RAGIONE E ASSOLUTO IN HEGEL. La critica a Kant

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1 RAGIONE E ASSOLUTO IN HEGEL Ragione e libertà restano la nostra parola d ordine, e il nostro punto d incontro la chiesa invisibile. Lettera di Hegel a Schelling, gennaio 1795 La critica a Kant Come abbiamo avuto modo di dire, il pensiero di Kant costituisce l elemento da cui prendono il via le riflessioni dei filosofi che appartengono all Idealismo tedesco. Non sorprende dunque che anche Hegel prenda le mosse da una critica nei confronti di quel limite rappresentato dalla «cosa in sé» di cui parlava Kant limite ora interpretato alla stregua di una vera e propria «rinuncia alla conoscenza della verità», nella misura in cui «Dio, l essenza del mondo e dello spirito» sarebbe qualcosa di «incomprensibile» e di «inafferrabile». «Secondo questo modo di vedere, continua Hegel all interno del suo Discorso del 1818, lo spirito dovrebbe restare fermo alla religione, e la religione, a sua volta, restare ferma alla fede, al sentimento e al presentimento, senza nessun sapere razionale». La riflessione kantiana avrebbe, infatti, dimostrato che la conoscenza non può giungere a comprendere l assoluto, sprofondando in questo modo «nell oblio più profondo degli interessi superiori». Per questo motivo, secondo Hegel, la filosofia si sarebbe limitata a conoscere «soltanto fenomeni, fatti contingenti», spacciando «come traguardo e risultato di ogni aspirazione intellettuale proprio una tale ignoranza, una tale piattezza e mancanza di gusto per ciò che è eccellente». È dunque a partire dalla considerazione della necessità di una rivoluzione filosofica che prende le mosse la riflessione di Hegel. Il «sapere razionale» a cui si riferisce il filosofo deve essere capace di superare i limiti tanto della filosofia critica quanto della religione, che risulterebbe animata dal semplice «presentimento» di quel che sono «in sé e per sé» «eternità, divinità, verità». Per questo motivo Hegel sa scorgere «l aurora di uno spirito più puro», che deve avere «il coraggio di esigere la verità». Nella misura in cui l uomo «si stima degno delle cose più elevate», la «fede nella potenza dello spirito» si rivela come la condizione necessaria perché «l essenza dell universo» che «non ha nessuna forza in sé che sia capace di resistere al coraggio della conoscenza»! si schiuda alla conoscenza ed «esponga al suo sguardo la ricchezza e le profondità delle proprie viscere». Riprendendo un celebre passaggio di Hegel tratto dalla sua prima opera capitale, la Fenomenologia dello spirito (1807), «il nostro tempo è un tempo di gestazione e di transizione verso una nuova epoca. Lo Spirito ha rotto i ponti con il precedente mondo della sua esistenza e delle sue rappresentazioni, ed è in procinto di sprofondarlo nel passato: vive il travaglio della propria trasformazione».

2 Il sapere razionale Se dunque il pensiero filosofico costituisce un superamento (Aufhebung) dell esperienza religiosa dell assoluto, diviene necessario venire in chiaro della natura del sapere «razionale» che l uomo può acquisire dell universo. Un sapere che non si limita esclusivamente al mondo dei sensi, a quello che si spalanca davanti a chi sia spinto verso di esso dai suoi bisogni e dalla sua curiosità. Perché «la razionalità che esiste istintivamente» in noi ci guida verso quel che Hegel chiama «il fondamento universale e originario di questo mondo apparente, alla ricerca di principi e cause, di leggi, di qualcosa di permanente in mezzo a tanta mutevolezza e instabilità». In altre parole, l uomo è condotto ad abbandonare il mondo sensibile, nella misura in cui la propria riflessione lascia sorgere in lui «il pensiero di qualcosa di eterno, opposto a ciò che è temporale, di qualcosa d infinito e illimitato, opposto alla finitezza e alla limitatezza; oppure lo predispone ad accogliere e a nutrire in sé pensieri come quello di un ordine universale del mondo, di una causa prima e di un essenza di tutte le cose». La nostra conoscenza dipende dal modo in cui ci rapportiamo al mondo. «Se l uomo, dice Hegel, guarda il mondo solo attraverso i sensi, il mondo si configura per lui solo come mondo sensibile, in un infinità di connessioni multiformi e disperse». È solo quando l uomo guarda il mondo con gli occhi della ragione ossia pensando che il mondo gli appare come un mondo razionale, al punto che «la ragione che si trova nell esistente, e la ragione che costituisce l essenza dello spirito, sono un unica e identica ragione». «La chiesa invisibile», scriveva Hegel a Schelling È dunque la ragione a costituire il fondamento della possibilità di una comprensione capace di andare al di là di ciò che presentano i sensi o il sentimento, nell ipotesi che solo «tramite l attività e il movimento di pensare» l uomo può superare sia la comprensione passiva che deriva dai sensi sia un sentimento che non è ancora giunto all idea, al concetto, e che pertanto non rappresenta ancora un sapere vero. Verità? Ragione? Concetto? Idea? Ora, procede Hegel, per quanto il contenuto della conoscenza filosofica non sia diverso da quello che si presenta ai nostri sensi, esso è il solo a poter essere detto vero, poiché è il risultato del pensiero, da intendersi nel senso cartesiano di cogitare: cogito me cogitare: penso che penso: autocoscienza (l autoposizionalità dell Io in Fichte). Non deve dunque sorprendere che lo stesso Hegel si riferisse a Cartesio con queste parole: «Con lui mettiamo propriamente piede in una filosofia autonoma Qui possiamo dire di essere a casa nostra e, come il navigante, dopo una lunga peripezia sul mare impetuoso, possiamo gridare terra». Ciò significa che il cogito cartesiano pensato all interno del Discorso sul metodo (1637) è la terraferma sulla quale può sorgere un sapere dell assoluto: se, infatti, il soggetto è cosciente di sé, esso è, proprio in quanto questo sapere, l assoluto stesso. Un sapere può essere vero solo quando venga guadagnato dal pensiero nella forma del concetto: la certezza che l uomo ha di sé diviene la 2

3 misura la prospettiva da cui è colta la realtà. Non dimentichiamo quel che diceva Hegel: «l essenza dell universo non ha nessuna forza in sé che sia capace di resistere al coraggio della conoscenza». Per questo cogito significa qui cogito me cogitare cogitatum, ossia penso che penso ciò che penso: certezza assoluta! Ragione e dialettica Nella ragione si compone quella lacerazione che è costituita, da un lato, dalla limitatezza della nostra esperienza sensibile e, dall altro, dal presentimento dell eternità (a questa lacerazione si riferiscono le analisi hegeliane della cosiddetta «coscienza infelice», infelice perché dell assoluto ha solo un sentimento di devozione). In altre parole, nel sapere razionale di cui parla Hegel «l infinità non si trova più semplicemente opposta al finito, così come l eternità non è più la mera antitesi di ciò che è temporale». Quella contraddizione, da cui può sorgere il bisogno della filosofia, viene ora superata e risolta, poiché «lo spirito sdoppiato in sé va in cerca della sua conciliazione nella filosofia, ossia in se stesso». La filosofia nel concetto supera il sentimento su cui si fonda la fede, poiché l essenziale non è soltanto sentito, ma piuttosto saputo: «per apprendere ciò che si ha di vero negli oggetti e negli avvenimenti, ed anche nei sentimenti, nelle intuizioni, opinioni, rappresentazioni ecc., si richiede riflessione. Ora la riflessione fa, in ogni caso, almeno questo: trasforma i sentimenti, le rappresentazioni ecc., in pensieri». Nel pensiero, ossia nel concetto, l uomo e il mondo non sono dunque più indipendenti: se prima, infatti, l esigenza di giustizia e verità nutrita dalla nostra ragione si scontrava con un mondo che sembrava seguire altre leggi dalle nostre; se il bisogno di consonanza e unità avvertito dalla ragione sembrava essere vanificato dalla molteplicità di cui era composto il mondo esterno, al punto che quell unità non era che un concetto vuoto incapace di raccogliere e sostenere quella molteplicità, ora ragione significa riflessione, ossia «la certezza che le sue determinazioni sono tanto oggettive determinazioni dell essenza delle cose quanto suoi propri pensieri». I concetti sembrano in questo senso un frutto più «concreto» del mero sentimento che appartiene all esperienza della fede più concreto poiché è stato assicurato dal soggetto certo di sé. Proprio a chiarimento di questo concretizzarsi della conoscenza, Hegel specifica che la ragione rappresenta la sintesi di quel processo dialettico che conduce l uomo dalla coscienza in cui il soggetto si riferisce immediatamente ai suoi oggetti (tesi) all autocoscienza, in cui l oggetto in quanto oggetto viene rappresentato per il soggetto, e il soggetto è tale in riferimento all oggetto (antitesi) fino all unità di soggetto e oggetto, in cui la mediazione dell oggetto con il soggetto attraverso la riflessione diviene ragione, ossia «unità assoluta del concetto e dell oggettività» (sintesi). È questo il tema di fondo della Fenomenologia dello spirito, in cui Hegel procede alla presentazione del cammino 3

4 che lo spirito deve percorrere per poter giungere al sapere assoluto o del cammino che lo stesso assoluto percorre per poter apparire nella sua verità. La dialettica Ne è una prova la stessa storia della filosofia, in cui il momento della tesi sarebbe rappresentato dal mondo greco, che si sarebbe limitato a rappresentare ciò che è oggettivo. Da qui l interpretazione dei Greci come realisti ingenui, che avrebbero avuto la pretesa di conoscere «ciò che gli oggetti veramente sono». Ma, scrive Hegel, «l uomo (del mondo greco) non si era ancora ripiegato in se stesso così come ai nostri tempi. Era sì soggetto, ma non si era ancora posto come tale». Per questo motivo il suo sapere era ancora, dice Hegel, «astratto», ossia non concreto, perché non ancora pensato accertato dal soggetto e con esso con-cresciuto. Alla tesi si contrappone necessariamente l antitesi, qui rappresentata dal pensiero di Cartesio, in cui per la prima volta il soggetto viene pensato in quanto soggetto (rendendo così rappresentabili gli oggetti in quanto oggetti). Giungiamo qui a un primo avvistamento del tema dell infinito, per quanto Hegel qualifichi il momento dell antitesi in termini di «cattiva infinità»: in Fichte, per esempio, il non-io sarebbe stato in semplice opposizione rispetto all Io, e non ancora in compiuta unità con esso e mediante esso. La sintesi sarebbe pertanto il pensiero di Hegel, in cui il soggetto si sa come ragione, come «certezza che le sue determinazioni sono tanto oggettive determinazioni dell essenza delle cose quanto suoi propri pensieri». I singoli momenti di cui si compone la dialettica (la fluidità del tutto necessita un pensiero che con-cresca con l essenza delle cose), costituiscono un processo spirituale in cui i momenti precedenti vengono di volta in volta superati, ma non banalmente annullati, dal momento che ciò che è superato viene più propriamente «tolto alla sua immediatezza» e, in questo modo, conservato. Viene in mente un breve passaggio contenuto nella Prefazione alla Fenomenologia dello spirito, in cui Hegel trae spunto da un esempio relativo alla biologia per evidenziare la natura di trasfigurazione che dobbiamo saper cogliere nel cammino che conduce dalla tesi alla sintesi, dalla coscienza alla ragione e al sapere razionale: «La gemma scompare quando sboccia il fiore, e si potrebbe dire che ne viene confutata; allo stesso modo, quando sorge il frutto, il fiore viene, per così dire, denunciato come una falsa esistenza della pianta, e il frutto subentra al posto del fiore come sua verità. Ora, queste forme non sono semplicemente differenti l una dall altra, ma l una soppianta l altra in quanto sono reciprocamente incompatibili. Nello stesso tempo, però, la loro natura fluida le rende momenti dell unità organica, in cui non solo non entrano in contrasto, ma sono necessarie l una quanto l altra; e soltanto questa pari necessità costituisce la vita del Tutto». 4

5 La religione e la filosofia Con la ragione tocchiamo il culmine della riflessione hegeliana: quel che Hegel pretende di fare nella sua Fenomenologia è di mostrare come la conoscenza, ossia la «comprensione pensante dell essere», sia il momento culminante dell essere stesso. Se, infatti, già Cartesio, Kant e Fichte avevano posto l Io come fondamento di ogni sapere, Hegel giunge a cogliere nella ragione il fundamentum inconcussum, tanto che il «penso che penso», ossia l autocoscienza, viene superata in quella che è una chiara manifestazione di sintesi dialettica: cogito me cogitare cogitatum, «penso che penso ciò che penso». Vengono in mente le parole di Hegel a proposito dell entrata di Napoleone a Jena nel 1806: «Ho visto l Imperatore quest anima del mondo cavalcare attraverso la città per andare in ricognizione: è davvero un sentimento meraviglioso la vista di un tale individuo che, concentrato qui in un punto, seduto su di un cavallo, abbraccia il mondo e lo domina»! In altre parole, il pensiero più dell arte e della religione è il sapere assoluto stesso, poiché in esso brilla proprio quel tratto che sta a fondamento di ogni cosa. Il pensiero, infatti, «è l universale, il genere, che non muore e resta sempre identico a sé» figura dunque di quell eternità che la religione sa solo presentire e che l uomo può invece sapere. «La religione, scrive Hegel, ha il medesimo fine, il medesimo contenuto che la filosofia, ma non enuncia la verità nella forma della verità, bensì in quella del sentimento, nella forma di qualcosa di dato, creduto, presentito». La forma della verità propria della filosofia è quella del concetto, che presuppone proprio quell azione della riflessione che permette di pensare razionalmente l essere di una cosa, non più colta «così com è, immediatamente», come appunto fosse un che di dato, ma come qualcosa di pensato, di assicurato e, dunque, di vero: «in sé e per sé», dice Hegel. Al contrario, nella fede è sufficiente la «rappresentazione» di Dio e della vita eterna [tesi: Padre Idea]: Dio ha creato il mondo, come se «la verità, che il mondo è ragione, fosse rappresentata come agire rivolto verso l esterno, come avvenimento, alla maniera e nelle proporzioni delle cose finite». Lo stesso si dica della rappresentazione del divenire se stessi con la rappresentazione della generazione del figlio [antitesi: Figlio Natura], che in realtà è immagine di quell «intuire se stesso, venir incontro a se stesso, divenire per sé» di cui si occupa la filosofia; «allo stesso modo la verità eterna di Dio è enunciata come spirito [sintesi: Spirito Santo Spirito], ma come terza persona, che procede dal padre e dal figlio, non come terzo momento nel quale i primi due devono trovare la loro realtà». «Ugualmente la conciliazione dello spirito con se stesso, l identità delle nature divina e umana, è rappresentata come semplice avvenimento esterno, temporale: intuizione in un altro, inteso come individuo particolare, non come ragione in sé e per sé»! 5

6 Il sapere assoluto È necessario pertanto superare la religione così come prima Hegel aveva superato l arte, la quale è «un modo di esprimere e di portare a coscienza il divino», per quanto in maniera sensibile (Hegel definiva la bellezza come «apparizione sensibile dell idea») e accedere alla dimensione aperta dalla ragione, che sola può pensare l essere e lasciarlo risplendere nel concetto in tutta la sua verità. La filosofia, come d altro canto aveva già fatto notare Aristotele nella sua Metafisica, «è la maniera suprema di esistenza e di attività dello spirito, la vita dello spirito nella sua libertà». A differenza del mangiare e del bere, che si basano su fini limitati, la filosofia (come a suo modo la religione) ha come suo oggetto non soltanto un fine spirituale, ma il fine più elevato, per il quale, è chiaro, è necessario «abbandonare le proprie preferenze e i propri scopi particolari. Ogni posizione unilaterale non si mantiene all altezza del compito o missione a cui è chiamato l uomo, il quale, non a caso, non si limita a «cercare se stesso», ma «si onora di partecipare a qualcosa d indipendente da lui, a qualcosa che esiste per proprio conto» e che nel concetto viene guadagnato, reso vero. Per questo Hegel, riprendendo ancora una volta un immagine religiosa, può dire che «il tempo dedicato alla filosofia è da vedersi come la domenica della vita»; e come il tempo del lavoro settimanale è in vista della domenica (e non l inverso), anche la filosofia è «fine a se stessa» e, in questo senso, «riassume in sé ogni fine»: «è una festività dello Stato»! (Qui si radicano tutte le riflessioni hegeliane sul tema dello Stato in quanto «Stato etico»: proprio in quanto «riunione del principio della famiglia e della società civile», lo Stato costituisce il superamento ultimo della lacerazione tra interiorità ed esteriorità tipica della morale morale che risulta essere incentrata sul dover essere, in cui viene posto un «essere assoluto, che tuttavia insieme non è». Ragion per cui lo Stato viene pensato come «ingresso di Dio nel mondo», ossia come «volontà divina, spirito presenziale, spirito esplicatesi e reale figura e organizzazione di un mondo», in cui «i molti come singoli» non sono soltanto «una moltitudine una massa informe», ma un popolo.) In quanto parto della ragione precedentemente citata, «la filosofia è la regione nella quale lo spirito deve sapersi a casa propria [presso di sé, nella riconciliazione di finito e infinito] nella sua vita superiore e nella quale deve conservarsi; quest autocoscienza più elevata costituisce il fondamento e la sostanza di tutta la vita rimanente, rivolta alle cose finite, la quale trova, nella filosofia, la sua radice, la sua illuminazione, l esaudimento delle sue preghiere e il suo rafforzamento, insomma la sua santificazione». Apprendiamo così che il sapere filosofico, proprio nel suo essere conoscenza della verità ossia di ciò che è essenziale sta a fondamento tanto della costituzione di uno Stato quanto delle diverse scienze particolari. Lo stesso sapere potrebbe poi essere utile nella vita individuale di ciascuno, poiché «studiare la filosofia significa acquistare una familiarità durevole con ciò che è essenziale, togliere di mezzo 6

7 ciò che è casuale, caduco; infatti, la filosofia, secondo il suo contenuto, è apprendimento dei fini assoluti e del vero essere». «Dio, e Dio solo, è la verità». La filosofia e il soggetto Riprendiamo il senso complessivo delle nostre analisi riferendoci ancora una volta a Hegel e, in particolare, al 17 dell Introduzione della sua Enciclopedia delle scienze filosofiche ( ). Scrive Hegel: «Circa il cominciamento che la filosofia deve fare, sembra che anch essa in generale, come le altre scienze, prenda le mosse da un presupposto soggettivo, cioè che debba prendere ad oggetto del pensiero un oggetto particolare: altre, lo spazio, il numero e via dicendo; essa, il pensiero. Ma in ciò appunto consiste il libero atto del pensiero, nel collocarsi nel punto nel quale è per se stesso e quindi produce e dà a se stesso il suo oggetto. Inoltre, il punto di vista che appare qui come immediato deve diventare, dentro la scienza, risultato, e propriamente risultato ultimo, nel quale essa attinge di nuovo il suo cominciamento e ritorna in sé. In questo modo la filosofia si mostra come un circolo ritornante in sé, il quale non ha alcun cominciamento nel senso di altre scienze; cosicché il cominciamento è solo in relazione col soggetto, come quello che si vuole risolvere a filosofare, non già con la scienza come tale. O, che è lo stesso, il concetto della scienza, e cioè il primo e perché è il primo, contiene la separazione che rende il pensiero oggetto per un soggetto (parimenti esteriore), che si mette a filosofare deve esser compreso dalla scienza stessa. Questo è appunto il suo unico fine, la sua opera e la sua mira: giungere al concetto del suo concetto, e così al ritorno in sé e al completo appagamento». 7

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