Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria

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1 1 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria Repertorio delle ricerche e indici dei periodici Agenzia Umbria Ricerche

2 AUR&S quaderni è una collana di studi e ricerche volte ad approfondire specificamente le riflessioni sulle tendenze sociali, economiche e territoriali dell Umbria proposte dall Agenzia Umbria Ricerche con il suo quadrimestrale AUR&S, una rivista che vuole essere un luogo di incontro tra saperi, competenze, soggettività sociali ed istituzionali e di confronto tra quanti possono favorire una conoscenza più profonda della comunità regionale. DIREZIONE Claudio Carnieri Presidente AUR Anna Ascani Direttore AUR COMITATO SCIENTIFICO ISTITUZIONALE Giovanni Bellini, Simone Budelli, Valter Carloia, Elvira Lussana, Tommaso Sediari, Alvaro Tacchini REDAZIONE Giuseppe Coco Coordinatore editoriale Mauro Casavecchia Elisabetta Tondini Guido Maraspin Direttore responsabile Fabrizio Lena Segreteria di redazione Agenzia Umbria Ricerche Via Mario Angeloni, 78C Perugia Tel Fax Relazioni esterne Nicoletta Moretti Registrazione del Tribunale di Perugia n. 4/2004 R.P. del Progetto grafico e impaginazione: Vito Simone Foresi (CRACE) Editore: Centro Ricerche Ambiente Cultura Economia (CRACE), Perugia Stampa: Stabilimento Tipografico Pliniana, Selci Lama (PG) Agenzia Umbria Ricerche, Tutti i diritti riservati. L utilizzo, anche parziale, è consentito a condizione che venga citata la fonte.

3 SOMMARIO 5 X Prefazione Claudio Carnieri Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici nell ultimo cinquantennio Renato Covino Repertorio delle ricerche Giunta Provinciale per la Difesa degli Interessi dell Umbria Associazione per lo Sviluppo Economico dell Umbria Centro Regionale per il Piano di Sviluppo Economico dell Umbria Centro Regionale Umbro di Ricerche Economiche e Sociali Istituto Regionale di Ricerche Economiche e Sociali Agenzia Umbria Ricerche Nota metodologica sui criteri adottati nella redazione del Repertorio delle Ricerche Vito Simone Foresi Indici dei periodici Associazione per lo Sviluppo Economico dell Umbria Centro Regionale per il Piano di Sviluppo Economico dell Umbria Centro Regionale Umbro di Ricerche Economiche e Sociali Istituto Regionale di Ricerche Economiche e Sociali Agenzia Umbria Ricerche Apparati Indice dei nomi Indice dei descrittori Sigle e abbreviazioni

4 Il Repertorio Cinquant anni di ricerche nasce dall esigenza di mettere in ordine un vasto materiale documentale prodotto a partire dal 1956, anno di costituzione dell Associazione per lo sviluppo economico dell Umbria, ad oggi. Tra gli obiettivi del prodotto si segnalano sia quello di rendere disponibile al pubblico la possibilità di affacciarsi su un vasto materiale, sia di mettere in evidenza quanto l identità umbra sia radicata in un prezioso lavoro di studio e di ricerca parallelo all impegno delle istituzioni regionali, locali e alle forze locali. Si segnala che il Repertorio non va inteso come un prodotto chiuso ma aperto e sarà cura dell area documentazione dell Aur occuparsi degli aggiornamenti. Chi desidera ricevere informazioni sulle pubblicazioni dell Aur può rivolgersi all Area Documentazione Tel. 075/ /20

5 C. Carnieri, Prefazione Prefazione Claudio Carnieri Presidente dell Agenzia Umbria Ricerche L idea di stampare questo Repertorio delle ricerche economiche, sociali e territoriali, condotte negli ultimi cinquant anni da un Istituto pubblico di ricerca, dal CRP- SEU (Centro Regionale per il Piano di Sviluppo Economico dell Umbria) al CRU- RES, all IRRES, fino all AUR, nasce da una duplice esigenza. Non solo mettere in ordine un vasto materiale per renderlo disponibile ai giovani studiosi, anche nella sua reperibilità e collocazione bibliotecaria, obiettivo che potrà conoscere in futuro ulteriori fasi di sistemazione di diversi depositi cartacei e librari esistenti e collocati in altri luoghi. C è stata anche una intenzione più profonda che vogliamo consegnare a questa breve nota: rendere evidente quanto l identità umbra, nella sua unitarietà, sia radicata in un prezioso lavoro di studio, di ricerca, che, a partire dalla seconda metà del Novecento, ha visto impegnati studiosi di diversi orientamenti e discipline, sulla base di una attenzione e di impulsi che, seppure in modo non sempre uniforme, le classi dirigenti dell Umbria hanno saputo dare nel corso dei diversi decenni fino ad oggi. Nel saggio introduttivo del professor Renato Covino, nella nota metodologica dei curatori, si potrà ben trovare la trama complessa di questo lavoro. Qui giova indicare un tratto essenziale di quella operazione di scavo e di conoscenza. Essa iniziò, andò avanti, crebbe, nella intellettualità insieme ad un largo impegno civile, politico e culturale dei più grandi soggetti sociali della regione che sono stati storicamente capaci di superare connotazioni corporative o dimensioni immediatamente economico-sociali, per proiettarsi su un piano più elevato e difficile: quello della progettazione e del futuro di una intera terra, quella umbra, incardinata in modo tanto complesso nella storia nazionale e nei secoli precedenti la vicenda unitaria del Risorgimento. Si trattava, già nell immediato dopoguerra e poi a metà degli anni 50, quando lo scontro frontale tra schieramenti politici e gruppi sociali venne meno per dar luogo a dimensioni di confronto più aperte, di fare i conti, nella regione, con le più antiche e chiuse culture municipali, così staticamente connesse, città per città, 5

6 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria borgo per borgo, ai rapporti tra città e campagna, in una realtà regionale dove era largamente preminente una agricoltura molto arretrata e soggiogata al duro contratto di mezzadria. Questo fu l incipit per le diverse classi dirigenti umbre, laiche e cattoliche, per quelle della sinistra, comunista e socialista, nelle sue interne articolazioni e per quelle forti personalità, principalmente espressione della Democrazia Cristiana che, dall Umbria, si impegnarono, in fasi diverse, nelle più alte funzioni del governo centrale e statale. E poi per tutti coloro che rappresentarono l Umbria in Parlamento, laddove si svolsero due straordinarie sessioni dedicate alla vicenda regionale nel 1960 e poi nel Non sono poche le personalità alle quali riferirsi nel tratteggiare gli scenari che accompagnarono questo percorso di studio e di riflessione, alcuni di enorme rilievo nazionale da Pietro Ingrao ad Ugo La Malfa, da Filippo Micheli a Luciano Radi, a Franco Maria Malfatti e prima ancora Ruggero Grieco e Emilio Sereni che non poco impegno, già prima negli anni 60, avevano profuso, nella conoscenza e nella elaborazione delle problematiche delle campagne umbre, dall economia agricola e al paesaggio regionale. E poi Dario Valori, Luigi Anderlini, e talune forze della destra politica, come il ternano Achille Cruciani, insieme alla rete dei parlamentari umbri di tutti gli schieramenti politici. Si potrebbe segnalare come un incipit di questa storia assieme all impegno di Filippo Micheli che diresse prima l Associazione per lo Sviluppo Economico dell Umbria e poi il Centro regionale per il Piano di Sviluppo Economico dell Umbria, assieme al lavoro di talune riviste come Cronache Umbre, Presenza, Umbria d Oggi, tra il 1958 e il 1960, la notazione di Ugo La Malfa con la quale egli iniziò il suo discorso, nel 27 gennaio 1963, quando, nell Aula Magna dell Università di Perugia, gli venne consegnata la prima stesura del Piano di Sviluppo Economico per l Umbria redatta da un gruppo di studiosi umbri e nazionali sotto la guida di Siro Lombardini: Visitando da semplice parlamentare questa regione di altissima civiltà e di grande storia, quello che mi ha colpito è, dal punto di vista economico-sociale, la singolarità del suo caso: rispetto ai casi tipici che io conoscevo del nostro Paese (perché io, come tutti voi, conoscevo del nostro Paese le regioni di avanzato sviluppo industriale, in particolare, come meridionale, conoscevo le regioni dell arretratezza economica e sociale secolari) qui in Umbria mi è parso di cogliere il caso di una regione che, comparativamente regredisce nelle sue condizioni; tra le regioni di avanzato sviluppo e le regioni che non hanno o non avevano ancora iniziato il processo di sviluppo economico moderno, l Umbria rappresentava il caso di una regione che regredisce. E poi ancora: 6 Il Piano nazionale in un paese democratico non può essere concepito se non attraverso articolazioni regionali che ne danno il fondamento democratico [...] Questo porta alla considerazione ulteriore

7 C. Carnieri, Prefazione dell organo politico amministrativo che deve fare proprio il Piano, che ne deve assumere la responsabilità. Questo lodevole e tenace sforzo che tutte le organizzazioni dell Umbria, con alla testa i propri parlamentari, hanno fatto per redigere il Piano, vuole un atto proprio, cioè il depositare questo Piano in un organo politico che lo fa proprio. E poi la frase più famosa e tramandata nella memorialistica politica: Dirò di più: noi abbiamo un altro impegno regionale di programmazione che è quello del Piano di Rinascita Sardo. Ma l Umbria e la Sardegna si trovano in queste opposte condizioni che il Piano regionale sardo per virtù di una norma di costituzione, ha già avuto il finanziamento sebbene non ci sia il Piano, mentre l Umbria ha perlomeno le linee fondamentali del Piano senza che ci sia il finanziamento. E forse è giusto che sia così dato il rapporto relativo dello sviluppo economico in queste due regioni. E dunque. L Umbria arretrata, isolata, e poi la questione agraria, le diverse ipotesi di riforma fino a quelle più radicali che mobilitarono per anni e anni in tanti scontri, città per città, podere per podere, aia per aia, centinaia di migliaia di contadini mezzadri con la parola d ordine la terra a chi la lavora, e poi la piccola impresa, le politiche di incentivazione, il ruolo dei grandi gruppi a partecipazione statale, nella siderurgia, nella chimica, nella meccanica, e in questo il cambiamento del modello e dell impasto sociale delle città dell Umbria, attraversate da processi di emigrazione e da una diffusa immigrazione che progressivamente veniva formando e ridisegnando le periferie e i nuovi quartieri, con inedite complessità sociali, ricche di bisogni, di tensioni, di nuova socialità; e poi ancora, con l istituzione della Regione, l individuazione delle linee della Programmazione territoriale e di settore, i ragionamenti sui fattori dello sviluppo, l analisi delle contraddittorietà storiche e di fase del modello umbro, fino alle attuali riflessioni sui punti di forza e di debolezza dell Umbria nel fronteggiare le nuove sfide della mondializzazione e dei processi di globalizzazione. Ecco. Cinquanta anni di lavori e di studi, volti a supportare un azione di governo e di cambiamento condotta dalle classi dirigenti dell Umbria e a qualificarne una cultura istituzionale. È una vicenda che ha in sé, e si vede bene anche dal percorso scientifico, anche un altra grande scelta: una visione nazionale della questione dell Umbria, della questione regionale, frutto essa stessa di un altra ambizione: quella per cui l azione del governare deve essere più alta e complessa di ogni dimensione distributiva o dell amministrare, mirando piuttosto ad intervenire sullo sviluppo e sulla sua qualità. È questo grande asse che ha dato storicamente un certo, forte, carattere alle istituzioni umbre nella storia repubblicana italiana. Anche qui da noi, in Umbria, hanno operato certo, nel profondo, quelle virtù civiche che Robert Putnam coglie per i 7

8 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria diversi territori che sono passati in Italia attraverso l esperienza delle autonomie comunali e poi nell età del Rinascimento. E tuttavia quelle virtù civiche non sono rimaste chiuse dentro le piccole dimensioni delle tante città dell Umbria, nei sedimenti straordinari e preziosi dei beni artistici, così densamente diffusi nelle città e nei borghi della regione, ma si sono strettamente connesse a questa alta ambizione: trasformare l Umbria per inserirla più profondamente nello sviluppo nazionale, cosicché lo sviluppo moderno non fosse solo la risultante del gioco spontaneo delle forze materiali in campo nell economia, quanto l esito consapevole di un progetto culturale e politico complessivo della comunità. Economia e politica dunque, Stato e mercato, istituzioni e comunità: ecco il poliedro che si può ritrovare nella trama molto articolata di quel lavoro scientifico di cui diamo conto con questo Repertorio e con il quale, è mia profonda convinzione, nel secondo cinquantennio del Novecento, si è fatta l Umbria. Ma oggi tutto cambia, sfide enormi vengono dal mondo alla scienza economica e sociale per leggere i processi in corso, alle classi dirigenti per governare e ai grandi soggetti sociali per operare e costruire una nuova e più forte autonomia. Si è aperta un altra fase. Se questo Repertorio sarà uno stimolo ad aprire anche una nuova fase di studi sarà la dimostrazione ulteriore della fecondità positiva di un rapporto tra passato, presente e futuro che occorre sempre tenere bene a mente. 8

9 Claudio Carnieri, Prefazione Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici nell ultimo cinquantennio Renato Covino Docente di Storia contemporanea - Università degli Studi di Perugia Un negro è un negro, solo a determinate condizioni è uno schiavo, con questa icastica espressione Marx metteva in luce come ogni evento, ideologia o relazione umani vadano collocati in un contesto storico definito da specifici rapporti di produzione. Parafrasandolo si può, nel nostro caso, affermare che Un repertorio è un repertorio, solo a determinate condizioni offre uno spaccato definito dei limiti e della validità di una produzione intellettuale. Le schede che seguono entrano in questa categoria: sintetizzano cinquant anni di ricerca economica, sociale e territoriale in Umbria e consentono, allo stesso tempo, di porre in relazione le elaborazioni analitiche, le scelte di politica economica ed i loro concreti effetti sulla realtà regionale. L elaborazione economica, sociale e territoriale pone, d altro canto, la questione concernente la nascita della Regione ed il rapporto che, da subito, si pone tra il nuovo ente e la programmazione, tra struttura di decisione e scelte di sviluppo, facendo, in parte, giustizia dell idea che la Regione sia nata come derivazione del vecchio impianto autonomista e federalista di fine Ottocento e di primo Novecento. La Regione: la difficile affermazione di un idea È noto come le istanze autonomiste maturate durante la Resistenza fossero state disattese nella fase costituente. Prevalsero le ragioni del centralismo in tutti i settori politici, con l esclusione degli azionisti, dei repubblicani e di ampie aree socialiste, mentre i comunisti mostrarono cautela nel favorire processi di autonomia e i democristiani abbandonarono, se non sul piano teorico su quello pratico e istituzionale, l autonomismo democratico di diretta filiazione sturziana. Per dirla con Raffaele Romanelli la forte spinta autonomista proveniente in forme tra loro profondamente diverse da larghi settori dello schieramento politico del tempo finì col cedere non solo all esigenza di un compromesso politi- 9

10 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria co contingente, ma soprattutto a una necessità di fondo, costitutiva del paese stesso, quella di riservare all autorità dello Stato la funzione unificatrice che essa aveva sempre avuto 1. In Umbria ciò comportò la necessità di un recupero culturale, soprattutto da parte della sinistra politica, mentre la DC rimase ferma nella difesa di quella continuità dello Stato maturata nel periodo costituente e, nonostante un accordo di principio, ritarderà nel tempo l attuazione del dettato costituzionale relativo all istituzione delle regioni. Non sfugge lo sforzo di recupero di umori ed elaborazioni del passato, giocato anche sul piano delle alleanze politiche, dei partiti del movimento operaio. La ricerca di padri nobili del regionalismo così si limiterà alle correnti repubblicane che più intensamente si erano battute, dopo l Unità, per una ridefinizione federalista dello Stato centralistico d origine risorgimentale. Non a caso chi in quegli anni poneva con più forza nell arco di governo l accento sulla necessità di un ente intermedio, così come definito dalla carta costituzionale, era proprio il leader repubblicano Ugo La Malfa, che tuttavia non aveva forse per la sua origine azionista molte nostalgie identitarie e sosteneva l ipotesi regionalista come strumentazione della scelta della programmazione, individuata come l elemento fondamentale per dare sostanza al nuovo istituto. In questa ricerca di antenati nobili si riscopriva così Vincenzo Ciangaretti 2, esponente di spicco del PRI umbro, allievo di Oliviero Zuccarini 3, il leader della tendenza federalista e regionalista del PRI nel periodo prefascista, quasi a dare origini antiche ad una scelta che affondava le sue radici nella concretezza della crisi umbra di fine anni cinquanta. Si taceva, peraltro, il fatto che l ipotesi dell autonomismo regionalista era stata fatta propria da tutta la sinistra italiana nel primo ventennio del Novecento. Che si trattasse di una cultura diffusa nei partiti operai è dimostrato da due eventi che fanno cogliere il radicamento di questa propensione ideologico-programmatica. Il primo è rappresentato dalla richiesta fatta, il 18 marzo 1921, dal sindaco Tito Oro Nobili e dalla giunta socialista di Terni, di attuare la ripartizione della Circoscrizione amministrativa di Perugia in due Province, sottolineando che 1 Raffaele Romanelli, Centralismo e autonomie, in Storia dello Stato italiano dall Unità ad oggi, a cura di Raffaele Romanelli, Roma, Donzelli, 1995, pp Cfr. anche Giulio Vespignani, I poteri locali, vol. I, Roma, Donzelli, Vincenzo Ciangaretti, Le radici della liberta: scritti sulle autonomie locali, a cura di Maria Pia Danisi Ciangaretti e Vittorio Parmentola, Milano-Torino, Associazione mazziniana italiana, Su Oliviero Zuccarini cfr. Federico Paolini, L esperienza politica di Oliviero Zuccarini. Un repubblicano tra Mazzini, Mill e Sorel, Venezia, Marsilio,

11 R. Covino, Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici [l] Amministrazione comunale si associa[va] toto corde all iniziativa che stampa, privati, istituzioni, sodalizi, associazioni di questo Circondario hanno testé nuovamente ripreso perché la regione Umbria venga presto ripartita in due distinte Province 4. Nei mesi successivi l amministrazione socialista cerca di sostenere il processo, inviando un memoriale alla Presidenza del Consiglio, ai deputati umbri Netti e Mattoli e a Giacomo Matteotti (membro per il Partito Socialista di una Commissione parlamentare che si occupava del riordino delle autonomie locali), in cui si riprendeva la richiesta, già avanzata nel 1912, di spostare la sede del Tribunale Civile da Spoleto a Terni 5. La risposta di Matteotti è di netto dissenso. Il deputato socialista ricorda con energia la posizione del Partito a favore dello scioglimento delle Province, organo di asfissiante controllo sui Comuni, e dell istituzione della Regione 6. Il secondo evento, più recente, risale al maggio Vincenzo Ciangaretti, sindaco e presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di Foligno, si fa promotore di un assemblea dei sindaci dei principali Comuni dell Umbria per ricostituire la Lega dei Comuni Umbri, rilanciando al tempo stesso il problema dell autonomia regionale come base di una struttura federalista dello Stato 7. All iniziativa aderiscono gli esponenti folignati dello PSIUP e del PCI, tra cui Tito Marziali antico militante del PSI, membro della Direzione nazionale prima del congresso di Livorno e fondatore nel 1921 del PCDI che entra nel Comitato organizzatore. I vertici provinciali e regionali del PCI e dello PSIUP lasciano però cadere la proposta 8 e su La Battaglia, organo del PCI perugino, Umberto Terracini motiva l avversione comunista nei confronti di un ipotesi di rifondazione dello Stato repubblicano su base federalista. Secondo l autorevole esponente nazionale del PCI sarebbe anacronistico riesumare tale ipotesi 4 Archivio di Stato di Terni, Archivio Storico del Comune di Terni, II Versamento, Atti del Consiglio Comunale di Terni, vol. 35, adunanza del 18 marzo 1921, pp Ivi, b. 1239, Memoriale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, 26 settembre Sulla richiesta di istituzione della Sezione del Tribunale Civile a Terni cfr. Comune di Terni, Per l istituzione di una sessione del Tribunale in Terni. Memoria della Giunta municipale, Terni, Prem[iato] Stab[ilimento] Alterocca, 1913 e Ottavio Donatelli, La provincia del Nera, Narni, Tip[ografia] economica di O[lindo] Valenti, 1923, pp Archivio di Stato di Terni, Archivio Storico del Comune di Terni, II versamento, lettera di Giacomo Matteotti Per i compagni consiglieri e per la Sezione socialista di Terni, Renato Covino, Amministrazione e sistema politico, in L Umbria verso la ricostruzione, Atti del convegno Dal Conflitto alla libertà (Perugia marzo 1996), a cura di Renato Covino, Perugia-Foligno, Istituto per la Storia dell Umbria Contemporanea - Editoriale Umbra, 1999, p Ibidem. 11

12 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria oggi nel nostro paese in un momento nel quale attraverso l avvento delle larghe masse lavoratrici all avanguardia della lotta nazionale, esso sta finalmente approdando a quella unità interiore che la borghesia aveva per ottant anni, nonché realizzata, consapevolmente impedita 9. La posizione era, peraltro, ufficiale, tant è che Marziali esce dal Comitato promotore dell assemblea. Questi due esempi sono sufficienti per indicare come se, per un verso, l ipotesi regionalista sia un antica eredità di tutta la sinistra prefascista, non solo dei repubblicani, per l altro essa subisca nel secondo dopoguerra per i motivi già descritti un lungo oblio e come la sua resurrezione avvenga su basi profondamente diverse da quelle precedenti, non tanto e non solo come rifiuto del centralismo statalista, ma anche e soprattutto come ipotesi di costruzione di uno strumento istituzionale capace di operare, attraverso un uso razionale delle risorse, un attenuazione degli squilibri che il tumultuoso sviluppo degli anni cinquanta aveva sedimentato e aggravato. Più che a quella della sinistra del periodo prefascista, tale posizione si apparenta, nelle richieste e nelle indicazioni degli strumenti di riequilibrio, ai punti di vista che maturano fra il 1906, anno di approvazione della legge per le provvidenze per il Meridione (che si chiede venga estesa anche a Lazio, Marche e Umbria) e la stabilizzazione del fascismo, soprattutto nell Umbria meridionale in alcuni settori delle classi dirigenti che si coagulano intorno alla Camera di Commercio di Foligno e che avranno i loro principali corifei in Francesco Fazi, sindaco di Foligno e deputato, e in Domenico Arcangeli, sindaco di Spoleto e anch egli deputato nel Si tratta di personaggi che cercano di rompere il quadro stagnante dell economia regionale, dominata dal notabilato agrario, e di indurre fenomeni di modernizzazione delle strutture economiche proponendo la costruzione di infrastrutture capaci di attivare ed attrarre capitali nella regione in direzione di un processo di industrializzazione 10. L ipotesi da cui questo settore modernizzatore della classe dirigente sviluppa la sua azione è che l Umbria è ricca di risorse utilizzabili per la crescita produttiva (acque, lignite), ma povera di collegamenti (strade, ferrovie), di capitali, di strutture di formazione della forza lavoro. Insomma, il ruolo dello Stato sarebbe stato quello di 9 Umberto Terracini, Sul prossimo convegno dei Comuni dell Umbria, in La Battaglia, luglio Cfr. sui modernizzatori di inizio Novecento Renato Covino e Giampaolo Gallo, Le contraddizioni di un modello, in Storia d Italia. Le regioni dall Unità a oggi. L Umbria, a cura di Renato Covino e Giampaolo Gallo, Torino, Einaudi, 1989, pp ; Renato Covino, Dall Umbria verde all Umbria rossa, ivi, pp ; Daniela Crispolti, Il dovere della modernità. Domenico Arcangeli amministratore, politico e intellettuale, Spoleto, Comune di Spoleto,

13 R. Covino, Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici fornire ciò che mancava attraverso una politica di intervento e sgravi fiscali. Pur con tutte le diversità stupisce come alcuni temi ritornino ciclicamente nel dibattito umbro. Non parliamo delle ferrovie e delle strade, su cui la discussione è stata sempre fiorente, ma anche del tema della ricchezza negletta della regione che fa sentire i suoi echi nel momento in cui vengono chiuse le miniere di lignite e si propone la gassificazione del combustibile 11. Allo stesso modo il tema dell energia ritorna ad ondate nella discussione politica ed economica. La programmazione: da ipotesi minoritaria a senso comune Verrebbe da dire che nulla è cambiato e che anche la stagione del regionalismo e della programmazione risponde alle stesse logiche. In realtà non è proprio così. In mezzo ci sono la grande crisi e le politiche di intervento pubblico e contributi oggi dimenticati, ma per lungo tempo fondamentali nel dibattito economico, come quelli di Keynes e degli studiosi che alla sua opera si rifanno 12. Tuttavia, in Italia ed in Umbria, ciò non è immediatamente evidente. Le politiche di programmazione per conquistare il centro della scena politica avranno bisogno di tempo, di almeno un decennio di incubazione, saranno osteggiate da destra e da sinistra e oggi subiscono un eclisse a causa del loro fallimento, dovuto a motivi politico-istituzionali (alle carenze degli apparati pubblici e alle politiche di compromesso sociale) più che alla loro inadeguatezza. Vale la pena, a questo proposito, soffermarsi sia pure brevemente sul tema, utilizzando come traccia un articolo di Siro Lombardini di qualche anno fa 13. L economista apriva questo suo contributo definendone fin dall inizio l impianto: Cercherò di affrontare due questioni: perché il problema della programmazione non si sia imposto nel dibattito economico-politico del dopoguerra; perché invece si sia posto male in verità all inizio degli anni sessanta. 11 Paolo Raspadori, Gli anni cinquanta e lo sviluppo dell economia umbra: mezzadria, acciaio e lignite, in Umbria contemporanea, n. 5, dicembre 2005, pp Sulle idee dominanti nel dibattito economico italiano nel primo cinquantennio del Novecento si veda: Aurelio Macchioro, Lineamenti per una storia epistemologica dell economia politica italiana ( ), in Marginalismo e socialismo nell Italia liberale , a cura di Marco E.L. Guidi e Luca Nichelini, Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, XXXV (1999), pp Siro Lombardini, Stato e mercato nelle culture economiche: idee e realtà, in Cinquant anni di Repubblica italiana, a cura di Guido Neppi Modona, Torino, Einaudi, 1996, pp

14 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria E aggiungeva: Preliminarmente occorre riflettere su due tematiche: la prima riguarda lo sviluppo del pensiero, l altra l evoluzione delle realtà socioeconomiche 14. Per quanto riguarda il primo punto, la questione si presenta articolata e complessa. Non v è dubbio che nonostante gli umori rinnovatori tra la Liberazione e il 1948 vinse nella cultura economica italiana il liberismo rappresentato da Einaudi, insieme a Benedetto Croce il più importante rappresentante della tradizione liberale in Italia. Vinse non solo nella Democrazia Cristiana, che aveva come riferimento i ceti medi, la borghesia industriale, parte di quella finanziaria e settori non inconsistenti di lavoratori, ma nell insieme del mondo politico, sinistra compresa: le aree culturali vivaci, in cui si cercava di dire qualcosa di nuovo, erano poche: il Partito d Azione, un gruppo di socialisti, alcuni economisti piuttosto eterodossi [ ] il gruppo degli ex cattolici comunisti (Sinistra Cristiana), alcuni elementi vicini a Dossetti nella Democrazia Cristiana 15. In questo sommario elenco manca il gruppo di economisti che affiancarono la CGIL negli anni cinquanta nell elaborazione del Piano del Lavoro, e che si concentrarono intorno alla rivista Critica economica. Essi, però, furono una rara avis a sinistra e nel PCI, dove il postulato liberista era, se non accettato, sicuramente non avversato e, soprattutto, non contrastato attraverso politiche che facessero riferimento a forme di economia regolata. Come scrive sempre Lombardini: Per capire perché non si poteva parlare di programmazione è sufficiente leggere alcuni discorsi di Togliatti, riflettere sui suggerimenti rivolti da M[auro] Scoccimarro, altro dirigente comunista, ai giovani di leggere l economista L[uigi] Einaudi per capire la realtà italiana 16. D altro canto, tale orientamento politico culturale del PCI e del suo gruppo dirigente è già evidente nell immediato dopoguerra. Esso emerge dagli interventi di Longo, ma soprattutto di Togliatti, al Convegno Economico del Partito tenutosi nell agosto In questa sede si utilizza per sostenere l avversione a politiche di piano la polemica nei confronti di Cesare Dami che per la rico- 14 Ivi, p Ivi, p Ivi, p Ricostruire. Resoconto del Convegno Economico del PCI (Roma, agosto 1945), Roma,

15 R. Covino, Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici struzione aveva proposto l adozione di un piano preciso quasi di costruzione socialista secondo quanto afferma nella sua critica Longo 18, cosa a detta del dirigente comunista impossibile in quanto il socialismo si può costruire quando si ha il potere in mano, cosa che oggi noi non abbiamo 19. Togliatti è ancora più netto, a suo parere è utopistico pensare che la ricostruzione possa svolgersi sulla base di un piano economico nazionale e aggiunge: Anche se fossimo oggi al potere da soli, faremmo appello per la ricostruzione all iniziativa privata, perché sappiamo che vi sono compiti a cui sentiamo che la società italiana non è ancora matura 20. A proposito di questo moderatismo del PCI in politica economica si è fatto riferimento al realismo con cui Togliatti e il gruppo dirigente del Partito guardano alla situazione italiana. Per contro, spesso si è sostenuto che, nonostante i vincoli esterni ed interni, nel dopoguerra si poteva fare di più per modificare le strutture che presiedevano al funzionamento dell economia italiana, opponendosi con maggior forza alla linea einaudiana che s impose come strategia di politica economica 21. La questione è, però, più profonda e riguarda propensioni culturali stratificatesi nel corso del tempo. In primo luogo gioca l eco delle polemiche salveminiane nei confronti del protezionismo d età liberale, profondamente sedimentatesi negli anni a cavallo della prima guerra mondiale in coloro che costituiranno il gruppo dirigente del PCDI a partire dal A ciò si aggiunge l idea che fosse il capitalismo monopolistico, anche nelle sue propaggini statali, a rappresentare, da un canto, un elemento di arretratezza del sistema economico italiano e un blocco per lo sviluppo e, dall altro, uno degli elementi caratterizzanti l esperienza fascista. A questo si somma il sospetto con cui l Internazionale comunista ed il Partito italiano guardano alle teorie pianificatorie e programmatorie maturate dopo la crisi del 1929 in ambienti socialisti e sindacali europei, che molto spesso si apparentano ad ipotesi corporative e di terza via. Ci riferiamo alle teorizzazioni 18 Renzo Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano. Il Partito nuovo dalla Liberazione al 18 aprile, Torino, Einaudi, 1995, p Ricostruire cit. (a nota 17), p Ivi, p Cfr. Camillo Daneo, La politica economica della ricostruzione , Torino, Einaudi, Si veda anche Fabrizio Barca, Compromesso senza riforme nel capitalismo italiano, in Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, a cura di Fabrizio Barca, Roma, Donzelli, 1997, pp

16 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria planiste che, pur rimanendo minoritarie, ebbero ampio corso nel socialismo belga e francese e che, in alcuni casi, durante la guerra portano i loro principali esponenti alla collaborazione con governi filonazisti 22 ; al gruppo di sindacalisti italiani che intorno a D Aragona negli anni trenta assume un atteggiamento conciliante nei confronti del fascismo, collocandosi in una linea di oggettivo fiancheggiamento; al modo stesso in cui nasce l esperienza dell IRI, fortemente voluta da Alberto Beneduce, di cui erano note le giovanili simpatie socialiste; alle teorizzazioni confuse di politica economico-sociale della Repubblica Sociale Italiana (la Carta di Verona) che riprendono da sinistra, in un ottica che oggi definiremmo concertativa, le teorizzazioni corporative di conciliazione tra capitale e lavoro. Contemporaneamente si guarda con avversione alle elaborazioni teoriche provenienti d oltre oceano dove, sul ceppo delle politiche di workfare e sulla base della rivendicazione del ruolo dei tecnici nella produzione propria dell elaborazione tayloristica, era maturata la convinzione che ci si trovasse di fronte ad una fase di rivoluzione manageriale in cui il ruolo degli addetti alla produzione si faceva così forte da sostituire quello della politica, in nome di un oggettiva razionalità e programmabilità della fabbrica 23 estendibile all insieme della società. Sono questi i motivi che fanno virare la scelta del PCI in direzione di un oggettivo fiancheggiamento delle politiche einaudiane, a cui si aggiungeranno, dopo l esclusione dal governo, le preclusioni nei confronti delle scelte di integrazione economica europea, che verranno lette come smobilitazione di parte dell apparato economico del paese e come opzione subalterna nei confronti delle più forti economie francese e tedesca, come integrazione in un campo occidentale ed atlantico obbligatoriamente antisovietico ed anticomunista. Vennero in tal modo frustrate le speranze dei molti che dopo la Liberazione, dopo le esperienze dei Comitati di liberazione nazionale [avevano pensato] si fossero create le condizioni per una nuova politica economica Cfr. sul tema Mario Telò, Riforme di struttura e problematica istituzionale nel socialismo planista. Il Piano del Lavoro di Henri De Man, in Crisi e piano. Le alternative degli anni trenta, a cura di Mario Telò, Bari, De Donato, pp e Leonardo Rapone, Il planismo nei dibattiti dell antifascismo italiano, ivi, pp Cfr. sul concetto di rivoluzione dei tecnici: James Burnham, La rivoluzione dei tecnici, Milano, Mondatori, 1947; sui precursori ed epigoni: Daniel Nelson, Taylor e la rivoluzione manageriale, Torino, Einaudi, 1988; Alfredo Salsano, Ingegneri e politici. Dalla razionalizzazione alla rivoluzione manageriale, Torino, Einaudi,1987; Idem, L altro corporativismo. Tecnocrazia e managerialismo tra le due guerre, Torino, Segnalibro, Lombardini, Stato e mercato nelle culture economiche cit. (a nota 13), p

17 R. Covino, Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici La ricostruzione del paese si realizzerà secondo una linea di spontaneità economica; le stesse scelte dell IRI che nel dopoguerra si era pensato addirittura di sciogliere si muoveranno in questo quadro. Nel tempo emergeranno così nuovi squilibri, che si aggiungeranno al tradizionale dualismo Nord-Sud, per alcuni aspetti aggravandolo. Una conseguenza di tale evoluzione è stata la messa al bando dello stesso termine di programmazione. Il termine pianificazione evocava addirittura la Russia. La programmazione non compare nella Costituzione, al suo posto troviamo delle perifrasi 25. Il dibattito degli economisti eterodossi si riduce a seminari e convegni. Le tesi che in quei convegni venivano avanzate apparivano sempre più dissonanti rispetto all evoluzione che si andava configurando 26. Più semplicemente vinse la linea De Gasperi - Einaudi, che si poneva con forza l obiettivo di difendere i ceti medi, costruendo su di loro una politica di mediazione sociale e garantendo, attraverso una formale neutralità e un sostanziale appoggio dello Stato e della stessa industria pubblica, mano libera ai gruppi imprenditoriali. D altro canto Al sodalizio De Gasperi - Einaudi la sinistra non era in grado di contrapporre una politica. Poteva avanzare solo rivendicazioni sparse 27. La crisi umbra e le necessità di una scelta È in questo quadro che si colloca l esperienza umbra. Si è più volte scritto quali fossero le radici economico-sociali della spinta regionalista e come esse nascessero in risposta ad una crisi che appariva, per molti aspetti, distruttiva. Si trattò, in ultima analisi, di una scelta che non maturò immediatamente come consapevole acquisizione teorico-culturale, ma per l urgenza di rispondere ad un emergenza che metteva in discussione consolidati equilibri economici e sociali. Varrà la pena di ricordare, sia pure rapidamente, i caratteri della crisi degli anni cinquanta per comprendere le soluzioni proposte ed i loro esiti concreti, con tutte le loro luci ed ombre. 25 Ibidem. 26 Lombardini, Stato e mercato nelle culture economiche cit. (a nota 13), p Ivi, p

18 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria La crisi mostra le prime avvisaglie con la smobilitazione prima delle industrie aeronautiche e poi con quella delle miniere di lignite e con i grandi licenziamenti alle Acciaierie di Terni 28. È in questa occasione che si percepisce come il modello industriale, nato nella fase protezionista ed autarchica dell economia italiana, non potesse reggere in un mutato quadro internazionale segnato da una maggiore vivacità di scambi. Il modello di impresa polisettoriale costruito negli anni venti e trenta del Novecento da Arturo Bocciardo, con l annesso sistema di sicurezze occupazionali e di workfare utilizzato con successo nella fase della ricostruzione, che i lavoratori della Società Terni avevano profondamente interiorizzato nella convinzione che esso potesse esplicare, sotto una gestione in cui fosse forte la presenza dei rappresentati politici e sindacali della sinistra, tutte le proprie virtù e potenzialità, mostra le prime crepe. Inizia la sua parabola discendente che giungerà a compimento, nei primi anni sessanta, con la nazionalizzazione degli impianti elettrici e con lo scorporo del settore chimico 29. D altro canto, malgrado la dinamizzazione garantita dall impetuoso sviluppo dell economia italiana in quel periodo, l impresa privata, per lo più di piccole e medie dimensioni, non mostra ancora la capacità di delineare un modello di sviluppo industriale alternativo a quello costruitosi nella regione tra gli anni ottanta dell Ottocento ed il primo quarantennio del Novecento. Il mondo rurale, infine, per le stesse caratteristiche orografiche e podologiche dell Umbria, ancor prima che per la forza sindacale conquistata nel dopoguerra e per la capacità di resistenza degli istituti dell autonomia contadina, non si dimostra capace di indurre significative trasformazioni economiche. Nemmeno le moderate rivendicazioni dei mezzadri umbri sono tollerabili per un agricoltura collinare povera, dove aumento dei redditi contadini e processi di investimento sono immediatamente destinati a mettere in crisi i livelli delle rendite 30. I padroni della terra rispondono così con altrimenti incomprensibile durezza sia alle leggi di riforma proposte dai 28 Cfr. Franco Bonelli, Lo sviluppo di una grande impresa in Italia. La Terni dal 1884 al 1962, Torino, Einaudi, 1975; Renato Covino e Giampaolo Gallo, Ipotesi e materiali per una storia dell industria nella provincia di Perugia dal primo dopoguerra alla ricostruzione, in Politica e società in Italia dal fascismo alla Resistenza. Problemi di storia nazionale e storia umbra, a cura di Giacomina Nenci, Bologna, Il Mulino, 1978, pp ; Renato Covino, I licenziati di Terni ( ), in Annali di storia dell impresa, n. 15/16, , Venezia, Marsilio, 2005, pp Cfr. Bonelli, Lo sviluppo di una grande impresa cit. (a nota 28). 30 Cfr. Giacomina Nenci, Proprietari e contadini nell Umbria mezzadrile, in Storia d Italia. Le regioni dall Unità a oggi. L Umbria cit. (a nota 10), pp

19 R. Covino, Trasformazioni sociali ed economiche dell Umbria ed evoluzione dei modelli analitici governi centristi, sia al bisogno di riscatto delle masse contadine. È una difesa strenua cui si oppongono politiche, sia da parte delle forze cattoliche che di quelle della sinistra, destinate nel medio periodo a dimostrare tutta la loro fragilità. È l ipotesi della piccola proprietà contadina da raggiungere attraverso una riforma agraria capace di garantire reddito a chi lavorava la terra e accumulazione da destinare allo sviluppo industriale, impedendo, al tempo stesso, l abbandono delle campagne. Sono le tesi che il PCI comincia ad assumere negli anni cinquanta, che si affermano nel movimento sindacale, preoccupato di tenere unito un fronte contadino composto di molteplici figure sociali, e che Emilio Sereni sistematizzerà teoricamente, sancendo l assunzione definitiva della piccola proprietà nella prospettiva socialista, proponendo la formula della rivoluzione democratica e socialista 31. Sono questi i cardini su cui in Umbria viene condotta negli anni cinquanta la lotta per la riforma agraria. Solo un agricoltura contadina, basata sulla piccola produzione, può sorreggere lo sviluppo industriale della regione, si dice nel 1954, solo l aspirazione alla terra può costituire argine serio e logico al peggioramento della condizione mezzadrie, afflitta dalla miseria nelle zone marginali o insidiata dal progresso tecnologico, si dice nel Fatto sta che l aspirazione alla terra si va progressivamente esaurendo con il passare degli anni e giunge a compimento nella seconda metà degli anni cinquanta sotto l onda di due fenomeni concomitanti. Il primo, di carattere congiunturale, è rappresentato dalle pessime annate agrarie del 1956 e del 1957, con inverni freddissimi, soprattutto quello del 1956, e con gelate tardive che falcidiarono i raccolti e provocarono la distruzione del patrimonio olivicolo regionale. Il secondo è evidenziato dalla sempre crescente possibilità di trovare lavoro in altre aree italiane, fossero le città terziarie o i poli di sviluppo industriale del Nord. Ciò innescò un duplice movimento di popolazione. Circa umbri, soprattutto giovani, emigrarono tra il 1951 ed il 1971 verso altre aree del paese, provocando un saldo assoluto negativo della popolazione. Al tempo stesso si ebbero significativi spostamenti interni all Umbria dalle zone rurali alle città maggiori e/o nei comuni e nelle frazioni limitrofe ad esse Si veda in proposito Giacomina Nenci, Sull agricoltura, in Proposte e ricerche, XXVIII (estate/autunno 2005), n. 55, p Ivi, p Luigi Tittarelli, Evoluzione demografica dall Unità a oggi, in Storia d Italia. Le regioni dall Unità a oggi. L Umbria cit. (a nota 10), pp

20 Cinquant anni di ricerche per la programmazione economica, sociale e territoriale in Umbria L urgenza della crisi è riconosciuta anche da chi riteneva la riforma agraria una sorta di esproprio coatto dei proprietari, una limitazione del diritto di proprietà. Non a caso il redattore perugino de Il Tempo, che ancora nel 1961 aveva scritto contro le pretese della stessa DC di passare dalla mezzadria alla piccola proprietà coltivatrice 34, solo qualche mese dopo, nel febbraio 1962, è costretto a riconoscere l esistenza del problema. A tale proposito è interessante il filo di ragionamento di Tertulliano Marzani. A suo parere numerose sono le campagne abbandonate dai coloni per una moda insorta all improvviso, per un giusto calcolo economico del mezzadro che dalla terra non trae più adeguati redditi e speranze di poterla coltivare in futuro. Il contadino Chiusa la casa e la stalla del fondo, si trasferisce nel capoluogo comunale, dove sa che non gli sarà difficile, con qualche settimana o mese di lavoro a giornata, mettere insieme un sufficiente guadagno per vivere adeguatamente. In più gli resterà libero del tempo da impiegare anche in settori extra-agricoli. [ ] [Se] per il coltivatore il problema è per lo meno in buona parte risolto, non lo è altrettanto per il proprietario terriero. Che fare. Come regolarsi in futuro? Conviene continuare a coltivare la terra, a mezzadria, oppure bisogna adeguarsi ad altri sistemi anche se meno convenienti come quello della conduzione diretta? 35. Emergono dall articolo una serie di questioni che si risolveranno nella fase successiva con l abbandono generalizzato e diffuso delle campagne. Il sogno della terra si era logorato prima ancora di realizzarsi. Nonostante una raggiunta unità programmatica tra le forze politiche e sindacali, l assunzione del superamento della mezzadria nel senso comune diffuso, la crisi degli equilibri in agricoltura, travolgerà l insieme degli assetti sociali ed economici della regione, toglierà non solo legittimazione, ma anche reddito e influenza alle tradizionali classi dirigenti. In filigrana si legge la paura che la fine degli istituti economici che fino ad allora avevano retto la vita produttiva e sociale dell Umbria si risolva in un diffuso processo di spappolamento sociale, destinato a far regredire ulteriormente la regione, proiettandola verso un destino di sottosviluppo simile a quello delle aree meridionali. 34 Tertulliano Marzani, La cospirazione, in Il Tempo, Cronaca di Perugia, 15 ottobre 1961 e Idem, Riforma senza soluzioni, ivi 19 ottobre 1961, ora in Idem, Lettere dall Umbria, Perugia, Volumnia, 2006, pp e rispettivamente. 35 Tertulliano Marzani, Il calcolo del mezzadro e il rebus del proprietario, in Il Tempo, Cronaca di Perugia, 27 febbraio 1962, ora in Idem, Lettere dall Umbria cit. (a nota 34), pp

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