UNIVERSITA DEGLI STUDI DI TORINO FACOLTA DI SCIENZE POLITICHE CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN PROGRAMMAZIONE DELLE POLITICHE E DEI SERVIZI SOCIALI

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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI TORINO FACOLTA DI SCIENZE POLITICHE CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN PROGRAMMAZIONE DELLE POLITICHE E DEI SERVIZI SOCIALI TESI DI LAUREA VULNERABILITA SOCIALE ED ECONOMICA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI ATIPICI AD ELEVATA ISTRUZIONE: UNA RICERCA EMPIRICA SUL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI TORINO Relatrice Prof.ssa Sonia Bertolini Candidata Silvia Parpaglione Matr ANNO ACCADEMICO 2007/2008

2 Molte persone hanno contribuito alla realizzazione di questo lavoro di tesi. Innanzitutto il mio ringraziamento va ai membri del gruppo di ricerca e in primis alla Prof.ssa Sonia Bertolini, che mi ha seguito lungo tutto il lavoro di ricerca e di tesi, alla Dott.ssa Valeria Cappellato e a Gabriella Rossi. Un ringraziamento anche al Centro Risorse e Servizi Pari Opportunità e Mercato del Lavoro della Provincia di Torino presso cui ho svolto parte del lavoro di ricerca. Ringrazio tutte le lavoratrici e i lavoratori che si sono fatti intervistare ed hanno partecipato al focus group, per il prezioso contributo consegnatomi attraverso il racconto delle loro storie di vita. Un ringraziamento per il tempo dedicatomi anche ai rappresentanti sindacali Nidil-Cgil e Alai-Cisl e ad Enrico Santillo. Un ringraziamento ai miei genitori, che mi hanno mantenuto in questi anni di università, a mia sorella Lucia, a Pamela, per aver condiviso lo sclero del periodo pre laurea e a Francesca e Daniela per il loro supporto pink. Infine un grazie speciale ad Andrea, che mi ha sostenuto lungo questi due ultimi anni di università. A quest ultimo questo mio lavoro di tesi vorrei dedicare. 2

3 INDICE INTRODUZIONE LAVORO ATIPICO E VULNERABILITA SOCIALE Il lavoro atipico Perché parlare di vulnerabilità per i lavoratori atipici Disuguaglianze sociali e stati di vulnerabilità Leggere gli stati di vulnerabilità e di disuguaglianza nel lavoro atipico Il livello di istruzione e la condizione socio-economica La variabile geografica L età e il genere La generazione di appartenenza Percorsi lavorativi e di vulnerabilità Le difese contro i rischi della vulnerabilità Diventare adulti nell era dell instabilità La difficile transizione alla vita adulta Le coppie flessibili Il puzzle della conciliazione tra i tempi lavorativi e i tempi di vita privata Conciliare lavoro instabile e progetti di vita a due IL SISTEMA DI WELFARE ITALIANO Un sistema di welfare residuale Ammortizzatori sociali Le politiche attive del lavoro La tutela della maternità ed i congedi parentali Le pensioni La tutela della salute Disgregazione dei lavoratori atipici e azione sindacale Linee di sviluppo delle politiche del lavoro e di welfare italiane Dieci anni di lavoro flessibile Il Protocollo sul welfare del 23 luglio Per una flessibilità in sicurezza: il tema della flexicurity

4 3. LA RICERCA EMPIRICA Ipotesi della ricerca e background teorico Metodologia della ricerca Le interviste discorsive al campione di giovani-adulti atipici Le interviste discorsive ai testimoni significativi I focus group L esperimento sull accesso al credito per i lavoratori atipici PERCORSI LAVORATIVI E DI VULNERABILITA I percorsi di lavoro Percorsi di lavoro frammentati e instabilità del reddito Percorsi di lavoro e professionalità Percorsi di lavoro al femminile e al maschile Le strategie di protezione e il ricorso problematico alla famiglia LE RIPERCUSSIONI DELL INCERTEZZA LAVORATIVA SULLA CONCILIAZIONE E SULLA TRANSIZIONE ALLA VITA ADULTA La conciliazione per le lavoratrici e i lavoratori atipici Conciliare tempi di lavoro e tempi di vita privata Incertezza lavorativa e transizione alla vita adulta Casa, dolce casa: scegliere fra proprietà e affitto nell era della flessibilità L affitto L accesso al credito per l acquisto di un abitazione IL LAVORO ATIPICO E IL SISTEMA DI WELFARE Il sussidio di disoccupazione Le protezioni per la malattia Maternità e congedi parentali La pensione Individualizzazione del rapporto di lavoro, garanzie e tutele collettive Individualizzazione del rapporto del lavoro e tutele individuali Individualizzazione del rapporto di lavoro e forme di aggregazione fra lavoratori La rappresentanza sindacale L opinione dei lavoratori L opinione dei sindacati

5 7. CONCLUSIONI: QUALI POLITICHE PER LE LAVORATRICI E I LAVORATORI ATIPICI AD ELEVATA ISTRUZIONE? Un quadro d insieme: titolo di studio, classe sociale e percorso lavorativo Un fragile equilibrio: spiazzamenti e cadute nei percorsi lavorativi Le politiche per i lavoratori atipici ad elevata istruzione BIBLIOGRAFIA ALLEGATI Il campione intervistato Le donne Gli uomini I partecipanti dei focus group Il focus group femminile Il focus group misto Testimoni significativi Traccia intervista lavoratori/trici Traccia focus group Traccia intervista istituti di credito Traccia intervista agenzia immobiliare Traccia intervista sindacato

6 INTRODUZIONE Il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro italiano ha posto un numero progressivamente alto di giovani nelle condizioni di doversi confrontare con forme contrattuali atipiche e per un periodo della propria vita potenzialmente non circoscritto. La condizione per cui il lavoro atipico possa configurarsi come non transitorio sta ad indicare il fatto che esso può avere significativi effetti sulle opportunità di vita delle persone (Esping-Andersen, 2005) e può porle in condizioni di vulnerabilità. Con il concetto di vulnerabilità si intende una situazione di vita in cui l autonomia e la capacità di autodeterminazione dei soggetti è permanentemente minacciata da un inserimento instabile dentro i principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse (Ranci, 2002, p. 546). I principali sistemi di integrazione sociale sono principalmente il lavoro, le reti familiari e di prossimità e il sistema di welfare. Con il passaggio dalle forme di lavoro a tempo indeterminato, che hanno caratterizzato la società fordista, alle forme di lavoro instabile del post fordismo, viene a mancare per l individuo la continuità del rapporto di lavoro e di conseguenza la sicurezza di una fonte costante di reddito nel tempo. Le reti familiari frattanto hanno perso gradualmente densità, si sono diffuse le famiglie unipersonali, le famiglie monoparentali e nelle famiglie nucleari si è assistito alla progressiva assunzione di un ruolo lavorativo della moglie-madre e al protrarsi della permanenza dei figli nell ambito familiare (ibidem). In particolare, la diffusione di forme di lavoro atipico oggi in Italia è uno degli elementi che contribuisce ad aumentare quelle situazioni a rischio non riconducibili alla esclusione, ma neppure del tutto (o in modo sufficiente) al riparo dalla possibilità di scivolare nella povertà (Negri, 2002, p. 11). In questo senso sono persone vulnerabili, coloro che sono esposte a possibilità di spiazzamenti difficilmente compensabili e sostenibili (ibidem). Secondo questa concezione, e seguendo una tradizione di nuovi studi sulla vulnerabilità, il rischio di vulnerabilità sociale per qualcuno è un rischio di esclusione sociale, per altri è un rischio di incapacitazione legato alle modalità di inclusione sociale. Un inserimento instabile nel sistema lavoro può comportare oltre a un rischio economico, un rischio legato all impossibilità di praticare un certo stile di vita o di realizzare sé stessi (ibidem). 6

7 A fare la differenza sono le diverse dotazioni di capitale umano, economico e sociale che i diversi attori possono mettere in campo e la loro capacità ad utilizzarli. Il lavoro di tesi parte da questi presupposti e si inserisce all interno di una ricerca empirica finanziata dal Centro Risorse e Servizi Pari Opportunità Mercato del Lavoro della Provincia di Torino volta ad analizzare la vulnerabilità sociale ed economica delle lavoratrici e dei lavoratori atipici ad elevata istruzione. La ricerca in oggetto si è focalizzata su di un gruppo di giovani-adulti (25-40 anni) della provincia torinese, con elevato capitale umano, che avevano sperimentato o stavano sperimentando forme contrattuali atipiche (Bertolini, Cappellato, Parpaglione, Rossi, Fortunato, 2008). Si è dunque deciso di concentrarsi su una fascia particolare di popolazione: non più giovani, ma coloro che una volta venivano definiti adulti e oggi con una dizione che sottolinea l allungamento delle fasi della vita umana, alcuni definiscono giovani-adulti. La motivazione risiede nel fatto che proprio in questa fase si hanno maggiori problemi a gestire forme di lavoro atipico. La ricerca ha preso in considerazione un campione di giovani-adulti selezionato verso la sua componente più debole, ovvero quella che non è riuscita ad inserirsi nel mercato del lavoro primario, che non riguarda tutti i giovani-adulti ma un numero progressivamente alto di essi (Barbieri e Scherer, 2005). I dati sul mercato del lavoro mostrano che sul totale degli occupati coloro che lavorano con forme contrattuali atipiche sono circa il 13% (Istat, 2004) e la percentuale sale notevolmente se si considerano solo i giovani tra i 15 e i 30 anni: tra questi circa il 60% entra sul mercato del lavoro attraverso forme contrattuali instabili. Un punto essenziale su cui non vi è ancora una risposta concorde è se questi contratti siano un trampolino verso forme di lavoro più stabili o una trappola. Due elementi tuttavia sono certi: l età media di coloro che hanno contratti atipici è in aumento; il lavoro atipico non è un problema nella prima fase di ingresso sul mercato del lavoro, ma lo diventa al crescere dell età, quando gli individui effettuano la transizione alla vita adulta e le loro esigenze familiari, abitative e di conseguenza reddituali e di prospettive future mutano (Rizza, 2002, 2003; Luciano, 2002; Bertolini, 2006). Si è scelto, inoltre, di concentrarsi su coloro che possiedono titoli di studio medio elevati ed elevati, cioè un elevato capitale umano, per verificare se anche in questa fascia si possano annidare percorsi di vulnerabilità sociale ed economica del secondo tipo di significato legati all instabilità lavorativa e se un elevata dose di capitale umano possa far fronte a tale pericolo. Si sono considerati inoltre soggetti con titoli di studio 7

8 forti e deboli e soprattutto appartenenti a classi sociali differenti e cioè con diverse doti di partenza di capitale economico, ma anche sociale per verificare se tali capitali fanno la differenza (Bertolini, Cappellato, Parpaglione, Rossi, Fortunato, 2008). Uno dei motivi per i quali alla diffusione di forme di lavoro atipico è corrisposto un aumento dei rischi di vulnerabilità sociale è dato dal fatto che di fronte ai cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro, che hanno spinto la società verso nuove forme di individualismo (Fullin, 2004), il sistema di welfare italiano è rimasto immutato. Questi continua a garantire una forma di protezione significativa a quella parte della società ancora integrata entro una struttura produttiva di tipo salariale (e dentro una forma di convivenza dominata da male breadwinner families), mentre non può offrire protezione a tutti quei soggetti che devono far fronte ai rischi e alle vulnerabilità che caratterizzano il nuovo ambiente sociale (Ranci, 2002, p. 533). Il principale, se non l unico, ammortizzatore sociale per questa fetta di società esclusa dalle forme di protezione istituzionale resta la famiglia. Tuttavia, soggetti che provengono da diverse classi sociali, possiedono differenti dosi di capitale sociale ed economico e come si vedrà nella ricerca, differenti dosi di protezione. Le persone con famiglie appartenenti al ceto basso non possono contare su questo sostegno e quindi si trovano svantaggiate, pur potendo contare, eventualmente, sulle proprie reti di relazioni per trovare lavoro e sul partner per supplire ai periodi di mancata produzione di reddito. Questo aspetto rischia quindi di riprodurre le iniziali condizioni di disuguaglianza (Reyneri, 2002; Luciano, 2002). La tesi presenta una parte teorica iniziale, con un primo capitolo dedicato alla letteratura riguardante il tema del lavoro atipico e dalla vulnerabilità sociale ed un secondo capitolo sul sistema di welfare italiano. La seconda parte della tesi presenta i risultati della ricerca svolta: il terzo capitolo è dedicato alla metodologia della ricerca, mentre il quarto, il quinto e il sesto capitolo presentano rispettivamente le riflessioni emerse in merito ai percorsi lavorativi, alle ripercussioni del lavoro atipico sulla conciliazione e sul processo di transizione alla vita adulta e in ultimo sul lavoro atipico ed il sistema di welfare. Infine la parte conclusiva è volta alla proposizione di alcune politiche per questa specifica fascia di lavoratori. 8

9 1. LAVORO ATIPICO E VULNERABILITA SOCIALE 1.1. Il lavoro atipico Il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli inizi degli anni 70 ha visto l espansione e il consolidamento del modello di produzione fordista che si è affermato grazie ai grandi aggregati industriali, la specializzazione dei lavori e delle competenze, i successi dell azione sindacale e il consolidamento dello stato sociale (Reyneri, 2005; Salmieri, 2006). L organizzazione del lavoro si basava sulla subordinazione ad un solo imprenditore, l integrazione in un organizzazione produttiva, un contratto di assunzione a tempo indeterminato, l impegno a tempo pieno, una protezione legislativa o contrattuale contro il rischio di perdere il lavoro (Reyneri, 2005, p. 84). Il sistema inoltre prevedeva una rigida divisione del lavoro fra i sessi ovvero delegava al maschio il ruolo di procacciatore di risorse (male breadwinner) e alla donna la responsabilità del lavoro familiare e di cura. Il sistema è entrato in crisi negli anni 70 con la progressiva affermazione dei principi dell economia dell appropriatezza, per i quali l efficienza dell impresa si basa su di una pronta risposta o anticipo agli impulsi del mercato (ibidem). Contemporaneamente il settore della grande industria ha perso terreno mentre è andato affermandosi il settore dei servizi; l aumentato livello di istruzione femminile ha poi comportato un progressivo ingresso delle donne nel mercato del lavoro. La crescente volatilità dei mercati e le pressioni ad adattare i costi alla fluttuazioni della domanda hanno spinto l impresa a ricercare nuove forme di flessibilità che hanno coinvolto in prima persona le modalità di impiego della forza lavoro. Tale processo in Italia è avvenuto attraverso una deregolamentazione parziale e selettiva dell accesso al mercato del lavoro iniziata con l introduzione di contratti di formazione e lavoro ( ), seguita da un allentamento della disciplina concernente i contratti a termine (Legge n. 56 del 1987), i quali sono stati successivamente resi sempre più conveniente per le imprese (Legge n. 451 del 1994; Legge n. 608 del 1996). Con la Legge Treu n. 196 del 1997 ha preso il via un ampia diffusione di diverse forme contrattuali atipiche, direzione consolidata poi dalla Legge n. 30 del Accanto ad i lavoratori standard si sono affiancati i lavoratori atipici, privi di una o più caratteristiche proprie del contratto dipendente a tempo indeterminato (ibidem). L atipicità dei contratti si riferisce a due dimensioni (Bertolini, 2006): l atipicità 9

10 dell orario, che va dal part time all orario flessibile delle collaborazioni, e la durata limitata del contratto, in quanto le diverse forme contrattuali, eccetto il part time, hanno una durata predeterminata (anche se i contratti di formazione e lavoro e i contratti di apprendistato sono suscettibili ad essere trasformati in contratti a tempo indeterminato alla scadenza del contratto). Tabella 1.1. Classificazione dei rapporti di lavoro atipici Situazione nel Fonte: Leonello Tronti e Francesca Ceccato (Istat) Dinamiche recenti del lavoro atipico in Italia, Con la legge n. 247 del 2007 è stato abrogato il lavoro in somministrazione a tempo indeterminato e il lavoro intermittente; il job sharing è stato abrogato con Decreto del Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale 10

11 Qui di seguito è riportato il profilo di alcuni dei principali contratti atipici 2 : Contratto a termine (tempo determinato): è un contratto da lavoro dipendente di durata limitata; il lavoratore ha gli stessi diritti e doveri di un lavoratore standard per tutta la durata del contratto. Collaborazione coordinata e continuativa (co. co. co.): si colloca a metà strada tra il lavoro autonomo e quello dipendente. Alla base del contratto vi è un accordo tra collaboratore e committente che ha per oggetto una prestazione d opera. Le caratteristiche di questo rapporto di lavoro sono: la continuità, ovvero la prestazione non deve esser occasionale, ma soddisfare un interesse del committente di natura durevole; la coordinazione: il lavoratore parasubordinato organizza il proprio lavoro restando collegato con il committente; contenuto della prestazione prevalentemente personale: la prestazione deve essere in gran parte collegabile al contributo personale fornito dal collaboratore. Il contratto co. co. co. è utilizzabile (a seguito del D. Lgs. n. 267 del 2003) solo per alcuni soggetti, fra i quali pensionati, gli iscritti agli albi professionali e il personale delle pubbliche amministrazioni. Non vi è obbligo di forma scritta del contratto. Il Contratto di lavoro a Progetto (co. pro.): si configura come un rapporto di lavoro autonomo, stabilito tra impresa committente e collaboratore, che deve rispondere ai requisiti di: carattere prevalentemente personale dell opera, riconducibilità a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro e gestione autonoma del lavoro da parte del collaboratore in coordinazione con l organizzazione del committente. Nel caso in cui il rapporto si instauri senza l individuazione del progetto sarà considerato un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Il contratto di lavoro a progetto è stato introdotto con il D. Lgs n. 267 del 2003 per arginare il fenomeno delle collaborazioni coordinate e continuative. La forma scritta del contratto è richiesta solo ai fini della prova (per dimostrare la mancanza dell esistenza di un progetto ai fini del riconoscimento del rapporto di lavoro come subordinato) ma non della validità del contratto. La durata della prestazione può essere determinata o determinabile, cioè risolversi al momento della realizzazione del progetto. Per quanto riguarda il contenuto del progetto può essere connesso all attività 2 Vengono elencati i principali contratti atipici; ai fini della ricerca sono stati esclusi i contratti a tempo indeterminato (part time) e quelli trasformabili in contratti a tempo indeterminato (contratti di formazione lavoro e di apprendistato). Non sono stati inoltre considerati stage e tirocini, l associazione in partecipazione e i lavori socialmente utili. 11

12 principale o accessoria dell impresa ma non totalmente coincidere con la stessa o ad essa sovrapporsi; deve far riferimento ad un risultato ben individuato (opera o servizio). La collaborazione occasionale: è l attività lavorativa caratterizzata dall assenza di abitualità, professionalità, continuità e coordinazione. Si prevede un assenza di vincolo di subordinazione e obblighi di orario nei confronti del committente, una soglia temporale massima di 30 giorni e un compenso complessivo di non più di euro all anno solare (Legge n. 30 del 2003). Non è obbligatoria la forma scritta del contratto. Il contratto di somministrazione: è un contratto di fornitura di lavoro temporaneo, stipulato tra due imprenditori, e che ha per oggetto la messa a disposizione a favore dell utilizzatore di uno o più lavoratori dipendenti del somministratore (come previsto dalla Legge n. 30 del 2003 che ha modificato il precedente regime delle agenzie interinali della Legge n. 196 del 1997). Il contratto deve avere forma scritta. L attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione è svolta da società aventi i requisiti previsti dalla legge e iscritte all apposito albo delle agenzie per il lavoro. Collaborazione da parte di titolare di Partita Iva: viene svolta da lavoratori autonomi aventi partita Iva e che prestano la propria opera per uno o più committenti. I dati occupazionali evidenziano un significativo aumento nell uso dei contratti flessibili di assunzione: circa un terzo degli oltre 2 milioni di posti di lavoro creati nel periodo sono contratti part-time, il 14% sono contratti a termine e il 13% sono contratti di collaborazione (Istat, 2006). Gli occupati temporanei, che sono poco più di 2 milioni, pari al 13,1% dell occupazione dipendente (9,8% di quella totale), sono soprattutto giovani (il 58,4% ha meno di 35 anni) che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro: quasi la metà (45%) dei giovani che non erano occupati nel 2005, hanno un lavoro temporaneo nel 2006; per gli adulti questa percentuale scende al 32%. Sul piano della temporaneità del rapporto di lavoro si riscontrano inoltre delle rilevanti differenze di genere, che vedono gli uomini essenzialmente occupati in contratti di formazione/apprendistato e contratti stagionali, e le donne prevalentemente occupate con contratti occasionali di breve durata. Il lavoro interinale/intermediato rimane ancora prevalentemente diffuso nel settore industriale per figure operaie. Per quanto riguarda il lavoro parasubordinato nel 2006 i collaboratori e lavoratori occasionali sono circa 12

13 , ovvero il 2% dell occupazione (Istat, 2006), il 60% donne. La maggior parte di essi ha un titolo di studio elevato, è occupato nel settore dei servizi, e una quota rilevante si concentra anche nel settore pubblico. Nell ambito delle collaborazioni coordinate e continuative nel 2002 ben il 53% dei lavoratori ha un età compresa tra i 30 e 49 anni (Altieri e Oteri, 2003). Per i contratti tempo determinato la percentuale è sul 45 % circa. La presenza femminile nelle forme di lavoro atipico è elevata: sono il 49,7% dei lavoratori a tempo determinato (Istat, 2004). Le donne sono in costante aumento nelle co. co. co. e nelle co. pro.: nel 2002 erano il 46,2% (Ires, 2002) e nel 2004 sono salite al 61% (Istat, 2004). Un altra misura della progressiva crescita del lavoro atipico è fornita dalla percentuale di famiglie in cui è presente almeno un lavoratore atipico sul totale di quelle con almeno un componente attivo. Tale incidenza, che nel 1993 era pari al 9,2%, è passata nel 2001 al 15,5% ovvero famiglie, nelle quali vivevano complessivamente più di individui (Istat, 2002). I dati quindi mostrano una situazione in cui il lavoro atipico riguarda sì i giovani ma progressivamente va ad interessare sempre più ampie fasce di adulti, o meglio giovani adulti. Per le donne sembra una condizione che potenzialmente si protrae per tutto il ciclo di vita. Quali sono quindi le conseguenze del lavoro atipico per i giovani-adulti? 1.2. Perché parlare di vulnerabilità per i lavoratori atipici L attenzione delle politiche e di molti studi in tema di vulnerabilità hanno posto esclusiva attenzione alle situazioni di disagio estremo e di esclusione sociale. Recenti ricerche evidenziano invece come sempre più pressante la necessità di parlare di vulnerabilità intesa come rischio di caduta nella povertà degli inclusi, i normali (Negri, 2002, p. 13). La diffusione, negli ultimi dieci anni, delle forme di lavoro atipico in Italia ha contribuito ad aumentare quelle situazioni a rischio non riconducibili alla esclusione, ma neppure del tutto (o in modo sufficiente) al riparo dalla possibilità di scivolare nella povertà (ibidem, p. 11) Con il concetto di vulnerabilità si intende una situazione di vita in cui l autonomia e la capacità di autodeterminazione dei soggetti è permanentemente minacciata da un inserimento instabile dentro i principali sistemi di integrazione sociale e di distribuzione delle risorse (Ranci, 2002, p. 546). I principali sistemi di integrazione sociale sono principalmente il lavoro, le reti familiari e di prossimità e il sistema di welfare. Si è 13

14 parlato di una vera e propria forma di erosione delle posizioni intermedie (ibidem) in quanto a risentirne sono stati soprattutto gli appartenenti ai ceti medi e alle classi di età centrali. La situazione di vulnerabilità provocata da un inserimento instabile nel lavoro è una sofferenza senza disagio, più latente che manifesta, caratterizzata da un rapporto problematico tra opportunità e vincoli che ostacola le azioni volte alla soddisfazione dei bisogni sociali (ibidem, p. 538). Si può quindi intendere lo stato di vulnerabilità sia come incapacitazione causata dall esclusione sociale sia come rischio di caduta nella povertà provocato da alcuni eventi che possono avere un effetto spiazzante nella vita delle persone (Negri, 2002). Oltre alla povertà connessa ai rischi anomali degli esclusi può esserci quella connessa ai rischi che le persone devono assumersi per cogliere e mettere a frutto le opportunità che consentono di partecipare alla società e di perseguire nel suo ambito scopi dotati di valore (Bosco e Negri, 2003, p. 107): occorre considerare quindi i rischi dell inclusione sociale. I rischi di vulnerabilità hanno carattere multidimensionale, si annidano in situazioni individualizzate, e si configurano come la risultante delle interazioni di eventi che riguardano diverse traiettorie o carriere del corso di vita (Negri, 2002) dove per carriere di intendono quella familiare, scolastica, abitativa, relazionale. Nello studio della vulnerabilità bisogna quindi guardare l impatto che la carenza di risorse strumentali ha sulle possibilità di realizzare aspetti fondamentali della propria vita; differenti dotazioni di risorse economiche, culturali, sociali e di contesto influenzano direttamente le possibilità di praticare lo stile di vita desiderato (Negri e Saraceno, 2003). L instabilità lavorativa si configura come una situazione di rischio con potenzialità destrutturanti sulle scelte di vita dei cittadini a seconda delle maggiori o minori dotazioni di risorse in loro possesso e delle effettive possibilità di utilizzare tali risorse. Bosco e Negri (2003) parlano a tal proposito, riprendendo le teorie di Sen, del rischio di incapacitazione, che è dato dall impatto che la carenza di risorse strumentali ha sulle possibilità di realizzare aspetti (o funzionamenti) fondamentali della vita (ibidem, p.110) e che varia in base alle caratteristiche personali e del contesto in cui le persone vivono. Vivere una condizione lavorativa atipica può portare a sentimenti di infelicità ed insoddisfazione che possono avere un effetto rilevante sulla vita delle persone e sulle loro relazioni con gli altri (Negri, 2002). La perdita del lavoro, anche temporanea, ha effetti a largo raggio in cui ad una mancanza di reddito si assomma una diminuzione della motivazione, la disgregazione della vita familiare e sociale. 14

15 Con il passaggio dalle forme di lavoro a tempo indeterminato, che hanno caratterizzato la società fordista, alle forme di lavoro instabile del post fordismo, viene a mancare per l individuo la continuità del rapporto di lavoro e di conseguenza la sicurezza di una fonte costante di reddito nel tempo. Le reti familiari frattanto hanno perso gradualmente densità, si sono diffuse le famiglie unipersonali, le famiglie monoparentali e nelle famiglie nucleari si è assistito alla progressiva assunzione di un ruolo lavorativo della moglie-madre e al protrarsi della permanenza dei figli nell ambito familiare (Ranci, 2002). A fronte di questi cambiamenti che hanno profondamente mutato la società, attraversata da nuove forme di individualismo (Fullin, 2004), il sistema di welfare italiano è rimasto immutato. Questi continua a garantire una forma di protezione significativa a quella parte della società ancora integrata entro una struttura produttiva di tipo salariale (e dentro una forma di convivenza dominata da male breadwinner families), mentre non può offrire protezione a tutti quei soggetti che devono far fronte ai rischi e alle vulnerabilità che caratterizzano il nuovo ambiente sociale (Ranci, 2002, p. 533). Il principale, se non l unico, ammortizzatore sociale per questa fetta di società esclusa dalle forme di protezione istituzionale resta la famiglia. Nascono nuovi rischi, nuove situazioni di vulnerabilità proprio nell intersezione fra la precarizzazione del lavoro, la fragilizzazione dei supporti di prossimità e l inerzia delle istituzioni preposte alla protezione sociale (ibidem). A differenza di quanto accadeva nella società fordista, in cui rischi erano aleatori e circoscritti, la società post industriale vede un ampliarsi della fetta di popolazione esposta a fattori di fragilità, che non si configurano più come fenomeni transitori: l instabilità lavorativa si prolunga nel tempo e l evolversi della situazione si estende in un orizzonte temporale indefinito (ibidem) Disuguaglianze sociali e stati di vulnerabilità Il processo di flessibilizzazione attuato in Italia non è andato a toccare le posizioni lavorative dei lavoratori standard, i cui diritti e tutele sono rimaste inalterate, mentre ha riguardato in particolare l accesso al mercato del lavoro per i giovani e le donne, provocando quindi una segmentazione di genere e di coorte (Barbieri e Scherer, 2004). Tali riforme si sono inoltre inserite in un mercato dualistico e altamente problematico, segmentato dal divario fra Nord e Sud Italia: la deregolamentazione non si è rivelata risolutiva ai fini di una diminuzione della disoccupazione, pur dovendo riconoscere il miglioramento nei flussi in entrata nell occupazione (Samek Lodovici e Semenza, 15

16 2007). Si è parlato di riforme al margine in quanto non vi è stata alcuna revisione del sistema di sicurezza sociale e previdenziale: la mancanza di reti di servizi e forme di sostegno al reddito durante le transizioni fra periodi di lavoro e non lavoro rischia di aumentare le disuguaglianze e peggiorare le condizioni di vita fra gruppi crescenti di popolazione (Samek Lodovici e Semenza, 2007). In Italia il possesso di un occupazione si configura come un vantaggio cruciale sotto il profilo delle condizioni materiali di esistenza, del grado di autonomia personale e delle opportunità di partecipazione alla vita associata (Schizzerotto, 2002, p. 187). Il lavoro è il sistema all interno del quale si strutturano le disuguaglianze più rilevanti (Giampaglia e Regali, 2003) ed il lavoro atipico aumenta l importanza delle risorse personali e familiari e quindi amplifica le differenze tra i soggetti che si muovono sul mercato del lavoro (Fullin, 2002, p. 582). Il lavoro atipico si inserisce e aggiunge in un contesto, quello italiano, già caratterizzato da forti disuguaglianze strutturali e l individualizzazione dei corsi di vita ha comportato un aumento di tali disuguaglianze. Tale fenomeno è amplificato dal rischio della non transitorietà dell esperienza della precarietà lavorativa. Fra gli studiosi non si è ancora giunti ad un accordo sulla temporaneità o permanenza delle persone all interno dei circuiti del lavoro instabili. Alcuni sostengono che il lavoro atipico abbia un effetto spinta verso il lavoro stabile (Schizzerotto, 2002), per cui la sperimentazione nel lavoro instabile segnalerebbe ai datori di lavoro i lavoratori potenzialmente assumibili, oltre al fatto che avere un occupazione atipica sia preferibile al non avere nessuna occupazione in attesa di un lavoro stabile. Barbieri e Scherer (2005), analizzando i dati dell Indagine Longitudinale sulle Famiglie Italiane ILFI (Schizzerotto, 2002), presentano un quadro dei percorsi di vita e di lavoro di un campione rappresentativo di individui nati dopo il 1947, che sono presumibilmente entrati nel mercato del lavoro italiano dopo il 1969, le cui carriere sono state analizzate, considerando tre distinte coorti anagrafiche ( ; ; ), sino ai trentacinque anni, soglia scelta come indicativa dei traguardi raggiunti dalle persone nelle loro sequenze vitali. In ogni coorte la maggior parte degli individui a 35 anni ha un impiego sicuro e stabile, ma la percentuale nell ultima coorte scende sotto il 50%, segno di una maggiore problematicità occupazionale per le giovani coorti. Le chance di transitare da un lavoro atipico ad uno tipico sono minori per l ultima coorte; maggiori sono i passaggi da una sola esperienza di lavoro atipico ad un impiego permanente. L inserimento nel lavoro precario si protrae sino ai 35 anni per un maggior numero di individui; aver avuto un esperienza di lavoro atipico esercita un 16

17 effetto negativo sulle probabilità di transitare verso un impiego garantito, sia al Nord che al Sud Italia. Il processo di deregolamentazione parziale e selettiva ha quindi diminuito le chance di ottenere un primo impiego garantito e ha aumentato le probabilità di ottenere un lavoro precario. Le conseguenze di un occupazione precaria, come anche della disoccupazione o del percepimento di un basso salario, dipendono dalla caratteristica permanente o transitoria dell esperienza (Esping-Andersen, 2005): il fatto che il lavoro atipico possa configurarsi come non transitorio significa che ha significativi effetti sulle opportunità di vita delle persone Leggere gli stati di vulnerabilità e di disuguaglianza nel lavoro atipico La diffusione di forme di lavoro atipico oggi in Italia contribuisce quindi ad aumentare quelle situazioni a rischio non riconducibili alla esclusione, ma neppure del tutto (o in modo sufficiente) al riparo dalla possibilità di scivolare nella povertà (Negri, 2002, p. 11). In questo senso sono persone vulnerabili coloro che sono esposti a possibilità di spiazzamenti difficilmente compensabili e sostenibili (ibidem). Il rischio di vulnerabilità sociale quindi per qualcuno è un rischio di esclusione sociale, per altri è un rischio di incapacitazione legato alle modalità di inclusione sociale. Un inserimento instabile nel sistema lavoro può comportare oltre ad un rischio economico, un rischio legato all impossibilità di praticare un certo stile di vita o di realizzare sé stessi (ibidem). A fare la differenza sono le diverse dotazioni di capitale umano, economico e sociale che i diversi attori possono mettere in campo e la loro capacità di utilizzarli. Nello studio della condizione di quanti vivono lo status di lavoratore atipico, con particolare attenzione alla fascia dei giovani-adulti, occorre quindi considerare una serie di dimensioni o variabili richiamate dalla letteratura. Tali dimensioni consentono di effettuare un analisi traversale tra la diffusione delle forme di lavoro atipico e quei processi di disuguaglianza sociale che configurano la presenza di maggiori o minori dotazioni di risorse in possesso ai cittadini e quindi una differente esposizione ai rischi della vulnerabilità Il livello di istruzione e la condizione socio-economica Le ricerche effettuate sino ad ora sul lavoro atipico hanno evidenziato come una delle variabili cruciali per determinare la tipologia e gli esiti dei percorsi dei lavoratori 17

18 instabili sia essenzialmente il livello di istruzione (Bertolini, 2004), che rimane a tutt oggi strettamente collegato all origine sociale e familiare (Schizzerotto, 2002) e quindi alle risorse sociali ed economiche possedute dai propri genitori. Le riforme del sistema educativo approntate nel corso del XX secolo hanno portato ad un progressivo aumento medio del livello di istruzione, con un livello di saturazione nella frequenza nella scuola media inferiore, mentre l accesso ai livelli elevati di istruzione rimane ancorato alle appartenenze di classe. Il livello di istruzione più elevato vede una presenza omogenea di individui con alto livello di abilità e motivazione, in quanto i meno abili vengono progressivamente espulsi dai processi di selezione scolastica. Data la correlazione esistente fra origine sociale e abilità/motivazioni, questa graduale omogeneizzazione implica un progressivo sbilanciamento della composizione sociale della popolazione studentesca, che si manifesta in una crescente sovrarappresentazione dei figli delle classi superiori. Tutto ciò significa che i (relativamente pochi) figli delle classi svantaggiate che riescono ad arrivare ai livelli di istruzione più alti avranno più o meno le stesse abilità e le stesse motivazioni dei loro coetanei (relativamente più numerosi) provenienti dalle classi superiori (Schizzerotto, 2002, p. 167). Infatti tanto l effetto della classe di origine in senso stretto quanto quello del capitale culturale di origine diminuiscono significativamente di intensità con il progredire della carriera scolastica. In altri termini, gli esiti delle transizioni scolastiche sono sempre meno influenzati dall origine sociale mano a mano che si passa dalla scuola media inferiore a quella superiore, e da questa all istruzione terziaria (ibidem, p. 166). Gli studiosi concordano inoltre sul fatto che differenti tipi di lauree influenzino positivamente o meno le possibilità di occupazione. I laureati del gruppo medico, del gruppo giuridico e del gruppo agrario risultano più avvantaggiati, seguiti dai laureati nelle discipline scientifiche, quelli di ingegneria e quelli del gruppo economico. Le posizioni più svantaggiate sono quelle dei laureati del gruppo politico-sociale e del gruppo letterario, seguiti poi dai diplomi universitari. I figli della borghesia sono maggiormente presenti nei corsi di studio forti, nei quali essenziale è il sostegno della famiglia di origine, cui corrisponde la possibilità di occupare posizioni di vertice (ibidem): ciò comporta di fatto una riproduzione della stratificazione sociale. Le differenze di genere nell accesso all istruzione si sono progressivamente annullate, anzi nei livelli di istruzione più elevata sono maggiormente presenti le donne; tuttavia le disuguaglianze sono presenti a livello di tipo di studi in quanto le donne sono 18

19 maggiormente presenti nei gruppi di lauree deboli ovvero nei corsi di lettere e nei diplomi universitari (ibidem). L origine sociale e il genere hanno quindi un effetto sperequativo sulla scelta degli studi universitari. Come giocano la variabile titolo di studio e le condizioni socio-economiche della famiglia di origine rispetto all ingresso nel mercato del lavoro ed ai percorsi lavorativi? L istruzione non garantisce più l accesso immediato ad un lavoro stabile e di buona qualità (Bertolini, 2004) tuttavia gioca un forte ruolo sulla capacità dell individuo nel tenere insieme le esperienze lavorative e nel sapersi e potersi ricollocare nel mercato del lavoro (ibidem, p. 616). Poiché la prima occupazione continua ad avere una valenza fortemente predittiva (Saraceno, 2002) i più istruiti ed appartenenti alle classi medie e superiori hanno tempi di attesa elevati rispetto al primo lavoro, potendo contare sul sostegno economico della propria famiglia (Schizzerotto, 2002). L appartenenza ad un ceto basso e quindi la necessità di avere un indipendenza economica comporta anche per i laureati un ingresso precoce nel mercato del lavoro (Franchi, 2007). Inoltre le donne tendono ad essere meno attente alle caratteristiche del primo impiego, anche nel caso in cui possano godere del sostegno della famiglia, e concludono più in fretta la ricerca di un lavoro (Schizzerotto, 2002). I più istruiti hanno maggiori difficoltà a trovare il primo lavoro, ma sul lungo periodo (dopo i 12 mesi) il possesso di una laurea accelera i tempi di ingresso nel mercato del lavoro rispetto a chi non ha adempiuto all obbligo scolastico. Le donne godono in misura minore rispetto agli uomini dei vantaggi relativi al possesso di titoli di studio superiori in quanto prendono titoli di studio meno richiesti, tuttavia un elevata istruzione le protegge dai rischi di inserimento nel mercato del lavoro sommerso (ibidem). La probabilità di entrare in rapporti di lavoro instabili è maggiore quanto più è bassa, in termini contrattuali e di livello di qualificazione, la classe sociale di appartenenza e di mestiere; tuttavia la classe media impiegatizia, prima occupazione di molti laureati, segna un alta incidenza nei contratti a termine. Per i figli delle classi del ceto medio-alto è migliore un inserimento instabile in una posizione lavorativa non inferiore alle aspettative piuttosto che una stabilità in un impiego di posizione sociale bassa (ibidem). Secondo Schizzerotto (2002) le competenze professionali delle persone altamente istruite non sono tali da consentire un immediata richiesta di assunzione a durata indeterminata ed i contratti atipici consentono ai datori di lavoro di vagliare i soggetti 19

20 che intendono conservare presso le proprie aziende. L autore sostiene che quanto più una persona è istruita tanto è più probabile che essa riesca a passare da una relazione di impiego a durata determinata ad una indeterminata. Barbieri e Scherer (2005) sostengono invece che l istruzione universitaria esponga maggiormente al rischio di trovare ripetuti impieghi atipici mentre sia invece l alta qualificazione professionale ad esercitare, sia al Centro-Nord che al Sud, un forte effetto sicurezza preservando i soggetti da un reimpiegarsi nel mercato del lavoro secondario. Franchi (2007) evidenzia come nella transizione al mercato del lavoro i laureati siano chiamati ad una scelta tra velocità dell inserimento lavorativo, percorso fast but bad, e più lunghi tempi di attesa ma maggiore coerenza rispetto al titolo di studio conseguito, percorso slow but good. Tali dinamiche sono comunque influenzate dalle caratteristiche dei mercati locali, le regole dei mercati professionali e le differenze di genere. Chi sceglie la stabilità dopo 5 anni ha maggiori probabilità di avere un reddito maggiore rispetto a chi ha scelto la coerenza; ha accumulato competenze specialistiche, instaurato rapporti fiduciari coi datori di lavoro e ha fatto carriera. Questi lavoratori sono però meno soddisfatti del tipo di lavoro. L inserimento in posizioni instabili al Nord è più una sperimentazione lunga, mentre al Sud è maggiore il vissuto di precarietà. La persistenza in condizioni instabili ed indeterminate può portare ad un rischio di depressione delle proprie capacità per alcuni, specie per gli appartenenti al ceto medio basso, mentre chi gode di migliori posizioni di partenza capitalizza maggiormente le esperienze nella direzione della costruzione di una forte posizione professionale. Resta quindi essenziale la capacità di assegnare alle proprie esperienze lavorative un senso coerente (ibidem). I rischi di intrappolamento in percorsi lavorativi non ascendenti restano comunque numerosi anche per i laureati. Il primo è quello di restare fuori dal mercato del lavoro a causa di un eccesso di aspettative, sommato ad una bassa dotazione di risorse in termini di competenze possedute; il secondo è sommare una serie di cattivi lavori e quindi attuare traiettorie fallimentari, che si accompagna ad una non chiara rappresentazione dell orizzonte temporale, per cui il percorso è disorientato; terzo ed ultimo è la presenza di aspettative modeste che porta ad un accontentarsi (ibidem). La famiglia di origine si rivela uno strumento di protezione strategico sia nelle scelte lavorative (ibidem) sia nel difendersi dai rischi di vulnerabilità economica del lavoro atipico (Bertolini, 2004), risorsa di cui invece i provenienti dai ceti bassi, pur avendo conseguito un alto titolo di studio, sono privi (Franchi, 2007) (vedi par.1.6). 20

21 Una ricerca condotta nel territorio di Torino e Provincia (Bertolini, 2007) ben evidenzia le differenze nell approcciarsi al lavoro atipico fra chi ha bassi e alti titoli di studio 3. L indagine è stata realizzata mediante due focus group sui temi del lavoro con giovani donne sotto i trent anni che erano iscritte ai Centri per l Impiego nel Le donne con un basso livello di istruzione hanno percorsi lavorativi molto frammentati, collezionando esperienze anche molto diverse fra di loro, ma sempre per impieghi che richiedono competenze medio-basse. Non sono persone che hanno le risorse e le capacità per potersi progettare e costruire un loro percorso di lavoro coerente tra impieghi instabili e tanto meno ascendente a livello di reddito e di competenze, come sarebbe invece richiesto per lavorare con le nuove forme contrattuali (ibidem). Non ricercano un lavoro ideale, non hanno chiaro un percorso o altro obiettivo che non sia trovare un lavoro, qualsiasi esso sia; devono lavorare per necessità economica in quanto le famiglie di origine o i loro partners non sono in grado di mantenerle economicamente. Anche chi ha qualche progetto è consapevole che esso non è realizzabile se non si ha una qualche protezione economica da parte della famiglia. L instabilità lavorativa per loro è un vissuto di precarietà, quindi ricercano un contratto a tempo indeterminato in quanto le forme contrattuali a termine non le rassicurano in merito ad una continuità lavorativa. Molto differente la situazione di chi ha titoli di studio medio-alti. La maggior parte delle donne di questo gruppo sta cercando di raggiungere un lavoro ideale, molte volte consono ai propri studi. Questo atteggiamento lo ritroviamo specialmente tra le laureate Tuttavia, molto spesso il lavoro desiderato non è facile da raggiungere. Per questo motivo, queste donne intraprendono percorsi lavorativi tortuosi, fatti di alternanza tra lavoro e formazione, oppure sommano due contratti, uno, di solito poco retribuito ma che corrisponde alle proprie ispirazioni e un altro per integrare il reddito (ibidem). La maggior parte di loro propende per il lavoro stabile, risorsa necessaria per progettare il proprio futuro, poiché il problema reale delle forme contrattuali atipiche è il riuscire ad avere una continuità di fatto. A differenza delle donne con bassi titoli di studio esse però possono contare sul sostegno della famiglia di origine e del partner. 3 Per bassi titoli di studio si intende elementari e medie inferiori; per alti titoli di studio si considerano le medie superiori con successivi corsi di formazione, i diplomi universitari e le lauree. 21

22 La variabile geografica Le possibilità di inserimento nel mercato del lavoro sono altamente influenzate dall area geografica in cui vivono i soggetti che influisce sia a livello della struttura di opportunità lavorative che il territorio può offrire, sia indirizzando l atteggiamento e le aspettative dei soggetti che si presentano sul mercato del lavoro (Bertolini, 2004, p. 616). Come ho già accennato (vedi par. 1.3) l Italia rimane fortemente segmentata dal divario Nord e Sud Italia, che ha delle conseguenze non secondarie sul mercato del lavoro. L incidenza della disoccupazione di lungo periodo è maggiore nelle regioni meridionali ed insulari, rispetto al resto del paese, e tale disparità è andata aumentando nel corso del XX secolo (Schizzerotto, 2002). La ricerca di un impiego al Sud, sia per gli uomini che per le donne, è più difficile rispetto alle zone del Centro Nord e vi sono maggiori probabilità di trovare un lavoro in nero (ibidem). Nel Sud e nelle Isole il riuscire ad inserirsi nel mercato del lavoro con un contratto instabile è già di per se una condizione privilegiata (Salmieri, 2006); essa è inoltre una condizione che tocca molti maschi adulti e ha funzione di sostituzione del lavoro standard (Samek Lodovici e Semenza, 2007). Il lavoro atipico per questi lavoratori ha maggiori probabilità di essere una carriera nella precarietà caratterizzata da mobilità discendente nel mercato del lavoro secondario e da circuiti fra lavoro precario, irregolare e periodi di disoccupazione (Barbieri e Scherer, 2005). Due ricerche qualitative condotte sul territorio del Mezzogiorno ben evidenziano tali problematicità nel mercato del lavoro. La prima (Clarizia, Giannini, Spanò, Zaccaria, 2002), svolta sul territorio del comune di Napoli, presenta dei giovani con basso livello di istruzione che pur avendo partecipato ad un corso di formazione professionale corrono il rischio di esclusione dal mercato del lavoro regolare. Ciò è dovuto sia alle condizioni disagiate della famiglia di origine, che richiede loro un ingresso precoce nel mondo del lavoro, sia alla bassa scolarità dei giovani stessi che acuisce sia il rischio di esclusione dal mercato del lavoro regolare sia la loro propensione al lavoro precario e sommerso. La seconda ricerca, svolta da Cortese (2002), ha studiato dei giovani residenti in alcuni comuni siciliani. Le loro traiettorie lavorative tendono o verso la circolarità di esperienza di precarietà reiterata o alla rarefazione delle occasioni di impiego. Decisamente differenti e migliori le condizioni dei mercati lavorativi del Centro e Nord- Est. In Lombardia e in Emilia Romagna (Magatti e Fullin, 2002; Rizza, 2003; Fullin, 22

23 2004) il mercato del lavoro presenta livelli di disoccupazione molto contenuti e la diffusione dei contratti atipici non si accompagna ad un rischio di disoccupazione quanto di alternanza fra periodi di lavoro e non lavoro. Sono contesti in cui i lavoratori sono appagati del fatto di poter essere imprenditori di se stessi e vivono con minori preoccupazioni la propria condizione occupazionale. Questi individui godono inoltre di maggiori probabilità di uscita dal lavoro atipico rispetto ai coetanei del Mezzogiorno (Barbieri e Scherer, 2005). La zona del Nord-Ovest, al cui interno troviamo il territorio della Provincia di Torino, a seguito del processo di deindustrializzazione ha sofferto di maggiori problemi di disoccupazione e, a differenza delle zone del Nord-Est e del Centro, non dispone di un mercato del lavoro fluido. La particolarità dell area torinese consiste nel fatto di essere stata una società a economia nettamente centrata sull industria, sulla meccanica, e sull auto in particolare, dunque su quella forma organizzativa che va di solito sotto il nome di fordismo (Bagnasco, 1990, p. 14). Tale centralità ha comportato la diffusione della cultura del posto fisso a tempo indeterminato, che permane tuttora, ed ha contribuito a formare una società caratterizzata da una forte strutturazione delle classi sociali (Bertolini, 2002, p. 77). Il risultato di due ricerche riportate da Bertolini (2008) evidenzia come la principale preoccupazione per la propria esistenza degli italiani sia l incertezza lavorativa, soprattutto nel territorio torinese (44,4% rispetto alla media italiana del 41% e il 39,2% di altre grandi città della penisola). Inoltre è emerso come per i torinesi sia maggiore l importanza attribuita alla sicurezza del posto rispetto all auto-realizzazione professionale. Questo aspetto coinvolge sia gli alti che i bassi titoli di studio. Una ricerca sulle collaborazioni coordinate e continuative (Bertolini, 2002) ha infatti evidenziato come per i parasubordinati, la cui maggioranza possiede un istruzione elevata, permanga l obiettivo dell assunzione. Tale aspettativa influisce molto sul rapporto con i datori di lavoro che viene vissuto con particolare preoccupazione. Lo stesso dato emerge in una ricerca di Luciano e Santi (2002) sui percorsi lavorativi di più di mille giovani senza diploma nei quattro anni e mezzo seguenti alla formazione professionale di primo livello. Analizzando i profili di ingresso e di permanenza nel mercato del lavoro il modello prevalente è quello di un attesa piuttosto lunga della prima occupazione a cui fa seguito un rapporto di lavoro duraturo (Luciano e Santi, 2002, p. 69). Questi giovani hanno pagato però la sicurezza lavorativa in cambio di un inserimento in lavori con qualifiche più basse rispetto al titolo di studio e alla competenza. Hanno avuto però maggiori vantaggi in termini di qualità del lavoro 23

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