Gli Omega-3 e la Vitamina D contro l Alzheimer - Le nuove prospettive per il terzo millennio -

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1 nutrizione & composizione corporea fisioterapia & recupero funzionale medicina d alta quota piani di allenamento articoli, studi, ricerche dal mondo della Nutrizione, delle Terapie Fisiche, delle Neuroscienze e della Biomedicina mar. 13 NEUROSCIENZE - i quaderni - Gli Omega-3 e la Vitamina D contro l Alzheimer - Le nuove prospettive per il terzo millennio - Prima di capire che tipo di relazione esiste tra i due importanti micronutrienti omega-3 & Vit. D con il morbo di Alzheimer, iniziamo a vedere un pò più da vicino una delle malattie più invalidanti del nostro secolo, in aumento in tutto il mondo. La malattia di Alzheimer è una sindrome con evoluzione cronico-progressiva e colpisce oggi circa il 5% della popolazione al di sopra dei 65 anni: rappresenta la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei Paesi occidentali. Il rischio di contrarre la malattia aumenta con l'età: si stima che circa il 20% della popolazione ultra ottantacinquenne ne sia affetta. Attualmente colpisce oltre 13 milioni di persone in tutto il mondo. Tuttavia, non si tratta di una malattia che colpisce solo gli anziani, esistono infatti soggetti che possono presentare un esordio precoce della malattia anche prima dei cinquant anni. Questa malattia prende il nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer ( ) che nel 1907 ne descrisse per primo le caratteristiche. Il tessuto cerebrale dei soggetti colpiti e da lui osservati, presentava una riduzione della cellule nervose e placche senili visibili anche a occhio nudo. Successivamente, con l'utilizzo di procedure di osservazione microscopica più avanzate evidenziò, su porzioni predefinite di cervello, la presenza di ammassi proteici (di betaamiloide) non degradabili e solubili che compromettevano la funzionalità cerebrale. La malattia evolve quindi attraverso un processo degenerativo che distrugge lentamente e progressivamente le cellule del cervello e provoca un deterioramento irreversibile di tutte le funzioni cognitive superiori, come la memoria, il ragionamento e il linguaggio, fino a compromettere l'autonomia funzionale e la capacità di compiere le normali attività quotidiane. L'inizio è generalmente insidioso e graduale e il decorso lento, con una durata media di 8-10 anni dalla comparsa dei sintomi. 1

2 In tutto il mondo, gli studi più recenti hanno dimostrato che in soggetti affetti da demenza di Alzheimer, una proteina chiamata beta-amiloide, si accumula nel tessuto e nelle strutture vascolari cerebrali in modo irregolare. Essa possiede proprietà neurotossiche, cioè responsabili della morte delle cellule cerebrali; le placche amiloidi sono una caratteristica centrale nella patologia e sembrano avere un ruolo importante nella patogenesi della malattia di Alzheimer e quindi nella sua progressione. L accumulo di beta-amiloide sembra iniziare decine di anni prima dei tipici disturbi di memoria, dalla cui comparsa, nel giro di pochi anni, si verificano difficoltà sempre più invalidanti nella gestione delle attività della vita quotidiana fino alla totale perdita dell autosufficienza. Il riconoscimento e la diagnosi della malattia quando i sintomi e la disabilità sono già manifesti non presenta particolari difficoltà diagnostiche. Oggi, tuttavia, anche quando il disturbo di memoria è lievissimo e non invalidante, è possibile riconoscere quando un cervello sta accumulando beta-amiloide e porre diagnosi di malattia di Alzheimer in fase precocissima. Recentemente si è scoperto che l'uso combinato della valutazione neuro-psicologica e dello studio della struttura, del metabolismo e della biochimica del cervello, sia oggi in grado di documentare la presenza della malattia di Alzheimer con elevata sensibilità e specificità, anche in assenza di una franca demenza (studio di Dubois et al., Neurology, 2007) e quando il paziente è ancora autosufficiente ed ha una buona qualità di vita. Una diagnosi precoce è preliminare rispetto ad interventi farmacologici, i quali solamente manterrebbero integre le funzioni cognitive per un periodo di tempo fino ad un anno superiore a quanto accadrebbe lasciando il malato senza terapia. Una corretta diagnosi poi ritarderebbe l esordio della disabilità permettendo l utilizzo dei farmaci anti-amiloide attualmente in sperimentazione. Nello specifico, per valutare i marcatori biologici della malattia di Alzheimer oggi, si ricorre allo studio delle strutture cerebrali coinvolte nella memoria (le aree temporo-mesiali e il volume ippocampale), alla misurazione della capacità di metabolizzare il glucosio di aree interessate dalla neurodegenerazione e alle analisi biochimiche del liquor cefalorachidiano con il dosaggio delle proteine tau/fosfotau e a-beta. In definitiva, l accumulo di depositi di placca beta-amiloide è associato con un aumento dei danni cerebrali e con la morte cellulare dei neuroni da stress ossidativo. 2

3 Veniamo ora al ruolo, appena individuato dalla comunità scientifica internazionale, della vitamina D con omega-3 e la malattia di Alzheimer. La Vitamina D è costituita da 5 diverse vitamine: la D1, D2, D3, D4, D5. Le forme più importanti nelle quali la Vit. D si può trovare negli alimenti sono la vitamina D2 e la vitamina D3: la prima è proveniente dagli organismi vegetali, la seconda - derivante dal colesterolo - dai tessuti animali. Gli omega-3 sono invece degli acidi grassi polinsaturi, derivanti anch essi da fonti animali o da fonti vegetali, indispensabili per il benessere dell uomo e la sua sopravvivenza. La Vit. D3 e gli acidi grassi omega-3 possono aumentare la capacità del sistema immunitario di eliminare dal cervello le placche amiloidi coinvolte nella malattia degenerativa di Alzheimer. Una nuova ricerca ha individuato il meccanismo attraverso cui la vitamina D e gli omega-3 agiscono: si tratta di uno studio pilota, pubblicato sul Journal of Alzheimer, che ha identificato i geni chiave e le reti di segnalazione regolate dalla vitamina D3 e dall acido docosaesaenoico (DHA) - una delle forme in cui si trova il grasso omega-3 -, che possono aiutare nel controllo dell infiammazione e favorire l eliminazione della placca amiloide. Il gruppo di ricerca, sotto la guida del Dr. Milan Fiala del Dipartimento di ricerca della David Geffen School of Medicine negli Stati Uniti, aveva già effettuato uno studio mirato a chiarire i meccanismi chiave che permettono alla vitamina D3 di eliminare la beta-amiloide, la proteina anomala presente nelle placche. Il nuovo studio invece, ha valutato sia il ruolo della vitamina D che degli omega-3 DHA. Ai fini dello studio, i ricercatori hanno esaminato i campioni di sangue prelevati da due gruppi di partecipanti: un gruppo era costituito da pazienti con Alzheimer, l altro era costituito da soggetti di controllo, quindi sani. Dai campioni sono state isolate le cellule immunitarie chiamate macrofagi, responsabili dell eliminazione della beta-amiloide e di altri rifiuti nel cervello e nel corpo. I macrofagi sono stati poi incubati con la betaamiloide per una notte e successivamente è stata aggiunta la vitamina D3 o una forma attiva di acido grasso DHA omega-3 chiamata resolvina D1, per valutarne l effetto sull infiammazione e sull assorbimento di betaamiloide. I risultati hanno evidenziato che sia la vitamina D3 che la resolvina D1 hanno migliorato la capacità dei macrofagi dei pazienti con Alzheimer di eliminare la beta-amiloide, ed hanno inibito la morte cellulare indotta dalla beta-amiloide. Il Dr. Milan Fiala ha detto: Il nostro nuovo studio getta una nuova luce su un possibile ruolo per le sostanze nutritive, come la vitamina D3 e gli omega-3 nello stimolare l immunità che aiuta a combattere l Alzheimer. E continua: Potremmo scoprire che abbiamo bisogno di bilanciare attentamente per ogni paziente l integrazione con vitamina D3 e acidi grassi omega-3, per contribuire a promuovere sistemi efficienti di eliminazione dell amiloide-beta. Questo è un primo passo per capire in quale forma e in quali pazienti queste sostanze nutrizionali potrebbero funzionare meglio. Secondo Fiala, una forma attiva (non ossidata) di DHA omega-3, il precursore della resolvina D1 utilizzata in questo studio, può funzionare meglio di forme di DHA più diffuse sul mercato, che generalmente non sono protette dall ossidazione che può rendere inattiva la molecola. Secondo i ricercatori, il passo successivo sarà uno studio più ampio per confermare i risultati, così come uno studio clinico con omega-3 DHA. 3

4 La vitamina D e specifiche proteine di trasporto che agiscono in corrispondenza della barriera ematoencefalica possono aiutare a prevenire la formazione di placche beta amiloidi nel cervello : è questo in sintesi il contenuto di due altri studi apparsi questa volta sulla rivista Fluids and Barriers of the CNS a firma di un gruppo di ricercatori giapponesi della Tohoku University e di un gruppo di ricerca del Rhode Island Hospital e del Warren Alpert Medical School, entrambe negli Stati Uniti. In questo nuovo studio si dimostra come la rimozione dal cervello del peptide beta-amiloide come abbiamo visto il principale componente delle placche dipenda dalla vitamina D e anche dalle alterazioni, correlate all età, della produzione di proteine da cui dipende il trasporto dello stesso peptide. Anche in questi ultimi due studi, si ritiene che i bassi livelli di vitamina D siano implicati nel declino cognitivo correlato all età e che siano anche quindi associati alla malattia di Alzheimer. Analizzando approfonditamente il meccanismo alla base di questa associazione, i ricercatori giapponesi hanno riscontrato come le iniezioni di vitamina D possano migliorare la rimozione del peptide dal cervello di topi. La vitamina D sembra incrementare il trasporto del peptide beta-amiloide attraverso la barriera ematoencefalica, regolando l espressione della proteina attraverso il recettore per la vitamina D, e anche regolando la segnalazione cellulare attraverso il cammino MEK, ha commentato Tetsuya Terasaki, che ha guidato la ricerca giapponese. Per quanto riguarda il secondo studio, è ben noto che il trasporto del peptide beta-amiloide attraverso la barriera ematoencefalica viene orchestrato dalle proteine di trasporto come la LRP-1, la P-gp e la RAGE. Studiando il trasporto del peptide dal sangue al fluido cerebro-spinale (FCS) e viceversa i ricercatori del Rhode Island Hospital e del Warren Alpert Medical School, hanno scoperto che la concentrazione di LRP-1 e di P-gp in corrispondenza della barriera tra il sangue e il fluido cerebro-spinale aumenta con l età, incrementando a sua volta la rimozione di peptide betaamiloide dal FCS e dal cervello. Sebbene l aumentata produzione di proteine di trasporto attraverso la barriera sangue-fcs possa aiutare la rimozione del peptide beta-amiloide dal cervello dei soggetti anziani, la loro produzione infine cessa, ha sottolineato Gerald Silverberg, che ha fatto parte dell équipe statunitense. Non dimentichiamoci però, che il consumo di adeguate dosi di Vit. D tramite l alimentazione ci protegge anche da altre malattie e riduce l insorgenza di alcuni accidenti cardiovascolari comuni. Con una corretta esposizione al sole, i raggi UV sono gli unici a permettere la produzione di vitamina D da parte del nostro organismo. La vitamina D, ha un'azione molto più ampia di una vitamina, tanto che ormai in campo specialistico si considera un pro-ormone. Fra le tante funzioni quella più importante avviene a livello del sistema immunitario, regolando l'azione dei linfociti T. La corretta assunzione di Vit. D ci protegge dal rischio di sviluppare malattie come il rachitismo (deformità scheletriche), l osteomalacia (debolezza muscolare e ossea), la psoriasi (desquamazione della pelle), l osteoporosi (demineralizzazione ossea), probabilmente il cancro colonrettale e al seno, il diabete mellito di tipo 1 e 2, l ipertensione arteriosa, la depressione dei mesi invernali (Disturbo Affettivo Stagionale), e la perdita di dentina. Ma quanta Vit. D ogni giorno? L esposizione alla luce solare è in genere più che sufficiente a coprire le richieste dell organismo. In ogni caso, per coloro che per qualsiasi motivo non possano godere di una sufficiente sintesi, le linee guida americane consigliano 5 microgrammi (200 UI o Unità Internazionali) al giorno per tutti gli individui (maschi, femmine, donne in gravidanza o in allattamento) al di sotto dei 50 anni. 4

5 Per tutti i soggetti dai 50 ai 70 anni sono invece raccomandati 10 microgrammi al giorno (400 UI). Per gli individui sopra i 70 anni sono suggeriti 15 microgrammi al giorno (600 UI). Sulla base del meccanismo d azione, l uso della vitamina D e del calcio insieme può però alterare la risposta infiammatoria. Infatti, questa vitamina deve essere usata con cautela nei pazienti che assumono erbe con azione sul cuore, poiché l ipercalcemia (che può risultare da un eccessivo uso di vitamina D) può far precipitare anomalie del ritmo cardiaco. Ricordiamo che la vitamina D è indispensabile per l assorbimento del calcio. Ed infatti, è spesso inclusa nei prodotti dei supplementi di calcio. Per quanto riguarda l azione degli omega-3, non dobbiamo dimenticare che il nostro organismo NON può sintetizzarli e quindi necessitano di essere introdotti con la nostra alimentazione ogni giorno. La corretta assunzione di omega-3 con l alimentazione mette a riparo dai rischi di malattie cardio-vascolari, poiché possiedono un azione anti-trombotica, anti-aritmica (anomalie sulla frequenza di battiti del cuore), antiarteriosclerotica (indurimento di vene e arterie); in più hanno azione anti-infiammatoria abbassando lo stress ossidativo cellulare in tutto il nostro corpo, risvegliano i nostri neuroni del cervello, abbassano il rischio di diabete ed hanno azione positiva sul feto. Le quantità giornaliere si attestano intorno ai 2.5 gr per il perfetto mantenimento di tutte le cellule del nostro corpo, di 5 gr per il mantenimento di una corretta funzionalità cardiovascolare in età matura avanzata, di 7.5 gr per il recupero da infortuni sportivi, di 10 gr e più per il trattamento di disturbi neurologici, anche gravi (da nostro studio: Trattamento delle malattie cardiovascolari con gli omega-3 - MasterStudio labs ). Dove trovare Vit. D e omega-3 negli alimenti di ogni giorno? A nostro parere, le ultime ricerche sull Alzheimer del panorama internazionale rappresentano delle svolte fondamentali nel contrastare e in molti casi fermare il declino cognitivo e il rischio di insorgenza della malattia. L impegno costante della ricerca internazionale è sempre alla base dello sviluppo della coscienza e della conoscenza globale del benessere psico-fisico dell essere umano. Master Studio labs. 5

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