LA MIA VITA. e altri difetti SARAH KUTTNER ROMANZO

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1 SARAH KUTTNER LA MIA VITA e altri difetti ROMANZO

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3 Sarah Kuttner La mia vita e altri difetti Traduzione di Lidia Castellani

4 Titolo originale: Mängelexemplar Copyright 2009 S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main Giunti Editore S.p.A. Via Bolognese Firenze Italia Via Borgogna Milano Italia Prima edizione: luglio 2013 Ristampa Anno

5 «La felicità non lascia cicatrici. Dalla pace non impariamo molto.» Chuck Palahniuk, Diary

6 «La depressione è proprio bastarda!» Accidenti! Il mio nuovo psichiatra si crede una popstar. Padrone di sé, sta seduto dietro la scrivania con una bottiglia di Gatorade davanti e sul viso un ghigno alla Niels Ruf, il sadico presentatore televisivo. È un immagine che mi confonde. Gatorade e Niels Ruf sono due cose che conosco nella vita vera, ma sono anche qui, in questo studio psichiatrico. Da uno studio psichiatrico mi aspetto qualcosa di meno moderno. Non sapendo bene cosa pensare, tento di alleggerire un po la situazione comunicando al medico le mie impressioni. «Lei assomiglia a Niels Ruf, solo un po meno stronzo.» Ma guarda, pronunciata a voce alta la frase suona più come un offesa che come un paragone spiritoso. Anche secondo lui. Comincio ad annaspare: lo rassicuro dicendo che in fondo reputo Niels Ruf molto in gamba, solo un po troppo onnipresente, e che lui, il mio nuovo psichiatra, ovviamente, non è affatto un narcisista come Niels Ruf, al contrario, la somiglianza dipende piuttosto dai modi sicuri con cui si è presentato, e dalla cravatta sgargiante sulla camicia rosa, dalla testa rasata come un 7

7 ragazzino e soprattutto dal suo modo di esprimersi, che è così poco convenzionale. Oh, intendiamoci, non voglio dire che sia una cosa negativa, insomma, se la depressione è una bastarda, allora vuol dire, ehm, che ha il suo perché. Solo che vorrei rivendermela su ebay, è possibile? Non è possibile. Per questo sono qui. Ancora una volta. Perché ho di nuovo gli attacchi di panico e sono triste, e la paura mi fa ancora più paura e mi rende ancora più triste. Diciamo che si tratta di una spirale di paura. La paura di aver paura. Ci sono già passata, la conosco bene. In teoria anche lo psichiatra che si crede una popstar conosce già tutto, però ancora non conosce me. Mentre io conosco bene sia questo studio sia la sua segretaria. E questo mi dà il vantaggio di giocare in casa, non c è dubbio. Il signore che mi sta davanti è il sostituto della mia prima psichiatra, la dottoressa Kleve. Che da un anno conosce la mia storia, il mio dolore, il gorgo delle mie paure e le mie lacrime. Lei però non sa chi è Niels Ruf, beve solo acqua e ha uno sguardo molto partecipe e severo. La dottoressa Kleve mi piaceva veramente. Anche a suo marito doveva piacere veramente, perché ora è in maternità da qualche mese. Il lieto evento mi è stato annunciato già un annetto fa e allora ne sono stata perfino contenta: come molti principianti ero convinta che nel giro di un paio di mesi non avrei più avuto bisogno di lei. Arrivederci, dottoressa Kleve! Buona fortuna e buon divertimento con il suo frugoletto: data la sua professione, sono convinta che verrà cresciuto nel modo migliore. Penso che noi due non ci rivedremo tanto presto, beh, meglio così, no? Ah ah. Ed eccomi qui. Un anno più tardi, la stanza è la stessa, le 8

8 lacrime sono nuove, lo psichiatra è nuovo, ma le paure sono vecchie. Mi ritengo una vera fan delle diagnosi esatte perché promettono la guarigione. Fanno credere di aver individuato il problema e che ora mamma lo risolverà. Vedrai che prima di arrivare al matrimonio sarà tutto passato! Preferisco che mi venga amputata una gamba, come risultato di una diagnosi esatta, piuttosto che soffrire di attacchi di panico che nessuno capisce e che perciò non possono essere amputati, eliminati, spediti sulla luna. Ed è proprio questo il punto. Pur avendo ancora tutte e due le gambe sono in preda a una nuova crisi di paura. È come vincere alla radio biglietti costosissimi per un concerto che non hai nessuna voglia di andare a vedere. La depressione è come un concerto di Madonna: è davvero una bastarda. Una inutile bastarda del cavolo. Lo psichiatra che si crede una popstar conosce bene il suo mestiere, dunque. È esattamente quello di cui ho bisogno, perché mi sento insicura, spaventata, priva di forza e piena di ogni genere di convinzioni inutili, che durante un anno intero di psicoterapia ho immagazzinato, accarezzato e coccolato a lungo. Sono stata brava. Negli ultimi dodici mesi ho preso antidepressivi, ho fatto ordine nella mia vita, sono stata indulgente con me stessa, ho provato ad «ascoltarmi» di più, e accidenti, per la prima volta dopo tanto tempo sono stata decisamente contenta, addirittura felice. E in questi meravigliosi momenti di gioia quasi virginale, nella tenera fase di una felicità sul punto di sbocciare, arriva a spezzarmi le gambe non amputate un attacco di panico che mi getta a terra e poi si fa beffe di me. 9

9 Lo dico sul serio: sono pronta a sentire una diagnosi tremenda, addirittura spietata. Davvero. La accoglierei come fosse l ostia in chiesa, sottile e insipida, ma di una consistenza indiscutibile. E lo psichiatra che si crede una popstar mi dà l impressione di avere le capacità, le palle e la voglia di fare una diagnosi veramente perfetta. C è un solo problema: non mi conosce. Non sa niente della storia dei miei ventisette anni in generale, e di quella degli ultimi anni in particolare, e non sa quale è stato il motivo per cui sono finita in questa situazione. Comunque sia, non ho l impressione che uscirò da qui fra dieci minuti. Lo psichiatra che si crede una popstar ha tutto il tempo, me lo dice anche la bottiglia di Gatorade ancora piena: avanti allora, brindiamo alla novità! 10

10 un anno fa

11 Sono una ragazza impegnativa. Lo so che detta così sembra una cosa carina. Una cosa simpatica e maliziosa, autoironica, un po come dovrebbe essere una ragazza. Tranquilla, non troppo sdolcinata, non troppo signora. Una come me dà l impressione di essere quella giusta per fare follie, una capace di tutto, anche di uscire nel cuore della notte e andare a rubare le biciclette alla stazione. Ma io sono una ragazza perbene, non sono il tipo che ruba le biciclette. Non ruberei nemmeno i campanelli delle biciclette. Diciamo che con me non si può andare a rubare proprio un bel niente. Dicevo, sono impegnativa. Mi arrabbio subito, divento triste, perdo le staffe e urlo. Anche questa può sembrare una cosa carina: eh, la nostra Karoline è così emotiva. In un momento come questo, in cui i ragazzini sorseggiando Coca-Cola guardano video dove la gente viene decapitata e non battono ciglio, di sicuro è una bella cosa se qualcuno è ancora in grado di provare emozioni! Ma ve lo assicuro: è molto faticoso. È faticoso per chi mi sta intorno, ed è faticoso soprattutto per me. I sentimenti sono una fonte di stress. Certo, siamo tutti d accordo nel dire che il lutto, il dolore e le delusioni sono cose 13

12 orribili. Lo sanno tutti. Ma anche la felicità è stressante. Non c è niente di più frustrante per me che stare a letto accanto alla persona prescelta e sentire il bisogno di esserle il più vicino possibile. Ci possiamo abbracciare e stringere fino a diventare lividi, eppure continuo a sentire che non siamo abbastanza vicini. Si dice fondersi-col-partner. Eppure, a prescindere da alcune specifiche pratiche sessuali, fondersi-col-partner non è possibile. Non si è mai abbastanza vicini. Prendiamo la nostalgia, per esempio. Quante fantasticherie romantiche sulla mancanza di una persona lontana Ma la nostalgia è qualcosa di tremendo. Quando ti manca qualcuno non puoi distrarti nemmeno al cinema, perché nei film alla fine quei due rimangono sempre insieme. E poi: non è vero che la felicità sta nell attesa. L attesa è la sorella gemella della nostalgia ed è una gran fregatura. Io sono così. Impegnativa. E non è un vanto. Perché ogni sentimento che mi assale, sia positivo che negativo, nel giro di poco tempo diventa un dramma. Nello stomaco si forma una palla di fuoco e io vedo rosso. Qualsiasi sciocchezza mi fa impazzire, basta che voli una mosca e mi trasformo in un elefante. E non un elefante di quelli carini, tipo il tenero Dumbo, ma uno di quei pachidermi infuriati che possono uccidere per vendetta. Una volta, dopo aver cercato parcheggio per quarantacinque minuti, una signora mi ha fregato il posto che era chiaramente mio, e sono scesa dalla macchina per protestare. Ma vedendo che non serviva a niente, ho cominciato a piangere dalla rabbia, e l ho chiamata «brutta stronza». Era una mamma, come si capiva dal seggiolino sul sedile dietro. E allora ho cominciato anche a maledire i suoi figlioletti, che non erano lì. In quei momenti non riesco a fermarmi. Devo litigare e stril- 14

13 lare, infuriarmi e imprecare contro chi mi sta davanti finché questo non crolla e si scusa. Ma poiché succede raramente, mi capita sempre più spesso di rimanere insoddisfatta, di essere arrabbiata, delusa e triste. Queste scenate sono uno spettacolo poco piacevole per i malcapitati, ma dall esterno possono anche sortire un effetto comico: guarda un po, alla nostra Karoline esce di nuovo il fumo dalle orecchie, guarda lì come strilla e saltella, tutta rossa in faccia, che tipo! Certo, visto dall esterno può essere anche molto divertente. Purtroppo però io non sono nelle condizioni di guardarmi dall esterno. Il pensiero di una giovane in preda all ira che con la bava alla bocca aggredisce una mamma alla guida di un utilitaria per un banale parcheggio mi fa veramente incavolare; mi mangerei le mani dalla rabbia. La gente normale in certi momenti riesce a contare fino a dieci, invece io non arrivo nemmeno a due. Scatto subito. Da zero a cento! Se fossi una macchina da corsa i ragazzi impazzirebbero per me! A un certo punto arriva sempre il momento in cui mi vergogno di quelle scenate. Non nell istante in cui auguro ai figli della ladra di parcheggi di non combinare nulla nella vita, e nemmeno nelle ore successive che trascorro a telefonare a tutti i miei amici per raccontare l ingiustizia che ho appena subito. Ma prima o poi arriva il momento in cui la vergogna mi assale. E comunque, se all orizzonte spunta un nuovo nemico, mi trasformo nella macchina emotiva più veloce del mondo. Non imparo mai dai miei errori. 15

14 Decido di andare da una psicoterapeuta. In realtà non ho problemi particolarmente gravi. Non che non abbia problemi: essere così irascibile mi crea non poche difficoltà, e la mia vita è tutt altro che equilibrata. Da poco ho perso un bel lavoro in un agenzia che organizza eventi. Appena finiti gli studi mi avevano subito preso, e non avrei potuto essere più felice. Quel lavoro era la mia casa. Dopo tre mesi ecco che non c è più. Ora ogni mese mia nonna mi spedisce di nascosto i soldi per l affitto e, quando capita, la sera faccio la cameriera in un bar. Non avendo più il lavoro, ho tempo e occasioni di fare ordine nella mia vita. Elimino alcuni rapporti che non funzionano più; amici che un tempo erano intimi si defilano spontaneamente, e, a essere sincera, ho l impressione che lo facciano per allontanarsi dal mostro che c è in me. Prego, si accomodino, non so che farmene di chi non mi vuole bene. Non c è problema. Me la so cavare da sola, in qualche modo farò, non vedo alternative. Un altro incendio che divampa sulle colline di Hollywood della mia vita è Philipp, il mio ragazzo. Probabilmente, in realtà, noi due non siamo minimamente fatti l uno per l altra. Eppure sono quasi due anni che ci diamo da fare per rimuovere questa piccola ma sostanziale contraddizione. La verità è che ognu- 16

15 no di noi pensa che l altro non sia all altezza, che sia troppo stupido. Tutto in lui mi fa incavolare come una matta, e tante cose di me fanno imbestialire lui. Per questo ognuno di noi, a intervalli regolari, prende in considerazione l ipotesi di darci un taglio, ma nessuno ha le palle per farlo. Penso che la ragione sia semplice: abbiamo paura di restare soli. In cuor nostro siamo convinti che sia meglio un rapporto fatto di litigi e incompatibilità che nessun rapporto. C è poco da dire: siamo fatti così, noi giovani conservatori. Abbiamo bisogno di sicurezza, siamo pigri e vigliacchi. Tutto sommato, quindi, posso dire che la mia vita è insoddisfacente sotto tutti i punti di vista, anche se questa insoddisfazione non si traduce in una vera e propria sofferenza. Per intenderci, non ho l impressione di essere arrivata al punto di «dover cominciare un percorso di psicoterapia», nel senso classico del termine, quanto piuttosto di essere intenzionata a iniziare questo percorso perché ho il tempo per farlo e perché sono curiosa. Forse perché mi affascina l idea di scoprire quello che una professionista della psiche può pensare di me; sono curiosa di sapere come m inquadra. Mi avvicino alla psicoterapia con lo stesso animo col quale mi farei leggere le carte, più o meno. La mamma, essendo un esperta di turbe mentali in generale e di depressione in particolare, sostiene che è giunto il momento di rivolgermi a uno specialista. Dice che da tempo ha l impressione di vedermi covare qualcosa di strano e per questo mi consiglia di chiamare la psicoterapeuta di una sua collega, la dottoressa Görlich. Al telefono, la dottoressa Görlich mi dà l appuntamento per un «casting». Sono sicura che abbia usato un altro termine ma 17

16 in verità, chiamatelo come vi pare, si tratta comunque di un processo di selezione finalizzato all assegnazione di un ruolo. Alla fine si tratta di capire questo: sono abbastanza svitata da aver diritto a una terapia? La storia della mia vita è abbastanza piena di ostacoli da permettermi di chiedere ufficialmente aiuto al Servizio sanitario nazionale? Sono questi i pensieri che mi attraversano la testa al primo appuntamento con la mia psicologa. A un certo punto prendo addirittura in considerazione l idea di presentarmi con un look adeguato alla situazione, ma i miei propositi si scontrano con la misera realtà del mio armadio che purtroppo offre poca scelta, oltretutto scopro di non avere le idee abbastanza chiare in proposito. Voglio dire: come si veste una persona che vuole dare l impressione di aver bisogno di aiuto? E soprattutto: sono sicura di voler dare l impressione di aver bisogno di aiuto? Non sarebbe meglio sentirmi dire che invece è tutto a posto, e che in realtà funziono alla perfezione? Mi sa che anche in questo caso vale la stessa regola con la quale è consigliabile presentarsi a tutti i casting dell universo mondo: sforzati di sembrare naturale! Prova a essere semplicemente te stessa! Ricordati che hai tutto il diritto di essere così come sei! Questa è la tua occasione! Alla fine, vestita in maniera assolutamente normale, ma munita di un elenco ultradettagliato dei punti deboli del mio carattere e di tutti i miei problemi (tendo a dimenticare le cose importanti. Sono una di quelle persone che dopo un litigio telefona subito per dire: «E poi c è un altra cosa che volevo dirti») e di un estratto degli avvenimenti più importanti della mia infanzia e della mia giovinezza, sono finalmente pronta per presentarmi al primo psico-casting della mia vita. 18

17 A pensarci bene, non mi sono ancora fatta un idea precisa di che aspetto deve avere una psicoterapeuta. Ma sono abbastanza intelligente da non aspettarmi un divano e la solita signora anziana con gli occhiali bifocali sul naso e il quaderno davanti. Sono una al passo con i tempi, una che ne ha viste e fatte di cotte e di crude, per intendersi. Per questo non trovo giusto nascondere che sto iniziando una psicoterapia; so benissimo che in questo paese una persona su dieci soffre di depressione o di una qualsiasi altra malattia della mente, so anche che l anima può ammalarsi allo stesso modo in cui si ammala lo stomaco o un vaso sanguigno, che ne ha lo stesso diritto, e so anche che bisogna essere disposti ad aprirsi fino in fondo quando si vuole essere aiutati. Quindi, più che disposta ad aprirmi e bella carica di energia, mi arrampico velocemente sulla scala a chiocciola che conduce allo studio della dottoressa Görlich. Forse un po troppo carica di energia, dato che per lo sforzo mi vengono le vertigini. La dottoressa Görlich mi aspetta sulla porta: «Con calma, con calma!». E con questo benvenuto ha già puntato il dito contro la prima colonna che sorregge la mia vita piena di difetti. Il fatto è che sono un tipo irrequieto. Vorrei che le cose succedessero subito e senza dover aspettare. Se dipendesse da me, tutto dovrebbe procedere alla svelta, senza tentennamenti. Qualche esempio: compro i vestiti senza provarli, perché so benissimo cosa mi piace e cosa mi sta bene, e soprattutto perché non ho tempo da perdere dentro i camerini dei negozi. E poi non cucino, non perché non lo sappia fare, ma perché non ho la pazienza di sopportare tutto il lavoro di preparazione. Quando vado a mangiare fuori, preferisco un buffet veloce, così il cibo è subito lì, a portata di mano. Ma anche in questo caso, se mi accorgo che la frittata 19

18 nello scaldavivande sta per finire, comincio a innervosirmi. In fondo pago perché sia tutto disponibile. Quindi, per favore, dite al cuoco che deve averne pronta un altra non appena i tre quarti di quella in vetrina sono finiti. Grazie. Questa mia frenesia non è sinonimo di mancanza di passione per le cose che faccio. Adoro i vestiti e mi piace mangiare bene. Ma fare tutto in fretta per me equivale a poter avere più cose. Significa poter comprare un maggior numero di bei vestiti e riuscire a riempire lo stomaco di tanto buon cibo. Non ho tempo da perdere. Non aspetterò un minuto di più. Con la testa che mi gira per le vertigini, quindi, mi trovo seduta su una poltrona di pelle di fronte alla dottoressa Görlich. Non si tratta di una di quelle poltrone con lo schienale largo come usavano i nostri nonni, ma di una moderna, che sta su una gamba sola e gira su se stessa, come la casa della strega Baba- Jaga. È perfetta per me, perché, come ho già detto, non riesco mai a stare ferma. Devo sempre muovere qualcosa. Quando mi trovo in una sala d aspetto, per esempio, non posso fare a meno di dondolarmi avanti e indietro sulla sedia. Se la poltrona sulla quale mi trovo seduta fosse una poltrona di pelle vecchio stile, il mio vizio di dondolare mi farebbe sembrare autistica, e al primo incontro non vorrei assolutamente dare un impressione del genere, anche se probabilmente sarebbe un modo per garantirsi un biglietto di ritorno. Ma io voglio che la dottoressa si focalizzi sui miei veri problemi, ecco perché mi muovo sulla sedia girevole in modo da non dare nell occhio. La dottoressa Görlich ha due enormi occhi blu, gentili e penetranti e una faccia grande e aperta. Mi chiedo se, all ufficio di collocamento per le professioni a contatto diretto con il pubblico, gli psicologi vengano scelti anche in base al loro aspetto. 20

19 Se così fosse, non ci sarebbe da meravigliarsi nel suo caso. La dottoressa Görlich è una donna sulla quarantina, con un bel taglio di capelli corti e mossi in maniera naturale; in lei tutto contribuisce a trasmettere l impressione di una naturalezza assoluta, con il risultato che davanti a lei mi sento subito goffa e vestita in maniera inadeguata. «Signora Herrmann, perché è venuta qui?» Sono preparata a rispondere a questa domanda, e come se fossi una dodicenne che deve ripetere la sua lezioncina noiosa, snocciolo i problemi che attualmente ho con me stessa: racconto di aver perso il lavoro che mi piaceva tanto, riferisco di un paio di ex amici molto stupidi e illustro la situazione con l attuale fidanzato che non amo gran che. Dopodiché passo a illustrare quella parte della mia vita che ritengo rilevante da un punto di vista psicologico: «Ho avuto un infanzia piuttosto insulsa con una madre infelice che di tanto in tanto mi mollava qualche ceffone. Poi ci sarebbe anche un padre abbastanza famoso che durante i primi anni della mia vita, quando avrei avuto maggiormente bisogno del suo amore, si preoccupava soltanto di farmi conoscere le perle della letteratura mondiale. Aggiungo che i miei sono separati, e c è stato anche uno zio acquisito che mi voleva bene in un modo che non è esattamente quello corretto, nei confronti di un bambino; infine c è mio nonno che io amavo molto e che è morto quando avevo sette anni». Senza fiato per la maratona verbale, mi lascio sprofondare sulla poltroncina girevole. Mi rendo conto di aver presentato un piccolo campionario di ostacoli che intralciano il percorso esistenziale di molte persone giovani e sane. Non sono convinta di essere riuscita a impressionare la psicologa con il mio racconto: in fin dei conti sono già diversi anni che vivo in compagnia di questa vita. In realtà me 21

20 la passo bene. Fin qui me la sono cavata. E poi tutto quello che è successo è talmente lontano. Tra tutte le cose, immagino che la carta-dello-zio-cattivo sia l asso nella manica, però sono già diversi anni che ho fatto pace con questa parte della mia vita. Nonostante l inconveniente dello zio, la mia sessualità sembra funzionare senza problemi, e poi, anche se un po troppo tardi, avevo già provveduto a interrompere ogni contatto con la parte brutta della mia famiglia. All improvviso mi sento un po insicura e controllo il quaderno degli appunti per essere certa di non aver dimenticato niente, quindi resto in attesa della prima valutazione psicologica della mia vita sulla mia vita. Per quanto mi riguarda sono soddisfatta della mia performance e allo stesso tempo eccitata dalla situazione. Avrò vuotato abbastanza schifezze dal mio zaino da vedermi riconosciuto il diritto a future udienze? Sarà sufficiente la motivazione principale che ho addotto, cioè voler diventare meno impegnativa, per ottenere che il Servizio sanitario paghi alla dottoressa Görlich cento euro l ora per il mio trattamento? Oppure i miei sono soltanto i problemi di una ragazza viziata? Di sicuro non sono l unica al mondo con i genitori separati, un padre difficile e un iniziazione discutibile alla sessualità. O anche gli altri sono già tutti in terapia? La dottoressa Görlich sulle prime non apre bocca. Poi dice: «Faccia un respiro profondo!». Strano. Quella del respiro, tra tutte le questioni in gioco, mi pare una delle poche che riesco a gestire benissimo anche da sola. Ma voglio essere ubbidiente e soprattutto meno ribelle del solito, quindi faccio un bel respiro profondo. «E ora respiri con il diaframma!» Volentieri, se questo può essermi d aiuto. Però non sono sicura di cosa significhi «respirare con il diaframma», in questo 22

21 momento non ho nemmeno tanta voglia di fare esercizi di respirazione, quello che voglio è una diagnosi. Nel dubbio di che cosa sia la respirazione di diaframma, gonfio la pancia a dismisura durante l inspirazione, spingendola in fuori, il più lontano possibile dal resto del corpo. È una cosa che mi riesce bene, l ho già detto: mangio volentieri. Se ce ne fosse bisogno, saprei respirare in maniera convincente anche col didietro, ma questa al momento è una prestazione che non mi viene richiesta. E poi la dottoressa Görlich dice finalmente qualcosa di sensato. Qualcosa di sorprendentemente semplice. «Sembra che lei sia stata lasciata da sola troppo spesso.» Ho appena il tempo di provare una leggera delusione per la brevità della diagnosi, che subito comincio a piangere. Come se dentro di me si fosse aperto un rubinetto, le lacrime scorrono copiose dall interno verso l esterno. Singhiozzo come un bambino. All improvviso sento che tutto quello che c è dentro di me è diventato piccolo e triste. Un ondata gigantesca di dolore cosmico mi travolge. Sono come un surfista che si rovescia nell impatto con l onda e poi finisce sott acqua. C è acqua ovunque, ovunque c è molto di tutto. Poiché sono un tipo che non ama perdere tempo, già durante l impatto con l onda penso febbrilmente a cosa possa avermi spinto sott acqua. E stranamente non ho alcuna risposta. Scorro mentalmente tutti i problemi più attuali per capire di chi potrebbe essere la mano bagnata che mi ha spinto sotto, ma non riesco a identificarla. D altra parte il passato è talmente lontano che nemmeno lì riesco a trovare spiegazioni soddisfacenti e allora continuo a piangere senza giungere a una spiegazione. I miei tentativi di autoanalisi altro non sono che uno sforzo precipitoso di ubbidienza, nel senso che in questo momento nessuno pretende che mi analizzi da sola. La dottoressa Gör- 23

22 lich si limita a guardarmi con assoluta calma e poi mi porge un fazzoletto; per un attimo non posso fare a meno di ridere perché è un cliché perfetto questo della scatola dei Kleenex a portata di mano, ma l attimo sfuma subito e torno nuovamente a immergermi nel mio presente bagnato. Non potrei dire che sto soffrendo. No, non sento alcun tipo di dolore. Per me piangere è come una festa piena di luci e allo stesso tempo fonte di enorme sollievo. Qualcuno una volta mi ha spiegato che, in presenza di un forte stress emotivo, dentro la testa si producono sostanze o grassi o altra roba in eccesso che poi vengono espulsi grazie al flusso lacrimale. Piangere, quindi, è una specie di clisma per il cervello. Ecco perché dopo aver pianto ci si sente svuotati, calmi e soprattutto pronti per far posto a nuove schifezze. Ma anche se piangere non mi dispiace, voglio sapere lo stesso cosa mi sta succedendo, e qui nessuno sembra curarsene. Continuando a mostrarmi la sua faccia tonda e gentile, la dottoressa Görlich mi lascia tranquillamente dissanguare di lacrime. Quando finalmente il tasto dello stop del mio sistema idraulico interno viene premuto, mi lascio scappare un gemito smorzato che suona pressappoco come: «Uh». La dottoressa Görlich sorride ma continua a non dire nulla. Il controllore impaziente che vive dentro di me lancia, come da contratto, un occhiata all orologio, quindi si asciuga un po la faccia, e allineandosi alla più alta tradizione di eloquenza, prova a rianimare la conversazione facendo sfoggio di un brillante: «Allora?». «Faccia ancora un bel respiro profondo!» E va bene. Per risparmiare tempo respiro subito direttamente con il diaframma. Ora però voglio una risposta chiara. Cosa mi sta succedendo? Perché mi sta succedendo? E ora che facciamo? 24

23 Ho superato la prova d ammissione? Posso contare sul suo aiuto? La dottoressa Görlich sorride consapevole. Ingenuamente spero che mi trovi irresistibile, ma in realtà so benissimo che la mia impazienza le sembra ridicola. Sono stata di nuovo troppo frettolosa. A un certo punto dice con molta calma: «Per un paio di giorni faccia attenzione a come si sente, cerchi di capire che effetto le ha fatto questa prima seduta. Ci rifletta con calma, e poi mi dica se può accettare di impegnarsi a venire qui regolarmente. E soprattutto, se le sembro la persona giusta per lei. Questo è un punto molto importante». Vorrei mettermi a urlare: Sì che lo voglio! È ovvio, eccome se lo voglio! Ma che domande sono! Piuttosto, mi dica quando posso tornare, ma soprattutto: quando pensa che sarò guarita? Solo che la mia esperienza pluriennale di spettatrice televisiva mi impedisce di reagire così. È vero, sono stata convocata per una seconda audizione, ma ancora non vuol dire che registreremo un disco insieme. Poiché la scioltezza è una nuova forma di onestà, dico «ok», e intanto mi segno il prossimo appuntamento, tra una settimana. E siccome so imparare dai miei errori, questa volta scendo la scala a chiocciola con calma e senza accelerare il passo. Anche se ho pianto fino allo svuotamento totale, per quanto confusa e soprattutto sfinita, una volta giunta in strada mi sento in qualche modo somigliante alla protagonista di un film francese diretto da un mediocre regista di Hollywood. Un film drammatico ma non cupo. Riassumendo: sono in analisi. Eccomi, dunque. E non ha fatto nemmeno troppo male. 25

24 Una sensazione di paura che cresce, un attacco di panico, una crisi depressiva. Questa storia riguarda ciascuno di noi. Continuo ad andare su e giù per la stanza. I regali sono impacchettati da schifo. Semplicemente non ce l ho fatta. La carta è tutta sgualcita e piegata senza alcuna cura. Devo assolutamente fare qualcosa, ma dentro di me c è l inferno. Così tiro fuori gli ap pendiasciugamani e li porto in bagno. Almeno gli asciugamani possono stare tranquilli. Ma a me sembra di impazzire. Scoppio di caldo, e insieme alla paura è arrivata anche la tristezza, con la sua coperta pesante e gli orrendi fiori stampati sopra. La coperta mi avvolge stretta stretta. Non c è più aria, mi soffoco da sola! OLTRE COPIE VENDUTE IN GERMANIA ISBN H e 12,00

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