Percorsi di uscita dall'occupazione verso la pensione

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1 Le politiche sociali in Italia nello scenario europeo PRIMA CONFERENZA ANNUALE ESPANET ITALIA 2008 ANCONA, 6-8 NOVEMBRE 2008 Sessione n. 3 Le politiche per gli anziani: tra invecchiamento attivo e cura Percorsi di uscita dall'occupazione verso la pensione Francesco Pirone UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica Via Ponte Don Melillo, Fisciano (SA), Italia Tel Cell Contatto Skype: francesco.pirone Ancona, settembre 2008

2 Percorsi di uscita dall'occupazione verso la pensione di Francesco Pirone 1. Introduzione A fronte di un sensibile processo d invecchiamento della forza lavoro, in Italia si assiste ad una crescente discriminazione occupazionale verso i lavoratori anziani che vengono precocemente spinti fuori dal mercato del lavoro, determinando quello che è stato definito il paradosso dell invecchiamento funzionale in società demograficamente senescenti (Carrera, Mirabile, 2000: 14). Questo fenomeno s inquadra in un processo più generale che riguarda la destrutturazione del tradizionale percorso lavoropensione. La transizione dal lavoro alla pensione, infatti, si va progressivamente frammentando ed individualizzando, secondo dinamiche che coinvolgono l intera struttura del corso di vita e non soltanto le età più mature, in particolare, spesso accade che il momento dell uscita dal mercato del lavoro non coincide più con il pensionamento, segnando un fenomeno di desincronizzazione nel più ampio quadro della destrutturazione del corso di vita ternario (Abburrà, Donati, 2004; Caradec, 2008). La conseguenza di questo processo è la comparsa di nuovi rischi di esclusione sociale tra la fine del lavoro, relativamente precoce, e l accesso alla pensione, sempre più posticipato, connessi all invecchiamento e alla perdita della capacità di reddito, rispetto ai quali il sistema di ammortizzatori sociali riesce a garantire soltanto una parte, progressivamente più esigua, di lavoratori (Paci, 2005). Inoltre, i sempre più rapidi processi di ristrutturazione produttiva aumentano l instabilità occupazionale nella fase finale della carriera lavorativa, anticipando il processo di espulsione precoce dal mercato del lavoro, fino a coinvolgere persone poco più che quarantenni. Questi fenomeni sono stati affrontati prevalentemente dal lato previdenziale con interventi mirati all innalzamento dell età per il pensionamento e l inasprimento dei criteri di accesso alla pensione, mentre minore attenzione è stata data ai meccanismi che spingono precocemente fuori dal mercato del lavoro le persone avanti con gli anni e ai percorsi di transizione che dall occupazione portano al pensionamento. Il paper si sofferma proprio sui percorsi di transizione dal lavoro alla pensione per i lavoratori dipendenti, soffermandosi sui meccanismi di regolazione dell uscita dal mercato del lavoro e sull esperienza soggettiva dei lavoratori nella transizione verso il pensionamento. L analisi poggia su una ricerca di campo qualitativa condotta tra i lavoratori anziani di una grande impresa industriale italiana che a partire dalla ricostruzione del contesto d impresa ha analizzato come i meccanismi di regolazione dell uscita dall occupazione e della transizione verso la pensione si modificano in diversi contesti territoriali e come questi investano in maniera differenziata i lavoratori in ragione della loro diversa professionalità e delle caratteristiche del mercato locale del lavoro e, più in generale, del contesto socio-istituzionale locale. Il paper è strutturato in tre parti. La prima è dedicata alla ricostruzione dei caratteri macroistituzionale di regolazione della transizione dall occupazione verso il pensionamento in Italia. Rifacendosi all approccio della Political Economy of Ageing, si presenteranno i risultati dell analisi della condizione occupazionale dei lavoratori anziani in Italia, soffermandosi sulle spinte all uscita anticipata dal mercato del lavoro contenute nel sistema di welfare e nelle pratiche delle relazioni industriali. La seconda parte è dedicata alla presentazione dell architettura della ricerca di campo, soffermandosi sui 2

3 risultati dell analisi del contesto d impresa considerato (Alfa Romeo - Fiat Group), sulle caratteristiche dei mercati del lavoro interni ed esterni ai due stabilimenti indagati (Arese, provincia di Milano; Pomigliano d Arco, provincia di Napoli), soffermandosi in particolare sulla condizione occupazionale e sociale dei lavoratori anziani nei due contesti territoriali. La terza parte è, infine, focalizzata sull analisi dei percorsi di uscita dall occupazione e di transizione verso il pensionamento, attraverso la presentazione di due tipologie di percorsi elaborate a partire dall analisi della base empirica raccolta: la prima riferita ai percorsi di uscita dalla fabbrica, focalizzata sui fattori che incentivano l uscita precoce dall occupazione; la seconda riferita ai percorsi di riattivazione lavorativa una volta fuori dalla fabbrica, individuando i fattori che incentivano diverse forme di riattivazione. In relazione ai risultati dello studio, in conclusione si discutono alcune implicazioni per le politiche d invecchiamento attivo. 2. La regolazione istituzionale della transizione dall occupazione alla pensione in Italia Con riferimento all approccio teorico della Political Economy of Ageing, sviluppatosi soprattutto a livello europeo (Kohli et al. 1991; De Vroom et al., 2004), il fenomeno dell uscita precoce viene analizzato in relazione ai meccanismi di regolazione del mercato del lavoro e della loro interazione con il funzionamento dei sistemi di protezione sociale e le pratiche di contrattazione tra le parti sociali. In questo filone di ricerca è stato superato il concetto di uscita precoce 1 (early exit) per sviluppare quello di percorso istituzionale di uscita dal mercato del lavoro (pathways out), inteso come la risultante dalla combinazione di strumenti istituzionali in grado di guidare la fase di transizione fra l uscita definitiva dal mercato del lavoro e il pensionamento. D altra parte, come evidenzia Mirabile, l introduzione del concetto di percorsi d uscita risponde adeguatamente all esigenza di identificare con un unico termine la pluralità di strumenti che in diversi paesi definiscono per tappe successive, oppure sanzionandola in maniera secca e definitiva, l uscita dei più anziani dal lavoro (Mirabile, Carrera, 2003: 19). Secondo questo approccio l interazione tra le dinamiche economiche e del mercato del lavoro con fattori istituzionali, determina il ventaglio dei possibili percorsi d uscita dal mercato del lavoro, all interno del quale i lavoratori possono orientarsi per transitare verso la pensione I caratteri strutturali dell occupazione degli over 50 in Italia Il Consiglio Europeo di Stoccolma nel 2001 indicava come obiettivo per il 2010 il raggiungimento di un tasso di occupazione pari al 50% per i lavoratori di età tra 55 e 64 anni. In Italia, nel 2005, tale valore si attestava al 31% e tra i paesi dell UE 15 era il più basso tasso di occupazione per i lavoratori anziani (Graf. 1). I dati occupazionali in questa classe d età, al contrario di quanto appare ad una prima lettura, sono relativamente peggiorati, visto che la crescita dell occupazione nel periodo ha avuto un impatto percentuale sulla corte anni, pari alla metà di quello che si è registrato sull intera popolazione in età da lavoro. Ma l uscita precoce dal mercato del lavoro è evidenziata soprattutto dal basso tasso di attività: un lavoratore su tre tra 55 e 64 anni si offre sul mercato del lavoro. 1 Per una ricostruzione del dibattito internazionale sull early exit si rimanda al saggio di Viciguerra (1999). 3

4 Grafico 1 Alcuni paesi dell UE per la differenza tra il tasso di occupazione per classi d età e la media UE-15. Anno Y Svezia Regno Unito Danimarca 10 Irlanda Finlandia 5 Portogallo Germania Paesi Bassi Spagna X 0 Grecia Francia -5 Italia Belgio Lussemburgo -10 Austria -15 Asse X: Differenza tra tasso di occupazione anni del paese e la media UE-15. Asse Y: Differenza tra tasso di occupazione anni del paese e la media UE-15. Fonte: Eurostat, Labour Force Survey, anni vari. Nostra elaborazione. La riduzione dei tassi di occupazione dei lavoratori anziani ha origini strutturali nella crisi del regime di regolazione fordista-keynesiano e la rottura del contratto sociale fordista (Ambrosini, Ballarino, 2000; Morlicchio, Pugliese, 2005). A partire dalle ristrutturazioni industriali dei primi anni Ottanta la riduzione della occupazione nell industria manifatturiera si è tradotta prevalentemente in processi di sostituzione di manodopera secondo il modello young in-old out (Contini, Rapiti, 1994) con il pensionamento precoce dei lavoratori più anziani. Le eccedenze strutturali di forza lavoro sono state quindi gestite con strumenti previdenziali e ammortizzatori sociali al fine di accompagnare verso la pensione i lavoratori anziani, anche se ancora lontani dalla soglia anagrafica per il pensionamento, al fine di ridurre la conflittualità sociale. Si osserva, infatti, che nei settori industriali la tendenza alla uscita precoce è stata più accentuata e che alcune occupazioni, cioè quelle che richiedono più bassi livelli di qualificazione professionale e un maggior contenuto manuale, hanno avuto un più elevato tasso di turnover. In Italia questi aspetti sono stati rinforzati da un modello di sviluppo industriale in cui la domanda di lavoro ha espresso una preferenza per la forza lavoro nel fiore delle età (De Cecco, 1972; Paci, 1973), cioè per quei segmenti di offerta in età matura ritenuti più produttivi per la capacità di resistenza ad intensi ritmi di lavoro e per una più elevata disponibilità all adattamento. Un carattere strutturale che, oltre gli andamenti congiunturali del mercato del lavoro, segnala una situazione in cui alle difficoltà occupazionali dei giovani, si sommano quelle degli anziani, secondo una logica young out, old out (Marcaletti, 2007). Nell ultimo decennio, però, mentre si riduceva il tasso di disoccupazione generale, è andato aumentando significativamente la disoccupazione dei lavoratori in età avanzata, in particolare quelli più dequalificati con bassi titoli di studio (Biagioli et al. 4

5 2004; Paci, 2005). Si tratta di un fenomeno nuovo rispetto al tradizionale modello italiano di disoccupazione che riguardava prevalentemente giovani, donne e meridionali (Pugliese, 1993). Per i lavoratori anziani, data la difficoltà di rioccupazione, si registra spesso l uscita dal mercato del lavoro, per un effetto scoraggiamento che si è sommato ai percorsi di scivolamento tutelato verso la pensione. Questi fenomeni sono collegati all affermazione di modelli produttivi più flessibili e alla deregolamentazione del mercato del lavoro. Secondo il modello centro-periferia della gestione delle risorse umane (Harvey, 1997; Dore, 2005), si osserva, infatti, un ampliamento dell area della perifericità nel mercato del lavoro, con la conseguenza, da una parte, dell aumento ulteriore della vulnerabilità dei gruppi sociali tradizionalmente svantaggiati, e dall altra, dell espulsione dal nucleo forte di nuovi gruppi di lavoratori, tra cui quello dei più anziani dequalificati che sono sempre meno garantiti dal sistema di protezione sociale. I processi di deregolamentazione del mercato del lavoro, inoltre, soprattutto in contesti con forti eccedenze strutturali di forza lavoro, consentono alle imprese di selezionare le componenti più produttive, economiche e maggiormente adattabili alle esigenze aziendali. L orientamento selettivo delle imprese, che in alcune circostanze si esprime con comportamenti anche discriminatori, contribuisce così alla fragilizzazione dei lavoratori anziani (Gallino, 2001) Il modello di protezione sociale e i percorsi istituzionali di uscita dal mercato del lavoro verso la pensione Il filone di ricerca della Political Economy of Ageing ha evidenziato che nei diversi contesti nazionale l uscita definitiva dal mercato del lavoro avviene secondo percorsi istituzionali predeterminati e limitati che regolano la transizione dall occupazione alla pensione. In particolare la tipologia proposta dalla Guillemard (2003) a partire dai modelli di welfare di Esping-Andersen (1990), descrive una tipologia con quattro diverse traiettorie per i lavoratori anziani nella transizione dal lavoro alla pensione. La tipologia è basata su due dimensioni analitiche dicotomiche che considerano le politiche del lavoro e il sistema di protezione sociale, in particolare la prima riguarda il livello di copertura dal rischio di disoccupazione per i lavoratori anziani che sono vicini al momento del pensionamento; mentre la seconda considera le politiche di integrazione nel mercato del lavoro e in particolare il livello di sviluppo degli strumenti di re-impiego. All interno di tale tipologia il caso italiano, caratterizzato da pochi strumenti di politica del lavoro d integrazione e reinserimento degli anziani sul mercato del lavoro e da un elevata copertura del rischio di disoccupazione a fine carriera, rientrerebbe nella prima configurazione, insieme agli altri paesi del modello continentale di welfare. Limitandosi alle dimensioni analitiche del modello teorico utilizzato, le politiche del lavoro italiane si caratterizzano per una tradizionale debolezza rispetto alle politiche attive di re-inserimento nel mercato del lavoro delle persone che perdono l occupazione in età avanzata, mentre risultano maggiormente sviluppate le tutele connesse al rapporto di lavoro in essere 2. Nell ambito della politica sociale, invece, si registra un tradizionale sbilanciamento della spesa sociale complessiva sul capitolo dedicato alla spesa per pensioni, mentre presenta una bassa spesa per la disoccupazione e per le politiche attive del lavoro. Pertanto le misure previdenziali sono utilizzate per coprire il rischio di disoccupazione in età avanzata (Sestito, 2002). 2 Si tratta, tuttavia, di un dato generazionale, cioè di coorti di lavoratori coinvolti solo parzialmente dalla diffusione di rapporti di lavoro atipici. 5

6 Il percorso istituzionale di uscita dal mercato del lavoro più diffuso è costruito attraverso l utilizzo dell istituto della mobilità per realizzare il cosiddetto scivolamento tutelato verso la pensione. Il percorso prevede che per gli anni che mancano al lavoratore per raggiungere i requisiti per il pensionamento, Inps eroghi l indennità di mobilità (pari ad una percentuale variabile del salario), mentre l azienda, in un ottica compensativa (Viciguerra, 1999), conceda un incentivo monetario, contrattato individualmente, che per prassi è pari alla stima della differenza tra il salario e l indennità di mobilità moltiplicata per gli anni che mancano al lavoratore per raggiungere i requisiti minimi per il pensionamento. Il percorso, inoltre, si completa con il versamento dei contributi previdenziali figurativi che gli permettono di ottenere un trattamento pensionistico pari a quello che avrebbe avuto se negli anni di mobilità avesse effettivamente lavorato 3. Secondo i dati dell Istat (2007), circa il 9% dei lavoratori in pensione hanno un usufruito di un incentivo per andare in pensione prima dei limiti di norma previsti. Queste strategie sono state agevolate da un modello di relazioni industriali corporative e dalla disponibilità dell attore pubblico nell impiego di risorse economiche e istituti previdenziali per sostenere questi processi. Tale convergenza strategica si è sedimentato, inoltre, nella cosiddetta cultura dell uscita anticipata (Guillemard, Jolivet, 2001), ovvero nella reciproca aspettativa tra imprese e lavoratori di un uscita dall occupazione prima del raggiungimento dei requisiti per il pensionamento. Secondo l Istat (2007), tra i lavoratoti dipendenti nella fascia d età tra i 50 e 59 anni, circa il 24% prevede di andare in pensione prima dei 60 anni. Nella fase attuale si regista, però, una crisi di tali pratiche di contrattazione per tre ordini di motivi: (a) un rallentamento del turnover per l assottigliarsi delle coorti giovanili della forza lavoro in ingresso nel mercato del lavoro; (b) la riduzione dei percorsi istituzionali di uscita precoce dal mercato del lavoro; (c) l aumento dei lavoratori maturi espulsi dalle piccole imprese che non godono di nessuna protezione sociale. Ciò evidenzia una riduzione della capacità della contrattazione aziendale di proteggere i lavoratori anziani dai nuovi rischi sociali emergenti nella fase finale della carriera lavorativa. Fatta eccezione, comunque, per alcuni strumenti come il superbonus, che aveva l obiettivo di ritardare il pensionamento piuttosto che incentivare l occupazione dei lavoratori maturi (Palminiello, 2005; Marcaletti, 2007), la tendenza al pensionamento precoce a livello nazionale è stata affrontata prevalentemente attraverso l irrigidimento dei meccanismi di accesso alla pensione, all interno di un processo più generale di ristrutturazione del sistema di welfare (Pugliese, 2004). Le riforme previdenziali 4 hanno anche limitato i percorsi istituzionali d uscita anticipata dal mercato del lavoro, lasciando attivi, tuttavia, alcuni meccanismi di scivolamento verso la pensione, riservandoli però soltanto ad alcune categorie di occupati. Solo in anni più recenti e su sollecitazione della Comunità Europea, si è cominciato a discutere di politiche per l invecchiamento attivo e dell inclusione dei lavoratori anziani prolungando la loro permanenza nel mercato del lavoro (Isfol, 2002). Rimane, tuttavia, a margine dell attuale dibattito sulla riforma del sistema pensionistico la questione della necessità dell integrazione delle politiche sociali e per l occupazione, infatti, come sottolinea Paci: la via che si è intrapresa è stata quella dell innalzamento, accompagnata da alcune misure di incentivazione economica al prolungamento dell attività lavorativa. Ma questi interventi sono destinati ad avere scarsi risultati, se non fanno parte di un complesso 3 Quando non è possibile applicare il percorso dello scivolamento, soprattutto in casi di improvvise chiusure aziendali, vengono costruiti dei percorsi più complessi, composti da uno o più periodi di CIGS fino al raggiungimento dei requisiti per accedere allo scivolo della mobilità lunga verso il pensionamento. 4 Ci si riferisce a Riforma Amato d. lgs. 503/92, Riforma Dini l. 335/95, Riforma Prodi l. 449/97, Riforma Berlusconi 234/2004; per un analisi si rimanda ai saggi di Cioca (2004) e Palminiello (2005). 6

7 integrato di politiche, che affrontino anche i problemi del mantenimento della salute, della tecnologia e dell organizzazione aziendale e, più in generale, della cultura diffusa tra i lavoratori, i datori di lavoro e i sindacati nei confronti dell età anziana (2005: 174). Diverse e non sempre coerenti sono le iniziative degli enti locali che rendendo più complesso articolato il profilo del caso italiano, come indicano le principali ricerche realizzare finora a livello territoriale (Folini et al., 2004; Mirabile et. al., 2005; 2006). La maggior parte delle azioni locali, tuttavia, rientrano nelle politiche attive del lavoro a sostegno di quote svantaggiate dell offerta di lavoro, muovendo principalmente su due piani: il primo, di natura economica, che si esprime con l incentivazione all assunzione dei lavoratori oltre una certa soglia d età; il secondo che riguarda, invece, più tipicamente la formazione e l aggiornamento professionale. Emerge pertanto che le politiche locali del lavoro per le persone oltre una certa soglia (variabile) d età puntano alla riattivazione e al reinserimento lavorativo, cercando di coprire gli anni che intercorrono tra la perdita dell occupazione e il raggiungimento dei requisiti minimi di pensionamento. Ciò, tuttavia, ha un ridotto impatto sul pensionamento precoce. 3. Un indagine sull esperienza soggettiva della transizione dal lavoro verso la pensione Definito il modello di regolazione istituzionale della transizione dal lavoro alle pensione, la ricerca, attraverso un indagine di campo, si è focalizzata sull esperienza soggettiva dei lavoratori. L indagine si è basata sull assunto che le strategie d azione dei lavoratori di fronte alle scelte di uscita dal mercato del lavoro dipendano non soltanto dai percorsi istituzionali disponibili di uscita dall occupazione verso la pensione (Kohli, et al., 1991), ma anche dalle caratteristiche del contesto locale in cui i lavoratori sono inseriti e dalla loro definizione della situazione. In particolare nella ricostruzione del contesto e delle strategie di azione individuali sono state considerate dimensioni esplicative prioritarie, da una parte, le caratteristiche delle unità produttive di appartenenza, dall altra, i caratteri strutturali del mercato del lavoro locale Il disegno dell indagine di campo e alcune note metodologiche L indagine, realizzata secondo la logica dello studio di caso, ha riguardato i lavoratori over 50, in due siti industriali Alfa Romeo in Italia (attualmente appartenenti al gruppo Fiat Auto), attivi nel settore della produzione di automobili: lo stabilimento di Pomigliano d Arco in provincia di Napoli, e quello di Arese in provincia di Milano. Tale scelta è scaturita dalla necessità di valutare in una logica comparativa l incidenza di due aspetti: (a) il contesto produttivo e istituzionale locale; (b) la diversa gestione delle risorse umane (in particolare l age management) nei due siti produttivi in relazione alla fase del ciclo di vita dello stabilimento. I lavoratori dipendenti dell industria automobilistica, inoltre, appartengono ad un gruppo tradizionalmente a rischio di espulsione precoce dal mercato del lavoro. Infatti, come emerge da indagini sull occupazione dei lavoratori maturi (Molina, 2000; Carrera, Mirabile, 2003), la tipologia del lavoratore che lascia (o viene costretto a lasciare) il mercato del lavoro è rappresentato dal lavoratore maschio, con oltre 50 anni, occupato nell industria manifatturiera, con un livello di istruzione medio-bassa, che è un profilo lavorativo ampiamente diffuso nel settore automotive. Se convenzionalmente per lavoratore anziano si considerano l insieme statistico dei lavoratori appartenenti alla classe anni, nella pratica di ricerca la classe d età è stata allargata sia verso l alto, sia verso il basso (50-70 anni), perché la costruzione 7

8 sociale del vecchio per il lavoro risultava estremamente variabile in relazione alle professionalità, alle qualificazione, alle diverse traiettorie lavorative individuali e in funzione degli interventi organizzativi che hanno riguardato l impresa, o suoi reparti. La sogli inferiore dei 50 anni è motivata dal fatto che il processo di transizione dal lavoro alla pensione, date le caratteristiche dei meccanismi di accesso al pensionamento, coinvolge in modo preminente i lavoratori a partire dal superamento della soglia dei 50 anni. La soglia superiore, invece, dei 70 anni è motivata dalla volontà di includere lavoratori attivi professionalmente ben oltre la soglia dei 65 anni. La base empirica della ricerca è rappresentata da testi prodotti attraverso interviste in profondità. In particolare le interviste sono state orientate a raccogliere racconti di vita (Ferrarotti, 1981; Saraceno, Olagnaero, 1993; Berteaux, 1999; Demazière, Dubar, 2000), focalizzati in particolare sulla carriera lavorativa. La traccia d intervista è stata articolata sulle seguenti aree tematiche: (1) Il profilo socioanagrafico individuale e familiare; (2) La carriera professionale; (3) La vita oltre al lavoro; (4) La transizione dal lavoro alla pensione 5. Le interviste hanno coinvolto un gruppo di lavoratori, composto da 39 soggetti, costruito con la tecnica dello snowball a partire dall identificazione ex ante di tipologie significative di soggetti e, successivamente cercando di differenziare il più possibile i casi, fino alla saturazione graduale del campione. Il criterio della saturazione (Berteaux, 1999) è stato applicato con l accorgimento di definire a priori le tipologie di soggetti che i casi trattati avrebbero dovuto necessariamente coprire. Le dimensioni più rilevanti prese in considerazione per la selezione dei soggetti da intervistare sono state: (a) la qualifica professionale (operaio, impiegato); (b) la condizione occupazionale (in attività, in mobilità, in pensione, ecc.); (c) l ultima azienda nella quale il lavoratore era (o era stato) in attività (si veda Appendice) Il contesto aziendale e la struttura delle carriere La gestione aziendale dei lavoratori più anziani dipende dalle caratteristiche del settore economico di appartenenza, ovvero lo status del lavoratore anziano è inversamente proporzionale alla velocità del cambiamento tecnologico e organizzativo della sua azienda. Ciò vuol dire che dove il cambiamento è più rapido, il turnover si accelera e i lavoratori più anziani tendenzialmente corrono maggiori rischi di espulsione dall azienda. Dove il cambiamento tecnologico e organizzativo è più lento, l anziano è tenuto in maggior conto, in quanto l esperienza sul lavoro ha un valore produttivo maggiore (Molina, 2000). Il settore automobilistico è esposto ad un elevata competizione internazionale e richiede elevati livelli d innovazione e rapidi cambiamenti tecnologici e organizzativi. In particolare i principali gruppi industriali costruttori di automobili con la diffusione dei principi toyotisti (Ohno 1993) e della lean production (Womack et al., 1990) hanno sperimentato soluzioni organizzative post-fordiste (Bonazzi, Negrelli 2003) che, con l obiettivo di accrescere la produttività del lavoro, hanno portato alla riduzione degli addetti e all accelerazione del turnover generazionale. 5 Le interviste sono state registrate e successivamente trascritte integralmente. Assumendo quello che Demzière e Dubar (2000) definiscono un atteggiamento illustrativo nell uso del materiale biografico, è stata realizzata un analisi tematica delle trascrizioni delle interviste attraverso un procedimento di categorizzazione teso a ridurre la complessità delle narrazioni. Nella pratica, si è proceduto prima ad un lavoro di indicizzazione tematico, cioè le interviste sono state scomposte in base a macro tematiche che in parte sono emerse in sede teorica e in parte in quella empirica. I frammenti di intervista sono stati raccolti in file tematici. Successivamente, i file tematici sono stati analizzati comparando i contenuti dei passaggi selezionati tra le diverse interviste, secondo un procedimento di trasversalizzazione. 8

9 All interno di queste dinamiche sono pienamente inserite le unità produttive analizzate. I due stabilimenti analizzati nascono entrambi con il boom economico degli anni Sessanta e la crescita della domanda di automobili. In quegli anni l Alfa Romeo passa ad una produzione di massa, costruendo un nuovo stabilimento ad Arese (Milano) nel 1961 all interno del quale progressivamente vengono concentrate tutte le attività produttive e trasferito parte dell organico prima presenti nello stabilimento storico del Portello. Più tardi, nel 1968, fu avviata la costruzione di un altro stabilimento a Pomigliano d Arco (Napoli), con il nome Alfasud, sia in previsione di un ulteriore espansione di mercato, sia nell ambito delle politiche meridionaliste di incentivare l industrializzazione del Mezzogiorno. L azienda, appartenente al gruppo IRI, rimane pubblica fino al 1986, quando dopo una lunga crisi, fu acquisita dalla Fiat Auto, leader del mercato italiano dell automobile, in linea con la politica industriale d incentivo dei cosiddetti campioni nazionali (Giannetta, Vasta, 2005). A partire da quel momento la strategia dell azienda fu quella della razionalizzazione e della concentrazione nella produzione negli stabilimenti meridionali, a più elevata produttività e a più bassa sindacalizzazione (Bubbico, 2003). In questa fase i due stabilimenti si avviano su strade molto diverse. Per lo stabilimento di Arese si apre un lungo processo di ridimensionamento. Il primo pesante esubero dichiarato dalla Fiat risale al 1994: circa 5 mila dipendenti. Dopo due anni, nel 1996, a seguito delle prime chiusure dei reparti di produzione e ricorrendo a tutti gli ammortizzatori sociali disponibili, lo stabilimento si avviò verso i 4 mila addetti, obiettivo concordato tra le parti sociali. L azienda iniziò così un processo di pesante ridimensionamento della fabbrica milanese chiudendo i reparti di fonderia, stampaggio, meccanica e spostando le produzioni in altri stabilimenti. Dopo dieci anni di gestione della Fiat, nel 1996, dei 15 mila lavoratori Alfa Romeno ad Arese ne erano rimasti 4 mila, e di questi 2 mila in cassa integrazione, appartenenti a circa venti società diverse. Per lo stabilimento napoletano, invece, la privatizzazione comportò una prima pesante ristrutturazione con la cancellazione di tutti gli enti tecnici di servizio e il trasferimento in altro sito delle produzioni meccaniche (motore, cambio etc.), specializzandosi sul ciclo completo della lavorazione delle lamiere, sulla costruzione di macro-componenti e l assemblaggio finale. Gli esuberi furono gestiti attraverso ammortizzatori sociali e con l espulsione precoce dei lavoratori avanti con gli anni. A metà degli anni Novanta, inoltre, la riduzione dell organico continua anche attraverso processi di terziarizzazione di parti del ciclo produttivo, all interno di una politica delle risorse umane finalizzate al ringiovanimento dell organico e all accelerazione del cambio generazionale in fabbrica. Per avere una dimensione di tale processo basti considerare che a Pomigliano erano operativi circa 16 mila addetti al momento dell acquisizione da parte di Fiat, mentre nel 2005 se ne contavano circa la metà, distribuiti in 26 aziende differenti. Per le coorti di lavoratori analizzate, la struttura delle carriere nei due siti è prevalentemente basata sul modello dell occupazione stabile a tempo pieno e indeterminato. Tutte le carriere analizzate, tuttavia, sono contraddistinte da elevati livelli di mobilità, sia all interno dell azienda (in parte dovuti a meccanismi automatici di mobilità legati all anzianità, ma in larga misura prodotti da riorganizzazione), sia in nuove imprese (per processi di terziarizzazione) 6. 6 Senza entrare nel dettaglio delle singole carriere lavorative, su un arco temporale di circa 30 anni, tutti gli intervistati hanno modificato la loro attività in media 3-4 volte nel loro ciclo di vita lavorativo (accompagnati da periodi di formazione sul lavoro) per effetto dell innovazione tecnologica e delle trasformazioni organizzative degli impianti. 9

10 Tabella 1 - Principali caratteristiche delle due aree industriali oggetto di indagine ( ) Arese (MI) Pomigliano d Arco (NA) Anno costruzione Fase del ciclo di vita dello stabilimento Dismissione Specializzazione e intensificazione produttiva Produzione principale Assemblaggio vettura e Produzione moduli funzionali, costruzione motori assemblaggio vettura Occupati nell'impresa Alfa Romeo Numero di altre imprese presenti nel sito e collegate alla produzione Alfa Romeo Occupati nelle altre imprese presenti nel sito industriale Totale occupati nel sito produttivo Altre produzioni Fonte: Indagine diretta. Progettazione, servizi amministrativi, servizi tecnici alla produzione Lavorazione lamiera, produzione di moduli vettura, servizi amministrativi, servizi tecnici, R&S 3.3. La struttura dei mercati del lavoro locali Le tradizionali disuguaglianze regionali della struttura produttiva e dei processi di sviluppo (Bagnasco, 1977; Mingione 1990; Barbieri, 2006) implicano condizioni occupazionali e percorsi di uscita dal mercato del lavoro per i più anziani molto differenti territorialmente (Pugliese et al., 2005). A ciò si somma il decentramento delle competenze in materia di politica del lavoro che ha introdotto ulteriori elementi di diversificazione territoriale delle possibilità di (ri)occupazione dei lavoratori più anziani, rendendo ancora più rilevante la dimensione territoriale per l analisi delle condizioni occupazionali dei lavoratori anziani (Mirabile et al., 2005). In relazione alle due aree territoriali considerate, le differenze tradizionali nella struttura del mercato del lavoro sono state accentuate nel corso dell ultimo ventennio dalla diversa direzione seguita dalle rispettive economie regionali dopo i processi di ristrutturazione industriale. Nella provincia di Milano la fase espulsiva dei lavoratori dell industria, prevalentemente lavoratori maturi, incentivati ad uscire dal mercato del lavoro attraverso l utilizzo degli ammortizzatori sociali, è stato il primo processo che ha avviato una modificazione nella struttura della disoccupazione che si è poi manifestato compiutamente nei primi anni Novanta: diminuisce la disoccupazione giovanile da inserimento ed aumenta quella dei lavoratori espulsi in età matura. Secondo il modello young in-old out (Contini, Rapiti, 1994), cambiano le preferenze delle imprese e i giovani, tendenzialmente, vengono preferiti ai più anziani, sviluppando una cultura imprenditoriale discriminatoria nei confronti dei lavoratori maturi: dopo aver a lungo preferito lavoratori poco istruiti, in età adulta o anche avanzata, ma con una buona esperienza pratica, le imprese tendono a rivolgersi in maggior misura a giovani con più elevati livelli di istruzione di base e quindi più adatti ai nuovi modi di lavorare che, sempre più richiedono competenze informatiche e capacità di comunicare (Checchi, Reyneri, 2002: 20). Come si osserva dai dati statistici dell Istat, oltre i 55 anni il tasso di occupazione scende drasticamente in tutte le aree considerate, ma la riduzione è molto 10

11 più significativa in provincia di Milano dove nelle classi centrali, anni, si registra un valore dell 86% che scende già al 79%, tra i 45 e i 54 anni, per poi crollare al 15% oltre i 55 anni, un valore simile a quello che si registra in provincia di Napoli dove però nelle classi centrali il tasso di occupazione è pari a circa il 55% (Tab. 2). In questo processo si leggono i segni dell indebolimento del modello occupazionale tradizionale (Reyneri, 2002), basato sull occupazione dei maschi adulti capifamiglia, dovuto sia all introduzione di nuove tipologie contrattuali che agevolano l ingresso dei giovani nel mercato del lavoro a condizioni più vantaggiose per le imprese, sia allo sviluppo di una cultura d impresa che ha interiorizzato l idea di poter ottenere un rapido aggiornamento professionale attraverso l avvicendamento generazionale (Barbieri, 2002; Biagioli et al., 2004). Ciò contribuisce a spiegare anche perché in provincia di Milano l effetto di mancata uscita dal mercato del lavoro dei lavoratori over 50, registrato a livello nazionale come conseguenza delle riforme del sistema previdenziale della prima metà degli anni Novanta (Istat 2004), è molto più contenuto (Albanese et al., 2006). Passando all altra area, si registra che il mercato del lavoro in provincia di Napoli, come quello campano del resto, dal secondo dopoguerra in poi, pur attraversato da profondi cambiamenti nella struttura produttiva, è stato caratterizzato da un eccedenza di forza lavoro rispetto alla capacità di assorbimento della struttura produttiva (Cotugno et al., 1990; Maddaloni, 2000). Nella provincia napoletana, inoltre, si sono concentrati notevoli processi di dismissione industriale durante gli anni Ottanta a cui ha fatto seguito un lento processo di ristrutturazione e riconversione dell apparato produttivo che non ha prodotto un miglioramento dei principali indicatori del mercato del lavoro locale. Tra le branche dell industria manifatturiera l evoluzione è risultata debole proprio nelle produzioni avanzate che si caratterizzano per il loro maggior contenuto di innovazione tecnologica. L aumento dell occupazione si è avuto, infatti, in quei settori a più bassa produttività e orientati al mercato interno, quali appunto il commercio, i trasporti e le comunicazioni, l agricoltura e le "altre attività di servizi", prevalentemente non market. Una diminuzione dell occupazione si è registrata, invece, nei restanti settori, in particolare sia nell industria in senso stretto, sia nei servizi di intermediazione finanziaria e in quelli più direttamente a sostegno delle imprese (OER Campania, 2003). Le caratteristiche attuali della disoccupazione regionale, pertanto, non si discostano da quelle del tradizionale modello italiano di disoccupazione (Pugliese, 1993), infatti i livelli più alti di disoccupazione si registrano nelle classi d età più giovani e tra le donne. In tale contesto la condizione occupazionale dei più anziani non è quella più allarmante e, quindi, anche l attenzione degli enti locali sulla questione dell uscita precoce dal mercato del lavoro dei più anziana è stata molto ridotta. Tabella 2 - Tassi di occupazione per classi d'età e per ripartizione territoriale (%, media 2005) Ripartizioni Classi d'età (anni) territoriali e oltre Tot Totale Provincia di Milano 30,3 85,7 86,3 78,6 15,4 66,7 52,9 Lombardia 35,1 83,4 84,3 77,2 13,8 65,5 52,0 Provincia di Napoli 18,2 45,6 55,8 54,7 15,1 41,7 35,3 Campania 17,0 48,6 59,5 58,5 14,4 44,1 36,4 ITALIA 25,5 69,3 76,3 70,6 14,0 57,5 45,3 Fonte: Istat, Rilezione sulle forze di lavoro. Media 2005, Roma, 18 aprile 2006; nostra elaborazione. 11

12 4. I percorsi di uscita dall occupazione verso la pensione Rispetto ai diversi modelli elaborati per spiegare la scelta individuale di uscita anticipata dal lavoro prima del raggiungimento dei requisiti necessari per il pensionamento (Accorinti, Gagliardi, 2007), la ricerca ha evidenziato le modalità di incidere dei diversi fattori in relazione ad un contesto aziendale in forte ristrutturazione, in una congiuntura di rapida trasformazione del regime previdenziale e in condizioni di mercato molto differenti tra le due aree territoriali considerate. Dall analisi della base empirica emergono quatto dimensione analitiche che condizionano secondo un meccanismo push and pull (Jensen, 2001) la propensione del lavoratore all uscita anticipata dall occupazione. (1) Le condizioni di lavoro e la tipologia di attività lavorativa: la propensione ad uscire precocemente dall occupazione è più elevata per chi svolge lavori usuranti che comportano elevati livelli di stress psicofisico. Tipicamente sugli operai si registra un effetto spinta più forte rispetto ai tecnici e agli impiegati. Tale propensione, tuttavia, si traduce in un effettiva spinta all uscita anticipata soltanto quando si combina con un attrattiva a lasciare l occupazione, ovvero si rendono disponibili percorsi istituzionali di uscita tutelata verso il pensionamento. (2) La percezione dell occupabilità sul mercato esterno: l uscita dalla fabbrica per effetto dell attrattività delle opportunità occupazionali nel mercato del lavoro locale sembra essere rilevante per una quota limitata e molto ben definita dal punto di vista delle caratteristiche professionali. Si tratta di impiegati tecnici che nel caso napoletano possono offrirsi ad imprese che operano localmente nella filiera automotive. Oppure si tratta di operai che hanno già avviato, in regime di doppio lavoro, una seconda attività professionale e che, in genere, solo se opportunamente incentivati lasciano volontariamente l occupazione. Per gli altri l esplorazione delle possibilità occupazionali sul mercato esterno comincia solo quando è a rischio il proprio posto di lavoro (come avviene per i lavoratori milanesi), riscontrando, tra l altro, basse possibilità di rioccupazione. Per questi lavoratori l attrattività del mercato è molto bassa, perché è connessa a processi di flessibilizzazione e deprofessionalizzazione, percepiti come degradanti, ancor più degli ammortizzatori sociali. (3) La percezione dell incertezza occupazionale: nelle situazioni di incertezza sulla stabilità della propria occupazione aumenta la propensione a lasciare anticipatamente il proprio impiego, ma soprattutto a cercare di garantirsi un percorso tutelato di transizione verso la pensione. Si tratta di un atteggiamento che non riguarda soltanto i lavoratori milanesi che vivono in una condizione di dismissione della fabbrica, ma anche quelli napoletani che risentono degli effetti della riorganizzazione del lavoro, vivendo una condizioni già osservata in altre ricerche in cui il loro lavoro, soddisfacente negli elementi relativi al suo contenuto, è divenuto sempre più insoddisfacente per il contesto della sua esecuzione (Dubois, Ntetu, 2001: 68). I processi di riorganizzazione, in generale, accrescono la propensione a lasciare l occupazione per la minaccia che essi rappresentano in termini di peggioramento delle condizioni di lavoro. Nello stabilimento milanese, inoltre, lo stato avanzato di dismissione aziendale, fa emergere quella che è stata definita come la sindrome del sopravvissuto (idem: 47) che si esprime nella consapevolezza di essere soltanto momentaneamente escluso da processi di espulsione e nella preparazione di una strategia personale di uscita precoce dall occupazione. (4) La percezione del rischio previdenziale: le forti trasformazioni del sistema previdenziale in senso restrittivo hanno accresciuto la propensione all uscita anticipata dall occupazione, in maniera indifferenziata tra tutti i lavoratori che anticipando il pensionamento tentano di salvaguardare la capitalizzazione previdenziale. Si tratta 12

13 dell effetto della modifica della aspettative in senso pessimistico e del timore di ulteriori riforme peggiorative (Contini, Fornero, 2002). In maniera generalizzata, tutti vivono come un ingiustizia la rinegoziazione del progetto di pensionamento a seguito delle riforme degli anni Novanta, e si sentono vittime della rottura del patto di fiducia e di solidarietà che il lavoratore aveva stipulato con lo stato e sulla base del quale aveva costruito le sue aspettative di vita a lungo termine 7 (Mazzetti, 2003). Nell insieme, tuttavia, queste motivazioni operano in maniera tale da non produrre flussi volontari d uscita dall occupazione e solo con l incrocio delle strategie dell impresa che si determina l uscita precoce verso la pensione, soprattutto quando la spinta aziendale si combina efficacemente con attrattive in termini di percorsi tutelati di scivolamento verso la pensione. Tale spinta, evidenzia l analisi della base empirica, dipende principalmente dall intreccio di due variabili, in relazione alle quali si può arrivare a costruire una tipologia di percorsi di uscita dall occupazione. La prima è la prospettive di sviluppo del reparto o dell attività in cui il lavoratore è impiegato: la spinta all espulsione precoce è maggiore quando l attività è in fase di ridimensionamento o si avvia alla chiusura. La seconda variabile è la complessità della mansione svolta: i lavoratori che svolgono attività che richiedono competenze fondate sull esperienza acquisita sullo specifico posto di lavoro e, quindi, difficilmente disponibili sul mercato, subiscono meno pressioni finalizzate ad anticipare il pensionamento. Dall incrocio di queste dimensioni, emerge una tipologia con quattro situazioni di rischio che aprono la possibilità a specifici percorsi di uscita dall occupazione (Tab. 3). Tabella 3 Tipologia di situazioni di rischio di espulsione precoce dalla fabbrica: matrice complessità mansione/prospettive produttivo reparto Complessità della mansione: necessità di trasmissione delle competenze ALTA BASSA Reparto produttivo: prospettive di continuità dell attività in futuro SI NO 1. Uscita ritardata 2. Riconversione e ricollocazione 3. Uscita anticipata per sostituzione 4. Uscita anticipata per espulsione Fonte: Pirone (2006, p. 129). (1) Situazione di rischio molto basso che riguarda lavoratori con mansioni complesse o molto specifiche che sono difficilmente sostituibili e che sono impegnati in reparti non in crisi, in questo caso è probabile che l impresa proponga di posticipare il 7 Su questo aspetto, Ferrera (1998) parla, invece, criticamente di spiazzamenti motivazionali, dovuti all affermarsi di una logica della spettanza. 13

14 pensionamento. Rientrano in questa situazione tecnici operanti nel sito napoletano che incontrerebbero anche una domanda di lavoro esterna nella filiera della componentistica auto e che, in virtù di questa condizione, contrattano individualmente con l azienda condizioni favorevoli di prolungamento della carriera lavorativa (condizioni di lavoro, retribuzioni, rapporti di lavoro più vantaggiosi etc.). (2) Situazione che riguarda la stessa tipologia di lavoratori, ma attivi in reparti in via di dismissione, in questo caso per il lavoratore si prospetta una riconversione o all interno dell azienda che cerca di trattenere la risorsa o una ricollocazione nel mercato del lavoro esterno. Il trasferimento nel mercato interno si è osservato solo nel caso napoletano dove l impresa ha investito nella specializzazione e l intensificazione produttiva. La ricollocazione sul mercato esterno è stata osservata soprattutto nella provincia milanese su lavoratori uscita dalla fabbrica ai primi segni di crisi aziendale, terminando la carriera in altra impresa. (3) Situazione di rischio molto alto che riguarda i lavoratori che per la tipologia di attività che svolgono sono facilmente sostituibili e che si trovano in reparti sani, in questo caso l uscita anticipata è il prodotto di processi di sostituzione che l impresa mette in atto per aumentare il rapporto produttività/costi. Si tratta di un caso che interessa esclusivamente il sito industriale napoletano e in cui rientra la strategia aziendale di ringiovanimento, agevolata dalla disponibilità di strumenti di uscita agevolata dall occupazione verso la pensione. (4) Situazione di elevato rischio di espulsione che riguarda lavoratori a bassa qualificazione impegnati in attività in via di dismissione. Si tratta del caso più frequente che ha riguardato entrambi i siti industriali in fase di ristrutturazione e riduzione degli addetti. 5. I percorsi di riattivazione lavorativa Dalla ricerca emerge che le possibilità di riattivazione lavorativa sono molto ridotte per l operare di meccanismi discriminatori sul versante della domanda di lavoro, anche se si rilevano alcune significative differenze nei due contesti analizzati e tra le diverse figure professionali. Per analizzare i percorsi di riattivazione nel mercato del lavoro, si può utilizzare anche in questo caso una tipologia che emerge incrociando due variabili dicotomiche rilevanti nel sintetizzare il materiale empirico raccolto: la prima è il tipo di rapporto di lavoro instaurato nel nuovo rapporto di lavoro, distinguendo tra il lavoro dipendente e quello autonomo; mentre la seconda riguarda il tipo di attività svolta dopo l uscita dalla fabbrica, distinguendo se si tratta della stessa attività o di un nuovo tipo di lavoro. Si ottengono così quattro modalità di riattivazione (Tab. 4). (1) Il primo percorso lavorativo è il passaggio ad una nuova occupazione alle dipendenze, svolgendo lo stesso tipo di attività. Nella pratica si tratta di un percorso molto raro, in quanto, come già evidenziato, in entrambi i mercati locali del lavoro esiste una domanda di lavoro discriminante verso gli anziani, soprattutto nei casi di lavoro operaio, specializzato o meno. Si tratta, inoltre, di occupazioni offerte in condizioni di lavoro sensibilmente peggiori rispetto a quelle vissute in fabbrica, spesso nell economia sommersa che prevedono un processo di skidding al quale, per cultura del lavoro, non sono disposti gli ex lavoratori Alfa Romeo. (2) Il secondo tipo di percorso è quello della rioccupazione alle dipendenze cambiando, però, l attività lavorativa. In questo caso si tratta di un percorso di rioccupazione accompagnato da riconversione professionale. Questa tipologia di percorso riguarda specificamente i lavoratori nella provincia di Milano inseriti in progetti di riconversione professionale, attraverso la contrattazione tra le parti sociali e l impiego di risorse pubbliche per incentivare e sostenere la riqualificazione. Si tratta di esperienze di bridge-jobs, intesi come le occupazioni che vengono coperte dal momento in cui si interrompe l attività principale svolta nel corso della carriera, fin all età del completo ritiro dal lavoro 14

15 (Geroldi 2000: 22) che sul mercato scarseggiano, ma che possono essere create ad hoc dall attore pubblico, in alternativa o in combinazione allo scivolamento tutelato verso la pensione. Nei primi due tipi di percorsi si registra un processo subito di riattivazione lavorativa, motivato soprattutto dalla necessità economica e dal bisogno del lavoro, in chiave strumentale. Tabella 4 Tipologia di carriere intraprese dopo li pensionamento: matrice attività postpensionamento/tipo di rapporto di lavoro Tipologia di rapporto di lavoro DIPENDENTE AUTONOMO Attività svolta dopo l uscita dalla fabbrica STESSA DIVERSA 1. Rioccupazione 2. Riconversione e rioccupazione 3. Autonomizzazione 4. Seconda carriera Fonte: Pirone (2006, p. 178). (3) Il terzo percorso corrisponde al passaggio ad un attività lavorativa uguale nei contenuti, ma svolta come lavoro autonomo. Questo passaggio coinvolge prevalentemente figure lavorative tecniche con professionalità settoriali molto specifiche a cui l impresa stessa e le altre aziende della filiera possono esternalizzare parti dell attività produttiva. Tale percorso si registra esclusivamente nel sito napoletano, dove esiste una domanda locale di tali competenze professionali. In questi casi si tratta di una transizione verso autonomizzazione che consente al lavoratore anziano una maggiore indipendenza operativa e professionale e, contemporaneamente, una valorizzazione delle competenze e delle esperienze maturate in fabbrica, accompagnate dal superamento degli elementi coercitivi e di stress insiti nel rapporto di lavoro dipendente. Sul versante operaio, l aspirazione all autonomizzazione, che pure è stata registrata in entrambi i contesti, è frustrata da un inadeguata capitalizzazione familiare e dall incapacità di accedere ad eventuali misure d incentivazione pubblica al lavoro autonomo. (4) Il quarto tipo di percorso di riattivazione dopo il pensionamento è caratterizzato dal cambiamento dell attività lavorativa e dal passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo. Questa transizione si avvicina molto al concetto di seconda carriera 8 (Gaullier, 1988), soprattutto per gli elementi che riguardano il passaggio ad un attività espressiva rispetto a quella strumentale svolta durante la fase centrale del ciclo di vita. Si tratta di percorsi osservati sia nel contesto napoletano che in quello milanese e che riguardano soprattutto lavoratori che, in maniera informale, hanno svolto un secondo 8 Il concetto di seconda carriera sembra essere appropriato per interpretare l esperienza dei lavoratori che hanno vissuto la fase finale del loro ciclo lavorativo a cavallo della fine della società salariale (Castel, 1995) ma, in prospettiva, sembra essere meno appropriato per analizzare le connessioni tra invecchiamento e lavoro in carriere lavorative flessibili, cioè frammentate e discontinue in cui manca una prima carriera (Sennett, 2001). 15

16 lavoro (Gallino, 1985) accanto all occupazione principale nella grande impresa e che hanno raggiunto livelli di capitalizzazione tali da poter avviare una nuova attività economica autonoma. Nei lavoratori che hanno vissuto questo tipo di transizione sono ricorrenti considerazioni relative al miglioramento delle condizioni di vita e al maggior livello di soddisfazione ed auto-realizzazione prodotto dalla nuova attività. Queste ultime due tipologie di percorsi sono motivate dalla volontà di riattivazione per spinte espressive e per il desiderio del lavoro. Si tratta, tuttavia, di percorsi limitati a quei lavoratori che hanno sviluppato nel corso della loro prima carriera, oltre a conoscenze professionali e di mercato, anche una learning ability che gli ha consentito un autonomo percorso di riconversione professionale e di identità Le implicazioni per le politiche d invecchiamento attivo Al fondo delle tematiche fin qui trattate si colloca una questione più generale di gestione integrata dell intreccio tra i fenomeni connessi all allungamento della vita media con quelli relativi alla deregolamentazione del mercato del lavoro e al ridimensionamento dei sistemi di welfare (Guillemard 2003). È stato evidenziato che la componente anziana della popolazione, progressivamente sempre più ampia, viene spinta ai margini dai processi di produzione e riproduzione sociale, alimentando ancora una volta il rapporto contraddittorio tra bisogni che il capitale non soddisfa e lavoro che il capitale non impiega (Lunghini 1995: 71), infatti, cresce l offerta di lavoro eccedente e contemporaneamente l area dei bisogni sociali insoddisfatti, in un contesto dove spreco e penuria coesistono (idem, 1995; Bauman, 2005). Rispetto a questa tematica, l approccio dell invecchiamento attivo, promosso dalla Comunità Europea, spinge nella direzione dell integrazione delle politiche rivolte all invecchiamento con l obiettivo di garantire più a lungo possibile la salute, l indipendenza e la produttività sociale delle persone, nella convinzione scrive Walker che l invecchiamento attivo potrebbe fornire un mezzo importante per fare in modo che la demografia non diventi un ostacolo allo sviluppo sostenibile, per prevenire dei cambiamenti radicali ai sistemi di protezione sociale e per evitare qualsiasi conflitto generazionale e preservare il modello sociale europeo (2005: 1). In termini più generali la prospettiva dell invecchiamento attivo apre anche lo spazio alla sperimentazione di forme originali di intervento sociale (fuori e dentro al mercato, in configurazioni originali e in connessione con un sistema di protezione sociale flessibile e il più possibile individualizzato), in risposta alla rottura della connessione sincronica tra uscita dal mercato del lavoro, pensionamento e vecchiaia (Paci, 2005). Tale approccio, come evidenziato dallo studio, si deve confrontare con una situazione del mercato del lavoro in cui sul versante della domanda si registrano degli orientamenti discriminatori verso la componente più anziana dell offerta di lavoro, soprattutto delle quote deboli a bassa professionalizzazione, in relazione a convenienze economiche e gestionali sia di natura ordinaria, affrontate con l accelerazione del turnover, sia in fasi di crisi e ristrutturazione, affrontate tipicamente con l espulsione precoce dall occupazione dei lavoratori più anziani. Di fronte alla marginalizzazione nel mercato del lavoro di quote rilevanti di persone poco più che cinquantenni, il sistema di protezione sociale registra la crisi dei suoi tradizionali strumenti d intervento, sia perché l innalzamento dei requisiti minimi per il pensionamento ha ridotto il numero dei casi a cui si può applicare il meccanismo dello 9 È stato rilevato che lo sviluppo di un identità non vincolata ad un unico ruolo sociale rappresenta una risorsa nell età anziana per affrontare percorsi di riconversione sociale (come il pensionamento) e professionale verso nuove attività (Scortegagna 1999; Tramma 2000). 16

17 scivolamento tutelato, sia perché si va ampliando il numero di lavoratori maturi espulsi da piccole e medie aziende che non beneficiano di una serie di garanzie sociali, tra cui quella della mobilità. Ciò evidenzia che le tradizionali pratiche negoziali di gestione degli esuberi stanno progressivamente perdendo efficacia, lasciando alle dinamiche discriminatorie del mercato una quota sempre più ampia di lavoratori avanti con gli anni, in possesso di professionalità deboli e che hanno perso un occupazione. Nei mercati interni delle imprese, si è visto come i processi di espulsione precoce dal lavoro colpiscano soprattutto i lavoratori a bassa professionalizzazione e quelli impiegati in contesti produttivi in ristrutturazione o dismissione. La riattivazione lavorativa, invece, riguarda lavoratori ad elevata professionalità e soggetti che hanno accumulato nel corso della carriera, dentro e fuori la fabbrica, le risorse materiali e immateriali per costruirsi un percorso di autonomia e di realizzazione personale verso un attività lavorativa dal valore espressivo. Da qui si evince che le politiche possono incidere sulle quote deboli dell offerta di lavoro in età avanzata e in condizioni di bisogno economico, solo offrendo percorsi di riconversione professionali specificamente indirizzati verso cosiddetti bridge-jobs (o attraverso accordi collettivi, o con soluzioni individuali, utilizzando lo strumento dell outplacement). Più in generale, si osserva la rilevanza della professionalizzazione, e quindi dell incidenza della formazione di base e professionale come prerequisito per l allungamento della vita lavorativa, ma soprattutto si evince come lo sviluppo di attività plurime (lavorative e non) e di identità meno rigide durante la fase centrale del corso di vita rappresenti un capitale potenziale su cui innestare percorsi di riattivazione. L analisi compiuta, tuttavia, rispecchia la condizione di lavoratori che, naufraghi della società salariale (Castel, 1995), si trovano nella fase finale del ciclo lavorativo ad affrontare la transizione dal lavoro alla pensione nella crisi delle istituzioni della società industriale. In prospettiva, tuttavia, le questioni connesse all uscita dalla vita attiva e al pensionamento saranno completamente ridefinite per le coorti di lavoratori che attualmente sono coinvolte da un regime di occupazione flessibile (Gaullier, 2003). I rischi dell invecchiamento funzionale per queste coorti si presenteranno sempre più precocemente, in connessione sistematica alla temporaneità dell occupazione, ovvero alla transizione da lavoro, all altro (Paci, 2005). In questo scenario l approccio dell invecchiamento attivo dovrà necessariamente allargare la propria attenzione dalle età anziane, al processo di invecchiamento lungo l intero corso di vita. A tal fine è opportuno riprendere Bourdieu, per il quale l invecchiamento sociale si esprime in cambiamenti di posizione nella struttura sociale, che restringono irreversibilmente il ventaglio delle possibilità inizialmente compatibili (1978: 129) e, in relazione a questa accezione d invecchiamento sarebbe auspicabile un ripensamento dell invecchiamento attivo nella direzione di un approccio diretto per dirla ancora con le parole di Bourdieu ad ampliare il ventaglio delle possibilità e a limitarne le restrizioni irreversibili. Bibliografia Abburrà L., Donati E. (2004), Ageing: verso un mondo più maturo. Il mutamento delle età come fattore di innovazione sociale, Ires Piemonte, Quaderni di ricerca, n. 104, Torino. Accorinti M., Gagliardi F., (2007), Attivare gli anziani. Percorsi possibili in una società in transizione, Guerini e Associati, Milano. Albanese A., Faccini C., Vitrotti G. (2006), Dal lavoro al pensionamento. Vissuti, progetti, a cura dell Associazione Nestore, Franco Angeli, Milano. 17

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