Ispettorato Pensioni. I quaderni dell ispettorato. L età pensionabile delle donne nella Pubblica Amministrazione

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1 Ispettorato Pensioni I quaderni dell ispettorato L età pensionabile delle donne nella Pubblica Amministrazione

2 Ispettorato Pensioni I Quaderni dell Ispettorato L età pensionabile delle donne nella Pubblica Amministrazione Febbraio 2010 Responsabile Pasquale Gratteri a cura di Sonia Basilici e Gianni Farrace Redazione Daniela De Sanctis

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4 In occasione della II Edizione delle Giornate di Studio, Le pensioni nella Pubblica Amministrazione: evoluzione, istituti, procedure. Legge 6 agosto 2008 n. 133, organizzata dall Ispettorato Pensioni nei giorni 1-2 aprile 2009, è stata presentata la serie de I Quaderni dell Ispettorato, il cui primo numero è stato dedicato a Il riconoscimento della causa di servizio. Con la presente seconda pubblicazione si è inteso affrontare un tema di attualità, oggetto di un vivace dibattito e con profonde ripercussioni sulla società civile: l età pensionabile delle donne che lavorano nella Pubblica Amministrazione, il cui progressivo innalzamento è stato disposto con l art. 22 ter della L. 3 agosto 2009 n. 102, in attuazione della sentenza n. C-46/07 della Corte di Giustizia delle Comunità Europee del 13 novembre La scelta dell Ispettorato Pensioni della Sapienza di dare vita a Quaderni tematici, con cadenza semestrale, dove affrontare, analizzare ed approfondire, di volta in volta, aspetti di interesse previdenziale, rappresenta non solo un efficace strumento di aggiornamento degli addetti ai lavori, nonché di valorizzazione del bagaglio di conoscenze e competenze del personale dell Ispettorato Pensioni, ma anche di informazione a tutti i dipendenti di questa Università. E auspicabile che l iniziativa si possa, per il futuro, arricchire dell intervento anche da parte di esperti esterni alla Sapienza, coinvolgendo, così, nella discussione le Università che vorranno offrire il loro contributo. CARLO MUSTO D AMORE

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6 Prima di procedere all esame delle norme in tema di età pensionabile della donna nella P.A. è forse utile illustrare qualche dato statistico tratto dalla realtà socio-economica. Innanzitutto va detto che, secondo i dati Istat relativi all anno 2007, l aspettativa di vita maschile in Italia è vicina ai 78,5 anni mentre quella femminile è di 84 anni (due anni in più rispetto alla media dell Unione Europea) 1. Chi arriva a 60 anni ha un aspettativa di vita di 22 anni, se uomo, e di 26,5, se donna. Chi arriva ai 65 anni, poi, può sperare sempre stando alle statistiche di vivere almeno 12 anni in buona salute. I dati sopra riportati relativi alla longevità degli italiani, combinati con i dati relativi alla ben nota denatalità che caratterizza da tempo il nostro Paese, danno luogo ad un altro, poco invidiabile, record della popolazione italiana: quello dell invecchiamento. La quota di italiani sopra i 65 anni è arrivata al 20%, mentre la quota di italiani al di sotto dei 25 è scesa sotto il 25% (record negativo europeo). Se ai dati precedenti si aggiunge che l Italia è anche uno dei Paesi con più bassa età di pensionamento (l età media di collocamento in quiescenza è di oltre due anni più bassa rispetto a quella dell Unione Europea), il quadro si completa sempre più nei suoi termini reali: in Italia si vive due anni di più e si va in pensione due anni prima (sempre rispetto alla media europea). Ciò comporta che l Italia spenda per le prestazioni pensionistiche circa il 14% del P.I.L., contro meno dell 8% circa speso dal resto del mondo sviluppato. Basterebbero questi dati a giustificare il progressivo innalzamento dell età pensionabile che il legislatore ha operato nel corso degli ultimi anni. In particolare, la condizione femminile in campo previdenziale si rivela in tutta la sua criticità, se a quanto sopra detto si aggiunge che in Italia circa il 60% dei pensionati è donna, a cui è però destinato soltanto il 44% della spesa pubblica per le pensioni (fonte ISTAT/INPS agosto 2009, riferita all anno 2007); la pensione delle lavoratrici risulta, a parità di stipendio, più bassa di quella dei lavoratori del 25-30% 2 ; un età pensionistica di 5 anni più bassa si traduce in una pensione inferiore del 12-15% 3. 1 Dati riportati in: Alessandro Rosina, La pensione? A 65 anni per tutti, articolo del 13 gennaio 2009 in 2 Laura Vitale, intervento a Convegno su Donne e Previdenza, Roma 2 aprile Laura Vitale, ibidem.

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8 Alcuni dati sulle pensioni in cinque Paesi dell UE-15 (Anno 2005) 4 Paesi UE - 15 Età pensionabile (dati anno 2005) Periodo contributivo per la pensione piena Indicizzazione dei trattamenti Italia 60 anni per le donne e 65 anni per gli uomini 40 anni Adeguamento annuale in base all indice dei prezzi al consumo Adeguamento Francia 60 anni per entrambi i sessi 40 anni annuale in base all indice dei prezzi al consumo Adeguamento Germania 65 anni per entrambi i sessi 45 anni annuale in base all andamento delle retribuzioni nette Adeguamento Regno Unito 65 anni per entrambi i sessi 44 anni annuale in base all indice dei prezzi al consumo Adeguamento Spagna 65 anni per entrambi i sessi 35 anni annuale in base all indice dei prezzi al consumo 4 Nicola Quirino, Europa equa e solidale, INPDAP, Roma 2009, pag. 37.

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10 INDICE PARTE I - IL QUADRO NORMATIVO I.1 Le norme fondamentali 3 I.2 Il problema dell età pensionabile 5 I.3 La pensione di vecchiaia 7 I.4 La pensione di anzianità 10 I.5 Il diverso regime tra uomini e donne al vaglio della Corte Costituzionale 11 PARTE II - LA PARIFICAZIONE DELL ETÀ PENSIONABILE II.1 La pronuncia della Corte di giustizia delle Comunità Europee 19 II.2 La controversia 20 II.3 L iter argomentativo della Corte di giustizia 21 II.4 La posizione del Governo Italiano 23 II.5 Osservazioni critiche 23 II.5.1 Giurisprudenza 23 II.5.2 Le argomentazioni sul ricorso della Commissione 24 II.5.3 Commenti e riflessioni 24 II.6 L adeguamento della legislazione italiana alla pronuncia 28 II.6.1 La Commissione di studio sulla parificazione dell età pensionabile 28 II.6.2 La Legge 3 agosto 2009 n II.7 Conclusioni 30 Bibliografia 32 Appendice I Raccolta di giurisprudenza 35 Appendice II - Normativa 47

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12 PARTE I IL QUADRO NORMATIVO

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14 I.1 - Le norme fondamentali Per inquadrare la tematica del pensionamento delle donne nel pubblico impiego è necessario esaminare preliminarmente le norme che contengono i principi in proposito maggiormente rilevanti: gli artt. 3 e 37 della Costituzione e l art. 141 CE (Trattato istitutivo della Comunità Europea), oltre a procedere ad un rapido excursus dell evoluzione normativa in materia pensionistica. Ai sensi dell art. 3 della Costituzione Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (comma 1). La norma stabilisce la c.d. eguaglianza in senso formale; essa esige che tutti i cittadini siano eguali davanti alla legge e, conseguentemente, che non si possano prevedere discriminazioni tra di loro. Il principio, assieme al principio di legalità, assicura il riconoscimento concreto dei diritti fondamentali dell uomo previsto dall art. 2 della Costituzione ( La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell uomo ). Per dare effettività al principio di eguaglianza, il 2^ comma dell art. 3 della Costituzione impone alla Repubblica l obiettivo di rimuovere gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana. È questo il principio di eguaglianza sostanziale che esige, pertanto, secondo una consolidata massima costituzionale, che vadano trattate in modo uguale le situazioni uguali e in modo diverso le situazioni diverse ; esclude, quindi, le parificazioni e le distinzioni immotivate. La Corte costituzionale ha introdotto, a questo proposito, il criterio della ragionevolezza, alla stregua del quale la discriminazione non è considerata incostituzionale se è ragionevole e giustificabile, se cioè ha lo scopo di compensare la situazione di inferiorità in cui alcuni cittadini si trovino 5. L art. 37 della Costituzione dispone: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore (comma 1). Le condizioni di lavoro devono consentire l adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione (comma 2). 5 Tra le numerosissime opere sull argomento, v., per tutti, Commentario alla Costituzione, UTET, Torino, 2006, a cura di Raffaele Bifulco, Alfonso Celotto, Marco Olivetti. 3

15 Nell art. 37 Cost. può leggersi una specificazione del principio di uguaglianza formale di cui all art. 3: con riguardo ai rapporti di lavoro, la disposizione sopra riportata vieta le discriminazioni a danno delle donne e, al tempo stesso, impone l adozione di trattamenti speciali che tengano conto delle peculiarità proprie del ruolo materno e familiare delle donne stesse. Come si vedrà in seguito, sono state soprattutto le norme contenute negli artt. 3 e 37 della Costituzione ad essere prese a parametro per valutare la legittimità costituzionale delle norme di legge in materia di pensionamento delle donne. La L. 9 dicembre 1977, n. 903 ha fissato il principio di parità di trattamento, di cui all art. 37 della Costituzione, confermando l obbligo della parità di trattamento sia economico che normativo. Tale principio è stato ulteriormente ribadito dal D. Lgs. 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle pari opportunità fra uomini e donne). Per comprendere al meglio l evoluzione del principio di uguaglianza tra lavoratrici e lavoratori nell ordinamento italiano, tuttavia, è importante considerare il diritto comunitario. A partire dagli anni 70, infatti, sono state emanate numerose norme comunitarie volte alla realizzazione del principio di parità tra i sessi nel mondo del lavoro: tra le tante, particolarmente rilevanti sono le Direttive del Consiglio delle Comunità europee n. 75/117/CEE e n. 76/207/CEE ( interpretata, quest ultima, come idonea ad impedire la possibilità di licenziamento della donna, per la sola ragione del compimento dell età pensionabile, eventualmente fissata con riferimento ad un limite meno elevato di quello stabilito per l uomo ) 6, e la Direttiva n. 79/7/CEE, sulla parità di trattamento in materia di sicurezza sociale, di cui si parlerà ampiamente in seguito. La Corte di giustizia delle Comunità Europee, sin da quando il dato positivo (all epoca: art. 119 CE - Trattato di Roma 1957) si limitava a prevedere la parità di retribuzione tra lavoratore e lavoratrice, ha compiuto, a sua volta, un opera di progressiva messa a fuoco dei contenuti del principio di parità. I principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte sono stati poi trasfusi nella nuova norma: l art. 141 CE del Trattato di Amsterdam (1997), i cui principi vanno dalla parità di retribuzione di cui al par. 1), all applicazione del principio delle pari opportunità introdotto al par. 3), fino alla completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa, fissata dal par. 4). 6 V. Sentenza Corte Costituzionale 11 giugno 1986, n

16 L art. 141 CE dispone: 1. Ciascuno Stato membro assicura l applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. 2. Per retribuzione si intende, a norma del presente articolo, il salario o trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell impiego di quest ultimo. La parità di retribuzione, senza discriminazione fondata sul sesso, implica: a) che la retribuzione corrisposta per uno stesso lavoro pagato a cottimo sia fissata in base a una stessa unità di misura; b) che la retribuzione corrisposta per un lavoro pagato a tempo sia uguale per uno stesso posto di lavoro. 3. Il Consiglio, deliberando secondo la procedura di cui all articolo 251 e previa consultazione del Comitato economico e sociale, adotta misure che assicurino l applicazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, ivi compreso il principio della parità delle retribuzioni per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. 4. Allo scopo di assicurare l effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa, il principio della parità di trattamento non osta a che uno Stato membro mantenga o adotti misure che prevedano vantaggi specifici diretti a facilitare l esercizio di un attività professionale da parte del sesso sotto-rappresentato ovvero a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali. I.2 - Il problema dell età pensionabile Il tema sul quale è stata maggiormente dibattuta la conformità alla Costituzione delle norme in tema di pensionamento delle donne è sicuramente quello relativo all età pensionabile, cioè l età fissata per legge che, insieme al requisito dell anzianità di lavoro, assicurativa e contributiva, dà diritto alla pensione. La L. n. 903/1977 (Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro), con riferimento alla normativa che stabilisce per la lavoratrice un età pensionabile inferiore (55 anni per le donne, 60 per gli uomini) rispetto a quella prevista per il lavoratore, ha disposto 7 che le 7 Ai sensi dell art. 4 L. n. 903/1977, Le lavoratrici, anche se in possesso dei requisiti per aver diritto alla pensione di vecchiaia, possono optare di continuare a prestare 5

17 donne possano andare in pensione alla stessa età degli uomini, previa presentazione di una domanda, al datore di lavoro, almeno tre mesi prima del compimento dei 55 anni di età 8. Il principio di parità di trattamento, che opera anche in caso di prepensionamento, oltre che nell art. 30 del citato D. Lgs. n. 198/2006 (Codice delle pari opportunità fra uomini e donne), è stato disciplinato da due direttive comunitarie, la n. 79/7/CEE, in materia di regimi legali di sicurezza sociale e la n. 86/378, in materia di regimi professionali di sicurezza sociale, poi recepita dalla direttiva n. 54/2006. In proposito, la direttiva comunitaria n. 79/7/CEE, nell introdurre il principio di parità nei regimi pubblici obbligatori di sicurezza sociale per tutti i lavoratori, dipendenti e autonomi, pensionati e invalidi e le persone in cerca di lavoro, vietando qualsiasi discriminazione in base al sesso, ha nondimeno previsto che gli Stati membri possano non applicare il principio di parità alla fissazione dei limiti di età per la concessione della pensione di vecchiaia; con l invito, peraltro, agli Stati a verificare la giustificazione di tale esclusione tenendo conto dell evoluzione sociale. A proposito di queste eccezioni, la Corte di giustizia delle Comunità Europee, nel 1993, nel precisare che il principio doveva essere applicato anche in favore degli uomini che si fossero trovati in condizioni sfavorevoli, avvertiva che le eccezioni al principio delle pari opportunità in tema di età pensionabile andavano interpretate in modo restrittivo. Della facoltà di non applicazione del principio di parità, prevista dalla direttiva n. 79/7/CEE, l Italia ha fatto uso fino alla L. n. 102/2009 e continua a farne uso per quanto riguarda gli iscritti all I.N.P.S. la loro opera fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini da disposizioni legislative, regolamentari e contrattuali, previa comunicazione al datore di lavoro da effettuarsi almeno tre mesi prima della data di perfezionamento del diritto alla pensione di vecchiaia. Va precisato che la norma, al pari di quella di cui all art. 30 del D.Lgs. n. 198/2006, si applica solo alle lavoratrici iscritte all I.N.P.S. Infatti per le iscritte all I.N.P.D.A.P. vige la norma di cui all art. 4 del D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, che prevede: Gli impiegati civili di ruolo e non di ruolo sono collocati a riposo al compimento del sessantacinquesimo anno di età; gli operai sono collocati a riposo al compimento del sessantacinquesimo anno di età, se uomini, e del sessantesimo anno di età, se donne. 8 La Corte Costituzionale, con sentenza 27 aprile 1988 n. 498, pubblicata in G.U. 4 maggio 1988, ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell art. 4 della L. n. 903/1977 (v. appendice). 6

18 I.3 - La pensione di vecchiaia La pensione di vecchiaia è una prestazione cui si accede al perfezionamento di due requisiti: il raggiungimento dell età pensionabile e l accredito di un numero minimo di contributi. Per i lavoratori dipendenti sussiste l ulteriore requisito della cessazione del rapporto di lavoro. L età pensionabile per il dipendente pubblico, fino al , è pari a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. Il pensionamento al raggiungimento di tale età per le donne è tuttavia solo una facoltà, in quanto anche le donne hanno il diritto di poter lavorare, come gli uomini, fino al compimento del sessantacinquesimo anno di età. Le riforme previdenziali e pensionistiche che si sono susseguite nell ultimo ventennio hanno modificato l età pensionabile, generando un quadro normativo frammentario. Il D.P.R. n. 1092/1973, contenente l Approvazione del Testo Unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato, disciplina, come è noto, il sistema pensionistico statale italiano; in questo testo sono state riordinate le norme pensionistiche emanate nell arco dei quasi 80 anni successivi al precedente Testo Unico in materia pensionistica approvato con R.D. 21 febbraio 1895, n. 70. L art. 4 del D.P.R. n. 1092/1973 disponeva, per i dipendenti statali, che il collocamento a riposo, equivalente alla pensione di vecchiaia, si conseguisse al compimento del sessantacinquesimo anno di età; l unica differenza prevista era quella che riguardava il personale operaio femminile, che andava in pensione a 60 anni. Negli anni 90, col crescere della preoccupazione per il futuro del sistema pensionistico, determinata soprattutto dalla diminuzione della durata media della vita lavorativa, l età pensionabile è divenuta il principale argomento di dibattito nella materia, dibattito che è sfociato nelle due grandi riforme del 1992 e del La prima riforma è stata realizzata in attuazione della L. 23 ottobre 1992, n. 421, mediante il D. Lgs. 30 dicembre 1992, n. 503 (riforma Amato) - modificato dalla L. 23 dicembre 1994, n. 724 che ha, tra l altro, previsto un innalzamento graduale dell età della pensione di vecchiaia 9 per i lavoratori pubblici e privati sino ad arrivare, a regime, a 60 anni per le donne e a 65 anni per gli uomini, limite raggiunto nell anno Tab. A, D. Lgs n. 503/1992, come sostituita dall art. 11 Tab. A Legge n. 724/

19 L insorgenza di vari fattori, primo fra tutti l entità della spesa previdenziale, legato al problema più generale del risanamento della finanza pubblica, e poi il fattore demografico - relativo sia all allungamento della speranza di vita, sia al calo della natalità, sia all esigenza di garantire un trattamento equanime ai soggetti della stessa generazione con trattamenti pensionistici difformi - ha indotto il legislatore a varare un ulteriore riforma di notevole portata, attuata con la L. 8 agosto 1995, n. 335 (riforma Dini). Questa riforma, nell affrontare il problema dell uniformità dei trattamenti pensionistici - per quanto riguarda le pensioni calcolate con il sistema contributivo - ha introdotto lo stesso sistema di calcolo della prestazione pensionistica indipendentemente dalla gestione previdenziale alla quale il lavoratore è iscritto. Pertanto, non è prevista alcuna distinzione di età pensionabile tra uomini e donne: per tutti vale la fascia di età anni (principio dell età flessibile). La donna può però avvalersi di periodi di abbuono sull età pensionabile a seconda del numero dei figli. Nella stessa legge, all art. 2 comma 21, viene data la possibilità alla lavoratrice di poter accedere al pensionamento di vecchiaia al compimento del sessantesimo anno di età. Il legislatore è intervenuto nuovamente sulla materia pensionistica, con la L. 23 agosto 2004, n. 243 (riforma Maroni) che, ancorché entrata in vigore il 6 ottobre 2004, differisce nel tempo gli effetti della maggior parte delle norme, prevedendo nuovi requisiti per il diritto e per l accesso al trattamento pensionistico a decorrere dal 1 gennaio Questa legge, all art. 1 comma 6 lett. b, ha superato il principio dell età flessibile tornando al principio della differenza di età pensionabile fra uomini e donne. Uno dei punti cardine della riforma è stato senz altro l innalzamento dell età per l accesso alla pensione di anzianità, che viene portata, dal 2008, a 60 anni, con almeno 35 anni di contributi, per quanto riguarda la pensione di tipo retributivo. L età anagrafica richiesta è destinata a salire negli anni successivi. La riforma non apporta modifiche sino al 31 dicembre 2007: restano, pertanto, confermate le regole previgenti. Per l accesso alla pensione di vecchiaia, nel sistema di calcolo retributivo o misto, rimangono confermati, anche dopo il 2007, i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla normativa vigente In particolare, si matura il diritto a tale trattamento pensionistico con 65 anni di età per gli uomini e almeno 60 per le donne, congiuntamente a 20 anni di anzianità contributiva, ovvero 15 anni di contributi se in attività lavorativa alla data del 31 dicembre Fino al 31 dicembre 2007, in alternativa, si ha diritto al trattamento pensionistico di anzianità qualora 8

20 Le lavoratrici dipendenti possono, in alternativa ai requisiti più gravosi, previsti a partire dal 2008, accedere alla pensione di anzianità con i precedenti requisiti (35 anni di contributi e 57 anni di età), a condizione che optino per una liquidazione del trattamento pensionistico secondo le regole di calcolo del sistema contributivo. Ulteriore riforma è stata adottata dal legislatore con la L. 24 dicembre 2007, n. 247 (riforma Damiano), che è entrata in vigore il 1 gennaio 2008 ed ha modificato, in parte, alcuni aspetti già disciplinati dalla L. n. 243/2004. Viene confermata la salvaguardia, già prevista dalla riforma Maroni, per i dipendenti che al 31 dicembre 2007 erano già in possesso dei requisiti anagrafici e di anzianità contributiva, ai quali è stata data la possibilità di accedere alla prestazione pensionistica, anche successivamente al 1 gennaio 2008, secondo la previgente normativa. Stessa salvaguardia è prevista per le lavoratrici dipendenti che, prescindendo dai nuovi requisiti richiesti, possono conseguire il diritto a pensione con 35 anni di contribuzione e 57 anni di età, optando per la liquidazione del trattamento secondo le regole di calcolo contributivo. Come anticipato, sulla materia pensionistica, è intervenuta anche la giurisprudenza europea chiamata ad affrontare il nodo della disparità dell età pensionabile tra donne e uomini iscritti all I.N.P.D.A.P., a seguito di una procedura d infrazione avviata dalla Commissione. Si è giunti così alla sentenza 13 novembre 2008, n. C-46/07 della Corte di giustizia delle Comunità Europee, che ha imposto la parificazione dell età pensionabile delle donne a quella dei colleghi maschi, attuata con la L. n. 102/2009. I.4 - La pensione di anzianità Quanto detto fin qui riguarda la pensione di vecchiaia. Non esistono differenze legate al sesso per quanto riguarda, invece, la pensione di anzianità, istituto che rappresenta una peculiarità dell ordinamento italiano, basato sulla possibilità di chiedere il pensionamento prima di raggiungere il limite d età stabilito per la pensione di vecchiaia, a condizione di possedere i requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla legge. l iscritto abbia maturato 40 anni di anzianità contributiva, a prescindere dall età anagrafica, qualora espressamente indicato come limite di servizio dai regolamenti organici dei singoli enti o da specifiche norme contrattuali. 9

21 Nondimeno in passato, alcuni regimi speciali, come quelli del pubblico impiego e dei dipendenti di enti locali, avevano previsto requisiti di anzianità molto più bassi di quelli dell I.N.P.S. e ancora più bassi per le donne coniugate e con prole. Nel T.U. (D.P.R. n. 1092/1973) era prevista, infatti, una forte salvaguardia per le donne sposate o con prole che, in base all art. 42, potevano chiedere il pensionamento anticipato con anni 14, mesi 6, giorni 1 di servizio utile, con il percepimento differito della pensione e con la concessione di un abbuono fino a maturare il minimo pensionabile di 20 anni 11. L art. 8 del D. Lgs. n. 503/1992, dal 1 gennaio 1993, per le suddette ipotesi di cessazione anticipata dal servizio, ha confermato il suesposto beneficio, se già raggiunto alla data del 31 dicembre 1992, per il conseguimento del diritto alla pensione di anzianità nel limite dei 20 anni di servizio effettivo. La norma generalmente è stata considerata di favore per le donne in relazione alla essenziale funzione familiare richiamata dall art. 37 della Costituzione. Come è noto, nel 1992 il D.Lgs. n. 503, con l omogeneizzazione dei regimi pensionistici che ha previsto il requisito dei 35 anni di contribuzione e l introduzione del requisito dei 57 anni di età anagrafica per la pensione di anzianità, ha posto fine al fenomeno delle c.d. pensioni baby. Nella L. n. 335/1995 il requisito dell anzianità contributiva era salito a 40 anni senza differenze tra uomini e donne. Successivamente, la L. n. 243/2004 ha individuato per le donne una previsione più favorevole. Seppure in via sperimentale, dal 2008 fino al 2015 le lavoratrici, che avessero accettato il sistema di calcolo contributivo, avrebbero potuto godere della pensione di anzianità con i requisiti precedenti, ovvero 35 di contribuzione e 57 anni di età (anziché i 60 previsti per gli altri casi). La L. n. 247/2007 a sua volta ha previsto un innalzamento graduale dell età anagrafica (di un anno invece che tre) a partire dal 2008 fino al 2013, senza differenze di genere. 11 L art. 42, comma 2, del D.P.R. n. 1092/1973 dispone: Nei casi di dimissioni, di decadenza, di destituzione e in ogni altro caso di cessazione dal servizio, il dipendente civile ha diritto alla pensione normale se ha compiuto venti anni di servizio effettivo; al comma 3 ha previsto che alla dipendente dimissionaria coniugata o con prole a carico spetta, ai fini del compimento dell anzianità di venti anni di servizio effettivo, un aumento del servizio effettivo sino al massimo di cinque anni. 10

22 I.5 - Il diverso regime tra uomini e donne al vaglio della Corte Costituzionale Come si è visto, a più riprese il legislatore ha introdotto un diverso regime tra uomini e donne. In proposito la giurisprudenza amministrativa, contabile e costituzionale si è, nel corso degli anni, più volte pronunciata esprimendo giudizi diversi 12. La Corte Costituzionale si è espressa in materia di differente età pensionabile tra uomo e donna in numerose occasioni 13. Nella sentenza n. 123 dell 11/07/1969, la scelta del legislatore di prevedere un età pensionabile inferiore per la donna lavoratrice è giustificata con l esigenza di salvaguardare l essenzialità della funzione familiare della donna, richiamata dall art. 37 della Costituzione (sul presupposto che la attitudine al lavoro in via di massima, viene meno nella donna prima che nell uomo, in genere di maggior resistenza fisica e che la lavoratrice, raggiunto il cinquantacinquesimo anno di età, è opportuno torni ad accudire esclusivamente la famiglia ). La sentenza. n. 137 del 15/07/1969 ha stabilito che la norma contenuta nell art. 12 del R.D.L. 14 aprile 1939 n. 636, convertito in Legge 6 luglio 1939 n. 1272, così come modificato dall art. 2 della Legge 4 aprile 1952 n dettata per la pensione di vecchiaia e di invalidità e di recente applicata alla pensione di anzianità - non è in contrasto con gli artt. 3 e 37 della Costituzione, nonostante prescriva per la donna una pensione inferiore a quella dell uomo, a parità di retribuzione e di contribuzione. E ciò perché, ai fini della pensione di vecchiaia, occorre tener conto dell importanza che, nella relativa liquidazione, assume il maggior periodo di tempo di prestazione d opera, in quanto per la donna si tratta di pensione percepita a 55 anni e per l uomo a 60 anni, cioè dopo altri 5 anni di lavoro. Ed occorre tener presente altresì che, per il meccanismo di calcolo prescritto in detto art. 12 del R.D.L. n. 636 del 1939, se la donna differisce il pensionamento fino al sessantesimo anno, ogni disparità scompare e, successivamente, dal sessantesimo al sessantacinquesimo anno, le due pensioni aumentano in condizione di parità, sulla base di percentuali uguali. La disparità, cioè, è soltanto iniziale ed è dovuta al fatto che il lavoratore si inserisce nella scala degli importi di pensione a sessanta e non già a cinquantacinque anni. Queste considerazioni 12 In appendice è riportata, in ordine cronologico, una raccolta di massime giurisprudenziali. 13 Le massime delle sentenze citate sono in appendice. 11

23 inducono a pervenire alle medesime conclusioni per la pensione di invalidità e di anzianità, atteso che la posizione dell uomo e della donna, nell assicurazione obbligatoria, non va valutata in funzione di ogni singola prestazione, ma globalmente, per tutti gli eventi protetti, in quanto il rapporto assicurativo della previdenza sociale ha la caratteristica fondamentale dell unitarietà, realizzandosi la tutela attraverso un unica assicurazione ed un uniforme disciplina rispetto alle obbligazioni contributive. Nella sentenza n. 137 del 18/06/1986, emessa con riferimento alla legislazione vincolistica in tema di licenziamento, il giudizio è stato ribaltato nel senso dell illegittimità costituzionale della normativa (art. 11 della L. 15 luglio 1966, n. 604; art. 9 del R.D.L. 14 aprile 1939, n. 636, conv. in L. 6 luglio 1939, n. 1272, modificato dall art. 2 della L. 4 aprile 1952, n. 218; art. 15 D.L.C.P.S. 16 luglio 1947, n. 708; art. 16 L. 4 dicembre 1956, n. 1450) che prevede per il conseguimento della pensione di vecchiaia da parte della donna un età anticipata rispetto a quella prevista per l uomo. A questo giudizio la Corte è pervenuta innanzitutto prendendo in considerazione diversi fattori che hanno inciso sull attitudine lavorativa della donna: innanzitutto l evoluzione normativa della materia [emanazione della L. 20 maggio 1970, n. 300 (Statuto dei lavoratori); della L. 30 dicembre 1971, n (sulla tutela della maternità); le leggi di riforma della scuola (L. 18 marzo 1968, n. 444; D.P.R. 31 maggio 1974, n. 420; L. n. 349/1974; D.L. n. 13/1976; ecc.); la legge di riforma del diritto di famiglia (L. 19 giugno 1975, n. 151)], l avvento di nuove tecnologie, l evoluzione della giurisprudenza del lavoro, nonché dell ordinamento comunitario nel senso di una sempre più incisiva applicazione del principio di parità fra uomo e donna. Tutti questi fattori, per quanto riguarda la donna lavoratrice, hanno inciso profondamente, a giudizio della Corte, non solo sulle condizioni di lavoro che la riguardano in modo particolare, ma anche sull attitudine lavorativa della stessa. La sentenza n. 498 del 21/04/1988 ha dichiarato costituzionalmente illegittimo - per violazione degli artt. 3 e 37 Cost. - l art. 4 della L. n. 903/1977, nella parte in cui subordina il diritto delle lavoratrici, in possesso dei requisiti per la pensione di vecchiaia, di continuare a prestare la loro opera fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini da disposizioni legislative, regolamentari e contrattuali, all esercizio di un opzione in tal senso, da comunicare al datore di lavoro non oltre la data di maturazione dei predetti requisiti. (Stante che l età lavorativa deve essere eguale per la donna e per l uomo, rimane fermo il 12

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