La Basilica di S. Antonio di Padova

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1 La Basilica di S. Antonio di Padova Pellegrini fra storia e turismo religioso Arte, storia e cultura della Padova duecentesca: l arrivo di S. Antonio a cura di Lisa Vignato 1

2 PREFAZIONE «I santuari cristiani, sempre più luoghi dell essenziale, in cui si fa esperienza dell assoluto di Dio, sono chiamati a svolgere il ruolo che fu di alcuni grandi monasteri nella prima evangelizzazione d Europa, quali centri di spiritualità e fede. Grazie all accresciuta mobilità umana, la Basilica di S. Antonio di Padova è divenuta oggi luogo d esteso concorso di popolo, dunque non si può esimere da quella stessa funzione propria d ogni altro santuario, soprattutto in vista della nuova evangelizzazione, stimolata anche attraverso il fenomeno del Giubileo» 1. Il patrimonio artistico-culturale del tempio antoniano rappresenta una ricchezza che va opportunamente valorizzata, perfino sul piano pastorale. Quest eredità, genuina espressione dell identità del popolo di Dio, mette, infatti, i credenti in costante contatto con quanti li hanno preceduti nel segno della religiosità; tutto ciò costituisce, oggi, una fonte d ispirazione per testimoniare, autenticamente, quella fede che sta all origine dei numerosi tesori spirituali e materiali gelosamente custoditi dal Santo di Padova. Il Santo. Con le sue otto aeree cupole, digradanti sul lato posteriore come una cascata, con i due campanili gemelli e i due torricini a forma di minareto, la basilica francescana è stata per i credenti, nel corso dei secoli, un faro luminoso di fede cristiana, una pietra miliare sul cammino di innumerevoli pellegrini, provenienti da ogni parte del mondo. Il fedele, pur consapevole del rispetto dovuto alla casa di Dio, attraversa quella che viene chiamata Porta del Cielo con serena fiducia, sicuro che l Altissimo si chinerà su di lui, per ascoltarne la preghiera; se poi la soglia è quella della basilica del Santo, allora non sarà difficile scorgere sul volto del devoto anche i segni di una filiale attesa o di una gioia appagata. 1 AA. VV., La basilica del Santo. Storia e Arte, Ed. De Luca, Roma, Ed. Messaggero Padova, Padova, Prefazione di Marcello Costalunga, arcivescovo titolare di Aquileia, Delegato Pontificio per la Basilica di S. Antonio di Padova. 2

3 1. La biografia di S. Antonio di Padova 1.1. I devoti d oggi Nella sua complessa realtà di ex-voto dei padovani, di monumento storico esuberante di espressione artistica, di centro mondiale di turismo e pellegrinaggi, la Basilica ha le sue radici ed il suo senso nella figura di S. Antonio. La testimonianza dell attuale Rettore, Domenico Carminati, ci rivela la diffusa ignoranza sulle vere origini del Santo, da parte di una consistente schiera di fedeli, abbagliati dalla prosperità del suo culto a livello mondiale, condotti al santuario dal puro e popolare desiderio di devozione. Molti non sanno, infatti, che Antonio fu francescano e non ebbe fondato alcun tipo d ordine monastico. Del suo spirito e sul suo esempio, che ripeteva nella maniera più fedele l insegnamento di Francesco d Assisi, visse e si sviluppò l Ordine francescano dei minori conventuali, che lungo i secoli rimasero sempre attivi guardiani del corpo di Antonio e del suo santuario. Gli Antoniani o frati del Santo, operanti nel tempio, non sono altro che i padri che custodiscono i tesori del Taumaturgo, ma anch essi sono francescani come il loro predecessore e non sono presenti in altre chiese, seppure dedicate al medesimo Santo. Dalla stessa intervista 2 si rileva che circa l 80% dei pellegrini della basilica è attratto dal sentimento di religiosità, misticismo, venerazione, mistero, contemplazione, di cui è intriso il sacro luogo, magari accentuato dalla semplicità di cuore del credente, che gli impedisce di farsi distrarre da una laica curiosità verso le bellezze materiali dell arte. Il restante 20-30% si può dividere in due tipologie di visitatori. Vi sono coloro che, grazie alla propria educazione e predisposizione, sanno apprezzare le innumerevoli opere artistiche quanto il significato storico e religioso delle manifestazioni devozionali (questi seguono il flusso del turismo religioso); mentre, una minima parte, il 5-10% (in leggera crescita negli ultimi anni), è interessata puramente all ambito culturale dell edificio, poiché rappresenta la categoria di studiosi o di semplici intenditori, magari, atei. Appurata questa realtà, pare doveroso inoltrarsi in una rievocazione del Santo nella cornice dei suoi tempi Chi era quel santo senza nome? Il santo più popolare e venerato in Italia non era italiano, nacque in Portogallo, ma per una serie d imprevisti giunse nel nostro Paese, dove presto diventò uno degli esponenti principali dell ordine francescano, acquisendo la cittadinanza padovana. 2 Dati indicativi rilevati durante un informale colloquio con il Rettore della Basilica, il 30 giugno 2004 (nostra elaborazione). 3

4 Si chiamava FERNANDO DI BOULLON, e già il suo nome da battesimo gli annunciava una vita dedita al coraggio nell assicurare la pace 3. Nato nel 1195 a Lisbona, da una famiglia nobile, viveva nel monastero di Santa Croce di Coimbra, appartenente all Ordine dei Canonici regolari di S. Agostino. Coimbra era il maggior centro culturale del paese e lì il novizio studiò scienze e teologia con buoni maestri, preparandosi all ordinazione sacerdotale ricevuta nel Ormai sembrava destinato alla carriera di teologo e filosofo, ma, inaspettatamente, Fernando decise di lasciare il monastero, per condurre una vita più severa, soprattutto lontana dagli intrighi politici che coinvolgevano i Canonici. A Coimbra, nel 1220, giunsero i corpi di cinque minori decapitati in Marocco, dov erano andati a predicare per volontà di Francesco, non ancora santo. Il giovane agostiniano, sull esempio dei cinque martiri, entrò nel romitorio dei Minori dove poté subito praticare la professione religiosa, applicando il Vangelo alla lettera e vivendo in povertà, seguendo così il suo desiderio. Il priore agostiniano lo congedò con una battuta ironica, ma profetica: «Vai, vai, adesso diventerai un santo». Volle mutare anche il nome, per sottolineare la scelta radicale che aveva compiuto: si chiamò Antonio, in onore dell eremita egiziano cui era dedicata la chiesetta dell eremo. Ottenne, infine, l assenso di poter partire per il Marocco come missionario. Durate il viaggio fu colpito dalla febbre malarica che lo costrinse a letto anche dopo lo sbarco. Presto i suoi compagni lo convinsero a rimpatriare, ma il vascello che lo trasportava, spinto dalla tempesta, finì sulle coste della Sicilia, a sud di Messina. Accortosi di essere in Italia, il missionario desiderò incontrare FRANCESCO, accettando l invito a partecipare al Capitolo generale di Assisi per la Pentecoste. In quell occasione, il ministro provinciale per l Italia settentrionale propose ad Antonio di trasferirsi nell eremo di Montepaolo, vicino a Forlì, dove occorreva un sacerdote che celebrasse la messa. Il fraticello fu una rivelazione per capacità oratoria, erudizione sacra e profana, nonché per fervore religioso: presto, così, gli fu assegnato il ruolo di predicatore ed insegnante. Francesco d Assisi gli scrisse, in una lettera: «Ho il piacere che tu insegni teologia ai frati (che non avevano mai curato la loro istruzione, sentendosi inferiori ai Domenicani 4 ), purchè in tale attività tu non perda lo spirito della santa orazione e della devozione, com è scritto nella Regola». Antonio cominciò a predicare nella Romagna, poi in tutta l Italia settentrionale; poi, nel 1225, venne inviato nella Francia meridionale per combattere l eresia catara. Sulla sua opera d oratore fiorirono leggende che ispirarono pittori, scultori e poeti, come quella della predica ai pesci sulla spiaggia di Rimini o l episodio della mula digiuna prostrata di fronte ad un ostia consacrata. 3 A. CATTABIANI, Santi d Italia. Vite, leggende, iconografia, feste, patronati, culto, Ed. Rizzoli, Milano, 1993 (pag. 110). 4 A. CATTABIANI, Santi d Italia. Vite, leggende, iconografia, feste, patronati, culto, Ed. Rizzoli, Milano, 1993 (pag. 112). 4

5 Nella Cronica 5 ROLANDINO DA PADOVA rievoca gli avvenimenti, guardandoli, naturale per un vecchio guelfo com egli era, prevalentemente dal versante politico, tenendo, però, nel dovuto conto gli aspetti religiosi. L Assidua 6, invece, si limita a sottolineare la rinascita evangelica di Padova, legandola all apostolato del Santo. Predicatore itinerante, percorse a piedi scalzi, in gioiosa povertà e cordialità, città e villaggi: si rivolse a tutti con uguale amore, cercando di placare le fazioni, di ammansire chi era tirannico e violento, di riportare concordia nelle famiglie e fervore tra il clero, di ridestare ovunque la coscienza cristiana. Diventò ministro provinciale dell Italia settentrionale nel 1227 e, di lì a poco, fissò come residenza Padova, dove scrisse i Sermoni domenicali ed i Sermoni per le feste dei santi. I temi maggiormente trattati riguardano la teologia e l ascetica, come i precetti della morale e della virtù. E da ricordare che frate Antonio fu maestro di dottrina spirituale, teologia mistica e mariologia, tanto che, nel 1946, papa Pio XII lo proclamò Dottore della Chiesa. Lo stesso Antonio scrive che per i religiosi è «più glorioso lottare nel mondo che fuggire negli eremi o rinchiudersi nei monasteri» 7. Egli individua la possibilità di fondare una vita più civile nel superamento degli egoismi particolari, giustificato e sostenuto da quella tensione al divino, nel quale soltanto l uomo trova la tranquillità e la pace. Antonio, ad ogni modo, non rinnegò il mondo e la vita, era, invece, aperto al godimento delle cose essenziali. Fu nel suo secondo periodo padovano (1229) che, sospinto da ansia umanitaria (Antonio si tenne sempre fuori da ogni coinvolgimento politico), si portò a Verona, a pregare i rettori della Lega lombarda ed EZZELINO DA ROMANO per la liberazione di Rizzardo di S. Bonifacio, ma non ottenne ascolto. La grande gesta apostolica di frate Antonio venne realizzandosi nei mesi febbraio-marzo 1231: la rigenerazione evangelica di Padova, scandita nel periodo quaresimale e quello pasquale. Il Santo inventò la predicazione quaresimale quotidiana, destinata ad avere profonde ripercussioni nella liturgia. Alla morte di S. Francesco, disfatto dalle fatiche dopo tre anni di viaggi continui a predicare al popolo sempre più numeroso al suo seguito, Antonio si ritirò in un convento a Campistro (oggi Camposampiero), malato d asma e idropisia. L amico CONTE TISO, gli aveva allestito una celletta pensile su un grosso noce, su cui il frate provava sollievo e da dove poteva parlare alla folla; infatti, lasciato l incarico di provinciale, mantenne la predisposizione alla predicazione. A testimoniare 5 V. paragrafo 1.3. L agiografia antoniana. 6 Idem nota 6. 7 P. MARANGON, Cultura delle istituzioni ecclesiastiche e università in AA.VV., S. Antonio il suo tempo, il suo culto e la sua città, Ed. Signum, Padova, 1981 (pag. 323). 5

6 simbolicamente il suo talento d oratore si conserva nella cappella del Tesoro, nell attuale basilica, la lingua incorrotta, che trentadue anni dopo la morte S. BONAVENTARA DA BAGNOREGIO trovò in quello stato durante la traslazione delle spoglie. Prossimo alla fine, Antonio desiderò far ritorno a Padova, al suo piccolo Oratorio di Santa Maria Mater Domini, dove, poi sorse la celebre basilica. Il frate spirò venerdì 13 giugno 1231: i buoi che lo trascinavano su di un carro, però, si fermarono presso il convento di S. Maria della Cella (oggi Arcella), chiamata così in onore alla presenza, seppur temporanea, della salma di Antonio. Sembra che tale conventino, dove si trovavano allora la Beata Elena Enselmini ed il Beato LUCA BELLUDI 8, amico e aiutante di Antonio, fosse stato fondato da S. Francesco in persona 9, allorché, reduce dalla Terra Santa nel 1220, sostò a Padova. Subito si manifestò una straordinaria esplosione taumaturgica: solo cinquantatré sono documentati, fra i numerosissimi miracoli avvenuti nei primi mesi. Fu pianta l immatura perdita di quel frate tanto che, l anno successivo, fu proclamato Santo, grazie alla sollecitazione da parte della cittadinanza, dal Comune al vescovo, dall Università agli ordini religiosi ed il popolo; Gregorio IX, che solo quattro anni prima aveva canonizzato Francesco, lesse nella Cattedrale di Spoleto, il 30 maggio 1232, il decreto di canonizzazione di Antonio che comincia: «Gaude, Padua felix». Le spoglie di Antonio furono traslate a Santa Maria Mater Domini (dove il santo aveva dichiarato di voler morire), grazie all appoggio del podestà, a seguito di disordini popolari che desideravano conservarle all Arcella. Così nasce, si sviluppa e rimane vivo quell insieme di manifestazioni definito fenomeno antoniano. Rara quella chiesa, in Italia e nel mondo, che priva di un altare, non esponga un dipinto o una statua del Santo: da secoli ci si riferisce a lui con quest attributo, tanto che si dice, scherzosamente, che Padova ha un santo senza nome 10. Designare, inoltre, S. Antonio di Padova, ma nato a Lisbona, come il santo di tutto il mondo è un luogo comune: non solo fra i cattolici è diffusa la devozione, ma anche fra gli ortodossi e perfino tra gli islamici La storia parla poco di Luca Belludi, ma attorno a lui sorse l alone della leggenda. Fu frate francescano e compagno di Antonio negli ultimi anni di permanenza a Padova, soprattutto durante il periodo della sua malattia e nel viaggio che lo portò da Camposampiero all Arcella. La vita spirituale di Belludi è riconosciuta, e ne sono prova il culto manifestato a pochi anni dalla sua morte, come la sua beatificazione. Incerte sono le documentazioni sulle sue origini familiari, la sua educazione e la notizia secondo cui nella sua tomba attuale, in basilica, avrebbero riposato i resti mortali di S. Antonio dal 1231 al A. SALMASO, Padova viva. Storia, arte, gente, critica, curiosità, Ed. A. Piccolo, Padova, 1981 (pagg ). 10 Pellegrini a Padova, nel nome di Antonio di L. Bertazzo, in AA.VV., Padova - Città tra pietre e acqua, Ed. Biblios, Padova, Per l analisi della devozione antoniana nei cinque continenti si rimanda al paragrafo 1.6. L evoluzione del culto di S. Antonio: un inspiegabile fama internazionale. 6

7 1.3. L agiografia antoniana L agiografia antoniana è, ad un tempo, semplice e complessa. Essa è chiara, perché si muove da un punto centrale e a questo ritorna con salda costanza, conservando, fra molteplici alterazioni, gli elementi primitivi; è, d altronde, complessa, perché riesce arduo comprendere la genesi dei testi, a causa del sovrapporsi di fattori eterogenei. Il momento centrale dell agiografia antoniana è costituito dalla cosiddetta Legenda prima, comunemente definita Assidua o Vita prima. Questa fonte, sebbene rivendichi il diritto di priorità sopra ogni altra, solleva dubbi ed incertezze, che investono non solo la persona dell autore ed il tempo di composizione, ma anche la sua struttura interna. Essa presenta dei forti disequilibri, i quali suggeriscono il sospetto che il testo sia stato manomesso, con l eliminazione o l aggiunta di qualche parte. Alcuni critici hanno sollevato il quesito, secondo il quale l attuale apparente unità della scrittura non sia altro che il risultato di un inorganica riunione di sezioni originariamente indipendenti. L Assidua, composta nei mesi susseguenti alla morte del taumaturgo, offre ampie testimonianze sulla continuità della devozione a S. Antonio anche dopo la sua iscrizione all albo dei Santi. Nella terza parte, infatti, l autore (o gli autori?) dedica tutto lo scritto alla narrazione dell accorrere della gente alla sua tomba e dei miracoli che vi operava il Santo. C è da notare che l Assidua attesta come movente principale della devozione di S. Antonio i fatti prodigiosi che avvenivano attorno alla sua tomba; perciò, non si saprebbe dire se era la sua devozione che permetteva il miracolo o se era quest ultimo che suscitava la venerazione. Probabilmente devozione e prodigi erano concausali. Verso la fine del Duecento, alcune nuove Legendae diederono nuova prova della continuità del culto di S. Antonio, a Padova e nella Chiesa. Nel 1276 il Capitolo generale dei frati minori, celebrato a Padova, ordinò che si compilasse una nuova Legenda, dominata sempre dall esposizione dei numerosi fatti miracolosi. Nel 1293 Pietro Raimondi ne pubblicò un altra, che prese il nome dell autore, Raimondina; questa segue il filone delle precedenti, e con tono enfatico celebra i gaudii che dovevano rallegrare le varie categorie di cittadini. Chiude il XIII secolo la Legenda Rigaldina, scritta dal francese Giovanni Rigauld; anch egli presenta la vita di Antonio aureolata dai molti prodigi, che seppero suscitare sempre nuova devozione. E particolarmente interessante la notizia che rivela l atteggiamento dei frati nei confronti dei miracoli: essi erano talmente abituati agli interventi taumaturgici del loro fratello, che ormai non ne facevano più caso. 7

8 Alcuni scrittori moderni sono fortemente critici sul valore dei racconti miracolosi di queste leggende; tuttavia, nessuno di essi mette in dubbio la comprovata espansione della popolarità di S. Antonio, in Italia e nelle varie nazioni europee, basti ricordare che queste opere furono redatte da italiani (Assidua, Raimondina), da francesi (Rigaldina), da tedeschi (la Legenda secunda, di Giuliano da Spira) e, probabilmente da inglesi (quella del 1276 da diversi è attribuita a Giovanni Peckham). Con l avvento del Trecento ha fine il periodo delle Legendae antoniane, i cui autori furono o compagni di vita di S. Antonio, o ebbero familiarità con i suoi compagni e con l ambiente padovano. Dopo questa fase la storia del francescano fu raccontata tramite le Vite, ma, come è facile pensare, esse hanno poco o nulla di nuovo da informare, ripetendo così quello che era già stato celebrato dalle precedenti composizioni. Le Vite, tuttavia, rappresentano una documentazione rilevante per quanto riguarda i miracoli più recenti e le nuove espressioni di devozione al Santo. Di questo secolo si possono ricordare anche altri tipi di testimonianze storiche e cultuali, rappresentate da cronache, feste, sermoni, tavolette votive, costruzioni e suppellettili della basilica, ex-voto, informazioni che si aggiungono a quelle similari che si riscontrano nelle epoche successive. I documenti scritti davano, quindi, voce al propagarsi del culto antoniano, mentre allora stava prendendo corpo una testimonianza assai più vistosa ed eloquente, ossia l erezione del santuario, resa possibile solo dall ormai universale devozione del popolo cristiano verso il Santo Padova come seconda patria Nella Padova dominata della tirannia di Ezzelino da Romano, indebolita dalle guerre di fazioni, ma valorizzata da singolari espressioni artistiche, sorse la figura di frate Antonio, che in breve tempo conquista un posto di rilievo «mai raggiunto da altre persone» 12. Passi tratti dall Assidua o Vita Prima testimoniano i soggiorni del Santo nella città ezzeliniana: il primo, tra il 1229 ed il 1230, mentre il secondo risale al periodo Durante queste permanenze, diviso fra la composizione dei Sermoni e la predicazione, Antonio ebbe modo di sperimentare la fede dei cittadini, legandosi a loro con un forte vincolo d affetto. Indistintamente, in ogni ceto, la popolazione aveva accolto le parole fraterne e di stimolo dell oratore sacro, e la stessa si ritrovò, in seguito, impegnata per la sua glorificazione cultuale. Multiformi furono le motivazioni che spinsero Antonio ad eleggere Padova come sua seconda patria. Oltre alla fedeltà ed alla venerazione spontanee nutrite dagli abitanti, alla missione di divulgazione del Verbo, all accettazione del volere divino, il francescano era spinto dal desiderio di sfruttare al meglio lo scriptorium patavino: nella compilazione dei suoi commentari biblico- 12 Comune di Padova Assessorato ai Beni Culturali, S. Antonio : il suo tempo, il suo culto e la sua città, Ed. Signum, Padova, 1981, prefazione del Sindaco E. Bentsik. 8

9 liturgici, egli si avvalorò delle opere della biblioteca, come del supporto di validi scrivani e collaboratori. Il frate era, inoltre, interessato alla città come centro di studi, di quell Ateneo appena reso indipendente dall Università di Bologna; i giovani studenti rappresentavano per lui nuove menti fresche, aperte, ma, soprattutto, facili da investire nella fede e nella sensibilità spirituale. S. Antonio è ricordato anche per la sua veste di pacificatore, a partire dalle risse tra fazioni, legate alle grandi dinastie o ai comuni. Questi episodi sono citati dalle relazioni degli storici contemporanei, fra cui ROLANDINO DA PADOVA, che nella sua Cronica 13 commenta: «Per la durata di circa un anno, le città della Marca Trevigiana godettero di così salda tranquillità, che il più della gente era convinta che non ci sarebbero più stati rivolgimenti, mai più guerre. Inoltre, dei religiosi, predicando, riuscivano ad intrattenere pressoché tutta la popolazione nel pensiero delle realtà divine. In questo periodo, insieme con altri religiosi, arrivò il beato Antonio, che in diverse località della marca predicò la parola di Dio con voce suadente». L Assidua, invece, pone l accento sull incarico di ministro provinciale, rivestito dal frate anche presso Padova; tale ruolo spinse i Canonici del Duomo a donargli il locus di Santa Maria Mater Domini, che divenne per il Santo la sede preferita, e dove egli desiderò passare le ultime ore della sua vita terrena. In breve, S. Antonio fu un santo eminentemente padovano, non solo per il legame affettivo esistente fra lui e la città, ma perché fu sepolto a Padova, qui si realizzò la sua opera taumaturgica, infine, lo stesso Comune richiese la repentina canonizzazione e si operò per elevare un ricchissimo tempio I miracoli: il ruolo di un santo taumaturgo Con il termine taumaturgo prettamente si indica chi opera miracoli ; la parola deriva dal greco thaumatourgόs, composto di thάuma-atos miracolo, portento e la radice di érghein fare 14. Quest epiteto è stato conferito a S. Antonio sulla base delle fonti che ci parlano di alcuni miracoli, accaduti mentre il Santo era in vita, ma, in particolar modo, dopo la sua morte, qualora trionfò la sua fama di guaritore/risuscitatore. A celebrare questi eventi e consegnarli integri alla posterità ci pensò l iconografia, capace di penetrare nella mente della gente, soprattutto di quella meno abbiente, e di saper infrangere le barriere del tempo, con maggior efficacia delle testimonianze scritte. Le rappresentazioni dei prodigi di Antonio sono, tuttavia, piuttosto limitate e riferite specialmente agli eventi più noti e significativi. 13 AA.VV., Diocesi di Padova Giunta Regionale del Veneto, Storia religiosa del Veneto, Gregoriana Libreria Editrice, Padova, 1996, (pag. 471). 14 Definizione tratta da Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana, Garzanti Editore, Milano,

10 L itinerario attorno alla sacra tomba, nella cappella omonima della basilica, oltre a costituire la principale sosta di raccoglimento, permette di accompagnare i pellegrini in una sorta di viaggio temporale, nell epoca in cui la lingua di Antonio richiamava folte schiere di devoti. I nove gruppi marmorei ad altorilievo (opere di ANTONIO MINELLO, GIOVANNI RUBINO, SILVIO COSINI, DANESE CATTANEO, IACOPO SANSOVINO, TULLIO LOMBARDO), che animano gli spazi tra le colonne della cappella, raffigurano: un marito geloso, la cui moglie, pugnalata per gelosia, viene risanata dal Santo; quest ultimo, prodigiosamente trasferitosi in Portogallo, risuscita un giovane perché riveli l'identità del suo vero assassino, così da scagionare il padre di S. Antonio, nel cui orto il cadavere era stato occultato. Il Santo fa risuscitare, inoltre, una ragazza annegata, ed un bambino, nipotino dello stesso Antonio. Si prosegue con il miracolo del cuore dell usuraio: appena morto, il suo cuore, su indicazione del Santo, venne trovato nello scrigno delle sue monete. S. Antonio riattacca il piede ad un giovane, che per disperazione se l'era troncato dopo aver dato un calcio alla madre. Il bicchiere rimasto intatto, dopo essere stato scagliato a terra per sfida dall eretico Aleardino che non credeva nella predicazione e nei prodigi operati da S. Antonio. Questi, infine, fa parlare un neonato, perché attesti la fedeltà della madre, ingiustamente sospettata dal marito geloso. Gli stessi prodigi furono immortalati dai bronzi dell altare maggiore di DONATELLO (ad essi si aggiunge il miracolo della mula inginocchiata davanti all Eucarestia) e dagli affreschi di TIZIANO VECELLIO della Scuola del Santo. E interessante come questi fenomeni soprannaturali si leghino a momenti diversi dell attività evangelica del francescano: la lotta in difesa della purezza, quella contro l avarizia, la violenza e l eresia, nonché la partecipazione popolare ed il senso sociale con cui Antonio realizzò la sua missione. Un miracolo ancor più straordinario sarebbe durato perennemente attraverso i secoli. Nell esumazione dei resti mortali del Santo, avvenuta l 8 aprile 1263, ad opera del ministro generale dei francescani BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, fu ritrovata vegeta e rubiconda la lingua, mentre tutto il corpo fu visto ridotto in polvere. Il ministro, nel prenderla fra le dita, esclamò: «O Lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e lo hai fatto benedire agli altri, ora apparisce chiaramente di quanti meriti tu ti sei, presso Dio, arricchita!» 15. La pietà dei padovani e dei suoi devoti fece erigere uno dei templi più splendidi ed imponenti, sotto le cui volte, nell Arca Santa, riposano le ceneri di Antonio. 15 P.B. MIGLIORINI F.C. PETROCCHI, Il pellegrino nella visita ai Santuari Antoniani, Pia Opera dei Fratini di S. Antonio, Lonigo (Pd),

11 I secoli, succedendosi, anziché seminare attorno a lui l oblio, non hanno fatto altro che aggiungervi sempre nuovi fasci di luce e portare sempre più in auge il suo ruolo di Santo di tutti. La sua virtù taumaturgica si espande ancor oggi, con la stessa universale ed efficace potenza di quando era in vita; tutti ricorrono a lui: afflitti, sventurati, infermi, angosciati, moribondi, e tutti il gran Santo conforta. Papa Leone XIII lo ha chiamato il Santo di tutto il mondo, ed ogni popolo l onora e lo invoca come il Santo dei miracoli. 1.6.L evoluzione del culto di S. Antonio: un inspiegabile fama internazionale La basilica di Padova rappresenta il fulcro della devozione antoniana in Italia e nel mondo: da essa s irradiano le iniziative religiose, culturali e sociali che raggiungono i devoti di ogni paese e nazione. Si deve riconoscere che l universalità del culto di S. Antonio è una delle espressioni più significative della pietà popolare, seconda solo a quella mariana: a lui sono dedicate chiese nei cinque continenti, a lui si rivolgono seguaci d altre religioni, diversa da quella cattolica cristiana. Tale fenomeno abbisogna di spiegazioni e molteplici furono i motivi che fecero divulgare la parola di questo santo. 1) La prima risposta può derivare dalle scelte di vita che maturò lo stesso S. Antonio. Ancora giovane, infatti, rinunciando alle sicurezze della nobile famiglia s impegnò a testimoniare il Vangelo, a difendere la dignità dell uomo, a propugnare la pace e la riconciliazione, camminando sempre accanto ai poveri ed ai bisognosi. 2) Gli eventi miracolosi che fiorirono dalla sua tomba. Dopo la morte e l immediata canonizzazione, la sua popolarità s irradiò subito in tutte le regioni, italiane ed estere, in cui aveva vissuto gli anni più fecondi della sua vita apostolica. Dal Portogallo all Umbria, dall Emilia al Veneto, dalla Francia alla Spagna. 3) Il culto del Santo si spinse oltre il continente europeo grazie alla creazione delle colonie d oltreoceano, in America come in Asia, attraverso l espansione geo-politica dei due stati iberici. Iniziò con i missionari, soprattutto francescani, un opera d evangelizzazione strettamente collegata alla colonizzazione, prima, ed all emancipazione, poi. Sorsero chiese in Messico, Argentina, Brasile, nelle Filippine e sulle coste indiane e, infine, sotto l ègida dei francesi, anche in Canada. 4) C era certamente un disegno divino che guidava gli accadimenti della vita di Fernando di Boullon. Dopo la sua partecipazione al Capitolo di Assisi, come discepolo sconosciuto di Francesco, e dopo la permanenza nell eremo di Montepaolo, Antonio si rivelò con una mirabile 11

12 omelia, pronunciata durante un ordinazione sacerdotale a Forlì. Fu occasione provvidenziale, perché i confratelli lo scoprissero maestro ed evangelizzatore, ma fu anche il primo segno di una vocazione. 5) Il popolo italiano, che non fondò imperi militari o coloniali di lunga durata, realizzò un espansione pacifica, offrendo la sua forza e le proprie risorse allo sviluppo di molti paesi. Gli emigrati italiani portarono il loro patrimonio di cultura e tradizione, ereditato dai padri, e, non di meno, la fede e le pratiche religiose: essi diedero, perciò, un notevole impulso alla diffusione del culto antoniano e furono promotori delle manifestazioni ad esso legate. La devozione di S. Antonio, più recentemente, fu accolta anche dalle genti dell Africa, delle regioni balcaniche e dell Oceania, fondendosi con il folklore locale, nonché con le religioni musulmana, ortodossa, induista ed animista. 6) La storia del Santo universale, testimone del Vangelo e amico dei poveri e degli oppressi, si arricchisce, col tempo, di molte altre qualità, che lo rendono più vicino alla vita quotidiana della gente: il Santo mediatore della pace; il Santo casamenteiro, che aiuta le ragazze a scegliere un marito veramente cristiano; il Santo che varca i confini delle religioni; il Santo che fa ritrovare gli oggetti smarriti 7) In un grande protagonista della santità qual è Antonio, sono vari i motivi d interesse: la spiritualità, la testimonianza evangelica, i fatti prodigiosi, la forza dell esempio, il carisma popolare La figura storica del Santo presenta tutti questi elementi, ma forse uno rappresenta la causa prima della sua universalità : Antonio è un santo familiare. Gente da tutto il mondo spedisce lettere alla basilica di Padova per raccomandare grazia e protezione per la famiglia ed i propri cari L iconologia del santo La sua immagine Accanto alle espressioni della pietà come motivo d arricchimento spirituale (le opere di carità, quali la distribuzione del pane di S. Antonio, con un aiuto in denaro ai bisognosi; la costruzione di scuole, ospedali, centri d accoglienza nei paesi del Terzo Mondo iniziative che partono soprattutto da Lisbona e Padova), non si possono trascurare le manifestazioni artistiche. Antonio ha confortato la speranza dei credenti ed ha alimentato l ispirazione degli artisti, ha stimolato la carità dei poveri, nonché ha motivato la generosità dei mecenati. In molte chiese (specialmente in quelle europee) sono, infatti, custodite sculture, dipinti ed affreschi, oggetti d oreficerie, reliquiari, arazzi e tutto ciò che l uomo possa donare al Santo per esprimere l immediatezza della sua riconoscenza e, contemporaneamente, garantirgli incondizionata memoria. 12

13 Va evidenziata l importanza dell iconografia antoniana, cha ha assunto, con preponderanza, il compito di diffusione cultuale quanto di rilevazione di un ipotetico ritratto di S. Antonio. Le opere artistiche costituiscono, difatti, un solido medium di devozione, ed anche un documento per comprendere come fu identificata l immagine del Santo, sia dal punto di vista fisiognomico/anatomico, sia sotto il profilo umano ed esperienziale da parte dei credenti. L indagine di autorevoli studiosi di storia ed arte ha potuto dichiarare l inesistenza di un vero ritratto 16 di S. Antonio. La stessa immagine del frate che si trova dipinta su di un pilastro del presbiterio della basilica patavina, e che è da alcuni ritenuta come un suo ritratto, è opera di un pittore del Trecento avanzato, ed è stata eseguita, quindi, a troppa distanza dalla morte del Santo perché ne possa riprodurre le autentiche fattezze. Sembra, inoltre, inverosimile che l ignoto autore si sia valso di un immagine più antica e più fedele, poiché, se questa fosse esistita, sembra impossibile che non si fosse conservata, data anche la rapidità della canonizzazione di Antonio e l entusiasmo che ha avvolto ogni suo ricordo 17. Non è, invece, improbabile che tale raffigurazione rispettasse una certa tradizione locale sull aspetto fisico del Santo, particolarmente fervida a Padova. GIOTTO, che operava nell ambito francescano, rappresentò Antonio con una certa imponenza fisica, una statura ed una struttura confermata dalla recente ricognizione dello stesso corpo. Ad ogni modo, il fatto che non esistesse un riferimento fisionomico sicuro è dimostrato dal modo eterogeneo con cui il Santo fu ritratto, anche in tempi relativamente vicini alla sua morte: per, esempio, in alcuni dipinti compare la barba, mentre in altri non è presente. Si nota che l aspetto con cui S. Antonio fu raffigurato subì un evoluzione non propriamente legata al naturale sviluppo di certe ricerche formali, tipiche del corso della pittura e della scultura. La scoperta della prospettiva e dall attenzione anatomica tipica del Rinascimento, infatti, non è sufficiente a spiegare l impeto nuovo, il senso di libertà con cui DONATELLO modellò i rilievi di Antonio sull altare maggiore della basilica. In seguito, anche TIZIANO, ne offre un interpretazione forte e sanguigna, com era certamente nella natura del temperamento del Santo. Il Settecento fu il secolo caratterizzato dal ringiovanimento di Antonio, raffigurato come un ragazzino: tale rappresentazione avrà successo nel tempo assecondando l idealizzazione di gentilezza e il sentimento di affettuosità cari alla devozione popolare. 16 C. SEMENZATO, Un santo nel territorio e immagini di iconografia antoniana in S. Antonio : il suo tempo, il suo culto e la sua città, Ed. Signum, Padova, V. nota

14 Gli attributi di Antonio S. Antonio fu, innanzitutto, un francescano ed il suo culto favorì l espansione dell ordine stesso: la sua figura, spesse volte, appare inseparabile a quella di S. Francesco e solo alcune caratteristiche valsero a distinguere i due santi (come le stimmate del santo di Assisi). Durante i primi secoli dopo la morte si assiste all allargarsi della devozione del Santo sulla scia del francescanesimo e, solo più tardi, a partire dal Cinquecento, S. Antonio sembra impossessarsi di un prestigio tale da rendere il suo culto importante anche fuori dell aura di Francesco. Cresce e si espande la venerazione per il santo di Padova, così come si evolve e si adatta l iconografia di tale personaggio, conseguentemente alle esigenze della religiosità popolare. I più antichi attributi sono quelli del giglio e del libro. Il primo, che successivamente si estese anche ad altri santi, sembra essere derivato dalle iniziali donazioni di fiori sulla tomba miracolosa del Santo; in Toscana, tuttavia, l immagine del giglio non fu subito accolta e venne sostituita col simbolo della fiamma e del cuore. Il libro, invece, vuole alludere alla dottrina del Santo, alla sua predisposizione allo studio ed alla cultura, che lo distinse all interno dell ordine francescano; infine, questo particolare si può collegare all appellativo di Dottore della Chiesa con cui fu proclamato nel Durante il Seicento i simboli tradizionali del giglio e del libro furono prevalsi dal tema di S. Antonio con Bambino Gesù, già apparso nel secolo precedente. Questa rappresentazione si rifà all episodio secondo cui Antonio, forse durante la sua permanenza a Camposampiero, sarebbe stato visto (in questo caso dal suo amico Conte Tiso) mentre riceveva la visita di Gesù. L incontro del Santo col bambino sarebbe derivato, più probabilmente, dal passaggio di S. Bernardino e dalla diffusione del simbolo del nome di Gesù, tipico appunto di S. Bernardino, con cui venne aureolato lo stesso Antonio. Successivamente il simbolo del nome del Messia si sarebbe materializzato nella forma più pittorica del Bambino, in cui è, comunque, ravvisabile l interpretazione del Verbo incarnato. Durante il Novecento, Antonio cominciò ad essere rappresentato anche con una pagnotta di pane in mano, attorniato da numerosi poveri in attesa del suo dono. Tale arricchimento iconografico richiama la nascita dell Opera del Pane dei Poveri 18, avvenuta a Padova grazie all interesse di don ANTONIO LOCATELLI, che da 1887 la divulgò attraverso il mensile «Il Santo dei Miracoli». L Opera, però, aveva avuto la sua ispirazione e la sua impostazione devozionali nel 1878 per iniziativa della signorina Luisa Bouffier di Tolone. Si esortavano i devoti di S. Antonio, quando avessero avuto bisogno della sua mediazione taumaturgica, di promettergli l offerta di un certo quantitativo di pane per i poveri; quest atto di carità verso i bisognosi poteva rendere più meritoria la domanda di grazie. 18 Per approfondimenti si rimanda al paragrafo 8.8. L Opera per i poveri. 14

15 Ai giorni nostri, l Opera del Pane ebbe ulteriori sviluppi, più rispondenti all attuale sensibilità sociale ed in linea con i programmi devozionali della nostra civiltà. 15

16 1. Verso la costruzione della Basilica di S. Antonio La basilica di S. Antonio a Padova racchiude in sé un immenso patrimonio artistico e culturale, oltre che religioso, esito di un progredire storico, che tra distruzioni di opere più antiche e nuove acquisizioni, non sempre si è svolto per le vie di un reale progresso d arte, di costume e civiltà. Ci si trova in un area extra-territoriale per lo stato italiano: il perimetro basilicale, di diritto e di fatto, fa parte dello Stato del Vaticano La chiesetta di S. Maria Mater Domini Il più augusto monumento sacro di Padova, seppure sia una delle opere architettoniche più insigni del mondo, non influenzò lo sviluppo di valide e cospicue fonti storiche da parte dei cronisti medievali. Fra i testimoni che assistettero al sorgere della grandiosa mole antoniana troviamo lo storico GIOVANNI DA NONO (o da Naone). Egli, grazie alla sua posizione sociale ed alla particolare competenza in materia edilizia, era in grado d informarsi «anche di ciò che non avesse veduto proprio coi suoi occhi», ma è da ricordare che, per secoli, i suoi componimenti furono, comunque, soggetti a contraffazioni. La sua opera più celebre fu Visio, in cui espose una vera e propria guida storico-artistica e commerciale di Padova nei primi decenni del Trecento. Da Nono evidenziò, in uno dei suoi brani, il trasferimento della veneranda salma del Santo pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta alla Cella (oggi Arcella), sobborgo patavino, il 13 giugno 1231: il corpo fu traslato nella chiesetta di S. Maria Mater Domini, che sorgeva a fianco del conventino francescano della città. Lo scrittore attribuì a frate Antonio la costruzione della prima chiesa dedicata alla Vergine, e che rappresentò il primo nucleo dell attuale Basilica, intitolata poi a suo nome. Si pensa che la struttura, inizialmente, dovesse rispecchiare i costumi propri del francescano, che spesso preferiva predicare seduto sui rami di un noce: così il primo chiostro, sorto adiacente alla chiesetta di S. Maria, sarebbe stato costruito con rami intrecciati, intonaco di fango e coperto di frasche. Similmente, conforme alla povertà dell ambiente doveva essere anche la tomba miracolosa, non molto elevata dal suolo e cinta da uno steccato ligneo. La fantasia e l immaginazione spesso prevalsero sulla realtà e qualcuno congetturò che la Basilica risalisse ai primi tempi cristiani, o fosse addirittura ricostruita sulle basi di un tempio pagano. L affermazione più verosimile, d anonima voce e databile XIV secolo, testimonia la fondazione della chiesa di S. M. Mater Domini nell anno Tale certezza non riscontrò favori unanimi e concordi, tanto che contemporanei o successivi storici spesso rimasero ingannati riguardo alla preesistenza di tale sacro edificio. 16

17 In tante disparità di vedute sull origine del venerato Santuario, è significante, però, l accordo degli studiosi antichi nel ritenere che la chiesa odierna derivi da quella di S. Maria: opinione accettata anche dai moderni. Per i primi tempi abbiamo la testimonianza preziosa della Vita prima o Assidua 1, la leggenda antica del Santo, seguíta anche dall unico cronista di quell età: ROLANDINO DA PADOVA. Analizzando parte di quella leggenda, composta all incirca nel 1232, si ha idea di ciò che poteva essere allora la chiesuola, che ivi ha costantemente il titolo di S. Maria Dei genetrix; a croce latina, questa aveva una sola ampia navata, con un breve transetto su cui si aprivano, accanto all altare maggiore, due piccole cappelle, mentre l abside era corta e bassa. I bisogni di culto e la fama sempre più crescente del Taumaturgo giustificarono l ampliamento e la sistemazione della chiesa medesima. Rimane il dubbio se si tratti di una fabbrica ex novo, o piuttosto di una ricostruzione radicale, della chiesa precedente con titolo, però, mutato. Affidandoci di nuovo alla Leggenda prima, si riscontra che la chiesa di S. Maria è continuamente ricordata quando il Santo era ancora vivo, mentre, quel titolo va a poco a poco eclissandosi post-morte, finché si parlò soltanto di locus, o di arca Sancti, e «ciò per effetto di quella naturale e spontanea antonomasia che tuttora persiste e che doveva procurare a Padova la fama di possedere un santo senza nome» S. Maria Mater Domini inglobata nella nuova sede Una mole così maestosa, come quella che possiamo ammirare, non poté sorgere da un momento all altro. Dagli archivi si denotano numerose traslazioni della salma di S. Antonio, alle quali si possono far corrispondere altrettanti momenti di sviluppi edilizi del sacro monumento. La prima traslazione risale al martedì 17 giugno 1231, da cui si desume che, a questa data, esistesse già la chiesetta francescana dedicata a S. Maria. Qualcuno presume che le linee romaniche della chiesa risalgano ad un modello immaginato dallo stesso frate Antonio di Lisbona ( ), sull esempio delle abbazie d oltralpe (emulando i cluniacensi). Il successivo spostamento del corpo santo si attesta all 8 aprile 1263, ad opera del ministro generale dei francescani BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, che assistette al miracolo della Lingua benedetta. Durante il periodo ezzeliniano ( ) il sacello di S. Maria ebbe, senza dubbio, a subire notevoli ampliamenti ed aggiunte; questo è riscontrabile nel messaggio dell arcivescovo Filippo 1 Per gli approfondimenti si rimanda al paragrafo 1.3. L agiografia antoniana. 17

18 Fontana, emanato subito dopo la liberazione della città (20 giugno 1256), in cui dichiarò l esistenza di una basilica di S. Antonio, denominazione che pare non si adatti alla modesta chiesuola mariana. Lo studioso antoniano Gonzati apportò delle riflessioni riguardo questo documento vescovile: «Se il Santo fu sepolto nella chiesa di S. Maria e la prima traslazione è del 1263, come va che il Fontana, il quale doveva essere informato, attesta che nel 1256 le sacre spoglie erano conservate nella Basilica di S. Antonio? O la chiesa e la basilica sono la stessa cosa o bisognerebbe ammettere che quella di S. Bonaventura non fosse la prima traslazione. A meno che non si ammetta che S. Maria fosse allora così collegata con la nuova fabbrica, da poter essere compresa nella stessa denominazione». Esisteva, dunque, sebbene non ancora finita, una chiesa più ampia di Mater Domini, ma non corrispondeva, tuttavia, a quella grande basilica che richiese altri contributi ed un lavorio secolare. Secondo l uso dei tempi, si utilizzarono, ad ogni modo, parti murarie appartenenti alla preesistente struttura, che appena costruita doveva essersi dimostrata inferiore ai bisogni. S. Bonaventura, nel 1263, suggerì di deporre l arca con i resti di frate Antonio al centro del transetto, sotto l attuale cupola conica (dell Angelo), davanti al presbiterio. La prima Basilica di S. Antonio si definì a sud-ovest della precedente e da essa si distinse: tra il 1250 circa e il 1263 si estende il periodo corrispondente a questa fase di lavorazione. L idea di un nuovo tempio è stata deliberata dal Comune come riconoscimento dell avvenuta liberazione dalla tirannia ezzeliniana (1256), ottenuta per intercessione del santo patrono. Fu quello il periodo di maggior prosperità del Comune, sia economicamente, culturalmente, demograficamente che socialmente; ma già nel 1310 tali condizioni mutarono a causa della discesa di Enrico VII. Successero le guerre scaligere, la dominazione straniera, le lotte intestine e i lavori della fabbrica antoniana rallentarono. Dal 1266 al 1310 si determinarono le linee costruttive fondamentali, in cui venne incorporata la Cappella di S. Maria o della Madonna Mora. Probabilmente questa cappella era destinata alla demolizione; ma presto la decisione fu abbandonata e si provvide, molto opportunamente, alla sutura dei due edifici. Il nome d attribuzione sicuramente si riferisce ad un antica immagine della Vergine ivi venerata. Tale inglobamento strutturale permise la permuta del nome in Cappella della Madonna dentro. A testimoniarne la primitiva presenza sono le basse finestre romaniche esterne, la struttura degli archetti dalle caratteristiche mensoline, la pietra candida che, rompendo la monotonia del laterizio, segna forse il limite di una sopraelevazione: tutto rivela la tecnica costruttiva della prima metà del secolo XIII. Ad ogni modo, quest ultimi elementi si confondono inestricabilmente con quelli della Basilica. Il 1310 è ricordato per un ulteriore trasporto della salma, deposta presso la nuova cappella dedicata al medesimo santo, all estremità sinistra del transetto. In seguito ( ) furono realizzate le maestose arcate della facciata, con la sovrapposizione di una loggia bizantineggiante (sull esempio di S. Marco a Venezia). Proprio nel 1350 il 18

19 CARDINALE D AVERNIA, detto altrimenti di Boulogne, venne a Padova per sciogliere un voto al Santo (era stato guarito dalla peste nera) e donare un prezioso reliquiario in cui fu posta la sacra mandibola. Si compì la presunta ultima traslazione delle spoglie del Taumaturgo, nel centro della crociera del nuovo tempio. Appartenenti alla prima metà del XV secolo sono la parte superiore dell abside, i grandi rosoni aperti sui lati del presbiterio, al di sopra dei preesistenti finestroni romanici, nonché l erezione della settima cupola. Si può notare, dunque, che la costruzione della Basilica Antoniana sarebbe proceduta dalla facciata all abside, ciò significa che la precedente chiesa sorgeva appunto dalla parte anteriore, dove, infatti, esistono ancora tracce di adattamenti architettonici e di antichi affreschi, che altrimenti non si sarebbero potuti giustificare. Un ultimo probabile temporaneo trasloco dell arca santa si ebbe agli inizi del 500, quando fu demolita la cappella gotica del Santo, per far posto a quella rinascimentale, inaugurata (in dubbio è la ricollocazione del corpo), seppure incompiuta, nel Il tipo di basilica, coi bracci della croce contratti, col coro profondo fiancheggiato dall ambulacro, nel quale si aprono le cappelle radiali, ricorda troppo da vicino numerose chiese cattedrali e monastiche, romaniche e gotiche, d oltralpe, specie francesi e renane. Il coro gotico, tuttavia, resta, nel suo modello, il più maestoso e slanciato d Italia L attuale Basilica del Santo: gli esterni Le cupole La Basilica che oggi vediamo è un edificio originalissimo, in cui si fondono armoniosamente diversi stili: dalla calma potenza del Romanico, allo slancio elegante del Gotico, alla fantasiosa fioritura di forme orientaleggianti. Queste, soprattutto nelle cupole, sono un richiamo esplicito al Santo Sepolcro di Gerusalemme, a sottolineare che il santuario padovano era il nuovo grande centro di pellegrinaggio della Cristianità. Lungo i secoli, uno stuolo d artisti, anche di sommo ingegno, gareggiò nell ornare il tempio, abbellendolo di capolavori, ancora oggi conservati. La varietà degli elementi è armoniosa nella sua totale integrità: le otto cupole che si gonfiano e si rincorrono attorno a quella centrale conica, dapprima alla stessa altezza, poi a cascata nella parte posteriore; i due campanili gemelli che si slanciano eleganti; i due torricelle-minareti si susseguono, uno sopra la facciata, il secondo a ridosso della cupola conica, con aperture e la successiva terminazione a punta sormontata dalla statua dell Angelo trombettiere. Su tutto il perimetro 19

20 parietale si stagliano rosoni, finestre di varie misure e forme (singole, bifore, a soggette, colonnati ) La facciata La facciata principale, in stile romanico-lombardo, appare larga e bassa nella sua forma a capanna, ma è alleggerita da alcuni elementi, come le quattro arcate ogivali (la quinta centrale è a tutto sesto), con tre porte di bronzo realizzate da CAMILLO BOITO, per il VII centenario della nascita del Santo. Sopra la porta maggiore si nota, in una lunetta, l affresco di NICOLA LOCHOFF (1940), I santi Antonio e Bernardino adorano il monogramma di Gesù (copia dell originale di Andrea Mantenga, che si trova nel convento). Più in alto, in una nicchia, la statua di S. Antonio eseguita da NAPOLEONE MARTINUZZI (1940), copia dell originale di RAINALDINO DI FRANCIA (un artista guascone DI PUY-L EVÉQUE), collocata attualmente nel Museo Antoniano. Sopra gli arconi, includenti singole o doppie finestre oblunghe, corre una loggia composta da diciassette colonnine e, più in alto, la ringhiera del ballatoio su cui si eleva il frontone merlettato, a doppia altezza (quasi impercettibile), abbellito da un rosone ottocentesco, ma in stile gotico, e da due bifore Il sagrato Davanti alla Basilica e sul lato sinistro di chi ne ammira la facciata, si allarga il sagrato, selciato con lastre di pietra. L etimologia della parola («terreno consacrato») indica che questo spazio, per secoli, fu usato come area cimiteriale. Conferma quest affermazione la presenza di alcune tombe e monumenti funebri che ancora vi si conservano, come l elegante edicola addossata alla parete laterale sinistra della chiesa, con l urna funeraria del giurista Antonio Orsato (fine Quattrocento). Il vasto piazzale del Santo è dominato dal monumento equestre dedicato ad Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, per la sua spregiudicata scaltrezza unita ad un ingannevole affabilità. L opera, ultimata nel 1453, fu commissionata dalla vedova del condottiero e dal figlio Giannantonio al grande DONATELLO 2, allora impiegato nel cantiere del tempio. Capolavoro da sempre ammirato, è la prima statua equestre fusa in bronzo dopo l epoca romana. L alto piedistallo in trachite avrebbe dovuto contenere la salma del Gattamelata, che in realtà rimase sempre in Basilica, attualmente entro la Cappella del Santissimo. 2 Nel Gattamelata, eseguito dal 1447 al 1453, l ispirazione al monumento equestre dell antichità (in primo luogo al Marco Aurelio nella piazza del Campidoglio, a Roma) porta Donatello ad una delle sue più alte realizzazioni: i saldi volumi del gruppo, perfettamente calibrati, si animano nella vibrante intensità del modellato, nell acuta individuazione ritrattistica del volto, fissato in un espressione di contenuta tensione. Il soggiorno di Donatello a Padova riveste un importanza storica eccezionale, soprattutto perché egli introdusse, nella sua drammatica ed originale interpretazione, il gusto ed il linguaggio del Rinascimento fiorentino in un ambiente ancora legato alle tradizioni gotiche. Specialmente attraverso la pittura di Andrea Mantegna, che profondamente risentì delle opere padovane di Donatello, i nuovi ideali del Rinascimento si diffonderanno rapidamente in tutta l alta Italia. 20

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