LA BOMBA A TEMPO DELLE PENSIONI

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1 Radicali italiani I deputati europei della Lista Bonino Dossier a cura di Stefano Mazzocchi LA BOMBA A TEMPO DELLE PENSIONI Giugno 2002

2 1 - SITUAZIONE Le Tendenze demografiche La gran parte del mondo industrializzato ed alcuni paesi in modo decisamente più marcato rispetto agli altri - si trova a dover far fronte ai problemi che derivano dall'invecchiamento della popolazione. Questo fenomeno deriva: a) dalla flessione della natalità: il tasso di fertilità, che nei paesi dell'ue era, negli anni '60, pari a circa 2,75 figli per donna, era sceso nel 2000 a circa 1,53 figli per donna. L'Italia in particolare mostra (con la Spagna e la Grecia) il livello più basso: 1,25 (fonte: Eurostat yearbook 2002) b) dell'allungamento della vita media; se consideriamo i paesi UE, questa è passata tra il 1960 e il 1999 da circa 67 a 75 anni per gli uomini e da 73 a 81 anni per le donne (Eurostat 2002). Le seguenti tabelle mostrano le proiezioni del comitato di politica economica dell'ecofin: ASPETTATIVA DI VITA ALLA NASCITA - MASCHI B DK D EL E F IRL I L NL Ös P FI S UK ASPETTATIVA DI VITA ALLA NASCITA - FEMMINE B DK D EL E F IRL I L NL Ös P FI S UK Tra gli effetti di questo fenomeno vi è il forte aumento del rapporto tra la popolazione anziana e quella in età lavorativa (c.d. "indice di dipendenza degli anziani"), aumento che sarà particolarmente accentuato a partire dal I dati sottostanti (Eurostat 2001) mostrano come tre il 2000 e il 2040 il rapporto di dipendenza degli anziani è destinato a divenire, nei paesi UE, più che doppio. RAPPORTO DI DIPENDENZA DEGLI ANZIANI (rapporto persone sopra i 64/persone in età lavorativa (15-64) ) BE DK DE GR ES FR IRL IT LU NL AT PT FI SE UK EU RAPPORTO DI DIPENDENZA COMPLESSIVO (rapporto persone di età >64 o <19 / persone in età ) BE DK DE GR ES FR IRL IT LU NL AT PT FI SE UK EU A questo occorre aggiungere che il tasso di dipendenza degli anziani con età superiore a 85 anni è destinato a passare, nei paesi UE, dal 3% attuale al 10% nei prossimi 50 anni.

3 Ad attenuare la dimensione di questo fenomeno puo' contribuire l'immigrazione; tuttavia se una maggiore immigrazione puo' attenuare il fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, certamente non potrà scongiurarlo, vista la sua dimensione (per l'italia, la Ragioneria generale dello stato ha recentemente stimato che un afflusso di circa 40-45mila immigrati permetterebbe un risparmio dello 0,48% sul costo delle pensioni). La stabilità dell'evoluzione demografica nel tempo è tale da rendere i dati visti sopra molto affidabili (essendo basati sui tassi di fertilità e sulle aspettative di vita passate e presenti) ed è quindi con essi che occorre "fare i conti". E tra i problemi più urgenti che vengono sollevati dall'invecchiamento della popolazione, e con cui occorre subito "fare i conti", vi è quello 1 della sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici pubblici. Saranno i vent'anni tra il 2005 e il 2025 a costituire la fase più difficile della transazione demografica, quando le generazioni del baby-boom arriveranno all'età della pensione. In questi vent'anni ci si aspetta un aumento della spesa pensionistica in termini di Pil, di circa due punti percentuali. In Italia, abbiamo oggi circa 3.5 lavoratori per ogni pensionato, nel 2040 la proporzione dovrebbe scendere a circa 1.5 lavoratori attivi per ogni pensionato. 1 Non è l'unico: grosse preoccupazioni sono legate anche alla sostenibilità finanziarie della spesa sanitaria pubblica.

4 1.2 - La spesa pensionistica La tabella sottostante, tratta dal rapporto redatto all'inizio del 2001 dall'economic Policy Committee su richiesta del Consiglio dell'ue, mostra la dimensione, in rapporto al PIL, della crescita della spesa pubblica per pensioni (a politiche correnti) nei paesi europei: SPESA PER PENSIONI a politiche correnti (percentuale rispetto al PIL) differenza anno di picco B DK ( 32) D EL NA NA NA NA NA NA NA NA E F N.A. 3.9 IRL I L NA NA NA NA NA NA NA NA NL Ös P FI S UK Sostanzialmente in tutti i paesi europei la quota maggioritaria delle pensioni di vecchiaia è erogata da sistemi pensionistici pubblici obbligatori a prestazione definita, finanziati con il metodo della ripartizione. In alcuni paesi (UK, Olanda, Finlandia, come pure gli USA) tali sistemi sono integrati da programmi pensionistici a capitalizzazione di dimensioni e caratteristiche diverse. Occorre sottolineare che la forte crescita della spesa pubblica per pensioni cui stiamo assistendo (e cui assisteremo negli anni a venire), in particolare in Italia, è in realtà un fenomeno che è iniziato dagli anni '60, con la precisazione tuttavia che sino ad oggi questa crescita è derivata da cause che nulla hanno a che vedere con le tendenze demografiche e l'invecchiamento della popolazione, e legate piuttosto a sistemi squilibrati e a trattamenti eccessivamente generosi (e spesso di natura clientelare). Tale crescita della spesa pensionistica ha generato, già oggi, forti squilibri finanziari: per fare un esempio, il sistema pensionistico italiano genera ogni anno un disavanzo di circa 52 miliardi di (ogni anno si pagano circa 156 miliardi di di pensioni a fronte di circa 104 miliardi di di contributi sociali) 1. Per contro il sistema pensionistico pubblico statunitense è oggi in avanzo (nella misura di circa 100 miliardi di dollari), anche se si prevede che intorno al 2011/2012 comincerà anch'esso, a politiche invariate, a generare disavanzi. Come si legge nel rapporto della Commissione Brambilla "In 21 anni il numero totale dei trattamenti pensionistici è aumentato di oltre il 25% passando da 17,2 a 21,6 milioni; la pensione media è aumentata di quasi il 90% in termini reali, passando da 8,6 a 15,3 milioni; la spesa totale è più che raddoppiata passando da 148mila a 331mila miliardi, mentre il rapporto tra spesa totale e Pil è cresciuto di oltre 4 punti percentuali, passando dal 10,6% del 1980 al 14,7% del 2000". 1 Tradotto in lire: disavanzo annuo di circa miliardi di lire (circa miliardi di lire di pensioni a fronte di circa miliardi di lire di contributi sociali)

5 Come si è giunti a tale situazione? La situazione finanziaria di un sistema pensionistico a ripartizione (il suo equilibrio o squilibrio) dipende da quattro variabili (che naturalmente si influezano reciprocamente): 1) le aliquote contributive; 2) il tasso di sostituzione (rapporto pensione media/reddito medio); 3) il rapporto iscritti/pensioni (ovvero il numero dei finanziatori del programma pensionistico rispetto ai percettori, rapporto che è fortemente influenzato a sua volta dall'età media di pensionamento effettiva, dal tasso di attività e di occupazione); 4) i trasferimenti di bilancio Le aliquote contributive Affinche il sistema sia in equilibrio occorre (almeno in assenza di trasferimenti dal bilancio pubblico) che l'importo dei contributi sociali sia pari all'importo delle prestazioni pensionistiche erogate. Affinchè cio' accada occorre prelevare dunque dal monte delle retribuzioni una quota pari alla spesa per pensioni. E' chiaro che le aliquote contributive devono essere tanto più elevate quanto più è "generoso" il sistema (ovvero tanto più elevato è il tasso di sostituzione) e quanto più sono bassi il rapporto iscritti/pensioni e i trasferimenti dal bilancio pubblico. TASSO DI CONTRIBUZIONE MEDIA (Eurostat) Austria 22.8 Belgio 16.4 Danimarca 1.0 Finlandia 17.9 Francia 19.8 Germania 18.6 Grecia Irlanda 15.7 Italia 32.7 Lussemburgo Olanda 14.5 Portogallo 13.9 Spagna 28.3 Svezia 19.8 Regno Unito 13.9 media UE 17.9 USA 12 Nel caso dell'italia, (la cui contribuzione obbligatoria è calcolata al netto dei contributi destinati al TFR, pari ad un ulteriore 7.7%) il pur elevatissimo tasso di contribuzione del 32.7% è ben al di sotto di quella che sarebbe l'aliquota contributiva di equilibrio (quella cioè che consentirebbe di bilanciare flusso di contributi e pensioni erogate), che è pari, secondo dati della ragioneria generale dello stato, a circa il 45% (con un disavanzo quindi del 12.3%: i circa 52 miliardi di [ miliardi di lire] annui di cui parlavamo sopra) e che è destinata a raggiungere tra il 2025 e il 2030 il picco di circa il 49% (oggi, ad ogni 100 lire di retribuzione lorda corrispondono 148 lire di costo del lavoro e 72 lire di salario netto. Ben 33 lire del "cuneo" sono assorbite dalla previdenza pubblica a ripartizione). Negli Usa (grazie in particolare a tassi di occupazione molto elevati) pur con una aliquota contributiva di quasi un terzo rispetto a

6 quella italiana, il sistema pensionistico è (e continuerà ad essere, almeno per il prossimo decennio) in avanzo Il tasso di sostituzione (rapporto pensione media / reddito medio) La tabella sotto confronta, in vari paesi, il tasso di sostituzione delle prestazioni pensionistiche pubbliche, ovvero in che misura le pensioni riflettono il reddito medio precedente (rapporto pensione media/reddito medio): Il rapporto iscritti / pensioni TASSO DI SOSTITUZIONE rapporto pensione media / reddito medio (Modigliani - Eurostat/Ocse 98) Austria 79.5 Italia 80 Belgio 67.5 Lussemburgo 93.2 Danimarca 56.2 Olanda 45.8 Finlandia 60 Portogallo 82.6 Francia 64.8 Spagna 100 Germania 55 Svezia 74.4 Grecia 120 Regno Unito 49.8 Irlanda 39.7 media UE 71.2 USA 50 Il rapporto iscritti / pensioni, ovvero il numero dei finanziatori del programma pensionistico rispetto ai percettori è fortemente influenzato oltre che, naturalmente, dalle dinamiche demografiche già viste dall'età (media) di pensionamento effettiva (per l'italia, la Ragioneria generale dello stato ha recentemente stimato che alzando l'età di pensionamento a 65 anni l'incidenza della spesa sul Pil calerebbe dello 0,6%) e da un altro elemento, che esula invece dai parametri del sistema pensionistico pubblico, relativo al mercato del lavoro: il tasso di occupazione. ETA' MEDIA DI PENSIONAMENTO VECCHIAIA (Old age) ANZIANITA' (Early retirement) Belgio 62.6* 55.6 Danimarca Germania Grecia 60.7 ± N.A. Spagna Francia 61.8 N.A. Irlanda 62.0 N.A. Italia Lussemburgo N.A. N.A. Olanda Austria Portogallo 65.8 N.A. Finlandia # 65.4 (64.5) 60.4 (60.4) Svezia UK N.A. N.A. USA 65 - * Self-employed are not included (and pre-retirement in included under "early retirement") Data for general statutory pension scheme. Old age and early retirement combined. ± For women and men in the private sector. In the public sector the estimate is 55. For occupational pension schemes in 1995 # Data for national pension scheme (in brackets: data for earnings-related pension scheme)

7 TASSI DI OCCUPAZIONE età (Eurostat) età (Oecd 98) TOTALE MASCHI FEMMINE ITALIA 51,7% 66,5% 37,3% 26.9% MEDIA UE 61,1% 71,1% 51,2% media OECD 47.9% UK 71,4% 78,5% 64,1% 48.3% IRLANDA 60,5% 73,5% 47,4% 41.6% SPAGNA 50,2% 65,6% 35,2% 34.8% FRANCIA 60,8% 68,3% 53,6% 33% GERMANIA 61,5% 69,3% 53,6% 38.8% OLANDA 68,3% 79,6% 56,6% 33.3% USA 74,0% % Dunque una alto tasso di occupazione consente aliquote contributive di equilibrio inferiori. Simmetricamente, in Italia, in aggiunta al ruolo determinante che ha avuto nell'accumulo del debito pubblico, proprio la questione pensioni, in un circolo vizioso, condiziona negativamente la dinamica dell'occupazione. Come ha evidenziato Cazzola "Secondo gli obiettivi Ue fissati a Lisbona, l'italia è impegnata a raggiungere, nel 2005, un tasso di occupazione del 57% per le donne e del 67% per gli uomini. Ma non basta: entro il 2010 la quota di impiego delle persone comprese tra i 55 e i 64 anni dovrebbe salire di ben 22 punti (dall'attuale 28% al 50% delle classi interessate). In realtà il sistema pensionistico attuale - con il suo peso sul costo del lavoro e con il perdurante incoraggiamento all'esodo anticipato - è il vero nemico di ogni solida prospettiva di sviluppo dell'occupazione" I trasferimenti di bilancio La presenza di uno squilibrio tra contributi sociali e prestazioni pensionistiche implica che il disavanzo sia coperto da risorse provenienti dal bilancio dello stato. Ovviamente se lo squilibrio è strutturale, il sistema nel medio-lungo periodo è insostenibile per le finanze pubbliche e provoca un aggravio dei saldi di bilancio. Una simile prospettiva è particolarmente grave per quei paesi dell'area euro (vedi Italia) che da un lato hanno ancora un debito pubblico elevato, e dall'altro sono vincolati al rispetto dei parametri di Maastricht, circostanze che annullano qualsiasi margine di manovra tesa a colmare lo squilibrio dei sistemi previdenziali pubblici con trasferimenti di bilancio, e che legano le mani rispetto a qualunque ipotesi di manovre anticicliche. RAPPORTO DEBITO / PIL (Oecd 2000) Austria 64.3% Italia % Belgio 109.8% Lussemburg 8.1% o Danimarca 50.8% Olanda 59.7% Finlandia 43.1% Portogallo 58.8% Francia 58.5% Spagna 65.7% Germania 63.5% Svezia 58.1% Grecia 103.8% Regno Unito 49.7% Irlanda 42.9% media UE 66.9% USA 60.2% Il peso dello squilibrio del sistema previdenziale sulle finanze pubbliche impedisce che si possa attuare una seria politica di riduzione del carico fiscale, riduzione necessaria per accrescere il potenziale produttivo dell'economia. 2 - SVILUPPI RECENTI Governi Amato, Ciampi

8 Fu approvata la legge delega n. 421 da cui scaturì una serie di decreti legislativi (tra i quali le regole dei fondi pensione e il progressivo innalzamento dell'età e dei requisiti contributivi per la pensione di vecchiaia). Le misure più importanti assunte in questa fase riguardarono la modifica del meccanismo di indicizzazione delle pensioni (non più ai salari nominali, ma ai soli prezzi), il riordino degli enti previdenziali e la privatizzazione degli enti dei liberi professionisti e dei giornalisti Governi Berlusconi, Dini Gli interventi in materia di pensioni proposti dal governo Berlusconi provocarono una dura reazione dei sindacati, al punto che restarono soltanto alcune misure in Finanziaria di carattere transitorio ed emergenziale. Il Governo riuscì solo a fare le nomine negli enti. Il successivo Governo "dei tecnici", presieduto da Dini (ministro del Lavoro Treu) varò in stretto rapporto con i sindacati (e con la contrarietà della Confindustria) la legge 335/1995, da cui derivò un'intensa attività di legislazione delegata riguardante parecchi aspetti del sistema pensionistico pubblico e privato. Tra le novità più importanti: - il passaggio al sistema contributivo (realizzato in qualche decennio), - L'istituto della pensione di anzianità è avviato all'estinzione, nel frattempo si avvia una fase di restrizione delle condizioni di accesso alla pensione di anzianità, che era prevista terminare nel l'obbligo di assicurazione per i collaboratori coordinati e continuativi; - l'armonizzazione dei diversi regimi previdenziali. Gli effetti della riforma Dini: La riforma del 1995 prevedeva una verifica dei suoi effetti a cinque anni dall'entrata in vigore. La verifica (effettuata dalla Commissione Brambilla) ha messo 2 risultati. 1) I risparmi previsti sono stati complessivamente realizzati, anche se con una distribuzione tra le voci di entrata e di uscita non conforme alle previsioni. Una delle voci di maggiore risparmio, ad esempio, è rappresentata dalla mancata applicazione degli incentivi fiscali alla previdenza integrativa, conseguente a uno sviluppo di molto inferiore alle attese: un risultato favorevole sotto il profilo della finanza pubblica, ma non sotto il profilo dell'obiettivo della costruzione del "secondo pilastro" a capitalizzazione. 2) Nonostante i risparmi di spesa realizzati, le proiezioni delle aliquote di equilibrio per i principali regimi rimangono preoccupanti, a riflettere una gradualità della riforma che non appare in grado di controbilanciare gli effetti pesantemente negativi dell'invecchiamento della popolazione Governi Prodi, D'Alema il Governo Prodi corresse alcuni aspetti della legge Dini (armonizzazione, pensioni di anzianità, ulteriore separazione tra previdenza e assistenza). Successivamente, i ministri hanno gestito l'ordinaria amministrazione, con qualche piccolo ritocco. Nella seconda parte della Legislatura i governi hanno accettato l'impostazione dei sindacati secondo la quale prima di qualunque provvedimento occorresse compiere una verifica nell'anno Governo Berlusconi Ha, in primo luogo, proceduto alla verifica degli effetti della riforma Dini, istituendo una Commissione di esperti (presieduta dal sottosegretario Alberto Brambilla) che ha redatto un rapporto. Poi, dopo un confronto con le parti sociali, il Governo ha presentato un disegno di legge delega attualmente in stallo in Parlamento. I risultati Una prudente opera di riforma è stata dunque avviata; tuttavia i risultati sono, rispetto all'obiettivo della sostenibilità finanziaria, dell'equità intergenerazionale e dell'efficienza, assolutamente insufficienti. Quello che, sotto i veti sindacali, è stato fatto sinora, le riforme Amato del '95 e la riforma Dini del '95 che ha avviato, ma in tempi biblici, il passaggio al

9 sistema contributivo, ha avuto il solo effetto di rinviare i problemi, scaricando l'onere della riforma sulle generazioni più giovani e quelle future. Fino ad oggi hanno dunque prevalso logiche di breve periodo, che hanno impedito che potessero essere accolte quelle proposte di riforma radicale che studiosi e organizzazioni internazionali indicano come necessarie per il raggiungimento di un regime equilibrato ed equo. Fa bene Berlusconi ad esprimere la propria "nostalgia per il progetto del '94": il nuovo progetto di riforma contenuto nella delega al governo (v. oltre), limita la sua attenzione a interessi più immediati, quali lo smobilizzo del Tfr, il decollo dei fondi pensioni, la detassazione dei contributi per i nuovi lavoratori, e rinuncia alle misure più "scomode", ma più urgenti, come il superamento delle pensioni di anzianità. 3 - LE PROPOSTE DEL GOVERNO "É stato un lavurà de la Madona" (Silvio Berlusconi, dopo il varo del ddl-delega sulle pensioni) Nel programma elettorale della Casa della Libertà si leggevano i seguenti punti: Integrazione fino ad un milione di lire per 13 mensilità dei trattamenti percepiti - a titolo di previdenza ed assistenza - che, nel complesso, non raggiungono tale livello (in relazione alle condizioni reddituali delle famiglie e dell'età anagrafica) effettiva parità di condizioni fra fondi chiusi, fondi aperti e piani pensionistici individuali; smobilizzo e liberalizzazione del TFR, compensati da una riduzione del prelievo obbligatorio maggiori agevolazioni fiscali per la previdenza integrativa, in particolare a favore dei lavoratori a più basso reddito rimozione completa del divieto di cumulo pensione-reddito da lavoro Che si sono concretizzati nei provvedimenti di seguito illustrati: Integrazione fino a un milione "Ma l'anno nuovo si apre anche con gli aumenti a 517 euro mensili promessi in campagna elettorale e inseriti, non a tutti i pensionati più poveri, nella Finanziaria. Già a partire dalla rata in pagamento a gennaio - assicura l'inps - scatterà l'adeguamento. La misura riguarderà nel complesso poco più di 2 milioni di persone. Quindi, non tutti i circa sei milioni di pensionati titolari di assegni inferiori a quella cifra otterranno il beneficio. Interessati sono, al contrario, in linea di massima quanti già hanno una maggiorazione sulla propria pensione. L'aumento scatterà infatti dal 1^ gennaio 2002 nei confronti di chi ha un reddito annuo lordo inferiore a 13 milioni di lire (6.714 euro), escluso quello della casa di abitazione. Ma questo requisito, da solo, non basta. Occorrerà, infatti, avere anche almeno 70 anni di età o almeno 60 anni se si tratta di invalidi al 100 per cento. Al di là di quest'ultima ipotesi, ci sono anche altri casi in cui l'adeguamento al milione riguarderà anche chi ha meno di 70 anni. In queste ipotesi la riduzione è legata alle annualità di contribuzione versate. Il meccanismo previsto è una sorta di "bonus" di un anno ogni cinque di versamenti contributi (o frazione superiore alla metà): con cinque anni di contributi, per esempio, si potrà ottenere l'aumento a 69 anni di età; con dieci anni si potrà avere l'adeguamento al milione a 68 anni, e così via. Fino, però, a un minimo di 65 anni (in corrispondenza di 25 anni di versamenti). L'aumento delle pensioni più basse è previsto anche in modo cumulativo per i coniugi. Si fa cioè riferimento non solo alla "ricchezza" dell'interessato, ma anche a quella familiare. In questo caso l'aumento scatta fino a un reddito cumulato di 21,5 milioni di lire ( euro) lorde annue". Delega al Governo in materia previdenziale

10 In sintesi, il ddl delega messo a punto dal Governo poggia su quattro pilastri: 1) sviluppo della previdenza integrativa La delega prevede due disposizioni volte a irrobustirne lo sviluppo, finora deludente: 1) il conferimento obbligatorio a fondo pensione, ma senza oneri per le imprese, delle quote future di Tfr; 2) la concessione di ulteriori benefici fiscali, attraverso l'aumento dei limiti di deducibilità della contribuzione e la minore tassazione dei rendimenti. Il conferimento obbligatorio delle quote di Tfr ha la potenzialità di trasferire ai fondi pensione importi dell'ordine di 15 miliardi annui di euro. 2) decontribuzione del 3-5% per le imprese sui neo-assunti a tempo indeterminato; Tra i compiti delegati dal legislatore al Governo c'è la riduzione fra 3 e 5 punti percentuali, senza effetti negativi sulla pensione, degli oneri contributivi dovuti dal datore di lavoro per i nuovi assunti. L'aliquota di finanziamento scenderebbe dunque di 3-5 punti mentre si manterrebbe invariata al 33% l'aliquota di computo. La differenza è posta a carico della fiscalità generale e cioè del contribuente. Il buon obiettivo di incentivare l'occupazione viene sicuramente perseguito, ma al prezzo non solo di una riduzione delle entrate contributive nell'immediato, ma anche dell'introduzione di un "germe" di instabilità finanziaria rispetto al tendenziale equilibrio proprio del metodo contributivo applicato con rigore. 3) aumentare l'età media di pensionamento 3.1) incentivi (bonus contributivi e fiscali) per rinviare i pensionamenti di anzianità; l'obiettivo è di contenere la spesa attraverso un allungamento della vita lavorativa. A tal fine, il Governo si impegna, anzitutto, a certificare, ossia garantire formalmente, il diritto alla pensione di anzianità al momento della maturazione dei requisiti, mettendolo al sicuro da nuovi "blocchi" all'uscita o possibili riduzioni future delle pensioni maturate; in secondo luogo, a introdurre incentivi di carattere fiscale e contributivo che rendano conveniente, per i lavoratori che maturano questo diritto, continuare l'attività lavorativa. Più in particolare, come si legge dalla relazione che accompagna il ddl-delega, "al fine di incentivare il proseguimento dell'attività lavorativa di coloro che abbiano maturato i requisiti per il pensionamento di anzianità è data facoltà ai soggetti medesimi di optare, in luogo del regime contributivo ordinario, per un regime speciale che, senza intaccare i diritti sia sul versante retributivo che su quello pensionistico, prevede l'eliminazione totale del versamento dei contributi previdenziali". I contributi non versati sono destinati per metà al lavoratore e per l'altra metà alla riduzione del costo del lavoro. Per accedere a tale regime è necessaria la stipula di un contratto tra datore di lavoro e lavoratore di durata minima di due anni, rinnovabile. "Al lavoratore viene garantita una retribuzione almeno equivalente a quella percepita garantendo al contempo l'importo della pensione calcolato al momento dell'esercizio dell'opzione, con rivalutazione progressiva dell'importo medesimo per effetto della rivalutazione automatica". 3.2) liberalizzazione dell'età per la pensione di vecchiaia Il regime di incentivazione al proseguimento della attività lavorativa visto sopra per le pensioni di anzianità, sarebbe applicabile anche ai soggetti che abbiano maturato il diritto alla pensione di vecchiaia 4) garanzia dei diritti acquisiti e progressiva abolizione del divieto di cumulo. ed inoltre si intende perseguire i seguenti obiettivi: 5) Completare il processo di separazione tra assistenza e previdenza 6) Parasubordinati. Per chi fa solo collaborazioni coordinate e continuative (esclusi amministratori, sindaci e revisori di società) aumenta l'aliquota contributiva dal 13% al 16,9%. L'aliquota seguirà poi la sorte di quella prevista per i commercianti (fino ad arrivare, cioè, al 19%) 7) riordino enti previdenziali; In particolare, la nuova disciplina è volta a perseguire obiettivi e finalità quali la fusione e la incorporazione di enti con finalità o funzioni identiche, la distinzione

11 e la separazione tra le attività di gestione amministrativa e quelle di indirizzo e vigilanza, la razionalizzazione e la omogeneizzazione degli attuali poteri di vigilanza ministeriali. 8) Le compensazioni per le imprese. Oltre alla decontribuzione sui neo-assunti, salirà dal 3 al 4% l'esenzione contributiva per la quota salariale legata ai contratti aziendali, sarà eliminato il prelievo dello 0,20% per finanziare il fondo di garanzia del Tfr e saranno previste agevolazioni per l'accesso al credito delle Pmi. La metà del bonus contributivo per il rinvio dei pensionamenti di anzianità e i risparmi prodotti dalla previdenziale andranno a ridurre il costo del lavoro. 4 - COMMENTI La decontribuzione - Il problema della copertura Per quanto riguarda la decontribuzione di 3-5 punti di aliquota, se è vero che puo' costituire un incentivo per l'occupazione, ha tuttavia sollevato alcune critiche: la riduzione delle entrate contributive pone problemi di copertura finanziaria, e introduce un "germe di instabilità finanziaria rispetto al tendenziale (ancorché remoto!) equilibrio proprio del metodo contributivo" (Fornero) (secondo la Cgil, fortemente contraria, il costo a regime (nel 2035) sarebbe di oltre 21,1 miliardi di ). In un primo tempo, il Governo ha sostenuto che la copertura vi sarebbe stata, perché la decontribuzione di 3-5 punti sui neo-assunti sarebbe stata "ampiamente" compensata dall'aumento del 4% dei contributi "sull'enorme platea" dei "co.co.co." e dall'incremento dell'occupazione. Ma i dubbi restavano: "Sorge il dubbio che l'aumento contributivo a carico dei collaboratori coordinati (indipendentemente dal maggiore onere pensionistico che, per effetto del principio contributivo, esso è destinato presto o tardi a generare) e il risparmio (se ci sarà) sulle pensioni di chi opterà per il differimento non siano sufficienti a coprire tutti gli oneri per la finanza pubblica, né tantomeno lascino spazi per ulteriori riduzioni del costo del lavoro" (Fornero). Più tardi (alla fine di marzo) la relazione tecnica del Governo sul ddl-delega ha confermato i dubbi: secondo la relazione tecnica alla delega previdenziale consegnata alla Camera dal ministro Maroni, a regime il taglio del 5% di contribuzione sui neo-assunti mantenendo la loro pensione pubblica invariata potrebbe costare oltre 6 miliardi di euro, ovvero almeno 0,5 punti di Pil (più precisamente, a regime il taglio dei contributi comporterebbe oneri aggiuntivi pari allo 0,5% del Pil con un taglio di 3 punti e dello 0,8% con una riduzione di 5 punti; che, al netto degli effetti fiscali derivanti dalla riduzione del costo del lavoro, scenderebbero, rispettivamente, a 0,3-0,6 punti di Pil ovvero da 3,5 a 6-7,5 miliardi di euro). Nel documento si legge: il taglio dei contributi "produce effetti di onerosità per la finanza pubblica di modesta entità all'inizio, ma crescente nel tempo e strutturalmente". Non a caso nella stessa relazione si annuncia un emendamento al testo del Ddl per rinviare alla legge Finanziaria 2003 la copertura della riduzione delle aliquote (si parla di 780 milioni di euro in tre anni al lordo degli effetti fiscali, 550 milioni di euro al netto). I sindacati hanno criticato la misura (promuovendo scioperi e manifestazioni) non solo e non tanto per i dubbi sulla copertura, quanto per il fatto che la riduzione di alcuni punti di aliquota per i nuovi assunti provocherebbe, nell'ambito del modello contributivo, un abbattimento del montante; da ciò deriverebbe, per le giovani generazioni, una prestazione ancora più modesta di quella già mortificata dalle riforme. Come spiega Cazzola "All'obiezione veniva naturale rispondere che la minore protezione pubblica sarebbe stata surrogata da una più consistente copertura privata, mediante una solida quota di previdenza complementare, finanziata dal Tfr., "in tal senso sembrava logico interpretare l'inciso (contenuto nella delega), in forza del quale la riduzione da 3 a 5 punti degli oneri contributivi, a carico del datore, dovesse avvenire <senza effetti negativi sulla determinazione dell'importo pensionistico del lavoratore>".

12 La relazione tecnica del governo ha invece affermato esplicitamente che l'assenza di "effetti negativi" riguarderà il trattamento pensionistico obbligatorio e che alla riduzione dell'aliquota di finanziamento non corrisponderà, pertanto, la riduzione di quella di computo. In soldoni: sui nuovi assunti il prelievo sarà del 28% ma l'accredito resterà pari al 33% della retribuzione. La scelta ha suscitato le preoccupazioni della ragioneria dello Stato, la quale si è affrettata a ricordare che non devono esserci oneri aggiuntivi per la fiscalità generale. Secondo Cazzola "Sarebbe il caso, dunque, che si adottassero misure rigorose, idonee a garantire sicuri contenimenti di spesa. Solo così si potrà salvaguardare il solo profilo riformatore della delega: decontribuzione versus smobilizzo del Tfr". Lo smobilizzo del TFR Il conferimento obbligatorio delle quote di Tfr ha la potenzialità di trasferire ai fondi pensione importi dell'ordine di 15 miliardi annui di euro. Non si tratta però di un trasferimento senza costi: se quelli per le imprese saranno "compensati", resteranno quelli per il lavoratore in termini di scelte vincolate e di alternative perdute: si riduce la possibilità di disporre del Tfr durante la vita attiva, e si impone, al termine di questa, di goderne almeno in parte in forma di rendita vitalizia anziché di somma capitale (Fornero). Che il destino del Tfr sia quello di confluire nei fondi pensione per sviluppare il pilastro della previdenza complementare è un dato generalmente acquisito nel dibattito, e la riforma di questo istituto sembra essere l'unica certezza da parte di un Governo perfettamente allineato, in materia di pensioni, con gli esecutivi precedenti. Tuttavia non puo sfuggire il fatto che con il "dirottamento" obbligatorio sui fondi pensione, il costo dei regimi previdenziali obbligatori, pubblici e privati, giungerebbe al 40% della retribuzione. Questo richiede che la destinazione del trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare deve essere accompagnato da una riduzione dell'aliquota contributiva per il sistema pubblico. L'obiettivo dell'allungamento della vita lavorativa La delega affronta, in modo insufficiente, un solo aspetto autenticamente strutturale: lo smobilizzo del TFR a corrispettivo della decontribuzione. Sul nodo, fondamentale e strutturale, dell'età di pensionamento si propone ben poco. Mentre solo un sostanziale innalzamento della età effettiva di pensionamento consentirebbe di accrescere sia il montante contributivo (per effetto della maggior durata della contribuzione) sia il coefficiente di trasformazione (contribuzioni/prestazioni) (per effetto della minor durata della rendita). Pensioni di anzianità: di fatto (a parte gli incentivi, la cui efficacia è da verificare) non vengono toccate (abbandonata, dopo l'opposizione netta di Lega e AN, anche l'ipotesi, di cui si era parlato ad agosto 2001, di anticipare gli effetti della riforma Dini sulle pensioni di anzianità, eliminandole a partire dal 2004). Non sorprende la nostalgia di Berlusconi per il progetto di riforma del '94, dove invece il nodo delle pensioni di anzianità veniva affrontato in modo deciso (riduzione di circa tre punti percentuali per ogni anno di anticipo rispetto all'età prevista per quella di vecchiaia). La spesa per pensioni di anzianità si aggirava, nel 2001, attorno ai 52 miliardi di ( miliardi di lire) con un ritmo di crescita annuo che fino ad oggi è stato di circa 500 milioni di. Pur di non intervenire su questi crescenti oneri il Governo preferisce caricarne il peso su autonomi e parasubordinati (v. sotto). Efficacia degli incentivi: Già oggi, con il divieto di cumulo tra lavoro dipendente e pensione di anzianità è possibile scegliere di continuare a lavorare: il lavoratore decide di non ritirarsi se ritiene che un'annualità di retribuzione (e il relativo aumento dei diritti pensionistici) sia preferibile a un'annualità di pensione accompagnata dalla disponibilità del proprio tempo. Alla situazione attuale, gli incentivi introdotti dalla nuova norma aggiungono alla retribuzione il 50% (o più) dei contributi, ma sottraggono l'aumento dei diritti pensionistici. La differenza non è molto grande ed è sensato ritenere che ben pochi possibili pensionati saranno indotti dalle

13 nuove norme a rimanere al proprio posto; non vi saranno, pertanto, sensibili risparmi per la finanza pubblica. Né è prevedibile che la nuova normativa induca a mutare comportamento quei pensionati di anzianità che oggi svolgono "attività sommerse", cumulando così pensione e reddito di lavoro, senza il pagamento di imposte e contributi (Fornero). Secondo Cazzola "la stessa relazione (relaz. tecnica del Governo, ndr) pone sotto tiro - con esiti non proprio lusinghieri - anche le misure riguardanti i trattamenti obbligatori. Così, si stima che la cosiddetta certificazione dei diritti (pensata per scoraggiare gli esodi dettati dal timore di imminenti "giri di vite" sui requisiti e le regole) dovrebbe convincere solo il 4% degli aventi diritto a posticipare il pensionamento (per un periodo medio di un anno), mentre il "pacchetto" degli incentivi al proseguimento volontario in regime di novazione del rapporto (a termine) viene giudicato "neutrale" ai fini della finanza pubblica (la relazione dà esplicita testimonianza dei risultati scadenti aderenti a tutto febbraio realizzati con la vigente normativa introdotta dalla legge 388/2000)". L'età pensionabile libera: la liberalizzazione dell'età pensionabile, si riferisce alla pensione di vecchiaia e non a quella di anzianità, ma il meccanismo degli incentivi è equivalente. É ancora più difficile pensare che la misura convinca molti lavoratori di 60 (donne) o 65 (uomini) anni a non andare in pensione, dato che già oggi è lecito cumulare reddito da lavoro e pensione di vecchiaia: non si vede perché il lavoratore dovrebbe rinunciare a un'annualità di pensione in cambio del 50% dei contributi (a loro volta pari al 33% della retribuzione), quando la pensione è normalmente superiore al 50% della retribuzione (Fornero). L'aumento dell'aliquota contributiva per i parasubordinati L'obiettivo di ridurre il costo del lavoro riducendo i contributi dei lavoratori dipendenti sembra essere affidato per larga parte all'aumento dei contributi per i parasubordinati, la cui gestione genererebbe un enorme avanzo che sarebbe utilizzato per molti anni per pagare le pensioni dei dipendenti. Nei propositi del Governo tale incremento sarebbe massiccio: si manderebbe a regime in pochi anni (prima si diceva dal 2002, ora si parla del 2004) quella aliquota del 19% (il balzo sarebbe di 6 punti) che doveva essere gradualmente raggiunta nel Il Governo dunque si preoccupa solo delle entrate e non delle uscite e pur di non intervenire su questi crescenti oneri (vedi quanto scritto sopra sulle pensioni di anzianità) preferisce caricarne il peso su autonomi e parasubordinati. Questo rischia di condannare a morte (o al sommerso) quei lavori atipici che hanno dato fiato all'occupazione in rispostà alle rigidità ed alle berriere all'ingresso sul mercato del lavoro. Come ha scritto Cazzola, queste aree del mercato del lavoro "sono divenute una forma di difesa contro un costo del lavoro insostenibile nella sua forzata uniformità. Si deve trovare il coraggio di rimuovere tutti i vincoli che hanno determinato il dualismo del mercato del lavoro, inclusa l'attuale disciplina del licenziamento. Non avrebbe senso altrimenti sottoporre alle medesime regole pensionistiche condizioni di lavoro nate allo scopo di sottrarsi al regime generale. Quelle realtà sociali verrebbero clonate in altri rapporti, sempre più spuri, precari e alla fine sommersi. Se si intende, allora, ridurre il "cuneo" sulla busta paga, è indispensabile accompagnare l'operazione con un rigoroso piano di contenimento della spesa" (per cui non basta l'estensione pro-rata del calcolo contributivo, ma è necessario elevare in modo sostanziale l'età effettiva di pensionamento; ndr). Paradossalmente la manovra viene presentata come a favore dei parasubordinati, che con le regole attuali, i pochi contributi ed il calcolo contributivo, riceverebbero una pensione ben modesta. Come spiega ancora Cazzola "In realtà l'obiettivo è la loro gestione, che è in forte attivo: dalla sua costituzione a oggi, ha realizzato una situazione patrimoniale positiva per 21mila miliardi: risorse ingenti, puntualmente impiegate, nell'ambito del bilancio Inps, per soccorrere le casse in crisi. Va da sé che un incremento dei contributi farebbe ancor più accrescere i carati di questa gestione-gallina dalla uova d'oro, condannata a incassare senza spendere ancora per alcuni decenni". E' vero che il trattamento pensionistico di questi lavoratori verrà determinato con il metodo contributivo e che quindi, visti i maggiori versamenti, risulterà più elevata; ma è anche vero che al credito che il co.co.co. vanterà nei confronti della propria gestione previdenziale quando andrà in pensione, non corrisponderanno reali

14 accantonamenti di risorse (che sono invece state usate per pagare le pensioni di oggi) e, quindi, sarà legato alla capacità che fra trenta, quaranta o cinquanta anni il sistema avrà di pagare le pensioni (e ai cambi di legislazione che da qui ad allora vi potranno essere). Se davvero si volesse fare qualcosa a vantaggio dei parasubordinati occorrerebbe consentire loro di finanziare con i loro contributi obbligatori un sistema misto (pubblico a ripartizione e privato a capitalizzazione). Pro rata per l'applicazione del sistema contributivo Per rendere più strutturale la riforma, il Governo starebbe valutando l'immediata estensione a tutti i lavoratori del contributivo pro-rata (soluzione che piace alla Cgil ma non a Cisl e Uil). Il risparmio ipotizzato è di 5-7 miliardi di euro in dieci anni. Ma di questo, al momento, nel ddl non vi è traccia (e il ministro Maroni, ha lasciato intendere più volte di non considerarla indispensabile). 5 - PROPOSTE Per sintetizzare, l'italia, in modo più marcato rispetto agli altri paesi industrializzati, si trova a dover far fronte ai problemi che derivano dall'invecchiamento della popolazione (frutto della flessione della natalità e dell'allungamento della vita media, passata tra il 1960 e il 1997 da circa 67 a 75 anni per gli uomini e da 73 a 81 anni per le donne 1 e destinata ad accrescersi ulteriormente di circa 5 anni nei prossimi 50 anni). Questa situazione rende urgente riformare il sistema previdenziale pubblico al fine di assicurarne la sostenibilità finanziaria e di ripartirne il costo in modo equo tra le generazioni. La soluzione ottimale è quella di una transizione a un regime misto, che affianchi alla componente a ripartizione una componente, che dovrebbe divenire preponderante, a capitalizzazione. Solo cosi si riuscirebbe ad assicurare l equità tra le generazioni e a mettere l ingente risparmio previdenziale al servizio dello sviluppo economico. Tuttavia, nell immediato vi sono alcuni nodi cruciali da risolvere per evitare il collasso dell attuale sistema. Il peso della spesa pubblica per pensioni in rapporto al PIL, attualmente pari al 14,2%, è destinato, a sistema invariato, a raggiungere nel 2030 il valore del 15,9%, stabilizzandosi poi nel decennio successivo su tale livello. L entità della spesa per il finanziamento dei sistemi pensionistici pubblici è tale da assorbire i due terzi della spesa sociale, lasciando così, contrariamente a quanto accade in quasi tutti gli altri paesi europei, ben poche risorse per interventi sulla famiglia, sulla disoccupazione, sulla formazione, sulla casa e così via. Il sistema pensionistico italiano genera ogni anno un disavanzo di circa miliardi di lire (ogni anno si pagano circa miliardi di pensioni a fronte di circa miliardi di contributi sociali). Questo accade nonostante i lavoratori italiani siano gravati da un elevatissimo tasso di contribuzione del 32.7% (calcolato al netto dei contributi destinati al TFR, pari ad un ulteriore 7.7%; la media UE è del 17,9%), che è, inoltre, ben al di sotto di quella che sarebbe l'aliquota contributiva di equilibrio, che è pari, secondo dati della Ragioneria Generale dello Stato, al 45% e che è destinata a raggiungere tra il 2025 e il 2030 il picco di circa il 49%. Un maggiore equilibrio finanziario ed una maggiore equità potrebbero essere conseguiti rafforzando il pilastro della previdenza integrativa, obiettivo che tuttavia, ragionevolmente, non potrà essere raggiunto fintanto che i livelli della contribuzione obbligatoria resteranno così incredibilmente elevati. Occorre dunque agire con urgenza per modificare i parametri del sistema pubblico. Le principali modifiche che occorrerebbe fare, contenute in un disegno di legge promosso da Radicali Italiani sono le seguenti:

15 * L eliminazione delle cosiddette pensioni di anzianità, quelle che ancor oggi consentono il pensionamento a lavoratori sotto i 55 anni: si potrebbe, a partire dal 2002 rendere possibile il pensionamento per quei lavoratori che abbiano raggiunto un età contributiva e un età anagrafica che sommate diano la cifra di 95; a decorrere dal 1 gennaio 2004 tale cifra dovrebbe essere elevata a 100. * L età minima per la pensione di vecchiaia, fissata nella Legge Dini a 57 anni, dovrebbe essere elevata a 60. * Le misure precedenti configurano risparmi di spesa tali da poter assicurare la copertura di un altra misura doverosa ma altrimenti insostenibile: l innalzamento ad un milione delle pensioni minime. * Infine è necessaria l equiparazione tra fondi pensione chiusi e aperti, in modo tale da assicurare al lavoratore una piena libertà di scelta nella previdenza integrativa.

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