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1 Numero 1 Via del Collegio Romano, 27 Roma Ufficio Studi Editoriale Con questo numero inizia la pubblicazione della Newsletter dell Ufficio Studi. La Newsletter si propone di focalizzare l attenzione su questioni d attualità e di dar conto di dibattiti, indagini, ricerche su tematiche di ampio interesse. La Newsletter si pone come un agile strumento integrativo del Notiziario di periodicità annuale. Introduzione L individuazione delle figure abilitate in via esclusiva ad eseguire restauri sui beni culturali, fondamentale ai fini della conservazione del patrimonio culturale nazionale, è questione particolarmente delicata per l intreccio con la normativa generale sugli appalti e per le ricadute sul mercato del lavoro. I recenti provvedimenti emanati dal Ministero in attuazione delle norme del Codice dei beni culturali e del paesaggio (art. 29 e art. 182 d.lgs 22 gennaio 2004, n.42) riportano alla ribalta questioni e problemi legati alle competenze del restauratore e delle altre figure impegnate nella progettazione ed esecuzione dei lavori, all organizzazione delle scuole di alta formazione, al riconoscimento delle esperienze pregresse. Ministero per i Beni e le Attività Culturali Con l emanazione dei decreti ministeriali nn.86 e 87 del 26 maggio 2009 sono stati definiti, infatti, i profili di competenza (c.7, art.29) e i criteri e livelli di qualità per l insegnamento, mentre il decreto, n. 53 del 30 marzo 2009 ha dato avvio alle procedure per l attribuzione della qualifica di restauratorme e collaboratore restauratore ai soggetti che abbiano già conseguito un percorso formativo o un attività certificata di restauro di beni culturali, in attesa dell attuazione della nuova disciplina regolamentare della formazione. In questo numero La disciplina dei restauratori di beni culturali Dietro le quinte. Breve cronistoria dei lavori del gruppo MiBAC-MiUR- Pierfrancesco Ungari Regioni Le premesse Nel luglio 2009 è sta- Caterina Bon Valsassina ta completata la disciplina regolamen- La rinnovata attenzione del Ministero tare della professione dei restauratori per i beni e le attività culturali (da ora in poi Ministero) alla riforma-riordino della di beni culturali. Ha avuto quindi inizio, a livello am- disciplina dei restauratori di beni cultura- ministrativo, l attuazione della riforma li prese avvio nel maggio del 2004, per delineata dagli articoli 182 e 29 del dare attuazione ai regolamenti attuativi (Continua a pagina 2) (Continua a pagina 6) Pubblicazione a cura dell'ufficio Studi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dir. resp.: Gianni Bonazzi

2 pagina 2 (Continua da pagina 1) Codice dei beni culturali e del paesaggio, fin dalla formulazione originaria approvata con il D.Lgs. 42 del Già l articolo 29, comma 6, del Codice, disponendo che soltanto i restauratori di beni culturali sono abilitati ad effettuare interventi di manutenzione e restauro di beni culturali mobili e superfici decorate di beni architettonici (vale a dire, i lavori compresi oggi compresi nelle categorie di opere pubbliche OS-A e OS-B), ha posto una vera e propria riserva professionale. Ed ha quindi reso ineludibile accertare quali soggetti rientrino nell ambito di esercizio della professione. Inoltre, tale adempimento è il presupposto indispensabile per definire la riforma del sistema di qualificazione delle imprese esecutrici nelle categorie (tuttora disciplinato, in via transitoria, dal DM 294 del 2000, modificato dal DM 420 del 2001), in attuazione dell articolo 201 del Codice dei contratti pubblici di cui al D.Lgs. 163 del 2006, e s.m.i. Sembra infatti evidente che la disponibilità di operatori qualificati costituirà anche in futuro il requisito speciale caratterizzante i lavori su beni vincolati. Per molto tempo, alla generale convinzione che la capacità professionale degli operatori avesse un importanza strategica per assicurare la qualità degli interventi conservativi, non si sono accompagnati adeguati sforzi per dettare una disciplina organica della professione e della relativa formazione. Anche se si è continuato a ripetere, come una sorta di mantra, che l Italia avrebbe dovuto difendere la posizione di eccellenza storicamente acquisita nella conservazione dei beni culturali secondo corretti criteri storico-critici e scientifici. Probabilmente, questo è potuto accadere perché l esigenza di verificare l idoneità professionale degli operatori è stata risolta all interno di una prassi che registrava il ricorso pressoché generalizzato ad affidamenti di carattere fiduciario. L applicazione delle direttive comunitarie e della legge Merloni ha comportato che anche gli interventi conservativi venissero sottoposti alla disciplina degli appalti pubblici di lavori, ed affidati, di regola, mediante procedure di evidenza pubblica. L applicazione ai beni culturali di una normativa pensata per obbiettivi diversi, quali la tutela della concorrenza e del mercato (e quindi fonte di numerosi problemi, alcuni dei quali ancora da risolvere) è stata graduale e non è stata ancora pienamente metabolizzata; ma ha avuto almeno il merito di porre in evidenza la questione della definizione di criteri e parametri di idoneità professionale degli operatori. Passato e presente Tale questione è stata finalmente affrontata in via generale (cioè, riguardo non soltanto ai lavori pubblici, ma anche a quelli privati), in via di prima applicazione e guardando al passato, dall articolo 182 del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Tuttavia, le nuove disposizioni legislative hanno dovuto necessariamente fare i conti con quelle regolamentari preesistenti (soprattutto quelle, assai improvvide, introdotte dal DM 420 del 2001), recependole, e integrandole (in occasione dei due decreti correttivi del Codice concernenti i beni culturali, D.Lgs. 156 del 2006 e 62 del 2008) con altre previsioni, frutto di concezioni diverse e di spinte contrastanti. Ne deriva una normativa di difficile lettura e problematica dal punto di vista della profondità intenzionale, e quindi della qualità della regolazione. Di fronte all alternativa tra il tentare nuovamente di razionalizzare e puntualizzare la normativa primaria, rischiando di rimettere in discussione le certezze acquisite e di rinviare ancora la concreta attuazione della riforma; ed il porre mano all attuazione delle norme vigenti, cercando di coglierne il senso profondo e di risolvere in via amministrativa ciò che restava inespresso o non del tutto univoco, l Ufficio Legislativo del MiBAC, in accordo con quello del MIUR, ha scelto questa seconda strada.

3 pagina 3 L attuazione dell articolo 182 prevede due canali di accesso alla qualifica di restauratore di beni culturali: quello diretto, attraverso la dimostrazione, da parte degli interessati, del possesso dei requisiti previsti dal comma 1; e quello indiretto, attraverso l accesso (basato sul possesso di requisiti, previsti dal comma 1-bis, omogenei rispetto a quelli utili per il conseguimento diretto, ma più limitati) ad una prova di idoneità, superata la quale si acquisisce il medesimo status. Per coloro che possiedono requisiti ancora inferiori, oppure conseguono in esito alla prova di idoneità un determinato punteggio (insufficiente al conseguimento della qualifica superiore), è previsto il riconoscimento della qualifica, inferiore, di collaboratore restauratore di beni culturali; la denominazione di detta qualifica, da sempre oggetto di critiche, è stata mantenuta per segnare la continuità con il passato, in quanto ai collaboratori restauratori si riferisce il DM 294 del Il sistema è stato concepito per evitare che venisse espulso dal mercato professionale chi finora a buon titolo vi ha operato, garantendo a tutti una collocazione aderente alle conoscenze e capacità dimostrate. I requisiti previsti dall articolo 182 sono di due tipi. Il primo attiene alla formazione istituzionale nel settore, che ha una rilevanza diversa a seconda dell istituto formatore. I corsi dell I.C.R. e dell O.P.D., ormai da anni di durata quadriennale, sono sufficienti al conseguimento diretto della qualifica di restauratore; quelli delle altre scuole, statali o regionali, di durata almeno biennale, devono invece essere integrati dallo svolgimento di attività di restauro qualificata, entro la data del 16 dicembre 2001 e pari ad un periodo doppio della formazione scolare mancante rispetto al quadriennio. Invece, ai fini dell accesso alla prova di idoneità, è necessario possedere i requisiti utili al conseguimento della qualifica di collaboratore restauratore (tra cui, lo svolgimento per quattro anni prima del 1 maggio 2004 di attività di restauro, non ulteriormente qualificata ed autocertificabile) ed aver svolto ulteriore attività qualificata per un triennio alla data del 30 giugno 2007, oppure aver conseguito il diploma di una scuola di restauro almeno biennale, il diploma triennale in restauro presso un accademia di belle arti o la laurea specialistica in conservazione e restauro, purché con iscrizione ai relativi corsi prima del 31 gennaio Il secondo riguarda, appunto, lo svolgimento di un attività di restauro qualificata, vale a dire connotata dalla responsabilità diretta nella gestione tecnica dell intervento. Le modalità di attuazione della disciplina transitoria, ed in particolare il modo in cui l attività deve essere attestata dalle soprintendenze, dagli altri istituti statali di tutela e (per i beni su cui esercitano le competenze di tutela trasferite alle regioni) dagli organi regionali, sono stati precisati mediante le linee guida diramate con circolare del Segretariato Generale n. 35 del 2009, pubblicate sul sito istituzionale del MiBAC all inizio del mese di agosto (poi integrate dagli addendum diramati con circolari nn. 36 e 39 del 2009). E seguita, alla fine di settembre, la pubblicazione del bando e l attivazione sul sito della domanda che ciascun interessato sarà tenuto a compilare ed a trasmettere in via telematica, unitamente alla documentazione utile, per ottenere le necessarie attestazioni ed ottenere la valutazione della propria posizione professionale, ai fini del riconoscimento della qualifica o dell accesso alla prova di idoneità. A disciplinare la prova di idoneità era già intervenuto il DM 53 del 2009, che articola la valutazione in una prima prova, unica per tutti i candidati e da svolgersi contestualmente a Roma, basata su 100 domande a risposta multipla, comprendenti tutte le materie la cui conoscenza è necessaria all esercizio della professione, con una netta dominanza della teoria e della pratica del restauro (50); superata questa, si passa ad una prova teorico-applicativa,

4 pagina 4 consistente nell elaborazione di un progetto di intervento conservativo; e poi ad una prova pratica, consistente nella simulazione di un intervento conservativo; ciascun candidato potrà scegliere nella domanda l ambito specifico di competenza (tele e tavole, materiali lapidei, carta, strumenti musicali o scientifici, etc.) in relazione al quale sostenere dette due ultime prove, che quindi si svolgeranno a cura di sottocommissioni distinte ed in tempi e luoghi diversi, a seconda delle esigenze organizzative e del numero degli interessati. In relazione alla prova di idoneità, si prevede di dover superare almeno due tipi di difficoltà. Anzitutto, quelle logistiche, legate al numero dei partecipanti, che potrebbe essere più di , ed alle esigenze di contestualità della prima prova, fondamentale per assicurare trasparenza ed imparzialità alla valutazione. Di conseguenza, poi, quelle connesse alla predisposizione delle domande a risposta multipla; che non dovranno essere nozionistiche bensì aderenti alle concrete problematiche lavorative, né troppo difficili, né troppo generiche o basilari, così da valorizzare sia la preparazione maturata nelle scuole dai più giovani, sia l esperienza accumulata sul campo dagli operatori più esperti. E il caso di precisare che, a differenza di quanto comunemente avviene oggi nei concorsi interni e nelle riqualificazioni, non avrebbe alcun senso predeterminare e divulgare un insieme di domande, così da trasformare una verifica di idoneità in un mero esercizio mnemonico. Il risultato ultimo dell insieme delle procedure di valutazione sarà il riconoscimento delle qualifiche e l inserimento negli e- lenchi, rispettivamente, dei restauratori e dei collaboratori restauratori, a seconda delle conoscenze e capacità che ciascun interessato sulla base dei titoli, o anche attraverso la prova di idoneità - avrà dimostrato di possedere. Un passo importante, per quella che può ormai definirsi una professione riconosciuta. Presente e futuro L altro aspetto della riforma riguarda la formazione del futuro, per la quale l articolo 29, commi 7, 8, 9, prevede la definizione regolamentare, rispettivamente, degli ambiti di competenza degli operatori, e dei criteri e livelli di qualità cui deve adeguarsi la loro formazione. Quest ultima, secondo un modello organizzativo aperto, potrà essere svolta da chiunque intenda proporsi per la progettazione e la realizzazione di corsi conformi a dette modalità. Una conquista, già sancita dal citato comma 9, è l equiparazione a tutti gli effetti del diploma, abilitante alla professione, alla laurea magistrale; fermo restando che, nell ipotesi in cui il corso sia realizzato da un università, il titolo sarà una laurea in senso stretto. E in via di definizione il DM per il riconoscimento di un apposita classe di laurea magistrale a ciclo unico (fino ad ora, anche i corsi universitari orientati verso l attuazione anticipata dei contenuti della nuova disciplina regolamentare, hanno dovuto fare riferimento alle classi esistenti L/41, L/43, LS/12 e LM/11 concepite per obbiettivi formativi diversi). Il nuovo sistema formativo, a lungo auspicato (tanto che, nella lunga attesa dei regolamenti attuativi, alcune istituzioni hanno sospeso l attivazione di nuovi cicli, mentre altre hanno attivato corsi in via sperimentale o con riserva di adeguamento), potrebbe concretizzarsi fin dal prossimo autunno. Infatti, con il DM 86 del 2009, sono stati definiti gli ambiti di competenza dei restauratori e (con rinvio a successivi approfondimenti, nel rispetto delle potestà normative spettanti alle regioni, sulla base di accordi in sede di Conferenza Statoregioni, secondo quanto previsto dall articolo 29, comma 10, del Codice) delineati quelli delle altre figure ausiliarie e complementari che intervengono nelle attività conservative. In particolare, per i restauratori, l Allegato del regolamento concre-

5 pagina 5 tizza la previsione dell articolo 29, comma 6, indicando analiticamente con riferimento ai singoli momenti qualificanti delle fasi della sequenza operativa: esame e valutazione del bene, progettazione, esecuzione dell intervento, documentazione e divulgazione - le attività oggetto di riserva e quelle che vedono il restauratore collaborare con altre figure complementari. Contestualmente, con il DM 87 del 200-9, sono state definiti i requisiti minimi organizzativi e funzionali dei nuovi corsi di formazione dei restauratori, al cui rispetto, d ora in poi (come ricorda lo stesso articolo 29, al comma 9-bis), è subordinato il conseguimento della qualifica professionale. Si tratta di una serie di criteri e standard che dovrebbero assicurare l eccellenza della formazione; limitandoci a quelli più significativi: 300 crediti formativi (equivalenti, quanto alla corrispondenza con le ore di insegnamento, a quelli universitari); almeno il 50 % delle ore di insegnamento dedicato alle attività tecnico didattiche di laboratorio e di cantiere (il che significa, in sostanza, che nel quinquennio i corsi dovranno prevedere oltre ore complessive); per tali attività, gli insegnati dovranno essere scelti necessariamente tra restauratori, i quali possano vantare, oltre alla qualifica (secondo la disciplina dell articolo 182), un attività di insegnamento o di restauro protratta nel tempo; il rapporto tra detti insegnanti, costantemente presenti durante le attività, e gli allievi non potrà essere inferiore di 1 a 5; infine, una percentuale non inferiore all 80% dei manufatti oggetto di detti insegnamenti dovrà essere costituito da beni culturali vincolati (il che comporterà la necessità di definire accordi con le autorità preposte alla tutela dei beni). Viene anche previsto un esame finale, composto da una prova pratica ed una prova teorico-metodologica, da sostenere di fronte ad una commissione di cui fanno parte anche restauratori e professori universitari, di nomina ministeriale. La formazione sarà finalizzata al conseguimento di una qualifica che, così come unica è quella conseguibile nella fase transitoria, resterà una qualifica professionale unica: i nuovi diplomati entreranno di diritto negli stessi elenchi. Ma largo spazio potrà essere dato anche allo sviluppo di indirizzi ed ambiti specialistici. La verifica del rispetto dei predetti criteri e standard, nei confronti di tutti i corsi, viene demandata ad una commissione mista ministeriale, che dovrà anche formalmente accreditare le istituzioni formative non statali ed i loro corsi. Se ne prevede la costituzione nelle prossime settimane. Ci si aspetta che, risultando necessari cospicui investimenti in spazi, attrezzature e risorse umane, nascano o si adeguino alcune (non moltissime) istituzioni formative di eccellenza; meglio, se capaci di integrare la tradizione delle scuole di alta formazione statale, con i saperi universitari e con la progettualità e la capacità operativa nella conservazione e nella valorizzazione dei beni culturali dimostrata da alcuni enti pubblici territoriali ed istituzioni non lucrative. Poiché l articolo 9, comma 9-bis, stabilisce che dall entrata in vigore dei regolamenti la qualifica di restauratore si acquisisce soltanto in conformità alla nuova disciplina, occorrerà definire formalmente la posizione delle esperienze formative in corso, che siano state avviate anticipando l attuazione dell attesa disciplina regolamentare. La situazione più chiara è quella del Corso Interfacoltà organizzato, in via sperimentale, dalla Fondazione La Venaria Reale in convenzione con l Università di Torino; per il primo ciclo formativo, l articolo 182, comma 2, del Codice prevede, un autorizzazione specifica rilasciata con decreto ministeriale. Anche altre iniziative risultano aver tenuto conto dei contenuti del DM 87 del 2009, pressoché interamente definiti a livello tecnico anni fa e quindi già noti agli addetti ai lavori; a quanto consta, è, in tutto o in parte, il caso dei corsi organizzati dalle Università di Urbino,

6 pagina 6 Palermo e Napoli, oltre che per il restauro della carta del corso organizzato dalla Regione Friuli Venezia-Giulia a Villa Manin di Passariano e del corso di laurea magistrale organizzato dall Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario con l Università di Tor Vergata. Peraltro, le università continueranno a formare gli specialisti (esperti scientifici e tecnologi della conservazione, oltre alle figure più tradizionali, quali storici dell arte, archeologi, architetti, etnoantropologi, Oggi che la disciplina normativa può dirsi compiuta, sperando che l inevitabile contenzioso non impedisca di darle attuazione, un ringraziamento va a tutti coloro i quali, a diverso titolo (come rappresentanti dell ARI e dell ARAB., professori del CUN, funzionari e consulenti del MiUR., delle regioni e degli enti locali, esponenti delle O- O.SS. e delle associazioni imprenditoriali, ovvero singoli operatori), nel corso degli anni si sono (Continua da pagina 1) dei commi 7, 8 e 9 dell art.29 e dell art. 182 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. n. 42 del 22 gennaio 2004). Sotto il Ministro Giuliano Urbani e per impulso del Capo dell Ufficio Legislativo Mario Torsello venne costituito un gruppo di lavoro misto di esperti del MiBAC, MiUR e Regioni, coordinato dal consigliere Pierfrancesco Ungari, gruppo del quale facevano parte, tra gli altri, i direttori degli istituti del Ministero preposti istituzionalmente all insegnamento del restauro con le Scuole di alta formazione e studio (da ora in poi SAF) dell ICR (dal 2008 ISCR), dell OPD, dell ICPL (dal 2008 ICPAL). Da allora sono passati cinque anni e, dopo un percorso lungo e travagliato, costellato da piccoli avanzamenti (D.Lgs. n.156 del 9 aprile 2006, art. 29, commi 9 e 9 bis e il D.Lgs. n. 62 del marzo 2008), momenti di stallo, tentativi da più parti di ostacolare una definizione normativa che paleontologi, chimici, fisici, biologi, geologi) che partecipano alle attività conservative, svolgendo attività di indirizzo o complementari rispetto a quelle dei restauratori, indispensabili per l esercizio delle funzioni di tutela ed il buon esito delle attività conservative. E si svilupperanno, secondo la disciplina che verrà dettata dalle regioni, le più numerose istituzioni formative destinate alle figure professionali ausiliari: secondo le definizioni date dal DM 86 del 2009, tecnico del restauro di beni culturali (qualifica che corrisponde a quella di collaboratore restauratore) e tecnico del restauro di beni culturali con competenze settoriali. Pierfrancesco Ungari - Ufficio Legislativo MiBAC confrontati con i funzionari ed i consulenti del MiBAC su questi temi, permettendoci di avere una conoscenza dei problemi da affrontare e delle possibili soluzioni. Senza il loro prezioso contributo non sarebbe stato possibile conseguire alcun obbiettivo. Un mio ringraziamento particolare va a Maura Borelli, senza la quale non avrei nemmeno pensato di potermi cimentare in un compito così impegnativo. per forza, come tutte le regole, non avrebbe potuto accontentare tutti i soggetti coinvolti, i lavori sono stati ripresi con vigore nell aprile del Sotto il Ministro Sandro Bondi, con di nuovo alla guida dell Ufficio Legislativo Mario Torsello e con la paziente e attenta regia del consigliere Ungari ha finalmente visto la luce nel 2009 la disciplina regolamentare della professione con i decreti ministeriali 53 (disciplina transitoria), 86 (definizione delle competenze del restauratore di beni culturali) e 87 (definizione dei criteri e standard di qualità per la formazione dei restauratori di beni culturali). E facile, ora che l obiettivo è stato raggiunto, criticare un risultato che può certamente avere punti di fragilità, ma il cui punto di forza, atteso da almeno trent anni da tutto il settore della conservazione e del restauro, sia sul versante della tutela (MiBAC) che su quello della formazione (MiUR, Regioni), è quello di aver regolamentato con una normativa ad hoc una professione, quella del restauratore, per

7 pagina 7 anni esaltata a parole e frustrata nei fatti. Uno dei punti più qualificanti è soprattutto quello di aver, a mio avviso, saputo conciliare, con il decreto regolamentare interministeriale MiBAC/MiUR n. 87 del luglio 200-9, le esigenze della formazione con quelle della tutela. I piani di studio allegati a quest ultimo decreto sono il frutto più importante di un lavoro di collaborazione costante fra e- sperti dei due ministeri, svolto in due fasi. Nella prima fase i protagonisti trainanti del gruppo di lavoro sono stati Pietro Petraroia, Direttore Generale della Regione Lombardia con Carlo Federici, ex Direttore dell ICPL; Claudia Alliata e Carlo Modica, rappresentanti rispettivamente l una dell insegnamento del restauro nelle Accademie di Belle Arti e l altro consigliere giuridico per il MiUR oltre, ovviamente, ai direttori delle SAF del Ministero. Si arrivò così nel marzo del 2005 alla redazione di un testo normativo condiviso fra MiBAC, MiUR e Regioni e con l elaborazione di piani di studio ancora non sufficientemente adeguati a quelli normati dall Università. Il decreto ebbe perciò la bocciatura del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) che espresse un parere negativo articolato in più punti alla fine del Su questa base, per risolvere i quesiti posti dal CUN, ebbe inizio la seconda fase dei lavori, durante la quale venne costituito un gruppo di studio misto di esperti indicati dagli organi collegiali consultivi dei due ministeri, il Consiglio Superiore dei beni culturali e il CUN. Per il MiBAC vennero designati i membri del Consiglio Giovanni Carbonara, Marisa Dalai Emiliani, Maria Guercio e il direttore dell ISCR Caterina Bon Valsassina); per il MiUR esperti del CUN e dell AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale, cui fanno capo le Accademie di Belle Arti), sotto la guida del Vice presidente del CUN Enzo Siviero. Il gruppo si è riunito da gennaio a maggio 2008 con cadenza mensile, confrontandosi su tutto il testo legislativo del regolamento attuativo del comma 8 dell art. 29 e soprattutto sull allegato relativo ai piani di studio, alla presenza, di volta in volta, dei docenti universitari e delle Accademie di Belle arti rappresentanti degli ambiti scientificodisciplinari direttamente e indirettamente afferenti al settore della conservazione e del restauro. Sono stati mesi appassionanti di scambi, anche di polemiche, tutte comunque estremamente stimolanti e utili, tanto da permettere di poter dire, oggi, dopo la pubblicazione del decreto n.87/2009 sulla Gazzetta Ufficiale, che quel decreto è davvero frutto di un percorso condiviso fra i due ministeri. Condiviso, si badi, non significa accettato all unanimità da tutti, significa il frutto di una serie di mediazioni costanti per raggiungere un equilibrio fra esigenze della formazione e esigenze della tutela, nella consapevolezza che la formazione dei restauratori di beni culturali è uno degli aspetti più delicati e importanti della tutela del patrimonio artistico. Il decreto attuativo n.86/2009, che definisce i profili di competenza dei restauratori e degli altri operatori che svolgono attività complementari al restauro, stabilisce innanzitutto che quella del restauratore è una professione, non un mestiere. E questo il punto di forza del decreto, che vede finalmente riconosciuta questa figura professionale. Giorgio Bonsanti ha recentemente evidenziato criticamente nel Giornale dell arte di settembre 2009 che nel decreto n.86/2009 vi siano ancora zone d ombra e ambiguità sulla definizione delle diverse responsabilità fra il restauratore e le figure degli archeologi, archivisti, bibliotecari, storici dell arte che hanno fino ad oggi diretto in prima persona i lavori di restauro e, ancora, fra il restauratore e gli esperti scientifici: è vero, Bonsanti ha ragione, ma, allo stesso tempo, è difficile suddividere in modo netto le diverse competenze in un processo complesso come è diventato, anche alla luce delle nuove tecnologie,

8 pagina 8 un intervento di conservazione e restauro. Fino ad oggi, salvo rari casi ancora sporadici, la figura del restauratore era, di fatto, subordinata a quella degli storici dell arte, archeologi, ecc, cioè alle figure professionali con funzioni direttive nel Ministero fin dalla sua nascita. Da ora in poi sarà necessario, per ciascuno, sintonizzarsi su cosa davvero significhi, in pratica, lavorare insieme. E, certamente, ci saranno, fra tutte le figure professionali citate sopra, persone ancora incapaci di capire che la domanda giusta da porsi, di fronte a un intervento di restauro, non è chi comanda?, ma, piuttosto, cosa bisogna fare?. Dovrebbe essere il progetto di restauro a unificare quello che la soggettività dei singoli tenderebbe a dividere. Il decreto n.86/2009 riconosce una volta per tutte il principio che il restauratore di beni culturali ha pari dignità e peso rispetto a tutte le altre figure coinvolte nelle decisioni su un intervento di restauro, nel quale, oltretutto, è il protagonista in prima linea. Con la nuova normativa è finalmente stata fatta chiarezza su chi è e cosa deve saper fare il restauratore di beni culturali, quali sono le altre figure con cui deve rapportarsi, differenziando per la prima volta in modo non ambiguo, sia a livello di formazione che di definizione del profilo, la figura del restauratore - l unico autorizzato a eseguire un intervento diretto sui beni culturali - da quello del conservation scientist. Fare ordine nel caos non è impresa Ufficio Studi Via del Collegio Romano, Roma Questa newsletter non rappresenta una testata giornalistica. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo Direttore responsabile: Gianni Bonazzi facile e il caos si è sedimentato negli ultimi decenni in forme molteplici e articolate, pericolo paventato dal direttore dell ICR Giovanni Urbani fin dal 1974, quando affermava che, in mancanza di una regia forte da parte del Ministero sulla formazione dei restauratori, avrebbero finito per concretizzarsi i propositi di iniziative analoghe da più parti (regioni, istituti di istruzione artistica, ) che porterebbero a immettere nella professione elementi scarsamente preparati ma in possesso di un titolo di studio specifico, ai quali l amministrazione sarebbe costretta presto o tardi a far posto (G. Urbani, Attività di restauro e conservazione: proposte per un piano nazionale di sviluppo a breve termine, [1974], in C. Bon Valsassina, Restauro made in Italy, Milano 2006, p.249). Il caos che si è trovato di fronte l Ufficio Legislativo nel 2004 era ben peggiore dei peggiori presagi di Giovanni Urbani. A questo caos la nuova disciplina dei restauratori di beni culturali ha tentato di dare un ordine, nella consapevolezza che, nell epoca della complessità, come è stato definito il tempo presente, l evoluzione è caos più retroazione (J. Gleick, Caos. La nascita di una nuova scienza, 1 ed. americana 1987, Milano, 2000, p.306). Caterina Bon Valsassina - Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda lagunare e già Direttore dell Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro A questo numero hanno collaborato: Coordinamento editoriale: Adelaide Maresca Compagna Elaborazione informatica e grafica: Silvana Carmen Di Marco, Stefania Properzi Articoli di: Pierfrancesco Ungari, Caterina Bon Valsassina

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