GLI OPIFICI IDRAULICI NELLA COMUNITA MONTANA ITALO-ARBËRËSHE DEL POLLINO. Coordinatore gruppo di lavoro: Felice Spingola, socioeconomista

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1 European Union Directorate General for Regional Policy (E.R.D. Funds) Italian Republic Ministry of the Treasury, Budget and Economic Planning NetWet 3 Project New forms of Territorial governance for the promotion of landscape policies in the field of water resources management at water territories. EU Community Initiative Interreg III B ArchiMed GLI OPIFICI IDRAULICI NELLA COMUNITA MONTANA ITALO-ARBËRËSHE DEL POLLINO KEPEMEP-MedRegio Coordinator of NetWet 3 project (Work package 1, activity 1.2. ) Coordinatore gruppo di lavoro: Felice Spingola, socioeconomista Gruppo di lavoro: Donatella Rodriguez, Architetto - Tonino Caracciolo, geologo Mountain Community Italo-Arbërëshe of the Pollino Project Partner no 03

2 INDICE 0. INTRODUZIONE 1. GLI OPIFICI IDRAULICI IN CALABRIA 2. GLI OPIFICI IDRAULICI NELLA COMUNITA MONTANA ITALO- ARBERESHE DEL POLLINO 2.1 I MULINI 2.2 LE GUALCHIERE 2.3 I FRANTOI 2.4 LE CENTRALI ELETTRICHE ALLEGATI: - CARTA TEMATICA - TABELLA - PADULA - PELLICCIA 3. STATO ATTUALE E 3.1 IPOTESI RIFUNZIONALIZZAZIONE ALLEGATI : - SCHEDE DI CATALOGAZIONE - PROGETTO

3 0. INTRODUZIONE In questo volume confluiscono i dati scaturiti da una ricerca volta a ricostruire la rete di opifici idraulici sviluppata nell ambito del lavoro di studio e ricerca condotto dalla CM Italo- Arbërëshe del Pollino e delle attività promosse con il progetto NETWET 3 - New forms of territorial governance for the promotion of landscape policies in the field of water resources management at water territories - finanziato dall UE con il programma INTERREG-ARCHIMED. In considerazione della rilevanza che fin dall antichità ebbero la cerealicoltura e l energia idraulica, attraverso l uso di ruote idrauliche, che caratterizzano le strutture produttive preindustriali, l indagine svolta è stata finalizzata alla catalogazione del maggior numero possibile di strutture, e ad una loro tutela e salvaguardia, conservazione e fruizione. La seguente monografia è articolata in quattro parti. Si comincia con una sezione introduttiva, concernente il contesto sociale e tecnologico italiano ed europeo, basata sui dati ricavabili dalla letteratura esistente; segue una seconda parte in cui si focalizza il contesto regionale e le caratteristiche degli impianti della Calabria; la parte successiva è incentrata sugli opifici individuati nel nostro comprensorio, sulla base di materiali redatti dal prof. Francesco Mainieri; per finire con una parte dedicata alla catalogazione degl impianti, al progetto di tutela e rifunzionalizzazione di una delle strutture censite. CONTESTO TECNOLOGIO ITALIANO ED EUROPEO DEGLI IMPIANTI IDRAULICI E LORO DIFFUSIONE L esistenza di opifici molitori, destinati alla macinatura di diversi tipi di frumento, delle biade e delle olive, è attestata fin da un epoca molto antica. I mulini ad acqua, come scrive March Bloch segnarono nel corredo tecnico dell umanità, anche in ragione del loro meccanismo interno, un progresso la cui portata supera largamente la storia, in definitiva modesta, dell arte molitoria 1. Per millenni l uomo trovò nei propri muscoli o in quelli degli animali domestici la principale fonte dell energia necessaria a trasformare in farina il grano e gli altri cereali. Le cose cambiarono quando entrò a far parte del suo patrimonio tecnologico un meccanismo che gli permise di sfruttare la forza inanimata dell acqua corrente: la ruota idraulica. Il più antico riferimento ad un congegno di tale tipo si trova in un epigramma di Antipatro di Tessalonica 2, databile attorno all 85 a.c.: in esso il poeta celebra la libertà che il mulino idraulico donava alle donne, prima costrette a muovere per ore la macina con la forza delle loro braccia. Circa un secolo più tardi Strabone 3 ricorda la meraviglia del mulino fatto costruire da Mitridate nel suo palazzo di Cabeira, nel Ponto, intorno al 65 a.c. Figura 1-Ricostruzione del complesso produttivo di Barbegal Figura 2 Ricostruzione del complesso di Barbegal 1 Bloch, Avvento e conquiste del mulino ad acqua, 1969, (ed. orig. in Annales d Histoire economique et Sociale, 1935). 2 Antipatro Di Tessalonica, Anthologia Palatina, IX, Strabone, Geographica, XII, 3, 30. 1

4 In epoca romana Lucrezio e Vitruvio parlano di mulini ad acqua e a Barbegal, presso Arles, nella Francia meridionale è stata scavata una complessa struttura per la produzione di farina, composta da una batteria di mulinii azionati dall acqua del Rodanoo 4 (Figura1, Foto1). Tuttaviaa i greci e i romani non fecero molto uso del mulino idraulico, certo non per incapacità tecnica - perché come dice il Bloch Le civiltà greco-romane contavano troppi occhi pronti e troppi cervelli vivaci perché si possa negar loro il dono dell immaginazione tecnica, basti pensare alle macchine d assedio ed ai sistemi di riscaldamento ideati dalle civiltà quanto Foto 1-Resti del complesso produttivo di Barbegal perché nella continua e a lungo ininterrotta espansione dell Impero Romano la merce meno preziosa era la manodopera e quindi la forza muscolare degli schiavi, e questaa economia di forza umana era quello di cui il mondoo antico sentiva meno il bisogno 5. Se durante l Impero Romanoo lo sviluppo delle tecnologie idrauliche era inutile, dopo la sua caduta il forte calo demografico e la diminuizione della schiavitù spinsero a riscoprire i meccanismi che affrancavano l uomo dai lavori più pesanti: il Medioevo diventa il vero palcoscenico della comparsa della ruota idraulica. Il tipo più semplice di mulino era quello a ruota orizzontale o ritrecine : all estremità inferioree di un albero verticale era fissata una piccola ruota sistemata orizzontalmente, detta appunto ritrecine, composta di pale, piatte o a cucchiaio, che venivano colpite e fatte girare da un getto d acqua a forte pressione (Figura 2) ). L estremità superiore dell albero passavaa attraverso la macina inferiore fissa ed era ancorata, mediantee una barra trasversale, alla macina superiore rotante. Poiché nonn era necessario ribaltare il piano di macinazione rispetto a quello di rivoluzione della ruota idraulica, l impianto non necessitavaa di meccanismi, ma funzionava meglio se dotato di un bacino di riserva e di una condotta forzata. Questo tipo di mulino aveva il vantaggio della semplicità: era facile e poco costoso da costruire e da mantenere, non prevedeva complicati ingranaggi da riparare continuamente a causa dell attrito; d altra parte, però, non forniva di solito un grande quantitativo di energia, con un rendimento piuttosto scarso (infatti le macine giravano lentamente, compiendo l intera rotazione una volta per ogni rivoluzione della ruota idraulica, per cui non riuscivano a macinare che modeste quantità di grano). Esso poteva funzionare unicamente con piccoli volumi d acqua a flusso Figura 2- Schema del ritrecine rapido ed era quindi adatto per le zone montane e per quellee 4 Rappresenta uno dei monumenti idraulici più grandi dell antichità, scoperto da Fernand Benoit alla fine degli anni 30. L opera risale agli inizi del IV secolo d.c. ed è composta da due serie parallele di otto ruote alimentate per di sopra da due canali derivati dall acquedotto di Arles. Una scala centrale permetteva l accesso alle varie stanze del complesso dei mulini ed un meccanismo idraulico faceva salire e scendere i carichi in un carrello che si muoveva su un piano inclinato. Quest impianto aveva una capacità di macinazione complessiva di 4 tonnellate di farina al giornoo sufficienti a sfamare la popolazione di abitanti di Arles. 5 M. Bloch, cit. 2

5 prive di fiumi e torrenti di una certa consistenza. Un mulino orizzontale, tipologia già nota a Plinio il Vecchio 6, è stato scavato in un abitato romano del II sec. d.c. in Tunisia, mentre altri due esempi, risalenti ai primi secoli dell era cristiana, sono stati individuati in scavi nello Jutland. I mulini orizzontali furono estremamente diffusi fino al tardo Medioevo e molti esempi se ne ritrovano ancora oggi in Grecia, nelle isole Orkney e Shetland, in Romania, in Scandinavia: di qui la definizione mulino greco o scandinavo adottata da alcuni studiosi 7. Figura 3-Il mulino idraulico di Vitruvio in una tavola dell'edizione veneziana del 1567 del trattato "DE Architectura" Il mulino descritto da Vitruvio 8 (Figura 3), e probabilmente anche quello citato nell opera di 6 Plinio, Naturalis Historia, XVIII. 7 R.J.Forbes, Energia motrice, in Singer et alii, 1962a; G. Comet, Le paysan et son outil. Essai d histoire technique des cereals, Roma Vitruvio, De Architectura, X, V. 3

6 Lucrezio 9, era invece verticale, di tipo azionato per di sotto : si trattava, cioè, di una ruota a palette radiali piane fissate alla circonferenza, azionata dall impatto dell acqua che fluiva lungo la sua parte inferiore spingendo contro le palette stesse. Le principali componenti consistevano nell albero orizzontale terminante in un mozzo, in un numero variabile di bracci radiali che da questo si dipartivano, in un cerchione esterno entro il quale si incastravano i bracci e su cui erano fissate le pale per mezzo di supporti sporgenti in legno o metallo, in eventuali cerchioni laterali per rendere più compatto l insieme. Questo tipo di ruota poteva funzionare in qualsiasi corso d acqua dotato di un flusso discretamente costante, che scorresse a velocità piuttosto rapida, ma lavorava con il massimo rendimento in un canale limitato, possibilmente fornito di una saracinesca che regolasse l afflusso dell acqua contro la ruota. La grande novità, rispetto al mulino a ritrecine, era la presenza di ingranaggi che permettevano di ribaltare su un asse verticale il movimento fornito da un albero orizzontale: questo era possibile grazie ad una ruota dentata, il lubecchio, fissata ad una delle estremità dell asse della ruota idraulica, i cui denti si incastravano nella lanterna, ingranaggio costituito da due dischi di legno collegati da fuselli e a sua volta fissato su un asse verticale (Figura 4). Il sistema lubecchio-lanterna fungeva da moltiplicatore del numero di giri della macina, permetteva infatti di aumentare la velocità di rotazione delle macine rispetto a quella della ruota idraulica, in quanto le dimensioni ed il rapporto tra il numero dei denti del lubecchio e quello dei denti della lanterna poteva variare. Naturalmente la costruzione della coppia lubecchio-lanterna Figura 4-Schema degli ingranaggi del mulino verticale richiedeva abilità e conoscenze meccaniche specializzate da parte dei carpentieri; gli ingranaggi erano inoltre sottoposti ad una forte usura che ne provocava spesso il danneggiamento e la sostituzione. I più antichi resti conosciuti di un mulino per di sotto sono venuti alla luce nei pressi di Pompei: la ruota idraulica era stata sepolta dall eruzione del 79 d.c., ma la sua impronta, compresa persino quella dei chiodi usati per costruirla, era rimasta impressa nella lava 10. Altre testimonianze sono state rinvenute nello scavo inglese di Haltwhistle Burn e in un mosaico di Bisanzio. Una maggiore efficienza, rispetto al mulino verticale per di sotto, si ottenne facendo cadere l acqua dall alto sul quadrante superiore della ruota entro cassette fissate alla circonferenza. In questo caso era il peso dell acqua, più che il suo impatto, a far girare la ruota; ogni cassetta versava poi fuori l acqua nel punto inferiore della rivoluzione e tornava vuota in alto per ricominciare il ciclo. I principali componenti erano un albero orizzontale terminante in un mozzo da cui si dipartivano i bracci radiali, i cerchioni che formavano le pareti esterne delle cassette, le cassette o compartimenti perimetrali entro cui si riversava l acqua (costruite in forma tale da mantenere al loro interno il peso di questa il più a lungo possibile), infine un cerchione concentrico con il mozzo, formato da tavole che costituivano la parte interna delle cassette ed alle quali queste ultime erano fissate. Tali ruote erano più costose, sia perché più complicate da costruire, sia perché richiedevano un alimentazione ben diretta e regolata: raccolta in una gora dai fiumi o dalle sorgenti, l acqua veniva di qui avviata verso una chiusa posta in posizione elevata, da cui cadeva per colpire sul 9 Lucrezio, De Rerum Natura, V. 10 L albero aveva 18 pale e la ruota era di 1,85 m di diametro; l impianto era alimentato da un acquedotto. Cfr. Forbes, cit.; T.S.Reynolds, Stronger than a hundred men. A history of the vertical water wheel, Baltimore

7 punto voluto le cassette della ruota. La ruota per di sopra era particolarmente adatta per le regioni con rilievi che offrivano dei dislivelli notevoli ed anche per quelle in cui l acqua non era abbondante, a condizione di avere una buona altezza di caduta. Una variante della ruota per di sopra è il tipo cosiddetto alle reni nel quale, a causa dell insufficiente dislivello, l acqua si riversa nella cassette all altezza dell asse e non alla sommità della circonferenza: dal punto di vista tecnico è una ruota per di sopra, poiché l agente meccanico è la pesantezza dell acqua, ma la caduta e l impatto sono minori ed il senso di rotazione è quello di una ruota per di sotto. Anche il mulino verticale per di sopra ha origini molto lontane ed era già impiegato, pur se in rari casi, nei primi secoli dell era cristiana: ad esempio, nel già citato complesso a Barbegal, 11. Quasi tutti i mulini di epoca romana erano alimentati da acquedotti: la ragione principale era probabilmente economica, in quanto era più facile usare canalizzazioni pubbliche già esistenti che costruire un sistema indipendente di alimentazione. Durante il Medioevo, invece, fu necessario compiere un notevole sforzo per utilizzare l energia anche di torrenti e di fiumi medio-grandi, attraverso la costruzione di appropriate strutture ausiliarie come dighe, bacini di riserva, canali di alimentazione. Furono inoltre modificati in epoca medievale alcuni dettagli tecnici della ruota idraulica, che la resero più efficiente: fu alleggerito il peso del mozzo e fu ridisegnata la forma delle cassette il cui fondo, da semplicemente inclinato, assunse un profilo a gomito, che tratteneva l acqua più a lungo e permetteva una resa migliore. Nell alto Medioevo sui principali fiumi d Europa, si hanno testimonianze dell esistenza di un altro tipo di mulino, quello galleggiante (Figura 5), formato da una ruota posizionata saldamente tra due barche. Erano però mulini molto fragili destinati a subire danni ad ogni piena: quelli esistenti sul Tevere, dopo la piena del 1870 durante la quale furono trasportati contro le pile dei ponti, impedendo così il normale deflusso delle acque, non vennero più ricostruiti 12. Uno dei momenti di più forte espansione numerica degli impianti idraulici in Europa si verificò tra XII e fine XIII sec., in corrispondenza con un periodo di prosperità economica e soprattutto di forte incremento Figura 5 - Disegno contenuto nei Trattati, di un mulino galleggiante di Francesco Di Giorgio Martini demografico. Come nei secoli altomedievali, anche in questo periodo i mulini appartengono per la maggior parte ad enti ecclesiastici ed ai vescovi, ora molto più spesso affiancati, tuttavia, dai nascenti organismi comunali e dalle grandi famiglie dell aristocrazia laica. La situazione italiana non era diversa dal resto d Europa: molti monasteri cistercensi sembrano indirizzarsi da subito verso l accaparramento dei diritti sulle acque e di un numero elevatissimo di impianti idraulici. Una così massiccia espansione delle tecnologie idrauliche, comportò naturalmente un notevole sforzo di ingegneria civile per la costruzione di una serie di strutture accessorie come dighe, gore di derivazione, bacini di riserva, canali di rifiuto. Di rado, infatti, le ruote erano 11 Un altro esempio di mulino idraulico verticale proviene dagli scavi dell Agorà di Atene: risale al V sec. d.c. ed era alimentato da un lungo canale rifornito da un acquedotto; gli ingranaggi erano molto simili, anche per dimensioni, a quelli descritti da Vitruvio. Sempre un acquedotto alimentava il mulino scoperto nelle Terme di Caracalla e databile al III-IV sec. d.c. 12 U.Mariotti Bianchi, I molini sul Tevere, Tascabili Economici Newton, Roma

8 mosse direttamente dalla corrente: in genere veniva scavata una derivazione che deviava l acqua dal fiume in un canale, parallelo al corso d acqua, che riforniva i bacini di riserva e serviva sia ad isolare le ruote dalle variazioni stagionali del livello dei fiumi, sia ad evitare di ostruire l alveo con strutture ingombranti in caso di piena. La maggior parte degli impianti molitori, infatti venivano a trovarsi anche a notevole distanza dal corso d acqua alimentatore e poteva essere dislocato, ad esempio, su un area pianeggiante sufficientemente comoda per gli abitati e relativamente ben raggiungibile dalla viabilità principale; la presa d acqua, invece, poteva trovarsi in una zona maggiormente disagiata. Inoltre, quanto più distante era un edificio dal corso d acqua principale, tanto più era scongiurato il pericolo di distruzioni dovute a piene e straripamenti. Si può fare una distinzione fra le opere di intercettazione delle acque e le opere di derivazione. Le prime sono quelle che sbarrano il corso del fiume in parte o totalmente e servono per innalzare il livello del pelo dell acqua, assicurando una efficiente derivazione e nello stesso tempo creando una zona di relativa calma a monte. Al di sopra dello sbarramento, infatti, l alveo si presenta in genere piuttosto profondo, compatto, non eccessivamente largo, il pelo dell acqua calmo; a valle dello sbarramento, invece, l acqua cade formando piccole cascate e si disperde su un alveo notevolmente allargato, dividendosi in diramazioni separate da isolotti ed aree asciutte talvolta coperte da vegetazione. Lo sbarramento, se sviluppato in altezza, poteva servire anche per aumentare la caduta. La scelta del sito per la localizzazione della struttura di sbarramento era strettamente legata alle caratteristiche del corso d acqua: quest ultimo non doveva avere un eccessivo trasporto di materiale solido, non doveva dar luogo ad improvvisi fenomeni di piena, né approfondire per erosione il proprio alveo; doveva altresì garantire un minimo apporto di acqua per tutto l anno. Solitamente veniva quindi scelto un settore del percorso in prevalenza rettilineo, che desse garanzia di una portata costante, spesso però, come abbiamo visto sopra, immediatamente precedente ad una grande ansa, la quale già di per sé creava una strozzatura a valle della presa. Gli sbarramenti potevano essere di vari tipi: si andava da semplici strutture costruite con materiali deperibili che richiedevano una continua manutenzione, a delle vere e proprie dighe in muratura a sbarramento totale dell alveo del fiume. Realizzare strutture di questo secondo genere comportava evidentemente notevoli capacità ingegneristiche ed il superamento di alcune difficoltà tecniche: le dighe dovevano reggere la forza delle piene ed essere dotate di saracinesche di scolmo, erano inoltre soggette da un lato all erosione delle parti alte, dall altro al deposito di fango e materiali alluvionali che ne determinavano il progressivo interro. La tecnica costruttiva utilizzata consisteva nell infiggere profondamente entro il letto del fiume numerosi grossi pali, disposti in file parallele, in modo tale che sporgessero in parte al di sopra del livello naturale dell acqua. Gli spazi fra i pali venivano riempiti con fascine, intrecci di giunchi e sassi; il fiume stesso, poi, trasportando fango e pietrisco, contribuiva a rendere più solida la struttura. Queste opere di intercettazione, ove conservate, sono ovviamente il risultato di continui rifacimenti attraverso i secoli, ma è certo che la tecnica costruttiva si è tramandata inalterata. Le steccaie dovevano essere di solito a sbarramento totale dell alveo e potevano attraversarlo con una linea ortogonale alle sponde oppure obliquamente. È anche possibile che, per gli impianti più piccoli, specialmente nelle zone particolarmente impervie, l opera di intercettazione non esistesse nemmeno, in quanto si sfruttavano piccoli bacini di raccolta, formatisi con l accumulo naturale di pietre in certi tratti del torrente, dai quali poteva essere fatto partire il canale adduttore. I vantaggi principali di una struttura come la steccaia, rispetto ad una vera e propria diga in muratura, consistevano essenzialmente nel fatto che era relativamente semplice e poco costosa da costruire, non necessitava di conoscenze tecniche troppo complesse per la messa in opera, era meno pericolosa in caso di piena perché il fiume, tracimando con facilità al di sopra delle palificazioni, più difficilmente provocava allagamenti a monte. D altra parte, però, necessitava di una continua manutenzione, era meno efficace e più dispersiva nell innalzare il livello dell acqua in caso di scarsa portata, veniva facilmente distrutta dalle piene stesse. 6

9 Le opere di derivazione consistevano nella presa, nel canale di alimentazione e nel bacino di raccolta. La presa era semplicemente il dispositivo che, posto poco più a monte dello sbarramento, permetteva all acqua di immettersi nel canale adduttore. In molti casi era costituita soltanto da un imbocco scavato nel terreno, privo di qualsiasi struttura muraria. Le prese costruite in muratura prevedevano in genere due tratti di muro paralleli che accompagnavano gli argini della gora nella porzione più vicina al fiume, formando così un imbocco che era spesso dotato di una saracinesca; ciò permetteva di regolare l afflusso dell acqua nella gora ed eventualmente anche di interromperlo del tutto. Tale saracinesca era costituita da una imposta in legno che scorreva incastrata entro scanalature verticali ricavate nel muro stesso; la regolazione avveniva tramite una catena, fissata all imposta, che si avvolgeva attorno ad un arganello superiore, posto trasversalmente sopra a due montanti a stipite litici o lignei. La struttura materiale del canale di alimentazione degli opifici, definito gora, consisteva in un semplice canale scavato artificialmente nel terreno, la cui lunghezza poteva variare notevolmente: si va da poche decine di metri fino a diversi chilometri. Il percorso poteva costeggiare molto da vicino il fiume oppure allontanarsene notevolmente dopo il tratto iniziale: è possibile che ciò non dipendesse esclusivamente, come si potrebbe pensare in un primo momento, da fattori morfologici di pendenza del terreno, ma anche da questioni riguardanti i confini delle proprietà ed i diritti sulle acque. Nei punti depressi il canale poteva essere tenuto in quota mediante ponti su archi in muratura o rinforzato con muri di sostegno, mentre un sistema di paratoie distribuite lungo il percorso permetteva di deviare le eventuali eccedenze d acqua oppure di interrompere del tutto l afflusso. La gora era scavata a sezione rettangolare con fondo piatto ed era delimitata da semplici argini di terra senza rivestimento. Periodicamente l afflusso dell acqua alla gora, così come agli altri canali, doveva essere interrotto, ed essi dovevano venire svuotati e ripuliti. Naturalmente anche la larghezza e la profondità di una gora erano molto variabili, a seconda della portata del corso d acqua alimentatore o delle dimensioni dell impianto. Talora lungo il percorso della gora erano presenti delle prese laterali secondarie, da cui poteva essere prelevata acqua per l irrigazione, oppure per tenere ulteriormente sotto controllo il livello nella gora e quindi l afflusso all opificio; anche in questo caso la regolazione della luce di accesso avveniva per mezzo di paratoie lignee. L acqua proveniente dalla gora, passando talvolta attraverso tratti sotterranei, o bocchette che potevano essere dotate di griglie, si immetteva di solito in una grande vasca. Si trattava di un bacino di raccolta che aveva la funzione di immagazzinare l acqua, per permetterne un ulteriore controllo prima della caduta sulle ruote. Inoltre, nel caso di modesto apporto del fiume o torrente alimentatore, essa serviva per accumulare le acque in determinati periodi dell anno, quando la portata naturale non era più sufficiente per creare l energia idraulica necessaria al funzionamento degli impianti. Nei periodi di magra o di insufficiente o non continuo afflusso delle acque, queste venivano raccolte fino a completo riempimento della vasca, dopodiché essa veniva svuotata del tutto permettendo la macinazione per alcune ore. La vasca poteva essere semplicemente scavata nel terreno, e quindi delimitata solo da argini di terra, o più spesso essere circondata almeno in parte da muri; era comunque sempre situata ad un certo dislivello rispetto all edificio, per permettere la caduta dell acqua sulle ruote. Le loro dimensioni variavano a seconda dei casi, così come la profondità. Non sempre, però, una vera e propria vasca era presente: infatti, soprattutto negli impianti dislocati in pianura, la gora, giunta in prossimità del mulino, che di solito sottopassava, subiva semplicemente un allargamento della sezione formando un bacino di forma triangolare allungata. In questo caso l acqua, chiusa frontalmente a valle dal muro stesso dell edificio rivolto verso la gora, si innalzava di livello rispetto al piano di campagna e si immetteva dentro le condotte che la conducevano alle ruote. Un altro elemento ricorrente, tra le strutture accessorie di un opificio idraulico, era la presenza di un canale derivatore, che permetteva il deflusso delle acque in eccedenza dal bacino di raccolta. Tale elemento appare particolarmente importante nel caso di più impianti dislocati lungo la 7

10 stessa gora. Infine, per completare il quadro delle strutture accessorie di un impianto idraulico, una grande importanza rivestiva il canale di rifiuto. La sua funzione era quella di far scorrere via l acqua, dopo che questa aveva azionato la ruota, e reimmetterla velocemente nel fiume senza impedire alla ruota stessa di girare. Si trattava in genere di un semplice canale aperto, simile per aspetto alla gora di alimentazione, ma di solito piuttosto corto. Nel caso di diversi opifici posti lungo la stessa gora, ovviamente non esisteva un vero e proprio rifiuto, ma l acqua che fuoriusciva in basso sul fronte dell edificio defluiva di nuovo nel canale principale proseguendo il suo percorso verso l impianto successivo. Per quanto riguarda la struttura architettonica del mulino, ovviamente la planimetria e le dimensioni potevano variare notevolmente, a seconda dell importanza dell impianto e del numero di macine che ospitava. L edificio doveva essere articolato sempre in almeno due livelli: un piano terra, in genere costituito da un unico locale destinato alla lavorazione, nel quale si trovavano le macine, ed un piano inferiore, cioè un vano seminterrato occupato interamente dall alloggiamento delle ruote e dei meccanismi. Questo vano rappresenta un elemento caratteristico delle strutture in cui era adottato il meccanismo di macinazione a pale orizzontali anziché verticali. Si trattava di un ambiente stretto e lungo, simile ad una galleria, sottostante al locale dove erano alloggiate le macine; solitamente era voltato a botte e largo quanto bastava per consentire la rotazione. Spesso il mulino doveva prevedere anche un piano superiore, destinato ad abitazione per il mugnaio. Come materiali da costruzione si utilizzavano essenzialmente le materie prime locali, ed in genere vi era unito un pezzo di terreno, talvolta coltivato a orto, oppure seminativo. Fino al IX sec non si hanno notizie sicure che in Europa la forza motrice dell acqua fosse impiegata in altri processi produttivi oltre che nella macinazione del grano. Uno dei primi procedimenti in cui furono impiegate fu la preparazione del malto per la birra; altri impieghi si ebbero nella macinazione delle olive, dello zucchero e dei pigmenti per tingere. Ancora una applicazione medievale dell energia idraulica fu nella concia delle pelli, per ridurre in polvere la corteccia di quercia da cui si estraeva il tannino 13. Per tutti questi casi ci troviamo di fronte ad usi che richiedevano un semplice moto rotatorio continuo, in tutto simile a quello necessario per la macinazione dei cereali; si trattava dunque di una diversificazione del medesimo procedimento e non di una vera e propria innovazione tecnica. Il discorso si fa invece del tutto diverso per quelle applicazioni industriali dell energia idraulica che richiedevano una grande novità, ovvero la trasformazione del moto circolare in moto alternato (gualchiere, cartiere, impianti metallurgici ecc.). Mentre in tutte le operazioni elencate in precedenza, infatti, era possibile adottare anche la ruota orizzontale, per queste ultime era necessario l impiego esclusivo di ruote idrauliche verticali. Tali ruote non richiedevano la presenza del complicato meccanismo vitruviano, poiché l asse di rotazione non doveva essere ribaltato ma doveva rimanere orizzontale. Per la creazione del moto alternato si adottò essenzialmente un meccanismo molto semplice e molto antico, conosciuto già nell antichità classica, ma mai applicato a macchine per la produzione su vasta scala prima del Medioevo: l albero a camme. La camma non era altro che una sporgenza, in legno o metallo, fissata su un albero, applicata diffusamente soprattutto per azionare pestelli, mazzuoli e martelli. Nel pestello verticale una camma montata su un albero posto orizzontalmente ruotava entrando in contatto con una sporgenza analoga solidale con l asse verticale che portava al suo estremo inferiore il pestello. La camma, ruotando, sollevava l asse verticale finché durava il contatto, dopodiché esso ricadeva battendo con il pestello sul materiale da frantumare. Nel caso del martello azionato 13 Sugli impieghi dell energia idraulica cfr. B.Gille, Le moulin à eau: une révolution technique médiévale, Techniques et civilisation, III, 1954; R.J.Forbes, cit, ; F.Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme, XVe-XVIIIe si cle. Tome 1. Les structures du quotidien: le possible et l impossible, 1979, Paris; T.S.Reynolds, cit.; T.S.Reynolds, Le radici medioevali della Rivoluzione industriale, Le Scienze, CXCIII,1984. Una sintesi su P.Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Milano,

11 a leva, la camma veniva fatta ruotare contro l estremità munita di martello di un asse orizzontale che faceva leva dall altra estremità; la camma prima sollevava il martello e poi, proseguendo la rotazione, si disimpegnava lasciandolo ricadere. La prima applicazione del sistema a magli e martelli idraulici avvenne probabilmente nella gualcatura - o follatura - della lana (e forse anche nella battitura della canapa). Le notizie più antiche di un impiego in questo settore provengono dalla penisola italiana e sono note per l Abruzzo nel 962, per Parma nel 973, e per il territorio di Verona nel Nei secoli successivi tale macchina si diffuse in tutta Europa, dando il via ad una serie di nuove utilizzazioni, quali ad esempio l industria della carta da stracci. Dalle mazze battenti per la follatura dei tessuti venne probabilmente anche lo stimolo per l uso dell energia idraulica in un settore produttivo di fondamentale importanza, la metallurgia, con l invenzione dei primi magli idraulici. Dunque, quando il mulino da grano ha ormai raggiunto il suo optimum tecnologico, è già diffuso ovunque, in grande quantità ed in tutte le sue varianti, per la tecnologia idraulica si apre un nuovo, vastissimo orizzonte. I mulini per la macinazione continueranno a moltiplicarsi, punteggiando il paesaggio rurale ed urbano, per rispondere alle esigenze alimentari di una popolazione che sarà in continuo aumento; ma il meccanismo in sé, le ruote, le macine, gli ingranaggi, non subiranno che variazioni minime, in una sorta di stasi che si protrarrà fino all età industriale. La ricerca di nuove soluzioni tecniche avverrà, invece, in altri settori, che possono veramente essere definiti protoindustriali. La forza dell acqua, imbrigliata per ottenere l energia necessaria a trasformare le materie prime in prodotti semilavorati o finiti, determinerà un aumento notevolissimo del potenziale produttivo entro alcuni poli manifatturieri già esistenti, ne farà nascere di completamente nuovi; la sua mancanza o scarsità, invece, sarà uno dei maggiori fattori di crisi per interi sistemi produttivi. A partire dalla seconda metà dell Ottocento, mentre soprattutto nelle zone urbane, era già diffuso il sistema di macinazione fondato sui laminatoi a cilindri, che consentiva la produzione di farina più raffinata, nelle zone rurali e di montagna la macinazione a palmenti era ancora in vita e attiva, tanto da garantire ai mugnai un discreto livello di remuneratività. La ragione di questa sopravvivenza sta nella semplicità tecnica dell impianto, che consentiva al mugnaio di svolgere tutto il lavoro, compresa la faticosa manutenzione, soddisfacendo un mercato locale ristretto formato dalle famiglie contadine che chiedevano solo la più grande quantità possibile di farina rispetto al grano conferito. Per questo la bassa macinazione ha resistito per secoli fino a qualche decennio fa, in tante valli dell Italia. 14 Riguardo alle origini della gualchiera idraulica e la sua diffusione in Italia ed Europa durante il Medioevo si rimanda al saggio di P.Malanima, I piedi di legno. Una macchina alle origini dell industria medievale, Milano,

12 1. GLI OPIFICI IDRAULICI IN CALABRIA Se nel resto d Italia, a partire dalla fine del XII sec. i comuni urbani volsero il loro interesse alla questione delle acque tentando a varie riprese di imporvi il proprio controllo, in Calabria i Comuni liberi erano pochissimi, e quasi nessuno poteva affrontare i costi di costruzione di un mulino. L installazione di una di queste strutture infatti, doveva avere costi notevoli, derivanti da tre operazioni fondamentali: in primo luogo la realizzazione di sbarramenti, canali, bacini di raccolta, in secondo luogo l edificazione dell edificio vero e proprio, infine la costruzione dei meccanismi interni in legno e ferro. All investimento iniziale si dovevano poi aggiungere le continue spese necessarie per le opere di manutenzione, quali il ripristino degli sbarramenti via via che essi venivano danneggiati dalle piene, la ripulitura periodica dei canali, la riparazione o sostituzione delle parti usurate dei meccanismi; basti pensare soltanto alle mole, che da sole dovevano costituire un piccolo capitale sia per il loro valore intrinseco che per l onere del trasporto di cui erano gravate. A ciò si deve aggiungere la semplice considerazione che i mulini erano edifici particolarmente soggetti alla completa rovina portata dalle piene e non era infrequente il caso in cui essi dovevano essere riparati, ricostruiti, o addirittura del tutto spostati di luogo, in seguito a violente alluvioni, con conseguente grave danno economico. Avendo bene in mente questa serie di caratteristiche, prescindendo da altre considerazioni riguardanti i diritti sulle acque, appare abbastanza logico constatare che gli opifici si concentrassero nelle mani di quegli organismi o persone che avevano maggior potere ed un patrimonio più solido: in primo luogo gli enti ecclesiastici e le grandi famiglie aristocratiche. In Calabria, fino all eversione della feudalità, i diritti sulle acque e sul loro uso a fini irrigui ed industriali erano esercitati dal feudatario o da quelle famiglie nobiliari che ne avevano acquisito la concessione. La costruzione e l uso dei mulini, dei frantoi, delle gualchiere e di tutte le macchine idrauliche erano soggetti a privative che costituivano un monopolio delle attività lucrative, assoggettando le comunità a pagare la tassa di molitura al barone e la molenda al mugnaio. La legge napoleonica n. 130 del 4 agosto 1806 abrogò i diritti feudali nel Meridione d Italia: con essa non vennero aboliti i diritti di proprietà ma i diritti proibitivi e particolari. Nonostante gli ostacoli contrapposti dai baroni, si costruirono nuovi mulini, ma ciò non permise di eliminare le imposte sulla molitura che rimasero elevate e gravose per le comunità. L Ottocento rappresentò in tutta la regione il periodo di massima espansione di queste strutture produttive; emerge in maniera rilevante il moltiplicarsi degli impianti molitori e del numero delle macine interne ad essi, segno di un razionale sfruttamento di tutte le acque disponibili. Furono costruiti numerosi opifici privati e comunali tanto che nel 1873 i mulini dotati di contatori di giri in Calabria erano 2501, di cui 1052 a Catanzaro, 849 a Cosenza e 630 a Reggio Calabria. Spesso i Comuni entravano in società con i mugnai, a fronte di una parte del reddito prodotto dall impianto. Per l utilizzo e la derivazione di acque pubbliche bisognava richiedere un permesso e pagare una tassa annuale proporzionale alla quantità d acqua sfruttata 1. La molenda variava tra 1/8 e 1/32 di tomolo, variazione che dipendeva da una serie di fattori che andavano dalla funzionalità annuale o stagionale, alla concorrenza a livello locale, alla potenzialità della macchina, all ubicazione e quindi facilità di accesso, allo stato degl impianti, della gora e delle opere di presa ed alla loro manutenzione. Il regime idrico e le condizioni idrogeologiche del territorio caratterizzavano la funzionalità di molti opifici della regione. Le portate molto variabili e per lo più esigue dei corsi d acqua e delle fiumare, costringevano ad un utilizzo stagionale degli impianti, che 1 La procedura per il rilascio del permesso prevedeva che in seguito alla richiesta di costruzione di un nuovo mulino venisse affisso un avviso pubblico per recepire, in un certo intervallo di tempo, eventuali opposizioni da parte di coloro che ritenevano di subire eventuali danni dalla costruzione dell opificio. Trascorsi i termini stabiliti un tecnico del Genio Civile, dopo un sopralluogo redigeva una relazione sulla fattibilità tecnica dell impianto, l inesistenza di danni al demanio e a privati e calcolava infine l importo della tassa in questione. 10

13 venivano ulteriormente penalizzati da regolamentazioni d uso delle acque. Queste erano basate su consuetudini o su veri e propri disciplinari, ovvero su specifiche concessioni, secondo le quali in ogni caso l agricoltura, soprattutto nei mesi estivi, aveva sempre il diritto di precedenza sulla molitura. L uso delle acque, rappresentò comunque sempre occasione di frequenti controversie, così come quelle che nascevano per le servitù di passaggio dei canali di derivazione e la ripartizione delle spese di manutenzione. Le caratteristiche tecniche dei mulini e delle altre macchine idrauliche, e la struttura architettonica degli edifici entro cui l energia dell acqua svolgeva la sua azione, erano simili in tutta la Calabria. Dei mulini ad acqua ne fanno una descrizione molto accurata e minuziosa il Padula ed il Pelliccia (entrambe in allegato), nei loro saggi sull economia rurale della Calabria dell 800. La ruota orizzontale, malgrado la modesta produttività, rappresentava la tecnologia più appropriata per adeguare l impianto alla grande variabilità di portata stagionale dei corsi d acqua, ma anche alla necessità di costi minori, ed alla maggiore duttilità nell adattarsi alle caratteristiche ambientali del territorio. A tal proposito, nel 1700 Domenico Grimaldi scrive: Sono i molini calabresi di una costruzione così grossolana, che richiedono una grande quantità d acqua, senza poter macinare con quella forza, e regolarità che macinano i molini colla rota a secchi, i quali richiedono minor quantità d acqua, ed eseguiscono il lavoro più regolarmente. In oltre le nostre pietre per macinare sono cattivissime, onde o bisogna trovarne della migliori nell istessa provincia, oppure farli venire dal Genovesato, dove la qualità della pietra contribuisce non poco alla perfezione, e alla bianchezza della farina [ ]dovrebbersi ancora insegnare a mulinari calabresi la maniera di ben macinare il grano, e questo articolo mi sembra assai più rilevante di quanto comunemente credesi. 2 D altronde lo stato di arretratezza delle macchine idrauliche, che non subirono alcuna evoluzione nel tempo, era anche il riflesso della situazione generale in cui versava la regione, ancora all inizio dell 800, dove il sistema produttivo non si svincola dai suoi connotati domestici: la produzione agricola era rivolta esclusivamente all autoconsumo, non esistevano industrie o fabbriche ma solo botteghe, condotte peraltro con tecniche di lavoro rozze e rudimentali. Gli artigiani producevano tutto ciò che era necessario per l uso quotidiano della comunità in cui vivevano e per questo, essendo noti i bisogni delle popolazioni, la produzione era pianificata e regolata. Si aveva conseguentemente, nel sistema produttivo, una certa staticità fenomeno tipico della società feudale la quale impediva qualsiasi mutamento e miglioramento nei metodi di produzione e qualsiasi spinta innovatrice 3. Ad aggravare lo stato d inerzia si aggiungevano una rete viaria insufficiente e la scarsità di fiere e mercati che non favorivano gli scambi. Nella costruzione di un impianto era Foto 1 - Il mulino Taormina a Bova. 2 D.Grimaldi, Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra, Napoli 1770, in Domenico Grimaldi e la Calabria nel 700 a cura di D. Luciano, Assisi-Roma, G. Sole, Viaggio nella Calabria Citeriore dell 800, Amministrazione Provinciale di Cosenza,

14 indispensabile, come prima cosa, valutarne l ubicazione, scelta condizionata dalla natura dei luoghi, dall orografia, dalla stabilità dei terreni e dall accessibilità. Fattori questi che andavano a determinare il buon funzionamento dell opificio, i costi di realizzazione ed il rendimento economico. Molti erano gli opifici esistenti nei centri urbani o nelle strette vicinanze, ma numerosi Foto 2 - Un mulino sul Crati a Terranova da Sibari erano quelli che ad una facilità di accesso avevano dovuto preferire una minore lunghezza ed uno sviluppo meno artificioso della gora, oppure una maggiore stabilità delle varie opere. A queste valutazioni si devono attribuire, probabilmente alcune scelte di localizzazione ardite, come alcuni opifici posti su costoni di gole di torrenti (Foto 1/2) o collocati ad una quota di poco superiore all alveo del fiume. E chiaro che, in questi casi, piene ed alluvioni, ricorrenti in Calabria, caratterizzata da uno storico dissesto idrogeologico, provocavano l inevitabile distruzione di molte strutture edificate lungo le sponde dei corsi d acqua. Le opere di captazione erano, se non acquidotti fatti annualmente con la zappa 4, strutture molto semplici e costruite con materiali deperibili: tavole e pezzi di legno infissi nel letto del fiume, attorno ai quali venivano intrecciati arbusti e rami sottili. Tali palizzate, intercettando fanghiglie e detriti trasportati dall acqua, si irrobustivano rendendo più efficace lo sbarramento. Esse erano soggette a frequenti rifacimenti e manutenzioni, ma rispondevano così alla buona regola di non Foto 3 - Il ponte-canale di un mulino sul torrente Grazia a Tropea ostacolare il deflusso della acque durante le piene. In alcuni casi le prese erano costruite in muratura, come nel mulino comunale di Spezzano Albanese, oppure realizzate con materiali misti: dighe formate in parte di fossati, in parte di tavole e di fabbrica. 3 I canali, le gore, erano generalmente in terra scavati artificialmente, tranne la parte finale, in testa alla torre dove 4 Dalle schede compilate dai sindaci per l inchiesta del 1835 sulla statistica delle acque e dei mulini, Archivio di Stato di Cosenza. cfr. F.Medici, il vecchio mulino ad acqua in Calabria, Laruffa Editore, Reggio Calabria,

15 veniva costruito un manufatto in muratura, o di pietra a secco, a volte con uno o più archi. In alcuni casi il canale era su un elevato in terra o in muratura a secco, e in altri ancora servivano onerose opere di scavo, con vere e proprie gallerie, o di costruzione: come per esempio il ponte-canale che scavalca un vallone e va ad alimentare un mulino a Tropea (Foto 3), quello lungo 140 m di un frantoio a Castrovillari (Foto 4), o la gora su una sequenza muraria di 12 archi addossata ad un costone roccioso (Foto 5) di un mulino a Montebello Ionico. Alcuni mulini, si alimentavano dalla stessa gora: collocati in serie, come i due mulini di Civita (Foto 6), o in cascata come quelli di Fuscaldo (Foto7), disposizione che permetteva così la suddivisione dei costi di costruzione e di manutenzione. In alcuni impianti calabresi il canale terminava in un serbatoio, realizzato in terra o in muratura di ampiezza variabile, che ne consentiva il funzionamento ad intermittenza, anche quando la portata non era sufficiente. Le dimensioni di canale e vasca di raccolta determinavano il margine di autonomia operativa del mulino: il mugnaio conosceva la quantità di granaglie macinabili con una sola svuotata, e l intervallo tra Foto 4 - Il ponte-canale del frantoio Gallo a Castrovillari Foto 5 - La gora sulla fiumara Sant Elia a Montebello Jonico Foto 6 - I mulini in serie di Civita 13

16 una macinatura e l altra dipendeva dalle dimensioni e dalla portata stagionale del corso d acqua. Le torri, chiamate saette rappresentano gli elementi architettonici più visibili e riconoscibili degl impianti a ruota orizzontale. Gli opifici idraulici calabresi presentano una notevole varietà di tipologie di torri, che caratterizzano anche simbolicamente l archeologia idraulica della regione. Ricche di forme originali: sebbene alcune fossero ridotte all essenzialità funzionale, altre erano ornate di elementi decorativi (Foto 8/9/10). Solitamente in muratura di pietrame, le più antiche erano costruite in legno di castagno o di quercia e di altezza compresa tra i 6 ed i 20 m circa. Il condotto, a sezione variabile, era in arenaria o altra pietra locale (in rari casi in muratura di mattoni), con anelli di diametro sempre più piccolo. Alla bocca del condotto era posta una griglia, in Foto 7 - I mulini a cascata di Fuscaldo Foto 9 - Le torri dei mulini in cascata Condoleo a Scilla legno o metallo (Foto 11), che doveva trattenere i materiali trasportati dall acqua, quali erba, rami e detriti, e spesso era protetta da una copertura piana o a forma di cupoletta (Foto 12/13). L accesso dell acqua era regolato da due paratoie a scorrimento verticale, che la deviavano quando non serviva o in caso di eccedenza. Il condotto terminava al piede con un blocco di pietra dotato di due aperture, una trapezoidale o rettangolare posta più in alto, l altra cilindrica ad asse orizzontale in cui era alloggiato il portaboccagli in legno. Quest ultimo era un cilindro con foro conico coassiale che conteneva il boccaglio vero e proprio in lamiera di ferro. Queste opere andavano realizzate con una certa cura, era richiesto pertanto l impiego di maestranze specializzate come scalpellini e muratori, che dovevano prestare attenzione anche nel montaggio dei vari elementi. 14

17 Foto 10 - La torre del mulino Ruffo a Rosalì di Reggio Calabria Foto 11 - Griglia in legno nella bocca della saetta Foto 8 - La torre del mulino Veltri a S. Marco Argentano Foto 12 - La torre con la cupoletta di un mulino a Nicotera Foto 13 - La copertura piana della torre del mulino Loiacono a Drapia Le strutture architettoniche erano improntate alla massima semplicità, prive di qualsiasi 15

18 ornamento. Strettamente funzionali all installazione degl impianti e alla loro gestione, gli sviluppi planimetrici si componevano di vani adiacenti, in uno dei quali erano situati gli organi meccanici, un altro fungeva da deposito di attrezzi e granaglie. Generalmente ad un piano fuori terra e costruiti in muratura di pietrame, erano coperti a tetto ad una o più falde, con orditura in legno e manto di copertura in coppi di Foto 14 - Il carceraio con la ruota idraulica laterizio prodotti localmente. In un vano sottostante, alto non più di 1.50 m e coperto a volta, leggermente sfalsato rispetto alla torre, vi era il canale di rifiuto, dal quale defluiva l acqua dopo aver azionato la ruota, ospitata nello stesso ambiente insieme ad altri impianti accessori. Si trattava di un vero e proprio cunicolo, chiamato carceraio (carcara), che creava non poche difficoltà durante le operazioni di montaggio e di manutenzione (Foto 14). Meno frequenti sono gli edifici a due livelli, dove il piano superiore comprendeva l abitazione per la famiglia del mugnaio, ed altri in cui al piano terreno era ricavata una stalla, dove si ricoveravano le bestie dei clienti ed il mulo che quasi tutti i mugnai possedevano ed utilizzavano per il trasporto del grano e della farina. Altri ancora erano situati vicino all abitazione padronale o all interno di complessi rurali, come il mulino e gualchiera Rocco a Morano (Foto 15). Foto 15 - Il complesso rurale Rocco a Morano Calabro Per quanto concerne il funzionamento dell apparato macinante interno ai mulini, gli 16

19 elementi costitutivi principali erano: l asse verticale del mulino, costituito da un grosso palo, fino alla metà dell 800 in legno, poi in ferro (per applicarvi il contatore di giri della macina). L estremità superiore di questo palo passava attraverso un foro aperto nella volta del carceraio, poi attraverso l occhio della mola inferiore (sottana), ed era fissata alla mola superiore (soprana) mediante una barra trasversale, la nottola. Ciò permetteva alla macina superiore, mobile, di ruotare liberamente sopra la macina inferiore, che rimaneva fissa. La pietra da cui erano ricavate doveva, ovviamente, essere durissima ed era quindi importante che cave adatte all approvvigionamento di nuove mole non fossero troppo lontane: spesso il costo di trasporto delle macine incideva non poco sui costi di attivazione e manutenzione straordinaria di un mulino. Le cave che fornivano le mole dei mulini comunali erano per la provincia di Cosenza ad Altomonte, a Belvedere e a Longobucco, altre cave di granito si trovavano a San Giovanni in Fiore e a S Eufemia d Aspromonte. Queste pietre furono parzialmente soppiantate dalle mole provenienti dalle cave francesi di La Fertè, perché realizzate in più parti, che venivano poi montate in opera, murandole con gesso. Le mole venivano poi cerchiate, spianate e rifinite con cura. Appesa al di sopra delle macine, si trovava la tramoggia, contenitore in legno sagomato ad imbuto che portava il grano da macinare ed alimentava dall alto l apertura della macina rotante. Generalmente un contenitore in legno di forma circolare, detto palmento circondava la coppia di macine in modo tale che la fuoriuscita della farina poteva avvenire soltanto da un apposita apertura praticata nel palmento stesso. All estremità inferiore dell albero motore si trovava il meccanismo cruciale per il movimento, il già più volte citato ritrecine. Una grande varietà di ruote idrauliche caratterizza gl impianti calabresi, riscontrabile sia nei materiali, in legno di pioppo o in ferro, sia nelle dimensioni e nel numero di pale. Il ritecine era assicurato saldamente al palo, e poteva muoversi appoggiandosi al punteruolo (rospo), una sporgenza di ferro sagomata a punta con la quale in basso terminava l albero. Il rospo girava su una bronzina, la ranula, a sua volta inserita in un ceppo fissato al pavimento del carceraio. Ogni mulino richiedeva, per garantire una buona efficienza, un continuo lavoro di manutenzione: innanzitutto le macine, che venivano sostituite dopo un certo numero di anni d uso, dovevano essere continuamente scalpellate, in quanto con l attrito tendevano a diventare lisce. Per ottenere una buona farina e risparmiare tempo, ed acqua, era importante il grado di aguzzatura delle macine, in particolare la macina inferiore doveva essere incisa con solchi obliqui a raggiera, che permettevano una maggiore resa e facilitavano la fuoriuscita della farina. A tal fine esisteva un congegno che permetteva di regolare il sollevamento della macina superiore, operazione che consentiva di macinare semi differenti. L ordinaria e straordinaria manutenzione dei macchinari, delle opere idrauliche e delle strutture murarie del mulino, era in genere compiuta dal mugnaio tanto da farne un "tecnico" specializzato, mestiere che spesso veniva tramandato di padre in figlio, dando origine a vere e proprie "casate" di mugnai, che talvolta riuscivano a diventare proprietari dei mulini. Il mugnaio non godeva di una buona fama, per via della delicatezza del suo ruolo in una società perennemente affamata, e per le notevoli possibilità di frode che, secondo la pubblica opinione, poteva mettere in opera. Si boi mparà i figghji malandrini: a scola e allu mulini è un vecchio proverbio moranese 5 in cui traspare evidente il sentimento di ostilità della popolazione nei confronti del mugnaio che, al contrario del contadino, era meno sottoposto all andamento dei raccolti: la molenda (cioè la sua percentuale) non variava e difficilmente il mugnaio pativa la fame, anche in tempi di carestia. I contadini, comunque, dai pericoli di frode si difendevano seguendo direttamente le operazioni di macinatura; il mulino brulicava così di vita (Foto 16), diventava uno dei centri d incontro più importanti nella modesta società rurale, luogo di incontro e di scambio dominata da una figura, quella del mugnaio, che poteva rivestire connotati assai diversi: contadino, artigiano, imprenditore, ma di certo un ruolo d importanza sociale. A contatto con una, seppur modesta, realtà tecnologica, e immerso in un piccolo 5 V. Severini, Raccolta di proverbi moranesi, Castrovillari,

20 commercio, il mugnaio rappresentava una delle figure più dinamiche dell altrimenti statica realtà pre-industriale. Allusioni d altro tipo sull intraprendenza del mugnaio si evincono da una canzone popolare del cosentino riportata dal Padula: Appena fa la rora, ed è matinu U mulinaru va a trocculiari. U mulinaru si chiama Ntoninu: <Susiti, ca volimu macinari. Venitinni cu mia, biellu rubinu, bella farina chi vulimu fari! Ca ci ni jamu arrietu lu mulinu, facimu u juoco cu lu matassaru> 6 Nonostante molti opifici siano rimasti efficienti fino agli anni 50 ed anche oltre, il Novecento segna una lenta crisi che, nell arco di pochi decenni, porta alla chiusura della quasi totalità dei mulini e frantoi della regione. Le ragioni di questo declino sono molteplici ed andrebbero analizzate in specifico per ogni singola area; possiamo dire però che l istituzione di nuove tasse per l uso dell acqua, l affermarsi di un mercato nazionale con nuove regole, l arretratezza delle tecniche e degli impianti industriali, l abbandono delle piccole coltivazioni di grano per autoconsumo e, non ultimo, l avvento dell energia elettrica risultarono Foto 16 - Il mulino Mainieri di Morano Calabro in una foto degli anni trenta determinanti per l inversione di un trend fino ad allora in crescita. Il progressivo abbandono della ruota idraulica si ebbe a vantaggio del motore elettrico; molti stabilimenti si adeguarono alla nuova energia, ma per altri la localizzazione si tradusse in uno svantaggio. L energia 6 V. Padula, Calabria prima e dopo l Unità, a cura di A. Marinari, Bari,

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