migliore equilibrio domanda e offerta. Senza dimenticare che un prezzo relativamente elevato dei combustibili fossili è utile per rimettere in gioco le energie rinnovabili. Euro e dollaro Affanno n. 3: il cambio dell'euro a 1,50 contro dollaro. Il dollaro sta perdendo lo smalto di benerifugio, e per una buona ragione: il rasserenamento del clima congiunturale. Se a fronte di una perdita di competitivitàprezzo i produttori

16 europei ricevono in cambio più elevati volumi di sbocco in un'economia americana che sta uscendo dalla crisi più velocemente di altre, lo scambio non è perdente. Tassi La quarta preoccupazione sta nell'aumento dei tassi prossimo venturo. Questi sono talmente bassi che non possono che aumentare nel segmento a breve, anche se le banche centrali - seguendo le parole di Sant'Agostino: «Signore, fammi casto ma non ancora» - non hanno nessuna fretta di procedere al rialzo. I tassi a a lunga sono anch'essi bassi, nella prospettiva storica, e potranno senz'altro aumentare fino a livelli "normali", ma questo aumento ci sarà solo in quanto migliorerà l'economia reale e sarà in ogni caso limitato dall'assenza di pericoli di inflazione (vedi punto precedente). Deficit e debito Il quinto timore è il solo che abbia fondamento. L'accumulo di deficit e debiti pubblici richiede una strategia di rientro che non è fondata solo sulle capacità tecniche delle banche centrali (come nella exit strategy relativa alla moneta) ma sulla ben più complicata interazione del corpo politico e sociale. La variabile chiave qui è la crescita economica, il denominatore, piuttosto che il numeratore, dei rapporti deficitdebito/ Pil. Il Fondo monetario ha calcolato che un innalzamento di un solo punto nel tasso di crescita delle economie permetterebbe, di qui a pochi lustri, di recuperare trenta punti percentuali di peso del debito rispetto al Pil. Se tutte le armi della politica economica saranno rivolte ad innalzare, con riforme strutturali e infrastrutturali, il tasso di crescita delle economie, anche questo rientro sarà realizzato con successo. Altrimenti, tutto diventerà più difficile. 19 ottobre 2009 Fed, prove di exit strategy contro l'eccesso di liquidità Crescono i timori che l'enorme liquidità messa in circolazione dalla Federal Reserve per far fronte alla crisi finanziaria possa originare un'altra bolla speculativa o un'impennata dell'inflazione. Il sostegno della Fed al sistema finanziario dal 2007 ha creato infatti un eccesso di riserve superiore ai miliardi per le banche. Per questo la banca centrale americana sta pensando a un'exit strategy. A un modo per drenare parte della liquidità immessa sul mercato interbancario. In questo contesto si inserisce l'esperimento condotto dalla Fed di New York che ha condotto un primo test delle cosiddette «reverse repo». Si tratta in sostanza di aste pronti contro termine al contrario. La Fed cede temporaneamente alle banche asset finanziari come buoni del Tesoro. In cambio riceve liquidità e si impegna a riacquistare più avanti nel tempo a un prezzo leggermente superiore gli asset. L'operazione - precisa il braccio operativo della banca centrale - è solo un test e non segnala che la Fed si appresta a riassorbire l'enorme liquidità iniettata nel sistema finanziario contro la crisi, nè che è in arrivo un cambiamento nella politica dei tassi. Sulle scelte della banca centrale americana, d'altronde, permane la più totale incertezza. Lo dimostra per esempio il fatto che Bernanke, che oggi ha parlato ad una conferenza della Fed a Santa Barbara, in California non abbia fatto alcun riferimento allo stato di salute del dollaro (ancora in forte calo sull'euro). Secondo alcuni osservatori, gli Stati Uniti sono al momento impotenti nei confronti del biglietto verde in quanto la Fed non può alzare i tassi e il governo non può ridurre il deficit. Sul questo fronte, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha detto che gli Stati Uniti dovranno ridurre il loro enorme deficit di

17 bilancio federale, mentre paesi come la Cina dovrebbero iniziare a consumare di più. Considerazioni arrivano a pochi giorni dalla diffusione dei dati sul deficit federale americano, che nel 2009 ha toccato un nuovo record a miliardi di dollari, più del triplo rispetto al Per quanto riguarda la Cina e la maggior parte delle economie asiatiche, Bernanke ha fatto presente che «i recenti dati macro parlano di una forte ripresa». Ma perché questa crescita faccia da traino all'economia globale è necessario che, paesi come la Cina, stimolino i consumi interni. Questo, secondo il presidente della Fed, potrà aiutare a ridurre quegli squilibri mondiali che hanno grandemente contribuito alla crisi. 19 ottobre 2009 Intesa Sanpaolo partecipa a convenzione Abi-Cdp per finanziamento pmi Intesa Sanpaolo ha sottoscritto il contratto di finanziamento con Cassa depositi e prestiti sulla convenzione Abi-Cdp che regola la nuova iniziativa di finanziamento alle Piccole e medie imprese da parte del sistema bancario italiano. Lo annuncia un comunicato dell'istituto di credito precisando che l'iniziativa è realizzata attraverso l'utilizzo della provvista messa complessivamente a disposizione da Cdp al sistema bancario in due tranches, di cui la prima di circa 3 miliardi di euro ed una seconda di 5 miliardi per un totale pari a 8 miliardi. Intesa Sanpaolo attingerà alla prima tranche di fondi Cdp per un importo di circa 600 milioni, mentre la quota di utilizzo relativa alla seconda tranche verrà determinata nel febbraio 2010 in base a criteri previsti dalla Convenzione Abi- Cdp. Il prodotto che verrà offerto alle Pmi con finalità di investimento e incremento del capitale circolante, godrà dell'esenzione dall'imposta sostitutiva ed avrà condizioni competitive rispetto ai finanziamenti bancari ordinari. La commercializzazione è prevista a partire da fine ottobre presso gli sportelli di Intesa Sanpaolo e presso le seguenti controllate del Gruppo: Mediocredito Italiano, Cassa di Risparmio del Veneto, Cassa di Risparmio di Venezia, Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia, Cassa di Risparmio in Bologna, Banca di Trento e Bolzano, Banco di Napoli, Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna, Banca di Credito Sardo, Banca CR Firenze, Cassa di Risparmio di Civitavecchia, Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e Cassa di Risparmio della Spezia. 19 ottobre Borsa, 37 spa in crisi finanziaria l analisi ALESSANDRO PENATI La crisi ha indebolito al punto di vista finanziario le imprese italiane: se ne parla ogni giorno. Ma mancano dati precisi e non si può valutare quanto sia effettivamente fragile la struttura dell azienda media italiana, né quanto diffusi i rischi di dissesto. Non conoscendo l entità del danno diventa difficile stimare tempi, costi e capitali necessari per tornare alla normalità. C è molta aneddotica: ma il quadro di insieme fornito dai bilanci per il 2009 sarà disponibile fra quasi un anno. È però possibile trarre qualche indicazione dalle società quotate. La Consob, infatti, attua un monitoraggio delle società in stato di crisi, per le quali i revisori, anche in virtù delle nuove regole contabili, hanno la responsabilità di

18 segnalare situazioni che possano far sorgere dubbi sulla continuità aziendale. A queste società, la Consob richiede di fornire al mercato un supplemento di informazioni, su base mensile o trimestrale a seconda dei casi: le cosiddette "Richieste art. 114", dal numero dell'articolo pertinente del Tuf. Oggi sono trentanove le società quotate che rientrano in questa categoria, e che possiamo perciò definire formalmente in crisi finanziaria; alle quali bisogna aggiungere It Holding, per la quale il Tribunale ha già decretato lo stato di insolvenza, ma che ancora appartiene al listino di Borsa. Di queste 40, due sono società di calcio (Lazio e Roma) la solita anomalia italiana e una è una banca, quindi un soggetto al quale è di fatto precluso il dissesto. Le rimanenti 37 sono quasi tutte imprese di medie dimensioni (194 milioni il valore medio contabile del totale dell attivo alla vigilia della crisi), prevalentemente operanti nel settore manifatturiero (24 società su 37 appartengono ai settori prodotti per le persone e per la casa, beni e servizi industriali, tecnologia, auto e componentistica). Quindi, uno spaccato rappresentativo della tipica impresa italiana: manifatturiera e di medie dimensioni. Trentasette società quotate in stato di crisi finanziaria sono tante o poche? Per la Borsa italiana, sono un enormità. In totale, le società italiane quotate (escludendo il segmento Investment Companies e Aim) sono 277: di queste, 33 sono banche e assicurazioni, che in pratica non possono fallire, 22 hanno lo Stato o un Ente locale come azionista di controllo, quindi sono di fatto garantite contro il dissesto, e 3 sono società di calcio, che fanno storia a parte. Rimangono quindi 219 società quotate private. Dunque, una ogni sei è in crisi finanziaria. Ma anche se prendessimo in considerazione l intero listino sarebbero una ogni sette. E questo senza mettere nel computo le grandi società alle prese con pesanti ristrutturazioni finanziarie, come Seat o Pirelli RE, né quelle con ristrutturazioni in corso, ma uscite di recente dalla Borsa, come Valentino o Ferretti. Se il medesimo rapporto valesse universalmente, negli Stati Uniti ci sarebbero oltre società quotate per le quali i revisori segnalano rischi per la continuità aziendale. Roba da depressione. Lo spaccato della Borsa è sicuramente impreciso e non esauriente. Ma rimane un chiaro indicatore di quanto grave e diffusa possa essere oggi la situazione di debolezza finanziaria delle medie imprese italiane, della quale non possiamo avere una conoscenza precisa, in quanto, essendo per la stragrande maggioranza non quotate, non hanno gli obblighi informativi di queste ultime. Ma è anche il segnale che c è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nelle motivazioni degli imprenditori italiani a quotarsi, e nei meccanismi di quotazione. Oltre a mostrare l incapacità del nostro sistema di effettuare le ristrutturazioni aziendali in modo rapido ed efficace. Per rendersene conto, basta analizzare la struttura finanziaria delle società quotate, subito prima l inizio della crisi finanziaria, al culmine di una lunga fase di espansione iniziata a metà degli anni 90. La tabella mostra come al 31 dicembre del 2006, l ultimo anno intero di crescita prima della crisi, queste società avessero già un indebitamento eccessivo: tipicamente un rapporto di oltre tre unità di debito complessivo per ogni unità di patrimonio contabile; e una posizione finanziaria netta superiore a tre volte il margine operativo lordo, cioè un livello che per un impresa industriale di medie dimensioni comporta quasi sempre il declassamento a junk bond (nella tabella uso la mediana perché, a differenza della media, non è influenzata dai dati estremi, e meglio rappresenta l impresa "tipica" del campione). Dunque la crisi finanziaria ha colpito imprese già troppo indebitate, nonostante il 2006 sia stato un anno di utili record. Il dato sembrerebbe paradossale, considerando che in genere si tratta di società di recente quotazione, che teoricamente dovrebbe servire ad aumentare il capitale: metà, infatti, sono sbarcate in Borsa dopo il Ma, più che un paradosso, è la conferma di diversi studi che hanno mostrato come in Italia l azionista di maggioranza si quota prevalentemente per far cassa senza perdere il controllo (a

19 fine settembre la quota in mano agli azionisti di maggioranza era mediamente il 60%), sfruttando le ondate ricorrenti di euforia in Borsa, e utilizzando la maggior garanzia che i titoli azionari quotati offrono ai creditori per aumentare la leva del debito. Si va in Borsa per indebitarsi più facilmente; quella di raccogliere capitali per crescere è, almeno in Italia, una bella favola. Sorprende inoltre che un quarto delle società oggi in crisi finanziaria, fosse in perdita anche a livello operativo già nel Evidentemente un segno dell incapacità italiana di effettuare rapidamente le ristrutturazioni aziendali, che si trascinano per troppi anni. Diverse le ragioni. Ma una è senza dubbio la volontà degli azionisti di evitare la diluizione del controllo, unita alla disponibilità dei creditori a lasciare loro un ruolo guida nella gestione della crisi. In teoria la Borsa dovrebbe facilitare la risoluzione delle crisi aziendali attraverso fusioni, aumenti di capitale e conversioni dei debiti in azioni; tutte comportano una forte diluizione del controllo. Parmalat insegna. E invece la tabella mostra livelli di concentrazione della proprietà quasi sempre molto elevati, nonostante situazioni in cui si rischia l insolvenza. E spiega la riluttanza ad utilizzare la nuova legge fallimentare, che doveva servire proprio ad agevolare le ristrutturazioni. Piuttosto si preferisce cambiare nome alla società (Arena già Roncadin, Bee Team già Data Service, Everel già Vemer Siber, Kr Energy già Kaitech, Yorkville Bnh già Cornell e già Innotech) sperando che questo basti a superare la crisi. La crisi economica ha dato il colpo di grazia a società già troppo indebitate o che si trascinavano in una ristrutturazione troppo dilatata nel tempo; ma ha colpito così duramente da metterne in crisi anche altre più solide. La tabella mostra come tra il primo semestre del 2007 e il primo del 2009, sia sparito in media oltre un terzo del fatturato; per quanto le imprese abbiano reagito tagliando costi e occupazione, un tale ridimensionamento ha avuto un impatto devastante sulla redditività: anche a livello operativo (escludendo quindi ammortamenti, svalutazioni e oneri finanziari), i margini sono passati tipicamente dall 11% dei ricavi, a una perdita del 6%. Difficile stimare quanto tempo ci vorrà per recuperare il 35% del fatturato: probabilmente anni. Ma è purtroppo facile prevedere che, nonostante ci venga detto quotidianamente che il peggio è ormai alle spalle, il taglio dei costi (e dei posti di lavoro) è lungi dall essere finito; e che la domanda di credito per finanziare il capitale di funzionamento delle imprese, e specularmente le sofferenze bancarie, sia destinato ad aumentare ancora per un bel po. Per quanto riguarda le aspettative degli utili e la recente euforia in Borsa, mi sembra, per l'appunto, soltanto euforia. ha collaborato Sara Bennewitz Assicurazioni il gran risveglio ADRIANO BONAFEDE «È la svolta», hanno subito pensato. Quando gli assicuratori hanno guardato i dati di settembre sull Rc auto sono sobbalzati sulla sedia. D un colpo è diminuito il numero dei sinistri, che crescevano ininterrottamente da almeno due anni, mentre si è ridotto anche il costo dei risarcimenti. Sono bastati questi numeri a far tornare il sorriso ai piani alti delle compagnie. E si capisce. La prima parte del 2009 è stata semplicemente disastrosa per il segmento più grande e importante dei rami danni, l auto appunto. Alla crescita dei sinistri e del costo dei risarcimenti (fattori che hanno una certa correlazione con i momenti di crisi, in cui tendenzialmente aumentano le frodi), si era aggiunto il crollo delle immatricolazioni di nuove macchine. Tutto questo mentre il settore assicurativo italiano veniva fuori da due anni, il 2007 e il 2008, in cui la maggior concorrenza aveva fatto scendere significativamente le tariffe. E tutto questo grazie, prima di tutto, a quel Bersani,

20 di cui gli assicuratori non finiranno mai di parlar male. Grazie a lui sono state smontate alcune perversioni del meccanismo del bonusmalus che strangolavano i clienti. Ad esempio, se entrambe le parti coinvolte in un incidente avevano un po di torto (e questo accade molto spesso), tutte e due subivano l aumento tariffario l anno successivo. Inoltre, ora se il nuovo membro di una famiglia prende la patente non deve più partire dalla classe 14 ma da quella del capofamiglia. Le negatività del ramo Rc auto non erano le sole a preoccupare le compagnie. Già dal 2007, per tutto il 2008 e fino ai primi mesi del 2009, il ramo vita, che rappresenta oltre il 50 per cento del "ricavi" delle imprese assicurative, aveva sofferto a causa della crisi di liquidità delle banche. Queste ultime avevano in pratica quasi smesso di vendere polizze agli sportelli preferendo le proprie obbligazioni. Da qualche mese a questa parte, però, c è stato un "risveglio" della bancassurance. Un altro segnale positivo. Insomma, se una rondine non fa primavera forse due inducono a credere che la bella stagione stia tornando. E anche gli operatori di Borsa devono averlo creduto se in questi ultimissimi giorni i titoli delle compagnie quotate hanno ripreso a correre, inanellando una serie di consistenti rialzi. È il mercato che sente arrivare la primavera delle compagnie, dopo un inverno durato troppo lungo. Dai minimi del 9 marzo scorso la ripresa dei corsi di Borsa è stata impressionante: più 100 per cento per le Generali, più 87 per Fondiaria, addirittura più 108 per cento per Unipol. Tuttavia, ancora oggi nonostante il prodigioso recupero i titoli delle compagnie sono cresciuti, da inizio anno, molto meno di quelli bancari: 18 per cento contro 29 per cento. Eppure ai piani alti delle compagnie non riescono a celare la propria soddisfazione. Ai collaboratori più stretti nei giorni scorsi l ad di Generali, Giovanni Perissinotto, sì è mostrato piuttosto ottimista sui conti di fine anno. «Forse il peggio è passato», si è lasciato sfuggire. Anche in FonSai il clima è più sereno che nei mesi passati; e il solo fatto che il nuovo piano industriale venga presentato dall ad Fausto Marchionni il prossimo 21 ottobre è la dimostrazione, per gli analisti, che le cose vanno meglio. Altrimenti non se ne sarebbe neppure parlato. «L obiettivo del piano dice Marchionni è il recupero della redditività stabile del core business, la salvaguardia della solidità patrimoniale e la realizzazione di un risultato economico positivo finalizzato a una soddisfacente remunerazione del capitale». Marchionni si presenterà all appuntamento del 21 ottobre avendo già messo a segno due piccoli colpi: l aumento dell excess capital dai 400 milioni di giugno ai 900 di oggi, e il conferimento di immobili al Fondo Rho della Fimit con l afflusso verso la compagnia di risorse liquide per 339 milioni che andranno in parte a rafforzare il capitale e in parte costituiranno liquidità da spendere al momento opportuno. Il punto è che in questi mesi le compagnie hanno lavorato sodo per parare i colpi di una congiuntura oltremodo sfavorevole e preparare la "sterzata". «Stavolta spiega Giuseppe Latorre, partner di Kpmg Corporate Finance c è stata una maggiore attenzione alla tariffazione nel settore Rc auto e alla selezione dei portafogli». Tutti hanno fatto qualcosa in questo senso ma Carlo Salvatori, ad di Ugf (Unipol gruppo finanziario) ha addirittura deciso di chiudere una quarantina di agenzie che da molti anni non facevano altro che far perdere soldi. Allo stesso modo sono state espulse alcune decine di agenti. Un fattore molto importante per il contenimento delle tariffe è la messa a punto di un sistema di carrozzerie amiche: in passato le compagnie hanno cercato di convincere i clienti ad appoggiarsi a quelle convenzionate, ma stavolta il programma è stato portato avanti con più determinazione grazie anche all arma dello sconto per chi opta per questa possibilità. Generali ha chiamato il suo piano "Carrozzeria sicura", FonSai "Auto Presto & bene". Ma a dare ossigeno e ottimismo ai conti delle compagnie è stata, più di ogni altra cosa, la ripresa dei corsi di Borsa, che ha fatto rialzare i rendimenti della gestione finanziaria, importante come e più delle gestione tecnica, soprattutto nel ramo vita, ovviamente. «La finanza spiega Davide Corradi, partner di Boston Consulting

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