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3 Nell ambito delle celebrazioni dell Anno di S. Omobono (in cui si ricorda l VIII Centenario della morte e della canonizzazione) da subito si è pensato di coinvolgere i politici e gli amministratori della Città di Cremona e dell intera Diocesi. L esempio del Santo Patrono, ricordato come uomo di pace e di riconciliazione in una città divisa in fazioni e lotte, ha sollecitato a cercare di nuovo, per il nostro tempo, le modalità cristiane di un impegno nel sociale e nella politica. Il Forum dei politici e amministratori si è svolto nei giorni di sabato 12 (in Cattedrale) e domenica 13 settembre 1998 (in Seminario). I due incontri sono stati pensati come due passi altrettanto importanti e necessari. Il primo appuntamento ha avuto come protagonista il Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (dopo essere stato insegnate di teologia in diverse Facoltà della Germania e poi vescovo di Monaco di Baviera). Gli è stato chiesto di illustrare in alcuni dei suoi tratti fondamentali la relazione tra politica e fede cristiana. L originale intervento del Cardinal Ratzinger, dal titolo Culto divino e responsabilità politica, ha riportato dunque a una meditazione alta e profonda, fino alle radici antiche della nostra fede, quelle israelitiche, per scrutare quell intreccio tra culto, morale e diritto che con l avvento del cristianesimo è stato modificato rispetto alla sua forma antica. E anche per noi oggi si tratta di ritrovare modalità adeguate per distinguere e tuttavia mantenere uniti, questi tre elementi. La lezione del Card. Ratzinger è stato il primo passo, indispensabile approfondimento se non si vuole ridurre la politica a una mera gestione di potere e di compromessi. Il secondo passaggio, invece, si è svolto con i due contributi di domenica 13 settembre. Ci si è concentrati su un aspetto particolare della politica, e precisamente quello delle politiche per la famiglia. Il Vescovo di Cremona, mons. Giulio Nicolini, ha trattato il tema La Chiesa a sostegno della famiglia mostrando come nella Chiesa cremonese molteplici siano stati i momenti nei quali si è tornati a riflettere sulla famiglia e ad agire per la famiglia. Si potrebbe dire che questa ormai si configura come una linea pastorale della nostra Chiesa da perseguire con particolare attenzione. E rivolgendosi ai politici il Vescovo ha posto alcune richieste responsabilizzanti la loro pubblica missione. Infine la dottoressa Luisa Santolini, Segretario Generale del Forum delle Associazioni familiari, con tono vivace e ricchissimo di stimoli, ha affrontato il tema Una politica locale per la famiglia. Si tratta di provocazioni che possono essere assai feconde per le nostre comunità civili ed ecclesiali: le offriamo a tutti, perché da una parte i politici e gli amministratori imbocchino la strada di una effettiva politica di sostegno alla famiglia; e dall altra le famiglie e le comunità ecclesiali pungolino società e politica a tale passo innovativo per il nostro Paese. Ci sono cifre che indicano le contraddizioni, esempi che mostrano una strada percorribile, esperienze e riflessioni che sono per tutti un monito. Nelle parole della Santolini c era molta passione e anche speranza. Ora sta a noi raccogliere e continuare la sfida. Forse si tratta di osare un po di più. Pungolare le nostre amministrazioni locali e fare pressioni per una politica diversa a livello nazionale. Far crescere la consapevolezza che le famiglie stesse possono unirsi e indicare la concreta possibilità di una politica diversa. don Enrico Trevisi Responsabile dellufficio di pastorale sociale 3

4 Cremona, Cattedrale, 12 settembre 1998 S.E. Mons. Giulio Nicolini saluto al Cardinale Ratzinger Eminenza. È molto bello che Ella sia tra noi oggi, memoria liturgica del Santo nome di Maria, in questa nostra Cattedrale dedicata a Maria Assunta, per offrirci il dono della sua parola. E un dono atteso e desiderato, per cui il saluto devoto e cordiale che mi è caro di rivolgerle, trascende la pur doverosa formalità e si carica di spontanea letizia, la quale non è solo mia, ma penso di poterlo dire con verità del mio presbiterio e della mia gente. Lo attesta questa cospicua assemblea, alla quale rivolgo il più cordiale saluto, con particolare riguardo alle onorevoli Autorità civili e militari, ai parlamentari, agli esponenti del mondo politico ed amministrativo, della cultura, dell informazione. La ringrazio, Eminenza, per essere riuscito ad inserire nei suoi programmi che so quanto intensi questa corsa a Cremona. Ella, naturalmente, arriva qui preceduto dalla vasta notorietà che si è andata accumulando attorno alla sua persona, specialmente da quando il Santo Padre Giovanni Paolo TI nel 1981 L ha chiamata dalla guida dell Arcidiocesi di Monaco di Baviera alla guida molto più impegnativa del Dicastero Vaticano per la Dottrina della Fede, che comporta compiti di grande importanza, in diretto contatto col Sommo Pontefice, nel campo vitale della promozione e della tutela della fede cattolica. Anche chi non è proprio addentro alle vicende ecclesiali, viene ogni poco a conoscenza del varo di importanti atti e documenti che recano la sua firma. Ma anche di molti suoi interventi in cui Vostra Eminenza presenta all opinione pubblica mondiale documenti di particolare valore dottrinale come per esempio il Catechismo della Chiesa Cattolica e le Encicliche del Papa -. E non dico delle conferenze e degli scritti, una messe già copiosa, che il pubblico accoglie con favore, perché vi trova punti di orientamento nei disagi e nelle difficoltà che contrassegnano, nella società e nella Chiesa stessa, la presente svolta epocale. E vorrei rilevare che in quegli scritti si trova la serietà e talvolta la severità dell uomo di vasta cultura, coniugata con l amabilità dell uomo sapiente e del pastore d anime, che ha per motto di essere cooperatore della verità. Ora ci parlerà di Culto divino e responsabilità politica, tema affascinante, che per noi riveste un motivo di particolare attualità. Abbiamo iniziato infatti nel 93 una serie di incontri annuali destinati principalmente ad esponenti del mondo politico ed amministrativo. Essere cristiani in politica è stato il nucleo iniziale delle nostre riflessioni, che poi man mano si sono ramificate in alcune dimensioni quali la dignità della persona umana, la carità politica e il bene comune, i valori della solidarietà, la politica modo esigente per vivere la carità a servizio dell uomo. Al centro la suggestiva immagine della Città prestata coniata da Santa Caterina da Siena come sintesi dei consigli ai politici del suo tempo, emblema dello spirito di servizio con cui accogliere un mandato, svolgerlo con senso di temporaneità, impegno, distacco. Quest anno, ricorrendo l ottavo centenario della morte e della canonizzazione del nostro Patrono, Sant Omobono, un fedele laico rimasto nella storia di Cremona come padre dei poveri, Santo della carità, artefice di concordia e di pace, abbiamo pensato di aggiungere alla serie questo Convegno. L autorevole parola di Vostra Eminenza vorrà così arricchire le nostre piccole cose, offrendoci le sue riflessioni sui fondamenti ultimi e sui presupposti di un azione politica responsabile. La ringrazio dal profondo del cuore. 4

5 S. E. Card. Joseph Ratzinger Il tema di questa conferenza liturgia e responsabilità per il mondo sembra a prima vista contraddittorio. La liturgia è per noi qualcosa di privato, la politica è una realtà pubblica. La liturgia ci appare come qualcosa di situato fuori della realtà di ogni giorno, la politica è la forza che plasma la realtà. Con tali concezioni, che in realtà sono abbastanza diffuse nella coscienza contemporanea (anche cristiana) ci si inganna innanzitutto radicalmente sull essenza della liturgia, ma proprio per questo un tale errore danneggia anche il pensiero e l azione politica. Vorrei pertanto in questa conferenza cercare innanzitutto di illustrare il concetto di culto, di liturgia, per poter, a partire di qui, indicare prospettive e indicazioni anche per il compito del politico. Cosa è propriamente la liturgia? Cosa accade in essa? Con quale genere di realtà ci incontriamo qui? Negli anni venti fu avanzata la proposta di intendere la liturgia come gioco : il punto di somiglianza era innanzitutto che la liturgia come il gioco ha le sue regole, organizza il suo proprio mondo, che ha valore, quando in esso si entra, e che poi naturalmente anche nuovamente si dissolve, quando il gioco finisce. Un altro punto di somiglianza era che il gioco ha sì un senso, ma nello stesso tempo è senza scopo determinato e proprio così possiederebbe qualcosa di risanante, anzi di liberante, perché ci porterebbe fuori dal mondo delle preoccupazioni quotidiane e delle loro costrizioni introducendoci nell ambito del gratuito e ci libererebbe quindi per qualche istante da tutto il peso del mondo del nostro lavoro. Il gioco sarebbe per così dire un altro mondo, un oasi della libertà, nella quale noi potremmo per un momento lasciare fluire liberamente l esistenza; per noi sarebbero necessari tali momenti di libertà dall oppressione del quotidiano, per poterne portare il peso. In tutto questo vi è qualcosa di vero, ma una tale spiegazione non può essere sufficiente. Infatti non sarebbe in fondo importante che cosa qui stiamo giocando; tutto ciò che è stato detto si può dire di ogni gioco, ove l esigenza di regole molto presto acquista un peso rilevante e anche conduce a nuove pretese finalità: se pensiamo all odierno mondo dello sport, ai campionati di calcio o a qualsiasi altro gioco, ovunque si vede che il gioco presto passa ad essere dal totalmente altro di un mondo alternativo o di un non mondo, un pezzo di mondo con le sue leggi, se non vuole dissolversi in un vuoto, insensato passatempo. Ancora un aspetto di questa teoria del gioco occorre menzionare, che ci porta già più vicino alla natura particolare della liturgia; il gioco dei bambini appare sotto molti aspetti come uiìa specie di anticipazione della vita, come un introduzione alla vita successiva, senza portare in sé il suo peso e la sua serietà. Così la liturgia potrebbe richiamare l attenzione sul fatto che davanti alla vera vita, nella quale vogliamo entrare, in realtà restiamo o in ogni caso dovremmo restare tutti bambini: la liturgia sarebbe quindi una forma totalmente altra di anticipazione, di pre-esercitazione: anticipo della futura vita eterna, della quale Sant Agostino dice che diversamente dalla vita attuale non è più intessuta di bisogni e necessità, ma tutta della libertà del dono. Quindi la liturgia sarebbe il risveglio della vera condizione di infanzia spirituale in noi, dell apertura alla grandezza che ancora ci attende e che con la vita da adulti in verità non è ancora compiuta: essa sarebbe una forma strutturata della speranza, che già pregusta ora la vita futura, reale, vi introduce alla vita retta quella della libertà, dell immediatezza di Dio e della totale apertura reciproca. Così essa imprimerebbe anche nella vita apparentemente reale di ogni giorno i segni anticipatori della libertà, infrangerebbe le catene e farebbe brillare il cielo sulla terra. I sottotitoli sono redazionali 5

6 Una tale variante della teoria del gioco distanzia in modo sostanziale la liturgia dal gioco in genere, nel quale per altro sempre vive la nostalgia del vero gioco, della totale alterità di un mondo, nel quale ordine e libertà si fondano; di fronte a ciò che è appariscente e comunque legato ad uno scopo preciso ovvero al vuoto del gioco normale fa emergere la particolarità e l alterità del gioco della Sapienza, del quale parla la Bibbia e che si può poi mettere in connessione con la liturgia. Ma manca ancora un elemento di contenuto in questo schema, dal momento che il concetto di vita futura finora è emerso solo come un vago postulato e lo sguardo a Dio, senza il quale la vita futura sarebbe solo un deserto, è rimasto ancora del tutto indeterminato. Così vorrei proporre un nuovo approccio, questa volta a partire dalla concretezza dei testi biblici. Nei racconti sugli antefatti dell uscita di Israele dall Egitto così come sul suo svolgimento stesso emergono due differenti finalità per l Esodo. Una, a noi tutti nota, è il raggiungimento della terra promessa, nella quale finalmente Israele potrà vivere su una terra propria, in confini sicuri come popolo con la sua propria libertà ed indipendenza. A fianco si colloca però ripetutamente un altra indicazione di obiettivo. Il comando originario di Dio al Faraone suona: Lascia partire il mio popolo, perché possa servirmi viene ripetuto con minime varianti quattro volte, cioè in tutti gli incontri fra il Faraone e Mosè-Aronne (Es 7, 26; 9, 1; 9, 13; 10, 3). Nel corso delle trattative con il Faraone lo scopo viene ulteriormente concretizzato. Il Faraone si mostra disponibile al compromesso. Nella discussione è in questione per lui la libertà di culto degli israeliti, che egli inizialmente concede nella forma seguente: Andate a sacrificare al vostro Dio nel paese (Es 8, 21). Ma Mosè insiste sul fatto che secondo il comando di Dio - per il culto è necessario uscire dal paese. Il suo luogo è il deserto: Andremo nel deserto, a tre giorni di cammino, e sacrificheremo al Signore, nostro Dio, secondo quanto egli ci ordinerà (Es 8, 23). Dopo le piaghe successive il Faraone allarga la sua proposta di compromesso. Egli permette ora che il culto si compia secondo la volontà della divinità, quindi nel deserto, ma vuole lasciare partire solo gli uomini, mentre le donne e i bambini così come il bestiame dovranno restare a casa in Egitto. Egli presuppone una prassi corrente del culto, secondo la quale solo gli uomini erano soggetti attivi di esso. Mosè però non può trattare sulla forma del culto con il monarca straniero, porre il culto sotto forma del compromesso politico: la forma del culto non è un problema di ciò che è politicamente possibile; porta in sé la sua criteriologia, cioè può essere strutturato solo a partire dal criterio della rivelazione, a partire da Dio. Perciò viene respinta anche la terza, molto indulgente proposta di compromesso del sovrano, il quale concede ora che anche donne e bambini possano venire. Solo rimanga il vostro bestiame minuto e grosso (10, 24). Al che Mosè controbatte che tutto il bestiame deve essere portato via, perché non sapremo come servire il Signore finché non saremo arrivati in quel luogo (10, 26). In tutta questa trattativa non si parla della terra della promessa; come unico scopo dell Esodo appare il culto, che può compiersi solo secondo la misura di Dio e pertanto è sottratto alle regole del gioco del compromesso politico. Israele esce dal paese, non per essere un popolo come tutti gli altri; esce per servire Dio. La meta dell esodo è la montagna di Dio, ancora sconosciuta, il servizio di Dio. Ora si potrebbe obiettare che la menzione esclusiva del culto nelle trattative con il Faraone sarebbe stata una scelta di natura tattica. Lo scopo reale e in definitiva unico dell esodo non sarebbe stato il culto, ma la terra, che in verità costituiva lo specifico contenuto della promessa ad Abramo. Non credo che si renda così giustizia al vero significato di questi testi. In fondo la contrapposizione di terra e culto non ha senso: la terra viene data, perché sia un luogo del culto del vero Dio. Il semplice possesso della terra, la semplice autonomia nazionale avrebbe declassato Israele al livello degli altri popoli. Questa finalità misconoscerebbe la particolarità dell elezione; tutta la storia dei libri dei Giudici e dei Re, ripresa e nuovamente interpretata nei libri delle Cronache, mostra proprio questo che la terra come tale e presa in sé stessa resta ancora un bene indeterminato, che diviene il vero bene, il dono reale della promessa compiuta solo quando vi domina Dio; quando la terra non esiste in qualche modo come uno stato autonomo, ma solo quando essa è lo spazio dell obbedienza, nel quale si 6

7 compie la volontà di Dio e così nasce la forma giusta dell esistenza umana. Lo sguardo sul testo biblico ci permette però anche una determinazione più precisa della relazione fra i due scopi dell esodo. Israele pellegrino in realtà non scopre ancora dopo tre giorni (come annunciato nel colloquio con il Faraone) quale genere di offerta Dio vuole. Ma piuttosto dopo tre mesi, dall uscita degli Israeliti dal paese d Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai... (Es 19,1). Al terzo giorno si verifica poi la discesa di Dio sulla cima della montagna (19, 16-20) Ora Dio parla al popolo, nelle dieci sante parole (20, 1-17) gli comunica la sua volontà e per mezzo di Mosé conclude l alleanza (Es 24), che si concretizza in una forma di culto minuziosamente regolata. Così è adempiuto lo scopo del pellegrinaggio nel deserto comunicato al Faraone: Israele impara ad adorare Dio nel modo da lui stesso voluto. A questa adorazione appartiene il culto, la liturgia nel suo senso specifico; ad essa appartiene però anche la vita secondo la volontà di Dio, che è un aspetto irrinunciabile della vera adorazione. La gloria di Dio e l uomo vivente, la vita dell uomo però è vedere Dio, dice Sant Ireneo (Adv. haer. IV 20,7), ed esprime così esattamente ciò di cui era questione nell incontro davanti alla montagna nel deserto: ultimamente la vera adorazione di Dio è la vita dell uomo stesso, l uomo che vive rettamente, ma la vita diventa vera vita solo se riceve la sua forma dallo sguardo che a Dio si orienta. Il culto esiste proprio per questo, per permettere questo sguardo e così rendere possibile una vita, che diventa gloria a Dio.. Tre aspetti sono importanti per il nostro problema: al Sinai il popolo non riceve solo indicazioni per il culto, ma un ordinamento generale giuridico e morale. Solo così esso viene costituito come popolo. Un popolo non può vivere senza un ordinamento giuridico comunitario. Si dissolve nell anarchia, che è la parola della libertà, la sua abolizione nella mancanza del diritto di ciascuno, che è la mancanza della sua libertà. Nell ordinamento dell alleanza al Sinai - è questo il secondo aspetto- i tre elementi culto - diritto - ethos - sono indissolubilmente intrecciati fra di loro: questa è la loro grandezza, ma anche il loro limite, come si vedrà nel passaggio da Israele alla Chiesa delle genti. Per questo passaggio era essenziale che ora il triplice intreccio fosse sciolto, che cioè culto ed ethos rimanessero strettamente uniti fra di loro, mentre fosse dato spazio ad un pluralismo di organizzazioni giuridiche e di ordinamenti politici. Questa fu la condizione intrinseca per l universalismo cristiano: l adorazione dell unico Dio non è legata solo ad una nazione ed ai suoi ordinamenti, ma appartiene a tutti i popoli, a tutte le culture, a tutti i tempi. Non crea essa stessa un sistema giuridico, ma affida questo compito alla ragione umana anche se ad essa indica dei criteri fonda mentali. Che questa rottura dell originario triplice intreccio, a seguito del messaggio di Gesù, sia stato un processo drammatico, che sconvolse profondamente soprattutto i giudei fedeli, è quindi senz altro da comprendere. Nella lotta di San Paolo per la libertà dalla legge si trattava precisamente di questo processo di liberazione, della libertà dell ordinamento giuridico, senza la quale il cristianesimo sarebbe rimasto una setta giudaica. Per noi è importante che ci imbattiamo qui nel problema di che cosa può rettamente significare laicità dello Stato e che cosa essa non significa. Essa significa che l ordinamento politico e giuridico è distinto da quello religioso e culturale. Essa significa che il legislatore ed il politico hanno certamente una responsabilità autonoma. Il loro compito appartiene all ordine della ragione e non a quello della rivelazione. La loro competenza è chiaramente separata da quella del sacerdote, della gerarchia, e ogni parte deve rispettare la libertà e la responsabilità propria dell altra. Questa essenza rettamente intesa della laicità è contenuta in sostanza nella lotta paolina per la libertà dalla legge. Ma vi è anche un fraintendimento della laicità, contro il quale il cristiano deve difendersi, proprio per amore dell uomo e della ragione. Infatti la separazione delle sfere non può significare totale mancanza di rapporti. Nella corrente culturale, che ha origine dalla Rivoluzione francese - contrariamente alle tradizioni anglosassoni diversamente caratterizzate - la laicità è stata identificata sempre di più con la totale secolarizzazione del diritto. Lo sguardo verso Dio deve ora essere totalmente escluso dalla conformazione del diritto. Esigere questo è divenuto già ormai cosa ovvia nella nostra società e gli effetti li vediamo sempre più chiaramente nel crescente svuotamento morale del diritto e nella interiore degradazione che ne consegue. Pur riconoscendo la legittimità, 7

8 anzi la necessità della separazione delle sfere, non può tuttavia essere dimenticato che un rapporto interiore e essenziale dei tre ordini di fatto esiste: il diritto, che non ha una fondazione morale, diventa ingiustizia; morale e diritto, che non derivano dallo sguardo a Dio orientato, degradano l uomo, perché lo privano del suo criterio più alto e della sua più alta possibilità, gli impediscono lo sguardo sull infinito e sull eterno: con questa apparente liberazione egli viene assoggettato alla dittatura delle maggioranze dominanti, a criteri umani casuali, che alla fine finiscono con il fargli violenza. Arriviamo così ad una terza constatazione, che ci riconduce nuovamente al nostro punto di partenza, alla questione dell essenza del culto e della liturgia: un ordinamento delle cose umane, che non conosce Dio, rimpicciolisce l uomo. Perciò ultimamente anche culto e diritto non sono da separare totalmente l uno dall altro: Dio ha un diritto alla risposta dell uomo, sull uomo stesso, e ove questo diritto di Dio scompare totalmente, si dissolve anche l ordinamento giuridico umano, perché gli manca la pietra angolare, che tiene insieme il tutto. Che cosa questo ora significa per la nostra questione dei due scopi dell Esodo e alla fine per il problema dell essenza della liturgia? Appare adesso evidente che ciò che avvenne al Sinai, nella sosta dopo il cammino attraverso il deserto, è costitutivo per il senso della conquista della terra. Il Sinai non è una sosta intermedia, per così dire una pausa di riposo nel cammino stilla via verso la realtà, ma in certo qual modo esso fa dono della terra interiore, senza la quale quella esteriore resterebbe inabitabile. Solo per il fatto che per mezzo dell alleanza e del diritto divino in essa contenuto Israele è costituito come popolo ed ha ricevuto la forma comune della vita retta, la terra può divenire per lui veramente un dono. Il Sinai resta presente nella terra santa; nella misura in cui la sua realtà viene perduta, anche la terra interiormente viene perduta fino alla cacciata in esilio. Sempre quando Israele si allontana dalla retta adorazione di Dio e si rivolte agli idoli - potenze e valori intramondani - anche la libertà viene meno. Può vivere nella sua propria terra e tuttavia essere come in Egitto. Il semplice possesso di una propria terra e di un proprio stato non garantisce la libertà, può divenire una pesante schiavitù; se però la perdita del diritto diviene totale, finisce anche in perdita della terra. Quanto il servizio di Dio, la libertà della retta adorazione di Dio, che di fronte al Faraone appare come l unico scopo dell esodo, in realtà è proprio la sostanza di cui è questione nell esodo, lo si può vedere da tutto il Pentateuco: questo vero canone nel canone, il cuore della Bibbia di Israele, si svolge come un tutto al di fuori della terra santa. Termina al margine del deserto, al di là del Giordano, dove Mosé ancora una volta ripete riassumendolo il messaggio del Sinai. Così diviene visibile, quale è il fondamento di ogni esistenza nella terra, la condizione per poter vivere in comunità ed in libertà: il permanere nel diritto di Dio, che ordina rettamente le cose umane, in quanto le conforma a partire da Dio e a Dio orientate. Quanto ora detto vale innanzitutto ed immediatamente per Israele e per la sua missione nella storia. Ma vale nel suo contenuto più profondo per ogni popolo. Un popolo senza diritto scade nell anarchia e dissolve se stesso. Il diritto non si contrappone alla libertà, ma ne è la condizione. Il diritto a sua volta, che fonda veramente una comunità degna dell uomo, non può essere derivato dalla semplice opportunità. Presuppone una responsabilità morale. Presuppone una corretta comprensione dell uomo e della sua dignità. Ma non può comprendere l uomo, chi abbandona Dio: in quel caso viene sottratto all uomo il fondamento della sua dignità. La perdita del diritto è per ogni popolo autodistruzione. La radice essenziale del diritto però viene perduta, laddove Dio viene eliminato. Lo Stato non può e non deve imporre egli stesso una religione - ciò non sarebbe conciliabile con la svolta cristiana precedentemente considerata. Ma ugualmente non può fare dell assenza di Dio le norma del suo agire. Egli stesso non è portato re della verità su Dio: laddove afferma questo, egli mente e schiavizza l uomo: sia che egli prescriva come legge di stato una determinata religione, sia che egli assuma come sua teoria del diritto l assenza di Dio. Lo stato non è assoluto: ciò è essenzialmente connesso con la sua laicità - laddove essa è rettamente intesa. Esso è per così dire un sistema aperto, che ha bisogno di una fonte del diritto proveniente dal di fuori di se stesso. Infatti il suo fine non può trovarsi in una libertà priva di contenuti. Per fondare un ordinata convivenza tra gli uomini, che abbia senso e sia vivibile, esso ha bisogno di un minimo di verità e di conoscenza del bene; si badi però: non manipolabile. Altrimenti esso decadrà, come afferma Agostino, al livello di un efficiente associazione a delinquere, perché si troverebbe ad esser 8

9 definito come questa in una prospettiva esclusivamente strumentale e non sulla base della giustizia che significa il bene in senso realmente universale ed è eguale per tutti. Conseguentemente, lo stato deve disporsi ad accogliere da fuori di sé, e a far proprio, il patrimonio di conoscenza e di verità intorno al bene da cui non può prescindere. Ritorniamo ancora una volta alla questione sull essenza del culto. È ormai evidente che il culto, compreso nella stia vera ampiezza e profondità, va al di là dell azione liturgica. Esso abbraccia in definitiva l ordinamento di tutta quanta la vita umana nel senso della frase di Ireneo: l uomo diventa gloria per Dio, lo mette per così dire in luce (e questo è il culto), quando egli vive dello sguardo a lui orientato. Viceversa è vero che diritto ed ethos non hanno durata, se non sono ancorati nel cuore della liturgia e non vengono da essa ispirati. Quale tipo di realtà troviamo dunque nella liturgia? Ora possiamo dire come prima cosa: chi dal concetto di realtà lascia da parte Dio, è solo apparentemente un realista. Egli astrae da ciò, in cui noi viviamo, ci muoviamo e siamo (Atti 17,28). Ciò significa: soltanto se la relazione con Dio è corretta, possono essere in ordine anche tutte le altre relazioni dell uomo, le relazioni degli uomini fra di loro ed il rapporto con le altre creature. Il diritto, così già vedemmo, è costitutivo per la libertà e la comunità; l adorazione, cioè il modo giusto di rapportarsi a Dio, è da parte sua costitutivo per il diritto. Possiamo ora ampliare ancora questa osservazione con un ulteriore passo: l adorazione, la giusta forma del culto, della relazione con Dio, è costitutiva per la retta esistenza umana nel mondo; lo è proprio per il fatto che va al di là della vita quotidiana, mentre ci fa partecipare alla forma di esistenza del cielo, del mondo di Dio e così fa cadere la luce del mondo divino nel nostro mondo. In questo senso il culto ha di fatto - come dicevamo nell analisi del gioco - il carattere di un anticipazione. Anticipa una vita più definitiva e proprio così dà alla vita presente il suo criterio. Una vita, nella quale questa anticipazione mancasse, nella quale il cielo non fosse più dischiuso, diverrebbe cupa e vuota. Perciò non esistono società del tutto senza culto. Proprio anche i sistemi decisamente ateistici, materialistici hanno creato nuove forme di culto, che naturalmente possono essere solo realtà illusorie e cercano invano di nascondere il loro niente attraverso la loro ampollosa ostentazione. Abbiamo pocanzi affermato senza svilupparlo il principio che allo stato e alla politica deve venire dal di fuori di se stesso il criterio indispensabile di conoscenza sulla verità e sul bene, sulla conoscenza di Dio quindi. Ma dove è questo al di fuori? Platone ha ritenuto assolutamente ovvio nella ricerca di questo al di fuori mettersi in ascolto delle tradizioni religiose, che provano la loro legittimità come risposta alle domande originarie dell uomo soprattutto con la loro interiore grandezza e logica. L uomo politico oggi non deve rimproverarsi nessun invasione di competenze, se nella ricerca dei valori, che devono guidarlo nel suo agire, si mette in ascolto della tradizione cristiana e si lascia offrire indicazioni da essa. Questo è qualcosa di diverso dalla fede compiuta nell interno della Chiesa in ciò che viene presentato come dottrina rivelata. Non è un inammissibile trasferimento di un atto di fede nel campo della ragione politica. È accettazione della ragionevolezza e dell umanità della fede, che dimostra se stessa come veramente adeguata all uomo e alla creazione. Chi così nel suo pensiero e nella sua azione assume il messaggio cristiano come punto di orientamento per il criterio irrinunciabile dell umano, non sottomette altri a una religione, che non è la loro, ma offre il frutto della sua conoscenza morale alla vita della comunità dello stato e soddisfa così proprio anche ad un dovere politico. A conclusione permettetemi ancora una volta di ritornare alle considerazioni bibliche, che costituiscono la parte principale della mia conferenza. Per Israele si era trattato, nel cammino attraverso il deserto, di trovare quella forma di adorazione di Dio e quindi quell ordinamento giuridico e morale, senza il quale il dono della terra sarebbe rimasto senza senso. Da questo punto di vista, come abbiamo visto, l incontro con Dio al Sinai era preordinato e sovraordinato all ingresso nella terra. Ma la terra apparteneva pur sempre all insieme della struttura della promessa, che era stata fatta ad Israele. Questa appartenenza della promessa della terra all insieme della religione è logicamente connessa all intreccio delle tre sfere culto - ethos - diritto, del quale 9

10 abbiamo parlato. Abbiamo successivamente visto che la svolta neotestamentaria comporta la separazione della sfera del diritto da questa struttura e affida l ordinamento giuridico alla responsabilità razionale dei singoli popoli, senza ricacciarla nell ambito totalmente profano. La separazione della sfera del diritto dalle altre due implica però necessariamente anche un cambiamento fondamentale nella promessa della terra. Infatti ora non si tratta più di una terra per un popolo; la fede cristiana si rivolge a tutti i popoli nelle loro rispettive terre; come la questione del diritto, così anche la questione della terra da una questione teologica diventa una questione storicopolitica. La promessa della terra non scompare quindi totalmente dalla speranza, che la fede offre. Riceve soltanto - come già detto - una forma totalmente nuova. Come si manifesta questa forma? La troviamo ad esempio nella Lettera ai Filippesi di san Paolo con la frase: La nostra patria è nei cieli (Fil 3, 20). Il Nuovo Testamento ha sostenuto con grande vigore questa convinzione. Per gli scrittori neotestamentari la città che è nei cieli non è entità soltanto ideale, ma a pieno titolo assolutamente reale - la nuova patria, alla quale siamo destinati. Essa è la misura interiore sulla base della quale viviamo, la speranza che ci sorregge nel presente. Gli scrittori neotestamentari sanno che questa città esiste già fin d ora e che noi ora già le apparteniamo, anche se siamo ancora in cammino. La lettera agli Ebrei ha sviluppato questo pensiero con particolare insistenza: Noi infatti non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura (Eb 13,14). Della presenza di questa città, che già adesso fa sentire la propria influenza, la lettera dice: Voi, invece, vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste (Eb 12, 22). Per i cristiani vale perciò di nuovo quanto fu detto dei patriarchi di Israele: essi sono forestieri e di passaggio, poiché anelano alla patria futura (Eb 11,13-16). È da molto che non si citano più tanto volentieri questi passi, perché essi sembrano allontanare l uomo dalla terra e distorglielo dai suoi doveri, anche politici, nel tempo e nella storia. Fratelli, rimanete fedeli alla terra! ha proclamato Nietzsche; e l imponente fenomeno del marxismo, in tutte le sue correnti, ci ha stampato bene in testa l idea che non abbiamo tempo da perdere per il cielo. Per dirla in termini che riecheggiano un motto brechtiano: lasciamo dunque il cielo ai passerotti. Noi invece occupiamoci della terra, cercando di renderla abitabile. In verità, proprio l atteggiamento escatologico insegnato dal Nuovo Testamento è ciò che tutela lo stato nei diritti che gli sono peculiari e ad un tempo combatte qualsiasi assolutismo idolatrico, mostrando i confini mondani tanto dello stato quanto della Chiesa. Là dove questa indicazione fondamentale viene accolta, la Chiesa sa che essa sulla terra non può di per sé divenire stato. Là essa è cosciente che la sua patria definitiva è altrove, e che non le è dato di istituire sulla terra lo stato di Dio. Essa rispetta lo stato terreno come ordinamento caratteristico della sfera temporale, con i suoi diritti e le sue leggi che essa riconosce. La Chiesa esige perciò una leale convivenza e collaborazione con lo stato terreno, anche là dove esso non è affatto uno stato cristiano (Rm 13,1; 1 Pt 2,13-17; 1 Tm 2,2). Esigendo da una parte una leale collaborazione nella patria terrena e il rispetto della sua specificità come dei suoi limiti, essa educa anche a quelle virtù che permettono ad uno stato di prosperare. Nel contempo, essa pone una barriera all onnipotenza dello stato: poiché Bisogna ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini (At 5,29), e poiché la Chiesa conosce, grazie alla parola di Dio, che cosa è bene e che cosa è male, essa spinge ad opporsi là dove venisse ordinato ciò che propriamente è male o è contrario a Dio. La destinazione all altra patria non aliena, bensì è in realtà il presupposto a che noi - e gli stati in cui viviamo - possiamo prosperare, conservandoci esistenzialmente sani. Se infatti gli uomini non hanno da attendersi nient altro che ciò che questo mondo offre loro, e se tutto ciò non lo possono o debbono richiedere che allo stato, essi si distruggeranno da se stessi ed insieme annichiliranno anche qualunque spazio di convivenza. Se non vogliamo cadere di nuovo preda del totalitarismo, dobbiamo alzare lo sguardo e guardare più in alto dello stato, che è una parte e non la totalità. La speranza nei cieli non è nemica della fedeltà alla terra: è speranza anche per a terra. Confidando in ciò che e più grande e definitivo, noi cristiani possiamo e dobbiamo infondere la speranza anche in ciò che è provvisorio, nella dimensione politica e nella sfera delle istituzioni. 10

11 Cremona, seminario Vescovile, 13 settembre 1998 Mons. Giulio Nicolini Con grande gioia porgo il più rispettoso e cordiale saluto alle onorevoli Autorità ed a tutti voi, gentili Signore e Signori, che recate il dono della vostra presenza. In modo particolare saluto la gentile dottoressa Luisa Santolini, Segretaria generale del Forum delle Associazioni Familiari, e La ringrazio fervidamente per aver accettato volentieri di tenere la relazione fondamentale sul tema: Una politica locale per la famiglia. La Signora Santolini ci porta la ricchissima esperienza di un sodalizio che, come ha ricordato il 27 giugno scorso il Santo Padre in una memorabile Udienza al Forum, in pochi anni è diventato portavoce puntuale e coraggioso delle necessità e delle legittime istanze di milioni di famiglie italiane ed interlocutore serio e credibile delle varie forze sociali e politiche. La ricorrenza dell anno otto volte centenario della morte e della canonizzazione del nostro Patrono Sant Omobono, sposo e padre e sapiente operatore del bene comune nel tessuto sociale, ha suggerito, tra le iniziative culturali, questo Convegno, destinato in special modo a coloro che rivestono pubbliche responsabilità, cui mi è caro rivolgere un cordiale benvenuto. Il Convegno si ricollega alla serie degli incontri annuali con il mondo politico e amministrativo, in particolare ai temi familiari che già abbiamo trattato. Abbiamo analizzato la Carta dei diritti della Famiglia, rilevandone taluni punti di contatto del Magistero con le dichiarazioni del diritto internazionale, e l abbiamo considerata un appello profetico, ossia una base di lancio da cui operare a sostegno della famiglia coinvolta oggi in molteplici problematiche, alcune delle quali nuove. Nel più recente incontro, dedicato alla carità politica all inizio dell anno omoboniano, abbiamo indicato, nel novero delle nuove povertà, vari mali che anche da noi affliggono oggi la famiglia, come l aborto, il divorzio, il crollo delle nascite, la droga, la prostituzione, sottolineando come questi fenomeni macroscopici e preoccupanti dovrebbero ormai stimolare fortemente coloro che sono investiti di responsabilità all adozione di tutti quei provvedimenti, in campo legislativo e in campo sociale, che promuovano e tutelino il nascere e lo svilupparsi della famiglia in quanto famiglia, ossia nelle pienezza della sua identità. Ma la famiglia e gli specifici temi familiari occupano uno spazio centrale nella pastorale diocesana, in sintonia con i grandi pronunciamenti del magistero pontificio, conciliare, episcopale. Mi è caro ricordare il Convegno tenuto nel 1990, sotto la guida del compianto Vescovo Enrico Assi, che prese come insegna la formula provocatoria lanciata dal Papa nella Familiaris Consortio: Famiglia diventa ciò che sei, e si diffuse sulle dimensioni educative. Nel discorso conclusivo, il Vescovo Enrico sottolineò la relazione tra la pastorale familiare e il Sinodo, che allora stava entrando nella fase preparatoria. 11

12 Ebbene, il Sinodo, che poi è toccato a me di riprendere e di celebrare, e che si è concluso nel novembre del 96, si è occupato con molta cura dell istituto familiare. Nel Libro sinodale abbiamo un lungo e denso capitolo, intitolato significativamente Matrimonio e famiglia. La famiglia vi è esaminata dalla sua origine e nel suo svolgersi, sia sul piano dell essere che su quello dell esistere. Vi è delineata una traiettoria pastorale, in cui un ruolo specifico di promozione e coordinamento è affidato all Ufficio diocesano per la pastorale familiare, coadiuvato da una Commissione. La riflessione sinodale si è valsa anche delle risultanze di una ricerca scientifica che la nostra diocesi aveva affidato al CENSIS, e si è ripetutamente fissata, pur dall angolazione pastorale, su fenomeni e problemi che hanno strettissimo rapporto con la vita familiare: il lavoro, la disoccupazione, la sottooccupazione, con particolare riguardo al mondo giovanile. I problemi della scuola e dell educazione. Certamente anche da noi la famiglia vive stilla propria pelle le spinte e le controspinte della lunga e interminabile transizione che segna il nostro tempo. Dalla ricerca condotta dal CENSIS sono venute fuori le classiche ombre e luci, più luci, invero, di quanto ci si poteva aspettare. È emerso infatti con chiarezza che la famiglia ancora tiene, che è ritenuta un valore, non è contestata dai giovani, i quali anzi vi trovano un facile parcheggio. Famiglia però che non è sempre in grado di fornire ai figli esperienze educative forti, di renderli capaci di dare all avventura dell esistenza tonalità positive, ricche di fascino, entusiasmo, speranza. Dall insieme del sondaggio abbiamo ricavato un quadro non dissimile sostanzialmente da quello emerso da indagini più recenti, che hanno abbracciato un bacino molto più vasto. Un quadro che induce a vedere i non pochi lati positivi, e quindi stimola non a ritenere inarrestabile la crisi della famiglia, ma ad operare con intelligenza, saggezza, costanza. Dico un esempio forse banale: fanno testo famiglie che si sfasciano, ma devono far testo anche quelle che durano; devono far testo anche quei giovani che impostano l unione matrimoniale sulle basi di una generosa risposta alla trasmissione della vita, e alla coltivazione dei valori. La Chiesa tutta è fortemente impegnata a propugnare l identità della famiglia, e a difenderla dagli attacchi che le sono rivolti. Oggi è soprattutto necessario rivendicare della famiglia il concetto genuino, presupposto perché la famiglia possa diventare nell esperienza pratica ciò che è in natura. Si va infatti prospettando la tendenza ad equiparare alla famiglia le unioni di fatto, fino a chiederne la parità giuridica, prescindendo da fondamentali considerazioni di ordine etico e antropologico. Sottolineo di ordine etico e antropologico, per chiarire subito che non si tratta di un problema confessionale. È per legge di natura che la famiglia è una società stabile fondata sul matrimonio, in ordine al reciproco amore amore sponsale dell uomo e della donna, e in ordine alla procreazione e all educazione dei figli. La legge di natura, certamente, è emanazione della legge eterna di Dio. Ma Dio non ha due progetti, uno naturale e uno soprannaturale, per l uomo. Ne ha sempre avuto e ne ha uno solo. Così che tutto quanto ha pensato e creato nell essere umano come la distinzione dei sessi, la vocazione dell uomo e della donna all unione matrimoniale, il raggio delle relazioni interpersonali nel circuito familiare tutto appartiene alla ricchezza della natura, che, nello sguardo tipico del credente, si inabissa nel mondo della trascendenza. Si spiega il fatto che lo stesso paganesimo ravvisava nella legge di natura un tocco divino. La filosofia antica aveva familiare il concetto, accolto anche dai primi cristiani, espresso da Minucio Felice nell Octavius: Se non ti renderai diligentemente conto della Divinità, non potrai conoscere l umanità. Voglio dire che la visione cristiana della famiglia è radicata nella concezione naturale dell uomo, valida in tutti i tempi e in tutti i luoghi. La tendenza ad attribuire identità e diritti di istituto familiare ad ogni tipo di unione, va contro la verità delle cose. Per noi, ripeto, non costituisce un problema confessionale, di religione. Costituisce un problema antropologico ed etico, 12

13 che tocca l essenza dell essere dell uomo e della famiglia, secondo la legge, scolpita nel cuore dell uomo, identica ad Atene come a Roma proclamava Cicerone alla quale le leggi e le norme positive ad ogni livello devono subordinarsi. In Italia è anche un problema di diritto costituzionale, poiché la Costituzione afferma perentoriamente che La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio (Art. 29). A coloro che rivestono pubbliche responsabilità noi domandiamo di sostenere la famiglia per quel che è. Di sostenerla apertamente. Chiaramente. I problemi possono presentarsi in forme e sotto aspetti diversi. In questi tempi è di grande attualità, per esempio, la discussione sulla legge per la procreazione assistita, che dovrà essere esaminata dalla Camera e poi passare al Senato. Essa ha detto il Presidente della CEI, cardinale Camillo Ruini, nella nostra assemblea generale tende certamente a colmare un vuoto non più tollero bile nella nostra legislazione, ma pone gravissimi interrogativi antro pologici ed etici circa la sorte degli embrioni e il rapporto tra procreazione e vincolo coniugale; vi è qui il concreto pericolo di allontanarsi ulteriormente dai valori fondanti della nostra civiltà. Una tale legge infatti consente la fecondazione artificiale eterologa, ossia l uso di seme di donatore estraneo alla coppia, che conserva l anonimato. Non solo: la possibilità di questo tipo di fecondazione viene estesa alle coppie che convivono de facto, senza vincoli matrimoniali di alcun genere, da almeno due anni. In questo modo viene legalizzato il sorgere di una vita umana al di fuori delle relazioni sponsali fondamentali marito- moglie, e delle altre relazioni, pure essenziali, padre- madre-figlio. Il figlio nasce orfano, privo del rapporto con un unico padre o madre. E la famiglia risulta intaccata nella sua natura di cellula madre della società, basata sul matrimonio. Famiglia per modo dire: priva di radici. Ora la Chiesa sta svolgendo un puntuale magistero teologico, spirituale, sociale per promuovere e salvaguardare i valori familiari. Parla alla coscienza di tutti. Le inchieste, anche quella fatta sul nostro territorio, rispondono che c è attenzione ai suoi insegnamenti. Ma dicono che non c è altrettanta convinzione per metterli in pratica, soprattutto in tema di morale prematrimoniale e matrimoniale. Alla coscienza dei Politici la Chiesa rivolge richieste particolarmente responsabilizzanti della loro pubblica missione. Abbiamo il gravissimo fenomeno della legge abortista, tragica trasformazione di un crimine in un diritto. Ricordiamo bene che il nostro Papa, ricevendo nel maggio scorso il Movimento per la vita, denunciò con profondo dolore i tre milioni e mezzo di bambini sacrificati nei vent anni dall approvazione della legge sull aborto in Italia, oltre a quelli clandestini. Ed ha ammonito ancora una volta che le leggi abortiste non hanno affatto sconfitto in nessuna parte del mondo il triste fenomeno degli aborti clandestini, ma, al contrario, hanno contribuito al crescere della denatalità e non di rado al degrado della moralità pubblica. Leggi intrinsecamente ingiuste, di cui è auspicabile l abrogazione. In nazioni che ne hanno fatto l esperienza, vi sono segni di ripensamento. Anche in Italia si affacciano ogni tanto iniziative per arginare il fenomeno. In questi casi, quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così si esprime Giovanni Paolo II nell Enciclica Evangelium Vitae, 73. L azione instancabile e coraggiosa del Papa a favore della cellula fondamentale della società, costituisce un intenso capitolo di questo pontificato. Non potrei non citare il forte messaggio rivolto il 27 giugno al Forum delle Famiglie, in cui egli ha ribadito che la famiglia costituisce anche oggi la risorsa più preziosa di cui dispone l Italia. In particolare ha definito incalcolabile il contributo che le famiglie danno alla vita sociale, facendosi carico di gravi difficoltà quali la dffusa disoccupazione giovanile e le carenze del sistema previdenziale e sanitario. Ma il Papa ha anche lamentato che la famiglia è ben poco aiutata per la debolezza e l aleatorietà delle politiche familiari, che troppo spesso non la sostengono in modo adeguato nè economicamente né socialmente. La denatalità ha aggiunto è uno degli esempi dell assenza 13

14 di una effettiva e organica politica familiare per la famiglia, ma ancor più preoccupante è l attacco diretto all istituto familiare che si sta sviluppando sia a livello culturale, che nell ambito politico, legislativo e amministrativo. Ci sentiamo chiamati ad un impegno morale e culturale, di cui anche questo Convegno vuole essere un segno concreto, per far penetrare nella coscienza di tutti, cominciando dalle nuove generazioni, che il vero progresso della società si realizza nella concezione della famiglia legata alla nostra civiltà. La famiglia è una realtà che non può essere sostituita da nessun altra. Il momento è grave. E noi cattolici tutti, politici e non, dobbiamo recuperare il senso del matrimonio come sacramento, per avere la forza interiore di annunciare con gioia e convinzione la Buona Novella sulla famiglia, e testimoniarla nella condotta di vita. Una solida spiritualità familiare assume oggi l urgenza di un imperativo profondamente evangelico e sociale. 14

15 Luisa Santolini Sono molto lieta di venire da queste parti, mi sembra di tornare a casa quando vengo al nord. Grazie anche perché questi incontri mi danno l occasione di riflettere insieme alle realtà locali i problemi che affliggono la famiglia. Cercherò di non essere troppo prolissa nel mio discorso, sperando che poi ci sia uno scambio di vendite con le esigenze di una città come questa. Prima di parlare di politiche locali, mi dovete concedere qualche minuto per chiarire alcuni punti, che mi sembrano cruciali per una corretta comprensione di ciò che andiamo dicendo. Credo che dobbiamo sgombrare il campo da alcune visioni, o precomprensioni, di ciò che andiamo dicendo che sono utili per tutti. Una prima cosa che dovremmo dire, ce lo diciamo sempre come Forum, noi andiamo sempre sulle cose concrete, il Forum raccoglie 38 associazioni familiari italiane e rappresentiamo 3 milioni di famiglie. Quando lo dicono sui giornali tutti si stupiscono. Noi cerchiamo di essere estremamente concreti nelle cose che proponiamo e cerchiamo di non essere mai solamente un organismo di protesta, perché la protesta non rende. Dobbiamo cercare di essere propositivi, seguendo delle piste, delle riflessioni che sono prima di tutto di tipo culturale. Non dobbiamo traghettare la famiglia in un mondo virtuale, non dobbiamo traghettare la famiglia nel migliore dei mondi possibili, perché non è possibile, è un utopia, ci si perde nei sogni. Noi dobbiamo dare come associazioni e come amministratori locali e come Governo dei segni estremamente concreti. Non dobbiamo neanche discettare sulle grandi battaglie che si giocano intorno alla famiglia, facendo una specie di muro del pianto, facendo l elenco di tutte le cose che non vanno e tutte le cose che insidiano la famiglia e poi facciamo un discorso molto bello, di alto livello e alla fine non facciamo nulla per promuovere e tutelare la famiglia nel quotidiano, in quello che tutti i giorni deve affrontare, deve vivere, deve risolvere, deve superare. Il problema è che, in linea di massima, anche nel mondo cattolico, si fa un omaggio politicamente corretto alla famiglia (non passa giorno che sui giornali non si parli di famiglia), ma sta diventando una parola vuota, non corrisponde più a dei precisi volti, a delle precise persone, a delle precise realtà. Diventa una cosa astratta. E allora diventando una cosa astratta la si svuota dall interno, perché non ha più un significato concreto per le cose che dobbiamo dire e proporre. La famiglia non è un soggetto ideologico, mentre sulla famiglia si sta giocando una partita di tipo ideologico. Una famiglia non è un soggetto ideologico. La famiglia non è una chiesa, non è un partito, non è una schieramento, non è niente di tutto questo, però sulla famiglia si sta giocando molto su queste cose. Dovremo anche dire che la famiglia non è una categoria mentale, una categoria dello spirito, ma la famiglia è una cosa concretissima. E fatta di un uomo, di una donna e di figli, che sono persone e che sono estremamente concrete nel loro vivere quotidiano. Testo non rivisto dall autore 15

16 Dobbiamo cominciare a ragionare pensando che la famiglia è un soggetto sociale e se non si parte da lì ho paura che alla fine non riusciremo a concludere molto sul piano delle politiche locali per la famiglia. Ci sono moltissime difficoltà: siamo in un epoca schizofrenica in cui c è tutto e il contrario di tutto, basta qualche piccolo esempio: siamo in una famiglia in cui c è il rifiuto del figlio, 3 milioni di aborti in 20 anni interpellano tutte le coscienze di laici e di cattolici, ma c è anche l idea del figlio ad ogni costo, con costi umani altissimi, e costi di risorse. Ci sono i giovani che mettono la famiglia al primo posto come valore in tutte le casistiche e poi quando si sposano sono i primi ad andare a ingrossare le fila di quelli che si separano e le separazioni e i divorzi sono in aumento. Esiste un diffuso benessere, certamente esiste, e contemporaneamente c è una crescita esponenziale dei bisogni, che sono bisogni indotti, spessissimo inutili, però diventano essenziali e tutto questo va a scapito di tutto un discorso sui figli e sulla famiglia per cui alla fine si rinuncia al figlio per scelte che sono di bisogni: io non metto al mondo un figlio perché costa troppo, perché deve avere una serie infinita di cose assolutamente inutili, per cui il figlio è una meta irraggiungibile, perché i criteri di lettura del figlio sono molto spesso spostati sopra le righe. Tutto questo crea una situazione estremamente complessa, perché proprio nell ordine di essere molto concreti, noi dobbiamo prendere atto che la situazione è difficile, ma detto questo credo che nessuno di noi, impegnato in politica o nell associazionismo, o comunque come cattolico, possa nascondersi o tacere davanti alle sfide che la famiglia deve affrontare oggi e alle sfide che il mondo cattolico deve affrontare. Senza allarmismi eccessivi, ma neanche con eccessiva superficialità. Esiste uno storico, Nolte, che sta teorizzando da anni sul suicidio demografico dell Europa, e queste non sono chiacchiere. Il tasso di fecondità che garantisce un ricambio generazionale è superiore allo 0,9%, in modo che se si scende al di sotto dello 0,9% del tasso di fecondità una società non ha un ricambio generazionale. Bologna è all l,l%, non siamo molto lontani. La Liguria è la regione più vecchia del mondo. Non possiamo far finta di niente davanti a queste cose. La famiglia, in realtà, ha delle difficoltà enormi, vive in un periodo estremamente complesso, ma ci dobbiamo convincere che la dissoluzione della famiglia rappresenta la dissoluzione della società. E questo il Santo Padre lo dice da tempo, dobbiamo ascoltarlo e tradurre in pratica le cose che dice e soprattutto non lasciarlo solo. Rendiamoci conto che dobbiamo in qualche modo riuscire ad andare contro corrente, contro quello che in questo momento rappresenta un attacco sistematico alla famiglia. E per darvi un idea di come stanno le cose ve le richiamo, anche se tutti voi le conoscete. Io ho in mano delle statistiche, le ho portate perché sono abbastanza interessanti. Sono dati recenti ISTAT, CENSIS, Banca d Italia, le ho raccolte tutte, perché mi sembrava ci fosse un quadro abbastanza chiaro di ciò che sta succedendo in Italia oggi. In Italia la spese per le pensioni è del 16% del P.I.L. rispetto alla media europea che è del 12%, quindi noi per le pensioni spendiamo il 25% in più della media europea. Per la famiglia in Italia la spesa è dello 0,8% del P.I.L. rispetto a una media europea che è del 2,4%, 40% in più in Europa. A parità di reddito, se noi consideriamo una famiglia che guadagna 44 milioni all anno, si verifica questa situazione: il totale delle imposte per una coppia monoreddito e con tre figli, è di lire l anno. Per una coppia invece bireddito, lavoratori dipendenti e senza figli, queste imposte sono lire l anno. Il che significa che avere tre figli comporta 3 milioni e più all anno di tasse. 16

17 Se poi a questo aggiungiamo gli oneri sostenuti lungo il corso dell anno, sempre a parità di reddito, la coppia monoreddito con 3 figli paga lire di tasse, la coppia bireddito senza figlio ne paga In Italia, dati Banca d Italia, un terzo dei bambini italiani in età da O a 15 anni cade nella fascia della povertà e l incidenza della povertà è molto più elevata per nuclei familiari che comprendono minorenni, rispetto a quelli che minorenni non ne hanno. La frequenza dei casi di povertà cresce direttamente con il numero dei figli e la Banca d Italia diceva che il problema della povertà tra i minori è stato sottovalutato nell ambito di una tendenza a sacrificare per le pensioni quello per altre prestazioni sociali. In altre parole in Italia danno mille garanzie per lo stato sociale iperprotettivo, e i bambini sono la categoria maggiormente a rischio e nessuno dice niente, e nessuno fa praticamente niente. In Italia allo stato attuale esiste solamente l assegno familiare che effettivamente è un sostegno reale, con una platea ampia di coloro che possono godere di questa forma di contribuzione economica, ma non c è altro. E i genitori se vogliono seguire i propri figli a scuola, se devono andare a parlare con i professori per chiedere: Mio figlio come va?, devono chiedere un giorno di ferie, perché diversamente non c è verso, non si può andare a scuola a parlare con i professori dei propri figli. In Europa quando diciamo queste cose ci guardano con gli occhi sconvolti perché dicono: Non è possibile. Allora viene da dire che l Italia è contro i bambini, viene da dire che l Italia è contro le famiglie. Il discorso non è chiaramente così, però in Italia certamente allo stato attuale chi mette al mondo dei figli è punito. Solo per il fatto di mettere al mondo dei figli è sistematicamente punito. I dati che vi ho dato ne sono la dimostrazione precisissima. In Italia (i giovani sono considerati giovani fino a 29 anni) il 67-68% dei giovani vive alle spalle della famiglia, la loro sopravvivenza viene dalla famiglia. In Europa è meno del 45%. In Italia il sussidio di disoccupazione o altro sussidio statale è meno dello 0,1% contro la media europea che è del 6,8 /. In Italia le borse di studio per i giovani sono l 1,3%. In Europa sono il 5, %. In Italia il 6% dei giovani riesce ad accedere ad un mutuo per poter avere una casa, perché gli altri non riescono ad accedere a un mutuo. Nella Gran Bretagna l 80% dei giovani accede a un mutuo per poter avere una propria casa. In Italia il 6,5% dei lavoratori può usufruire del part-time. In Svezia il 23% dei lavoratori usufruisce del part-time. I genitori italiani si sono trasformati in soggetti economici e costituiscono gli uffici di collocamenti, distribuiscono sussidi di disoccupazione, concedono prestiti per l acquisto della casa, perché tutto questo non viene fatto della istituzioni pubbliche e viene fatto dai genitori, che prestano soldi ai figli, che li mantengono, che trovano loro il posto, che fanno da ufficio di collocamento, che contengono il disagio giovanile, che tirano avanti la baracca e fanno da ammortizzatore sociale, perché alla fine tutte queste tragedie sulla disoccupazione che esiste, vengono assorbite in famiglia. Ma la famiglia in realtà nelle politiche locali e nazionale non c è. Sentite mai parlare un sindacalista di famiglia? Sentite mai parlare Massimo Vernati di famiglia? Si parla di lavoratori, si parla di tante categorie, ma non si parla di famiglia, non ne parla mai nessuno. Il problema è duplice, sono due i problemi e dobbiamo affrontarli come cattolici e come persone impegnati nel sociale e nel civile. 1. Problema di tipo culturale, che mi preoccupa moltissimo, perché è molto diffuso, ed è questo: la società e le famiglie nel loro complesso sembra che non prendano minimamente atto di questa situazione e subiscono con assoluta e totale rassegnazione e indifferenza questi dati che sono 17

18 sconvolgenti. Il problema è che le famiglie per prime non fanno, o non ne vogliono sapere, o nessuno glielo dice, di essere l unica vera risorsa di questo stato. Non esiste più l orgoglio di essere una famiglia e di essere l unica realtà che tiene in piedi questa baracca, perché la famiglia c è... Importante che sappiamo che hanno una dimensione sociale. 2. Questi problemi sociali richiedono un impegno preciso da parte delle famiglie, le quali non devono più delegare nessuno, invece esiste in Italia una delega collettiva e diffusissima che è molto grave. Bisognerebbe dire che le famiglia cristiane, cattoliche, che si proclamano tali, se non si impegnano nel sociale, se non si impegnano nella polis, non sono famiglie cristiane, perché il cristianesimo di per sé è un impegno verso gli altri, che non sapranno mai del nostro impegno e non ci diranno mai grazie, e che sono il prossimo più prossimo, perché sono lontani. Allora, non esiste più l impegno nel sociale e nel politico, c è un riflusso nel privato e quindi alla fine si delega tutto: si delega nella scuola, si delega nella politica, si delega nel sociale, ecc.; e le famiglie chiudono la porta di casa, accendono la Tv vedono Bonolis e pensano di aver fatto tutto quello che dovevano fare. Non è così, non è più così. Occorre che le famiglie prendano coscienza di essere una risorsa e occorre che si rendano conto che ci vuole un impegno per stare dietro alle sfide e ai problemi del nostro tempo. Le nostre famiglie non sanno più dare delle risposte credibili, non sanno più dare le ragioni, tant è vero che è vera una cosa, ma è vero anche il contrario. A questo punto sta diventando tutto una grande melassa per cui la realtà della famiglia si sta dissolvendo. E allora la conseguenza di tutto questo discorso per cui la famiglia delega, si chiude a casa e non si rende conto di essere l unica vera risorsa di questo paese, è che la famiglia non è più l interlocutore del pubblico, degli amministratori locali, ma anche a livello nazionale. Addirittura a volte viene combattuta su moltissimi fronti. La famiglia non è un interlocutore, perché nessuno si preoccupa di sapere che cosa vogliano effettivamente le famiglie, nessuno si preoccupa di consultare le associazioni che le famiglie liberamente si sono date. Chi si occupa di sentire le associazioni? Chi si preoccupa di dire: Io sto facendo questo provvedimento, ci sono delle associazioni che lavorano sul campo da 20 anni sulla famiglia, andiamo a sentire che cosa vogliono. Nessuno mai, da nessuna parte: sindaci, regioni, province, governi. Mai, perché la famiglia è debole, le associazioni familiari sono deboli e nessuno le sente. Allora succede che le amministrazioni, siccome è chiaro che hanno dei problemi, quando si parla di famiglia, si fanno interventi settoriali, pensando di avere risolto tutti i problemi della famiglia. Si fanno in un ottica riparatoria, si fanno improvvise delibere, riunioni, consigli, un determinato intervento che è una pezza e questa pezza finché dura dura, poi vedremo. E si va avanti così. Non esiste una visione globale del problema, per difficoltà (non per cattiva volontà), perché c è un deficit culturale, c è un deficit di ragionamento sulla realtà della famiglia, che è una cosa molto bella, molto generica, molto astratta, molto nell empireo, ma poi alla fine, in concreto, per la famiglia non si fa niente. Quando succedono grossi guai: tossicodipendenti, sassi in autostrada, morti del sabato sera, regolarmente, sistematicamente in TV c è qualcuno che dice: ma la famiglia dov era? La famiglia non c era? La situazione è diventata tale per cui la famiglia non c è. Tutte queste considerazioni portano a dire che investire sulla famiglia è conveniente, investire in termini concreti sulla normalità delle famiglie. Non si può ragionare sempre di politiche familiari pensando sempre e solo alle famiglie patologiche, emarginate, povere e disperate, che ci sono, che vanno aiutate, vanno tutelate, vanno protette. Chi meglio del mondo cattolico sa queste cose, che da secoli si dà da fare verso gli ultimi? 18

19 Ma non si può fare delle politiche familiari solo politiche di lotta alla povertà, perché non sono politiche familiari, bisogna andare su politiche che guardino famiglie ordinarie, quelle normali, perché quelle patologiche devono avere provvedimenti di altro tipo. Ci sono altre logiche da seguire. Bisogna considerare non solo le famiglie numerose e afflitte da moltissimi guai, ma la famiglia in quanto tale. Allora le leggi che vanno fatte dovrebbero essere viste da un unico punto di vista: questa legge che io sto varando a livello comunale, o regionale, o nazionale, promuove o punisce la famiglia? Non ci sono leggi neutre, è una favola che ci siano delle leggi neutre, come non è neutra l educazione. Una legge o promuove o punisce la famiglia, non ci sono versi. Questa legge allora la famiglia l aiuta o no? La famiglia ordinaria? Non ci sono leggi buone o leggi cattive, non ci sono leggi di destra o di sinistra, non ci sono leggi del Polo, della Lega, dell Ulivo, di Rifondazione, esistono leggi a favore o contro la famiglia, da chiunque vengano. Così bisogna ragionare, in maniera totalmente trasversale e senza guardare chi l ha fatta la legge. Non bisogna guardare la firma sotto, perché uno si condiziona, soprattutto in questa situazione italiana tanto complicata. Uno deve leggere la legge e dire questa è una buona legge, che aiuta la famiglia. Secondo quale principio? Secondo il principio di sussidiarietà, di cui nessuno parla mai. Altro buco nero culturale del mondo cattolico. Ma perché non dobbiamo parlare del principio di sussidiarietà? Si parla molto di sussidiarietà giustamente, ma del principio di sussidiarietà pochissimo sanno che cosa sia. Allora il principio di sussidiarietà (voi lo saprete, ma lo ripassiamo insieme) non è quello che lo Stato o il Comune dice ai cittadini: voi siete liberi, fate quello che vi pare, io non c entro, vi ritiro, voi siete liberi di fare ciò che volete, così siamo tutti contenti, e poi quando state per morire io intervengo sull estrema spiaggia della disperazione. Ma non è neanche quella del Comune o dello Stato che dice alla famiglia: ci penso io a tutto, tu occupati del tempo libero. Allora io educo, io organizzo, io erogo servizi, io faccio questo, quello. Questo non è principio di sussidiarietà, è espropriazione dei compiti della famiglia. Il principio di sussidiarietà non è né uno né l altro, ma dice: io Comune, io Stato, sostengo e promuovo i compiti che la famiglia è chiamata a svolgere. È facile, però non lo fa nessuno. Allora si tratta veramente di mettersi lì e dire: devo fare qualcosa che promuove le famiglie del mio territorio e le mette in condizione di svolgere i compiti che sono chiamate a fare, le mette in condizione di educare e crescere i loro figli, le mette in condizione di fare le cose che devono fare loro, non che io mi sostituisco e li esproprio. Come sta succedendo sistematicamente da anni. I criteri di fondo che un amministratore dovrebbe seguire per delle politiche locali, sono tutto sommato pochissime, ma sono fondamentali. 1. Non bisogna collettivizzare le funzione della famiglia, non bisogna espropriare la famiglia delle sue funzioni, dicendo: lo Stato è bello, l amministrazione è meglio. Non è vero! I servizi che vengono fatti all esterno sono sicuramente inferiori di pregio, di valore rispetto ai servizi che eroga la famiglia e sicuramente i costi sono inferiori e si riconoscono i servizi che eroga la famiglia rispetto ai servizi erogati dal pubblico. Faccio un esempio molto concreto: io non conosco la vostra situazione, conosco bene la situazione romana, un malato a Roma negli ospedali romani costa tin milione e mezzo al giorno, un anziano negli Istituti del Comune costa 850 mila lire al giorno. Se noi andassimo dalle famiglie che possono tenersi in casa un anziano, o che possono tenersi in casa un malato (non dico terminale, o grave, ma quel tipo di malati che parcheggiano in ospedale costando unmilione e mezzo al giorno), e dicessimo: Ti do io il sostegno, perché tu ti tieni in casa questa persona, non ci sarebbe bisogno di dargli 45 milioni al mese, basterebbe la metà della metà. Ma questa idea non la fa nessuno. Non so perché ma non succede. Allora i servizi 19

20 che erogano le pubbliche amministrazioni sono sicuramente peggiori di qualità e costano molto di più. 2. Non bisogna pensare di soddisfare generici bisogni della famiglia, nel senso che facendo politiche indirette si pensa di aiutare la famiglia, per esempio: io ho fatto delle case e ho fatto una politica familiare. Non è vero, non è una politica familiare. Politica familiare significa che io per fare una vera politica familiare quando do le case, devo fare una casa per la famiglia, non una casa punto qualunque essa sia. Mi spiego, io conosco la situazione romana, il Comune di Roma dà le case punto, dà le case a chi ne ha bisogno e gli dà 38 metri quadrati. Una casa a Roma a Tor della Monaca è 38 metri quadrati, vuol dire che quella non è una politica familiare, quelli hanno fatto una politica demografica sulla testa della gente che neanche lo sa che è una politica demografica, perché in 38 m2 più di un figlio non ci sta, non solo, ma quando vengono due figli non c è una legge che consente di passare in una casa più grande alle stesse regole e alle stesse condizioni, quello lascia la casa di prima e va in una casa più grande perché ha tre figli. Quella sarebbe una politica familiare. Allora bisogna fare le case per la famiglia. Quando si fa il lavoro si parla di lavoro, ma il lavoro deve essere commisurato alla famiglia. I tempi del lavoro e i tempi della famiglia fanno a pugni e nessuno, quando vanno a fare i contratti collettivi nazionali del lavoro, oppure anche a livello locale, si preoccupa dei tempi della famiglia. Ci si preoccupa dei tempi delle fabbriche. Allora la famiglia o si adatta al tempo della fabbrica oppure non si viene assunti. Queste non sono politiche familiari. Le politiche familiari devono tenere conto delle esigenze della famiglia. Allora, non ci prendiamo in giro, perché quelle non sono politiche familiari. 3. Non bisogna minimamente pensare di fare politiche familiari andando ad aiutare o a favorire i singoli componenti della famiglia, perché anzi spesso si tutelano dei soggetti che vanno in rotta di collisione con gli altri soggetti della stessa famiglia. Allora non si può pensare di fare politiche familiari facendo una legge sulle casalinghe, o sugli handicappati, o sugli anziani. Quelle sono leggi giuste, molto spesse necessarie, però affrontano problemi individuali, non problemi familiari. È diverso, la famiglia va tutelata in quanto tale e non attraverso i suoi singoli componenti. È un altra cosa. 4. Non bisogna (e questo dipende da tutti) espropriare la famiglia dei suoi compiti e anche per quello che riguarda la riforma dello Welfare, tutto quello che riguarda l assistenza, bisogna rifare la riforma dello Welfare anche a livello locale, coinvolgendo le associazione familiari e le famiglie, perché solamente in questa maniera si condividono delle responsabilità pubbliche, invece l amministratore, anche locale, spesso tende a dire: Benissimo, a questo ci penso io, questa è responsabilità mia, quindi me ne occupo io. Tu fai altro, occupati di altre cose, vivi nel tuo privato e io lì ti lascio stare. Non è vero, la famiglia deve assumersi responsabilità pubbliche, deve essere di controllo e di garanzia al bene operare degli amministratori locali. Proposta: perché a livello locale, a livello comunale non esistono quasi mai consulte della famiglia? Eppure in alcune città siamo riuscite a metterle in piedi. Io a Verona sono riuscita a creare una consulta della famiglia a livello comunale. Il Comune, l assessorato alle politiche sociali, ha creato una consulta per la famiglia che raccoglie tutte le associazioni familiari di Verona, che sono tutte sistematicamente consultate, hanno un presidente, fanno proposte, fanno richieste e hanno l obbligo di essere consultate per tutte le politiche familiari che il Comune fa. Ecco che allora si assumono responsabilità pubbliche e si assumono responsabilità collettive. Infine, non fare semplicemente delle lotte di tipo lotte alla povertà. Consideriamo la totalità delle famiglie e consideriamo che esiste una equità orizzontale che non è l equità verticale. L equità secondo i redditi e quindi compensare le fasce di reddito, ecc., certo, ci dovrà essere, è un 20

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